Archive pour la catégorie 'Sant’Ambrogio'

SANT’AGOSTINO – 28 AGOSTO

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SANT’AGOSTINO – 28 AGOSTO

Vita e opere principali

Aurelio Agostino nasce nel 354 a Tagaste, l’attuale Souk Ahras, in Algeria. Il padre, Patrizio, è pagano, mentre la madre, Monica, è cristiana ed esercita sul figlio una profonda influenza. Agostino compie i suoi studi a Madaura, Tagaste e Cartagine, dove trascorre l’adolescenza: un periodo molto disordinato e privo di limiti morali, come egli stesso lo definirà nelle Confessioni molti anni più tardi.
L’interesse per la filosofia cominca quando, a diciannove anni, ha modo di leggere l’Hortensius di Cicerone: un’esortazione alla filosofia con elementi vicini al Protrettico aristotelico. Insegna retorica 373 a Tagaste dal 373 e poi dal 374 fino al 383 a Cartagine, per poi muoversi prima a Roma e successivamente a Milano, dove ottiene la cattedra municipale sempre della stessa disciplina. Proprio durante il soggiorno milanese nel filosofo, legato dal 374 alla setta dei manichei, matura la volontà di convertirsi al cristianesimo. Sempre a Milano ha modo di conoscere il vescovo Ambrogio, la cui frequentazione gli permette di avere accesso a un’esegesi allegorica della Sacra Scrittura e di approfondire le conoscenze filosofiche neoplatoniche. Tra i ventisei e i ventisette anni Agostino compone il suo primo libro, intitolato De pulchro et apto (Sul bello e sul conveniente), di cui non sono rimasti frammenti.
In seguito si ritira nella villa di Verecondo, dove diviene animatore di dibattiti filosofici tra una cerchia ristretta formata da amici e parenti. Da queste riflessioni nascono quattro opere: Contra academicos (Contro gli accademici), De beata vita (Sulla beatitudine), De ordine (Sull’ordine) e Soliloquia (Soliloqui). Nel 387 riceve il battesimo da Ambrogio e sviluppa il desiderio di diffondere il pensiero cristiano. Dopo aver intrapreso un progetto enciclopedico incentrato sulle arti liberali (ma di cui Agostino compone solo il De grammatica e il De musica), decide di soffermarsi sul rapporto tra la natura e l’uomo, analizzando attentamente l’anatomia dell’esperienza interiore, sulle orme della filosofia di Plotino. Nascono, in questo periodo, il De quantitate animae, nel quale studia l’origine dell’anima e i motivi per cui è legata al corpo; e il De libero arbitrio, nel quale affronta il problema del male e le sue conseguenze. Nel 388 ritorna in Africa dove compone il De magistro, opera in cui discute sulle conseguenze dell’insegnamento e dell’educazione alla verità nel campo della pedagogia.
Con il trascorrere del tempo, la filosofia di Agostino si interseca sempre più strettamente con le religione cristiana, come si nota nel De Genesi contra manichaeos e, nel 390, nel De vera religione, dove si conclude che la vera filosofia coincide nella sua ricerca e nei suoi obiettivi con la vera religione. L’anno seguente Agostino viene ordinato sacerdote e, nel 395, è eletto vescovo di Ippona, decidendo di concentrare la propria azione rivolta contro quei movimenti religiosi o quelle questioni teologiche in aperto contrasto con le posizioni di Roma. Dopo la composizione del De civitate Dei (La città di Dio), in cui elabora il concetto di storia, lo raggiunge la morte, durante l’invasione vandalica del 430 a Ippona.
Centrali per comprendere il pensiero agostiniano sono le Confessioni (in tredici libri, e composte tra il 397 e il 401), scritto autobiografico strutturato come preghiera e ringraziamento a Dio, che si conclude con un commento sui primi capitoli della Genesi, e il De Trinitate, che segna l’inizio delle riflessioni sulla Trinità all’interno della patristica latina.

