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30 NOVEMBRE – SANT’ANDREA, APOSTOLO

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30 NOVEMBRE – SANT’ANDREA, APOSTOLO

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 252-255

Poniamo sant’Andrea al principio di questo Proprio dei Santi dell’Avvento perché, per quanto la sua festa cada spesso prima dell’apertura dell’Avvento, avviene tuttavia di tanto in tanto che questo sacro tempo è già cominciato quando si celebra dalla Chiesa la memoria del grande Apostolo. Questa festa è dunque destinata ogni anno a chiudere maestosamente il Ciclo cattolico che si spegne o a brillare in testa al nuovo che si è appena aperto. Senza dubbio, era giusto che l’Anno Cristiano, cominciasse e finisse con la Croce, che ci ha meritato ciascuno degli anni che alla misericordia divina piace concederci, e che deve apparire nell’ultimo giorno sulle nubi del cielo, come un sigillo posto sui tempi.
Diciamo questo perché ogni fedele deve sapere che sant’Andrea è l’Apostolo della Croce. A Pietro Gesù Cristo ha dato la solidità della Fede; a Giovanni la tenerezza dell’Amore; Andrea ha ricevuto la missione di presentare la Croce del Divino Maestro. Ora, è con l’aiuto di queste tre prerogative, Fede, Amore e Croce, che la Chiesa si rende degna del suo Sposo: tutto in essa ricalca questo triplice carattere. È dunque per questo che dopo i due Apostoli che abbiamo nominati, sant’Andrea costituisce l’oggetto d’un culto particolare nella Liturgia universale.
Ma leggiamo le gesta dell’eroico pescatore del lago di Genezareth, chiamato a diventare più tardi il successore di Cristo stesso e il compagno di Pietro sul legno della Croce. La Chiesa le ha attinte dagli antichi Atti del Martirio del santo Apostolo [1].
VITA. – Andrea Apostolo, nato a Betsaida, borgo della Galilea, era fratello di Pietro e discepolo di san Giovanni. Avendo sentito quest’ultimo dire di Cristo: « Ecco l’Agnello di Dio! », seguì Gesù, e gli condusse il fratello. Più tardi, mentre egli pescava insieme con il fratello nel mare della Galilea, furono entrambi chiamati, prima di tutti gli altri Apostoli, dal Signore che, passando vicino, disse loro: « Seguitemi: vi farò pescatori di uomini ». Essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Dopo la passione e la risurrezione, Andrea andò a predicare la fede cristiana nella provincia che gli era toccata in sorte, la Scizia d’Europa; quindi percorse l’Epiro e la Tracia e con la predicazione e i miracoli convertì a Gesù Cristo una moltitudine innumerevole. Giunto a Patrasso, città dell’Acaia, fece abbracciare a molti la verità del Vangelo, e non esitò a riprendere coraggiosamente il proconsole Egeo, che resisteva alla predicazione evangelica, rimproverandogli di voler essere il giudice degli uomini, mentre i demoni lo ingannavano fino a fargli misconoscere il Cristo Dio, Giudice di tutti gli uomini.
Egeo adirato gli dice: Finiscila di esaltare il tuo Cristo che simili propositi non hanno impedito che venisse crocifisso dai Giudei. E siccome Andrea continuava tuttavia a predicare intrepido che Gesù Cristo s’era lui stesso offerto alla Croce per la salvezza del genere umano, Egeo lo interrompe con un discorso empio, e lo avverte di pensare alla sua salvezza, sacrificando agli dei. Andrea gli dice: Per me, c’è un Dio onnipotente, solo e vero Dio, al quale sacrifico tutti i giorni, non già le carni dei tori né il sangue dei capri, ma l’Agnello senza macchia immolato sull’altare; e tutto il popolo partecipa alla sua carne, e l’Agnello che è sacrificato rimane integro e pieno di vita. Perciò Egeo, fuor di sé dalla collera, lo fa gettare in prigione. Il popolo ne avrebbe facilmente tratto fuori il suo Apostolo, se quest’ultimo non avesse calmato la folla, scongiurandola di non impedirgli di giungere alla corona del martirio.
Poco dopo, condotto davanti al tribunale, siccome esaltava il mistero della Croce e rimproverava ancora al Proconsole la sua empietà, Egeo esasperato ordinò che lo si mettesse in croce, per fargli imitare la morte di Cristo. Fu allora che, giunto sul luogo del martirio e vedendo la croce, Andrea esclamò da lontano: O buona Croce che hai tratto la tua gloria dalle membra del Signore, Croce lungamente bramata, ardentemente amata, cercata senza posa e finalmente preparata ai miei ardenti desideri, toglimi di mezzo agli uomini, e restituiscimi al mio Signore, affinché per te mi riceva Colui che per te mi ha riscattato. Fu dunque infisso alla croce, sulla quale rimase vivo per due giorni, senza cessar di predicare la fede di Gesù Cristo, e passò così a Colui del quale si era augurato di imitare la morte. I Sacerdoti e i Diaconi dell’Acaia, che hanno scritto la sua Passione, attestano che hanno visto e sentito tutte quelle cose così come le hanno narrate. Le sue ossa furono trasportate dapprima a Costantinopoli, sotto l’imperatore Costanzo, e quindi ad Amalfi. Il suo capo, recato a Roma sotto il papa Pio II, fu posto nella basilica di S. Pietro.
Preghiamo ora, in unione con la Chiesa, questo santo Apostolo il cui nome e la cui memoria costituiscono la gloria di questo giorno; rendiamogli onore, e chiediamogli il soccorso di cui abbiamo bisogno.
Sei tu, o beato Andrea, che incontriamo per primo in quella mistica via dell’Avvento nella quale camminiamo, cercando il nostro divin Salvatore Gesù Cristo; e ringraziamo Dio per averci voluto concedere un simile incontro. Quando Gesù, nostro Messia, si rivelò al mondo, tu avevi già prestato docile orecchio al santo Precursore che annunciava il suo avvicinarsi, e fosti uno dei primi fra i mortali a confessare, nel figlio di Maria, il Messia promesso nella Legge e nei Profeti. Ma non volesti rimanere il solo confidente di così meraviglioso Segreto; facesti presto partecipe della Buona Novella Pietro tuo fratello, e lo conducesti a Gesù. Santo Apostolo, anche noi desideriamo il Messia, il Salvatore delle anime nostre; poiché tu l’hai trovato, degnati dunque di condurre anche noi a lui. Poniamo sotto la tua protezione il sacro periodo di attesa e di preparazione che ci rimane da percorrere, fino al giorno in cui il Salvatore tanto atteso apparirà nel mistero della sua meravigliosa Nascita. Aiutaci nel renderci degni di vederlo in mezzo alla notte radiosa in cui apparirà. Il battesimo della penitenza ti preparò a ricevere la insigne grazia di conoscere il Verbo di vita; ottieni anche a noi di essere veramente pentiti e di purificare i nostri cuori, in questo sacro tempo, affinché possiamo contemplare con i nostri occhi Colui che ha detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Tu sei potente per introdurre le anime presso il Signore Gesù, o glorioso Andrea, poiché colui stesso che il Signore doveva costituire Capo di tutto il gregge fu presentato da te al divino Messia. Non dubitiamo che il Signore abbia voluto, chiamandoti a sé in questo giorno, assicurare la tua intercessione ai cristiani che, cercando nuovamente, ogni anno, Colui nel quale tu vivi per sempre, vengono a chiedere la via che conduce a lui.
Questa via, tu ce l’hai insegnata, è la via della fedeltà, della fedeltà fino alla Croce. Tu vi hai camminato con coraggio; e poiché la Croce conduce a Gesù Cristo, hai amato con passione la Croce. Prega, o Apostolo santo, affinché comprendiamo l’amore della Croce; affinché, dopo averlo compreso, lo mettiamo in pratica. Il tuo fratello ci dice nella sua Epistola: Poiché Cristo ha sofferto nella carne, armatevi, o fratelli, di questo pensiero (1Pt 4,1). Tu, o beato Andrea, ci presenti oggi il commento vivente di questa massima. Poiché il tuo Maestro è stato crocifisso, hai voluto esserlo anche tu. Dall’alto del trono a cui sei stato elevato con la Croce, prega dunque affinché la Croce sia per noi l’espiazione dei peccati che ci coprono, l’estinzione delle fiamme mondane che ci bruciano, e infine il mezzo per unirci con l’amore a Colui che solo l’amore vi ha affisso.
Ma, per quanto importanti e preziose siano per noi le lezioni della Croce, ricordati, o grande Apostolo, che esso è la consumazione e non il principio. È il Dio bambino, il Dio della mangiatoia che noi dobbiamo innanzitutto conoscere e gustare; è l’Agnello di Dio indicatoti da san Giovanni che noi abbiamo sete di contemplare. Il tempo attuale è quello dell’Avvento, e non quello della dolorosa Passione del Redentore. Fortifica dunque il nostro cuore per il giorno della battaglia; ma aprilo in questo momento alla compunzione e alla tenerezza. Poniamo sotto il tuo patrocinio la grande opera della nostra preparazione alla Venuta di Cristo nei nostri cuori.
Ricordati anche, o beato Andrea, della santa Chiesa di cui sei una delle colonne, e che hai irrorata con il tuo sangue; leva le tue potenti mani su di essa, davanti a Colui per il quale essa milita senza posa. Chiedi che la Croce che essa porta attraverso questo mondo sia alleviata; prega anche perché ami quella Croce, e vi attinga la forza e la vera felicità. Ricordati in particolar modo della santa Romana Chiesa, Madre e Maestra di tutte le altre, e ottienile la vittoria e la pace mediante la Croce, per il tenero amore che ha per te. Visita nuovamente, nel tuo Apostolato, la Chiesa di Costantinopoli, che ha perduto la vera luce insieme con l’unità, perché non ha voluto rendere omaggio a Pietro, tuo fratello, che tu hai onorato come tuo Capo per amore del comune Maestro. Infine, prega per il regno di Scozia, che da quattro secoli ha dimenticato la tua dolce tutela; fa’ che i giorni dell’errore siano abbreviati, e che quella metà dell’Isola dei Santi rientri presto, insieme con l’altra, sotto il vincastro dell’Unico Pastore.
[1] La maggior parte degli storici moderni pongono tra gli scritti apocrifi la celebre lettera dei sacerdoti e dei diaconi dell’Acaia che riferisce il martirio di sant’Andrea e dalla quale l’Ufficio del 30 novembre ha attinto i suoi tratti più belli. Tutti ammettono nondimeno che è un documento della più remota antichità. I Protestanti l’hanno rigettata soprattutto cerche vi si trova un’esplicita professione di fede nella realtà del Sacrificio della Messa e del sacramento dell’Eucaristia.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 30 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

SANTI SIMONE E GIUDA APOSTOLI – 28 ottobre – Festa

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SANTI SIMONE E GIUDA APOSTOLI

28 ottobre – Festa

I secolo dopo Cristo

Il 28 di ottobre la Chiesa commemora la festa liturgica degli Apostoli SIMONE e GIUDA TADDEO

Il primo era soprannominato Cananeo o Zelota, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo.
Nei vangeli i loro nomi figurano agli ultimi posti degli elenchi degli apostoli e le notizie che ci vengono date su di loro sono molto scarse. Di Simone sappiamo che era nato a Cana ed era soprannominato lo zelota, forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli zeloti. Secondo la tradizione, subì un martirio particolarmente cruento. Il suo corpo fu fatto a pezzi con una sega. Per questo è raffigurato con questo attrezzo ed è patrono dei boscaioli e taglialegna.
L’evangelista Luca presenta l’altro apostolo come Giuda di Giacomo. I biblisti sono oggi divisi sul significato di questa precisazione. Alcuni traducono con fratello, altri con figlio di Giacomo.
Matteo e Marco lo chiamano invece Taddeo, che non designa un personaggio diverso. È, invece, un soprannome che in aramaico significa magnanimo. Secondo san Giovanni, nell’ultima cena proprio Giuda Taddeo chiede a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù non gli risponde direttamente, ma va al cuore della chiamata e della sequela apostolica: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». L’unica via per la quale Dio giunge all’uomo, anzi prende dimora presso di lui è l’amore. Non è una caso che la domanda venga da Giuda. Il suo cuore magnanimo aveva, probabilmente, intuito la risposta del Maestro. Come Simone, egli è venerato come martire, ma non conosciamo le circostanze della sua morte. Secondo gli Atti degli Apostoli, però, sappiamo che gli apostoli furono testimoni della resurrezione, e questa è la gloria maggiore dell’apostolo e di ogni discepolo di Gesù.
Martirologio Romano: Festa dei santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

