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Viva è la Parola di Dio (Ebrei, 4,4) Un cammino dalla Scrittura alla Parola Viva

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Viva è la Parola di Dio (Ebrei, 4,4) Un cammino dalla Scrittura alla Parola Viva 

Padre Augusto Drago

Il nostro tempo, pur attraversato da tante contraddizioni, è certamente un tempo epifanico: è il tempo dell’epifania della Parola del Signore. A partire dal Concilio Vaticano secondo, ed in modo speciale dalla Costituzione dogmatica sulla Rivelazione “Dei Verbum”, emanata dallo stesso Concilio, c’è stato sempre un crescente desiderio, presso il popolo di Dio, di conoscere, ascoltare, pregare la Parola del Signore. (La rubrica di Padre Augusto riprenderà a Settembre: Buone vancanze!)
La liturgia, da parte sua, ha accresciuto questo desiderio attraverso la proclamazione della Parola nella celebrazione eucaristica.
La lettura meditata e pregata della Parola di Dio, altrimenti detta “Lectio divina”, si è ampiamente diffusa e radicata presso quasi tutte le comunità cristiane. Essa vuole esprimere il desiderio del felice incontro tra la Parola Viva e la Parola Scritta. Su questo, tuttavia, occorre avere le idee un po’ più chiare.

Ed eccoci all’argomento della nostra riflessione.
Tra Scrittura e Parola di Dio, non vi è coincidenza. Quando cominciamo a leggere il Libro, la prima cosa nella quale ci imbattiamo è, ovviamente, il testo scritto della Parola di Dio. Leggere il testo non è il traguardo della lettura, ma solo l’inizio di un cammino. A riguardo, il grande Maestro della Parola di Dio, san Gregorio Magno papa, afferma che “leggere” la Parola è un pellegrinare alla ricerca del Volto dell’Amato, al di là di ogni immagine sensibile, nel silenzio più perfetto del cuore e dell’anima. Chi “legge” la Scrittura, può raggiungere due pienezze contrapposte: o quella del Libro, o quella del Verbo. Nel primo caso avremmo la comprensione della Parola scritta, nel secondo caso, andremmo verso l’incontro con la Parola Viva che brucia come fiaccola (Siracide 48,1).
Ma che cosa è, anzi chi è la Parola viva? Ne parla l’autore della lettera agli Ebrei: “La Parola di Dio è viva ed efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i pensieri e i desideri del cuore” ( Ebrei 4, 12). Allora la Parola di Dio non può essere un testo scritto, ma una Persona, quella che Giovanni chiama “Verbo di Dio” (Giovanni 1,1 e seguenti), di cui egli stesso, nel Prologo al suo Vangelo, abbozza una storia. Egli è Colui per mezzo del quale Dio crea, viene a dimorare nel mondo come Luce e Vita degli uomini. Egli è Colui che ha dato il potere, a quanti credono in Lui, di diventare figli di Dio. La Parola Viva dunque è Lui, il Figlio eterno del Padre, il quale ci rivela il Volto dell’invisibile Dio, essendone Lui stesso icona unica, assoluta ed incomparabile. Raggiungerla è, dunque, compito della lettura spirituale o “Lectio divina”.
In realtà, quando prendiamo in mano la Sacra Scrittura, cosa troviamo? Un testo scritto, una parola scritta in un linguaggio umano, chiuso nella povertà e meschinità di parole immobili, in un testo pietrificato, nel quale il fuoco divorante della Parola Divina è come imprigionato, umiliato, da sembrare spento. Dunque, la “Parola viva” giunge a noi mediata. Potremmo dire che l’avere messo per iscritto la Parola, priva la stessa della sua fiamma, della sua vivacità colloquiale. Ma, ciò nonostante, la Scrittura le rende un servizio:  la conserva, la tramanda per farla giungere fino agli estremi confini della terra, e, attraverso la storia, fino a noi.
Che cosa è allora la Scrittura? Essa, di certo, non è immediatamente Parola di Dio.
Troviamo una risposta ben precisa, a riguardo, nel magistero solenne della Chiesa e più precisamente nella Costituzione del Concilio Vaticano secondo sulla Divina Rivelazione, la Dei Verbum. Al n. 24 è detto: “Le sacre Scritture contengono la Parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente Parola di Dio” Con tale affermazione. i Padri conciliari hanno voluto dirci che non c’è identificazione tra Scrittura e Parola di Dio. La Parola di Dio è contenuta nelle Scritture e va rinvenuta in esse, e solo in esse, in quanto ispirate dallo Spirito Santo e ciò attraverso un lavoro di interpretazione compiuto nel medesimo Spirito.
Giustamente affermava san Girolamo: “Le Scritture sante vanno lette con il medesimo Spirito con cui furono anche scritte”. Potremmo dire, in qualche modo, che l’autore letterario non è Dio, ma l’uomo, sia pure ispirato dallo Spirito Santo.
C’è tuttavia un rapporto necessario ed inscindibile tra Scrittura e Parola viva. Esso è nell’ordine del segno. Divo Barsotti, in un suo saggio (Il mistero cristiano e la Parola di Dio) scriveva “La Scrittura è il segno sensibile onde la Parola di Dio continua a manifestarsi e comunicarsi all’uomo”. Anche sant’Agostino, a suo tempo, quasi a volere decodificare il valore del “segno”, parla del Battesimo come del Sacramento nel quale la Parola diventa, nell’acqua, “Parola visibile” (Verbum visibile) e della Scrittura afferma che essa è il Sacramento dove la Parola viva diventa “udibile”. Tuttavia la Scrittura è, indirettamente, Parola di Dio, in quanto scritta per mezzo dello Spirito Santo. Questo ci assicura dell’assoluta verità del messaggio biblico che la Parola trasmette, ma tuttavia non ci trasmette la sua fiamma ardente. La Parola Viva rimane come “velata” dalla Scrittura: per questo occorre accostarsi ad essa nella preghiera e nello Spirito. Leggere spiritualmente la Scrittura (Lectio divina) significa attraversare la Scrittura, per poter essere trasportati dallo Spirito verso la Parola Viva.

Come giungervi?
Intanto, teniamo presente che la nostra religione cristiana, non è la religione del “Libro”. E’ la religione della “Parola” di Dio, come scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 108). Non di una parola scritta e muta, ma del Verbo Incarnato e vivente! Non una Religione della Bibbia, ma di Gesù Cristo, come aveva affermato Henry de Lubac. In Lui, anche le Scritture di Israele, l’Antico Testamento, vengono assunte come rilettura e completamento del mistero messianico realizzato da Gesù, il Messia: in esse è nascosto il Mistero messianico che viene completamente disvelato da Gesù Cristo nella sua Pasqua e nella Chiesa sua sposa. D’altra parte, Gesù non ha lasciato scritto nulla. Ha solo parlato. Non ha mai detto: “Andate e scrivete”, ma “Andate ed annunciate”.
I Vangeli altro non sono che “testimonianze su di Lui”. Essi furono scritti e rivolti dagli evangelisti alle comunità alle quali venivano indirizzati  e per le quali scrivevano. Quindi il Libro Santo, la Bibbia, va visto in un rapporto di ministerialità rispetto a Cristo, un rapporto “di servizio” come scrive Enzo Bianchi, nei confronti della Persona vivente che è Gesù Cristo. Nel Medio Evo, uno dei più brillanti studiosi della Bibbia, Ugo da san Vittore, scrisse: Tutta la Divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento.
Date queste premesse, possiamo porre in maniera più chiara la domanda già riportata in precedenza: Come giungere, attraverso la Scrittura, alla Parola viva? Continuiamo ad interrogare i “Maestri” della Parola, che sono i Padri della Chiesa. Essi ci hanno trasmessa l’esperienza del loro impatto con lo scritto della Parola Divina.
Ad essi la Parola scritta appare come un velo, una specie di nube della non conoscenza, che nasconde il sole. Il cammino per raggiungere la Parola Viva è come la traversata di un arido deserto. Eppure, diceva san Gregorio di Nissa, non bisogna affatto sottrarsi alla fatica dell’impatto con la letteralità della Parola: occorre scavare in profondità  e solo allora si scopre la nascosta, purissima sorgente. Scavare significa pregare nello Spirito e con lo Spirito, prima di affrontare la lettura della Bibbia. Un altro grande Padre della Chiesa, san Gregorio Magno, papa, scrive: “Impara a conoscere il Cuore di Dio nelle Parole di Dio”. Questo è possibile se ci si unisce allo Spirito di Dio che ha ispirato le parole scritte. Da parte sua sant’Ireneo, vescovo di Smirne, a conferma, diceva: “Le Scritture sono Parole del Verbo e del suo Spirito”.
Lo Spirito, posandosi sulla Parola, la rende vivente, così come invocato sul pane eucaristico, fa sì che esso diventi il Corpo vivente di Cristo Signore.
Anche chi legge, deve essere ripieno di Spirito Santo, affermava san Girolamo, il quale tradusse in lingua latina i testi sia veterotestamentari sia neotestamentari (la cosiddetta Vulgata).
Come ben si vede, le testimonianze patristiche ci indicano lo Spirito Santo come divino “navigatore” che ci aiuta ad attraversare la “lettera che uccide” (2Corinti 3, 6) per essere vivificati dalla Parola Viva. D’altra parte, lo aveva detto Gesù stesso nel vangelo di Giovanni: Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre vi manderà nel mio nome, Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Giovanni, 14,26). Il verbo “ricordare” significa ricondurre alla memoria del cuore”. Questo è il compito dello Spirito in rapporto alla Sacra Scrittura. Si giunge dunque alla Parola Viva, mediante lo Spirito. Per questo ogni lettura della Sacra Bibbia, non può non essere che spirituale.
Potremmo quindi affermare che il cristianesimo non è la religione del Libro, ma la religione della “ricerca” della Parola Viva attraverso la Scrittura, è la religione dell’ermeneutica o dell’interpretazione della Bibbia, e ciò per mezzo dello Spirito Santo.
Leggere le Scritture Sacre, significa cercare il Volto dell’Amato, il Volto del più bello tra i figli dell’uomo. Cercare, più che il Vangelo di Cristo, Cristo come Vangelo, Cristo come esegeta e rivelatore del Padre..
Tale lettura spirituale è cristologica, cristocentrica: e ciò vale sia per l’Antico Testamento sia per il Nuovo.
Per comprendere meglio questo aspetto ricordiamo il mistero dell’Incarnazione. In esso, la Parola viva e personale, il Verbo di Dio si fa uomo. Analogamente, attraverso un testo scritto con parole umane, il Verbo si fa libro. L’agente principale, in ambedue gli eventi, è sempre lo Spirito Santo.
Quali sono le tappe di questo cammino attraverso il “deserto” del testo scritto verso l’incontro con la Parola Viva?
Un grande maestro del Medio Evo, il monaco Guigo II il Certosino (XII sec.), nel suo trattato La Scala di Giacobbe, le illustrava con una parafrasi del testo di san Matteo 7,7.
Chiedete lo Spirito, vi sarà data l’illuminazione.
Cercate con la lettura del testo, troverete con la meditazione.
Bussate con la preghiera, e vi sarà aperto con la contemplazione.
La prima tappa è dunque chiedere lo Spirito: è la preghiera epicletica, con la quale si invoca lo Spirito, prima della lettura affinché ci illumini e ci conduca.
La seconda tappa è leggere. E’ la tappa più faticosa ma anche la più importante, perché leggere significa cercare. Ma per grazia di Dio, oggi ci sono in circolazione tanti sussidi che ci possono aiutare. Occorre tuttavia fare molta attenzione: non pochi, infatti, si fermano al sussidio come fosse una minestra già cotta e pronta per essere mangiata. Leggere il sussidio non significa affatto fermarsi a ciò che ci è stato spiegato. Il sussidio è solo un aiuto, per conoscere meglio il testo, il contesto, il genere letterario, la struttura di una pericope biblica.
Per questo è necessaria la terza tappa: la meditazione. I Padri chiamavano questa tappa “ruminatio”. Il testo viene “ruminato” con il cuore e la mente, perché arrivi a porci delle domande importanti per la nostra vita. Non siamo noi a porre delle domande al testo, ma è il testo che le pone a noi. Con la meditazione, la Parola Viva entra in noi in perfetta consonanza con il Maestro interiore che è lo Spirito Santo.
Nella quarta tappa, la contemplazione, si giunge ad essere non più di fronte alla Parola, ma dentro la Parola. Essa diviene parte integrante di noi stessi: la amiamo, non possiamo farne più a meno, senza di essa avremmo “fame”.
Alla fine di questo processo, la Parola Viva, diventa vita e azione, perciò tutto, nel nostro essere, così come nel modo di concepire la storia personale e pubblica, nel modo di giudicare, di parlare, tutto è impregnato del buon odore della Parola Viva che è Gesù Cristo.
Infine dobbiamo tenere presente il carattere assembleare della Parola.
Infatti, se guardiamo agli scritti sacri, soprattutto al Nuovo Testamento, ci si rende conto che essi furono destinati a particolari comunità, ivi compresi i santi Vangeli. Proprio per questo essi già presentano una forma narrativa di attualizzazione. In altri termini la Parola scritta è già un’ermeneutica diretta ai bisogni spirituali e ai problemi presenti all’interno delle Comunità stesse.
Questo carattere assembleare, è rimasto insito nella lettura e nell’ascolto delle Sacre scritture. Ciò si verifica, in maniera assolutamente particolare ed emblematica, nell’assemblea eucaristica. La lettura assembleare diventa proclamazione della Parola, alla quale tutti rispondono con Rendiamo grazie a Dio o Lode a te o Cristo. La lettura assembleare o liturgica, non è semplicemente un momento di passaggio nella celebrazione Eucaristica, in realtà si tratta di uno dei due momenti essenziali di cui essa si compone: il Pane della Parola e il Pane eucaristico. La liturgia della Parola e quella eucaristica, sono talmente congiunte  tra loro, da formare un solo atto di culto.
Da questa consapevolezza nasce un ascolto nuovo, più profondo, da cui scaturiscono energie spirituali veramente potenti. Come, infatti, condividiamo il medesimo Pane, così condividiamo la medesima Parola.
Giunti alla fine, una cosa abbiamo capito, spero. La lettura spirituale della Sacra Scrittura, tende a fare l’unità tra vita e fede, tra esistenza e preghiera, tra umano e spirituale, come scrive Enzo Bianchi.
Leggere spiritualmente la Scrittura assomiglia ad un movimento respiratorio, in cui ciò che viene “respirato” è la Parola Viva, la Parola di Dio, ossia la sua Volontà.