Ragione e Fede
Agostino inaugura una nuova tradizione filosofica cristiana, che pone al centro della riflessione il rapporto tra fede e ragione: strettamente unite, sia la fede che la ragione sono divine e necessarie ai fini della fede. La teoria agostiniana si potrebbe sintetizzare nella duplice formula credo ut intelligam (credo per capire) eintelligo ut credam (capisco per credere); tale formula implica:
- che la ragione, senza la fede, non possa comprendere la realtà (come si potrebbe altrimenti spiegare lo scopo del nostro essere nel mondo, o la nostra esistenza?)
- che la fede, senza la ragione, non riesca a comprendere i dogmi religiosi (come la Trinità o la transustanziazione)
Scrive Agostino nel De vera religione:
Con l’armonia del creato [...] s’accorda anche la medicina dell’anima, somministrata a noi per ineffabile bontà della divina Provvidenza. Questa medicina agisce in base a due principi: l’autorità e la ragione. L’autorità esige la fede e avvia l’uomo alla ragione; la ragione conduce all’intendimento consapevole. [...] i motivi d’ossequio all’autorità sono più che mai evidenti quand’essa sancisce una verità inoppugnabile anche per la ragione; e, nella Trinità, facendo riferimento alla citazione di Isaia se non avete fede, non potrete intendere, afferma che l’uomo deve essere intelligente, per cercare Dio.

Dio e l’uomo
Agostino identifica il problema dell’uomo con il problema del singolo. Estremamente innovativa è la concezione di uomo, immagine di Dio e della Trinità, che presenta interiormente una struttura trinitaria e ha conseguentemente insita in sé la possibibilità di conoscere Dio.
L’essere umano è quindi composto da tre facoltà:
- L’Essere, poiché possiede la memoria che è esistenza
- L’Intelletto, poiché ha la capacità di comprendere
- L’Amore, o la Volontà
Come scrive Agostino: “noi esistiamo, sappiamo di esistere e amiamo il nostro essere e la nostra conoscenza”; come nota a questo proposito Etienne Gilson:
[...] il nostro pensiero è il ricordo di Dio, la conoscenza che ve lo ritrova è l’Intelligenza di Dio, e l’amore che procede dall’uno e dall’altro è amore di Dio.
Se, dunque, nell’anima si rispecchia Dio occorre raggiungere il nostro nucleo più profondo per rintracciare al di là di questo la verità e Dio:
[...] non cercare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’interno dell’uomo; e se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso 1.
Il processo di conoscenza della verità inizia con l’eliminazione del dubbio scettico, il quale si autoelimina poiché, nel momento in cui pretende di negare la verità, la riafferma. Secondo questo ragionamento infatti, chi dubita della verità è certo di dubitare, e se dubita, è certo anche di esistere e di pensare; dunque, nel dubbio c’è una certezza che sottrae l’uomo dallo stesso dubbio e lo pone in rapporto con la verità.
Successivamente, Agostino espone nache una teoria del processo conoscitivo. La sensazione, innanzitutto, viene definita come la rappresentazione di un oggetto tratta dall’anima all’interno di sè, nel momento in cui i nostri sensi vengono colpiti da oggetti sensoriali. Questa, tuttavia, è solo il primo grado di conoscenza: l’anima, infatti, mostra la sua autonomia rispetto agli enti sensibili, giudicandoli, con la ragione, sulla base di criteri immutabili e perfetti. Ciò nonostante essendo la nostra ragione suscettibile di mutamento e di errore, dobbiamo concludere che al di sopra della nostra mente vi è un criterio o una legge che si chiama Verità. Essa è colta dal puro intelletto – più precisamente dalla mens, ossia dalla parte più elevata dell’anima – ed è costituita dalle Idee, diverse dalle realtà intellegibili platoniche, in quanto derivate da Dio, il quale illumina la mente umana (secondo la cosiddetta teoria dell’illuminazione).
Raggiunta la Verità, l’uomo ha raggiunto anche Dio. Infatti, prerogativa di Dio è la capacità di rendere intellegibili tutte le cose e la Verità si identifica proprio con l’essere che illumina la ragione umana. Essa, in particolare, coincide con il Logos di Dio, ossia con la Seconda persona della Trinità. Ma Dio possiede anche l’attributo dell’Essere, in quanto egli è colui che è, ovvero il sommo essere, la somma essenza, è colui che ha dato l’essere alle cose da Lui create. L’altro attributo è quello dell’Amore o del Bene, in quanto egli non riceve la sua bontà da un altro bene, bensì è il Bene di ogni bene. Infine, se la Verità si identifica con il Figlio, l’Essere si identifica con il Padre, mentre l’Amore si identifica con lo Spirito Santo.

