Archive pour la catégorie 'SANTI DELLA CHIESA ORTODOSSA'

LA MORTE DI SAN SERGIO (dalla ‘Vita’ di Epifanio il saggio)

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SAN SERGIO DI RADONEZ – LA MORTE

per la vita di San Sergio al sito:
http://www.santiebeati.it/dettaglio/71950

LA MORTE DI SAN SERGIO
(dalla ‘Vita’ di Epifanio il saggio)

“(…) Il Santo visse molti anni continuamente mortificandosi con privazioni e lavoro incessante. Egli compì molti straordinari miracoli e raggiunse un’età avanzata, senza mai mancare al suo posto nel servizio divino; più crebbe la sua vecchiaia, più forte crebbe il suo fervore, per niente indebolito dall’età. Fu avvertito dall’approssimarsi della sua fine sei mesi avanti (…). Poi, il grande asceta cominciò a perdere le forze e nel settembre cadde seriamente malato. Vedendo approssimarsi la sua fine, riunì (…) il suo gregge e sciolse una finale esortazione. Fece loro promettere di rimanere saldi nell’ortodossia per assicurare l’amicizia fra gli uomini; di esser puri di corpo e di anima; di amare con verità; di evitare ogni male e ogni carnale concupiscenza; di esser moderati nel mangiare e nel bere; soprattutto di vestire umilmente; di non dimenticare di amare il prossimo; evitare le controversie e non porre valore negli onori e nelle lodi di questa vita, ma aspettare piuttosto la ricompensa da Dio nella gioia del cielo e nell’eterna beatitudine. Dopo averli istruiti in molte cose, concluse: ‘Io sono, per volere di Dio, vicino a lasciarvi ed io vi affido all’Onnipotente Iddio e all’Immacolata Vergine Madre di Dio, affinché essi siano per voi un rifugio e una rocca di difesa contro le insidie dei vostri nemici’. Quando la sua anima fu vicina a lasciare il suo corpo, egli partecipò del Santissimo Corpo e Sangue. Tenuto nelle braccia dei suoi discepoli e levando le mani al cielo con una preghiera sul labbro, rese la sua pura, santa anima al Signore, nell’anno 6900 (1392) il 25 di settembre, probabilmente all’età di 78 anni. Dopo la sua morte un ineffabile, grato odore emanò dal corpo del santo.
L’intera fraternità si riunì intorno a lui; piangendo e singhiozzando i monaci posero nel feretro il corpo di colui che in vita era stato così nobile e infaticabile; e lo accompagnarono con salmi e orazioni funebri. Il volto del Santo, diversamente dagli altri morti, splendeva del lume di vita come un angelo di Dio, a testimonianza della purezza della sua anima e del premio di Dio per tutte le sue fatiche. Il suo corpo trovò il riposo nel monastero da lui fondato. Molti furono i miracoli che ebbero luogo alla sua morte e dopo; e avvengono ancora dando forza ai deboli, liberando dalle astuzie e malizie dei demoni, dando la vista ai ciechi. Il santo non desiderò rinomanza durante la sua vita né nella morte, ma per il potere dell’Onnipotente Iddio egli fu glorificato. Gli angeli furono presenti al suo passaggio ai cieli aprendo a lui le porte del paradiso e conducendo verso la bramata beatitudine nella pace dei giusti, colui che sempre aveva cercato la gloria della Santissima Trinità”[2].

 

