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PAPA FRANCESCO – 12. NELLA SPERANZA CI RICONOSCIAMO TUTTI SALVATI (CFR RM 8,19-27)

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PAPA FRANCESCO – 12. NELLA SPERANZA CI RICONOSCIAMO TUTTI SALVATI (CFR RM 8,19-27)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 22 febbraio 2017

La Speranza cristiana – 12. Nella speranza ci riconosciamo tutti salvati (cfr Rm 8,19-27)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Spesso siamo tentati di pensare che il creato sia una nostra proprietà, un possedimento che possiamo sfruttare a nostro piacimento e di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno. Nel passo della Lettera ai Romani (8,19-27) di cui abbiamo appena ascoltato una parte, l’Apostolo Paolo ci ricorda invece che la creazione è un dono meraviglioso che Dio ha posto nelle nostre mani, perché possiamo entrare in relazione con Lui e possiamo riconoscervi l’impronta del suo disegno d’amore, alla cui realizzazione siamo chiamati tutti a collaborare, giorno dopo giorno.
Quando però si lascia prendere dall’egoismo, l’essere umano finisce per rovinare anche le cose più belle che gli sono state affidate. E così è successo anche per il creato. Pensiamo all’acqua. L’acqua è una cosa bellissima e tanto importante; l’acqua ci dà la vita, ci aiuta in tutto ma per sfruttare i minerali si contamina l’acqua, si sporca la creazione e si distrugge la creazione. Questo è un esempio soltanto. Ce ne sono tanti. Con l’esperienza tragica del peccato, rotta la comunione con Dio, abbiamo infranto l’originaria comunione con tutto quello che ci circonda e abbiamo finito per corrompere la creazione, rendendola così schiava, sottomessa alla nostra caducità. E purtroppo la conseguenza di tutto questo è drammaticamente sotto i nostri occhi, ogni giorno. Quando rompe la comunione con Dio, l’uomo perde la propria bellezza originaria e finisce per sfigurare attorno a sé ogni cosa; e dove tutto prima rimandava al Padre Creatore e al suo amore infinito, adesso porta il segno triste e desolato dell’orgoglio e della voracità umani. L’orgoglio umano, sfruttando il creato, distrugge.
Il Signore però non ci lascia soli e anche in questo quadro desolante ci offre una prospettiva nuova di liberazione, di salvezza universale. È quello che Paolo mette in evidenza con gioia, invitandoci a prestare ascolto ai gemiti dell’intero creato. Se facciamo attenzione, infatti, intorno a noi tutto geme: geme la creazione stessa, gemiamo noi esseri umani e geme lo Spirito dentro di noi, nel nostro cuore. Ora, questi gemiti non sono un lamento sterile, sconsolato, ma – come precisa l’Apostolo – sono i gemiti di una partoriente; sono i gemiti di chi soffre, ma sa che sta per venire alla luce una vita nuova. E nel nostro caso è davvero così. Noi siamo ancora alle prese con le conseguenze del nostro peccato e tutto, attorno a noi, porta ancora il segno delle nostre fatiche, delle nostre mancanze, delle nostre chiusure. Nello stesso tempo, però, sappiamo di essere stati salvati dal Signore e già ci è dato di contemplare e di pregustare in noi e in ciò che ci circonda i segni della Risurrezione, della Pasqua, che opera una nuova creazione.
Questo è il contenuto della nostra speranza. Il cristiano non vive fuori dal mondo, sa riconoscere nella propria vita e in ciò che lo circonda i segni del male, dell’egoismo e del peccato. È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato… Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. E allora sa che stiamo vivendo il tempo dell’attesa, il tempo di un anelito che va oltre il presente, il tempo del compimento. Nella speranza sappiamo che il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore.
Quante volte noi cristiani siamo tentati dalla delusione, dal pessimismo… A volte ci lasciamo andare al lamento inutile, oppure rimaniamo senza parole e non sappiamo nemmeno che cosa chiedere, che cosa sperare… Ancora una volta però ci viene in aiuto lo Spirito Santo, respiro della nostra speranza, il quale mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Lo Spirito vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore sta preparando per l’umanità.

