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Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

http://www.riforma.net/predicazioni/annate/1995/pr950210.htm

Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sapppiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (Ro. 8:18-25).

L’attuale sofferenza degli esseri umani e della natura comporta una causa precisa. Iddio nella sua grazia ha cominciato a rigenerare la realt_. Si vive perci_ nell’attesa fiduciosa della trasformazione della realt_, sopportando il presente e seminando segni di speranza.
I. Le nostre sofferenze e la nostra speranza.
« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi « (18).
1. Le sofferenze del momento presente (18a). Paolo considera le sofferenze del vivere in questo tipo di mondo. Include le sofferenze di ogni tipo e certamente l’accento _ posto su quelle particolari sofferenze che provengono dal voler vivere coerentemente la propria fede (opposizioni, persecuzioni ecc.).
Esse trovano origine dalle « maledizioni » che sono conseguenza del peccato umano (Ge. 3) ed includono le conseguenze negative dello squilibrio nei rapporti con i propri simili e con la natura, la sofferenza fisica e la morte, come pure le conseguenze « legali » dell’aver infranto il patto che ci legava a Dio.
Particolarmente dure erano allora quelle causate dall’opposizione del mondo verso i cristiani, i quali intendevano vivere secondo il modo di pensare, di parlare e di agire coerente con la volont_ rivelata di Dio.
I cristiani del nostro tempo non riescono neanche ad immaginare quanto dure fossero le sofferenze dei primi cristiani, considerati spazzatura della societ_, discriminati ed emarginati, disprezzati, perseguitati, torturati, uccisi, situazioni vissute ancora in diverse parti del mondo d’oggi e delle quali spesso non siamo consapevoli.
2. La gloria futura (18b). Per quanto pesanti possano essere queste sofferenze, se noi le mettiamo sul piatto della bilancia e le confrontiamo con quanto Dio, nella sua grazia, ha riservato per noi per il futuro, esse appaiono leggere e sopportabili. Queste sofferenze sono poca cosa in confronto a ci_ che ci attende per promessa di Dio: la gloria eterna.
Essa _ il superamento degli attuali limiti, contraddizioni, disfunzioni, una nuova qualit_ di vita e di esperienza, una nuova misura di capacit_ e possibilit_, una nuova consapevolezza della nostra comunione con la Persona e i propositi di Dio.
La gloria che ci sar_ manifestata gi_ esiste nella persona del Cristo glorificato, ma poi anche noi ne saremo coinvolti. Sar_ una gloria che verr_ impartita anche a noi, alla quale parteciperemo e di fronte alla quale non saremo semplici spettatori.
II. Anche il creato condivide sofferenza e speranza.
« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (19). Non siamo solo noi ad essere in questa situazione, anche la creazione nel suo complesso ne condivide la tensione.
1. La sua grande aspettativa. Paolo qui personifica la creazione, proprio come facevano i profeti quando dicevano che i fiumi battono le mani. L’intero mondo viene rappresentato come una persona che con grande ed intensa aspettativa, con mani tese e testa alzata (fervida, ardente attesa, Fl. 1:20), che non vede l’ora del giorno futuro di gloria quando i figli di Dio avranno raggiunto il culmine della loro redenzione e saranno rivelati come tali. La loro gloria per il momento _ nascosta, ma sar_ presto rivelata e manifestata (« E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » 2Co. 3:18). La creazione aspetta questo perché sar_ ristabilita alla primordiale libert_ e lustro. Allora giungeranno « i tempi della consolazione da parte del Signore » (At. 3:20).
E’ difficile immaginarci questa « simpatia mistica » della natura fisica, descritta qui in modo poetico, con l’opera della grazia ma chi lo possiamo intuire.
2. Le sue attuali sofferenze. « essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa » (20a). Bisogna proprio essere ciechi e incoscienti per non accorgerci che viviamo in un mondo che non funziona pi_ come dovrebbe, un mondo squilibrato e malato, sporco e corrotto, un mondo ferito a morte e sull’orlo della distruzione, e questo per causa di chi? Dell’essere umano che non sa vivere come si conviene ed amministrare lo stesso suo habitat.
Il « contagio » del nostro proprio male si _ diffuso oltre i confini della nostra vita, e l’intera creazione sembra esserne stata coinvolta. Il creato _ interdipendente, ci_ che accade in un’area avr_ ripercussioni anche nell’altra.
Se l’arroganza umana ripudia la sua vera condizione, il terreno verr_ pure « maledetto » a causa sua (Ge. 3:17). Non si possono isolare le conseguenze del peccato. L’interdipendenza delle diverse parti del mondo di Dio _ cos_ reale che l’uomo sfrenato nella sua follia fa si che pure la natura ne sia « frustrata ».
La creazione _ stata soggetta a vanit_, _ diventata vuota, ha perduto il suo significato originale, non raggunge il fine a cui essa era destinata quando l’essere umano non assume verso di essa le responsabilit_ che gli erano state affidate.. La sua « caducit_ » non era implicita ad essa o voluta, ma _ causata dall’effetto del peccato umano per volere di Dio. Dio, a causa del peccato umano, ha maledetto la creazione e l’ha soggetta alla vanit_ ed alla corruzione (Ge. 3:17; 4:12; Le. 26:19,20).
Ora la natura « cerca senza trovare ».
Dio ha posto la creazione sotto il dominio dell’uomo, e quando l’uomo _ decaduto, la creazione ha perduto la cura che avrebbe dovuto ricevere. E’ orfana. Ora viene abusata.
3. La sua speranza (20b,21). « …e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». Benché sia decaduta, _ rimasta per_ una speranza. All’uomo decaduto _ stata fatta una promessa di redenzione finale e la creazione viene rappresentata nell’atto di condividere questa speranza. C’_ motivo di aspettarsi che la creazione ritorni alla condizione di quando era stata creata, anzi, in una condizione migliore.
La natura stessa possiede, nel sentimento delle sue immeritate sofferenze una sorta di presentimento della sua futura liberazione. Sebbene soggetta a « vanit_ » (corruzione e morte) vi rimane ancora la speranza della liberazione finale. La condizione presente _ « schiavit_ alla corruzione ». La speranza _ liberazione dalla schiavit_. Nel giorno in cui verr_ rivelata una tale gloria, « tutte le cose verranno fatte nuove » (Ap. 21:1). Anche la natura condivider_ quella libert_, che nei figli di Dio verr_ accompagnata da indicibile gioia. Un tempo la creazione era libera dalla vanit_ (frustrazione), schiavit_ e corruzione, cos_ sar_ ancora alla risurrezione generale (At. 3.19,21; 2 Pi. 3:13). Nonostante il peccato di uomini e di angeli, il piano originale di Dio verr_ ristabilito e non sar_ pi_ suscettibile alla corruzione.
4. Una realt_ certa. « Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (22). Se prima la creazione era rappresentata come un uomo afflitto da un pesante fardello, ora _ rappresentata da una donna in attesa di partorire. La natura _ qui rappresentata come sofferente dei dolori del parto. Che sia travagliata _ certo, c’_ agitazione e grido di liberazione dovunque. Forse non potr_ comprendere i suoi guai, e forse nemmeno ci_ che desidera, ma il significato _ che _ caduta, e geme anelando ad essere liberata. Si ode dalla creazione ci_ che qualcuno ha definito come « una grande sinfonia di sospiri ».
Sa che essa pure verr_ coinvolta dalla rigenerazione delle creature umane. Questi gemiti e afflizioni non sono vani, sono una profezia del tempo di liberazione in cui « vi saranno nuovi cieli e nuova terra dove abiter_ la giustizia » (Ap. 21:1). Quando la maledizione sar_ completamente rimossa dall’uomo, come lo sar_ quando la condizione di fiogli di Dio verr_ pienamente rivelata, essa verr_ rimossa anche dalla creazione; per questo essa sospira. La speranza _ latente.
III. La caparra della gloria
« essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (23).
1. Non una vana illusione. Ci_ che attendiamo non _ una pia ma vana speranza. I cristiani fin da ora possono godere della caparra dello Spirito (2 Co. 1:22; 5:5; Ef. 1:14). Non solo il mondo, ma i cristiani, sebbene abbiano le « primizie dello Spirito » (la giustizia, gioia, pace che i credenti hanno in questa vita), un pregustare del ricco e pieno raccolto, « gemono ». C’_ l’attesa intensa di quella pienezza che dovr_ ancora venire. Essi sono stati gi_ adottati, ma non hanno ancora ricevuto la piena eredit_.
Quando verr_ la pienezza dell’adozione, noi non avremo pi_ questi poveri nostri corpi, deboli, fragili, soggetti al peccato, al decadimento ed alla morte, ma corpi spirituali (2 Co. 5:2) (perfetta liberazione dal peccato e dalla miseria, cf. Lu. 21:28; Ef. 4:30.
Lo Spirito Santo venne nel gran giorno di Pentecoste e le Sue benedizioni perdurano nei doni morali e spirituali concessi ai figli di Dio (1 Co. 12-14; Ga. 15:22). E pi_ grandi ancora dovranno venire. Come la natura anche noi abbiamo i nostri « gemiti ». Verr_ la nostra piena « adozione »: « la redenzione del nostro corpo ». Avremo quindi completa redenzione sia dell’anima che del corpo.
2. Una speranza viva. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? » (24). Sebbene noi crediamo con certezza che vi sar_ tale redenzione o salvezza e che essa ci appartiene, secondo le promesse di Dio, per il momento non ne abbiamo ancora pieno possesso. La salvezza che ora abbiamo in speranza. Il nostro _ ancora « il corpo vecchio ».
Noi siamo salvati in speranza, attraverso la speranza, in vista della speranza (della redenzione del nostro corpo). Quando siamo divenuti cristiani siamo stati salvati. Non che abbiamo ricevuto tutti i frutti della salvezza, ma abbiamo ricevuto la promessa di tutti, persino della redenzione del corpo.
3. Un’attesa perseverante. « Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (25). Se indubbiamente speriamo la redenzione e la salvezza, che non sono ancora in vista, allora _ convenevole che noi sopportiamo con pazienza i mali e le sofferenze che oggi patiamo; la speranza _ sempre accompagnata dall’attesa paziente delle cose sperate (1 Ts. 1:3; Eb. 4:12; 10:36).
La speranza ha il proprio benedetto ministero. Se speriamo in una ventura piena realizzazione, possiamo lavorarvi su ed aspettarla con pazienza. L’anima senza speranza dispera.
Calvino diceva: « tutte le promesse dell’Evangelo al riguardo della gloria della risurrezione svaniscono, a meno che non passiamo la nostra vita attuale sopportando con pazienza la tribolazione e la croce », ma pure seminando semi di speranza.