Dal libro Nella comunione dei santi di D. Barsotti

“Epifanio, in pagine di meraviglioso candore, ci narra la vita del santo; l’umile semplicità di questa vita ci sembra in verità una rivelazione di pura bellezza. Sergio è un’icona di Dio.
La breve biografia di Sergio è un prezioso testo di ascetica monastica: la si può considerare veramente un trattato di spiritualità, tanto più efficace perché non è astratto ma vivo, proponendo con la dottrina l’esempio del santo e in questo esempio delineando anche il cammino dell’anima verso la perfezione fino a quella anticipazione della vita paradisiaca sulla quale insistono, nella loro pura semplicità, le ultime pagine.
Se volessimo riassumere brevemente questa dottrina, ci sembrerebbe di chiarirla meglio ponendola a confronto con quella che chiaramente è esposta in altre vite monastiche: Epifanio considera la vita ascetica come una lotta accanita contro il demonio che in questa lotta si avvale prima, come alleata, della concupiscenza carnale (“Il diavolo s’ingegnava di ferirlo coi dardi della concupiscenza, ma il santo vigilante contro questi attacchi del nemico, disciplinava il suo corpo ed esercitava l’anima assoggettandola con le privazioni: ed in questo era protetto dalla grazia del Signore”), poi dei monaci stessi che gli mostrano la loro ostilità.
Come l’unione con Dio ristabilisce la comunità umana, così l’unione con Dio è il ritorno per l’uomo alla vita del paradiso terrestre quando tutto è fraterno con l’uomo. Ma il cammino che porta a questa mèta di unità con gli uomini e con la creazione importa la lotta contro le potenze, il combattimento. L’ascesi non è solo esercizio di virtù, è impegno di redenzione per l’uomo, e l’uomo non si libera dalla schiavitù delle potenze che in quanto ritorna ad essere re di una creazione rinnovata, capo di una umanità che, in lui e per lui, viene nuovamente benedetta da Dio.
Ma la vittoria sul demonio, in cui consiste la perfezione monastica stessa, fa soprattutto il monaco partecipe della vita divina nella sua potenza coi miracoli e con la liberazione dagli ossessi e fa il monaco compagno degli angeli nella preghiera e degno di visioni celesti, dopo averlo fatto padre di numerosa famiglia. Il monaco non dovrebbe aspirare a una missione di paternità spirituale – sembra insinuare lo scrittore – né dovrebbe essere elevato all’ordine gerarchico se non fosse designato a tanta dignità dai doni dello Spirito Santo.
È implicito anche, almeno ci sembra, l’insegnamento che non la vita eremitica, ma la vita cenobitica, l’unione di carità tra i fratelli, sia l’ideale più perfetto della vita cristiana – e in questo preporre la vita cenobitica alla vita eremitica non c’è solo un’influenza della dottrina ascetica di san Basilio, ma anche un sano atteggiamento di opposizione alle intemperanze e all’anarchismo della spiritualità orientale (…)”[3].

SAN SERGIO DI RADONEZ EREMITA, EGUMENO – 25 SETTEMBRE

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SAN SERGIO DI RADONEZ EREMITA, EGUMENO

25 SETTEMBRE

Rostov, Russia, 1314 c. – Monastero della Trinità, Serghiev Posad, Russia, 25 settembre 1392

Sergio e i suoi genitori furono scacciati dalla loro casa dalla guerra civile e dovettero guadagnarsi da vivere facendo i contadini a Radonez, a nord-est di Mosca. A vent’anni Sergio inizia un’esperienza di eremitaggio, insieme al fratello Stefano, nella vicina foresta. Presto altri uomini si uniscono a loro e nel 1354 si trasformano in monaci, conducendo vita comune. Nasce così il monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra), punto di riferimento per il monachesimo della Russia settentrionale. Sergio fonda anche altre case religiose, direttamente o indirettamente. Nel 1375 rifiuta la sede metropolitana di Mosca, ma continua a usare la sua influenza per mantenere la pace fra i principi rivali. È stato uno dei primi santi russi a cui furono attribuite visioni mistiche. Attraverso il suo discepolo Nil Sorskij si diffuse l’esicasmo, la preghiera del cuore resa celebre dai «Racconti di un pellegrino russo»: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me». Il monastero della Trinità di Serghiev Posad è ancora oggi meta di pellegrinaggi. Fu canonizzato in Russia prima del 1449. (Avvenire)

Etimologia: Sergio = che salva, custodisce, seminatore, dal latino

Martirologio Romano: Nel monastero della Santissima Trinità a Mosca in Russia, san Sergio di Radonez, che, dopo aver condotto vita eremitica in foreste selvagge, abbracciò la vita cenobitica e, eletto egúmeno, la propagò, mostrandosi uomo mite, consigliere di príncipi e consolatore dei fedeli.

