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Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2010 – La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/lent/documents/hf_ben-xvi_mes_20091030_lent-2010_it.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2010

La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)  

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo – dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo… non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro… Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare – ammonisce Gesù – è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio… per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 30 ottobre 2009 

BENEDICTUS PP. XVI

Publié dans:liturgia, Papa Benedetto XVI, San Paolo |on 16 février, 2010 |Pas de commentaires »

I canoni bizantini nell’iconografia di san Paolo: Come la tradizione orientale ha dipinto l’Apostolo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17297?l=italian

I canoni bizantini nell’iconografia di san Paolo

Come la tradizione orientale ha dipinto l’Apostolo

ROMA, lunedì, 23 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di Giuseppe Lombardo e Mirella Roccasalva, dell’Associazione Russia Cristiana “San Vladimir” (Siracusa), apparso sull’ottavo numero della rivista « Paulus » (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

* * *

«Mentre il mio corpo era debilitato per il digiuno, a me che non dormivo ma ero in estasi essi apparvero insieme ad una persona che rassomigliava al beato apostolo Paolo, così come la pittura mostra chiaramente nelle immagini la figura di lui». Dalla citazione del breve passo di sant’Ambrogio nell’Epistola a tutta l’Italia, si evince la forza evocativa delle immagini; l’evocazione diventa più forte se si considera che sant’Ambrogio, citato da Giovanni Damasceno nel secondo discorso in “Difesa delle immagini sacre”, si riferisce a un’icona.

I canoni iconografici, dettati da Bisanzio, si individuano nelle raffigurazioni iconografiche dei vari personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento con l’intento di sollecitare alla contemplazione e alla preghiera e di accompagnare nella conoscenza del personaggio raffigurato, considerando che lo stesso viene proposto nel piano, proprio dell’icona, della raffigurazione visibile del Dio invisibile.

L’iconografia dell’apostolo Paolo entra a pieno titolo nel profondo linguaggio della pittura delle icone che non può prescindere dalla sua triplice genesi teologica, estetica e tecnica.

La tipologia raffigurativa, con la quale giunge a noi l’iconografia paolina, propone nei diversi modelli la figura di un uomo che ha acconsentito all’amore di Cristo di toccarlo per sempre. Un primo approccio, alla ricerca delle fonti, presenta pochi esempi di arte canonica dedicati all’Apostolo, ma uno studio più attento ne evidenzia le peculiari caratteristiche con le quali si può entrare in dialogo per penetrare aspetti singolari della profonda umanità di Paolo. Ogni tipologia iconografica, nel corso del tempo, ha conosciuto progressive trasformazioni dovute a cambiamenti epocali, evoluzioni artistiche, approfondimenti teologici.

Le raffigurazioni più antiche di san Paolo, con le quali lo studioso entra in relazione, sono quelle proposte dalle vetuste icone in avorio e smalto e dalla maestosità della rappresentazione musiva. Dallo studio delle varie fonti dell’iconografia paolina si può affermare che ci si trova di fronte a quattro tipologie figurative dominanti: il ritratto, la figura in piedi, l’abbraccio di Pietro e Paolo, alcune scene della vita.

Il ritratto presenta l’Apostolo con caratteristiche canoniche comuni alle varie interpretazioni degli artisti (fronte alta e stempiata, naso aquilino, barba lunga inanellata nella parte finale, collo robusto e ben visibile), ma con due caratteristiche espressive differenti. La prima è quella del pastore rigoroso, fermo nelle sue indicazioni, preoccupato per le comunità a lui affidate e la cui severità è sottolineata dal sopracciglio sinistro fortemente inarcato; un esempio è l’icona di Teofane il Greco. La seconda peculiarità espressiva è quella dell’uomo di Dio, del teologo profondamente immerso nel mistero della sua esistenza trasfigurata dall’amore di Dio. In questo ruolo è stupenda l’interpretazione iconografica di Andrej Rubl?v che ne rilegge i tratti e, si può anche asserire, ne reinterpreta i canoni più antichi.

Lo studioso Michail Alpatov, nel famoso saggio Le icone russe, offre un’interpretazione del linguaggio di Rubl?v degna di attenzione, soprattutto se la si legge nell’ottica della necessaria evoluzione di tipologie figurative più arcaiche: «L’originalità del San Paolo di Rubl?v non sta nel fatto che il volto è già espressivamente russo, che ha la carnagione meno olivastra e il naso meno aquilino di quello greco, che i suoi capelli non sono neri ma biondi: bisogna notare come sia stata raggiunta una felice congiunzione tra morbida modellatura della testa e rughe arrotondate sulla fronte e sulle guance. Questo dà un senso di rilievo e, contemporaneamente, la testa è ben strutturata sul corpo; i contorni sono disposti organicamente sul volto, tutta la testa si arrotonda a partire dalla fronte, le sopracciglia si innalzano, lo zigomo sporge, il naso è modellato, la vigorosa e morbida disposizione della testa corrisponde a quella del corpo, l’arrotondamento della testa all’arrotondamento della spalla. L’immagine si distingue per integrità del volume: il rapporto reciproco delle forme costituisce quel fascino, quell’armonia che emana dall’Apostolo di Rubl?v».

Il ritratto dell’Apostolo viene compreso con maggiore chiarezza se ci si ferma alla lettura del disegno di base delle varie icone. Infatti, il tratto essenziale del segno, madre di ogni opera d’arte che meriti questa definizione, assegna all’intera opera il tratto distintivo che viene completato dall’uso del colore. Riguardo a quest’ultimo elemento, l’iconografia bizantina raffigura l’Apostolo coperto da una veste di tonalità blu o blu-verde sulla quale vi è sempre un manto rosso. Esistono tuttavia delle varianti di colore proposte anche da grandi maestri, ma si può affermare che i colori canonici siano i primi.

Le icone che raffigurano san Paolo in piedi, lo presentano sempre nella bellezza della sua energia interiore e ogni gesto sembra accompagnare i passi del Santo verso la costruzione della Chiesa: le mani che stringono e ,nel contempo, propongono la Parola, le mani che ammoniscono o benedicono, i piedi sempre posti su due livelli diversi per indicare la dinamica dell’azione. Dal punto di vista della struttura del corpo si nota il rispetto dei canoni bizantini: il corpo umano viene raffigurato nella dimensione della trasfigurazione e quindi privato dalle imperfezioni cui in natura è soggetto; è questa la ragione per cui le icone non rispondono facilmente ai princìpi naturali e, pertanto, qualsiasi modello appare stilizzato. Sia nella raffigurazione del volto (frontale o a tre quarti) che in quella del corpo, ci si trova di fronte al canone bizantino per cui non esiste profondità prospettica. La grandezza della testa, anch’essa costruita su rigorosi canoni elaborati con il principio della concentricità dei cerchi o del movimento  degli stessi su assi inclinati secondo misure dettate dall’armonia dell’insieme, assegna al corpo (generalmente misurato in sette o otto teste) l’eleganza necessaria alla raffigurazione e caratterizza il disegno con la precisione di linee che servono a dare finezza al movimento dell’insieme. Regola inequivocabile per la rappresentazione dell’apostolo Paolo, come per tutta l’arte delle icone, è che le linee del disegno, accompagnate poi dalle lumeggiature e rifinite dai dettagli, creino un’armonia particolare dell’insieme, deputata a dichiarare la regalità  del personaggio.