Amen!

Publié dans:San Paolo |on 18 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Teologia paolina: Conoscere la potenza della risurrezione

dal sito:

http://www.parrocchiadiarenzano.it/FileDoc/2009/LezioneFebbraio23.doc

TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – Don Claudio Doglio
Lezione del 23/02/2009

Conoscere la potenza della risurrezione

L’esperienza profonda vissuta da Paolo è stata una esperienza di risurrezione. Ha incontrato il Risorto e ha sperimentato la potenza della Risurrezione. Ed è proprio su questo aspetto che vogliamo concentrare la nostra attenzione. La potenza del Risorto è l’energia che dentro la vita di una persona realizza il progetto di Dio e segna, trasformando, migliorando la persona stessa. E’ una forza divina che ri-suscita, ri-anima. Da morti che eravamo per i nostri peccati, Dio ci ha fatti ri-vivere in Cristo; con Lui ci ha risuscitati. Ci ha addirittura  fatti salire al cielo insieme con Lui e ci ha fatti sedere alla destra di Dio. Questo lo scrive nella lettera agli Efesini al cap 2. E’ un’espressione fondamentale dell’esperienza spirituale cristiana: da morti che eravamo, Dio ci ha fatti ri-vivere.
E’ già avvenuto in noi un elemento di trasformazione che ha ridato vita alla nostra esistenza. Prima di parlare però di questa condizione che vale per l’umanità in genere, Paolo si è presentato personalmente come un uomo trasformato da questa grazia. Leggiamo al cap 3 della Lettera ai Filippesi la sua presentazione  da questa esperienza fondamentale.
E’ una delle pagine che potremmo considerare autobiografiche, anche se non racconta particolari della vita; ci offre però una bella delineazione delle caratteristiche fondamentali della sua coscienza. I Filippesi sono gli abitanti di Filippi; sono un piccolo gruppo di cristiani che abitavano nella città di Filippi che si trova in Macedonia.
Oggi non esiste più come città: è solo un campo archeologico. Paolo aveva incontrato diverse persone che erano diventate amiche. E’ la prima tappa in Europa che ha fatto. Ricordiamo ad esempio Lidia, la signora che lo accoglie in casa, la prima battezzata da Paolo; poi il carceriere che da nemico oppressore, è diventato un amico liberato da Paolo.
A Filippi si è fermato anche Luca, quello che poi in seguito sarà l’evangelista, come responsabile della comunità.
Mentre in Galazia i cristiani di quella regione lo avevano fatto arrabbiare, perché avevano cambiato bandiera andando dietro altri predicatori, i cristiani di Filippi gli sono sempre stati fedeli e amici.
Abbiamo letto diversi passi della Lettera ai Galati in cui il tono era qualche volta acceso, polemico, contro gli stessi destinatari perché trasgressori. Invece la lettera ai Filippesi è scritta con un tono molto più dolce, cordiale. E’ scritta nello stesso anno della Lettera ai Galati, nello stesso ambiente; è la stessa persona che scrive però a comunità diverse. E’ logico che troviamo le stesse idee con qualche sfumatura differente. Il cap 3 si colloca in mezzo ad una serie di ricordi, saluti, espressioni affettive ed è un testo ricco da un punto di vista dottrinale. Inizia con una insistente raccomandazione: “ per il resto fratelli miei state lieti nel Signore, a me non pesa e a voi è utile che io vi scriva le stesse cose. Ve le ho già dette, ve le dico per iscritto; a me non pesa ripeterle e a voi fa bene sentirle di nuovo perché così ve le mettete bene in testa. Guardatevi dai cani”. Sta parlando di animali? “Guardatevi dai cattivi operai”. Di chi sta parlando? “Guardatevi da quelli che si fanno circoncidere”. Quando parla di cattivi operai, sta parlando di confratelli preti (con linguaggio nostro). Paolo aveva a che fare, anche nella prima comunità cristiana, con degli operai del vangelo, che erano cattivi con delle idee sbagliate che rischiavano di rovinare.
L’elemento di fondo è che Gesù Cristo non basta, ma ci vuole anche qualcosa di più; ad esempio la circoncisione: è necessaria per la salvezza.
In Galazia avevano fatto dei danni, allora è probabile che Paolo abbia agito di anticipo..
“Siamo infatti noi i veri circoncisi”. Noi chi?
“Noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù senza avere fiducia nella carne”
La circoncisione vera è il cambiamento del cuore; l’evento non è rituale, ma esistenziale. Questo discorso deve essere fatto seriamente anche per noi: stiamo cercando di capire come essere cristiani autentici. Quindi questo discorso che Paolo fa sulla circoncisione, noi lo dobbiamo adottare ad esempio ai Sacramenti che riteniamo riti indispensabili. Il rischio è quello di considerare solo il rito come indispensabile in modo tale che produca magicamente l’effetto anche senza Cristo. L’effetto si sente e si vede; se non si sente e non si vede, l’effetto non c’è. Noi abbiamo creato una trattazione dei Sacramenti e ci siamo messi in testa delle idee sui Sacramenti che hanno qualche cosa di magico e di inconsistente
Il sacramento ricevuto fa qualche cosa, non si vede niente, non si sente niente, però il Sacramento c’è L’importante è che ci sia il cuore nuovo.
L’importante non è confessarsi spesso, ma non peccare più. Non che se uno si confessa ripetutamente è a posto; è uno strumento, non un fine. Non si è bravi cristiani perché ci si confessa spesso; si è bravi cristiani se pecchiamo poco. I protestanti usano una battuta di questo genere: “sapete la differenza tra un bambino cattolico e un bambino protestante? Il bambino protestante dice le bugie e poi….dice le bugie; il bambino cattolico, dice le bugie, si confessa e poi dice le bugie”.
La novità di Cristo non è che ci ha portato a confessarci, ma a non peccare. Noi siamo testimoni del’opera della grazia di Cristo, non perché facciamo dei riti, ma perché viviamo una vita.
I riti servono e sono importanti, ma perché ci sia questa vita. Sono strumenti finalizzati alla vita.
Il rischio continuo di ritornare alla mentalità giudaizzante è quello di accontentarci dei riti che non segnano la vita.
Se c’è l’incontro con il Signore che dona la sua misericordia, c’è un cambiamento, un segno. Questa grazia di Dio opera o non opera? Se non ci si accorge di niente come si fa a dire che opera? L’effetto si vede in noi. Come ci accorgiamo se c’è il vento? Guardando gli alberi che si muovono. Da cosa capiamo che c’è vento? Dagli effetti. Vediamo una bandiera che sventola e capiamo che c’è tanto o poco vento e capiamo che direzione ha il vento a seconda della parte dove è orientata la bandiera.
Come facciamo a capire che in noi agisce lo Spirito se non vediamo gli effetti? L’azione dello Spirito si vede dagli effetti. Se ognuno di noi si guarda bene, con attenzione alla luce di Cristo, si accorge che gli effetti ci sono.
Se viviamo bene i Sacramenti, gli effetti ci sono; se li viviamo superficialmente, in modo rituale, allora no.
Rileggiamo il versetto: “siamo noi i veri circoncisi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio. C’è uno spirito che ci mette in comunione con Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù”
Quest’espressione piace molto a Paolo: è entrata anche nella liturgia della Chiesa per il battesimo. Anche nel battesimo si dice: “questa è la nostra fede; questa è la fede della Chiesa e ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù Nostro Signore”.
Noi siamo fieri di professarla. Gloriarsi è un atteggiamento abbastanza comune; ognuno di noi si gloria di qualcosa anche se in  genere adoperiamo piuttosto il verbo “vantarsi”
Ognuno di noi ha le proprie qualità e non lo neghiamo; siamo fieri di qualche cosa. La domanda che Paolo ci pone è: “di cosa sei fiero di fronte a Dio?”.
L’unica realtà di cui ci possiamo vantare è quella di avere Cristo Gesù. Io non mi vanto di me stesso, ma di Cristo Gesù che vive in me. Perché io possa essere fiero di Gesù Cristo è necessario e indispensabile che ci sia un rapporto che ci unisca. Noi ci gloriamo in Cristo, non nelle nostre carnali capacità. Davanti a Dio non mi vanto di essere capace di pregare bene; quello è vantarsi nella carne.
Paolo adopera il “noi” ma poi improvvisamente al vers 4 si passa al singolare.
“Noi non abbiamo fiducia nella carne sebbene io possa confidare anche nella carne. Se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui”.
Ecco una specie di carta d’identità che l’apostolo ci presenta: “circonciso l’8° giorno, quindi 8 giorni dopo la nascita; quindi più giusto di così non può essere nessuno. Della stirpe di Israele, della Tribù di Beniamino, ebreo da ebrei. Quanto a zelo, persecutore della Chiesa. Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo”.
Quello che sembrava un guadagno, avendo incontrato Cristo, ho capito che era una perdita. Qui c’è probabilmente l’allusione a quel detto di Gesù: chi vuole salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
“Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura”.
Tutto reputo una perdita, tutto ho lasciato perdere, tutto considero spazzatura.
Ha lasciato perdere tutte quelle situazioni che sembrano titoli di merito ma sono solo una zavorra pesante (spazzatura). Spazzatura è una traduzione dolce, perché in greco c’è “skubalà” che vuol dire qualcosa di leggermente diverso. Lo sterco dei cavalli si chiama “scibale”…quindi la terminologia tradotta è: “ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero stronzate!”
Ha lasciato perdere queste cose al fine di guadagnare Cristo, cioè incontrarlo, ottenerlo e di essere trovato in Lui. Ha lasciato perdere il suo vanto personale al fine di essere trovato in Gesù non con una sua giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo. Tutte le nostre pratiche cristiane possono essere ottimi strumenti di questa comunione con Cristo o possono essere solo riti superficiali che lasciano il tempo che trovano e montano la testa delle persone che le fanno creando l’orgoglio di essere giusti e non avendo niente a che fare con Cristo.
L’obbiettivo della vita cristiana è conoscere la potenza della risurrezione di Cristo.
Paolo vuole conoscere la potenza della risurrezione; vuole sperimentare che questo Cristo possa davvero guarirlo.
Paolo, conquistato da Cristo, ha passato la sua vita a corrergli dietro per raggiungerlo, visto che è stato raggiunto. E’ un’immagine di amore, di incontro di persone e di desiderio di incontro sempre maggiore.
Quel verbo che è tradotto con “mi sforzo” nell’originale greco è il verbo che talvolta si traduce anche con “perseguitare”. Paolo era un persecutore; dopo è diventato un “persecutore”…
Paolo dice: “io inseguivo i cristiani; inseguivo Cristo con un atteggiamento negativo. Persecutore è uno che per-segue; persegue un obbiettivo in senso maligno o benigno. Ha cambiato prospettiva ma sempre persecutore è!
Persegue l’obbiettivo che è Cristo e ha lo stesso zelo che aveva prima. Non è tanto lo sforzo personale, quanto l’impegno per raggiungere l’obbiettivo: l’obbiettivo è l’incontro con il Cristo