San SIMONE
Patronato: Pescatori
Etimologia: Simone = Dio ha esaudito, dall’ebraico
Emblema: Barca

Nonostante sia il più sconosciuto degli Apostoli, nella cui lista è solo nominato all’undicesimo posto, numerosissime opere d’arte lo raffigurano, sparse in tutta Italia ed in Europa, a testimonianza di un culto molto diffuso nella cristianità.
Stranamente a differenza degli altri apostoli, le notizie pervenutaci sulle sue origini, sulla sua presenza in seno al collegio apostolico, sulla sua attività evangelizzatrice, sulla sua morte, sono tutte incerte e sempre state controverse negli studi dei vari esperti lungo tutti i secoli.
Quindi siamo obbligati a considerare le varie ipotesi, mancando la certezza per una sola. Prima di tutto Gesù scelse i suoi apostoli guardando solo al cuore degli uomini e li volle appartenenti alle varie correnti del giudaismo di allora, dai farisei ai discepoli di s. Giovanni Battista, dagli zeloti a personaggi diciamo appartenenti alla gente comune, come pure un pubblicano.
Simone, per distinguerlo da Simon Pietro, gli evangelisti Matteo e Marco gli danno il soprannome di “Zelota” o “Cananeo”, forse l’appellativo può indicare la sua appartenenza al partito degli Zeloti, i ‘conservatori’ delle tradizioni ebraiche e fautori della libertà dallo straniero anche con le armi, oppure dalla città d’origine cioè Cana di Galilea.
Molti identificano Simone con l’omonimo cugino di Gesù, più noto come Simone fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale secondo la tradizione riportata da Egesippo del II secolo, sarebbe succeduto come vescovo di Gerusalemme dal 62 al 107, anno in cui subì il martirio sotto Traiano (53-117) a Pella, dove si era rifugiato con la sua comunità, per sfuggire alla seconda guerra giudaica.
I Bizantini lo identificano con Natanaele di Cana e con il direttore di mensa alle nozze di Cana; i Latini e gli Armeni lo fanno operare e morire in Armenia.
Fortunato vescovo di Poitiers, dice che Simone insieme a s. Giuda Taddeo apostolo, furono sepolti in Persia, dove secondo le storie apocrife degli Apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir.
Un monaco del IX secolo affermava che una tomba di s. Simone esisteva a Nicopsis (Caucaso) dove era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel secolo VII.
Altri ancora affermano che Simone visitò l’Egitto e insieme a s. Giuda Taddeo, la Mesopotamia, dove entrambi subirono il martirio, segati in due parti, da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere.
Ma al di là di tutte le incertezze, Simone lo ‘Zelota’ o il ‘Cananeo’, è senz’altro un Apostolo di Cristo e come tutti i discepoli del Signore, prese il suo bastone e percorse a piedi regioni vicine e lontane, per portare la luce della Verità e propagare la nuova religione fra i pagani.
Lo si può paragonare ai tanti discepoli di Cristo, che in ogni tempo hanno lavorato e lavorano nel silenzio e nascondimento per il trionfo del Regno di Dio, senza riconoscimenti eclatanti e ufficiali, in piena umiltà, perseveranza e sacrificio anche cruento della vita.
Simone comunque è sempre rappresentato con gli altri Apostoli, nell’iconografia di Cristo e della Vergine, quindi nelle raffigurazioni del Cenacolo e negli altri momenti comuni degli Apostoli, la Pentecoste e la ‘Dormitio Verginis’.
Nella ‘Leggenda Aurea’ e nel Martirologio Romano egli è accomunato all’altro apostolo s. Giuda Taddeo, con il quale si ritiene predicò il Vangelo in Egitto e Mesopotamia e subendo insieme il martirio secondo alcuni scrittori.
La loro festa ricorre il 28 ottobre, a Venezia è a loro dedicata la chiesa di “S. Simone Piccolo”.

San GIUDA TADDEO

Patronato: Casi disperati
Etimologia: Giuda = zelatore di Dio, lodata, dall’ebraico
Emblema: Barca, Bastone, Lancia

San Giuda non va confuso con l’omonimo Apostolo traditore, Giuda Iscariota, il ” figlio della perdizione “. Quello di oggi è Giuda fratello di Giacomo, detto Taddeo, cioè ” dal petto largo “, che vuol dire poi ” magnanimo “.
Il nome di Giuda, prima che l’infelice traditore lo rendesse odioso, era uno dei più belli nella storia ebrea. Era stato portato da uno dei figli di Giacobbe, o Israele, e a Giuda si intitolò una delle dodici Tribù, quella dalla quale sarebbe fiorito, in Betlemme, terra di Giuda, il virgulto del Messia.
Giuda Maccabeo, eroe della rivolta giudaica contro Antioco IV, e Giuda detto il Santo, maestro per eccellenza, avevano reso onore a quel nome, come gli rese onore l’Apostolo San Giuda, detto Taddeo, che possiamo immaginare alla mensa dei Redentore, proprio accanto al suo omonimo Giuda Iscariota. Egli domanda a Gesù: “Signore, che cosa è avvenuto, che tu debba manifestarti a noi e non al mondo?”. E Gesù gli risponde: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l’amerà e verremo a lui, e faremo una cosa sola”.
E’ la lezione dell’amore mistico, che Giuda Taddeo provoca con la sua domanda. L’amore di Dio unisce, mentre l’amore di se stessi divide.
Per questo, San Giuda scrisse una breve lettera, nella quale rimprovera i fomentatori di discordie, che chiama “nuvole senza acqua, portate qua e là dai venti; alberi d’autunno, senza frutto, onde furiose del mare, che spumano le proprie turpitudini. astri erranti, ai quali sono serbate in eterno le tenebre più profonde”.
“Costoro – egli dice – sono mormoratori queruli che vivono secondo i loro appetiti, e la loro bocca parla di cose superbe, e se lodano qualcuno, lo fanno per fini interessati”.
La breve lettera di Giuda, che fu giudicata “piena della forza e della grazia dei cielo”, ci fa intravedere la figura di San Giuda come maestro fermo e sapiente, che esercitò con zelo e con amore quella missione affidata da Gesù ai suoi Apostoli, prima di lasciare la terra per il cielo.
Infatti, dopo l’Ascensione, anche Giuda Taddeo andò a portare nel mondo la Buona Novella. Secondo qualcuno, egli avrebbe evangelizzato la Mesopotamia; secondo altri la Libia. Si crede che morisse anch’egli Martire, e il suo corpo sarebbe stato sepolto in Persia.

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BENEDETTO XVI : SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060830_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 agosto 2006

SAN MATTEO APOSTOLO – 21 SETTEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.
Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano … non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo – “poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.

 

25 LUGLIO: SAN GIACOMO APOSTOLO – VITA E TRADIZIONE

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25 LUGLIO: SAN GIACOMO APOSTOLO – VITA E TRADIZIONE

E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo (detto il Minore). Nato a Betsaida, sul lago di Tiberiade, era figlio di Zabedeo e si Salome (Mc 15,40; cf Mt 27,56) e fratello di Giovanni l’evangelista. Col fratello fu chiamato fra i primi discepoli di Gesù e fu pronto a seguirlo (Mc 1,19s; Mt 4,21s; Lc 5,10). È sempre messo fra i primi tre Apostoli (Mc 3,17; Mt 10,2; Lc 6,14; Atti 1,13). Di carattere pronto e impetuoso, come il fratello, assieme a lui viene soprannominato da Gesù “Boànerghes” (figli del tuono) (Mc 3,17; Lc 9,52-56). E’ tra i prediletti discepoli di Gesù, assieme al fratello, a Pietro e ad Andrea
Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36), della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37-43; Lc 8,51-56); Assiste all’improvvisa guarigione della suocera di Pietro (Mc 1,29-31); con gli altri 3 apostoli interroga Gesù sui segni dei tempi premonitori della fine (Mc 13,1-8). Infine con Pietro e Giovanni è chiamato da Gesù a vegliare nel Getmsemani alla vigilia della Passione (Mc 14,33ss; Mt 27,37s).
Con zelo intempestivo, aveva chiesto di far scendere il fuoco sui Samaritani che non accoglievano Gesù, meritando un rimprovero (Lc 9,51-56). Ambiziosamente mirò ai primi posti nel regno, protestandosi pronto a tutto; e suscitò la reazione degli altri apostoli e il richiamo di Gesù a un altro primato: quello del servizio e del martirio (Mc 10,35-45; Mt 20,20-28). E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. “Il re Erode (Agrippa I) cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni” (Atti 12,1-2.
Una tradizione risalente almeno a Isidoro di Siviglia narra che Giacomo andò in Spagna per diffondere il Vangelo.
Ai tempi di Giacomo si svolgeva un intenso commercio di minerali come lo stagno, l’oro, il ferro ed il rame dalla Galizia alle coste della Palestina. Nei viaggi di ritorno venivano portati oggetti ornamentali, lastre di marmo, spezie ed altri prodotti comperati ad Alessandria ed in altri porti ancora più orientali, di grande importanza commerciale. Si pensa che l’Apostolo abbia realizzato il viaggio dalla Palestina alla Spagna in una di queste navi, sbarcando nelle coste dell’Andalusia, terra in cui cominciò la sua predicazione. Proseguì la sua missione evangelizzatrice a Coimbra e a Braga, passando, secondo la tradizione, attraverso Iria Flavia nel Finis Terrae ispanico, dove proseguì la predicazione.
Nel Breviario degli Apostoli (fine del VI secolo) viene attribuita per la prima volta a San Giacomo l’evangelizzazione della “Hispania” e delle regioni occidentali, si sottolinea il suo ruolo di strumento straordinario per la diffusione della tradizione apostolica, così come si parla della sua sepoltura in Arca Marmárica. Successivamente, già nella seconda metà del VII secolo, un erudito monaco inglese chiamato il Venerabile Beda, cita di nuovo questo avvenimento nella sua opera, ed indica con sorprendente esattezza il luogo della Galizia dove si troverebbe il corpo dell’Apostolo.
La tradizione popolare indica la presenza del corpo di San Giacomo nelle cime prossime alla valle di Padrón, ove esisteva il culto delle acque. Ambrosio de Morales nel XVI secolo, nella sua opera il Viaggio Santo dice:” Salendo sulla montagna, a metà del fianco, c’è una chiesa dove dicono che l’Apostolo pregasse e dicesse messa, e sotto l’altare maggiore si protende sin fuori della chiesa una sorgente ricca d’acqua , la più fredda e delicata che abbia provato in Galizia”. Questo luogo esiste attualmente ed ha ricevuto il nome affettuoso di “O Santiaguiño do Monte”. Uno degli autori dei sermoni raccolti nel Codice Calixtino, riferendosi alla predicazione di San Giacomo in Galizia, dice che ” colui che vanno a venerare le genti, Giacomo, figlio di Zebedeo, la terra della Galizia invia al cielo stellato”.
Il ritorno in Terra Santa, si svolse lungo la via romana di Lugo, attraverso la Penisola, passando per Astorga e Zaragoza, ove, sconfortato, Giacomo riceve la consolazione ed il conforto della Vergine, che gli appare (secondo la tradizione il 2 gennaio del 40), secondo la tradizione, sulle rive del fiume Ebro, in cima ad una colonna romana di quarzo, e gli chiede di costruire una chiesa in quel luogo. Questo avvenimento servì per spiegare la fondazione della Chiesa di Nuestra Señora del Pilar a Zaragoza, oggi basilica ed importante santuario mariano del cattolicesimo spagnolo. Da questa terra, attraverso l’Ebro, San Giacomo probabilmente si diresse a Valencia, per imbarcarsi poi in un porto della provincia di Murcia o in Andalusia e far ritorno in Palestina tra il 42 ed il 44 d.C..
Oramai in Palestina, Giacomo, assieme al gruppo dei “Dodici”, entra a far parte delle colonne portanti della Chiesa Primitiva di Gerusalemme, ricoprendo un ruolo di grande importanza all’interno della comunità cristiana della Città Santa. In un clima di grande inquietudine religiosa, dove di giorno in giorno aumentava il desiderio di sradicare l’incipiente cristianesimo, sappiamo che fu proibito agli apostoli di predicare. Giacomo tuttavia, disprezzando tale divieto, annunciava il suo messaggio evangelizzatore a tutto il popolo, entrando nelle sinagoghe e discutendo la parola dei profeti. La sua gran capacità comunicativa, la sua dialettica e la sua attraente personalità, fecero di lui uno degli apostoli più seguiti nella sua missione evangelizzatrice.
Erode Agrippa I, re della Giudea, per placare le proteste delle autorità religiose, per compiacere i giudei ed assestare un duro colpo alla comunità cristiana, lo sceglie in quanto figura assai rappresentativa e lo condanna a morte per decapitazione. In questo modo diventa il PRIMO MARTIRE DEL COLLEGIO APOSTOLICO. Questa del martirio di San Giacomo il Maggiore è l’ultima notizia tratta dal Nuovo Testamento.
Secondo la tradizione, lo scriba Josias, incaricato di condurre Giacomo al supplizio, è testimone del miracolo della guarigione di un paralitico che invoca il santo. Josias, turbato e pentito, si converte al cristianesimo e supplica il perdono dell’Apostolo: questi chiede come ultima grazia un recipiente pieno d’acqua e lo battezza. Ambedue verranno decapitati nell’anno 44.
Dice la leggenda che due dei discepoli di San Giacomo, Attanasio e Teodoro, raccolsero il suo corpo e la testa e li trasportarono in nave da Gerusalemme fino in Galizia. Dopo sette giorni di navigazione giunsero sulle coste della Galizia, ad Iria Flavia, vicino l’attuale paese di nome Padrón.
Nel racconto della sepoltura dei resti di San Giacomo, impregnato di leggenda, appare Lupa, una dama pagana ricca ed influente, che viveva allora nel castello Lupario o castello di Francos, a poca distanza dall’attuale Santiago. I discepoli, alla ricerca di un terreno dove seppellire il loro maestro, chiesero alla nobildonna il permesso di inumarlo nel suo feudo. Lupa li rimette alla decisione al governatore romano Filotro, che risiedeva a Dugium, vicino Finisterra. Ben lungi dall’intendere le loro ragioni, il governatore romano ordina la loro incarcerazione.
Secondo la tradizione, i discepoli furono liberati miracolosamente da un angelo e si dettero alla fuga inseguiti dai soldati romani. Giunti al ponte di Ons o Ponte Pías, sul fiume Tambre, ed attraversatolo, questo crollò provvidenzialmente permettendogli di fuggire. La regina Lupa, simulando un cambio di atteggiamento, li portò al Monte Iliciano, oggi noto col nome di Pico Sacro, e gli offrì dei buoi selvaggi che vivevano in libertà ed un carro per trasportare i resti dell’Apostolo da Padrón fino a Santiago. I discepoli si avvicinarono agli animali che, dinnanzi agli occhi esterrefatti di Lupa, si lasciarono porre di buon grado il giogo. La regina dopo quest’esperienza decide di abbandonare le sue credenze per convertirsi al cristianesimo.
Narra la leggenda che i buoi cominciarono il loro cammino senza ricevere nessuna guida, ad un certo punto si fermarono per la sete ed iniziarono a scavare con i loro zoccoli il terreno, facendone zampillare poco dopo dell’acqua. Si trattava dell’attuale sorgente del Franco, vicino al Collegio Fonseca, luogo dove posteriormente sarà edificata, in ricordo, la piccola cappella dell’Apostolo, nell’attuale “rua del Franco”. I buoi proseguirono il loro cammino e giunsero in un terreno di proprietà di Lupa, che lo donò per la costruzione del monumento funerario. In quel medesimo luogo, secoli dopo fu costruita la cattedrale, centro spirituale che presiede la città di Santiago.
Quando poi la Spagna cade in mano araba (sec. IX), nell’angoscia dell’occupazione, i cristiani spagnoli tributano a San Giacomo un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 Giovanni Paolo II va pellegrino a Santiago de Compostella e Benedetto XVI lo imita il 6 novembre 2010 in occasione, come il predecessore, dell’Anno Santo Compostellano che viene indetto ogni qualvolta il 25 luglio cade di domenica.
Eccezionalmente dal 22 al 25 luglio 2010 la Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha concesso all’Oratorio di San Giacomo a Levanto di essere Porta Santa come a Santiago e tutti i fedeli che secondo le regole prescritte si recavano in pellegrinaggio al Colle della Costa potevano lucrare tutte le indulgenze che la Chiesa attribuisce in queste occasioni al Santuario Galliziano.