La concezione della Storia
Nella Citta di Dio, Agostino sostiene che l’alternativa tra il vivere “secondo la carne” e il vivere “secondo lo spirito”, presente in ogni individuo, si ritrovi nella storia. Essa è dominata da un’eterna lotta tra la Città Terrena e la Città Celeste. La Città Terrena, nata dopo la caduta di Adamo e fondata da Caino, ospita gli uomini“dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri”, e quelli che aspirano alla gloria; la Città Celeste, invece, ha origine con gli angeli e con la comunità di quegli uomini giusti che hanno scoperto Dio e che “si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità”. L’impero Romano, nato dal fratricidio di Romolo (che richiama quello di Caino), è la più alta espressione della Città Terrena. Lo Stato, tuttavia, non viene considerato un male poiché mira a garantire il bene temporale dei suoi membri; ciò nonostante, i beni materiali non devono diventare il fine ultimo da perseguire. Le due città al momento sono unite e insieme confuse, ma con il Giudizio Universale saranno finalmente divise. Per quanto riguarda la storia, Agostino la dividein sei epoche, in riferimento ai sei giorni della creazione: la prima va da Adamo al diluvio universale, la seconda da Noè ad Abramo, la terza da Adamo a Davide, la quarta da Davide sino alla cattività Babilonese, la quinta arriva alla natività di Cristo e la sesta comincia con la nascita di Cristo e si concluderà con il suo ritorno e la fine del mondo.
Nell’opera, come ha sostenuto Karl Lowith, viene presentato uno sviluppo a posteriori della storia: infatti secondo Agostino il tempo storico, cambiando e procedendo cronologicamente, favorisce il progresso. Agostino con questa nozione sostituisce la visione ciclica precendente con una lineare, a indicare lo sviluppo progressivo: il punto iniziale è l’Eden, segue la caduta e infine vi sarà la redenzione con il Giudizio Universale. Questa concezione ha avuto molta fortuna nei secoli successivi ed è stata oggetto di critica solo dal Settecento in poi con Vico, Nietzsche e Heidegger.

Il problema del male
Un altro problema nodale nella riflessione agostiniana è quello inerente al male, inteso come problema metafisico, fisico e morale. La questione nasce dalla domanda “Si deus est, unde malum?” Ossia da dove deriva il male se Dio esiste? Perché Dio, infinitamente buono, ammette il male? Agostino, nel tentativo di rispondere a questa domanda, critica:
- Il Manicheismo, che ammette l’esistenza di due principi opposti nel mondo in eterna lotta tra loro: il Bene e il Male. A questa tesi egli oppone una nozione del male quale “deficienza” e privazione di bene. Inoltre rivendica, in contrapposizione alla passività dell’uomo di fronte allo scontro tra principi trascendenti sostenuta dai manichei, l’attività e l’unità della coscienza consapevole di aderire al bene o al male.
- Il Pelagianesimo, che, partendo da una critica sulla dottrina del peccato originale, sostiene che l’uomo sia in grado di raggiungere la salvezza senza l’ausilio della grazia divina. A questa tesi, Agostino reagisce difendendo il traducianesimo, secondo cui l’anima viene trasmessa di padre in figlio, che con Adamo e in Adamo aveva peccato tutta l’umanità, trasformandosi in una massa dannata. Dopo il peccato originale, dunque, solo l’infinita bontà di Dio può salvare alcuni predestinati, concedendo loro la forza di infrangere il peccato originale.
- Il Donatismo, che, fondato sul principio di assoluta intransigenza della Chiesa di fronte allo Stato, prevede che il clero non abbia contatti con le autorità civili, poiché perderebbe la sua capacità di amministrare i sacramenti. Contro il donatismo Agostino afferma allora la validità dei sacramenti indipendentemente dalla persona che li amministra, spiegando che è Dio che opera attraverso il sacerdote.