IL SITO NICODEMO – COLOSSESI 3,1-5.9-11

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IL SITO NICODEMO – COLOSSESI 3,1-5.9-11

Fratelli, 1 se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria. 5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria. 9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni 10 e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. 11 Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

COMMENTO Colossesi 3,1-11 La risurrezione anticipata dei credenti L’esordio dello scritto ai Colossesi (Col 1,1-23) termina con una enunciazione dei temi che l’autore intende trattare. Essi sono: l’opera di Cristo per la santità dei credenti, la fedeltà al vangelo ricevuto, il vangelo annunziato da Paolo (cfr. 1,21-23). L’ultimo di questi temi è quello trattato per primo (1,24 – 2,5). Successivamente l’autore affronta il secondo tema, che riguarda la fedeltà al vangelo (2,6-23) e infine si concentra sull’opera di Cristo a vantaggio dei credenti (3,1 – 4,1). Il testo liturgico riprende la prima parte di questo terzo sviluppo. Esso si divide in tre parti: l’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4); ammonizioni (vv. 5-9a); invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11).

L’opera di Cristo nei credenti (vv. 1-4) Nella parte precedente della lettera l’autore ha criticato le teorie che mettono a rischio la fedeltà al vangelo, esortando i suoi lettori ad abbandonare le false dottrine che vengono loro proposte. Esse inculcano la sottomissione gli elementi di questo mondo, ai quali i colossesi devono ritenersi ormai morti. Questa morte però prelude a una vita nuova, che essi hanno già ottenuto: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio;  rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (vv. 1-2). La risurrezione dai morti non è più vista da questo autore come un evento escatologico, collegato con il ritorno di Gesù, ma come una realtà già realizzata. Con Cristo, anche i credenti in lui sono già risorti, godono la stessa vita nuova di cui egli è entrato in possesso mediante la sua risurrezione e ascensione al cielo. È questa una convinzione tipica della seconda generazione cristiana, per la quale la parusia è vista ormai come un evento che si perde nella notte dei tempi, ma che ha già avuto una realizzazione anticipata mediante l’associazione del credente a Cristo. Proprio per questo motivo i credenti devono considerarsi come già risorti con Cristo e sono invitati a cercare anche loro le cose di lassù, cioè quelle che stanno a cuore a Cristo nella sua nuova situazione di Messia intronizzato alla destra del Padre. Su di esse essi devono concentrare il loro pensiero, non sulle cose della terra. La situazione di morte e di vita tipica dei credenti in Cristo viene poi ulteriormente specificata con queste parole: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (v. 3). Ciò che è visibile per il momento è solo la loro morte, perché la loro nuova vita, in quanto partecipazione alla vita di Cristo in Dio, non è visibile agli occhi del corpo. Ma «quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (v. 4). L’utore ha già spiegato che la risurrezione dei morti non avrà luogo al momento del ritorno di Gesù, ma è già avvenuta. Tuttavia egli sottolinea che solo quando egli verrà, la loro nuova vita sarà manifestata, in quanto anch’essi parteciperanno alla sua gloria.