ETIMOLOGIA: Giacomo è un nome di origine ebraica e significa “Dio ti protegga”. Esistono circa 50 santi e beati con questo nome, ma il più popolare è San Giacomo Apostolo detto Maggiore. La sua festa si celebra il 25 luglio. Giacomo esiste anche in versione femminile – Giacoma, inoltre in forme derivanti: Giacobbe, Jacopo, Iacopo, (soprattutto in Toscana) , Jakob (tedesco, polacco), James (inglese), Jacques (francese) Iago (spagnolo).

PATRONATI: San Giacomo è patrono e protettore di numerose città e paesi, fra altri : Pisa, Pesaro, Pistoia, Compostela, Spagna, Portogallo, Guatemala
E’ considerato Patrono di pellegrini, viandanti e questuanti, farmacisti, droghieri, cappellai e calzettai; va invocato contro i reumatismi e per il bel tempo.

EMBLEMA: Il suo attributo principale è il bastone e la zucca, attributi secondari possono essere: otre e la borsa da pellegrino, vestito e cappello da pellegrino, conchiglia.

 

Publié dans:Santi, SANTI APOSTOLI |on 25 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

SAN TOMMASO APOSTOLO – 3 LUGLIO

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SAN TOMMASO APOSTOLO

3 LUGLIO

PALESTINA – INDIA MERIDIONALE (?), PRIMO SECOLO DELL’ÈRA CRISTIANA

Chiamato da Gesù tra i Dodici. Si presenta al capitolo 11 di Giovanni quando il Maestro decide di tornare in Giudea per andare a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli temono i rischi, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: «Andiamo anche noi a morire con lui», deciso a non abbandonare Gesù. Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Dopo la morte del Signore, sentendo parlare di risurrezione «solo da loro», esige di toccare con mano. Quando però, otto giorni dopo, Gesù viene e lo invita a controllare esclamerà: «Mio Signore e mio Dio!», come nessuno finora aveva mai fatto. A metà del VI secolo, un mercante egiziano scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)

Patronato: Architetti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall’ebraico

Emblema: Lancia
Martirologio Romano: Festa di san Tommaso, Apostolo, il quale non credette agli altri discepoli che gli annunciavano la resurrezione di Gesù, ma, quando lui stesso gli mostrò il costato trafitto, esclamò: «Mio Signore e mio Dio». E con questa stessa fede si ritiene abbia portato la parola del Vangelo tra i popoli dell’India.
Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Il suo nome, in aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere. Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta. Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: « Andiamo anche noi a morire con lui ». E’ sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato. Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: « E del luogo dove io vado voi conoscete la via ». Obietta subito Tommaso, candido e confuso: « Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via? ». Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice. E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: « Io sono la via, la verità e la vita ». Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente. Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. E’ a loro che parla, non a Gesù. E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”… Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto. E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: « Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno ».
Tommaso è ancora citato da Giovanni al capitolo 21 durante l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade. Gli Atti (capitolo 1) lo nominano dopo l’Ascensione. Poi più nulla: ignoriamo quando e dove sia morto. Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”) non sono ritenuti attendibili. A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 3 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

PIETRO E LE PIETRE DELLA CITTÀ ETERNA – DEL CARDINALE PAUL POUPARD

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PIETRO E LE PIETRE DELLA CITTÀ ETERNA

UNA RIFLESSIONE DEL PRESIDENTE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA CULTURA