Da Albert Vanhoye SJ, Pietro e Paolo, 227-231. per la festa di San Pietro e Paolo

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1088.htm

Da Albert Vanhoye SJ, Pietro e Paolo, 227-231.

«Ai nostri tempi è specialmente importante approfondire la spiritualità della croce, come la comprendeva s. Paolo: una spiritualità confortante, di cui abbiamo particolarmente bisogno in questi tempi di difficoltà. Viviamo in un mondo secolarizzato e scristianizzato, che si allontana dalla luce del vangelo e torna ai vizi dei pagani vigorosamente condannati, sia da s. Pietro (1Pt 4,3) sia da s. Paolo (Rm 1,21-32; 1Cor 6,9-10; Ef 4,17-19). L’apostolato viene ostacolato da questa atmosfera inquinata; mancano le vocazioni; le difficoltà si moltiplicano. Tutto questo tende a provocare depressione, a diminuire il nostro slancio. San Paolo ci insegna che, al contrario, ciò deve aumentare la nostra fiducia, la nostra sicurezza, anzi il nostro orgoglio cristiano, «il vanto», come egli dice. Si tratta però di una lezione che san Paolo ricevette lui stesso, e non senza resistenza, prima di insegnarla a noi; una lezione che non si aspettava. Lo vediamo bene in 2Cor 12,7-10. Fra le numerose confidenze che Paolo fece ai suoi cristiani sulla sua vita spirituale, questa è la più intima. L’Apostolo ci rivela come Gesù stesso abbia guidato la sua educazione in un periodo molto difficile, e su un punto particolarmente sensibile. […]. In 2Cor 12 Paolo, nei primi versetti, per mostrare che egli valeva più dei suoi rivali in apostolato ha riferito «visioni e rivelazioni del Signore». Poi in 2Cor 12,7, prosegue: «Perché non montassi in superbia per la sublimità delle rivelazioni, mi fu messa una scheggia nella carne: un inviato di satana, incaricato di schiaffeggiarmi, perché non montassi in superbia». Una situazione fortemente umiliante e deprimente per l’Apostolo. […] Una situazione molto contrariante, una situazione orribile, per un apostolo tanto ardente. Paolo, quindi, ricorse alla preghiera. Egli scrive: «A causa di questo, per tre volte ho pregato il Signore affinché l’allontanasse da me». Una preghiera insistente, perseverante, come la preghiera di Gesù nell’agonia. Per ben tre volte, Paolo si è rivolto al Signore Gesù e l’ha pregato di allontanare questo ostacolo. La risposta non è stata quella che aspettava e desiderava. Il Signore rispose, infatti: «Ti basta la mia grazia», il che significava che Paolo non sarebbe stato liberato da questa prova tanto penosa, che gli sembrava molto nociva per il suo apostolato. Il Signore aggiunse: «La potenza, infatti, si compie nella debolezza»: un paradosso, qui espresso da Gesù stesso. Nella frase il verbo greco tradotto «si compie» è lo stesso che troviamo sulle labbra di Gesù al Calvario: «È compiuto» (Gv 19,30), ultima parola di Gesù al momento della sua morte. La potenza arriva al suo compimento nella debolezza: questa è la spiritualità della croce. Poco dopo Paolo dirà che Cristo è stato crocifisso per debolezza: «Infatti Egli fu crocifisso per la sua debolezza» (13,4). La croce è l’esempio più manifesto di una vittoria che prende l’apparenza di una completa sconfitta: è difficile immaginare una sconfitta più vistosa della croce di Gesù; sembrava veramente che tutto fosse finito in senso negativo, perché Gesù moriva condannato, giustiziato, rigettato, la sua opera sembrava definitivamente rovinata. L’apparenza, però, era completamente menzognera, perché la croce è la vittoria su tutte le forze del male, ottenuta non per mezzo della repressione, ma per mezzo della sovrabbondanza dell’amore: «Non lasciarti vincere dal male», dice Paolo nella Lettera ai Romani, «ma vinci il male per mezzo del bene» (Rm 12,21). Questa sua esortazione si ispira alla vittoria della croce: vincere la morte e il male con la sovrabbondanza dell’amore. Non era possibile ottenere una vittoria così completa con altri mezzi, perché per vincere il male radicalmente occorre affrontare il male senza le armi del male».