Ammonizioni (vv. 5-9a) Nonostante siano già morti e risuscitati con Cristo, i credenti devono ancora portare a termine il loro passaggio attraverso la morte, senza del quale non possono ottenere pienamente la nuova vita in Cristo. L’ammonizione viene divisa in due parti, separate da un inciso riguardante il passato dei colossesi. Anzitutto l’autore scrive: «Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono» (vv. 5-6). In contrasto con le cose di lassù, le cose che appartengono alla terra si identificano con una serie di cinque vizi che rappresentano altrettante disobbedienze alla volontà di Dio e attirano la sua ira su quelli che li praticano. In questo piccolo catalogo sono elencati soltanto atteggiamenti interiori. Il primo è l’impurità (porneia), cioè l’inclinazione a trasgredire la volontà di Dio in campo sessuale. Essa si accompagna con l’immoralità (akatharsia, che di per se indica l’impurità rituale), la passione (pathos), cioè l’impulso incontrollato verso il male, il desiderio (epithymia) cattivo, quello cioè proibito dall’ultimo comandamento del decalogo, e infine l’avarizia (pleonexia), che viene bollata come una forma di idolatria. Dopo questo primo elenco, l’autore si ferma per osservare che «anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi» (v. 7). Questi vizi fanno parte del tipo di vita che era proprio dei colossesi prima della loro adesione a Cristo. Naturalmente si tratta di un giudizio sommario, il cui scopo non è quello di squalificare la vita precedente dei colossesi, ma di fare apprezzare per contrasto la nuova vita data da Cristo. Riprende l’esortazione, che riguarda di nuovo una serie di vizi: «Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri» (vv. 8-9). Anche questa volta si tratta di cinque vizi, ai quali è stato aggiunto un divieto. Diversamente dai precedenti però questi vizi riguardano non processi interiori, ma azioni esterne. La prima è l’ira (orghê), che indica la reazione violenta nei confronti degli altri. Viene poi l’animosità (thymon), la cattiveria (kakia), gli insulti (blasphêmia) e i discorsi osceni (aischrologia). Infine i colossesi vengono messi in guardia dal ricorso alla menzogna nei loro rapporti vicendevoli. È chiaro che si tratta di vizi che rendono impossibile la vita comunitaria, perché provocano reazioni violente e incontrollate verso gli altri membri della comunità.

Invito a rivestirsi dell’uomo nuovo (vv. 9b-11) Dopo l’esortazione a far morire le cose di quaggiù, l’autore ritorna a sottolineare quello che i credenti sono già diventati: «Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato (vv. 9b-10). L’uomo vecchio è quello che si lascia ancora trascinare dai vizi di cui l’autore ha appena parlato. I colossesi devono liberarsi da esso se vogliono essere uomini nuovi. Si suggerisce però che questo stato non è raggiunto una volta per tutte, ma deve continuamente  ricercato, puntando a una conoscenza sempre più approfondita di Dio per diventare simili a lui. La vita cristiana si distingue dunque per il suo dinamismo interno, che porta ad approfondire sempre più il rapporto con Dio. Questa crescita nella fede ha una conseguenza comunitaria: «Qui non vi è greco o giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (v. 11). Questo testo è ricalcato su Gal 3,18, dal quale però si distingue per il fatto che è caduto il binomio uomo-donna e a esso è sostituito barbaro-scita, in cui la polarizzazione non è più evidente, in quanto gli sciti facevano parte dei barbari. La scomparsa del binomio uomo-donna mostra chiaramente che nella seconda generazione cristiana i rapporti di genere venivano ormai visti di nuovo alla luce dei costumi ambientali. Il fatto che Cristo sia tutto in tutti significa che l’uguaglianza raccomandata da questo testo riguarda direttamente la comunità e non la società civile.

Linee interpretative In questo testo, come in altri dello stesso scritto, si può percepire l’intento di convincere i lettori che non è più necessario aspettare con impazienza la realizzazione degli eventi escatologici. Infatti la risurrezione, che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno di Gesù, si è già attuata per coloro che, mediante la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù, sono diventati un’unica cosa con lui. Negli ultimi tempi ci sarà solo la piena manifestazione della vita nuova già conseguita dal credente. Ciò comporta che ciascuno deve essere fin d’ora quello che un giorno apparirà in tutta la sua gloria. In questa prospettiva l’impegno a vivere una vita santa è subordinato all’accettazione del dono di Dio. Per questo si dice che l’indicativo precede l’imperativo. Sullo sfondo del brano si percepisce una forte esperienza comunitaria, che si basa però su un cammino sincero di crescita personale. I vizi nei confronti dei quali il credente viene messo in guardia sono anzitutto atteggiamenti interiori di egoismo e di desideri terreni. Ma il superamento di questi impulsi è in funzione dei rapporti con gli altri, che presuppongono il l’eliminazione dell’ira e di tutto quanto implica una mancanza di rispetto nei loro confronti. Nella comunità, l’ideale da raggiungere è l’unità, che presuppone la rimozione di tutte le barriere che dividono le persone in vista di una vera uguaglianza. Questa unità sarà un giorno la prerogativa dell’umanità rinnovata. Essa però deve essere anticipata nella vita della comunità, che diventa così un segno efficace della potenza di Dio che opera nella storia umana.