Con la tipologia iconografica dell’Abbraccio di san Pietro e san Paolo, conosciuta anche con il titolo di Incontro tra Pietro e Paolo e più raramente con quello di Bacio tra Pietro e Paolo, si è di fronte a un tema di grande attualità nella vita delle comunità cristiane. È di notevole interesse la forza dell’abbraccio, la spinta dei corpi dei Santi che si legge facilmente anche nelle raffigurazioni dei particolari dei due volti. Sembra la tappa conclusiva di un cammino vissuto nella ricerca di una reciprocità che possa parlare ai cristiani per rivolgere loro l’invito giovanneo: «Perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Quest’immagine può essere considerata un invito all’unità dei cristiani. Lo slancio dei corpi, sempre presente nel modello dell’Abbraccio, diventa canone della raffigurazione stessa, perché non venga meno il senso della stessa.

La tradizione iconografica propone anche dei modelli che evocano scene della vita di san Paolo, di cui le più diffuse sono quelle del battesimo, della predicazione, del naufragio e del martirio, ma non mancano anche episodi poco noti come quello della visione della Gerusalemme Celeste. Ci si trova sempre di fronte alle caratteristiche precipue dell’arte bizantina: assenza prospettica, sostituita dal principio della prospettiva rovesciata o inversa, che ha la forza di condurre il personaggio o l’intera scena verso lo sguardo dello spettatore; luce sullo sfondo perché possa essere data una spinta maggiore all’insieme verso l’esterno; disegno netto e pulito che sappia giocare con le sue tre dimensioni: verticale, orizzontale e diagonale e con il dinamismo del segno sorretto dalla progressione e dal ritmo. Tutto è completato dal linguaggio del colore. Studi approfonditi hanno dimostrato che l’arte delle icone è l’arte della luce, pertanto viene meno l’idea di immagini buie e prive di luce.

L’intensità della policromia bizantina, che utilizza abilmente i contrasti cromatici, consente di trovare una vibrazione che, dal punto di vista tecnico, serve per affermare gli equilibri e le armonie necessarie all’arte bizantina, ma, dall’altro, è necessaria per toccare la sensibilità del fedele che ad essa si accosta. L’iconografia delle scene della vita dell’Apostolo, nel rispetto della tradizione bizantina, fa riferimento ai testi biblici, alle fonti liturgiche, alla tradizione della Chiesa, ma anche alla testimonianza dei vangeli apocrifi.  Dalla  nascita dell’arte delle icone, gli artisti si sono ispirati,  per esigenze date dall’elaborazione scenica dell’insieme, ai testi apocrifi.  Ciò non svilisce la verità stessa dell’icona.

Analizzando il percorso dell’iconografia paolina, si legge anche il cammino della comunità cristiana accompagnata dalla parola di Dio, si avverte la presenza dell’Apostolo delle genti, se ne gusta l’avventura umana e cristiana che ha ispirato la creatività degli artisti.

Publié dans:San Paolo |on 11 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

La “fede schietta” delle donne: L’importanza della “fede delle madri” nelle parole di due sacerdoti

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20675?l=italian

La “fede schietta” delle donne

L’importanza della “fede delle madri” nelle parole di due sacerdoti

ROMA, giovedì, 10 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito due articoli apparsi sul numero di dicembre di Paulus, dedicato alla Seconda lettera a Timoteo e al tema “Paolo l’atleta”.

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Colpisce sempre rileggere il passo in cui Paolo, con un sentimento di tenero e fraterno affetto, si rivolge al suo discepolo Timoteo ricordandone le lacrime e la fede schietta, «quella che fu prima della tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce» (2Tm 1,5). Quest’ultima, ebrea sposata a un greco, è probabilmente una delle prime a convertirsi durante il primo viaggio missionario dell’Apostolo a Listra, verso il 48 d.C. circa, e sembra diventare, insieme alla nonna, la garante di una linea di continuità della fede del figlio Timoteo e, quindi, della sua vocazione. Prendendo spunto da questo passo ci si potrebbe chiedere se, venendo ai nostri giorni, il sacerdote, il seminarista o ancora il giovane in discernimento, riferirebbe in qualche misura la propria risposta vocazionale alla figura materna. Dire “madre” significa dire infatti tout court “amore”. È la madre che, subito dopo il parto, accogliendo nelle braccia il suo piccolo, comincia a insegnare in modo del tutto spontaneo al figlio il lessico dell’amore, fatto di una catena ininterrotta di “sì” incondizionati senza “se” e senza “ma”. Se poi il ministero sacerdotale è, da parte sua, un dono che richiede di essere accolto in pienezza prima di diventare una scelta esplicita di amore incondizionato per il Signore e per i suoi fratelli, si può forse azzardare che proprio l’accettazione di questa proposta dall’alto sia a lungo preparata da quella “grammatica dell’accoglienza” che si è appresa alla scuola materna. Accoglienza che, nella figura della madre, si concretizza non solo nei bisogni materiali del figlio ma anche in quelli spirituali: se la psicologia ci dice che l’attaccamento a Dio da parte del bambino risulta sempre mediata da un’esperienza affettivamente gratificante, questo vorrà ben dire che è proprio in questo humus affettivo che la trasmissione e l’accoglienza del seme della fede, e più tardi della vocazione, ha più probabilità di attecchire.

Nella Bibbia e nella storia

Non mancano nella tradizione giudaico-cristiana esempi di madri alle quali è possibile far risalire la vocazione del figlio. Tracce di questo ci sono testimoniate, ad esempio, in un episodio noto dell’Antico Testamento. Chi non ha avuto un sussulto meditando l’episodio dove la sterile Anna, nel tempio di Silo, promette a Dio il figlio che egli vorrà concederle (1Sam 1,9s): il piccolo Samuele diventerà poi il grande profeta che unse Saul primo re di Israele. Ma esempi anche più significativi possiamo ricavarli rileggendo la storia vocazionale dei santi. Uno di questi, ben presente alla memoria di tutti, è quello di Monica, la madre di sant’Agostino. Nel suo caso si trattò, sostengono non senza una punta d’ironia gli agiografi, di una vera e propria persecuzione d’amore verso il maggiore dei suoi tre figli, quel giovane che nella sua ricerca della verità passava di approdo in approdo senza mai arrivare alla vera fede. La santa seguì Agostino in tutti i suoi trasferimenti, diventandone quasi l’incubo: Madaura, Cartagine, Roma e finalmente Milano. Solo dopo la conversione del figlio e il suo battesimo (387 d.C.) la donna, che già con le sue preghiere aveva portato al fonte battesimale il marito Patrizio, ritenne completata la sua missione e poté addormentarsi in pace per il sonno eterno a Ostia, in procinto di partire per l’Africa. La sua missione era compiuta. L’efficacia delle sue preghiere andarono ben oltre quello che aveva sperato: solo dal cielo vide Agostino diventare vescovo. Chi, poi, non si è commosso per la storia di quello straordinario santo che fu don Giovanni Bosco? Toccò proprio a sua madre, Margherita Occhiena, donna di povere origini e armata solo di quella sapienza che viene dall’alto, di educare il figlio a una fede semplice e solida e, al momento in cui scoccò l’ora di Dio, di responsabilizzare il piccolo Giovannino (all’età di 9 anni!) riguardo alla sua scelta sacerdotale ammonendolo, molto prima di seguirlo nella sua missione, che «Dio viene prima di tutto». Fu anche il caso, per rimanere in Piemonte, del beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina: è nel Santuario della Madonna dei Fiori di Bra che sua mamma, Teresa Rosa Allocco, gli insegnò a interpretare i segni della fede cristiana. Gli esempi nella storia anche recente della Chiesa si potrebbero moltiplicare.

Ma è soprattutto riandando con il pensiero e con il cuore alle vicende della Santa Famiglia di Nazareth che possiamo convincerci dell’importanza della madre nella vocazione del figlio.