Ascolta da RadioRai:

Sergio e i suoi genitori furono scacciati dalla loro casa dalla guerra civile e dovettero guadagnarsi da vivere facendo i contadini a Radonezh, a nord-est di Mosca. A vent’anni Sergio iniziò una vita da eremita, insieme a suo fratello Stefano, nella vicina foresta; in seguito altri uomini si unirono a loro, e ciò che ci vien detto di questi eremiti ricorda i primi seguaci di san Francesco d’Assisi, specialmente per quanto riguarda il loro atteggiamento verso la natura selvaggia – nonostante le differenze climatiche e di altro genere fra l’Umbria e la Russia centrale. Uno scrittore russo ha detto che il loro capo « odora di fresco legno d’abete ».
Nel 1354 essi si trasformarono in monaci che conducevano una vera e propria vita comune; questo cambiamento provocò dei dissensi che avrebbero potuto spaccare per sempre la comunità se non fosse stato per la condotta disinteressata di san Sergio. Questo monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra) divenne per il monachesimo della Russia settentrionale quello che le Grotte di san Teodosio erano state per la provináa di Kiev nel sud. Sergio fondò altre case religiose, direttamente o indirettamente, e la sua fama si diffuse moltissimo; nel 1375 rifiutò la sede metropolitana di Mosca, ma usò la sua influenza per mantenere la pace fra i prinápi rivali. Quando (secondo la tradizione) Dimitrij Donskoj, principe di Mosca nel 1380, lo consultò per chiedere se doveva continuare la sua rivolta armata contro i signori tartari, Sergio lo incoraggiò ad andare avanti: ciò portò alla grande vittoria di Kulikovo. San Sergio è il più amato di tutti i santi russi, non soltanto per l’influenza che ebbe in un periodo critico della storia russa, ma anche per il tipo d’uomo che era. Per il carattere, se non per l’origine, era un tipico « santo contadino »: semplice, umile, serio e gentile, un « buon vicino ». Insegnò ai suoi monaci che servire gli altri faceva parte della loro vocazione, e le persone che indicò loro come modelli erano gli uomini dell’antichità che avevano fuggito il mondo ma aiutavano il loro prossimo; veniva posta un’enfasi particolare sulla povertà personale e comune e sullo sradicamento dell’ostinazione.
San Sergio fu uno dei primi santi russi a cui furono attribuite visioni mistiche (visioni della Beata Vergine connesse con la liturgia eucaristica) e, come in san Serafino di Sarov, talvolta compariva in lui una certa trasfigurazione fisica attraverso la luce. Il popolo lo vedeva come un uomo scelto da Dio, sul quale riposava visibilmente la grazia dello Spirito; ancor oggi molta gente va in pellegriaggio al suo santuario nel monastero della Trinità di Serghiev Posad.
Fu canonizzato in Russia prima del 1449.

Publié dans:Santi, SANTI DELLA CHIESA ORTODOSSA |on 26 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

L’AVVENTURA DI SERAFINO DI SAROV, MAESTRO DI SPIRITUALITÀ NON SOLO PER GLI ORTODOSSI.

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L’AVVENTURA DI SERAFINO DI SAROV

MAESTRO DI SPIRITUALITÀ NON SOLO PER GLI ORTODOSSI.