DEL CARDINALE PAUL POUPARD

Non so se ci sia qualche impertinenza nella domanda «Roma è al centro del mondo?». Ma so che ci sono tanti modi pertinenti di rispondere. Io da parte mia lo farò partendo da un’affermazione di Madame Swetchine, l’amica di Lacordaire, lui stesso amico di un sacerdote francese oggi piuttosto dimenticato, l’abbé Louis Bautain.
Madame Swetchine, Lacordaire, Bautain Ascoltiamo Madame Swetchine: «Roma è la regina delle città, è un mondo assolutamente diverso da tutto quello che abbiamo incontrato altrove; le sue bellezze e i suoi contrasti sono di un ordine tanto elevato che niente ad essi ci prepara, niente potrebbe farne presagire né prevedere l’effetto. Qui le idee diventano grandi, qui i sentimenti diventano più religiosi, il cuore si placa. Vi sono compresenti tutte le epoche della storia, separate e distinte, e sembra che ognuna abbia voluto imprimere il proprio carattere ai suoi monumenti, avere un orizzonte che sia il suo, e per così dire, un’atmosfera particolare… La bellezza non è forse eterna come la verità? Quale stretto legame dunque tra la religione e l’arte!». E l’ortodossa convertita ricompare quando fa questa constatazione: «Una delle prove della verità del cattolicesimo è che risponde così bene alla natura esclusiva del nostro cuore. Le altre Chiese credono di semplificare la religione, di renderla più accessibile, più accettabile, estendendo a ogni comunione le promesse fatte dal suo divino Autore, ed è un ben strano disconoscimento dei nostri bisogni autentici. Più una regola è positiva, esclusiva, austera, esigente, più è attraente per noi, grazie a quel vago istinto che ci fa intravedere quanto la nostra mobilità abbia bisogno di essere fermata, la nostra debolezza di essere sostenuta, il nostro pensiero ricondotto e orientato. Nessuno si appassionerà mai a una religione che dice che le altre la equivalgono, e il Dio geloso lo sapeva bene. Dal momento in cui una cosa non è, non dico solo la migliore, ma l’unica completamente buona, perché scegliere, preferire, concentrarsi, e non lasciar frazionare il suo omaggio e il suo amore?».
Questo testo di Madame Swetchine trovato quasi per caso mi ha invitato a rileggere delle pagine che, con il fervore del giovane romano che allora ero, proponevo ai lettori di La vie spirituelle nel novembre del 1961, su Lacordaire, Bautain e Madame Swetchine. Al centro vi è Roma, dove l’abbé Bautain, filosofo di Strasburgo, viene denunciato dal suo vescovo per fideismo.
Lacordaire gli scrive, il 1° febbraio 1838: «Una condanna di Roma resta per sempre nella storia, la sua infallibilità ne garantisce il destino eterno. Invece la condanna di un vescovo non ha lo stesso destino, né la stessa solidità…». Presenta così alla sua corrispondente monsignor le Pappe de Trévern: «L’anziano vescovo di Strasburgo evidentemente è un gallicano esagerato, molto meno colpito da quel che c’è di falso in Bautain che da quel che c’è di vero… Nessuno più di me dà valore alla purezza della dottrina e direi che ogni giorno ne divento più geloso, per me stesso; ma la carità nel considerare le dottrine è il contrappeso assolutamente necessario dell’inflessibilità teologica. Ci si muove da veri cristiani se si cerca la verità e non l’errore in una dottrina, e si fa ogni sforzo fino al sangue per trovarcela, come si coglie una rosa attraverso le spine. Chi fa d’ogni erba un fascio del pensiero di un uomo, di un uomo sincero, costui è un fariseo, l’unica razza di uomini che sia stata maledetta da Gesù Cristo. C’è forse un Padre della Chiesa che non abbia opinioni e anche errori? Getteremo i loro scritti dalla finestra affinché l’oceano della verità sia più puro? L’uomo che combatte per Dio è un essere sacro, e fino al giorno di una condanna manifesta bisogna considerare il suo pensiero con cuore amico».
E il 1° febbraio 1840, in un’altra lettera alla sua corrispondente, Lacordaire aggiunge: «Nel 1838, quando ero a Metz, fui avvertito che si cercava di mandarlo a Roma, l’ultimo rifugio di coloro che sbagliano contro la durezza di quelli che non sbagliano mai… Lo convinsi ad andare a Roma. Partì, fu ben accolto, tornò incantato da Roma…»1.
Ho pubblicato molto tempo fa il Journal romain de l’abbé Louis Bautain (1838) (Il diario romano del 1838 dell’abbé Bautain) che ripercorre quella storia oggi dimenticata. Ho voluto ricordarla, cosa che ho fatto nel mio Rome-Pèlerinage2, perché per tanti pellegrini del passato e di oggi il pellegrinaggio a Roma è soprattutto la preghiera nella Basilica di San Pietro, in un cammino di fede verso il magistero vivo della Chiesa che, secondo le promesse fatte da Cristo a Pietro, prosegue nella persona del suo successore, il papa. È una grazia del pellegrinaggio a Roma l’adesione rinnovata a Pietro, il cui successore resta garante della verità del Vangelo, in mezzo alla confusione del secolo.
Bautain scrive, la sera stessa del suo arrivo, nel suo diario, il 28 febbraio 1838: «Infine partimmo… Eravamo molto impazienti di veder apparire la grande città, nonostante la fatica della notte passata e delle precedenti ci avesse prostrati; all’improvviso, arrivati su un’altura, il vetturino ci gridò facendoci segno con il suo frustino: “Roma!”. Vedemmo infatti, nella foschia del mattino, la cupola di San Pietro e in un momento essa fece come apparire ai nostri occhi tutta Roma, antica e moderna, Roma maestra del mondo, sia per la forza che per lo spirito. Dovemmo salire e scendere non pochi avvallamenti, dopo quell’apparizione, e infine vedemmo da vicino San Pietro e il Vaticano, e fu la prima cosa di Roma che vedemmo entrando dalla porta di Civitavecchia che è sul di dietro, tanto che sembra di entrare nel Vaticano stesso. Così quello che abbiamo visto di Roma, fin dall’inizio, è stato quello che unicamente eravamo venuti a cercare, cioè San Pietro e il Vaticano»3.
LA VOCAZIONE DI ROMA Così, mi sembra, si chiarisce la risposta da dare alla domanda: «Roma è al centro del mondo?». Perché questa parola “centro” può essere intesa in tanti sensi: centro di attrazione o centro di irradiazione?
Se lo si intende come centro di attrazione o di irradiazione, nel mondo, bisogna sapere se si pensa al papa o alla Curia. Sappiamo che le due cose non si confondono, la seconda è al servizio del primo. Bisogna d’altro canto distinguere l’aspetto religioso, l’aspetto morale e l’aspetto politico delle cose. La risposta non sarà la stessa a seconda che si consideri l’uno o l’altro aspetto.
Se si guarda alla cosiddetta opinione comune e ci si sforza di giudicare di conseguenza questa opinione comune alla luce di quello che la Chiesa pensa di sé stessa, mi sembra che si sia in presenza di due concezioni ugualmente false di Roma e della Santa Sede. Una concezione tende a minimizzare indebitamente il ruolo di Roma come centro di attrazione o di irradiazione considerandola una semplice Chiesa tra altre. In opposizione a questa concezione che minimizza, ce n’è un’altra che tende a esagerare, in un certo senso, il suo ruolo, assimilandola più o meno formalmente a un “potere”, ignorando quello che la Chiesa ha detto di sé stessa al Concilio in materia di libertà religiosa4.
Mi sembra che Roma, ed è la sua propria vocazione, vorrebbe essere considerata come testimone principale – e la Chiesa attraverso di lei –, come testimone di Cristo vivente, morto e risorto, testimone qualificata come nessun altro in base alla missione data a Pietro da Cristo. Questa testimonianza ha in Roma un’espressione straordinariamente autentica per coloro che credono e anche per alcuni di coloro che non credono. Roma, allora, come centro della Chiesa può e deve accettare di avere una responsabilità universale e missionaria, qualsiasi siano le debolezze connaturate a ogni collaborazione umana all’opera di Dio.
L’Urbs
Mi sembra che questa sia la vocazione di Roma, cosa che spiega in qualche modo il fascino di Roma. Perché la città di Roma dopo due millenni esercita un vero fascino in tutto il mondo, tanto che la si è potuta chiamare “la Città” e basta: “l’Urbs”. È alla città e al mondo, Urbi et orbi, che il Santo Padre dà la sua benedizione solenne dall’alto della loggia della Basilica di San Pietro, davanti a quella piazza meravigliosa che porta il nome dell’apostolo fondatore. I telespettatori non smettono di guardarla, sperando di fare davvero, un giorno, il pellegrinaggio a Roma. Perché se tutte le strade portano a Roma, è ancora più vero aggiungere, oggi, che riportano là il viaggiatore abbagliato, il pellegrino desideroso di rifare i passi degli apostoli, di pregare nelle grandi basiliche, di partecipare al fervore di un popolo multicolore, la cui fede si ravviva cantando con il successore di Pietro il Credo cattolico.
Inestinguibile Roma! Inestinguibile Roma! La si è potuta chiamare capitale della civiltà e del diritto, dell’arte e della storia, Roma delle pietre e dei secoli inestricabilmente mescolati tra loro, Roma sotterranea delle catacombe, Roma costruita sulla sepoltura di Pietro scoperta in Vaticano, edificata sul martirio degli apostoli, ma anche sulle macerie dei templi pagani e delle città antiche, Roma moderna, infine, piena del fruscio di tanti ricordi e del rumore delle grandi arterie, o degli stretti vicoli di Trastevere, Roma delle chiese e dei conventi, Roma delle università e dei collegi, Roma dei pellegrini, con la folla che calpesta, settimana dopo settimana, il sagrato di San Pietro, sotto le finestre del papa.
Come diceva Giovanni Paolo II il 25 aprile 1979, per l’anniversario della fondazione di Roma, questa data non segna solo l’inizio di una successione di generazioni umane che hanno abitato la città. È anche un inizio per nazioni e popoli lontani che sanno di avere un legame di unità particolare con la tradizione culturale latina in ciò che essa ha di più profondo.
Gli apostoli del Vangelo, e in primo luogo Pietro di Galilea e Paolo di Tarso, sono venuti a Roma e vi hanno impiantato la Chiesa. È così che nella capitale del mondo antico ha cominciato a esistere la Sede dei successori di Pietro, dei vescovi di Roma. Ciò che era cristiano si è radicato in ciò che era pagano e, dopo essersi sviluppato nell’humus romano, ha cominciato a crescere con nuova forza. Qui il successore di Pietro è l’erede di quella missione universale che la Provvidenza ha inscritto nel libro della storia della Città eterna.
Pietro e le pietre Regina della storia, festa delle arti, delizia degli occhi e gioia del cuore, Roma è per il pellegrino il centro vivo e visibile dell’unità della Chiesa cattolica, fecondato dal martirio degli apostoli, irrigato da secoli di fede, illuminato dalla presenza del successore di Pietro. Che voi arriviate dall’aeroporto di Fiumicino, dalla stazione Termini o dall’autostrada del Sole piena di macchine, avrete in voi la stessa preoccupazione, brucerete dello stesso ardente desiderio: vedere San Pietro e il Santo Padre. Per il pellegrino che viene a Roma infatti il messaggio delle pietre del passato si coniuga con i volti dell’oggi di Dio, in una viva testimonianza di fede. Egli non visita soltanto luoghi prestigiosi carichi di storia millenaria, ma prende posto entro una schiera di testimoni, e pone i suoi passi, insieme con i suoi contemporanei di tutto il mondo, sulle orme di coloro che, attraverso le epoche, l’hanno preceduto. Continuità vivente nel tempo e nello spazio, la Chiesa che i cristiani formano si ritrova a Roma in una secolare catena.
Membri di tante comunità sparse tra i popoli, i cristiani, a Roma, scoprono di colpo la loro unità profonda di popolo di Dio raccolto intorno alla tomba di Pietro e al suo successore vivente, in Vaticano. L’enorme capitale del mondo antico infatti è stata scelta dagli apostoli perché volevano impiantare il Vangelo nel cuore stesso dell’Impero. Venuti a Roma per annunciarvi la fede in Cristo risorto, Pietro e Paolo vi hanno trovato la morte. Il loro martirio vi ha radicato la Chiesa. Secondo l’antico detto: il sangue dei martiri è seme dei cristiani. E fin dai primi secoli i cristiani, spinti da un sentimento incontenibile, si sono messi in movimento verso le tombe dei santi apostoli, per professarvi la loro fede, in continuità vivente con i loro padri e in unione stretta con il vescovo di Roma.
San Pietro e il Santo Padre Roma come pellegrinaggio non è affatto una terra straniera cui ci si accosta per una visita effimera, decisa in fretta e subito dimenticata. Non è neanche un santuario circoscritto, limitato a un’apparizione lontana. È l’Urbe tutta intera che è la patria dei fedeli cattolici, e anche di tanti cristiani, da più di duemila anni. Il tempo, che altrove si dissolve nella storia, qui si radica nella durata. Mentre in un pellegrinaggio a un luogo in cui si è manifestata la Vergine Maria o un santo la continuità consiste nella sola fedeltà a tale messaggio Roma si affermò nel tempo, che essa ha riempito della sua presenza e della sua azione. Pietro e Paolo, martiri, sono sepolti qui. Sulle loro tombe si innalzano due basiliche. Le catacombe serbano le tracce dei vivi e dei morti dei primi secoli. Ma i pellegrini non si limitano a frequentare dei luoghi. A Roma incontrano il vicario di Cristo, successore di Pietro. Tra Pietro e le pietre non c’è antagonismo ma complementarità.
Cosa andate a fare a Roma? Un pellegrinaggio alle basiliche? O a vedere il papa? Perché dire “o”, quando evidentemente si tratta di una “e” che bisogna dire e fare! Questa è la singolarità di Roma come pellegrinaggio: luoghi e uomini che non si possono separare, perché tutto li unisce. Il pellegrino va verso piazza San Pietro per pregare nella Basilica di San Pietro e per vedere il Santo Padre. Videre Petrum: questa antica esclamazione di fede scaturisce dalle profondità dei secoli, è il passo credente che unisce Pietro a Giovanni Paolo II, l’uno e l’altro, l’uno dopo l’altro destinatari della promessa inaudita di Cristo: «Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa». Si tratta proprio di un passo di fede, animato dalla certezza che inabita il poeta: «E noi siamo caduti nella rete di Pietro. Perché è Gesù che l’aveva gettata per noi» (Charles Péguy).
Da Pietro a Karol Pietro è venuto a Roma. È stato il suo primo vescovo. E dopo la sua morte il vescovo di Roma gli succede nella sua carica di pastore, responsabile in primo grado del collegio dei vescovi di cui lui è il primo: chiave di volta – e la volta sono loro – della Chiesa sparsa attraverso il tempo e lo spazio, diffusa ai quattro angoli dell’universo, in cammino verso la patria eterna. Città di Dio al cuore della città degli uomini, dei quali vorrebbe essere l’anima, la Chiesa di Gesù Cristo non è affatto un conglomerato informe, ma un organismo strutturato. Le sue strutture visibili sono foriere dell’invisibile ed essenziale nervatura spirituale di grazia, di cui il Signore è la fonte e lo Spirito il canale. Saldamente mischiato ai suoi fratelli di ogni razza e ogni lingua, il pellegrino in visita a Roma, in questa città prende meglio coscienza che cammina dal tempo verso l’eternità. Perché l’eternità vi ha già lasciato la sua traccia. Il tempo può anche disfare le pietre lungo il corso dei secoli, Pietro, lui, è sempre vivo, da Simone di Galilea a Karol di Cracovia, anche lui venuto da lontano, per meglio portarci lontano, nella barca della Chiesa, al vento dello Spirito.
Il pellegrino che visita degli edifici materiali, segno e custodia di una realtà spirituale, non li avvicina così come un turista scopre un’opera d’arte. È un credente che pone i suoi passi su quelli di generazioni che l’hanno preceduto, dalle quali ha ricevuto, insieme alla chiesa dove viene a pregare, la fede che anima la sua preghiera. Per questo, il cuore del pellegrinaggio a Roma è l’incontro e la benedizione ricevuta dal successore di Pietro. È la grazia propria dell’udienza nella quale ogni mercoledì il Santo Padre si rivolge ai pellegrini, come testimone della fede e interprete autorizzato del Vangelo, così come la grazia della recita con loro, ogni domenica, dell’Angelus.
La vocazione di Roma è di confermarli nella fede affinché la vivano su tutte le strade della Chiesa e del mondo, in mezzo agli uomini, su tutte le strade che sono le strade di Cristo, secondo la bella immagine di Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis.
Come non pensare che tra tutte quelle strade Roma è privilegiata, grazie alla continuità di una tradizione di cui l’Urbe è depositaria. Il successore di Pietro non è un mitico disco volante caduto dal cielo di Polonia sulle rive del Tevere. Non è un nuovo Melchisedec, senza padre né madre né genealogia. Come dice il suo nome, è un successore. La sua persona si identifica con la sua funzione… Questa, erede del Vangelo e segnata dal peso della storia, si inscrive nei due millenni che hanno riempito la città di Roma, innalzando il suo divenire nella città degli uomini al destino di Città di Dio. Chiesa incarnata, la Chiesa di Roma non è senza macchia, non è dura e pura come un’utopia, la cui sola qualità reale sarebbe il non esistere. Invece essa esiste, con i suoi tratti segnati così fortemente dal tempo e dallo spazio, dagli uomini e dalle loro costruzioni di pietra. Così, la vocazione di Roma è l’incarnazione della fede, con gli apostoli Pietro e Paolo e i milioni di credenti che sono venuti a pregare sulle loro tombe e ad abbeverarcisi nella fede.