1COR 1, 17-25 – COMMENTO IN INGLESE…

http://www.christnotes.org/commentary.php?com=mhc&b=46&c=1

1COR 1, 17-25 – COMMENTO IN INGLESE…

Traduzione Google, non modifico perché si capisce abbastanza, spero però che possiate leggerlo in inglese almeno in parte

Commentary on 1 Corinthians 1:17-25

Paul had been bred up in Jewish learning; but the plain preaching of a crucified Jesus, was more powerful than all the oratory and philosophy of the heathen world. This is the sum and substance of the gospel. Christ crucified is the foundation of all our hopes, the fountain of all our joys. And by his death we live. The preaching of salvation for lost sinners by the sufferings and death of the Son of God, if explained and faithfully applied, appears foolishness to those in the way to destruction. The sensual, the covetous, the proud, and ambitious, alike see that the gospel opposes their favourite pursuits. But those who receive the gospel, and are enlightened by the Spirit of God, see more of God’s wisdom and power in the doctrine of Christ crucified, than in all his other works. God left a great part of the world to follow the dictates of man’s boasted reason, and the event has shown that human wisdom is folly, and is unable to find or retain the knowledge of God as the Creator. It pleased him, by the foolishness of preaching, to save them that believe. By the foolishness of preaching; not by what could justly be called foolish preaching. But the thing preached was foolishness to wordly-wise men. The gospel ever was, and ever will be, foolishness to all in the road to destruction. The message of Christ, plainly delivered, ever has been a sure touchstone by which men may learn what road they are travelling. But the despised doctrine of salvation by faith in a crucified Saviour, God in human nature, purchasing the church with his own blood, to save multitudes, even all that believe, from ignorance, delusion, and vice, has been blessed in every age. And the weakest instruments God uses, are stronger in their effects, than the strongest men can use. Not that there is foolishness or weakness in God, but what men consider as such, overcomes all their admired wisdom and strength.

Commento al 1 Corinzi 1:17-25

Paolo era stato allevato nella cultura ebraica, ma la predicazione piano di un Gesù crocifisso, era più potente di tutto l’oratorio e la filosofia del mondo pagano. Questa è la somma e la sostanza del Vangelo. Cristo crocifisso è il fondamento di tutte le nostre speranze, la fonte di tutte le nostre gioie. E con la sua morte in cui viviamo. La predicazione della salvezza per i peccatori persi per le sofferenze e la morte del Figlio di Dio, se spiegate e fedelmente applicata, appare stoltezza per quelli in via di distruzione. La sensuale, gli avari, i superbi, e ambizioso, sia vedere che il Vangelo si oppone alla loro passatempi preferiti. Ma coloro che ricevono il Vangelo, e sono illuminati dallo Spirito di Dio, vedere di più di saggezza e potenza di Dio nella dottrina di Cristo crocifisso, che in tutte le sue altre opere. Dio ha lasciato una gran parte del mondo per seguire i dettami della ragione si vantava dell’uomo, e l’evento ha dimostrato che la sapienza umana è follia, ed è in grado di trovare o mantenere la conoscenza di Dio come il Creatore. E gli piaceva, con la stoltezza della predicazione, per salvare quelli che credono. Con la stoltezza della predicazione, non da ciò che potrebbe giustamente essere chiamato predicazione sciocco. Ma la cosa predicava era follia per mondano-saggi. Il Vangelo sia mai stato, e sarà sempre, stoltezza a tutti in via di distruzione. Il messaggio di Cristo, chiaramente espresso, è sempre stato un punto di riferimento sicuro attraverso il quale gli uomini possono imparare quello su strada sono in viaggio. Ma la dottrina disprezzato della salvezza mediante la fede in un Salvatore crocifisso, Dio nella natura umana, acquistando la chiesa con il proprio sangue, per salvare le moltitudini, anche tutti quelli che credono, per ignoranza, illusione, e il vizio, è stata benedetta in ogni epoca. E i più deboli strumenti Dio usa, sono più forti nei loro effetti, rispetto ai più potenti uomini possono usare. Non che ci sia follia o debolezza in Dio, ma ciò che gli uomini considerano come tale, supera tutta la loro saggezza e la forza ammirato.

Publié dans:biblica, San Paolo |on 9 mars, 2012 |Pas de commentaires »

Efesini 2,11-22: Libero accesso al Padre!

http://www.taize.fr/it_article172.html

Efesini 2,11-22: Libero accesso al Padre!

Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano d’uomo,ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito. (Efesini 2,11-22). L’autore della lettera agli Efesini vuole descrivere la relazione nuovissima che abbiamo gli uni con gli altri dopo la morte e risurrezione di Gesù. Per questo, egli utilizza molti termini che attinge dalla vita politica del mondo greco: stranieri, residenti, cittadini, libero accesso, fondazione. Questi termini tecnici, che sembrerebbero piuttosto destinati a una circolare ministeriale che pretende di regolare l’ottenimento dei visti, rivestono un colore particolarmente originale quando descrivono il legame tra il credente e Cristo e quello che i credenti hanno tra loro. L’uso del vocabolario politico non è sicuramente casuale. L’autore vuole parlare di un nuovo modo di abitare il mondo, di una nuova appartenenza, di una “cittadinanza” che è ancora più fondamentale di quella del nostro passaporto.
Questo cambiamento radicale d’identità nasce ai piedi della croce, dove “in se stesso, Cristo ha eliminato l’inimicizia”. Ciò che ci tiene lontano da Dio, la nostra colpa, passa dietro la croce. Dio è venuto a porsi tra noi e la nostra stessa violenza. Accettando di morire per amore ed entrando nella vita eterna, Gesù è venuto ad abbattere l’ultima barriera, quella tra noi e Dio. Allo stesso tempo, la vulnerabilità del Figlio viene ad “eliminare l’inimicizia”, annullando la distanza tra i popoli, specialmente tra il popolo eletto e gli altri. Nella vita donata di Gesù, tutti diventano membri gli uni degli altri. In sostanza, la croce interpreta il ruolo di una costituzione in uno Stato: dà il cemento necessario per una comune identità.
Il nuovo corpo può allora costituirsi. Noi siamo “concittadini dei santi”. Pertanto, ciò che ci costituisce è il fatto che otteniamo qualcosa dello splendore, della forza, dell’assoluto di Dio, perché abbiamo libero accesso a lui. In politica, solo i potenti hanno libero accesso a chi è al potere. Potere attira il potere. In questa nuova cittadinanza, abbiamo accesso al “potere” per quell’evento che esprime in maniera più estrema la povertà e la semplicità di Dio: la croce.
Si comprende che non c’è più distanza geografica, “pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. In questo nuovo Stato, senza frontiere, tutto “cresce ben ordinato” per la riconciliazione.
 Di fronte alle identità conflittuali nelle nostre società, come far vedere che un’altra “cittadinanza” è possibile?
 “Eliminare l’inimicizia”: come io personalmente capisco questa espressione? Che cosa m’ispira per le mie relazioni con gli altri?