Se infatti è Dio stesso che decide di incarnarsi nel seno di una donna e da questa attingere, oltre che la vita fisica, anche l’educazione civile e religiosa a “essere uomo” del suo tempo, non resta che ammettere che la figura materna si inscrive nell’ordine delle cose per poter rispondere a quella chiamata che viene dall’alto.

Stefano Stimamiglio

BOX: La fede della nonna

La fede dela nonna è stata fondamentale nel percorso che mi ha portato al sacerdozio. Si trattava di una fede semplice ma rocciosa, nutrita dal robusto patrimonio della sana tradizione popolare e dal senso pratico proprio della vita concreta. Un sentimento religioso comunicato attraverso la vita e la sapienza dei proverbi, che riuscivano a manifestare con semplicità il senso recondito delle cose. Faccio un esempio. Alla domanda – «Nonna, che ora è?» – lei rispondeva invariabilmente: «È ora di amare Dio e di fare il suo volere». Dopo ci diceva anche l’ora “terrena”, l’ora dell’orologio, ma intanto aveva colto l’occasione per richiamarci al nostro destino. Un altro detto che mi piaceva tanto era questo: «Oh Signor, dai masi Seracini, varda so per stì paesi!» (“O Signore, dai casolari montani, guarda giù fino a questi paesi!”). I Masi Saracini sono siti sulle cime delle montagne che sovrastano Gardolo (Tn), dove lei era nata: a me veniva sempre da ridere quando li citava e intanto mi rendeva simpatica la preghiera. Del resto, questo era il modo di pregare della nonna dopo la Messa, il rosario quotidiano e anche, negli ultimi anni, la Liturgia delle Ore, in ossequio alle indicazioni della Chiesa, sul suo piccolo breviario quotidiano zeppo di santini. Un metodo semplice e schietto il suo, impastato di concretezza e umanità, virtù tipiche di quel realismo e abbandono lieto proprio della gente di montagna. E dire che la nonna ne aveva passate di tutti i colori, nella sua vita. Nata in una famiglia povera ma dignitosa, da bambina era rimasta segnata dal traumatico incendio della casa. Suo papà era direttore del coro della parrocchia e musicista amatoriale. In casa, quando si aveva fame, si cantava… e la perfetta impostazione da soprano cristallino della nonna, mi fa presumere che se ne sia patita tanta. Da qui, un ennesimo detto tipico della nonna: «Canta, che te passa!». Ce lo diceva quando facevamo i capricci per un nonnulla. Si sposò a 16 anni perché il nonno stava partendo per la guerra. Si erano trovati a essere fidanzati in un sol giorno, quando il papà di lei l’aveva mandata, insieme alla sorella Genia, a fare un pellegrinaggio a piedi fino a Pietralba con quel signore distinto. Lui era andato in precedenza dal papà della nonna a domandarne la mano, senza che lei lo sapesse, e papà aveva deciso che si conoscessero facendo un pellegrinaggio a piedi… ma con la cautela di una terza persona a seguito. La cosa funzionò. Il fidanzamento durò pochi mesi. A 17 anni era già mamma, sotto i bombardamenti del ’45, costretta a scappare nei bunker con la piccola primogenita. Finita la guerra, andarono ad abitare in una casa poverissima, senza servizi igienici. Il marito venne assunto alle acciaierie di Bolzano e riuscì a ottenere un alloggio delle case popolari. Ma un brutto male, causato proprio dai vapori venefici delle acciaierie, lo portò via in poco tempo. La nonna aveva appena passato i quaranta, ma già era mamma di cinque figli. Li aveva cresciuti tutti da sola, risparmiando, “facendo la formichina”. Oggi, dopo tanti sacrifici e – come direbbe la Bibbia – «sazia di anni», nonna passa le sue giornate in compagnia della badante, intervallando le scadenze naturali della sua giornata (sveglia, colazione, pranzo, cena) con le preghiere di Radio Sacra Famiglia di Bolzano o Radio Maria, e attendendo la visita di qualche figlio o di qualcuno dei numerosissimi nipotini e pronipotini che si sono aggiunti alla carovana nel corso degli anni. Non è facile, per una come lei che ha sempre lavorato sodo, vedersi così, quasi sempre seduta e con le mani in mano. Eppure va avanti ancora forte, con il suo humor e i suoi proverbi. Quando era più giovane e si trovava a sera, stanca per il molto lavoro, invece di lamentarsi a vuoto, amava ripetere questa giaculatoria in dialetto trentino: «O Signor, Signor, quanto si fa e dopo si muor!». Adesso quel proverbio pieno di verità e di sapienza si riflette sul suo volto, accarezzato da mille piccoli solchi, mappa di una storia ricca di fede e di amore.

Emanuele Cuccarollo

Publié dans:San Paolo |on 10 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Giovanni Paolo II: 1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910703_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 luglio 1991
 

1. Tra i doni più grandi, che San Paolo indica ai Corinzi come permanenti, vi è la speranza (cf. 1 Cor 12, 31).

Essa ha un ruolo fondamentale nella vita cristiana, come l’hanno la fede e la carità, benché “di tutte più grande sia la carità!” (cf. 1 Cor 13, 13). È chiaro che la speranza non va intesa nel senso restrittivo di dono particolare o straordinario, concesso ad alcuni per il bene della comunità, ma come dono dello Spirito Santo offerto ad ogni uomo, che nella fede si apre a Cristo. A questo dono va prestata una particolare attenzione, specialmente nel nostro tempo, nel quale molti uomini – anche non pochi cristiani – si dibattono tra l’illusione e il mito di una infinita capacità di autoredenzione e realizzazione di sé, e la tentazione del pessimismo nell’esperienza delle frequenti delusioni e sconfitte.

La speranza cristiana, pur includendo il moto psicologico dell’animo che tende al bene arduo, tuttavia si colloca al livello soprannaturale delle virtù derivate dalla grazia (cf. S. Thomae, Summa theologiae, III, q. 7, a. 2), come dono che Dio fa al credente, in ordine alla vita eterna. È, dunque, una virtù tipica dell’“homo viator”, dell’uomo pellegrino, che – anche se conosce Dio e la vocazione eterna per mezzo della fede – non è ancora giunto alla visione. La speranza in certo modo lo fa “passare al di là del velo”, come dice la Lettera agli Ebrei (cf. Eb 6, 19).

2. Essenziale, perciò, in questa virtù è la dimensione escatologica. Nella Pentecoste lo Spirito Santo è venuto a compiere le promesse incluse nell’annuncio della salvezza, come leggiamo negli Atti degli Apostoli: “Gesù, innalzato alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso” (At 2, 33). Ma questo compimento della promessa si proietta su tutta la storia, fino agli ultimi tempi. Per coloro che posseggono la fede nella parola di Dio risonata in Cristo e predicata dagli Apostoli, l’escatologia ha cominciato a realizzarsi, anzi può dirsi già realizzata nel suo aspetto fondamentale: la presenza dello Spirito Santo nella storia umana, che dall’evento della Pentecoste prende significato e slancio vitale in ordine alla meta divina di ogni uomo e dell’umanità intera. Mentre la speranza dell’Antico Testamento aveva come fondamento la promessa della perenne presenza e provvidenza di Dio, che si sarebbe manifestata nel Messia, nel Nuovo Testamento la speranza, per la grazia dello Spirito Santo che ne è all’origine, comporta già un possesso anticipativo della futura gloria.

In questa prospettiva San Paolo afferma che il dono dello Spirito Santo è come una caparra della felicità futura: “Avete ricevuto – egli scrive agli Efesini – il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1, 13-14; cf.4, 30; 2 Cor 1, 22).