Publié dans:San Paolo |on 15 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

In cammino con Gesù: Perché il sacrificio della Croce? La risposta della lettera agli Ebrei

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=3149

In cammino con Gesù: Perché il sacrificio della Croce? La risposta della lettera agli Ebrei

di Andrea Lonardo

«Non è il dolore in quanto tale che conta nel sacrificio della croce, bensì la vastità dell’amore. Se così non fosse, i veri sacerdoti dinanzi all’altare della Croce sarebbero stati i carnefici: proprio essi infatti, che hanno provocato il dolore, sarebbero stati altrimenti i ministri che hanno immolato la vittima sacrificale». Così scriveva già nel 1968 Joseph Ratzinger nelle sue lezioni sul Simbolo apostolico del volume “Introduzione al cristianesimo”.

La domanda sul significato della Croce non cessa di scuotere ogni generazione. Uno dei testi neotestamentari che ne chiarifica il senso è la lettera agli Ebrei. Essa è, in realtà, la trascrizione di un’omelia pronunciata prima dell’anno 70 dopo Cristo, l’anno nel quale il generale Tito, agli ordini del padre Vespasiano, distrusse il Tempio di Gerusalemme, depredandone gli arredi. L’arco di Tito conserva memoria in Roma di quegli antichi avvenimenti: nel suo fornice un pannello rappresenta i soldati romani in trionfo che portano su due portantine il candelabro a sette braccia e la tavola sulla quale erano offerti i pani detti “della proposizione”. Da quell’anno si interruppero le offerte dei sacrifici nel Tempio e la storia dell’ebraismo conobbe una svolta radicale.

Nella lettera agli Ebrei, che confronta il nuovo sacerdozio di Cristo con il sacerdozio levitico che si svolgeva nel Tempio, non è possibile trovare neanche un minimo accenno alla fine dell’antico culto; gli esegeti ne deducono che la lettera è di poco anteriore al 70, poiché se l’autore avesse avuto conoscenza della distruzione del Tempio ne avrebbe certamente inserito la notizia nella sua argomentazione.

L’omelia divenne una lettera, come è facile vedere dagli ultimi versetti. Fu cioè inviata a un altra comunità perché lì fosse letta. Questa comunità è probabilmente Roma, poiché si dice in chiusura del testo: “Vi salutano quelli che provengono dall’Italia” (Eb 13,24). Queste parole sono testimonianza del fatto che alcuni emigrati dall’Italia inviarono insieme alla lettera il saluto ai loro compatrioti; è ovvio che un invio dello scritto in Italia non poteva non comprendere come destinazione anche Roma.

Perché il sacrificio di Cristo è “nuovo” e “definitivo”? Perché la morte in Croce? Perché un sacrificio compiuto una volta per tutte? Queste sono le grandi domande a cui risponde la lettera agli Ebrei. Afferma l’Autore: «La legge non ha portato nulla alla perfezione» (Eb 7,19)! I tanti sacerdoti che avevano offerto sempre nuovi sacrifici a Dio dovevano offrirli sempre di nuovo, perché né loro, né il popolo erano mai senza peccato. I sacrifici rinnovavano sempre il ricordo dei peccati, ma mai rendevano totalmente nuovo il cuore.

Cristo non offrì una vittima per quanto preziosa, ma offrì se stesso (Eb 8,27). A Dio fu gradita non semplicemente la sua morte, non il suo dolore – lungi dal cristianesimo l’idea di un Dio che si compiace del dolore! Dio ha amato, nella Croce, l’amore del Figlio. È questo la novità cristiana, è questa la salvezza del mondo: Cristo ha riempito di amore il dolore fisico della crocifissione, Cristo ha colmato di amore, attraverso il perdono, anche il dolore del rifiuto che gli uomini hanno avuto di lui. Lì dove l’uomo accresce la rabbia o il rifiuto, Egli ha riempito di obbedienza al Padre e di misericordia il male che gli era inflitto.

Ma perché ha potuto farlo? Proprio perché è il Figlio fattosi uomo. I sacrifici delle religioni sono offerte dell’uomo rivolte a Dio; ogni popolo nei secoli ha cercato di prendere quanto di più bello e prezioso aveva per offrirlo a Dio. Nella fede cristiana, invece, l’offerta discende dal Cielo. Il dono giunge da Dio, il sacrificio e il sacerdote provengono da lui. Dio ci ha donato il Cristo perché noi accogliessimo il suo sacrificio per noi. Cristo, dice l’Autore della lettera agli Ebrei, non è solo «misericordioso» verso noi uomini, ma è, insieme, «degno di fede», perché più grande degli angeli, perché, luce della stessa gloria divina, porta impressa in sé tutta la divinità di Dio.

4 marzo 2008

Publié dans:San Paolo |on 20 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

L’inno dell’apostolo Paolo alla carità di Luigi Accattoli

dal sito:

http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=1044

di Luigi Accattoli

L’inno dell’apostolo Paolo alla carità attualizzato da un giornalista

Castelvenere – sabato 7 febbraio 2009

1 Corinti 13, 1-13

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

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Non faremo una lettura esegetica: non è affar mio. Faremo una lettura da cristiani comuni. Qui abbiamo il vescovo e il parroco, che potrebbero dirci di più. Noi cristiani comuni facciamo una lettura dal punto di vista dell’uomo d’oggi, nella sua lingua media e nella sua media cultura. Ci chiediamo a che cosa penserebbe oggi l’apostolo Paolo dicendo “la carità è paziente, è benigna”. Allora ammaestrava i cristiani di Corinto che si cavavano gli occhi animatamente gareggiando per la leadership della comunità, oggi magari sarebbe colpito dalla sfida tra cristiani che si vituperano con altrettanta animazione a invettive in crociate: “voi di destra, voi di sinistra…”. Sarebbe colpito da questo e da molto altro. Proviamo a chiederci da cosa, seguendo l’inno parola per parola. Per gente semplice quale noi siamo l’inno alla carità è un testo centrale del Nuovo Testamento, come il Simposio di Platone, con il suo elogio dell’eros, è un testo centrale dell’umanesimo greco. E come l’enciclica Deus caritas est di papa Benedetto è un testo centrale per il cristianesimo di oggi. E come le parole di Teresa di Lisieux “Nel cuore della Chiesa mia madre io voglio essere l’amore” sono un dono capitale per ognuno di noi. Teresa e Benedetto ci dicono insieme l’attualità dell’inno di Paolo.

L’inno, come si dice a scuola, lo possiamo dividere in tre parti. E’ detto “inno” perchè ha l’afflato di un canto, di una poesia. E’ uno dei testi in cui Paolo si fa poeta.
Chiameremo la prima parte: il primato della carità, versetti 1-3.
La seconda la chiameremo: natura e opere della carità, versetti 4-7.
La terza: la carità dura per sempre, ovvero l’eternità dell’amore, versetti 8-13.
Siamo probabilmente nel 53 dopo Cristo quando Paolo scrive la Prima lettera ai Corinti: cioè appena venti o quindici anni dopo che i primi cristiani hanno fatto l’esperienza della morte e della resurrezione di Cristo. Prima della redazione dei Vangeli. In questa lettera è la narrazione dell’ultima cena, la prima che sia giunta a noi (capitolo 11).
Incredibile tempismo di Paolo. L’Anno Paolino ci provoca a riflettere sulla posizione principe di Paolo nel Nuovo Testamento.
In questa lettera Paolo parla a una comunità cristiana con forti divisioni interne, simile alla Chiesa di oggi; inserita in una società libertaria, che amava ostentare l’attrazione dei corpi, proprio come la nostra. Tra i cristiani di Corinto c’è “uno che convive con la moglie di suo padre” (5, 1). E’ in questa lettera che Paolo dice: “Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo” (4, 15). E’ qui che leggiamo le parole consolanti per ogni coppia cristiana: “Il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente” (7, 14). Qui ancora leggiamo: “Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (9, 22). E’ qui il motto “Se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione” (15, 14). Nel vasto mondo di questa lettera vi è come un culmine, che è il nostro inno alla carità. Esso sgorga dal cuore di Paolo in risposta alla diatriba di quella rissosa comunità, lacerata dalla contesa tra i portatori dei carismi di maggiore richiamo: il dono delle lingue, quello delle guarigioni, quello dei miracoli, quello della conoscenza, quello della profezia. Di fronte a tale contesa Paolo dice: “desiderate i carismi più grandi” e subito aggiunge che il più grande è l’amore, “la via più sublime” (12, 31).

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.

Che cos’è questa “carità” di cui parla, dopo aver detto “vi mostrerò la via più sublime”? E’ un dono, è una via, ma è anche molto di più: è l’amore, è Dio. Il Dio di Gesù Cristo che un’altra “lettera” del Nuovo Testamento, la Prima di Giovanni, qualifica come “amore”: “Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (4, 16).
Dobbiamo dunque dire “carità”, o dobbiamo dire “amore”? La parola dei testi originali greci è la stessa: “agape”. Noi useremo ambedue le parole italiane, ma diciamo subito che per sentire la forza piena di questo inno, il trasporto con cui esso erompe dal cuore di Paolo, è utile provare a leggerlo mettendo la parola “amore” dove la traduzione della CEI mette “carità”. Perchè nella cultura nostra “carità” e “amore” non sono la stessa cosa.
“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli”: cioè ogni linguaggio, anche quelli sconosciuti agli umani. Mi viene in mente Tolkien, l’autore de Il Signore degli anelli, che fa parlare stregoni e orchetti, hobbit e nani, elfi e kent, uomini selvaggi e troll e ha la bellissima espressione: “Tutte le stirpi dotate di parola”. Ecco dunque, in linguaggio d’oggi, “le lingue degli uomini e degli angeli”.