Publié dans:San Paolo |on 8 mars, 2012 |Pas de commentaires »

(per domenica 4 marzo 2012 seconda lettura: Rm, 8 31-34)

http://www.biible.info/biible-share.jsp?url=http%3A%2F%2Fcroire-aujourdhui.blog.croire.com%2Ftag%2Ffoi%2F&title=Foi+%7C+Croire+Aujourd%27hui

(per  domenica 4 marzo 2012 seconda lettura: Rm, 8 31-34)

(traduzione Google dal francese, stralcio; lascio gli errori perchè si capisce)

La lettura di questo giorno [Rm 8, 31-39] ci conduce al cuore della espressione di fede cristiana, nel pensiero paolino. Il cardinale Kasper, nel 1999, aveva fatto una molto forte e saggio. Non posso resistere al piacere di estrazione di poche righe:

« In questa parte finale, l’Apostolo abbandona l’argomento e la natura didattica della sua presentazione e il suo linguaggio è un tono inno. Ancora una volta, tutti i poteri e le forze, tutto l’inferno e l’orrore del mondo sono chiamati per nome. Ma poiché il sacrificio di Gesù ‘sulla croce, la potenza di questi poteri è rotto. Nella croce e la risurrezione di Cristo, la forza dell’amore ha dimostrato che è il più forte. Egli ci ha straziato dalla morsa di questi poteri. Per i cristiani, nonostante tutte le tentazioni, le sofferenze e le ansie, quindi non si tratta di rassegnazione o disperazione. Il cantus firmus è invece un canto di lode.

Questa certezza della salvezza, tuttavia, chiaramente distinguibile da ogni forma di entusiasmo, che non ignora la realtà dell’esperienza di alienazione, lei non sottrarsi. La speranza si è dimostrata nella perseveranza, vale a dire, nella forza del « sedersi » e la resistenza sotto il peso e le pressioni. Il cristiano vive ancora all’ombra della croce. Ma è proprio questo il modo, con la fede nella vittoria della croce e della risurrezione di quei poteri che ancora jiggle, che dalla esperienza quotidiana di alienazione e di farle a mano che può essere riempito di speranza e di cantare. « 

Oggi, « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? « Problema sempre presente. Per rinnovare il nostro impegno, nel cuore della nostra realtà quotidiana, segnata da una serie di disturbi, personale o collettiva, dobbiamo, nel crogiolo della nostra vita, arrivare al cuore della nostra fede: Chi è Gesù per me la vita, che costringe minacciando i confini? Che cosa significa per me vivere la Resurrezione? La speranza, che cosa si faccia nella mia vita?

Il grido dell’uomo e il soffio dello Spirito – per la festa della Conversione di San Paolo

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=1731

Il grido dell’uomo e il soffio dello Spirito

don Elio Dotto

Pentecoste – Messa della Vigilia (08/06/2003)

Vangelo: Gv 7,37-39

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo [...].
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno».
Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato.

Il grido dell’uomo e il soffio dello Spirito
Sembra quasi di sentirlo quel grido della creazione di cui parla san Paolo nella lettera ai Romani (8,22-27), e che ci viene riproposto nella seconda lettura della Messa vigiliare di Pentecoste. «Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto». Sembra quasi che quel grido prenda forma e voce negli innumerevoli gemiti della nostra storia, nei sospiri e nelle sofferenze della nostra vita, nell’attesa a volte spasmodica del nostro cuore.
Sì, anche noi gridiamo interiormente: «anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo». C’è infatti un senso di paura e di insicurezza che sempre percorre le nostre giornate. In fondo, ci sentiamo sempre un po’ orfani e spaesati davanti a questa nostra vita: abbiamo bisogno di un padre, di un redentore, di una guida che dia finalmente sicurezza e futuro ai nostri passi incerti.
Proprio come accadde un giorno al popolo di Israele, durante la traversata del deserto narrata nel libro dell’Esodo: troppo lontana sembrava a loro quella terra promessa da Dio, lontana al punto da apparire più un miraggio che una realtà. Fu allora che il popolo alzò la sua voce, e gridò contro il Signore e contro Mosé.
Quel grido di dolore era certo un grido giustificato, in quanto esprimeva tutta la sofferenza dei profughi di Israele, costretti a vagare nel deserto, assetati e affamati. E tuttavia quel grido di dolore era anche il grido di un popolo smemorato, che più non ricordava le grandi opere compiute dal Signore in Egitto, quando avevano attraversato illesi il Mar Rosso. «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me» (cfr Es 19,3-8.16-20: prima lettura della Messa vigiliare di Pentecoste). Avevano certo visto gli israeliti queste grandi opere del Signore; ma già se ne erano scordati, e ora gridavano la loro sofferenza contro Dio e contro Mosé.
Appunto la mancanza di memoria rende disperato il grido dell’uomo; appunto quando non siamo più capaci di ricordare la bontà del Signore ci accade di smarrire il nostro futuro, e di gridare senza speranza contro Dio e contro i fratelli.
Non così invece fu il grido di Gesù sulla croce, quando si trovò faccia a faccia con la morte. L’evangelista Giovanni, testimone autorevole di quella morte, lo ricorda con nettezza: non fu la disperazione a far risuonare il grido di Gesù morente, ma fu lo Spirito Santo a gridare in lui. E fu un grido carico della memoria di Dio, un grido che si ricordava del Padre, ed affidava al Padre quella vita straziata, nella certezza della sua misericordia.
Ebbene, questo grido dello Spirito oggi è donato anche a noi. La promessa di Gesù è chiara: «Chi ha sete venga a me e beva… Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (cfr Gv 7,37-39: Vangelo della Messa vigiliare di Pentecoste). Anche noi, assetati e stanchi, possiamo cambiare il nostro grido disperato e senza memoria con il grido dello Spirito Santo, che ci dona una speranza, ricordandoci la bontà del Signore. Anche per noi lo Spirito Santo può diventare il soffio che dà finalmente voce ai nostri silenzi, alla frenesìa del nostro desiderio, al pianto dei nostri cuori… Anche noi, oggi e sempre, possiamo ripetere il grido pasquale di Gesù che si abbandona al Padre.

Giovanni Paolo II sulla Resurrezione dei corpi (Tema paolino)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820210_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 febbraio 1982

1. Dalle parole di Cristo sulla futura risurrezione dei corpi, riportate da tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), siamo passati nelle nostre riflessioni a ciò che su quel tema scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15). La nostra analisi s’incentra soprattutto su ciò che si potrebbe denominare “antropologia della risurrezione” secondo san Paolo. L’Autore della lettera contrappone lo stato dell’uomo “di terra” (cioè storico) allo stato dell’uomo risorto, caratterizzando, in modo lapidario e penetrante insieme, l’interiore “sistema di forze” specifico di ciascuno di questi stati.