 

MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

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MONS. GIANFRANCO RAVASI – INNO ALLA CARITÀ (1Cor 13)

Nell’atmosfera luminosa e gioiosa della Pasqua e alle soglie del mese primaverile di maggio che è scelto da molti fidanzati per la celebrazione delle loro nozze abbiamo pensato di ricorrere a una pagina bellissima della Bibbia, al celebre canto dell’agape, cioè dell’amore cristiano che Paolo ha intessuto nel capitolo 13 della sua prima Lettera ai Corinzi: «Se pure parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…». Ci spiace di non poter citare integralmente questo inno meraviglioso; possiamo, però, invitare i nostri lettori a rileggerlo su una loro Bibbia. Significativa è la scelta del vocabolo da parte dell’apostolo: i Greci per indicare l’amore usavano soltanto il termine eros; Paolo preferisce agape che esprime soprattutto la donazione, la totalità, la consacrazione di sé all’altro, mentre l’eros suppone ancora possesso, godimento e appagamento. L’apostolo ci ricorda che anche tre doni altissimi, come la profezia, la conoscenza e la fede, se privi dell’amore, sono uno zero. La stessa generosità eroica e il distacco dai beni, se non animati dall’amore, sono solo atti di autoglonficazione o gesti spettacolari. Un profeta brasiliano contemporaneo, Paulo Suess, ha così ripreso la prima parte dell’inno paolino: «Anche se parlassi la lingua di tutte le tribù viventi / e persino dei popoli scomparsi dalla terra e dalla memoria, / se non ho l’amore, / sono un trombone di gelida latta, un computer trilingue. / Anche se distribuissi tutte le mie scarpe e i viveri / per soccorrere il popolo scarso e denutrito, se non ho l’amore, / sono una delle tante Cavie rivoluzionarie, / un cacciatore di farfalle o un poeta sognatore». La seconda parte dell’inno – che per la precisione inizia nel v. 4 del capitolo 13 – è simile a un fiore i cui petali sono altrettante qualità dell’amore-agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza… E il corteo delle virtù che accompagnano l’amore. Se l’amore si spegnesse, le virtù umane e religiose si eclisserebbero. Il nostro scrittore Giovanni Teston (1923-1993) ha voluto tradurre nel 1991 la prima Lettera ai Corinzi in una forma quasi poetica e ha esaltato in modo sorprendente la forza dolce di questo canto profondamente evangelico. Ma un altro scrittore, l’autore della famosa Fattoria degli animali, l’inglese George Orwell, in un suo romanzo Fiorirà l’aspidistra (1936) compirà un audace stravolgimento dell’inno paolino, una deformazione che è purtroppo reale nella storia dell’umanità. Egli, infatti, ha sostituito alla parola amore-agape quella quasi antitetica del “denaro”. Il canto si è, allora, trasformato in questa lode biasfema dell’idolo più venerato dagli uomini: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, non sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…». Il poeta latino Ovidio nella sua Ars amatoria era convinto che «con l’oro ci si procura anche l’amore» (2,278). In realtà con l’oro si può acquistare il sesso ma non l’amore.

 

CHI PRATICA LA CARITÀ MA NON HA FEDE PUÒ MERITARSI IL REGNO DEI CIELI?

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CHI PRATICA LA CARITÀ MA NON HA FEDE PUÒ MERITARSI IL REGNO DEI CIELI?