2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.

La carità vale più della profezia, più della conoscenza e più della fede, addirittura più dei miracoli. Qui per certo occorre sostare. Per capire bene.
La fede non è al di sopra di tutto? No, ci dice Paolo, al di sopra c’è la carità, cioè l’amore, cioè Dio. E se anche la fede fosse clamorosamente grande, da operare segni straordinari, non eguaglierebbe comunque l’amore.
Perché la fede mi porta a Dio, mi congiunge al Signore; l’amore invece è Dio: ecco perché è più in alto.
Ed ecco perché è meglio leggere “amore” dove è scritto “carità”.
Ma possiamo usare la stessa parola per dire Dio (Dio è amore) e per dire il dono che ci viene da Dio (Dio ci dona il suo amore) e per dire infine che quel dono siamo chiamati a trasmetterlo ai fratelli (amare gli altri come Dio li ha amati)? Possiamo: questa è la meraviglia cristiana!
C’è come un’attrazione, una calamita che ci destina, ci chiama, ci attrae verso Dio per questa via “sublime”: egli che è amore viene a noi con il suo amore e ci insegna ad amare. Purchè noi accettiamo di aprirgli il cuore, di fargli spazio. Di obbedire all’amore. L’amore obbedisce all’amore.

3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

E’ forse il versetto più importante per noi, la chiave a noi dedicata per permetterci di entrare in questo grande testo cristiano. Una chiave dedicata a noi uomini e donne dell’inizio del terzo millennio, che siamo sensibilissimi all’amore e sensibili alla carità ma tendiamo a ridurla alla beneficienza. Attenzione dunque: la carità non è la Caritas! Non la possiamo ridurre al solo soccorso del bisognoso.
Qui più che mai diviene chiaro che non basta tradurre “carità”, ma bisogna arrivare a tradurre “amore”.
Ecco come il papa nell’enciclica “Deus Caritas est” segnala questo punto decisivo: “San Paolo, nel suo inno alla carità (cfr 1Cor 13) ci insegna che la carità è sempre più che semplice attività: ‘Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova’. Questo inno deve essere la Magna Carta dell’intero servizio ecclesiale; in esso sono riassunte tutte le riflessioni che nel corso di questa Lettera enciclica, ho svolto sull’amore” (34).
Chiediamoci – proviamo a chiederci – che cosa mancherebbe, che cosa potrebbe mancare in una donazione di tutte le proprie sostanze e addirittura della propria vita fatta senza “la carità”. Ci riesce difficile intenderlo, ed è naturale perché si sta parlando indirettamente di Dio e Dio è pur sempre di suo inconoscibile, nonostante la conoscenza “per speculum” che ce ne ha fornita il Cristo. Qui – come in altri passi dell’inno – avvertiamo che Paolo ci parla per paradossi, per iperboli. Per dirci qualcosa che propriamente non si può dire.
Per un tentativo di comprensione ascoltiamo ancora il papa: “L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona” (ivi).

4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità.

Nella seconda parte dell’inno Paolo con linguaggio discorsivo e quasi narrativo – non definitorio: Dio non può essere definito – ci indica 15 note o caratteristiche dell’amore: è come una cascata di attributi di crescente intensità, a indicare qualcosa che supera ogni immaginazione – appunto perché è Dio, in definitiva, al centro dell’inno e non semplicemente un carisma o una virtù. Osserva il cardinale Martini (nel volume L’Utopia alla prova di una comunità, Piemme 1998, p. 129) che sette delle note sono positive e otto negative e anche le positive “richiedono un patire più che un agire”. Forse – ipotizza Martini – Paolo vuole segnalarci che “amare non significa fare qualcosa per gli altri, come si pensa abitualmente, ma piuttosto sopportare gli altri come sono” (ivi). “Sopportare” dice, ma io direi accettare, accogliere: un poco come fanno i genitori con i figli, che non li sopportano ma li accolgono. Torneremo su questa pietra di paragone dell’amore oblativo che è quello materno-paterno.
Il modello in questa elencazione è la figura di Gesù che tutto sopporta – per amore – fino alla croce. E a sua volta il comportamento di Cristo rinvia al Padre “ricco di misericordia”.
La carità è paziente come l’amore dei genitori che si alzano anche dieci volte la notte per il bambino che piange;
è benigna la carità: cioè benevola e benefica secondo l’insegnamento di Cristo che passa beneficando quanti incontra – dunque fa festa se viene ritirata una scomunica;
non è invidiosa la carità: per esempio non dice al papa da sinistra “ma quante concessioni stai facendo ai tradizionalisti” – ovvero, da destra: “stai sopportando troppo gli abusi dei novatori”;
non si vanta: qui faccio un esempio in positivo: gli italiani hanno molto operato durante l’occupazione nazista per salvare gli ebrei; mi sono occupato a lungo della materia e non ho mai trovato uno dei salvatori che abbia menato vanto del gesto compiuto;
non si gonfia: si gonfia invece chi giudica gli altri cristiani con commiserazione: “voi di sinistra” non siete a difesa della vita, “voi di destra” non volete l’accoglienza dello straniero; e chi è di centro si gonfia magari due volte: “ma che cristiani siete voi di sinistra e voi di destra, che dimenticate questo e quello? Noi di centro invece…”;
non manca di rispetto: possiamo dire che non siamo d’accordo con il papà di Eluana senza mancargli di rispetto come fa per esempio chi lo definisce “assassino”;
non cerca il suo interesse: perché cerca l’interesse di Cristo e di tutti in Cristo, evitando ogni movimento teso a occupare i primi posti nella vita della comunità;
non si adira come chi dice “ha esagerato e ora gliela facciamo pagare”, parole che vengono lanciate a chi si azzarda a uscire dal coro, in ogni direzione;
non tiene conto del male ricevuto: il comportamento di “misericordia” del papa verso i vescovi lefebvriani, due dei quali l’avevano persino accusato di eresia;
non gode dell`ingiustizia: quando vediamo un ladruncolo che viene ucciso per “eccesso di difesa” – ecco quella è un’ingiustizia – di essa non possiamo compiacerci;
ma si compiace della verità: anche quando non coincide con la nostra opinione, perché Dio è verità e chi dice la verità parla a nome di tutti (avesse anche a toccare argomenti spinosi, come il comportamento dei cattolici in tangentopoli o quello dei preti pedofili).

7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

Tutto copre: anche la mancanza di documenti dell’immigrato clandestino, come certamente faranno i medici cristiani nonostante la norma che è stata introdotta con il pacchetto sicurezza e che li autorizza alla delazione.
Tutto crede: anche le giustificazioni di comportamenti apparentemente ingiustificabili, proprio come fanno i genitori con i figli, tanto che la loro testimonianza non vale in tribunale.
Tutto spera: anche il risveglio di Eluana, per la quale proprio oggi è stato interrotto il sostentamento nutrizionale.
Tutto sopporta: nella 2Timoteo 2, 10 Paolo dice “tutto sopporto per amore degli eletti” – pensate a una donna abbandonata dal marito che non sparla di lui con i figli: che cioè sopporta il tradimento per non trasmettere veleno ai figli che ama.
Queste quattro assolutizzazioni o “totalità” ci dicono quanto sia esigente l’amore cristiano. Ecco una considerazione di papa Benedetto che ci ha proposto il 26 novembre scorso, in una delle catechesi dedicate all’Anno paolino, con riferimento al nostro inno: “L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per ‘Colui che è morto e risorto per noi’ (cfr 2 Cor 5,15). L’amore di Cristo ci fa essere in Lui quella creatura nuova (cfr 2 Cor 5,17) che entra a far parte del suo Corpo mistico che è la Chiesa”.
Attualizzo per chi è padre o madre: essere cristiani vuol dire tendere ad avere con ogni persona che incontriamo la stessa “benevolenza” che abbiamo verso i nostri figli.

8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.

Poiché l’amore è divino, anzi è Dio stesso, esso non avrà mai fine: non può finire e resterà quando ogni altra realtà sarà finita. Cioè avrà raggiunto il suo fine. Cioè sarà ricapitolata in Dio. Insomma, alla fine ci sarà solo l’amore. Dio sarà tutto in tutti e tutto sarà in Dio. Cioè tutto sarà amore.
Io qui vedrei un argomento per la salvezza finale d’ogni creatura. Ma lasciamo questo ai teologi.
L’intenzione di Paolo è di indurre i litigiosi cristiani di Corinto a mirare in alto, lasciando le dispute su che cosa valga di più, la profezia o le lingue. Egli dice: badate che tutto questo per cui vi combattete finirà e intanto nella vostra diatriba sacrificate l’amore, che mai finirà!
Potremmo applicare il richiamo di Paolo alla grande disputa che divide oggi i cristiani: se privilegiare la solidarietà sociale, la pace, l’accoglienza degli stranieri; o la difesa della famiglia, della vita e della libertà educativa. Paolo ci direbbe: tutto questo finisce, cercate piuttosto l’amore che “non avrà mai fine”.
Non è lo stare a sinistra o a destra che fa la differenza, ma il fatto che vi si stia o non vi si stia in nome dell’amore, cioè per amare. Gli schieramenti politici sono modalità per prendersi cura della costruzione della società, ragionevolmente tutte valide, purché perseguite nell’amore! E c’è una riprova per sapere se lo si fa con amore o no: non ci muove l’amore se il richiamo ai valori cristiani lo svolgiamo per prevalere sui cristiani di altri schieramenti invece che per convincere della loro bontà chi cristiano non è.

11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto.

Qui Paolo ci invita a guardare alla nostra vita cristiana come a una crescita nell’avvicinamento al Signore, fino a quando lo vedremo “faccia a faccia”. E ci incoraggia anche, a non perderci d’animo di fronte alle difficoltà che incontriamo nella politica, nelle professioni, nell’educazione dei figli, nella partecipazione alla vita della Chiesa, perché in un certo senso l’amore non può essere sconfitto, essendo eterno. Esso “vince sempre anche se al momento questo non appare: ciò che si è fatto con amore e per amore non avrà mai fine, anche se in questo mondo non viene riconosciuto” (Carlo Maria Martini, l.c., p. 131).
Potremmo applicare questo spunto sull’amore che non va mai perduto, che capitalizza in Dio, alla fatica e anche ai fallimenti di noi genitori: quanto avremo dato ai figli in denaro e case e libri e fatica e libertà e severità, tutto finirà, ma resterà solo l’amore che gli avremo trasmesso; e quello resterà oltre ogni fallimento nostro e oltre ogni ribellione loro.
Lo possiamo applicare – questo spunto dell’amore che non si perde – anche alle persone che amano senza essere riamate, o che continuano ad amare chi non è più sulla terra: il loro amore non va perduto.

13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

E’ come se Paolo dai tumultuosi e petulanti cristiani di Corinto sentisse venire l’obiezione che anche la fede e la speranza non si perdono e durano. Ed ecco la sua risposta: quando saremo in Dio cesseranno anche la fede e la speranza, ma sempre resterà l’amore e dunque esso è più grande. Perché viene da Dio, perché è Dio. E perché Dio è all’inizio e alla fine, alfa e omega.
In conclusione di nuovo ci affidiamo all’insegnamento del papa e in particolare a queste parole dell’enciclica Deus caritas est che dovremmo memorizzare: “L’amore è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire. L’amore è possibile, e noi siamo in grado di praticarlo perché creati ad immagine e somiglianza di Dio. Vivere l’amore e in questo modo far entrare la luce di Dio nel mondo, ecco ciò a cui vorrei invitare con la presente enciclica” (n. 39).
Ogni uomo è capace di amore, anche il non credente. E l’amore è frequente e lo Spirito lo suscita dove vuole. A noi il compito di accompagnare quel soffio, di accoglierlo in noi, di risvegliarne la percezione nei nostri contemporanei e di affidarci con fiducia alla sua pedagogia. “L’amore cresce attraverso l’amore” dice ancora Benedetto nella sua enciclica (n. 18) fino alla pienezza finale in Dio.