2. Che questo sistema interiore di forze debba subire nella risurrezione una radicale trasformazione, sembra indicato, prima di tutto, dalla contrapposizione tra corpo “debole” e corpo “pieno di forza”. Paolo scrive: “Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza” (1 Cor 15, 42-43). “Debole” è quindi il corpo che – usando il linguaggio metafisico – sorge dal suolo temporale dell’umanità. La metafora paolina corrisponde parimenti alla terminologia scientifica, che definisce l’inizio dell’uomo in quanto corpo con lo stesso termine (“semen”). Se, agli occhi dell’Apostolo, il corpo umano che sorge dal seme terrestre risulta “debole”, ciò significa non soltanto che esso è “corruttibile”, sottoposto alla morte ed a tutto ciò che vi conduce, ma pure che è “corpo animale”.(L’originale greco usa il termine psychikón. In san Paolo esso appare solo nella prima lettera ai Corinzi [2, 14; 15, 44; 15, 46] e non altrove, probabilmente a causa delle tendenze pregnostiche dei Corinzi, ed ha un significato peggiorativo; riguardo al contenuto, corrisponde al termine “carnale” [cf. 2Cor 1,12; 10,4].
Tuttavia nelle altre lettere paoline la “psyche” e i suoi derivati significano l’esistenza terrena dell’uomo nelle sue manifestazioni, il modo di vivere dell’individuo e perfino la stessa persona in senso positivo [ad es., per indicare l’ideale di vita della comunità ecclesiale: miâ psychê-i “in un solo spirito”: Fil 1, 27; sýmpsychoi = “con l’unione dei vostri spiriti”: Fil 2, 2; isópsychon = “d’animo uguale”: Fil 2, 20; cf. R Jewett, Paul’s Anthropological Terms. A. Study of Their Use in Conflict Settings, Leiden 1971, Brill, pp. 2, 448-449]) Il corpo “pieno di forza”, invece, che l’uomo erediterà dall’ultimo Adamo, Cristo, in quanto partecipe della futura risurrezione sarà un corpo “spirituale”. Esso sarà incorruttibile, non più minacciato dalla morte. Così, dunque, l’antinomia “debole-pieno di forza” si riferisce esplicitamente non tanto al corpo considerato a parte, quanto a tutta la costituzione dell’uomo considerato nella sua corporeità. Solo nel quadro di una tale costituzione il corpo può diventare “spirituale”; e tale spiritualizzazione del corpo sarà la fonte della sua forza ed incorruttibilità (o immortalità).
3. Questo tema ha le sue origini già nei primi capitoli del libro della Genesi. Si può dire che san Paolo vede la realtà della futura risurrezione come una certa “restitutio in integrum”, cioè come la reintegrazione ed insieme il raggiungimento della pienezza dell’umanità. Non è soltanto una restituzione, perché in tal caso la risurrezione sarebbe, in certo senso, ritorno a quello stato, cui partecipava l’anima prima del peccato, fuori della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 1-2). Ma un tale ritorno non corrisponde alla logica interna di tutta l’economia salvifica, al più profondo significato del mistero della redenzione. “Restitutio in integrum”, collegata con la risurrezione e la realtà dell’“altro mondo”, può essere solo introduzione ad una nuova pienezza. Questa sarà una pienezza che presuppone tutta la storia dell’uomo, formata dal dramma dell’albero della conoscenza del bene e del male (cf. Gen 3) e nello stesso tempo permeata dal mistero della redenzione.
4. Secondo le parole della prima lettera ai Corinzi, l’uomo in cui la concupiscenza prevale sulla spiritualità, cioè, il “corpo animale” (1 Cor 15, 44), è condannato alla morte; deve invece risorgere un “corpo spirituale”, l’uomo in cui lo spirito otterrà una giusta supremazia sul corpo, la spiritualità sulla sensualità. È facile da intendere che Paolo ha qui in mente la sensualità quale somma dei fattori che costituiscono la limitazione della spiritualità umana, cioè quale forza che “lega” lo spirito (non necessariamente nel senso platonico) mediante la restrizione della sua propria facoltà di conoscere (vedere) la verità ed anche della facoltà di volere liberamente e di amare nella verità. Non può invece trattarsi qui di quella funzione fondamentale dei sensi, che serve a liberare la spiritualità, cioè della semplice facoltà di conoscere e di volere, propria del “compositum” psicosomatico del soggetto umano. Siccome si parla della risurrezione del corpo, cioè dell’uomo nella sua autentica corporeità, di conseguenza il “corpo spirituale” dovrebbe significare appunto la perfetta sensibilità dei sensi, la loro perfetta armonizzazione con l’attività dello spirito umano nella verità e nella libertà. Il “corpo animale”, che è l’antitesi terrena del “corpo spirituale”, indica invece la sensualità come forza che spesso pregiudica l’uomo, in quanto egli, vivendo “nella conoscenza del bene e del male”, viene sollecitato e quasi spinto verso il male.
5. Non si può dimenticare che qui è in questione non tanto il dualismo antropologico, quanto una antinomia di fondo. Di essa fa parte non solo il corpo (come “hyle” aristotelica), ma anche l’anima: ossia, l’uomo come “anima vivente” (cf. Gen 2, 7). I suoi costitutivi, invece, sono: da un lato tutto l’uomo, l’insieme della sua soggettività psicosomatica, in quanto rimane sotto l’influsso dello Spirito vivificante di Cristo; dall’altro lato lo stesso uomo, in quanto resiste e si contrappone a questo Spirito. Nel secondo caso, l’uomo è “corpo animale” (e le sue opere sono “opere della carne”). Se, invece, rimane sotto l’influsso dello Spirito Santo, l’uomo è “spirituale” (e produce il “frutto dello Spirito”) (Gal 5, 22).
6. Di conseguenza, si può dire che non solo in 1 Cor 15 abbiamo a che fare con l’antropologia della risurrezione, ma che tutta l’antropologia (e l’etica) di san Paolo sono permeate dal mistero della risurrezione, mediante cui abbiamo definitivamente ricevuto lo Spirito Santo. Il capitolo 15 della prima lettera ai Corinzi costituisce l’interpretazione paolina dell’“altro mondo” e dello stato dell’uomo in quel mondo, nel quale ciascuno, insieme con la risurrezione del corpo, parteciperà pienamente al dono dello Spirito vivificante, cioè al frutto della risurrezione di Cristo.
7. Concludendo l’analisi della “antropologia della risurrezione” secondo la prima lettera di Paolo ai Corinzi, ci conviene ancora una volta volgere la mente verso quelle parole di Cristo sulla risurrezione e sull’“altro mondo”, che sono riportate dagli evangelisti Matteo, Marco e Luca. Ricordiamo che, rispondendo ai Sadducei, Cristo collegò la fede nella risurrezione con tutta la rivelazione del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Mosè, il quale “non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Mt 22, 32). E contemporaneamente, respingendo la difficoltà avanzata dagli interlocutori, pronunziò queste significative parole: “Quando risusciteranno dai morti . . . non prenderanno moglie né marito” (Mc 12, 25). Appunto a quelle parole – nel loro immediato contesto – abbiamo dedicato le nostre precedenti considerazioni, passando poi all’analisi della prima lettera di san Paolo ai Corinzi (1 Cor. 15).
Queste riflessioni hanno un significato fondamentale per tutta la teologia del corpo: per comprendere sia il matrimonio sia il celibato “per il regno dei cieli”. A quest’ultimo argomento saranno dedicate le nostre ulteriori analisi.