Come diceva Giovanni Paolo II il 4 luglio 1979, dopo aver celebrato per la prima volta a Roma la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo: «Come è eloquente l’altare, al centro della Basilica, sul quale il successore di Pietro celebra l’eucaristia pensando che è così vicino all’altare in cui Pietro ha fatto, sulla croce, il sacrificio della sua vita in unione con quello, sul Calvario, di Cristo crocifisso e risorto».
Guardare e capire Davanti a tanti tesori accumulati non mancano le critiche che si scandalizzano di questo mecenatismo, mentre ci sono tante povertà che gridano vendetta. Non si può riscrivere la storia, e oggi capiamo difficilmente il comportamento dei papi del Rinascimento. Paolo VI, inaugurando la nuova sala delle udienze, la Sala Nervi, il 30 giugno 1971, dichiarò che essa «non esprime alcun orgoglio monumentale o vanità ornamentale, ma che l’audacia propria dell’arte cristiana è quella di esprimersi in termini grandi e maestosi». Ma anche tanto tempo prima, quando era sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Montini si era espresso in questi termini, che io dedico, quarant’anni dopo, ai pellegrini di oggi: «Fascino, reverenza, stupore o semplice curiosità, o ancora diffidenza prudente guidano i passi del moderno romeo che non si è potuto sottrarre alla visita d’obbligo e che sente, in sé stesso, il bisogno di guardare e capire.
Guardare e capire: forse qui è la differenza psicologica tra la visita alla Città del Vaticano e quella a un altro grande monumento dell’antichità, il Foro romano, le Piramidi, il Partenone, i resti di Ninive o della civiltà degli Incas. Questi basta guardarli; qui bisogna anche capire. Perché qui c’è qualcosa di indefinibilmente presente, qualcosa che richiama alla riflessione, che esige un incontro, che impone uno sforzo interiore, una sintesi spirituale.
Perché il Vaticano non è solo un insieme di edifici monumentali che possono interessare l’artista; né soltanto un magnifico segno dei secoli passati che possono interessare lo storico; nemmeno soltanto uno scrigno che trabocca di tesori bibliografici e archeologici che possono interessare l’erudito; neppure il museo noto per i capolavori sublimi che possono interessare il turista; né soltanto, infine, il tempio sacro del martirio dell’apostolo Pietro che può interessare il fedele. Il Vaticano non è solo il passato; è la casa del papa, di un’autorità sempre viva e attiva».
IL MESSAGGIO DELLA CITTà ETERNA Come la voce di Cristo sulle acque tempestose del lago di Tiberiade, quella del suo vicario Giovanni Paolo II risuona con potenza e sbaraglia tanto i vecchi slogan come le nuove ideologie: «Non abbiate paura, aprite, spalancate le porte a Cristo. Alla sua potenza che salva, aprite le frontiere degli Stati, i sistemi economici e politici, i terreni immensi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura… Lasciate che Cristo parli all’uomo. Lui solo ha parole di vita, sì, di vita eterna».
Questo è il messaggio di Roma, straordinario incrocio di popoli e di civiltà. Pietro non ha avuto paura, con Paolo, di venire qui a piantare la croce nel cuore di quell’Impero unificato e potente. L’unità politica e linguistica, la centralizzazione amministrativa saranno, da Roma, carte preziose per la diffusione del Vangelo a partire dalla capitale del mondo antico. Proprio quando stava per essere cancellata dalla storia, questo la rese la Città eterna. Dopo il declino dell’Impero d’Occidente e l’allontanamento dell’Impero d’Oriente, senza paura Roma si lega alla nuova Europa che sta laboriosamente sorgendo. Nell’anno 800 il Papa vi incorona Carlo Magno imperatore d’Occidente. Dopo la tempesta del saeculum ferreum, Roma diventa il cuore della difesa cattolica contro il frazionismo delle eresie. Lo sfavillio del Barocco attesta qui in modo tutto particolare la gioia della fede dopo la tempesta, la gioia della fede e la gioia della vita, che sono una cosa sola. Facendoci scoprire queste tappe successive di un’arte sempre in simbiosi con il suo tempo, la lezione di Roma non è forse di consolidare in noi il senso dell’universale, di ricordarci la nostra vocazione cattolica?
Roma ha sempre praticato con successo l’assimilazione. La comunità cristiana ci stette benissimo per tre secoli parlando il greco, e sarà lo stesso dopo col latino. Celebrerà bene nelle case private delle origini così come nelle grandi basiliche di Costantino. «Dove vi riunite?», veniva chiesto a Giustino. E il filosofo cristiano rispondeva semplicemente: «Dove si può».
Questa è la lezione di Roma. Non è dall’esterno ma dall’interno che si convertono il mondo e la società. I cristiani ne traggono senza problemi i loro usi, quando non hanno nulla di reprensibile. I cristiani di Roma hanno adottato anche per i loro edifici di culto lo schema delle basiliche pagane. E si può trovare la rappresentazione del dio sole nel mosaico che decora il soffitto di un cubicolo, peraltro cristiano perché la scena di Giona ne orna una delle pareti. A Santa Prisca e a Santo Stefano Rotondo la chiesa è inscritta all’interno del mitreo preesistente, mentre sotto San Clemente si vede che la chiesa cristiana del IV secolo è accanto al mitreo privato. Più tardi le spoglie dell’antichità orneranno i santuari cristiani e decoreranno i loro accessi: colonne di marmo di templi pagani diventate supporti di chiese cristiane, obelischi egiziani sormontati dalla croce di Cristo.
È l’Urbe tutta intera che è la patria dei fedeli cattolici, e anche di tanti cristiani, da più di duemila anni. Il tempo, che altrove si dissolve nella storia, qui si radica nella durata. Mentre in un pellegrinaggio a un luogo in cui si è manifestata la Vergine Maria o un santo la continuità consiste nella sola fedeltà a tale messaggio Roma si affermò nel tempo che essa ha riempito della sua presenza e della sua azione…
Il culto dei martiri Roma, con i primi apostoli Pietro e Paolo, poi con Ignazio, Giustino, Tolomeo, Lucio, il patrizio Apollonio, e tanti altri rimasti anonimi, è diventata un martirologio vivente. Nella città che era l’epicentro del mondo, il sangue dei martiri è seme di cristiani. La prestigiosa comunità dei Romani, già attraente per l’apostolo Paolo, è diventata una nuova terra santa, segnata dal sangue dei martiri. «Presiedendo nella carità e nella fraternità», come scrive Ignazio nella sua lettera ai Romani, irradia la sua luce in tutto l’Impero.
È il culto dei martiri in verità che ha creato il pellegrinaggio e contribuito a fare di Roma una città santa, che progressivamente si è organizzata per ricevere i pellegrini e rendere ai martiri un culto degno della loro fama. San Girolamo scrive: «Dove si accorre come a Roma nelle chiese e sulle tombe dei martiri con tanto zelo e in così tanti? Dobbiamo lodare la fede del popolo romano». E sant’Ambrogio descrive la festa dei santi Pietro e Paolo celebrata il 29 giugno: «Eserciti serrati percorrono le vie di una città così grande. Su tre vie diverse (al Vaticano, sull’Ostiense e sulla via Appia) si celebra la festa dei santi martiri. Sembra che avanzi il mondo intero».
All’inizio del V secolo Prudenzio scrive: «Dalle porte di Alba escono lunghe processioni che formano bianche linee nella campagna. L’abitante degli Abruzzi e il contadino dell’Etruria arrivano insieme. Ecco il feroce Sannita, l’abitante della superba Capua. Ecco anche il popolo di Nola» … Nola, di cui il vescovo Paolino scrive: «Così, Nola, ti fai tutta bella a immagine di Roma». Il vescovo letterato fa anche lui il pellegrinaggio almeno una volta l’anno per la festa dei santi Pietro e Paolo.
Il pellegrinaggio Il pellegrinaggio a Roma è innanzitutto un obbligo tradizionale per tutti i vescovi. Già il concilio di Roma, nel 743, sotto papa Zaccaria, menziona la visita ad limina apostolorum come tradizionale, e ne rinnova l’obbligo. Dopo secoli in cui l’usanza si era indebolita, Sisto V, con la costituzione apostolica Romanus pontifex del 20 dicembre 1585, ne rinnova l’obbligo e ne stabilisce la frequenza. Ogni vescovo ormai ha un doppio obbligo: andare a venerare le tombe dei santi apostoli ed esporre al papa la situazione della sua diocesi.
Nell’Angelus del 9 settembre 1979 Giovanni Paolo II spiegava ai pellegrini il significato di queste visite ad limina: «In occasione della nostra comune preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, voglio oggi riferirmi all’antichissima tradizione della visita alla Sede degli apostoli, ad limina apostolorum. Tra tutti i pellegrini che venendo a Roma manifestano la loro fedeltà a questa tradizione, i vescovi del mondo intero meritano un’attenzione speciale. Perché attraverso la loro visita alla Sede degli apostoli essi esprimono il legame con Pietro, che unisce la Chiesa su tutta la terra. Venendo a Roma ogni cinque anni, portano qui, in un certo senso, tutte le Chiese, cioè le diocesi che, tramite il loro ministero episcopale e nello stesso tempo tramite l’unione con la Sede di Pietro, si mantengono nella comunità cattolica della Chiesa universale. Insieme alla loro visita alla Sede apostolica i vescovi portano a Roma anche le notizie sulla vita delle Chiese di cui sono i pastori, sul progresso dell’opera di evangelizzazione, sulle gioie e le difficoltà degli uomini e dei popoli tra i quali essi compiono la loro missione».
I pellegrini hanno un doppio scopo: vedere il papa e andare a pregare nelle grandi chiese e basiliche, e soprattutto a San Pietro. Costruita con grandi spese, la più grande basilica della cristianità è testimone di un lungo impegno e di una rara perseveranza, in onore di Pietro e, insieme, dei suoi successori. La Basilica di San Pietro è infatti il duplice e medesimo simbolo della fede nella missione affidata da Cristo a Pietro e della venerazione di tutti i cristiani, pastori e fedeli, per il suo successore, il vescovo di Roma. Obbedienza e rispetto si coniugano in uno stesso omaggio al pescatore di Galilea e al papa di Roma, la cui funzione, radicata sulla tomba dell’apostolo, si irradia, come la gloria del Bernini, su tutta la cristianità.
I santi Roma è una calamita anche per i santi. Non solo i fondatori di ordini religiosi, ma anche i santi del popolo, i più popolari, come Benedetto Labre. Seminarista, certosino, poi trappista a Sept-Fons, venne a Roma verso il 1771 per pregare e vi rimase, vagabondo barbone e mendicante. Miracolo di Roma! Questa città, di cui san Bernardo aveva fustigato il lusso e la potenza con parole di fuoco e Gioacchino di Bellay aveva criticato la vanità cortigiana, capì senza esitazioni quello straccione pieno di parassiti, lo ammirò e lo amò nella sua povertà silenziosa e nella sua preghiera ieratica. Quando venne annunciata la sua morte, il 16 aprile 1783, tutta la città si riversò in Santa Maria ai Monti. Vennero tagliati i suoi stracci per farne reliquie. I suoi funerali, il giorno di Pasqua, furono un trionfo. La truppa che sorvegliava la chiesa venne spazzata via dalla folla.
Poi, nel XIX secolo, ci fu una spinta continua verso Roma di tutta la cristianità, a cominciare dalla Francia, dove il gallicanesimo si stava lentamente trasformando in ultramontanismo. La rivoluzione aveva perseguitato la Chiesa. Napoleone aveva umiliato il papa. Ma il padre umiliato, secondo la bella espressione di Claudel, divenne oggetto di una intensa venerazione. Davanti ai crolli successivi dei regimi più solidi, il papato e Roma sembravano ormai come la roccia salda sulla quale appoggiarsi nella tempesta. È nota l’avventura dei pellegrini della libertà con Lamennais. Tanti altri, meno famosi, giunsero pellegrini a Roma e vi attinsero, con un amore rinnovato della Chiesa, una convinzione profonda, la stessa del «Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa».
Come, anche se ben diversi nella loro psicologia e nei loro orientamenti, ma uniti nelle stesse motivazioni, dom Guéranger, restauratore benedettino di Solesmes in Francia, e Lacordaire, che vi ristabilì i Frati Predicatori. Conosciamo il celebre ritratto di Théodore Chassériau che lo raffigura l’indomani della sua professione religiosa, il 12 aprile 1840, nel chiostro romano di Santa Sabina. O come anche Teresa di Lisieux e Charles de Foucauld, i «due fari che la mano di Dio ha acceso alle soglie del secolo atomico», secondo l’intensa espressione di padre Congar.
Madeleine Delbrêl Più vicina a noi, Madeleine Delbrêl, convertita dall’ateismo e testimone dell’amore di Dio nel cuore della città di Ivry, pagana e marxista, un giorno del maggio 1952 sente il bisogno imperioso di venire a Roma a pregare sulla tomba di san Pietro. Le si obietta che la cosa costa un po’ di più di un’ora di preghiera. E lei dichiara al suo gruppo scettico che ci andrà, se il prezzo del viaggio le fosse arrivato in maniera inattesa…, cosa che avviene, sotto forma di un biglietto vincente della lotteria nazionale offertole da un’amica latinoamericana! A prezzo di due giorni e due notti di treno, trascorre la sua giornata di dodici ore in preghiera a San Pietro: «Davanti all’altare papale e sulla tomba di san Pietro, ho pregato col cuore perduto… e soprattutto per perdere il cuore. Non ho riflettuto né chiesto “lumi”, non ero là per quello. Eppure tante cose mi si sono imposte e restano in me. Innanzitutto: Gesù ha detto a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa”. Lui doveva diventare una pietra e la Chiesa doveva essere costruita. Gesù che ha parlato tanto della potenza dello Spirito, della sua vitalità, quando ha parlato della Chiesa ha detto che l’avrebbe costruita su quell’uomo che sarebbe diventato come una pietra. È Cristo che ha pensato che la Chiesa non sia solo qualcosa di vivente, ma qualcosa di costruito. Secondo: ho scoperto i vescovi… Ho scoperto durante il mio viaggio, e a Roma, l’immensa importanza dei vescovi nella fede e nella vita della Chiesa. “Vi renderò pescatori di uomini”. Mi è sembrato che di fronte a quella che chiamiamo autorità noi agiamo a volte come dei feticisti, a volte come dei liberali. Noi siamo sotto il regime delle autorizzazioni, non dell’autorità. Quando si parla dell’obbedienza dei santi non si capisce, credo, quanto essa sia vicina, nel corpo della Chiesa, a quella lotta interna degli organismi viventi, nei quali l’unità si realizza attraverso delle attività, delle opposizioni. Infine ho anche pensato che, se Giovanni era “il discepolo che Gesù amava”, è a Pietro che Gesù ha chiesto: “Tu mi ami?”, ed è stato dopo le sue affermazioni d’amore che gli ha affidato il gregge. Ha detto anche tutto ciò che c’era da amare: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”.
Mi è stato evidente quanto occorrerebbe che la Chiesa gerarchica fosse conosciuta dagli uomini, da tutti gli uomini, come uno che li ama. Pietro: una pietra a cui si chiede di amare. Ho capito quanto amore bisognerebbe far passare in tutti i segni della Chiesa»5.
Conclusione Concludo. Roma è al centro del mondo? La risposta è scontata per il pellegrino in visita a Roma, da dovunque venga: non si sente forse a casa in questa città universale?
E poi lo splendere del suo sole, la purezza del suo cielo, il fulgore delle sue opere d’arte, il fascino dei suoi quartieri, il tratto pittoresco dei suoi abitanti, un non so che vi attira e commuove, vi trattiene dal partire e vi spinge a tornare. Ci sono delle città che si visitano, dei tesori che si contemplano, dei posti che bisogna aver visto. Roma non si guarda dall’esterno, ma si penetra dall’interno. Non ci si stanca di tornare in piazza San Pietro, di andare a pregare nella sua cripta, di scendere alle catacombe, di andare al Colosseo, di risalire ai Santi Quattro Coronati, di riscendere verso San Clemente, di fermarsi ancora alla Maddalena, di tornare a Santa Sabina. Sempre e dovunque ci sono dei pellegrini e dei romani che conversano o pregano, gli uni e gli altri davvero a casa, a casa del buon Dio, come si diceva ad Angers quando ero piccolo. Alcuni sono più sensibili allo scintillio dei mosaici, altri allo splendore dei marmi, altri alla luce folgorante di Caravaggio. Tutti sono emozionati dal candore degli affreschi primitivi, dove un’inezia di materia diventa messaggera dello Spirito che la anima, e di quell’acqua viva che mormora in noi, dopo sant’Ignazio, da Roma: vieni dal Padre.
Da Pietro e Paolo a Giovanni Paolo II, il genio della Roma cristiana ha assunto l’eredità della Roma pagana. I templi convertiti in chiese, con le colonne che diventano supporto nuovo, e Santa Maria eretta sopra il tempio di Minerva. Ben lungi dall’essere come squassato da tanto splendore, il pellegrino qui scopre il messaggio di Pietro inscritto nelle pietre delle basiliche e incarnato nei santi. Ognuno si trova al suo posto in seno al popolo di Dio, non cacciato al margine in qualche stretta cappella o respinto in qualche oscura cripta, ma proprio al suo posto, in piena luce, nella navata grande, davanti alla confessione dell’Apostolo, il cui sangue versato attesta la salvezza che Cristo ha portato a tutti gli uomini. Segnato dall’impronta di Roma, il cristiano si ritrova cattolico.
Con il peso della storia, la Roma dei papi e dei santi ci ricorda che le cose spirituali sono anche carnali e che il Vangelo si inscrive nel cuore della città degli uomini per avviarli dal tempo all’eternità, alla Città di Dio.
Quindi, alla domanda se Roma è al centro del mondo, rispondo senza esitazione: sì, per condurlo a Dio.