Publié dans:giornalisti, San Paolo |on 7 août, 2010 |Pas de commentaires »

Paolo a Roma: Una spina nella carne: dalla debolezza la forza

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=4645

Paolo a Roma: Una spina nella carne: dalla debolezza la forza
 
di Andrea Lonardo

«Ho scoperto che si può essere condotti ad odiare una persona, a odiarla con tutte le forze del nostro essere e, allo stesso tempo, a trovare nell’amore il sollievo rispetto a questo odio. Non si può amare qualcuno che vi fa del male. Ma si può trovare, e io l’ho trovato in Cristo, un punto di appoggio, come un trampolino. Mi dicevo: “Per Te, Signore, non dico che lo detesto”. Il fatto di non aver sulla bocca queste parole di odio era un conforto. Talvolta vedevo arrivare un guerrigliero crudele e spaventoso. Veniva a sedersi davanti a me ed io ero capace di sorridergli. L’amore è necessario. Ho cominciato un cammino di perdono».

Così Ingrid Betancourt ha raccontato della sua prigionia, durata ben sei anni nella giungla dove era stata condotta dopo il suo rapimento.

Paolo visse parte del suo periodo romano in una analoga situazione di carcere. Già la sua prima abitazione era stata una custodia militaris, cioè qualcosa di simile agli arresti domiciliari o ad una libertà vigilata. Quella condizione doveva poi essersi trasformata in una vera e propria detenzione

La tradizione conserva nei sotterranei della chiesa di S. Maria in via Lata (l’antico nome dell’odierna via del Corso) una colonna alla quale Paolo sarebbe stato legato; su di essa venne poi posta l’iscrizione Verbum Domini non est alligatum, «la Parola di Dio non è incatenata» (2 Tim 2,9).

Più noto ancora è il Carcere Mamertino, il luogo di detenzione dei prigionieri che sfilavano al seguito dei cortei degli imperatori vincitori. Mentre gli Augusti salivano al Tempio della Triade Capitolina, ad offrire sacrifici agli dèi di Roma per la vittoria ottenuta, i prigionieri venivano lì custoditi, in attesa della loro esecuzione capitale. Vi passarono certamente le loro ultime ore di vita Giugurta, re della Numidia, Vercingetorige, capo dei Galli, Aristobulo II, che si era opposto a Pompeo quando questi conquistò la Siria e Gerusalemme, Simone di Ghiora, uno dei leader che guidarono e persero la I guerra giudaica contro Roma che si concluse con la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Probabilmente san Paolo trascorse in quel luogo la sua ultima detenzione, così come avvenne per Pietro. La parte inferiore del carcere, detta Tullianum, conserva la memoria del battesimo che gli apostoli avrebbero impartito ai loro carcerieri che erano stati convertiti al Signore dalla testimonianza di fede e di amore dei loro due prigionieri.

Certo è che l’esperienza della prigionia fu per Paolo non solo dolorosa, ma anche feconda. Egli ben comprese che nella propria carne proseguiva l’opera di Cristo, dalla cui croce era nata la salvezza. Le catene non erano così semplicemente da affrontare o da fuggire, ma da trasformare in occasione di grazia.

Innanzitutto dal carcere Paolo scrisse le cosiddette “lettere dalla prigionia”, certamente Filippesi e Filemone che sono unanimemente riconosciute di mano paolina dagli esegeti. Ma anche Efesini e Colossesi, oltre alla seconda a Timoteo, conservano memoria del carcere di Paolo. Non è certo se tutti questi testi siano stati scritti nel corso della prigionia romana come afferma la tradizione o se si debba ipotizzare una prigionia efesina non esplicitamente attestata dagli Atti.

Nelle catene, comunque, egli continuava a vivere la responsabilità per tutte le chiese che lo aveva sempre animato e dalla detenzione confortava i suoi fratelli. Ma, ancor più, la sua testimonianza restava viva in prigione e diveniva annuncio di fede, come l’apostolo stesso racconta:

«Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del vangelo, al punto che in tutto il pretorio – e dovunque – si sa che sono in catene per Cristo; in tal modo la maggior parte dei fratelli, incoraggiati nel Signore dalle mie catene, ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno» (Fil 1,12-14). Era solo per amore di Cristo che egli veniva recluso.

Già a Filippi Paolo era stato miracolosamente liberato dal carcere ed il carceriere si era convertito ed era stato battezzato insieme a tutti i suoi (At 16). Dal sangue e dalle catene dei martiri, in continuità con la croce di Cristo, continuava ad erompere l’acqua del battesimo e della salvezza.

In un famosissimo passaggio della seconda Lettera ai Corinzi, l’apostolo parla di una “spina nella carne” (2 Cor 12,7) che Dio non aveva voluto togliergli, nonostante le ripetute preghiere in merito. Il grande esegeta gesuita Ugo Vanni, così commenta questo termine misterioso, rifiutando quelle interpretazioni che vi avevano voluto leggere un peccato della sensualità: la spina nella carne è la «situazione di conti che non tornano: Paolo si sentiva inviato da Dio a portare il Vangelo, era guidato dallo Spirito anche nei suoi piani apostolici, faceva dei progetti apostolici e a un certo punto le circostanze esterne e poi le circostanze sue personali – la sua salute – non gli permettevano di realizzarli».

Nella stessa lettera Paolo enumera, in maniera impressionante, tutte le vessazioni che ha dovuto subire: «Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Cor 11,24-28).

Era questa la “spina nella carne” che Paolo doveva accogliere; il Cristo lo invitava a non fuggire l’incomprensione, l’ostilità ed addirittura l’odio che incontrava, ma a trarne motivo ed occasione di annuncio e di testimonianza. Paolo dichiara così, nella stessa lettera, la fecondità del suo essere esposto alla morte in favore della vita di coloro che accoglievano la fede:

«Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4,7-12).

Da quelle catene, dalla morte di Paolo e Pietro, è giunta a noi la fede.

N.B. Questo il testo integrale della Betancourt da cui è presa la citazione che compare all’inizio dell’articolo:

(N.d.R. Il testo è stato raccolto per il settimanale francese «La Vie» da Elisabeth Marshall e pubblicato in italiano da Avvenire del 21 gennaio 2009, con il titolo Ingrid, la fede e il perdono. Ingrid Betancourt, candidata alle presidenziali in Colombia, viene rapita nel 2002 tre mesi prima delle lezioni, dalle Farc, sigla che designa le Forze Armate Rivoluzionarie. È stata liberata il 2 luglio 2008, dopo 6 anni di prigionia)

«Ho scoperto la fede in Dio durante la mia prigionia. Fino ad allora, la mia fede era basata sul ritualismo: come molti cattolici, andavo a messa, pregavo, ma la mia conoscenza di Dio era molto limitata. Quando mi sono ritrovata nella giungla, ho avuto molto tempo e per unica lettura la Bibbia. Ho avuto il piacere, in sei anni, di leggerla, di meditarla. Se avessi avuto altre cose da fare, avrei fatto altro, perché si è sempre pigri per riflettere sull’essenziale.

Forse era una prigionia necessaria. Essa mi ha permesso di capire chi è Dio, di stabilire una relazione con lui, con molta ammirazione, molto amore ma – soprattutto – comprendendo chi è, attraverso la sua parola. Per me non si tratta di parole vuote ma di una realtà: leggendo la Bibbia, ho compreso il carattere di Dio; non è solo una luce, un’energia o soltanto una forza, ma è una Parola, qualcuno che vuole comunicare con me. Non ho avuto illuminazioni, no! Ho semplicemente letto la Bibbia, razionalmente. Sono stata colpita da tutti i brani che mi hanno connesso emozionalmente e interiormente con la parola di Dio. Ho sentito la voce di Dio in un modo assai umano e molto concreto.

Leggevo e rileggevo alcuni passaggi dicendomi: «Questo è stato scritto per me!». Avevo sentito a lungo senza capire e, di colpo, è stato come se mi fossi collegata alla presa di corrente giusta. In un momento, la luce si accende e si capiscono tutte le cose che erano rimaste oscure. Ancora una volta, non si tratta di un’esperienza mistica ma razionale, che ha profondamente trasformato la mia vita.

Come sono cambiata! Oggi il mio tempo non è il tempo di prima. Avevo sempre voglia che le cose andassero in fretta. Oggi non mi preoccupo più: so che tutto capita al tempo giusto. La mia speranza dunque è più forte. Il passaggio attraverso la prigionia non ha ucciso la mia volontà, anzi ha cambiato la natura della mia speranza.

La sola risposta alla violenza è una risposta d’amore. Questa risposta d’amore, questo atteggiamento non violento, per me, ha avuto origine dalla fede cristiana. Ho scoperto che si può essere condotti ad odiare una persona, a odiarla con tutte le forze del nostro essere e, allo stesso tempo, a trovare nell’amore il sollievo rispetto a questo odio. Non si può amare qualcuno che vi fa del male. Ma si può trovare, e io l’ho trovato in Cristo, un punto di appoggio, come un trampolino.

Mi dicevo: «Per Te, Signore, non dico che lo detesto». Il fatto di non aver sulla bocca queste parole di odio era un conforto. Talvolta vedevo arrivare un guerrigliero crudele e spaventoso. Veniva a sedersi davanti a me ed io ero capace di sorridergli. L’amore è necessario. Ho cominciato un cammino di perdono. Sono riuscita a perdonare, e non solo ai miei sequestratori. Ho perdonato anche quelli che erano prigionieri con me, con i quali talvolta ci sono stati momenti molto difficili.

Ho perdonato quei miei amici che non si sono ricordati di noi, quelle persone sulle quali si fa affidamento e che sono mancate; quelle persone che amavo e che hanno detto delle cose orribili, come, ad esempio, che la prigionia me l’ero cercata. Oggi credo più profondamente che possiamo cambiare il mondo perché io stessa sono stata trasformata. Ma, in questo mondo di dominio e di possesso, so come è nel cuore che si generano i cambiamenti essenziali. La pace, che sogniamo, sarà possibile il giorno in cui ci sarà un atteggiamento diverso nei cuori».

31 marzo 2009

Publié dans:San Paolo |on 30 juin, 2010 |Pas de commentaires »

del Card. Carlo Maria Martini meditazione su Rm 8, 26-27

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/martini_preghiera.htm 

di S. Em. Card. Carlo Maria Martini

meditazione su:

« Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27) »
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Meditazione ai sacerdoti della diocesi di Milano tenuta il 30 ottobre 1991 a Rozzano diocesi di Milano. Il testo è tratto da: Carlo Maria Martini, Briciole dalla Tavola della Parola, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1996, pp. 55-61.