Una domanda a partire dalla Lettera ai Corinzi dove Paolo fa l’elogio della carità. Risponde don Stefano Tarocchi, preside della Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA Chi pratica la carità ma non ha fede può meritarsi il Regno dei Cieli? 20/09/2015 di Redazione Toscana Oggi  

Nella meravigliosa prima lettera ai Corinzi di San Paolo, dove si fa un vero e proprio inno alla carità, nelle righe finali si legge: «Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità, ma la più grande di esse è la carità». In base a quanto scritto da San Paolo, se un uomo possiede la carità e la mette in pratica verso i fratelli e non possiede la fede, cioè non crede in Dio, può, alla fine dei suoi giorni, meritarsi il Regno dei Cieli? Gian Gabriele Benedetti

Il centro della prima lettera ai cristiani di Corinto, Paolo scrive questo vero e proprio inno alla carità-amore, e si tratta della forma più alta dell’amore (che è molto di più della carità, come talvolta è intesa). La parola viene usato addirittura per descrivere il modo in cui Dio si è manifestato a noi, come scrive Giovanni nella sua prima lettera: «abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4,16). E continua: «vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Giovanni 3,1); «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4,8). E nel Vangelo dello stesso Giovanni leggiamo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici (Gv 15,12-13). Fra l’altro, per mostrare il contatto dei testi originali tra Paolo e Giovanni, nella lettera ai Corinzi ho mutato il testo della versione originale: da «carità» ad «amore». Paolo apre il suo inno all’«amore», che occupa tutto il capitolo 13 della 1 Corinzi, con queste parole: «desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via oltre ogni misura» (1Cor 12,31). Questa via «oltre ogni limite», «oltre ogni misura», descrive la vita cristiana. Paolo descrive i doni gratuiti, i «doni dello Spirito» (i «carismi») che costruiscono la comunità cristiana nei capitoli 12 e 14 della stessa lettera (non ce ne possiamo occupare adesso). Così conclude: «chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto vi scrivo è comando del Signore» (1Cor 14,37). Del resto ha affermato – è anche il punto da cui muove la domanda del lettore – che «rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di tutte è l’amore». Ora il tono in cui l’apostolo si esprime non è quello di creare una classifica tra fede, speranza e amore, ma ricondurle ad un orizzonte reale della comunità cristiana: «aspirate all’amore. Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia», ossia l’annuncio del Vangelo (1Cor 14,1). Riprendiamo brevemente gli aspetti principali del pensiero dell’apostolo: l’amore è ciò che da significato a quei doni, anche lo stesso amore-carità: «se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,1-3). Tutti i doni ricevuti dallo Spirito, senza l’amore non sono nulla. Ma che cos’è l’amore di cui Paolo descrive quasi in un canto sinfonico tutte le caratteristiche? Lasciamo parlare direttamente l’apostolo: «l’amore è magnanimo, benevolo è l’amore; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4-7). Ebbene, scrive ancora Paolo: «l’amore non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà» (1Cor 13,8-10). Facendo un passo indietro, quando Paolo apre lo scritto alla chiesa di Corinto ha detto espressamente che «la mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,4-5). Se la fede, anche quella capace di «trasportare le montagne» deve avere alla sua base l’amore, allora possiamo comprendere che la vita cristiana è fatta di elementi essenziali, compresi i «doni dello Spirito», alcuni dei quali scompariranno nella vita eterna. Viceversa l’amore è strettamente legato alla fede e alla speranza: per cui «rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore». Ma «la più grande di tutte è l’amore», perché questo è il solo legame indissolubile con Dio, quando la fede e la speranza saranno totalmente assorbite in lui, nel momento in cui lo vedremo direttamente e non più in maniera confusa.