Note
1 Paul Poupard, La charité de Lacordaire, homme d’Eglise, in La Vie Spirituelle, nov. 1961, pp. 530-543, poi in XIX siècle, siècle de grâces, Ed. S. O. S., Paris 1982, pp. 111-128.
2 Paul Poupard, Rome-Pèlerinage, nuova edizione in occasione dell’Anno Santo, D. D. B., Paris 1983.
3 Journal romain de l’abbé Louis Bautain (1838), curato da Paul Poupard, Edizioni di storia e letteratura, (Quaderni di cultura francese a cura della fondazione Primoli) Roma 1964, pp. 6-7.
4 Cfr. Paul Poupard, Le Concile Vatican II, Paris 1983, pp. 105-112.
5 Madeleine Delbrêl, Nous autres, gens des rues, presentazione di Jacques Loew, Paris 1966, pp. 138-139.

COSÌ PAPA PIO XII NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI E MARTIRI PIETRO E PAOLO DEL 1941

http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_22115_l1.htm

NELLA TEMPESTA, LA TENEREZZA DEL SIGNORE PER I SUOI FANCIULLI – COSÌ PAPA PIO XII NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI E MARTIRI PIETRO E PAOLO DEL 1941

«Il Padre celeste continua e continuerà a guidare i loro passi di fanciulli con fermezza e tenerezza, solo che si lascino condurre da Lui e confidino nella potenza e nella saggezza del suo amore per loro». Così papa Pio XII nella solennità dei santi apostoli e martiri Pietro e Paolo del 1941

In questa solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, il vostro devoto pensiero e affetto, diletti figli della Chiesa cattolica universa, si rivolge a Roma con la strofa trionfale: «O Roma felix, quae duorum Principum – es consecrata glorioso sanguine! / O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso di questi due Principi!». Ma la felicità di Roma, che è felicità di sangue e di fede, è pure la vostra; perché la fede di Roma, qui sigillata sulla destra e sulla sinistra sponda del Tevere col sangue dei Principi degli apostoli, è la fede che fu annunziata a voi, che si annunzia e si annunzierà nell’universo mondo. Voi esultate nel pensiero e nel saluto di Roma, perché sentite in voi il balzo della universale romanità della vostra fede.
Da diciannove secoli nel sangue glorioso del primo Vicario di Cristo e del Dottore delle Genti la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo, a eterno segnale del principato indefettibile della sacra autorità e dell’infallibile magistero della fede della Chiesa; e in quel sangue si scrissero le prime pagine di una nuova magnifica storia delle sacre lotte e vittorie di Roma.
Vi siete voi mai domandati quali dovevano essere i sentimenti e i timori del piccolo gruppo di cristiani sparsi nella grande città pagana, allorché, dopo aver frettolosamente sepolti i corpi dei due grandi martiri, l’uno al piede del Vaticano e l’altro sulla via Ostiense, si raccolsero i più nelle loro stanzette di schiavi o di poveri artigiani, alcuni nelle loro ricche dimore, e si sentirono soli e quasi orfani in quella scomparsa dei due sommi apostoli? Era il furore della tempesta poco prima scatenata sulla Chiesa nascente dalla crudeltà di Nerone; davanti ai loro occhi si levava ancora l’orribile visione delle torce umane fumanti a notte nei giardini cesarei e dei corpi lacerati palpitanti nei circhi e nelle vie. Parve allora che l’implacabile crudeltà avesse trionfato, colpendo e abbattendo le due colonne, la cui sola presenza sosteneva la fede e il coraggio del piccolo gruppo di cristiani. In quel tramonto di sangue, come i loro cuori dovevano provare la stretta del dolore al trovarsi senza il conforto e la compagnia di quelle due voci potenti, abbandonati alla ferocia di un Nerone e al formidabile braccio della grandezza imperiale romana!
Ma contro il ferro e la forza materiale del tiranno e dei suoi ministri essi avevano ricevuto lo Spirito di forza e di amore, più gagliardo dei tormenti e della morte. E a Noi sembra di vedere, alla susseguente riunione, nel mezzo della comunità desolata, il vecchio Lino, colui che per primo era stato chiamato a sostituire Pietro scomparso, prendere fra le sue mani tremanti di emozione i fogli che conservavano preziosamente il testo della Lettera già inviata dall’apostolo ai fedeli dell’Asia Minore e rileggervi lentamente le frasi di benedizione, di fiducia e di conforto: «Benedetto Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo, il quale secondo la sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza, mediante la risurrezione di Gesù Cristo… Allora voi esulterete, se per un poco adesso vi conviene di essere afflitti con varie tentazioni… Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio… gettando in Lui ogni vostra sollecitudine, poiché Egli ha cura di voi… Il Dio di ogni grazia, il quale ci ha chiamati all’eterna sua gloria in Cristo Gesù, con un po’ di patire vi perfezionerà, vi conforterà e vi renderà saldi. A Lui la gloria e l’impero per i secoli dei secoli!» (1Pt 1, 3.6; 5, 6-7.10-11).
Anche Noi, cari figli, che per un inscrutabile consiglio di Dio, abbiamo ricevuto, dopo Pietro, dopo Lino e cento altri santi pontefici, la missione di confermare e consolare i nostri fratelli in Gesù Cristo (cfr. Lc 22, 32), Noi, come voi, sentiamo il nostro cuore stringersi al pensiero del turbine di mali, di sofferenze e di angosce, che imperversa oggi sul mondo. […]