Introduzione

Sono stato molto colpito dalla prima lettura della messa feriale di oggi, mercoledì della trentesima settimana «per annum», in particolare dove si dice: «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Romani 8, 26-27).
È un brano che mi ha sempre affascinato, incuriosito anche inquietato, perché non facile da spiegare, in quanto si riferisce alla natura misteriosa della nostra preghiera. Possiamo farci aiutare nella nostra riflessione dalla spiegazione che Agostino dà delle parole di san Paolo.
Nella Lettera a Proba che viene proposta nell’Ufficio di Lettura delle settimane venticinquesima e ventiseiesima del tempo «per anno» – il Vescovo di Ippona risponde alla domanda: Che cosa vuol dire pregare?
A proposito dei vv. 26-27 della Lettera ai Romani po­ne l’obiezione fondamentale: Che cosa significa che lo Spirito intercede per i credenti? E risponde: «Non dobbiamo intendere questo nel senso che lo Spirito santo di Dio, il quale nella Trinità è Dio immortale e un solo Dio con il Padre e con il Figlio, interceda per i santi, come uno che non sia quello che è, cioè Dio» (1).
Dunque, se san Paolo sembra non avere difficoltà ad affermare che lo Spirito santo, cioè Dio, prega Dio, noi però teologicamente l’abbiamo.
Possiamo capire che il Figlio, in quanto incarnato in Gesù, prega il Padre; ma lo Spirito come fa a pregare il Padre?
Dietro a questo problema dogmatico, affrontato da Agostino, c’è poi tutto il problema della preghiera conscia e inconscia, della preghiera di cui ci accorgiamo o meno e quindi il brano della Lettera ai Romani costituisce una porta molto interessante per costringerci a entrare in questo mondo immenso.
Vorrei cercare di socchiudere almeno un poco quella porta incominciando col porre due premesse, quindi riprendendo l’espressione: lo Spirito intercede, prega, geme per noi.
Le due definizioni della preghiera
In una prima premessa richiamo le due definizioni tradizionali della preghiera, che non sembrano andare tanto d’accordo.
 - La preghiera è elevatio mentis in Deum, un elevare la mente a Dio. Il riferimento è anzitutto alla preghiera di lode, di ringraziamento, di esaltazione, quella che troviamo bene espressa nel cantico di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». O, ancora, nella recita del Padre nostro, quando diciamo: «che sei nei cieli», parole che indicano l’innalzamento degli occhi, la dimensione verticale dell’orazione, che sale dal basso verso l’alto.
- L’altra definizione è petitio decentium a Deo, che probabilmente è complementare alla precedente. La richiesta a Dio di ciò che conviene è una preghiera che si esprime soprattutto nella domanda, nella supplica, nell’implorazione, nella petizione. Se circa una metà dei salmi sono di lode e di esaltazione, l’altra metà sono di petizione, di supplica, di richiesta di perdono. Così pure il Padre nostro, se nella prima parte è elevatio mentis in Deum, nella seconda parte è petitio, richiesta di cose convenienti (il pane, la liberazione dalla tentazione, il perdono). Anche l’Ave Maria incomincia con l’elevazione della mente a Maria e a Gesù e poi si fa richiesta di preghiera per noi peccatori.
Ci sono dunque due linee che si intersecano, quella orizzontale e quella verticale, e costituiscono nel loro insieme la preghiera cristiana. Può essere allora utile, parlando della preghiera, mettere a fuoco ora l’uno ora l’altro dei due elementi, che si alternano anche nella nostra esistenza: a volte siamo più portati a elevare la mente a Dio (nel «prefazio» della messa, per esempio), in altri momenti alla petitio decentium a Deo (come nelle orazioni della messa).
Come si realizza questo secondo elemento della preghiera, che è la richiesta di cose convenienti?
Scrive Agostino nella Lettera a Proba: «Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi. Dio infatti “pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime »(Salmo 55, 9), e il nostro gemito non rimane nascosto (cf. Salmo 37, 10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini» (2).
Risuona la parola di Gesù: Quando pregate, non pensate di ottenere attraverso il vostro molto pregare, perché il Padre sa benissimo ciò di cui avete bisogno. Tuttavia Gesù stesso ci insegna a esprimere i nostri bisogni. Non tanto però – dice Agostino – con la moltiplicazione delle parole in quanto tale, bensì con una moltiplicazione che esprima il gemito del credente. Viene così introdotta la nozione di «gemito» che ritroviamo nella pagina di san Paolo.
Concludendo, la preghiera di richiesta deve partire dal cuore, non va fatta superficialmente, deve essere un gemito, un desiderio profondo. Gemere, infatti, significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno; anche fisicamente il gemito è l’espressione di chi, mancando di aria, cerca di aspirarla.

Che cos’è conveniente chiedere nella preghiera
Una seconda premessa, limitandoci alla preghiera di petizione: che dobbiamo chiedere? La formula patristica dice: decentium, cose convenienti. E comincia il problema: che cosa ci conviene? Perché Dio non ci dona ciò che non conviene, pur se lo domandiamo. Non a caso Matteo conclude la riflessione sulla preghiera con queste parole: «quanto più il Padre vostro celeste darà cose buone a coloro che gliele chiedono», cose che convengono (Matteo 7, 11).
Paolo insegna che noi non sappiamo che cosa ci con­viene («Nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare») e quindi dobbiamo istruirci sulle cose convenienti per poter pregare bene.
I Padri insistono soprattutto su una cosa conveniente, che esprimono con un’unica parola, ben indicata nella Lettera a Proba: «Quando preghiamo non dobbiamo mai perderci in tante considerazioni, cercando di sapere che cosa dobbiamo chiedere e temendo di non riuscire a pregare come si conviene. Perché non diciamo piuttosto col salmista: « Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario » (Salmo 26, 4)?».
E Agostino specifica: si tratta della «vita beata» (3). Tale formula sintetica ha il vantaggio di una lunga tradizione filosofica: parte da Aristotele, è ripresa dallo stoicismo, riappare in Cicerone, è usata da Ambrogio.
La sola cosa che dobbiamo chiedere, l’unico oggetto fondamentale della richiesta è la vita beata, la vita felice. Continua la Lettera a Proba: «Per conseguire questa vita beata, la stessa vera Vita in persona ci ha insegnato a pregare, non con molte parole, come se fossimo tanto più facilmente esauditi, quanto più siamo prolissi (…). Potrebbe sembrare strano che Dio ci comandi di fargli delle richieste quando egli conosce, prima ancora che glielo domandiamo, quello che ci è necessario. Dobbiamo però riflettere che a lui non importa tanto la manifestazione del nostro desiderio, cosa che egli conosce molto bene, ma piuttosto che questo desiderio si ravvivi in noi mediante la domanda perché possiamo ottenere ciò che egli è già disposto a concederci (… ). Il dono è davvero grande, tanto che né occhio mai vide, perché non è colore; né orecchio mai udì, perché non è suono; né mai è entrato in cuore d’uomo, perché è là che il cuore dell’uomo deve entrare (…). E perciò che altro vogliono dire le parole dell’Apostolo: « Pregate incessantemente » (1 Tessalonicesi 5, 17) se non questo: desiderate, senza stancarvi, da colui che solo può concederla, quella vita beata che niente varrebbe se non fosse eterna?» (4).
La domanda che Dio esaudisce sempre, la domanda che è oggetto di gemito è la pienezza della vita, la vita eterna.
Ogni richiesta che non è orientata a questa non è conveniente e non può né deve essere oggetto di preghiera.
E quando non sappiamo se ciò che chiediamo è o non è ordinato alla vita beata, allora lo è sotto condizio­ne, lo è se e in quanto ci è utile per tale vita.
Mi sembra molto importante capire qual è la cosa fondamentale nella quale si riassume ogni nostro desiderio e ogni nostra richiesta. Noi, uomini e donne, noi persone umane storiche, siamo ciò che desideriamo; il nostro desiderio è il farsi della personalità. Se dunque il nostro desiderio culmina in questa pienezza di vita, diventiamo davvero in Cristo questa pienezza di vita.
Ma se i nostri desideri sono limitati, inferiori, noi stessi finiamo con l’essere persone limitate, blocchiamo il nostro sviluppo verso la pienezza della vita.
Forse a noi dice poco il termine «vita beata» che, invece, era tanto significativo per gli antichi. Lo stesso Nuovo Testamento usa un’altra espressione: «Regno di Dio»; le richieste «venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà» sottolineano dunque che il desiderio e le invocazioni della seconda parte del Padre nostro sono subordinate al Regno, sono mezzi, condizioni per il suo avvento. E ancora, il Nuovo Testamento parla di «Spi­rito santo».
Gesù, conclude l’istruzione sulla preghiera nel vangelo secondo Luca, dopo aver esortato a cercare, a bussare, a chiedere, con queste parole: «Se dunque voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo» (Matteo dice: «cose buone») «a coloro che glielo chiedono» (Luca 11, 13). L’oggetto della domanda è lo Spirito santo, che significa la vita con Cristo, l’essere con lui, la pienezza della vita beata che consiste nell’essere incorporati per sempre a Gesù nella Chiesa.
Le diverse espressioni (vita beata, Regno, Spirito santo) in realtà si completano, si integrano, si sovrappongono come l’oggetto fondamentale della preghiera di domanda, e quindi come l’oggetto del gemito, dell’attesa.
Proclamando, per esempio: «nell’attesa della tua venuta», esprimiamo il nostro desiderio di fondo, cioè che la pienezza del Regno si realizzi, che lo Spirito santo venga e purifichi ogni realtà, che l’umanità si ritrovi presto nella vita beata, nella perfetta pace e nella perfetta giustizia. Sant’Ambrogio usa anche un altro termine: il bene sommo, summum bonum, che ha forse il vantaggio di dire insieme l’essere di Dio e il suo comunicarsi a noi nello Spirito, nel Regno, in Gesù, nella Chiesa, nella Grazia, nella pienezza della redenzione.
Questo dunque è ciò che dobbiamo chiedere, con  assoluta certezza di ottenerlo, alla luce della Sacra Scrittura e dell’insegnamento dei Padri.

[1] Lettera a Proba 130, 14, 27 – 15, 28; CSEL 44, 71-73.
[2]  Ibid., 130, 9, 18 – 10, 20: CSEI. 44, GO-63
[3]  130, 8, 15.17 – 9, 18: CSEL 44, 56-57.59-60
[4]  Ibidem.

CRISTO È LO SPAZIO NEL QUALE IO VENGO AMATO DA DIO – (Il messaggio paolino)

dal sito:

http://www.collevalenza.it/CeSAM/08_CeSAM_0170.htm

Anton Schlembach*

CRISTO È LO SPAZIO NEL QUALE IO VENGO AMATO DA DIO

(Il messaggio paolino)