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DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

dal sito:

http://www.stpauls.it/bibbia/archivio/bibbia0379.pdf

DA ADAMO A CRISTO VITTORIA DELLA VITA

È un affresco grandioso quello che san Paolo dipinge in finale alla sua Prima Lettera ai Corinzi: nel capitolo 15, infatti, presenta la risurrezione di Gesù Cristo in tutta la vastità del suo orizzonte di luce. Noi abbiamo scelto per la nostra riflessione domenicale paolina una scena di forte impatto, ritagliandola da quell’affresco. Potremmo intravedere in essa quasi due riquadri. Nel primo si confrontano due figure,
Adamo e Cristo. Da un lato, c’è colui che incarna l’umanità nella sua caducità e peccaminosità. In Adamo, che in  ebraico significa « uomo terreno », ci ritroviamo tutti con la nostra miseria, con il marchio della morte in fronte, con il peso della colpa. D’altro lato, ecco invece Cristo risorto che ha in sé tutti i tratti dell’umanità, ma anche tutta la gloria della divinità. Ebbene, Gesù Cristo irradia la sua vita divina ed eterna in tutti i figli di Adamo che, con l’incarnazione, sono divenuti suoi fratelli. Questa irradiazione trasformatrice è rappresentata dall’Apostolo con un simbolo, quello dell’aparché in greco, cioè della « primizia ». Come è noto, il primo frutto del grembo, il primogenito, e i primi prodotti della terra nell’antico Israele erano offerti aDio perché egli li moltiplicasse poi in una famiglia feconda di figli e in un raccolto abbondante. Similmente Cristo è la « primizia dei morti » che sono risorti: è lui che ha aperto per primo la tomba alla vita, è lui che ha fecondato di eternità il sepolcro, è lui che ha reso la morte non un baratro di polvere e di tenebra, ma la soglia aperta verso la luce e la gloria. Cristo è la primizia della stagione pasquale, a cui tutti partecipiamo. A questo punto possiamo fissare l’attenzione sull’altro riquadro che descrive la meta ultima e piena a cui la Pasqua ci vuole condurre. Quel creato, uscito dalle mani di Dio nella sua bellezza e bontà, è stato sfregiato dal peccato umano ed è stato oscurato dall’irrompere del male e di Satana.
Usando il linguaggio della tradizione giudaica, Paolo parla delle tenebrose presenze dei Principati, delle Potenze e delle Forze, una triade di realtà negative che tormentano e sconvolgono la storia umana. Quando la risurrezione avrà compiuto in pienezza il suo percorso nell’intera umanità, questi poteri occulti saranno finalmente resi inoffensivi e annientati. E Paolo definisce questa vittoria ricorrendo a una citazione del Salmo messianico 110 (109) in cui Dio « pone tutti i nemici sotto i suoi piedi ». Ma l’avversario
decisivo è la morte che la Pasqua di Cristo elimina dall’orizzonte. Si rivela, così, la « primizia » di quel « raccolto » di vita e di gioia che è appunto la meta finale della storia. Allora saremo tutti nel regno di Dio Padre, e « Dio sarà tutto in tutti » (1Corinzi 15,28). Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono
di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. (1Corinzi 15,20-26)

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NEL NATALE DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (SANT’AGOSTINO, DISCORSO 295)

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm

SANT’AGOSTINO

DISCORSO 295

NEL NATALE DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

È Cristo stesso la pietra, su cui è costruita la Chiesa.
1. 1. La passione dei beatissimi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Non parliamo di alcuni martiri sconosciuti. Per tutta la terra si è diffusa la loro voce e ai confini del mondo la loro parola 1. Questi martiri videro quello che annunziarono, per aver assecondato la giustizia, proclamando la verità, morendo per la verità. È il beato Pietro, il primo degli Apostoli, l’ardente amante di Cristo che meritò di ascoltare: Ed io ti dico che tu sei Pietro 2. Egli infatti aveva detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente 3. E Cristo a lui: Ed io ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa 4. Sopra questa pietra edificherò la fede che tu confessi. Sopra ciò che hai detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, edificherò la mia Chiesa. Tu sei Pietro infatti. Da pietra Pietro, non pietra da Pietro. Pietro da pietra così come cristiano da Cristo. Vuoi sapere da quale pietra sia chiamato Pietro? Ascolta un poco: Non voglio, infatti, che ignoriate, fratelli, – dice l’Apostolo di Cristo – che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati in rapporto a Mosè, nella nube e nel mare, e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale. Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: e la roccia era il Cristo 5. Ecco da chi Pietro.
A Pietro, che impersona la Chiesa, le chiavi del regno dei cieli. Ad uno solo, perché date alla Chiesa una. Dopo la risurrezione, Cristo invia la Chiesa.
2. 2. Il Signore Gesù, come sapete, prima della sua passione, elesse quei suoi discepoli che chiamò Apostoli. Fra questi, quasi ovunque non altri che Pietro meritò di impersonare la Chiesa intera. Proprio per il fatto di impersonare da solo tutta la Chiesa, meritò di ascoltare: Ti darò le chiavi del regno dei cieli 6. Non ricevette infatti queste chiavi un solo uomo, ma la Chiesa nella sua unità. In forza di ciò, quindi, si celebra la preminenza di Pietro, in quanto rappresentò la Chiesa nella sua stessa universalità ed unità allora che gli fu detto: A te consegno quello che fu dato a tutti. Perché dunque possiate comprendere che la Chiesa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, desunto da un altro passo, ascoltate che cosa il Signore vuol dire a tutti i suoi Apostoli: Ricevete lo Spirito Santo 7. E immediatamente: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi 8. Questo è in rapporto alle chiavi delle quali fu detto: Tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo; e tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo 9. Ma disse questo a Pietro. Perché tu sappia che Pietro impersonava allora la Chiesa universale, ascolta che cosa fu detto a lui personalmente, che cosa a tutti i fedeli santi: Se il tuo fratello commette una colpa nei tuoi riguardi, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone: è stato scritto infatti che ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, riferisci alla Chiesa: e, se non avrà ascoltato neppure questa, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico che tutto quello che avrete legato sopra la terra, sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo 10. La colomba lega, la colomba scioglie; l’edificio fondato sulla pietra lega e scioglie.
3. 2. Siano nel timore quanti si trovano legati, siano nel timore quanti sono sciolti. Quelli che sono sciolti, temano, per non essere legati; quelli che sono legati, preghino, per essere sciolti. Ciascuno è tenuto legato dalle funi dei propri peccati 11: ma al di fuori di questa Chiesa niente viene sciolto. Al morto da quattro giorni si dice: Lazzaro, vieni fuori! 12 E viene fuori dal sepolcro tra le bende che lo tenevano legato mani e piedi. Il Signore ridesta perché il morto esca dal sepolcro; se tocca il cuore, è perché ne venga fuori la confessione del peccato. Ma ancora per poco resta legato. Perciò il Signore, dopo che Lazzaro fu uscito dal sepolcro, si rivolse ai suoi discepoli, ai quali aveva annunziato: Tutto quello che avrete sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo 13; Scioglietelo – disse – e lasciatelo andare 14. Di persona fece risuscitare, per mezzo dei discepoli sciolse.