Davanti a un tale cumulo di mali, di cimenti di virtù, di prove di ogni sorta, pare che la mente e il giudizio umano si smarriscano e si confondano, e forse nel cuore di più d’uno tra voi è sorto il terribile pensiero di dubbio, che per avventura già, dinanzi alla morte dei due apostoli, tentò o turbò alcuni cristiani meno fermi: Come può Dio permettere tutto questo? Come è possibile che un Dio onnipotente, infinitamente saggio e infinitamente buono, permetta tanti mali a Lui così facili a impedire? E sale alle labbra la parola di Pietro, ancora imperfetto, all’annunzio della passione: «Non sia mai vero, o Signore» (Mt 16, 22). No, mio Dio – essi pensano –, né la vostra sapienza, né la vostra bontà, né il vostro stesso onore possono lasciare che a tal segno il male e la violenza dominino nel mondo, si prendano giuoco di Voi, e trionfino del vostro silenzio. Dov’è la vostra potenza e provvidenza? Dovremo dunque dubitare o del vostro divino governo o del vostro amore per noi?
«Tu non hai la sapienza di Dio, ma quella degli uomini» (Mt 16, 23), rispose Cristo a Pietro, come aveva fatto dire al popolo di Giuda dal profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55, 8).
Tutti gli uomini sono quasi fanciulli dinanzi a Dio, tutti, anche i più profondi pensatori e i più sperimentati condottieri dei popoli.
Essi vorrebbero la giustizia immediata e si scandalizzano dinanzi alla potenza effimera dei nemici di Dio, alle sofferenze e alle umiliazioni dei buoni; ma il Padre celeste, che nel lume della sua eternità abbraccia, penetra e domina le vicende dei tempi, al pari della serena pace dei secoli senza fine, Dio, che è Trinità beata, piena di compassione per le debolezze, le ignoranze, le impazienze umane, ma che troppo ama gli uomini, perché le loro colpe valgano a stornarlo dalle vie della sua sapienza e del suo amore, continua e continuerà a far sorgere il suo sole sopra i buoni e i cattivi, a piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45), a guidare i loro passi di fanciulli con fermezza e tenerezza, solo che si lascino condurre da Lui e confidino nella potenza e nella saggezza del suo amore per loro.
Che significa confidare in Dio?
Aver fiducia in Dio significa abbandonarsi con tutta la forza della volontà sostenuta dalla grazia e dall’amore, nonostante tutti i dubbi suggeriti dalle contrarie apparenze, all’onnipotenza, alla sapienza, all’amore infinito di Dio. È credere che nulla in questo mondo sfugge alla sua Provvidenza, così nell’ordine universale, come nel particolare; che nulla di grande o di piccolo accade se non previsto, voluto o permesso, diretto sempre da Essa ai suoi alti fini, che in questo mondo sono sempre fini di amore per gli uomini. […]

Per la fede che si è illanguidita nei cuori umani, per l’edonismo che informa e affascina la vita, gli uomini sono portati a giudicare come mali, e mali assoluti, tutte le sventure fisiche di questa terra. Hanno dimenticato che il dolore sta all’albore della vita umana come via ai sorrisi della culla; hanno dimenticato che il più delle volte esso è una proiezione della Croce del Calvario sul sentiero della risurrezione; hanno dimenticato che la croce è spesso un dono di Dio, dono necessario per offrire alla divina giustizia anche la nostra parte di espiazione; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende Dio; hanno dimenticato ciò che dice l’Apostolo: «I patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la futura gloria che si manifesterà in noi» (Rm 8, 18); che dobbiamo mirare all’autore e consumatore della fede, Gesù, il quale, propostosi il gaudio, sostenne la croce (cfr. Eb 12, 2).
A Cristo crocifisso sul Golgota, virtù e sapienza che converte a sé l’universo, guardarono nelle immense tribolazioni della diffusione del Vangelo, vivendo confitti alla croce con Cristo, i due Principi degli apostoli, morendo Pietro crocifisso, Paolo curvando il capo sotto il ferro del carnefice, quali campioni, maestri e testimoni che nella croce è conforto e salvezza e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore. A questa croce, fulgente di via, di verità e di vita, guardarono i protomartiri romani e i primi cristiani nell’ora del dolore e della persecuzione. Guardate anche voi, o diletti figli, così nelle vostre sofferenze; e troverete la forza non solo di accettarle con rassegnazione, ma di amarle, ma di gloriarvene, come le amarono e se ne gloriarono gli apostoli e i santi, nostri padri e fratelli maggiori, che pure furono plasmati della medesima vostra carne e vestiti della stessa vostra sensibilità. Guardate le vostre sofferenze e gli affanni vostri attraverso i dolori del Crocifisso, attraverso i dolori della Vergine, la più innocente delle creature e la più partecipe della divina Passione, e saprete comprendere che la conformità all’immagine del Figlio di Dio, Re dei dolori, è la più augusta e sicura via del cielo e del trionfo. Non guardate solo le spine, onde il dolore vi affligge e vi fa soffrire, ma ancora il merito che dal vostro soffrire fiorisce come rosa di celeste corona; e troverete allora con la grazia di Dio il coraggio e la fortezza di quell’eroismo cristiano, che è sacrificio e insieme vittoria e pace superante ogni senso; eroismo, che la vostra fede ha il diritto di esigere da voi.
«Finalmente [ripeteremo con le parole di san Pietro] siate tutti unanimi, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendendo male per male, né maledizione per maledizione, ma al contrario benedicendo…: affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo: a cui è gloria e impero nei secoli dei secoli» (1Pt 3, 8-9; 4, 11).

LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA…

http://collegiogreco.blogspot.it/2010/06/la-festa-dei-santi-pietro-e-paolo-nella.html

MERCOLEDÌ 27 GIUGNO 2012

LA FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

…essi sono le ali della conoscenza di Dio… le braccia della croce…

La festa degli apostoli Pietro e Paolo il giorno 29 giugno è celebrata in tutte le Chiese cristiane di Oriente e di Occidente, e in alcune delle tradizioni orientali come quella bizantina è preceduta da un periodo di digiuno (quaresima) con una durata variabile in quanto essa inizia il lunedì dopo la domenica di Tutti i Santi, che è quella successiva alla domenica di Pentecoste. Collegata ancora alla presente festa dei due apostoli troviamo nella tradizione bizantina il giorno seguente la celebrazione (sinassi) dei Dodici Apostoli, discepoli del Signore, testimoni della sua Risurrezione, predicatori del suo Vangelo nel mondo intero. L’iconografia di Pietro e Paolo ci tramanda l’abbraccio fraterno tra i due apostoli; oppure l’icona di Pietro e Paolo che sorreggono l’edificio della Chiesa. Inoltre i tratti iconografici dell’uno e dell’altro sono quelli che troviamo già nella tradizione iconografica e musiva più antica di Oriente e di Occidente, tramandata fino a noi: Pietro con cappelli ricci, fronte bassa e barba corta arrotondata; Paolo invece, fronte alta, calvo e barba lunga e liscia. Questa fedeltà iconografica nei tratti del volto di ambedue ci permette di riconoscere la presenza di Pietro e di Paolo nell’icona della Pentecoste, nell’icona della Dormizione della Madre di Dio ed anche nell’icona della comunione degli Apostoli dove Cristo da una parte dell’icona dà il suo Corpo a Pietro e ad altri cinque apostoli, e dall’altra parte dell’icona Cristo che porge il calice con il suo Sangue a Paolo e ad altri cinque apostoli. Queste icone hanno una chiara simbologia ecclesiologica e sacramentaria e, quindi, vogliono sottolineare il ruolo centrale dei due apostoli nella vita della Chiesa. L’ufficiatura vespertina del 29 giugno nei tropari celebra e loda ambedue gli apostoli insieme. Essi vengono inneggiati come “primi tra i divini araldi”, “bocche della spada dello Spirito”. I testi liturgici sottolineano chiaramente che Pietro e Paolo sono gli strumenti dell’opera di salvezza che Cristo stesso porta a termine: “Essi sono le ali della conoscenza di Dio che hanno percorso a volo i confini della terra e si sono innal­za­te sino al cielo; sono le mani del vangelo della gra­zia, i piedi della verità dell’annuncio, i fiumi della sapien­za, le braccia della croce…”. Per tutti e due gli apostoli, il martirio è la meta per raggiungere Cristo stesso: “L’uno, inchiodato sulla croce, ha fatto il suo viaggio verso il cielo, dove gli sono state affidate da Cristo le chiavi del regno; l’altro, decapitato dalla spada, se ne è andato al Salvatore”. Pietro viene invocato anche come “sincero amico di Cristo Dio nostro”, e Paolo come “araldo della fede e maestro della terra”. L’innografia bizantina, come d’altronde anche quella di tradizione latina per la festa dei due santi apostoli, collega Pietro e Paolo alla città di Roma dove cui resero la testimonianza fino al martirio: “stupendi ornamenti di Roma…”, “per loro anche Roma si rallegra in coro…”; “o Pietro, pietra della fede, Paolo, vanto di tutta la terra, venite insie­me da Roma per confermarci”. I tropari del cànone del mattutino invece, attribuito a Giovanni monaco, alternano lungo le nove odi dei testi e dell’uno e dell’altro dei due apostoli inneggiati separatamente. Pietro viene celebrato come “protos” il primo nel suo ruolo nella Chiesa: “primo chiamato da Cristo”, “capo della Chiesa e grande vescovo”. Pietro è anche teologo in quanto ha confessato Gesù come Cristo: “Sulla pietra della tua teologia, il Sovrano Gesù ha fissato salda la Chiesa”. Pietro, pescatore, viene paragonato al mercante in ricerca di perle preziose: “Lasciato, o Pietro, ciò che non è, hai raggiunto ciò che è, come il mercante: e hai realmente pescato la perla preziosissima, il Cristo”. La Pasqua di Cristo diventa per Pietro da una parte la manifestazione del Risorto e dall’altra il risanamento dalla sua triplice negazione: “A te che eri stato chiamato per primo e che inten­samente lo amavi, a te come insigne capo degli apostoli, Cristo si manifesta per primo, dopo la risurrezione dal sepol­cro… Per cancellare il triplice rinnegamento il Sovrano rinsalda l’amore con la triplice domanda dalla sua voce divina”. Paolo invece, sempre nel cànone dell’ufficiatura mattutina, viene presentato nel suo ruolo di predicatore e maestro, chiamato a portare davanti alle genti il nome di Cristo: “tu hai posto come fondamento per le anime dei fedeli una pietra preziosa, angolare, il Salvatore e Signore”. Per Paolo, il suo essere portato fino al terzo cielo significa il dono della professione di fede trinitaria: “Levato in alto nell’estasi, hai raggiunto il terzo cielo, o felicissimo, e, udite ineffabili parole, acclami: Gloria al Padre altissimo e al Figlio sua irradia­zio­ne, con lui assiso in trono, e allo Spirito che scruta le profondità di Dio”. Paolo ancora svolge verso la Chiesa il ruolo del paraninfo che la presenta come sposa allo sposo che è Cristo: “Tu hai fidanzato la Chiesa per presentarla come sposa al Cristo sposo: sei stato infatti il suo paraninfo, o Paolo teòforo; per questo, com’è suo dove­re, essa onora la tua memoria”. Il vespro prevede tre letture prese dalla prima lettera cattolica di Pietro (1Pt 1,3-9; 1,13-19; 2,11-24). Per quanto riguarda le altre letture bibliche, l’ufficiatura del mattutino riporta la pericope evangelica di Gv 21,14-25, mentre nella Divina Liturgia si leggono 2Cor 11,21-12,9, e Mt 16,13-19. La tradizione bizantina chiama Pietro e Paolo “i primi corifei” (coloro che occupano il primo posto, la dignità più alta) e anche “i primi nella dignità” (protòthroni). Questo loro primo posto e dignità continua nella Chiesa nel loro “intercedere presso il Sovrano dell’universo perché doni alla terra la pace, e alle anime nostre la grande misericordia”.