 

Publié dans:Sant'Ambrogio, santi: biografia |on 28 août, 2015 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: Da La Trinità, 15, 28, 51

http://www.templarisanbernardo.org/Sant’Agostino%20La%20Trinit%C3%A0.htm

Sant’Agostino

Da La Trinità, 15, 28, 51

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome e: Colui che io manderò da presso il Padre.
Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.
So che sta scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato, ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi, pur parlando molto. Perché quell’uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo. Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo? Ma non c’erano molte parole, perché c’era solo il necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.
Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto. Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te.
Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c’è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi. Amen.

Sant’Ambrogio e il chierichetto

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2010/157q04a1.html

DA: L’0SSERVATORE ROMANO

(11 luglio 2010)

Sant’Ambrogio e il chierichetto

Pubblichiamo il racconto autobiografico che apre il libro Preghiera e poesia negli Inni di sant’Ambrogio e di Manzoni (Milano, Jaca Book, 2010, pagine 182, euro 18, con prefazione del direttore del nostro giornale).
di Inos Biffi
Direi di aver incontrato gli inni di sant’Ambrogio negli anni della fanciullezza, o poco oltre. Diventato, infatti, chierichetto, intorno agli otto anni, non mancavo mai, la domenica e nelle feste, al canto dei vespri parrocchiali, a cui seguivano una buona spiegazione della dottrina cristiana a un’assemblea normalmente attenta, anche se non di rado assonnata nei pomeriggi estivi, e la solenne benedizione col Santissimo Sacramento.
Ho ricordato di essere diventato presto chierichetto:  fu per un inaspettato e provvido invito, a cui subito acconsentii, di un compagno di scuola, intelligente e buono, già da qualche tempo chierichetto, e col quale avrei condiviso una cordiale amicizia, prima che il Signore lo chiamasse in ancor giovane età e dopo dolorose peripezie.
Non potevo certo allora immaginare che quell’invito sarebbe stato decisivo per la mia esperienza religiosa, la storia della mia fede e l’orientamento della mia vita. Forse per questo, la circostanza in cui mi fu rivolto mi è rimasta impressa, sia pure con i contorni non più lucidi:  mi pare fosse sul piazzale della chiesa, una domenica, dopo una celebrazione, forse i vespri.
Rimasi gioiosamente fedele a quell’impegno tutto il tempo della fanciullezza e dell’adolescenza, fino all’ingresso in seminario, anche se, abitando alquanto distante dalla parrocchia, quella fedeltà comportava percorsi giornalieri fatti di salite e di discese, già di mattina presto – il primo tocco di campane si faceva sentire alle cinque e trenta – quando ancora era buio e s’intravedeva appena la strada di campagna, che dovevo percorrere:  una strada ghiacciata o innevata nella rigida stagione invernale, o tutta fangosa nella stagione delle piogge.
Era un cammino percorso in solitudine e avvolto da un grande silenzio, interrotto soltanto dal latrato di qualche cane e dal canto del gallo proveniente da qualche casolare dei dintorni. Allora non conoscevo l’inno di sant’Ambrogio Aeterne rerum conditor, dove ricorre il canto del gallo « araldo del giorno », con i versi:  « Già s’ode l’araldo del giorno, / che veglia nel profondo della notte:  / è come luce a chi cammina al buio, / delle notturne veglie è segnale », e quelli che seguono.
Lo avrei conosciuto e gustato molti anni dopo, dedicandomi alla cura dell’edizione degli inni di sant’Ambrogio e alla riforma del Breviario Ambrosiano.