(Michele Evdokimov) San Serafino di Sarov, con san Sergio di Radonetz (XIV secolo) e, più vicino a noi, con san Silvano del Monte Athos (morto nel 1938), è uno dei santi russi più venerati, almeno tra i più conosciuti in Occidente. L’irradiamento della santità non conosce frontiera. All’inverso, san Francesco d’Assisi, san Benedetto da Norcia e santa Teresa di Lisieux sono i santi d’Occidente più amati in Russia. L’irradiamento della santità si fonda raramente su un’opera scritta. Se all’infuori di alcuni Insegnamenti spirituali Serafino non lascia scritti, tuttavia l’irradiamento del monaco di Sarov scaturito dalle profondità della foresta russa, ha superato rapidamente quell’ambito per diffondersi nel mondo. Certe sue frasi sulla pace interiore, sulla gioia della risurrezione, e altre ancora, sono entrate in un linguaggio comune a molti cristiani di tutte le confessioni.
È l’uomo della parola orale. La sua notorietà si fonda soprattutto sul celebre Colloquio con Motovilov riguardante l’acquisizione dei doni dello Spirito Santo. Esso forma un’opera di grande originalità, di un’estrema elevazione mistica, capace di segnalare nuove vie di accesso al mistero di Dio, un mistero pieno di luce e di bellezza nello Spirito Santo.
Il Figlio e lo Spirito, queste «due mani del Padre», diceva sant’Ireneo, sono chiamati ad agire in perfetta armonia nel mondo. Il genio di Serafino è stato quello di essere condotto, per grazia, a correggere, a riequilibrare questa armonia a vantaggio dello Spirito, che era allora assai misconosciuto e i cui carismi non erano affatto vissuti nella loro potenza di trasfigurazione.
Al cuore di questo Colloquio c’è dunque l’acquisizione dei doni dello Spirito. Si tratta meno di pronunciare parole, di dare un insegnamento, che non di condividere un’esperienza di trasformazione interiore. Accolto con serietà, questo messaggio non può non provocare un cambiamento del nostro essere, per quanto impercettibile. Il desiderio stesso di pregare, di unirsi a Dio, non è già il segno che lo Spirito è all’opera nel cuore del credente? Infatti, «nessuno può dire “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Corinzi, 12, 3).
La preghiera è un’avventura, quella di un esploratore che si immerge negli abissi del cuore e vi incontra l’ospite invisibile. Lontano da ogni moralismo attivista, ci dice Serafino, essa è un’attesa vigilante, appassionata, uno spazio di silenzio scavato nel fondo di sé per liberare il posto a colui che «viene verso di noi».
Serafino ha una sua maniera di proporre come fine della vita cristiana l’acquisizione dei doni dello Spirito, e non la sola messa in pratica dei fondamenti della morale. Alcuni criteri palpabili permettono di misurarne gli effetti: la gioia, soprattutto quella data dalla certezza della risurrezione; la pace interiore, quali che siano gli sconvolgimenti della vita; la semplicità del cuore che si dedica alla sapienza; la luce, che è la manifestazione dello Spirito in un’anima aperta alla sua pienezza.
Pregare con i santi significa unirsi al nugolo dei testimoni che circondano il trono di Dio, lasciarsi trascinare verso la gloria indicibile. Essi vengono dalla grande tribolazione, «hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Apocalisse, 7, 14).
Il patriarca Cirillo
Venerato in tutta la Russia e amato in Occidente, san Serafino di Sarov è considerato dagli ortodossi modello di vita cristiana. Nel giorno della sua festa, il 1° agosto scorso, il patriarca di Mosca, Cirillo, ha esortato i fedeli a guardare all’esempio di questo santo per mantenere la purezza della mente, «in modo che il nostro cuore sia sempre aperto alle persone e al bene». San Serafino, ha aggiunto, «ha acquisito queste virtù con la preghiera, il digiuno, la solitudine, e in modo particolare con l’umiltà e l’amore per le persone. Dio, in risposta a questa prodezza, lo rese angelico, perché solo la potenza di Dio può fare questo e dà la possibilità di vivere la vita che ha vissuto san Serafino di Sarov. Attraverso le sue preghiere Dio ci preservi da ogni male».

Al santo monaco è dedicato un libro, in vendita da alcune settimane, dal quale riprendiamo il testo introduttivo scritto dall’autore dell’opera, un sacerdote ortodosso (Serafino di Sarov, 15 meditazioni, Milano, Piero Gribaudi editore, 2013, pagine 92, 
L’Osservatore Romano

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