La forza e la debolezza della Chiesa figurate in Pietro.
3. 3. La fortezza della Chiesa trovò appunto risalto soprattutto in Pietro, perché seguì il Signore che andava verso la passione, e fu rilevata quella certa debolezza per cui, interpellato da una serva, negò il Signore. Eccolo diventato d’un tratto negatore da amante che era. Scoprì se stesso chi aveva voluto presumere di sé. Infatti, come sapete, aveva detto: Signore, sarò con te fino alla morte, anche se dovessi morire, darò la mia vita per te 15. E il Signore al presuntuoso: Darai la tua vita per me? In verità ti dico: prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte 16. Avvenne quello che aveva predetto il medico: non poté verificarsi ciò che presunse l’infermo. E che allora? All’istante, il Signore lo guardò. Così è stato scritto, così riporta il Vangelo: Il Signore lo guardò, ed egli uscì fuori e pianse amaramente 17. Uscì fuori, il che vuol dire confessare. Pianse amaramente chi aveva imparato ad amare. Subentrò la consolazione nell’amore, la cui amarezza era già stata presente nel dolore.
A Pietro, rappresentante dell’unità della Chiesa, affidate le pecore di Cristo. perché Pietro deve rispondere tre volte del suo amore.
4. 4. A ragione, anche dopo la risurrezione, il Signore proprio a Pietro affidò le sue pecore da pascere. Non è infatti che, fra gli Apostoli, egli solo meritò di pascere le pecore del Signore: ma quando Cristo si rivolge ad uno solo, vuol dare risalto all’unità; in primo luogo a Pietro, perché è il primo degli Apostoli. Simone di Giovanni – dice il Signore – mi ami tu? 18 Quello risponde: Ti amo. E interrogato di nuovo, di nuovo risponde. Interrogato per la terza volta quasi non sia creduto, si rattrista. Ma come poteva non credergli colui che gli leggeva nel cuore? Infine, superato quel turbamento, così risponde: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo 19. Non sfugge infatti solo questo a te che tutto sai. Non ti rattristare, Apostolo, rispondi una volta, rispondi di nuovo, rispondi una terza volta. Tre volte vinca la confessione nell’amore, perché tre volte nel timore fu vinta la presunzione. Bisogna sciogliere tre volte quello che tre volte è stato legato. Sciogli per amore quello che avevi legato per timore. Ma infine il Signore, una prima, una seconda e una terza volta, affidò le sue pecore a Pietro.
A confutazione dei donatisti che dividono il gregge del Signore.
5. 5. State a sentire, fratelli miei: Pasci – egli dice – le mie pecorelle, pasci i miei agnelli 20. Pasci le mie pecore: ha forse detto le tue? Pasci, servo buono, le pecore del Signore, quelle che hanno il marchio del Signore. Forse che Paolo è stato crocifisso per voi? o è nel nome di Pietro e di Paolo che siete stati battezzati? 21 Pasci dunque le sue pecore, lavate nel suo Battesimo, segnate dal suo nome, redente dal suo sangue. Pasci – dice – le mie pecore. Infatti, gli eretici, servi cattivi e fuggitivi, ripartendosi fra loro quel che non acquistarono, procurandosi dai furti dei beni come propri, credono di pascere pecore di loro proprietà. Infatti, che cos’altro è, vi domando, dire: Se non sarò stato io a darti il Battesimo, resterai nel peccato, se non avrai avuto il mio Battesimo, non sarai purificato? Non avete forse ascoltato: Maledetto ogni uomo che confida nell’uomo 22? Di conseguenza, carissimi, quelli che battezzò Pietro sono pecore di Cristo; e quelli che battezzò Giuda sono pecore di Cristo. Notate infatti che intende dire lo sposo alla sua diletta nel Cantico dei Cantici, quando la sposa gli chiede: Dimmi, o diletto dell’anima mia, dove vai a pascolare, dove riposi al meriggio, per non perdere la mia identità dietro le greggi dei tuoi compagni 23. Dimmi – dice – dove vai a pascolare, dove riposi al meriggio, nello splendore della verità, nell’ardore della carità. Perché temi, o diletta, di che temi? Per non perdere – dice – la mia identità; cioè, come dissimulandomi, come non fossi la Chiesa; perché la Chiesa non è nascosta. Infatti, non può nascondersi una città collocata su un monte 24. E nel mio errare finisca non presso il tuo gregge, ma tra le greggi dei tuoi compagni. Gli eretici, infatti, sono chiamati compagni. Uscirono da noi 25: prima che uscissero, parteciparono ad una stessa mensa con noi. Allora, che le si risponderà? Se non avrai riconosciuto te stessa 26 è la risposta dello sposo a lei che domanda: Se non avrai riconosciuto te stessa, o bella fra le donne 27. O la vera tra eresie, se non avrai riconosciuto te stessa: sono tante infatti le predizioni che ti riguardano. Nella tua discendenza saranno benedette tutte le genti 28; Ha parlato il Signore, Dio degli dèi, e ha convocato la terra da Oriente a Occidente 29; Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra 30; Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola 31. Tali testimonianze sono predizioni a tuo riguardo. Perciò, se non avrai riconosciuto te stessa, esci tu 32. Non sono io a metterti fuori, perché quanti saranno rimasti possano dire di te: Uscirono da noi 33. Esci tu sulle orme delle greggi, non del gregge del quale fu detto: Sarà un solo gregge ed un solo Pastore 34. Esci tu sulle orme delle greggi e va a pascolare i tuoi capretti 35: non le mie pecore, come Pietro. Per il bene di queste pecore a lui affidate, Pietro meritò la corona del martirio e meritò di venir celebrato nel mondo con la solennità odierna.

Paolo: da persecutore ad Apostolo di Cristo.
6. 6. E da Saulo venga Paolo, dal lupo l’agnello; prima avversario, poi apostolo, prima persecutore, poi predicatore. Venga, riceva lettere di presentazione dai sommi sacerdoti, e dovunque avrà scoperto cristiani, li conduca prigionieri per la condanna. Riceva, riceva, si metta in cammino, vada avanti, sia bramoso di strage, sia assetato di sangue: Se ne riderà chi abita i cieli 36. Andava infatti, come è stato scritto, anelando alla strage 37 e si avvicinava a Damasco. Allora il Signore dal cielo: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 38 Qui io sono, là io sono: qui il capo, là il corpo. Non ce ne restiamo perciò stupiti, fratelli, noi facciamo parte del corpo di Cristo. Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro recalcitrare al pungolo 39. Agisci a tuo danno: la mia Chiesa infatti riceve incremento dalle persecuzioni. Ma quello, sbigottito e tremante: Chi sei tu, Signore? E il Signore: Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti 40. Diventato repentinamente un altro, attende un ordine: depone la rivalità, si dispone all’ubbidienza. Gli vien detto che fare. Ed ancora prima che Paolo sia battezzato, il Signore parla ad Anania: Recati in quella strada, dall’uomo di nome Saulo, battezzalo, perché è per me un vaso di elezione 41. Un vaso è fatto per contenere qualcosa, un vaso non deve restare vuoto. Un vaso va riempito: di che cosa se non di grazia? Ma Anania risponde al Signore nostro Gesù Cristo: Signore, ho saputo che quest’uomo ha recato molti mali ai tuoi fedeli. Ed ora è autorizzato per lettera dai sommi sacerdoti ad arrestare, ovunque ne avrà trovati, i seguaci di questa dottrina 42. E il Signore a lui: Io gli mostrerò tutto quello che dovrà soffrire per il mio nome 43. Anania trepidava all’udire il nome di Saulo: la pecora debole temeva la fama del lupo, pur avendo su di sé la mano del pastore.