Si può dire che nella vita cristiana sulla terra vi è come una iniziazione alla piena partecipazione alla gloria di Dio: ed è lo Spirito Santo a costituire la garanzia del raggiungimento della pienezza della vita eterna, quando per effetto della redenzione saranno vinti anche tutti i resti del peccato, come il dolore e la morte. Così la speranza cristiana è non solo una garanzia, ma un anticipo della realtà futura.

3. La speranza accesa nel cristiano dallo Spirito Santo ha anche una dimensione che si direbbe cosmica, includente la terra e il cielo, lo sperimentabile e l’inaccessibile, il noto e l’ignoto. “La creazione stessa – scrive San Paolo – attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (cf. Rm 8, 19-23). Il cristiano, consapevole della vocazione dell’uomo e della destinazione dell’universo, coglie il senso di quella gestazione universale e scopre che si tratta della divina adozione per tutti gli uomini, chiamati a partecipare alla gloria di Dio che si riflette su tutto il creato. Di questa adozione il cristiano sa di possedere già le primizie nello Spirito Santo, e perciò guarda con serena speranza al destino del mondo, pur tra le tribolazioni del tempo.

Illuminato dalla fede, egli capisce il significato e quasi sperimenta la verità del brano successivo della Lettera ai Romani, dove l’Apostolo ci assicura che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente chiedere, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8, 26-28).

4. Come si vede, è nel sacrario dell’anima che vive, prega e opera lo Spirito Santo, il quale ci fa entrare sempre più nella prospettiva del fine ultimo, Dio, conformando tutta la nostra vita al suo piano salvifico. Perciò egli stesso ci fa pregare pregando in noi, con sentimenti e parole di figli di Dio (cf. Rm 8, 15.26-27; Gal 4, 6; Ef 6, 18), in intimo collegamento spirituale ed escatologico col Cristo che siede alla destra di Dio, dove intercede per noi (cf. Rm 8, 34; Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). Così egli ci salva dalle illusioni e dalle false vie di salvezza, mentre, muovendo il cuore verso lo scopo autentico della vita, ci libera dal pessimismo e dal nichilismo, tentazioni particolarmente insidiose per chi non parta da premesse di fede o almeno di sincera ricerca di Dio.

Occorre aggiungere che anche il corpo è coinvolto in questa dimensione di speranza, data dallo Spirito Santo alla persona umana. Ce lo dice ancora San Paolo: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8, 11; cf.2 Cor 5, 5). Per ora contentiamoci di aver fatto presente questo aspetto della speranza nella sua dimensione antropologica e personale, ma anche in quella cosmica ed escatologica, sulla quale dovremo ritornare nelle catechesi che, se a Dio piacerà, dedicheremo a suo tempo a questi articoli affascinanti e fondamentali del Credo cristiano: la risurrezione dei morti e la vita eterna dell’uomo intero, anima e corpo.

5. Un’ultima annotazione: l’itinerario terreno della vita ha un termine che, se raggiunto nell’amicizia con Dio, coincide col primo momento della vita beata. Anche se l’anima dovesse in quel passaggio al Cielo subire la purificazione dalle ultime scorie mediante il purgatorio, essa è già piena di luce, di certezza, di gioia, perché sa di appartenere per sempre al suo Dio. A quel punto culminante l’anima è condotta dallo Spirito Santo, autore e datore non solo della “prima grazia” giustificante e della grazia santificante lungo tutta la vita terrena, ma anche della grazia glorificante in “hora mortis”. È la grazia della perseveranza finale, secondo la dottrina del Concilio di Orange (cf. Denz.-S. 183,199) e del Concilio di Trento (cf. Denz.-S. 806,809,832), fondata sull’insegnamento dell’Apostolo, secondo il quale appartiene a Dio concedere “il volere e l’operare” il bene (Fil 2,13), e l’uomo deve pregare per ottenere la grazia di fare il bene sino alla fine (cf. Rm 14, 4; 1 Cor 10, 12; Mt 10, 22; 24,13).

6. Le parole dell’apostolo Paolo ci insegnano a vedere nel dono della Terza Persona divina la garanzia del compimento della nostra aspirazione alla salvezza: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5). E perciò: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. La risposta è decisa: nulla “potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 35.39). Pertanto l’auspicio di Paolo è che abbondiamo “nella speranza per virtù dello Spirito Santo” (Rm 15, 13). Radica qui l’ottimismo cristiano: ottimismo sul destino del mondo, sulla possibilità di salvezza dell’uomo in tutti i tempi, anche nei più difficili e duri, sullo sviluppo della storia verso la glorificazione perfetta di Cristo (“Egli mi glorificherà”: Gv 16, 14), e la partecipazione piena dei credenti alla gloria dei figli di Dio.

Con questa prospettiva il cristiano può tener levato il capo e associarsi all’invocazione che secondo l’Apocalisse è il sospiro più profondo, suscitato nella storia dallo Spirito Santo: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” (Ap 22, 17). Ed ecco l’invito finale dell’Apocalisse e del Nuovo Testamento: “Chi ascolta, ripeta: Vieni! Chi ha sete, venga, chi vuole, attinga gratuitamente l’acqua della vita . . . Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 17.20).

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Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

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Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

18 novembre – Memoria Facoltativa 

I Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, sono sempre associati nella liturgia della Chiesa Romana. Le due basiliche, trofei del martirio di Pietro e Paolo, furono erette sul sepolcro dei due apostoli. Meta di ininterrotto pellegrinaggio attraverso i secoli, sono segno dell’unità e della apostolicità della Chiesa di Roma. (Mess. Rom.)

Martirologio Romano: Dedicazione delle basiliche dei santi Pietro e Paolo, Apostoli, delle quali la prima, edificata dall’imperatore Costantino sul colle Vaticano al di sopra del sepolcro di san Pietro, consunta dal tempo e ricostruita in forma più ampia, in questo giorno fu nuovamente consacrata; l’altra, sulla via Ostiense, costruita dagli imperatori Teodosio e Valentiniano e poi distrutta da un terribile incendio e completamente ricostruita, fu dedicata il 10 dicembre. Nella loro comune commemorazione viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa.

La memoria della dedicazione delle basiliche dei Ss. Pietro Paolo apostoli è una nuova occasione, la quarta nel corso dell’anno, per riflettere sulla figura e sull’opera dei due Principi degli apostoli e anche sul culto eccezionale tributato loro nei secoli. Giunti ormai al termine della loro vita, S. Pietro e S. Paolo furono indotti dalle circostanze a tentare un piccolo bilancio di ciò che il Signore aveva operato per mezzo di loro. Scrivendo « a coloro che hanno ricevuto in sorte con la stessa preziosa fede per la giustizia del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo », S. Pietro dichiarava tra l’altro: « credo giusto, finchè sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo. E procurerò che anche dopo la mia partenza voi abbiate a ricordarvi di queste cose. Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perchè siamo stati testimoni oculari della sua grandezza… Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul suo santo monte » (2Pt 1,13-18).
Da parte sua, S. Paolo confidava al suo « vero figlio nella fede », S. Timoteo: « Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perchè mi ha giudicato degno di fiducia, chiamandomi al ministero… così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù… Appunto per questo ho ottenuto misericordia, perchè Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna » (2Tm 1,12-16).
La loro qualità di ‘salvati’, il ministero tra il popolo di Dio e infine la suprema testimonianza con l’effusione del sangue, attirarono ai Ss. Pietro e Paolo un culto di cui sono chiara manifestazione le basiliche di cui si commemora in questo giorno la dedicazione, che venne fatta rispettivamente dai papi Silvestro (314-335) e Siricio (384-399). Particolarmente la basilica di S. Pietro, è spesso agli onori della cronaca quotidiana per le solenni cerimonie pontificie che vengono predisposte tra le sue mura o sul vasto piazzale antistante: negli occhi e nel cuore di tutti è, ancora la splendida visione d’insieme degli scanni per i circa 2.500 padri del Vaticano II, il concilio annunciato da papa Giovanni proprio dalla basilica di S. Paolo fuori le mura.