Durante il tragitto, che allora mi sembrava più lungo di quel che fosse in realtà, mi avveniva anche d’incontrare qualche operaio che in bicicletta, di buon’ora, si recava al lavoro, o alcune donne che scendevano dal Mirasole e come me si avviavano alla prima messa:  non erano taciturne, e il solo sentire il loro chiacchiericcio mi rassicurava.
Con tutto ciò, non venivo distolto dai vari e non vuoti pensieri che occupavano la mia mente lungo la via che dal Tricodaglio saliva fino all’antica Lomania, un minuscolo paese di collina, allora con poco più di mille anime:  Tricodaglio era invece, ed è tuttora, il nome curioso e, come sembra, di origini remote, della mia esigua frazione, situata all’incontro di tre strade sassose, ai piedi della collinetta del Mirasole.
Quando, forse in seconda o terza elementare, imparai a memoria la poesia Ave di Diego Valeri, dove il poeta scrive dell’Angelo che « Lieve lieve ha sfiorato con l’ala di velluto / il povero paese », spargendovi « un tenue lume / di perla e di turchese / e un palpito di piume », pensai subito al mio « povero paese », al campanile della sua chiesa, da dove scendevano fino al « gruppetto di case » del Tricodaglio – sono sempre i versi dell’Ave di Valeri – « gli ultimi tocchi / cullati come foglie / dal vento della sera ». Ero convinto che anche dalle nostre « più oscure soglie » l’Angelo si volava via « a portar la preghiera / degli umili a Maria »:  Lomagna, allora, un po’ come tutta la Brianza, era una terra di laboriosi e sfruttati contadini, in un primo tempo a mezzadria con i proprietari, signorotti locali o marchesi e conti di un illustre casato milanese, che possedevano ai margini del paese un bel palazzo settecentesco.
Ma più che nei viaggi di andata era durante quelli di ritorno che coltivavo le mie riflessioni, specialmente rimeditando le parole ascoltate nelle prediche, che ripetevo e persino declamavo, per ricomporle secondo una mia logica e i miei gusti.
Forse quell’esercizio non fu vano per la predicazione, l’insegnamento e la scrittura che mi avrebbero occupato tanti anni dopo, e dove avrei sempre ricercato una coltivazione e quasi un culto della parola.
Nei mesi scolastici, finita la messa, quasi sempre preceduta, alle sei meno un quarto, dall’ufficio dei defunti, i cui notturni in latino, dopo qualche tempo, avevo imparato quasi a memoria, occorreva raggiungere la casa in fretta, e subito riprendere la stessa strada per frequentare la scuola.
E, pure, quel servizio liturgico così mattiniero, agli inizi ancora presieduto dal parroco anziano e irascibile, non mi era mai pesato, anche se l’oscurità mi angosciava, e ogni rumore o soffio di vento che agitasse le foglie mi impauriva, e persino mi spaventava il muoversi della mia ombra, che la luna proiettava sui terreni tutt’intorno, attraversati da torrenti e rogge, e ricchi di fontanili. E, infatti, quand’era in piena la Molgoretta, non mancava una certa apprensione ad attraversare il ponte.
Se, però, nelle mattine gelide d’inverno era sereno e il cielo tutto stellato, lo spettacolo, con la brina che imbiancava i terreni sotto il ciglio della strada, mi incantava.
Al ritorno, la vista era mutata:  dopo l’alba il cielo si era fatto chiaro, e in autunno o d’inverno il sole già sorto faceva brillare i campi circostanti. Ignoravo, allora, la pagina de I Promessi Sposi che, all’inizio del quarto capitolo, descrive l’uscita di padre Cristoforo dal convento di Pescarenico, la sua salita alla casa di Lucia, e intorno « la terra lavorata di fresco », che « spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza »; ma appena venni a conoscenza di quella pagina, mi ritrovai come in un paesaggio noto:  il pensiero tornò subito alle vedute contemplate in quei miei percorsi mattinieri che mi facevano gioire immensamente.
A distanza di più di sessant’anni, mi pare di rivedere quello spettacolo e di risentire quell’impressione:  serbati vivi nel fondo dell’anima, tornano a suscitare l’immutato piacere della memoria, forse anche perché, a distanza di tempo, i ricordi sono soliti abbellire e trasfigurare anche le vicissitudini meno affascinanti e meno piacevoli  del  passato.  Ma  torniamo  agli inni di sant’Ambrogio e ai vespri domenicali.