Nei nostri giorni si diffonde nel mondo occidentale un’atmosfera piuttosto di pessimismo. Poiché le ideologie del progresso non sono più convincenti prevale uno spirito e un atteggiamento di rassegnazione.
L’angoscia del futuro scuote tanti uomini al punto che non pochi ormai disperano dell’avvenire del mondo e dell’umanità. Il rifiuto di trasmettere la vita umana è uno degli inizi di questa situazione.
Il messaggio paolino nella lettura odierna è in contrasto con questo spirito della nostra epoca postmoderna. Esso è percorso da un ardito ottimismo. E infonde l’ottimismo cristiano della fiducia pasquale.
« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » sono le prime parole della lettura.
Noi sappiamo – dice San Paolo. E’ la convinzione di fede che possiede una certezza assoluta, anche se non la si può dimostrare agli altri con evidenza. Questa conoscenza viene testimoniata con la parola e con la vita e si rivela come forza portante persino nella morte. Non è tanto una conoscenza di dati ma della prospettiva e dell’orizzonte che danno senso alla nostra esistenza e alla realtà cosmica.
« Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio ». Che uomini sono quelli che amano Dio?
Sono gli uomini che credono in Dio, perché la fede è la promessa dell’amore e l’amore è il compimento della fede.
Sono allora gli uomini che si sono aggrappati a Dio; che percorrono il cammino della loro vita insieme con Dio; che prestano ascolto a Dio; che ubbidiscono a Dio; che parlano con Dio; che si affidano a Dio senza riserve, senza condizioni e senza limiti nella vita e nella morte. Sono gli uomini che con il loro cuore affidano al cuore di Dio se stessi, i loro fratelli e tutta la creazione.
Per questi « tutto concorre al bene ». Tutto senza escludere nulla. Nella seconda lettera ai Corinzi l’apostolo enumera situazioni che sembrano contraddire questa certezza. Egli parla di fatiche, di prigione, di percosse. Egli scrive: « Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese » (cf. 11, 23-28). San Paolo ha visto da vicino la morte di frequente. L’acqua gli è arrivata letteralmente sino alla gola. Sapeva cosa vuol dire quando una persona viene brutalizzata. Conosceva il carcere dall’interno non come visitatore, ma da prigioniero oppresso in mille modi. Paolo non dubita che anche tutto questo porta al bene, purché uno ami Dio come unica condizione.
A questo punto si impone una domanda: E’ possibile un simile amore di Dio? E’ possibile amare Dio così, sempre ed ovunque? Anche la psicologia afferma che la possibilità di amare dipende da una condizione previa, quella cioè di essere prima amato, quella di sentirsi amati. Può amare senza riserve e limiti solo chi viene amato senza riserve e senza limiti. Possiamo dunque amare Dio con tutto il cuore solo se Dio per primo ci ama con tutto il suo cuore. Questa è la condizione di possibilità del nostro amare Iddio.
Paolo afferma che questa condizione si è compiuta.
Egli annuncia che l’unico vero Dio che esiste rivolge il suo amore a tutti gli uomini. Non come gli dei pagani capaci di amare solo qualcuno, a condizione di ricevere sacrifici e solo durante la vita terrena perché anch’essi devono arrendersi impotenti di fronte alla morte. Dio annunciato da Paolo è Iddio dell’amore illimitato, incondizionato assoluto.
Noi domandiamo all’apostolo: Dove hai imparato questo? Dove e come hai trovato questo Dio? Paolo risponde: Ho trovato Dio non attraverso speculazioni filosofiche e nemmeno mediante l’osservazione meticolosa della legge secondo lo stile dei farisei alla cui setta io ho appartenuto. Lo ho trovato nell’incontro con Gesù Cristo. Sulla via di Damasco mi è venuto incontro e così ho trovato il Dio dell’amore assoluto che ha liberato in me l’amore per lui. In quel momento io sono morto alla legge e ho cominciato una vita nuova tutta per Dio, cioè offerta a Dio nell’amore. Da allora io vivo nella fede nel figlio di Dio che mi ha amato e si è sacrificato per me (cf. Gal. 2, 19-21).
Cristo è dunque lo spazio nel quale io vengo amato da Dio e nel quale io amo Dio. In questo spazio conduco la mia esistenza e sono certo che a coloro che amano Dio tutto porta al bene; che nessuna creatura potrà separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (cf. Rom. 8, 28-29).
Tutto ciò applicato alla nostra vita significa che noi possiamo amare Dio e di fatto lo amiamo solo se troviamo Cristo e se rimaniamo in comunione con lui.
Dov’è possibile per noi incontrare questo Cristo?
La risposta ce la dà il Vangelo di questa messa. Noi troviamo Cristo lì dove lo hanno trovato i discepoli di Emmaus.
Prima di tutto nella sua parola. Anche oggi egli riesce ad infiammare i nostri cuori se egli ci parla mediante la sacra scrittura, quando ci lasciamo ispirare da essa nella lettura personale o quando l’accogliamo con fede della predicazione della Chiesa.
Noi troviamo Cristo infine come discepoli di Emmaus nel gesto dello spezzare il pane. La celebrazione dell’eucaristia ci dona la possibilità dell’incontro più profondo con Cristo morto e risorto e in Lui con il padre ricco di misericordia, eterno e puro amore.
Noi troviamo Cristo infine come i discepoli di Emmaus nella comunità degli apostoli e dei discepoli. A questa comunità ecclesiale, a questa fraternità sempre più intensa e partecipata mira l’unione con Cristo nella parola e nel sacramento. Appare così che lo spazio visibile, tangibile, storicamente e socialmente concreto dell’amore passivo ed attivo di Dio è la comunità cristiana, è la chiesa terrena concreta.
L’appartenenza vissuta alla chiesa, corpo di Cristo, nella quale comunichiamo con Dio eterno amore è per noi pegno e garanzia che anche nella nostra vita tutto concorrerà al bene, cioè alla risurrezione della carne e alla vita eterna nel mondo che verrà. Amen.

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*     Omelia di Schlembach S.E. Mons. Anton, vescovo di Speyer (Germania), nella concelebrazione da lui presieduta, commentando: Rom. 8,28-39; Sal. 136; Lc. 24, 13-35

Publié dans:meditazioni, San Paolo |on 21 juin, 2010 |Pas de commentaires »

“Quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12,10),

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19781?l=italian

“Quando sono debole è allora che sono forte”

Suor Elena Bosetti riflette sul paradosso paolino

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In tutta la storia, con particolare rilevanza nei periodi di decadenza, è possibile scorgere una corrente culturale che esalta la perfezione materiale, la forza muscolare, la durezza del cuore.
Per questo suona del tutto paradossale l’affermazione di San Paolo riportata nella lettera ai Corinzi (2Cor 12,10), secondo cui “quando sono debole è allora che sono forte”.
Si tratta di un paradosso che è insito anche nella vicenda di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che accetta di farsi uccidere sulla Croce da quegli uomini che è venuto a salvare.
Per cercare di comprendere il significato profondo di questo paradosso, ZENIT ha intervistato suor Elena Bosetti, docente di Sacra Scrittura alla Pontificia Università Gregoriana, che sul tema ha scritto un saggio pubblicato sulla Rivista dell’Istituto Internazionale di teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” (n.25 anno IX, Primo quadrimestre 2009).
Nella lettera ai Corinzi San Paolo ha scritto “quando sono debole è allora che sono forte”. Che cosa intende dire?
Bosetti: Anzitutto mi sembra che Paolo faccia riferimento a una sua esperienza concreta, esistenziale. Evoca una situazione di debolezza fisica o psicologica, quale una infermità o uno stato d’animo provato, depresso. Egli non si vergogna di ricordare ai Corinti la situazione di debolezza, umanamente parlando sfavorevole, che ha caratterizzato la sua opera di evangelizzazione in mezzo a loro. Ma riflettendo su tale situazione egli vi coglie qualcosa di sorprendente: l’energia del Risorto. L’Apostolo ritiene di essere “forte” nella sua debolezza in quanto coinvolto nella dinamica vittoriosa del Crocifisso risorto.
La debolezza che diviene occasione fortezza d’animo non è del tutto estranea all’esperienza umana. Ci sono numerose testimonianze di uomini e donne (anche non credenti) per le quali situazioni disperate e di deriva umana sono diventate momento di grande cambiamento, hanno ricuperato grandi valori che avevano smarrito. In altre parole, attraverso la “debolezza” queste persone sono diventate più uomini e più donne. Nel leggere queste storie il credente non si sconcerta, ma vi legge la mano della Provvidenza.
L’assunto di San Paolo è paradossale, sembra contrario alla logica umana. Che cosa ha sperimentato San Paolo per giungere a tale considerazione?
Bosetti: In effetti Paolo ama il paradosso. Non per fare l’originale ma per quella sua capacità acuta di cogliere le polarità che attraversano la storia e la vicenda umana dentro cui si iscrive l’azione salvifica di Dio che agisce in modo illogico secondo la sapienza del mondo. Il mondo infatti elogia la forza e la potenza, mentre Dio per salvare il mondo ha imboccato e percorso fino in fondo la via della debolezza e della kenosis, ovvero del volontario abbassamento e svuotamento di sé. Non ci ha “usati” per farsi più grande e bello. Al contrario, si è lasciato “ferire” dalla nostra miseria e tristezza e se ne è fatto carico, oltre ogni buon senso, fino all’infamia della croce.

Che tipo di Dio è quello di cui parla San Paolo?

Bosetti: È il Dio dei paradossi! In realtà tutta la storia biblica concorda nel rivelare un Dio che sembra divertirsi a capovolgere le “sorti” (o situazioni) come racconta il libro di Ester e come canta la vergine Maria nel suo Magnificat: “i potenti li ha deposti dai troni, ha innalzato gli umili…” (Luca 1,52). Dio stesso nel suo appassionato amore per l’umanità si avventura nel paradosso più sconcertante che è quello dell’Incarnazione. Nella lettera ai Filippesi Paolo presenta un Dio che si abbassa e si svuota di ogni pretesa divina per farsi in tutto simile all’uomo, anzi si abbassa fino alla terrificante morte di croce per amore della sua creatura.
San Paolo parla del Dio che ha sperimentato personalmente come amore: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati 2,20); del Dio che l’ha reso forte nell’amore, niente e nessuno «potrà mai separarci dal’amore di Dio che in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8, 39). In questo sta la fortezza di San Paolo che gli permette di uscire da ogni debolezza.

E qual è l’idea di salute e di salvezza dell’apostolo delle genti?

Bosetti: Paolo ha una visione organica e complessiva della salute. Se il piede sta male tutto il corpo soffre. Così la Chiesa, che per Paolo è il corpo di Cristo. Non si tratta quindi di salvare semplicemente la propria anima. È in gioco la salute di tutto il corpo ecclesiale e dell’intera famiglia umana. Anzi occorre avere sensibilità anche per il gemito della creazione, la quale nutre anch’essa il desiderio di essere liberata e di entrare nella salvezza definitiva, nella libertà dei figli di Dio (cf. Romani 8).
Nel corso della storia umana e nel mondo moderno la figura del debole e malato viene mal tollerata. Perchè nella religione cristiana Dio ha scelto ciò che è debole?
Bosetti: Si direbbe per un moto di amore misericordioso e straordinariamente divino. Dio rivela se stesso in coloro che si fidano di lui e gli lasciano spazio di azione. Per la Bibbia sono i poveri e i piccoli, coloro che non strumentalizzano Dio per i propri interessi o progetti di grandezza, ma che al contrario si fidano di Lui in ogni situazione.
La figura del debole e del malato è mal tollerata dove domina la cultura efficientista, utilitarista… Il dolore e la sofferenza bloccano la persona se non ne vede alcun senso, rimane solo la debolezza che schiaccia. Perché la fortezza abbia il sopravvento sulla debolezza, occorre passare e fare propria l’esperienza di San Paolo. Dio ha scelto (e sceglie) ciò che è debole, perché questa è la logica dell’amore, e Dio è specializzato in amore.

E qual è la dimensione antropologica e civile che distingue l’umano nell’aiuto ai deboli?

Bosetti: è la distinzione che passa tra la filantropia e l’amore carità. La filantropia è un sentimento nobile che porta l’individuo o gruppi umani (società filantropiche ) verso i bisognosi per renderli felici. L’amore-carità unisce l’amore di Dio con l’amore del prossimo, anzi si fa prossimo al bisognoso, imita il Buon Samaritano che è Gesù stesso. Ovviamente non c’è contrapposizione, ma la filantropia ha bisogno di immettersi nella forza dell’amore-carità.

Che Dio è quello che manifesta nella debolezza la potenza salvifica del suo amore?

Bosetti: È un Dio umile, che vince dal di dentro le pretese dell’orgoglio satanico condividendo la fatica e il dolore degli umani. È un Dio che non salva se stesso scendendo dalla croce, ma che apre le porte del paradiso al malfattore che si rivolge a lui nell’agonia del suo patibolo.
È un Dio che salva sacrificando se stesso, non gli altri; è il Dio che vince con l’amore: l’unica potenza che trasforma l’umanità se viene accolta pienamente nella Chiesa e nella società.

Publié dans:San Paolo |on 21 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Omelia del Papa per la Messa nel Piazzale dei Granai a Floriana

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22106?l=italian

Omelia del Papa per la Messa nel Piazzale dei Granai a Floriana

FLORIANA, domenica, 18 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questa domenica mattina la Messa nel Piazzale dei Granai a Floriana.