Autore: Piero Bargellini

Publié dans:Basiliche di Roma, San Paolo, San Pietro |on 19 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

“Essere santi” con Paolo: Chi sono i «santi» ai quali si rivolge l’Apostolo?

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“Essere santi” con Paolo

Chi sono i «santi» ai quali si rivolge l’Apostolo?

ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Carlo Cibien, dottore in teologia con specializzazione in sacramentaria, apparso sul numero di novembre di Paulus, dedicato alla Prima lettera a Timoteo e al tema “Paolo l’organizzatore”.

* * *

La fede dell’apostolo Paolo ha radici profonde nella fede secolare del popolo d’Israele. Quando ci si interroga sulla sua idea di “santità” occorre dunque ripercorrere, almeno a grandi linee, la strada intrapresa dall’Apostolo.

Dio solo è “il Santo”

Il comando del Signore, introdotto in Levitico 11,44: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» è poi ribadito nel cosiddetto “Codice di santità”: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele e di’ loro: Siate santi, perché santo sono io, il Signore Dio vostro. Ognuno di voi abbia riverenza per sua madre e suo padre e osservate i miei sabati. Io sono il Signore Dio vostro» (Lv 19,2-3). Qualche commentatore si trova imbarazzato di fronte a questo particolare ordine (madre, padre, sabato). Forse gli sfugge che nel brano ci sono, ma in ordine crescente, le tre componenti essenziali della legge di Dio: Dio stesso; il sabato, come spazio cosmico in cui gli uomini s’incontrano con Dio; i genitori: madre e padre, come datori di vita ed educatori alla pratica del sabato e dunque al rapporto con Dio, e come educatori al rapporto con gli altri uomini e con la società nella storia. Quella indicata dal codice di Levitico 19 è dunque una santità densa: la santità che viene da Dio e che Dio chiede al suo popolo, una santità olistica, che investe ogni aspetto della vita. Santità presente e santità futura Nel Nuovo Testamento il plurale “santi” – mentre al singolare è usato solo per Dio – appare nella descrizione della risurrezione di Gesù: «Le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono. Infatti, dopo la risurrezione di lui uscirono dalle tombe, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). E quindi nelle descrizioni della parusìa: «Il Signore [...] confermi i vostri cuori irreprensibili nella santità davanti a Dio nostro Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13), assimilando così i santi agli angeli, che nella tradizione giudaica fanno corona al Signore nel giorno della sua venuta (cfr. Zc 14,5). Anche in questo caso la santità è un termine di unione tra Dio e gli uomini e tra il mondo presente e quello futuro. Potremmo allora collegare alla santità quella definizione che san Tommaso dava della grazia: Gratia nihil aliud est quam quaedam inchoatio gloriae in nobis (STh II-II, q 24, a 3, ad 3), la grazia è il canale che alimenta costantemente la nostra santificazione, fino alla glorificazione in Cristo.

Paolo “strumento” di santificazione

Su questi ambiti di santità Paolo innesterà la nuova situazione che si è venuta a creare per l’umanità con l’incarnazione del Cristo e con tutti quegli eventi teantropici – cioè divino-umani – che hanno costituito poi il kérygma primitivo. Con l’incarnazione di Cristo, Dio dice una parola nuova sull’umanità, una sorta di “nuova creazione”. La comunità dei “cristiani” (cfr. At 11,26) sarà dunque identificata come comunità di santi. Anania, in dialettica con il Signore circa Saulo, dice: «Ho udito molti parlare di quest’uomo e di quanto male ha fatto ai tuoi santi in Gerusalemme» (At 9,13). E la stessa espressione sarà usata da Paolo nel suo discorso di difesa di fronte al re Agrippa (cfr. At 26,10) quando chiamerà in causa il compimento della promessa fatta da Dio ai padri (At 26,6-8) ed evocherà il suo incontro con il Cristo (At 26,13) che gli dice: «Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali io ti mando, per aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce e [...] ottengano la remissione dei peccati e abbiano l’eredità tra i santificati per la fede in me» (At 17-18). Il “motore” di questa santificazione è subito precisato da Paolo: «Con l’aiuto di Dio fino a questo giorno io ho continuato a rendere testimonianza agli umili e ai potenti, non dicendo nient’altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, che il Cristo doveva soffrire e che, risuscitato per primo da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,22-23). E quando Agrippa lo riprende con ironia – «Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano» –, Paolo è pronto a rispondergli: «O poco o molto, Dio volesse che non solo tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano diveniste come io sono, all’infuori di queste catene» (At 26,28-29).

I cristiani: comunità di santi

Paolo è cosciente di non diffondere un messaggio estraneo alla storia del popolo eletto: quel comando contenuto nel Levitico, ora si realizza, ma in un modo nuovo. Paolo non si distacca dal suo passato, non rinnega le proprie radici. Semplicemente è invitato a non fissarsi sulle posizioni raggiunte e lascia che Dio compia in lui il suo disegno: «Per grazia di Dio – dice in 1Corinzi 15,10 – sono quello che sono, e la sua grazia in me non fu vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io invero, ma la grazia di Dio». Le comunità a cui sono indirizzate le lettere paoline sono spesso chiamate “santi” (Ef 1,4; Col 1,2; 1Cor 1,2; 2Cor 1,1; Rm 1,7). Nella Lettera ai Romani, espressione della maturità, l’Apostolo scrive: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, consacrato al vangelo di Dio [...] a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi». Quindi descrive il proprio mandato: «Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia e la missione apostolica per portare all’obbedienza della fede tutti i gentili a gloria del suo nome, tra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo»; non senza averne spiegato i contenuti: «Vangelo che egli aveva preannunciato per mezzo dei suoi profeti negli scritti sacri riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la natura umana, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti: Gesù Cristo Signore nostro». Come dirà in seguito: «Lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, Colui che risuscitò da morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Questa santità si concretizza in un “comportamento santo” molto concreto. Ad esso Paolo richiama a più riprese le sue comunità, spronandole alla carità verso la “comunità santa” per speciale vocazione: «Ora mi metto in viaggio verso Gerusalemme per rendere un servizio ai santi. È parso bene, infatti, alla Macedonia e all’Acaia, di fare una colletta per i poveri che si trovano tra i santi in Gerusalemme. È parso loro bene, poiché sono anche debitori verso di essi. Se, infatti, i gentili sono venuti a far parte dei beni spirituali, devono rendere loro un servizio sacro [= liturgia] nelle loro necessità materiali» (Rm 15,25-27). Nell’indirizzo della 1Corinzi, Paolo sinteticamente scrive: «Paolo [...] alla chiesa di Dio che è a Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, nostro e loro». Egli esprime così le due modalità di santificazione: il cristiano è già oggettivamente santificato in Cristo Gesù, ma deve corrispondere soggettivamente rispondendo lungo tutta la sua vita alla chiamata alla santità. Tra l’azione oggettiva di Dio e la santità parusiaca in Cristo, si colloca dunque l’azione libera di ogni persona/comunità che risponde singolarmente/ comunitariamente al Padre, in Cristo, nello Spirito. Tale impegno è costante e investe ogni momento della vita, anche nel caso di valutazioni e giudizi: «Vi è tra di voi chi, avendo una questione con un altro, ha l’ardire di farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi?». Ma anche in questo caso, la santità in Cristo lega il mondo terreno a quello celeste: «O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? [...] Non sapete che giudicheremo gli angeli?» (1Cor 6,1ss.). Paolo quindi conclude: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? [...] E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor 6,9-11).