Nel tempo ordinario si cantava a distesa uno dei suoi inni più belli, il Deus creator omnium, scritto per l’ »ora dell’accensione », che tanto aveva incantato e commosso sant’Agostino e che anche sua madre, Monica, ben conosceva e citava.
Certamente, in quegli anni acerbi non capivo nulla dei versi splendidi di quell’inno, come di quelli dell’Intende qui regis Israel, nei vespri natalizi, o di quelli dell’Hic est dies verus Dei, nel tempo pasquale.
D’altronde, nessuno capiva quello che cantava, ma tutti lo stesso cantavano a distesa quei carmina che, come professioni sonore della fede, con sagace percezione pastorale, sant’Ambrogio aveva composto per la preghiera liturgica dei suoi fedeli, nel corso della giornata o nelle feste del Signore e dei martiri. A poco a poco finii, però, con l’impararli quasi a memoria. Qualche cosa, tuttavia, mi ingegnavo di capire, aiutato dai volumetti, dai profili variamente colorati a seconda dei tempi liturgici, che l’Opera della Regalità dell’Università Cattolica con felice iniziativa metteva in mano dei fedeli perché potessero seguire i riti e parteciparvi attivamente, e dal denso e prezioso Parrocchiano Ambrosiano.
Di là dalla comprensione che allora ne potessi avere, quegli inni ambrosiani a poco a poco si depositarono in me come un seme silenzioso, in attesa di germogliare quando, molto più tardi, a seguito di circostanze, alcune prevedibili e altre affatto imprevedute, mi sarei dovuto soffermare a lungo su di essi, per studiarli e per tradurli.
E sempre a quei vespri incominciai a sentir cantare, insieme con gli inni di sant’Ambrogio, i salmi in latino, e anche di essi imparavo a memoria qualche versetto. E al riguardo mi viene in mente quanto mi narrava il cardinale Giovanni Colombo del suo nonno materno che, vedendo per la prima volta la gran « foppa » del mare, a Genova, prima di imbarcarsi come emigrante in Argentina, ebbe a esclamare:  « Vedi il mare, e fuggi! »:  era la sua versione del versetto del salmo 113 (v. 3) cantato ai vespri nella chiesa parrocchiale di Caronno, Vidit mare et fugit.
Mi veniva spontaneo di collegare strettamente quelle liturgie vespertine alle stagioni; il tempo di Quaresima e di Pasqua alla primavera che scioglieva i ghiacci e rinverdiva i prati; il tempo dopo Pentecoste all’estate, che indorava le messi e, qualche anno, con la sua arsura insopportabile inaridiva e disseccava i campi di granoturco – da qui le preghiere e le processioni per propiziare l’acqua – il tempo d’Avvento si associava all’autunno, con le sue nebbie, specialmente al fondo della discesa, al Lavandaio, dove scorrevano le rogge, e con le prime ombre della sera, che sentivo e aspiravo con diffusa mestizia; mentre il tempo del Natale, dell’Epifania e delle domeniche che seguivano ci collocava nell’inverno, con tanta neve e ghiaccio, che rendeva la strada scivolosa, e si aveva l’impressione che non passasse mai.
Era come se la grazia dei misteri si disposasse con le stagioni e le attraversasse, assumendo la forma sensibile della natura:  la grazia infusa nei ricorsi dei tempi, che si trovavano, così, nobilitati e sublimati, e da puro calendario meteorologico passavano a calendario della pietà e a ciclo di salvezza.
Questa associazione non ha cessato di perdurare e ha facilitato la visione teologica, che avrebbe portato frutti in seguito, di tutta la realtà creata per mezzo di Cristo, in lui e in vista di lui, e quindi anche del tempo, in cui si dispiega la sua signoria.
Anche durante i tragitti solitari verso casa dopo i vespri non mancavo di riandare a quello che si era celebrato o cantato in chiesa, salmi o inni. Era ancora una seminagione:  negli anni successivi li avrei ritrovati.

Publié dans:Sant'Ambrogio |on 1 mai, 2011 |Pas de commentaires »

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