Paolo e Pietro patirono per Cristo.
7. 7. Ecco il Signore mostrargli quelle cose che bisognava patisse per il suo nome. In seguito lo provò nella fatica. Egli pure lo provò nelle catene, egli nelle ferite, egli nelle carceri, egli nei naufragi. Egli gli procurò il martirio: egli lo fece pervenire a questo giorno. Unico il giorno della passione per i due Apostoli. Ma anche tutt’e due erano una cosa sola: pur soffrendo il martirio in giorni diversi, erano una cosa sola. Andò avanti Pietro, seguì Paolo. Un primo tempo Saulo, quindi Paolo: perché un primo tempo superbo, umile in seguito. Saulo da Saul, il persecutore del santo Davide. Fu atterrato il persecutore, fu suscitato il predicatore. Cambiò in umiltà il nome del superbo. Paolo, infatti, vuol dire « poca cosa ». Fate caso alle parole in uso della Carità vostra: non diciamo tutti i giorni: « Ti vedrò fra poco; fra poco farò questo o quello »? Chi è allora Paolo? Chiedilo a lui stesso: Io sono – dice – il più piccolo degli Apostoli 44.

La celebrazione dei martiri incoraggia all’imitazione.
8. 8. Celebriamo il giorno festivo reso sacro per noi dal sangue degli Apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze, le predicazioni. Facciamo infatti progressi attraverso l’amore, non celebrando tali prove per una soddisfazione materiale. Che cosa ci chiedono infatti i martiri? Non hanno tutto se ancora desiderano lodi dagli uomini. Se continuano a volere le lodi degli uomini, non sono ancora dei vincitori. Se, invece, sono stati vincitori, nulla ci chiedono a loro profitto, ma intercedono per il nostro bene. Perciò, la nostra via sia diritta alla presenza del Signore. Era angusta, era irta di spine, era aspra: per uomini tali e così numerosi che la percorrono, è diventata comoda. Proprio il Signore è passato per primo, la percorsero intrepidi gli Apostoli, quindi i martiri, fanciulli, donne, fanciulle. Ma chi era in loro? Colui che ha detto: Senza di me non potete far nulla 45.

Publié dans:San Paolo, San Pietro, Sant'Agostino |on 18 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

18 Novembre: Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli

dal sito:

http://www.pastoralespiritualita.it/Articoli-Rubriche/Anno-liturgico-feste-e-ricorrenze/18-Novembre-Dedicazione-delle-basiliche-dei-Santi-Pietro-e-Paolo-Apostoli.html

18 Novembre: Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli 

Dedicazione delle basiliche dei santi Pietro e Paolo, Apostoli, delle quali la prima, edificata dall’imperatore Costantino sul colle Vaticano al di sopra del sepolcro di san Pietro, consunta dal tempo e ricostruita in forma più ampia, in questo giorno fu nuovamente consacrata; l’altra, sulla via Ostiense, costruita dagli imperatori Teodosio e Valentiniano e poi distrutta da un terribile incendio e completamente ricostruita, fu dedicata il 10 dicembre. Nella loro comune commemorazione viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa. (Martirologio Romano)
 
Celebrata in agosto la festa della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore e ultimamente quella della Basilica del Salvatore al Laterano, la Chiesa ci invita a celebrare in un medesimo giorno la dedicazione delle due Basiliche di san Pietro e di san Paolo a Roma. Sono le quattro basiliche che negli anni giubilari i pellegrini devono visitare, per acquistare la grande indulgenza, che i Papi sogliono concedere ogni 25 anni.
Se non possiamo andare a Roma e pregare in quelle auguste chiese, la Liturgia ci aiuta a partecipare alle grazie chieste dai pellegrini sulle tombe degli Apostoli e che la Chiesa chiede per tutti i fedeli nel giorno della Dedicazione.

La Basilica di san Pietro.
Dopo il martirio, avvenuto con tutta probabilità nel circo di Nerone, i resti del santo Apostolo Pietro erano stati sepolti lungo il fianco opposto della via Cornelia e più tardi vennero segnalati alla venerazione dei fedeli con una piccola edicola costruita da Papa Anacleto e che, fino al terzo secolo, restò il centro delle sepolture dei Papi.
Concessa la pace alla Chiesa, Costantino fece edificare sulla tomba del principe degli Apostoli una basilica, che fu terminata da Costantino II e poi distrutta dai Saraceni nell’anno 806. La basilica fu teatro di solennità grandiose. In essa si celebrava al termine delle quattro Tempora la vigilia delle ordinazioni, si compiva la lunga Litania del 25 aprile e in essa fu incoronato e consacrato l’imperatore Carlomagno.
Restaurata e totalmente modificata nel suo aspetto, la basilica esisteva ancora nel secolo XV, ma tanto aveva sofferto per l’assenza dei Papi, durante il soggiorno ad Avignone, che Nicola V decise di demolirla e di ricostruirla sullo stesso posto. Il successore, Giulio II affidò l’opera al Bramante nel 1505. Morto il Bramante, Michelangelo la continuò ed elevò l’imponente cupola, che domina la basilica e ne costituisce la principale bellezza. Finalmente il 18 novembre 1626 la basilica fu terminata e Papa Urbano VIII la consacrò.
Alla fine del Medio Evo i Papi avevano abbandonato il palazzo del Laterano e si erano stabiliti nel palazzo Vaticano, portando in san Pietro non poche solennità. Il Concilio ecumenico del 1870 rese definitiva questa sostituzione e la basilica Vaticana divenne, per forza di cose, l’effettiva cattedrale dei Papi, che riposano nelle cripte dei sotterranei, da Innocenzo XI (1676-1689) fino a san Pio X e ai suoi successori, senza contare che di molti Papi del Medio Evo vi furono portati i resti.

La basilica di san Paolo.
Il corpo dell’apostolo san Paolo dal luogo del martirio presso le acque Salvie era stato portato a due miglia circa da Roma, sulla via Ostiense e ivi era stato sepolto. Sul luogo della sepoltura fu prima costruito un oratorio molto simile a quello dell’Apostolo Pietro al Vaticano, attribuito generalmente anch’esso a Papa Anacleto.
Costantino eresse sulla tomba una basilica, ma, essendo parsa di dimensioni troppo modeste, l’imperatore Valentiniano, nel 368, la sostituì con una basilica grandiosa a cinque navate. Teodosio proseguì l’opera e suo figlio, Onorio, la terminò. Le incursioni Saracene avvenute sotto san Leone IV (847-855) spinsero Giovanni VIII (872-882) a circondare la basilica e il convento, che già vi era sorto accanto, di mura e si ebbe così una fortezza che prese il nome di Giovannopoli. La basilica conservò il suo primitivo aspetto fino all’incendio che, nella notte tra il 15 e il 16 agosto del 1823, la distrusse.
Pervennero, all’appello del Papa, offerte da tutta la cristianità, perfino da dissidenti e da infedeli, e, il 5 ottobre 1840, Gregorio XVI poté consacrare il transetto e l’altare maggiore sotto il quale restò la tomba dell’Apostolo. Quattordici anni dopo, in occasione della definizione dell’Immacolato Concepimento di Maria (8 dicembre 1854), 185 cardinali, arcivescovi e vescovi assistevano, il 10 dicembre, alla dedicazione della nuova basilica di san Paolo fatta da Pio IX. Il Papa fissò il ricordo della dedicazione alla data tradizionale del 18 novembre e Leone XIII, il 27 agosto 1893, elevò la festa a rito doppio maggiore per la Chiesa universale.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1291-1292 

Publié dans:San Paolo, San Pietro |on 18 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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