P. Manuel Nin rettore Pontificio Collegio Greco

SAN MATTIA APOSTOLO – 14 MAGGIO

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21050

SAN MATTIA APOSTOLO

14 MAGGIO

SEC. I

Di Mattia si parla nel primo capitolo degli Atti degli apostoli, quando viene chiamato a ricomporre il numero di dodici, sostituendo Giuda Iscariota. Viene scelto con un sorteggio, attraverso il quale la preferenze divina cade su di lui e non sull’altro candidato – tra quelli che erano stati discepoli di Cristo sin dal Battesimo sul Giordano -, Giuseppe, detto Barsabba. Dopo Pentecoste, Mattia inizia a predicare, ma non si hanno più notizie su di lui. La tradizione ha tramandato l’immagine di un uomo anziano con in mano un’alabarda, simbolo del suo martirio. Ma non c’è evidenza storica di morte violenta. Così come non è certo che sia morto a Gerusalemme e che le reliquie siano state poi portate da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, a Treviri, dove sono venerate. (Avvenire)

Etimologia: Mattia = uomo di Dio, dall’ebraico

Martirologio Romano: Festa di san Mattia, apostolo, che seguì il Signore Gesù dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui Cristo fu assunto in cielo; per questo, dopo l’Ascensione del Signore, fu chiamato dagli Apostoli al posto di Giuda il traditore, perché, associato fra i Dodici, divenisse anche lui testimone della resurrezione.
Mattia, abbreviazione del nome ebraico Mattatia, che significa dono di Jahvè, fu eletto al posto di Giuda, il traditore, per completare il numero simbolico dei dodici apostoli, raffigurante i dodici figli di Giacobbe e quindi le dodici tribù d’Israele. Secondo gli Atti apocrifi, egli sarebbe nato a Betlemme, da una illustre famiglia della tribù di Giuda. Una cosa è certa, perché affermata da S. Pietro (Atti, 1,21), che Mattia fu uno di quegli uomini che accompagnarono gli apostoli per tutti il tempo che Gesù Cristo visse con loro, a cominciare dal battesimo nel fiume Giordano fino all’Ascensione al cielo. Non è improbabile che facesse parte dei 72 discepoli designati dal Signore e da lui mandati, come agnelli fra i lupi, a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dov’egli stava per andare. S. Mattia conosceva certamente il più antipatico degli apostoli, Giuda, nativo di Kariot, quello che nella lista dei Dodici è sempre messo all’ultimo posto e designato con l’espressione « colui che tradì il Signore ». Durante le peregrinazioni apostoliche, Gesù e i discepoli ricevevano doni e offerte dalle folle entusiaste e riconoscenti per i malati che guarivano. S’impose perciò la necessità di affidare a qualcuno di loro l’incombenza di economo. Fu scelto Giuda, ma ci dice San Giovanni che non fu onesto nel suo ufficio.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù fu invitato a Betania, con gli apostoli e l’amico Lazzaro risuscitato dai morti, ad un banchetto in casa di Simone, il lebbroso. Mentre Marta serviva, Maria, sua sorella, prese una libbra d’unguento di nardo genuino, di molto valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli.
Allora Giuda Iscariota protestò: « Perché quest’unguento non è stato venduto per più di 300 denari e non è stato dato ai poveri? ». Ma, commenta ironicamente S. Giovanni l’evangelista, « disse questo non perché si preoccupasse dei poveri, ma perché era ladro, e avendo la borsa portava via quello che vi si metteva » (Giov 12,1-11). Aveva paura di morire di fame? Temeva forse, avaro com’era, una vecchiaia triste e solitaria? Quando seppe che i capi del Sinedrio cercavano il modo di catturare Gesù per condannarlo a morte, ingordo di denaro, andò dai sommi sacerdoti e promise loro di tradirlo per trenta monete d’argento, il compenso fissato dalla legge per l’uccisione accidentale di uno schiavo (Es. 21,32).
Durante l’ultima cena, Gesù fece più volte allusione al suo traditore, anzi lo designò apertamente (Mt 26,25), Dopo la cena, quando il Signore si ritirò a pregare al di là del torrente Cedron, il perfido Giuda giunse a capo di sgherri armati di spade e bastoni e, secondo il segnale loro dato, glielo consegnò nelle mani baciandolo. Il rimorso però non tardò ad attanagliargli l’animo. L’apostolo, infedele alla sua missione, quando seppe che il sinedrio aveva condannato il suo Maestro, che lo aveva sempre trattato con bontà anche nell’ora buia del tradimento, riportò i trenta denari, che gli scottavano in mano, ai sommi sacerdoti e agli anziani, gemendo; « Ho peccato, tradendo sangue innocente! ». Ed egli, gettati i denari d’argento nel tempio, fuggì e, in preda alla disperazione alla quale non seppe reagire, andò ad impiccarsi (Mt 27,3-5).
Gesù nell’ultima cena, dopo lo smascheramento di chi lo tradiva, aveva esclamato: « Guai a quell’uomo per opera del quale il Figlio dell’uomo è tradito: era meglio per lui che non fosse mai nato! » (Mt 26,24). Dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme, nel cenacolo. Di comune accordo essi erano perseveranti nell’orazione con alcune donne, con Maria, la Madre di Gesù, e con i cugini di lui. Mentre attendevano « la promessa del Padre », cioè lo Spirito Santo, Pietro, alzatesi in mezzo ai fratelli (c’era una folla di circa 120 persone), prese a dire: « Era necessario che si adempisse la Scrittura che lo Spirito Santo, per bocca di David, aveva predetto nei riguardi di Giuda, il quale si fece guida a coloro che catturarono Gesù; poiché egli era annoverato tra noi ed ebbe la sorte di partecipare a questo ministero. Costui, inoltre, con la mercede del suo delitto, acquistò un campo; caduto a capofitto, gli scoppiò il ventre e si sparsero tutte le sue viscere. Il fatto divenne noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, tanto che quel campo, nel loro idioma, fu chiamato Aceldama, cioè campo del sangue. Infatti nel libro dei Salmi sta scritto: « Divenga deserta la sua dimora, e non vi sia chi l’abiti! ». E ancora: « Prenda un altro il suo ufficio ». E’ dunque necessario che uno degli uomini che ci furono compagni per tutto il tempo che il Signore Gesù trascorse tra noi, a partire dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu assunto di mezzo a noi, divenga, insieme con noi, testimone della sua risurrezione » (Atti 1, 16-22).
Ne presentarono due: Giuseppe, di cognome Barsabba, il quale era soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: « O Signore, tu che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per assumere l’ufficio di questo ministero e di questo apostolato, dal quale Giuda perfidamente si partì per andarsene al proprio luogo ». Poi tirarono la sorte, e la sorte cadde su Mattia, e venne annoverato con gli undici apostoli.
Quando giunse il giorno della Pentecoste, stavano tutti insieme nello stesso luogo. A un tratto, ci fu dal ciclo un fragore, come di vento impetuoso, e pervase tutta la casa dove essi si trovavano. E videro delle lingue che sembravano come di fuoco, dividersi e posarsi sopra ciascuno di loro. Tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo il modo in cui lo Spirito concedeva loro di esprimersi. Ora in Gerusalemme dimoravano pii Giudei di ogni nazione che è sotto il cielo. Udito quel fragore, si radunò una gran folla che rimase sbalordita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua » (Atti c. 1).
Allora Pietro, insieme con gli undici, si fece avanti, alzò la voce e spiegò che quell’evento era stato predetto dal profeta Gioele e che Gesù, risuscitato dai morti, era stato costituito da Dio « Signore e Messia ». Molti presenti, sentendosi il cuore compunto, chiesero a Pietro e agli altri apostoli: « Fratelli, che cosa dobbiamo fare? ». E Pietro disse loro; « Convertitevi e ognuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo ».
Quelli dunque che accettarono la sua esortazione si fecero battezzare, e, in quel luogo, circa tremila persone si associarono alla Chiesa. Ed erano sempre assidui alle istruzioni degli apostoli, alle riunioni comuni, allo spezzamento del pane e alle orazioni. Il timore si era impadronito di ogni anima, poiché per mezzo degli apostoli avvenivano molti segni e prodigi. E tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Anzi vendevano le proprietà e i beni, e ne distribuivano fra tutti il ricavato, in proporzione al bisogno di ciascuno. E frequentavano insieme e assiduamente il tempio ogni giorno; spezzavano il pane di casa in casa; mangiavano insieme con giocondità e semplicità di cuore, lodando Iddio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore, poi, associava alla Chiesa quelli che di giorno in giorno venivano salvati. (Ivi, c. 2).
La moltitudine dei credenti era di un sol cuore e di un’anima sola. Infatti tra loro non c’era alcun indigente, poiché tutti i padroni di campi o di case, man mano che li vendevano, portavano il ricavato delle cose vendute e lo mettevano a disposizione degli apostoli: poi veniva distribuito a ciascuno secondo la necessità che uno ne aveva.
E gli apostoli, frattanto, con grande energia rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e, verso tutti loro, c’era una gran simpatia. Sicché la moltitudine di uomini e donne credenti nel Signore andava aumentando sempre più. (Ivi, cc. 4 e 5).
Si mosse allora il sommo sacerdote con tutti i suoi seguaci. Al colmo della gelosia afferrarono gli apostoli e li misero nella prigione popolare. Un angelo li mette in libertà? Essi li fanno arrestare dal prefetto del tempio, dove stanno imperterriti a istruire il popolo, intimano loro, dopo averli fatti fustigare, di non parlare affatto nel nome di Gesù. Essi se ne vanno via dal sinedrio giulivi per essere stati ritenuti degni di subire oltraggi a causa di quel nome. E ogni giorno, nel tempio e per le case, continuano a insegnare e ad annunziare senza posa la buona novella del Messia Gesù, (Ivi, cap. 5) fino a tanto che il martirio di S. Stefano prima, e l’imprigionamento di S. Pietro poi, li costringe provvidenzialmente a disperdersi per il mondo allora conosciuto per fare discepole del Martire del Golgota tutte le nazioni.
Le notizie posteriori riguardanti S. Mattia sono contraddittorie. Tutte però concordano nel dirlo martire. Le sue reliquie, vere o presunte, sono venerate a Roma nella basilica di S. Maria Maggiore.

Autore: Guido Pettinati

 

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 13 mai, 2014 |Pas de commentaires »

LA VITA DI S. ANDREA – 30 NOVEMBRE

http://santandreagallicanonellazio.wordpress.com/la-vita-di-s-andrea/

LA VITA DI S. ANDREA – 30 NOVEMBRE

Il 30 novembre nel Martirologio romano si legge: Festa di sant’Andrea, Apostolo: nato a Betsaida, fratello di Simon Pietro e pescatore insieme a lui, fu il primo tra i discepoli di Giovanni Battista ad essere chiamato dal Signore Gesù presso il Giordano, lo seguì e condusse da lui anche suo fratello. Dopo la Pentecoste si dice abbia predicato il Vangelo nella regione dell’Acaia in Grecia e subíto la crocifissione a Patrasso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo insigne patrono. All’apostolo Andrea, infatti, spetta il titolo di Primo chiamato. Ed è commovente il fatto che, nel Vangelo di Giovanni, sia perfino annotata l’ora («le quattro del pomeriggio») del suo primo incontro e primo appuntamento con Gesù. Fu poi Andrea a comunicare al fratello Pietro la scoperta del Messia e a condurlo in fretta da Lui. La sua presenza è sottolineata in modo particolare nell’episodio della moltiplicazione dei pani. Sappiamo inoltre che, proprio ad Andrea, si rivolsero dei greci che volevano conoscere Gesù, ed egli li condusse al Divino Maestro. Su di lui non abbiamo altre notizie certe, anche se, nei secoli successivi, vennero divulgati degli Atti che lo riguardano, ma che hanno scarsa attendibilità. Secondo gli antichi scrittori cristiani, l’apostolo Andrea avrebbe evangelizzato l’Asia minore e le regioni lungo il mar Nero, giungendo fino al Volga. È perciò onorato come patrono in Romania, Ucraina e Russia. Commovente è la ‘passione’ – anch’essa tardiva – che racconta la morte dell’apostolo, che sarebbe avvenuta a Patrasso, in Acaia: condannato al supplizio della croce, egli stesso avrebbe chiesto d’essere appeso a una croce particolare fatta ad X (croce che da allora porta il suo nome) e che evoca, nella sua stessa forma, l’iniziale greca del nome di Cristo. La Legenda aurea riferisce che Andrea andò incontro alla sua croce con questa splendida invocazione sulle labbra: «Salve Croce, santificata dal corpo di Gesù e impreziosita dalle gemme del suo sangue… Vengo a te pieno di sicurezza e di gioia, affinché tu riceva il discepolo di Colui che su di te è morto. Croce buona, a lungo desiderata, che le membra del Signore hanno rivestito di tanta bellezza! Da sempre io ti ho amata e ho desiderato di abbracciarti… Accoglimi e portami dal mio Maestro». Frasi oggi riportate in parte nei testi liturgici della festa del 30 novembre. Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione. E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: “Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen”. Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. Ed è questo autore a raccontare il martirio per crocifissione. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre. Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964,durante il Concilio Vaticano II, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso, attraverso il Cardinale Agostino Bea.  Un frammento di queste preziose Reliquie è ancora oggi conservate nella nostra Chiesa Parrocchiale di Gallicano.

Publié dans:Santi, SANTI APOSTOLI |on 29 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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