Carlo Cibien

Publié dans:San Paolo |on 11 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

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http://www.esarcato.it/archivio_testi/omiletica/01_omelia_1tess517.html

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

Omelia pronunciata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sanremo, 21 gennaio 2008

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

La preghiera è un elemento comune a tutte le religioni del mondo. In essa l’uomo si pone in rapporto con la trascendenza nel modo che più gli è consueto, ovvero con la parola e attraverso la relazione personale. Sebbene vi siano differenti tipi di preghiera, tuttavia risulta difficile pensare che essa, anche se solo considerata sotto il profilo dell’atteggiamento psicologico, non si configuri come un dialogo personale tra l’uomo e la divinità.

La Scrittura riporta le origini della preghiera alle generazioni successive ad Adamo, quindi ai primordi comuni a tutta l’umanità: insieme al sacrificio essa compare come mezzo per ristabilire la comunione con Dio, perduta dal Progenitore. Il primo sacrificio, ci viene presentato in due forme: «Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4, 3-5). La preghiera comparve solo in seguito, con il figlio di Set: «Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore» (Gen 4, 26). Il sacrificio e l’invocazione del nome del Signore, componente essenziale di ogni forma di preghiera, costituiscono dunque lo schema del culto religioso primordiale, schema che costituirà nondimeno il fondamento del culto vetero-testamentario.

Per i cristiani ogni legge, ogni narrazione, ogni parola di saggezza e ogni profezia dell’Antico Testamento è destinata a trovare il suo pieno senso soltanto in relazione al progetto di Dio, nascosto sin dalla fondazione del mondo, che si è rivelato con l’incarnazione del suo Verbo, cioè con l’avvento del Messia. Così dobbiamo pensare che anche il culto veterotestamentario abbia trovato la sua piena realizzazione nel culto istituito da Gesù Cristo. La preghiera, che è parola rivolta a Dio, trova il suo più alto compimento nel Verbo di Dio fattosi carne e vissuto tra noi. Gesù rivela infatti all’umanità, nell’orazione dominica, la piena verità sul nome di Dio, che l’umanità ha invocato sotto varie forme sin dai tempi di Enos. Il nome di Dio è Padre, «sia santificato il tuo nome», il nome di Dio è Figlio, «venga il tuo regno», il nome di Dio è Spirito Santo «sia fatta la tua volontà». Gesù rivela in sé il volto di Dio e nella distinzione delle Tre persone, attraverso la distinzione di tre nomi personali, il nome del Dio Tre volte Santo, contemplato da Isaia nella dossologia angelica (Is 6, 1-3).

Le due forme del culto primordiale, sacrificio e preghiera, trovano nondimeno la loro verità e unità nel Corpo di Cristo, cioè nella vita sacramentale della Chiesa di Cristo. Nella Cena mistica si uniscono il sacrificio incruento e spirituale e il sacrificio della lode, che si riassume nell’invocazione epicletica allo Spirito Santo, affinché rinnovi, nei Doni dell’offerta, l’unità della vita divina con la vita umana, unità che il Cristo Dio sancì in modo indelebile nella sua Incarnazione. Nel Corpo di Cristo sacrificio e preghiera unificano realmente a Dio, o, secondo un termine caro all’ascetica e alla teologia orientali, deificano. Il sacramento dell’Eucaristia unisce a Dio l’uomo che è stato riscattato al Regno attraverso il battesimo; l’Eucaristia rende perfetto cittadino del Regno, colui che è stato fatto degno di esserlo e preparato con il battesimo, che lo ha purificato da ciò che non era degno di entrare nel Regno. La preghiera, sacrificio di lode, si unisce al Supremo Sacramento nel rendere il cristiano membro cosciente del Regno, portando alla luce della coscienza la Grazia che in esso si dà in modo misterioso. È dunque compito della preghiera portare a coscienza l’unità della nostra natura con la natura divina, preparandola e ringraziando per essa, elevando la nostra consapevolezza alla ricchezza misteriosa che è trasmessa in noi dal sacrificio eucaristico, poiché «il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza. Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce» (Lc 8, 15-17). Le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi, «pregate incessantemente» (I Tess 5, 17), che abbiamo messo al centro della meditazione in questo incontro ecumenico, assumono tutto il loro significato se considerate come rivelative del ruolo che l’uomo deve avere, con il suo verbo interiore orante, nell’economia che il Verbo di Dio ha preparato per noi. Il Verbo di Dio infatti agisce interiormente in modo incessante in coloro che si sono associati nel Suo nome alla Sua morte e resurrezione, essendo battezzati nel Nome trinitario di Dio. Se il Verbo di Dio agisce segretamente nella persona del cristiano, la preghiera deve essere allora il luogo del nostro consapevole incontro con l’azione di Dio in noi, e siccome l’azione del Verbo di Dio in noi è incessante, così la preghiera deve essere incessante. La preghiera incessante è anticipazione in questo secolo della preghiera incessante che gli angeli e i santi rivolgono per l’eternità al Dio super-eterno: essa è la risposta della creatura angelica e umana alla presenza incessante di Dio in mezzo a noi, con noi, in noi: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

S. Paolo completa l’esortazione a estendere la preghiera a ogni tempo e occasione, «pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie » (I Tess 5, 17-18), con parole che ne manifestano la ragione intrinseca: «questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (I Tess 5, 18-19). Queste parole ci assicurano che il pegno della preghiera incessante è la progressiva deificazione (o santificazione), nell’attesa escatologica della Seconda venuta, come leggiamo nella conclusione del passo: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (I Tess 5, 23-24).

Come immagino sia noto a molti di voi, il cristianesimo ortodosso ha riconosciuto in questa frase dell’Apostolo un’esortazione concreta e l’ha eletta a fulcro della sua spiritualità, tanto monastica quanto laica, la quale ha avuto espressione storica nell’esicasmo e nel suo irradiamento. L’importanza dell’esicasmo per la spiritualità ortodossa non sarà mai sottolineata abbastanza, dal momento che questa istanza ascetica e spirituale riassume in sé i risultati della millenaria riflessione teologico-patristica orientale (basti pensare che è proprio da una querelle sull’esicasmo che la Chiesa ortodossa riconoscerà la sua perfetta espressione teologica nella dottrina del grande difensore degli esicasti, san Gregorio Palamas, canonizzato appena otto anni dopo la nascita al Regno) e al contempo costituisce il pane quotidiano del fedele che scopre in sé la vocazione a uscire dai ritmi di questo mondo per farsi pellegrino, ancora in queste spoglie mortali, del Regno dei cieli (si pensi ai racconti del laico pellegrino russo che scopre questa via al Regno nella preghiera continua). La preghiera continua ci porta dunque al centro della nostra esistenza, onde è anche detta preghiera del cuore, non da ultimo perché va recitata come una meditazione rivolta al cuore: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; […] perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La formula utilizzata in questa preghiera da recitarsi incessantemente, «Signore Gesù Cristo figlio di Dio abbi pietà di me peccatore», è un Credo abbreviato, dal momento che essa invoca il nome del Signore Gesù, «che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9), confessa la Trinità, dal momento che il Figlio, implica il Padre e la confessione del Figlio come Signore non può darsi se non nello Spirito santo («nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» I Cor 12, 3). Essa è inoltre un’estensione dell’invocazione liturgica per eccellenza che l’assemblea dei fedeli rivolge al Signore: «Signore pietà, Kyrie eleison» ed è estensione nell’intimità personale della preghiera continua che la Chiesa offre a Dio nel ciclo dell’ufficiatura quotidiana, seguendo l’ispirazione del profeta Davide: «Sette volte al giorno io ti lodo, per le sentenze della tua giustizia» (Ps 118, 164). La preghiera incessante si configura dunque come il centro della vita spirituale del cristiano e riflesso della vita spirituale dell’intera assemblea dei credenti; essa non può mancare di esprimere la pienezza della fede e la ricchezza della vita ecclesiale, sicché possiamo dire che la preghiera incessante è triadologica, cristologica e pneumatologica, ha fondamento scritturistico e ha valenza ecclesiologica nonché liturgica.