Stefano Tarocchi

 

BRANO BIBLICO SCELTO – 1 TESSALONICESI 5,16-24

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BRANO BIBLICO SCELTO – 1 TESSALONICESI 5,16-24

Fratelli, 16 state sempre lieti, 17 pregate incessantemente, 18 in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21 esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
25 Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 26 Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

COMMENTO
1 Tessalonicesi 5,16-24
Preghiera e servizio nello Spirito

La lettera ai cristiani di Tessalonica è stata scritta da Paolo, durante il suo secondo viaggio missionario, poco dopo aver raggiunto Corinto (verso il 52). Essa si apre con un breve prescritto (1,1) a cui fa seguito un lungo ringraziamento (1,2-3,13); vengono poi alcune direttive su temi specifici di vita cristiana (4,1-5,24), seguite dal postscritto (5,25-28). Il testo liturgico fa parte delle esortazioni che concludono le direttive su temi specifici (5,12-24). Dopo aver raccomandato ai tessalonicesi di avere rispetto per i responsabili della comunità, di correggere gli indisciplinati e incoraggiare i deboli, di non rendere male per bene (cfr. vv. 12-15), Paolo fa prima tre esortazioni generali (vv. 16-18), poi mette in guardia i destinatari da errori circa l’uso dei carismi (vv. 19-22) e infine li esorta alla perfezione (vv. 23-24).
e tre esortazioni generali riguardano rispettivamente la gioia, la preghiera e il ringraziamento Anzitutto Paolo invita i tessalonicesi alla gioia (chairete) (v. 16). Già precedentemente aveva motivato il suo ringraziamento iniziale appellandosi alla gioia con cui essi, benché pressati da ostilità e avversità, avevano accolto l’annunzio evangelico (cfr. 1,6). Ora li esorta a far sì che questa gioia non venga mai meno, neppure in futuro. Con la gioia deve andare di pari passo una preghiera continua (adialeiptôs) (v. 17). Infine raccomanda loro il ringraziamento «in ogni cosa» (en panti) (v. 18). Lo sguardo rivolto a Dio nella preghiera per impetrare i suoi doni è lo stesso con cui i tessalonicesi devono saper riconoscere con gratitudine la sua presenza benefica in tutti i risvolti della loro vita.
In secondo luogo l’apostolo focalizza la sua attenzione sulle manifestazioni carismatiche della chiesa. Egli si esprime con due imperativi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate i doni della profezia» (vv 19-20). Dal suo modo di esprimersi sembra che Paolo non si limiti a mettere in guardia circa un pericolo possibile, ma esorti a interrompere un comportamento deviante già in atto. È probabile che nella comunità di Tessalonica si fosse già verificata una non meglio precisata diffidenza e repressione nei confronti dello slancio profetico suscitato dallo Spirito. La parola viva del profeta, che individua i segni dei tempi e sollecita i credenti a una fedeltà concreta e attuale (cfr. 1Cor 14,3), non deve essere soppressa neppure quando può non fare comodo agli ascoltatori.
D’altra parte però l’apostolo, sapendo che in questo campo si possono commettere errori o prendere abbagli, esorta: «Esaminate (dokimazete) ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male» (vv. 21-22). Nessuna preclusione aprioristica dunque, ma neppure indiscriminata accettazione di ciò che viene proposto, bensì una saggia verifica per fare ciò che è bene e astenersi da ogni male. Anche il profeta deve sapersi mettere in questione e dimostrare la bontà dei suoi interventi (cfr. 1Cor 14,32-33).
Infine Paolo pronunzia una preghiera di supplica (vv 23-24) con la quale conclude la seconda parte della lettera così come aveva già terminato la prima (cfr. 3,11-13). Egli si rivolge al Dio della pace perché porti a compimento nei destinatari la sua opera santificatrice, e questo in vista del giorno ultimo della venuta di Cristo. Bisogna che essi possano presentarsi al suo tribunale con le carte in regola, puri da ogni compromesso con il male. Per esprimere la totalità della persona il testo parla di «spirito, anima e corpo». Questa espressione fa pensare alla visione filosofica greca secondo la quale l’uomo è composto di tre principi, la vita superiore (lo spirito), la vita inferiore (anima), la dimensione materiale (il corpo). Sembra però che si tratti solo di un’imitazione del modo di dire greco, che nulla toglie alla concezione biblica, che punta sempre sulla totalità dell’essere umano. La preghiera termina con un riferimento alla fedeltà di Dio: «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (v. 24). La fiducia dei credenti non ha nulla da spartire con la spavalda sicurezza di chi confida nelle proprie risorse, ma si basa unicamente sulla affidabilità del Padre.