* * *

Cari Fratelli e Sorelle in Gesù Cristo,
Mahbubin uliedi [Miei cari figli e figlie],

Sono molto contento di essere qui con voi tutti oggi davanti alla bella chiesa di San Publio per celebrare il grande mistero dell’amore di Dio reso manifesto nella Santa Eucarestia. In questo tempo, la gioia del periodo Pasquale riempie i nostri cuori perché stiamo celebrando la vittoria di Cristo, la vittoria della vita sul peccato e sulla morte. E’ una gioia che trasforma le nostre vite e ci riempie di speranza nel compimento delle promesse di Dio. Cristo è risorto alleluia!

Saluto il Presidente della Repubblica e la Signora Abela, le Autorità civili di questa amata Nazione e tutto il popolo di Malta e Gozo. Ringrazio l’Arcivescovo Cremona per le sue gentili parole e saluto anche il Vescovo Grech e il Vescovo Depasquale, l’Arcivescovo Mercieca, il Vescovo Cauchi e gli altri Vescovi e sacerdoti presenti, così come i fedeli cristiani della Chiesa che è in Malta e in Gozo. Fin dal mio arrivo ieri sera ho avvertito la stessa calorosa accoglienza che i vostri antenati hanno riservato all’apostolo Paolo nell’anno sessanta.

Molti viaggiatori sono sbarcati qui nel corso della vostra storia. La ricchezza e la varietà della cultura maltese è un segno che il vostro popolo ha tratto grande profitto dallo scambio di doni ed ospitalità con i viaggiatori venuti dal mare. Ed è significativo che voi abbiate saputo esercitare il discernimento nell’individuare il meglio di ciò che essi avevano da offrire.

Vi esorto a continuare a fare così. Non tutto quello che il mondo oggi propone è meritevole di essere accolto dai Maltesi. Molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da se stessi i valori e le credenze con i quali vivere. Ci dicono che non abbiamo bisogno di Dio e della Chiesa. Se siamo tentati di credere a loro, dovremmo ricordare l’episodio del Vangelo di oggi, quando i discepoli, tutti esperti pescatori, hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce. Poi, quando Gesù è apparso sulla riva, ha indicato loro dove pescare e hanno potuto realizzare una pesca così grande, che a stento potevano trascinarla. Lasciati a se stessi, i loro sforzi erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una grande quantità di pesci. Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti.

La prima lettura della Messa odierna è di quelle che so che amate ascoltare: il racconto del naufragio di Paolo sulla costa di Malta e la calorosa accoglienza a lui riservata dalla popolazione di queste isole. Notate come i componenti dell’equipaggio della barca, per poter sopravvivere, furono costretti a gettare fuori il carico, l’attrezzatura della barca ed anche il frumento che era il loro unico sostentamento. Paolo li esortò a porre la loro fiducia solo in Dio, mentre la barca era scossa dalle onde. Anche noi dobbiamo porre la nostra fiducia in lui solo. Si è tentati di pensare che l’odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, solo lui può guidarci tra le tempeste della vita e solo lui può condurci ad un porto sicuro, come ha fatto per Paolo ed i suoi compagni, alla deriva sulle coste di Malta. Essi hanno fatto ciò che Paolo esortava loro di compiere e fu così che « tutti poterono mettersi in salvo a terra » (At 27,44).

Più di ogni carico che possiamo portare con noi – nel senso delle nostre realizzazioni umane, delle nostre proprietà, della nostra tecnologia – è la nostra relazione con il Signore che fornisce la chiave della nostra felicità e della nostra realizzazione umana. Ed egli ci chiama ad una relazione di amore. Fate attenzione alla domanda che per tre volte egli rivolge a Pietro sulla riva del lago: « Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu? ». Sulla base della risposta affermativa di Pietro, Gesù gli affida un compito, il compito di pascere il suo gregge. Qui vediamo il fondamento di ogni ministero pastorale nella Chiesa. E’ il nostro amore per il Signore che deve plasmare ogni aspetto della nostra predicazione ed insegnamento, della celebrazione dei sacramenti, e della nostra cura per il Popolo di Dio. E’ il nostro amore per il Signore che ci spinge ad amare quelli che Egli ama, e ad accettare volentieri il compito di comunicare il suo amore a coloro che serviamo. Durante la passione del Signore, Pietro lo ha rinnegato tre volte. Ora, dopo la Resurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione. La pesca miracolosa aveva sottolineato la dipendenza degli apostoli da Dio per il successo dei loro progetti terreni. Il dialogo tra Pietro e Gesù ha sottolineato il bisogno della divina misericordia per guarire le loro ferite spirituali, le ferite del peccato. In ogni ambito della nostra vita necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla.

Conosciamo dal Vangelo di san Marco i segni che accompagnano coloro che hanno posto la loro fede in Gesù: prenderanno in mano serpenti e questo non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno (cfr Mc 16,18). Tali segni sono stati presto riconosciuti dai vostri antenati, quando Paolo venne fra loro. Una vipera si attaccò alla sua mano ma egli semplicemente la scosse e gettò nel fuoco senza soffrire alcun danno. Paolo fu condotto a vedere il padre di Publio, il « protos » dell’isola, e dopo aver pregato e imposto le mani su di lui, lo guarì dalla febbre. Di tutti i doni portati a queste rive nel corso della storia della vostra gente, quello portato da Paolo è stato il più grande di tutti, ed è vostro merito che esso sia stato subito accolto e custodito. Ghozzu l-fidi u l-valuri li takom l-Appostlu Missierkom San Pawl. [Preservate la fede e i valori che vi sono stati trasmessi dal vostro padre, l’apostolo San Paolo.] Continuate ad esplorare la ricchezza e la profondità del dono di Paolo e procurate di consegnarlo non solo ai vostri figli, ma a tutti coloro che incontrate oggi. Ogni visitatore di Malta dovrebbe essere impressionato dalla devozione della sua gente, dalla fede vibrante manifestata nelle celebrazioni nei giorni di festa, dalla bellezza delle sue chiese e dei suoi santuari. Ma quel dono ha bisogno di essere condiviso con altri, ha bisogno di essere espresso. Come insegnò Mosè al popolo di Israele, i precetti del Signore « ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai » (Dt 6,6-7). Ciò è stato ben capito dal primo santo canonizzato di Malta, Dun Gor? Preca. La sua instancabile opera di ca

techesi, ispirando giovani ed anziani con un amore per la dottrina cristiana ed una profonda devozione al Verbo incarnato, è diventata un esempio che vi esorto a mantenere. Ricordate che lo scambio di beni tra queste isole ed il resto del mondo è un processo a due vie. Quello che ricevete, valutatelo con cura, e ciò che possedete di valore sappiatelo condividere con gli altri.

Desidero rivolgere una particolare parola ai sacerdoti qui presenti in questo anno dedicato alla celebrazione del grande dono del sacerdozio. Dun Gor? era un prete di straordinaria umiltà, bontà, mitezza e generosità, profondamente dedito alla preghiera e con la passione di comunicare le verità del vangelo. Prendetelo come modello ed ispirazione per voi, mentre adempite la missione che avete ricevuto di pascere il gregge del Signore. Ricordate anche la domanda che il Signore Risorto ha rivolto tre volte a Pietro: « Mi ami tu? ». Questa è la domanda che egli rivolge a ciascuno di voi. Lo amate? Desiderate servirlo con il dono della vostra intera vita? Desiderate condurre altri a conoscerlo ed amarlo? Con Pietro abbiate il coraggio di rispondere: « Sì, Signore, tu sai che io ti amo » e accogliete con cuore grato il magnifico compito che egli vi ha assegnato. La missione affidata ai sacerdoti è veramente un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che brama irrompere nel mondo (cfr Omelia, 24 aprile 2005).

Guardando ora attorno a me alla grande folla raccolta qui in Floriana per la celebrazione dell’eucarestia, mi torna alla mente la scena descritta nella seconda lettura di oggi, nella quale miriadi di miriadi e migliaia di migliaia unirono le loro voci in un grande inno di lode: « A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli » (Ap 5,13). Continuate a cantare questo inno, a lode del Signore risorto ed in ringraziamento per i suoi molteplici doni. Con le parole di San Paolo, Apostolo di Malta, concludo la mia esortazione a voi questa mattina: « L-imhabba tieghi tkun maghkom ilkoll fi Kristu Gesù » ["Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!"] (1 Cor 16,24).

Ikun imfahhar Gesù Kristu! [Sia lodato Gesù Cristo!]

Visitando la Grotta di San Paolo a Malta

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22077?l=italian

Visitando la Grotta di San Paolo a Malta

Incontro con padre Louis Suban, arciprete della Chiesa di San Paolo

di Serena Sartini

LA VALLETTA, venerdì, 16 aprile 2010 (ZENIT.org).- La prima tappa che compirà il Papa a Malta, se si esclude la visita al presidente della Repubblica, sarà l’omaggio alla Grotta di San Paolo a Rabat, piccola cittadina di 14mila abitanti a una decina di chilometri da Valletta, dove la tradizione vuole che l’Apostolo delle Genti fu imprigionato.

Una piccola celletta di pochi metri quadrati, con la statua di San Paolo e la targa della visita di Giovanni Paolo II nel 1990. Qui, nella Grotta, Benedetto XVI si fermerà in preghiera silenziosa per qualche istante. Ed eccezionalmente potrà venerare anche la reliquia del braccio di San Paolo, custodita in una teca che viene esposta solamente una volta all’anno.

L’arciprete della Chiesa di San Paolo, padre Louis Suban, ci mostra il tragitto che compirà il Papa durante la sua visita che durerà circa un’ora. “Benedetto XVI arriverà sabato pomeriggio, intorno alle 19.45. Dopo il saluto del sindaco della città – dice a ZENIT – bacerà la croce simbolo della missionarietà della chiesa. Poi entrerà nella Chiesa di San Paolo e davanti all’altare sosterà qualche momento per la preghiera silenziosa”.

“Successivamente – spiega – si recherà alla grotta di San Paolo. Insieme all’arcivescovo di Malta, al vescovo di Gozo, e al cardinale Tarcisio Bertone reciterà una preghiera”.

“A seguire – prosegue poi – il Papa incontrerà il capitolo, composto da 11 sacerdoti e un seminarista, nel cimitero della collegiata e firmerà il libro d’oro dei visitatori. Riceverà in dono una piccola scultura in argento raffigurante San Paolo e una papalina. Infine, Benedetto XVI saluterà i fedeli radunati nella piazza della chiesa”.

“Siamo fieri e felici di poter accogliere il Papa – prosegue padre Louis – lo dico non solamente per ciò che provo personalmente ma a nome di tutta la Chiesa di San Paolo a Rabat. La parrocchia è molto felice di avere la visita del Successore di Pietro. La sua visita conferma la devozione e la radice cristiana di Malta”.

La Chiesa di San Paolo, di stile barocco con mattoni romani, può contenere circa 400 persone. Fu costruita nell’antica città di Melita, nel 1675 da Cosmana Navarra.

L’arciprete, da sette anni a Rabat, è stato ordinato il 29 giugno 1984, festa del martirio di San Paolo e Pietro.

“Sono nato e vissuto nel sud di Malta, a Marsaskala – racconta –. Ho frequentato il collegio dei frati di San Giovanni La Salle e poi ho insegnato geografia, religione e storia nel seminario di Rabat. Sono stato viceparroco nella collegiata della Cottoniera, nel sud di Malta e poi nominato cappellano di una parrocchia a Msida. E da 7 anni sono arciprete a Rabat”.

Come mai il Papa visita proprio Rabat? “Perché la Grotta di San Paolo è considerato il più importante Santuario di San Paolo nell’Isola. Ogni giorno viene visitato da centinaia di pellegrini, possiamo dire circa 300, specialmente dall’estero. E sabato pomeriggio, di pellegrino, ne arriverà uno davvero speciale”.

Publié dans:San Paolo |on 16 avril, 2010 |Pas de commentaires »
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