Ma soprattutto, le generazioni di santi che ci hanno preceduto nella preghiera del cuore ci indicano che essa racchiude un frutto, una perla preziosa e luminosa, che ne costituisce il fine. Essa non è infatti una mera azione umana, che Dio accetta nei suoi cieli e ricompenserà nel tempo opportuno. No, non solo: la preghiera è anche e soprattutto azione di Dio nell’uomo, che lo trasforma fino a trasfigurarlo nella natura della luce taborica, nella quale gli apostoli hanno potuto contemplare il Cristo nella sua teofania spirituale e divina, contemplando in definitiva ciò che la natura umana è chiamata a diventare: luce. «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 2, 14-16). La preghiera è un’azione divino-umana, è sinergia, come solo sinergica può essere la nostra Salvezza. Quando arriveremo a pregare nello Spirito Santo, sarà lo Spirito che pregherà in noi, sicché la preghiera incessante si rivelerà essere una progressiva «acquisizione dello Spirito Santo», acquisizione che è il fine di ogni cristiano, come diceva san Serafino di Sarov.

Cari fratelli e care sorelle in Cristo, la vocazione ecumenica che ci raduna questa sera, possa riconoscere nell’esortazione paolina alla preghiera incessante l’unità della fede che essa implica, unità con Dio Padre Figlio e Spirito Santo e conseguentemente unità con i nostri fratelli che nel medesimo nome pregano, che ci aiuti a guardare ai doni deificanti della preghiera non come qualcosa di già dato per acquisito al momento del nostro battesimo e della nostra professione di fede, ma come qualcosa da raggiungere nel perfezionamento della nostra vita cristiana, e, nel perseguire questo perfezionamento, guardare ai fratelli che stanno camminando verso il medesimo traguardo e con loro rivolgere le parole che profeticamente richiamano l’unità del Popolo di Dio nell’invocazione del Suo nome: «Beato il popolo che ti sa acclamare / e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: / esulta tutto il giorno nel tuo nome, /e nella tua giustizia sarà esaltato» (Ps 88, 16-17).

Amen

(p. Sergio Mainoldi, Parrocchia di Cristo Salvatore, S. Caterina Martire e S. Serafino di Sarov – San Remo, Comunità della Protezione della SS. Madre di Dio – Vigevano)

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla), San Paolo |on 10 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

“Essere santi” con Paolo

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“Essere santi” con Paolo

Chi sono i «santi» ai quali si rivolge l’Apostolo?

ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di don Carlo Cibien, dottore in teologia con specializzazione in sacramentaria, apparso sul numero di novembre di Paulus, dedicato alla Prima lettera a Timoteo e al tema “Paolo l’organizzatore”.

* * *

La fede dell’apostolo Paolo ha radici profonde nella fede secolare del popolo d’Israele. Quando ci si interroga sulla sua idea di “santità” occorre dunque ripercorrere, almeno a grandi linee, la strada intrapresa dall’Apostolo.

Dio solo è “il Santo”

Il comando del Signore, introdotto in Levitico 11,44: «Santificatevi e siate santi perché io sono santo» è poi ribadito nel cosiddetto “Codice di santità”: «Parla a tutta la comunità dei figli d’Israele e di’ loro: Siate santi, perché santo sono io, il Signore Dio vostro. Ognuno di voi abbia riverenza per sua madre e suo padre e osservate i miei sabati. Io sono il Signore Dio vostro» (Lv 19,2-3). Qualche commentatore si trova imbarazzato di fronte a questo particolare ordine (madre, padre, sabato). Forse gli sfugge che nel brano ci sono, ma in ordine crescente, le tre componenti essenziali della legge di Dio: Dio stesso; il sabato, come spazio cosmico in cui gli uomini s’incontrano con Dio; i genitori: madre e padre, come datori di vita ed educatori alla pratica del sabato e dunque al rapporto con Dio, e come educatori al rapporto con gli altri uomini e con la società nella storia. Quella indicata dal codice di Levitico 19 è dunque una santità densa: la santità che viene da Dio e che Dio chiede al suo popolo, una santità olistica, che investe ogni aspetto della vita. Santità presente e santità futura Nel Nuovo Testamento il plurale “santi” – mentre al singolare è usato solo per Dio – appare nella descrizione della risurrezione di Gesù: «Le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono. Infatti, dopo la risurrezione di lui uscirono dalle tombe, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53). E quindi nelle descrizioni della parusìa: «Il Signore [...] confermi i vostri cuori irreprensibili nella santità davanti a Dio nostro Padre, nella venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1Ts 3,13), assimilando così i santi agli angeli, che nella tradizione giudaica fanno corona al Signore nel giorno della sua venuta (cfr. Zc 14,5). Anche in questo caso la santità è un termine di unione tra Dio e gli uomini e tra il mondo presente e quello futuro. Potremmo allora collegare alla santità quella definizione che san Tommaso dava della grazia: Gratia nihil aliud est quam quaedam inchoatio gloriae in nobis (STh II-II, q 24, a 3, ad 3), la grazia è il canale che alimenta costantemente la nostra santificazione, fino alla glorificazione in Cristo.

Paolo “strumento” di santificazione

Su questi ambiti di santità Paolo innesterà la nuova situazione che si è venuta a creare per l’umanità con l’incarnazione del Cristo e con tutti quegli eventi teantropici – cioè divino-umani – che hanno costituito poi il kérygma primitivo. Con l’incarnazione di Cristo, Dio dice una parola nuova sull’umanità, una sorta di “nuova creazione”. La comunità dei “cristiani” (cfr. At 11,26) sarà dunque identificata come comunità di santi. Anania, in dialettica con il Signore circa Saulo, dice: «Ho udito molti parlare di quest’uomo e di quanto male ha fatto ai tuoi santi in Gerusalemme» (At 9,13). E la stessa espressione sarà usata da Paolo nel suo discorso di difesa di fronte al re Agrippa (cfr. At 26,10) quando chiamerà in causa il compimento della promessa fatta da Dio ai padri (At 26,6-8) ed evocherà il suo incontro con il Cristo (At 26,13) che gli dice: «Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali io ti mando, per aprire loro gli occhi perché si convertano dalle tenebre alla luce e [...] ottengano la remissione dei peccati e abbiano l’eredità tra i santificati per la fede in me» (At 17-18). Il “motore” di questa santificazione è subito precisato da Paolo: «Con l’aiuto di Dio fino a questo giorno io ho continuato a rendere testimonianza agli umili e ai potenti, non dicendo nient’altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, che il Cristo doveva soffrire e che, risuscitato per primo da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e ai pagani» (At 26,22-23). E quando Agrippa lo riprende con ironia – «Ancora un poco e mi persuadi a farmi cristiano» –, Paolo è pronto a rispondergli: «O poco o molto, Dio volesse che non solo tu, ma anche tutti quelli che oggi mi ascoltano diveniste come io sono, all’infuori di queste catene» (At 26,28-29).

I cristiani: comunità di santi

Paolo è cosciente di non diffondere un messaggio estraneo alla storia del popolo eletto: quel comando contenuto nel Levitico, ora si realizza, ma in un modo nuovo. Paolo non si distacca dal suo passato, non rinnega le proprie radici. Semplicemente è invitato a non fissarsi sulle posizioni raggiunte e lascia che Dio compia in lui il suo disegno: «Per grazia di Dio – dice in 1Corinzi 15,10 – sono quello che sono, e la sua grazia in me non fu vana; anzi, ho faticato più di tutti loro, non io invero, ma la grazia di Dio». Le comunità a cui sono indirizzate le lettere paoline sono spesso chiamate “santi” (Ef 1,4; Col 1,2; 1Cor 1,2; 2Cor 1,1; Rm 1,7). Nella Lettera ai Romani, espressione della maturità, l’Apostolo scrive: «Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato apostolo, consacrato al vangelo di Dio [...] a tutti coloro che si trovano in Roma, amati da Dio, chiamati santi». Quindi descrive il proprio mandato: «Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia e la missione apostolica per portare all’obbedienza della fede tutti i gentili a gloria del suo nome, tra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo»; non senza averne spiegato i contenuti: «Vangelo che egli aveva preannunciato per mezzo dei suoi profeti negli scritti sacri riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la natura umana, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti: Gesù Cristo Signore nostro». Come dirà in seguito: «Lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, Colui che risuscitò da morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Questa santità si concretizza in un “comportamento santo” molto concreto. Ad esso Paolo richiama a più riprese le sue comunità, spronandole alla carità verso la “comunità santa” per speciale vocazione: «Ora mi metto in viaggio verso Gerusalemme per rendere un servizio ai santi. È parso bene, infatti, alla Macedonia e all’Acaia, di fare una colletta per i poveri che si trovano tra i santi in Gerusalemme. È parso loro bene, poiché sono anche debitori verso di essi. Se, infatti, i gentili sono venuti a far parte dei beni spirituali, devono rendere loro un servizio sacro [= liturgia] nelle loro necessità materiali» (Rm 15,25-27). Nell’indirizzo della 1Corinzi, Paolo sinteticamente scrive: «Paolo [...] alla chiesa di Dio che è a Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, nostro e loro». Egli esprime così le due modalità di santificazione: il cristiano è già oggettivamente santificato in Cristo Gesù, ma deve corrispondere soggettivamente rispondendo lungo tutta la sua vita alla chiamata alla santità. Tra l’azione oggettiva di Dio e la santità parusiaca in Cristo, si colloca dunque l’azione libera di ogni persona/comunità che risponde singolarmente/ comunitariamente al Padre, in Cristo, nello Spirito. Tale impegno è costante e investe ogni momento della vita, anche nel caso di valutazioni e giudizi: «Vi è tra di voi chi, avendo una questione con un altro, ha l’ardire di farsi giudicare dagli ingiusti anziché dai santi?». Ma anche in questo caso, la santità in Cristo lega il mondo terreno a quello celeste: «O non sapete che i santi giudicheranno il mondo? [...] Non sapete che giudicheremo gli angeli?» (1Cor 6,1ss.). Paolo quindi conclude: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? [...] E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor 6,9-11).

Carlo Cibien

Publié dans:San Paolo, Santi |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Forte nella debolezza (2Cor 12, 7-10)

dal sito:

http://cattedrale.arcidiocesi.gorizia.it/parrocchia/spip.php?article155

Forte nella debolezza

Il 5 luglio 2009 par don Sinuhe Marotta

Che modo paradossale di sentire il proprio valore di uomo e di cristiano esprime oggi Paolo! La lunga discussione con i cristiani inquieti di Corinto lo ha appena visto rivelare, a fatica e con pudore, le sue eccezionali esperienze mistiche. È stato fatto entrare nel mondo di Dio. Cristo stesso gli ha parlato con parole indicibili. Paolo è presente su questa terra come uno appena tornato dal cielo.

Eppure… Non sono queste le esperienze di cui intende gloriarsi. “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze”.Che cosa ci stai dicendo, Paolo? Che cos’è questa “spina nella carne”, questo inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarti e che, per ben tre volte, hai pregato il Signore che te ne liberi? È una malattia con effetti umilianti per il tuo corpo? È una tentazione sessuale dalla quale non sei in grado di preservarti? Ti riferisci alle incomprensioni e persecuzioni di cui sei costantemente oggetto e che ti rendono tutto più difficile? È una provocazione diretta del Maligno sulla tua persona?

È la tua debolezza, alla fine. Che sia causata da infermità, oltraggi, necessità o angosce non importa. Basta che sia vissuta per Cristo. Basta che sia vissuta in Cristo. Basta che la sua potenza si manifesti nella tua parola, che è debole, nel tuo corpo che è debole, nel riconoscimento sociale di cui godi che è debole.

Questo è il miracolo; di questo si vanta Paolo: che nella debolezza Cristo parla, che attraverso la debolezza Cristo agisce. Non solo nella salute, nella bravura o nella stima di cui gode il credente, ma nella mancanza di queste realtà il Signore è capace di agire ugualmente. Anzi, forse proprio in queste realtà di debolezza siamo capaci di contare solo sulla promessa e sulla grazia del Signore: “Ti basta la mia grazia”. Capita anche a noi. Le nostre forze, da sole, non ci sostengono.

Che cosa chiederemo allora al Signore, d’ora in poi? Di restare sempre in salute o di vivere sempre in grazia di Dio? Di riuscire bene in ogni cosa o di potergli restare fedeli in ogni cosa? Di morire il più tardi possibile o di saper vivere per Lui e secondo le sue parole il più a lungo possibile?

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Dalla seconda lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi 12,7-10

«Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.

A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte».

Publié dans:San Paolo |on 24 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

San Tommaso d’Aquino: Commento sulla lettera ai Galati, 6

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090926

Sabato della XXV settimana del Tempo Ordinario : Lc 9,43-45
Meditazione del giorno
San Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa
Il nostro vanto : il Figlio dell’uomo consegnato alle mani degli uomini

Commento sulla lettera ai Galati, 6

« Quanto a me invece, dice san Paolo, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Gal 6,14). Vedi, osserva sant’Agostino, là dove il saggio secondo questo mondo ha creduto di trovare la vergogna, l’apostolo Paolo scopre un tesoro ; ciò che quegli riteneva una stoltezza, per lui è divenuto sapienza (1 Cor 1,17s) e vanto.

Ognuno infatti considera motivo di gloria ciò che lo rende grande ai propri occhi. Se si crede un uomo grande perché è ricco, si gloria dei suoi beni. Chi non concepisce per sé nessuna grandezza se non in Gesù Cristo, mette la propria gloria solo in Gesù ; così faceva l’apostolo Paolo : « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » diceva (Gal 2,20). Per questo si gloria soltanto in Gesù Cristo e, innanzi tutto, nella croce di Cristo. In essa infatti sono riuniti tutti i possibili motivi di gloria.

Ci sono persone che considerano motivo di gloria l’amicizia dei grandi e dei potenti ; Paolo ha bisogno soltanto della croce di Cristo, per scoprirvi il segno più evidente dell’amicizia di Dio. « Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,8). Nulla manifesta maggiormente l’amore di Dio per noi se non la morte di Cristo. « O testimonianza inestimabile dell’amore – esclama san Gregorio – per riscattare lo schiavo, hai consegnato il Figlio! »

Publié dans:San Paolo, Santi, santi scritti |on 26 septembre, 2009 |Pas de commentaires »
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