Linee interpretative
La gioia rappresenta una dimensione importante della vita cristiana. Essa non consiste in una vana esaltazione, ma nella sensazione profonda di pace che accompagna la scoperta del senso della propria vita. Questa gioia trova la sua fonte nella preghiera, perché solo nel rapporto con Dio si capisce a fondo se stessi e gli altri. Il fatto che l’apostolo insista su una preghiera incessante fa comprendere che essa non consiste nella recita di formule, ma in uno stare davanti a Dio, con la percezione costante del suo progetto e delle sue manifestazioni nella storia. La preghiera serve soprattutto a cogliere il senso del Mistero e a orientare le scelte fondamentali della vita. Perciò essa deve essere continua.
Accanto alla preghiera Paolo raccomanda una grande apertura ai doni dello Spirito, che agisce soprattutto mediante l’esercizio della profezia. Sono proprio i profeti che tengono desti nella comunità i valori evangelici e stimolano i fratelli a vivere in piena sintonia con essi. Dai profeti viene anche la possibilità di incarnare il messaggio nella vita quotidiana. La mancanza di una dimensione profetica rischia di appiattire la comunità e di trasformarla in un club di amici senza alcun impatto sul mondo circostante. Certo non manca mai il rischio che sorgano falsi profeti, i quali possono portare la comunità su strade sbagliate. La vigilanza è dunque necessaria. Tutta la comunità deve reagire attivamente alle stimolazioni dei profeti, senza mai dare per scontata l’attendibilità evangelica dei loro messaggi. Nulla è più lontano dalla mentalità di Paolo di una comunità che si lascia trascinare inconsciamente da pochi scalmanati. Ma allo stesso modo egli rifugge dall’idea di un gruppo talmente istituzionalizzato da non saper più cogliere le sfide di un mondo che cambia

GIOVANNI PAOLO II : CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO (2003)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20031119_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 19 novembre 2003

CANTICO FIL 2,6-11 – CRISTO, SERVO DI DIO

Primi Vespri della Domenica 1a settimana (Lettura: Fil 2,6-9)

1. La Liturgia dei Vespri comprende, oltre ai Salmi, anche alcuni Cantici biblici. Quello or ora proclamato è sicuramente uno dei più significativi e di forte densità teologica. Si tratta di un inno incastonato nel capitolo secondo della Lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi, la città greca che fu la prima tappa dell’annunzio missionario dell’Apostolo in Europa. Il Cantico è ritenuto espressione della liturgia cristiana delle origini ed è una gioia per la nostra generazione potersi associare, a distanza di due millenni, alla preghiera della Chiesa apostolica.
Il Cantico rivela una duplice traiettoria verticale, un movimento prima discensionale e poi ascensionale. Da un lato c’è, infatti, la discesa umiliante del Figlio di Dio quando, nell’Incarnazione, diventa uomo per amore degli uomini. Egli piomba nella kenosis, cioè nello «svuotamento» della sua gloria divina, spinto fino alla morte sulla croce, il supplizio degli schiavi che ne ha fatto l’ultimo degli uomini, rendendolo vero fratello dell’umanità sofferente, peccatrice e reietta.
2. Dall’altro lato, ecco l’ascesa trionfale che si compie nella Pasqua quando Cristo viene ristabilito dal Padre nello splendore della divinità ed è celebrato Signore da tutto il cosmo e da tutti gli uomini ormai redenti. Siamo di fronte a una grandiosa rilettura del mistero di Cristo, soprattutto di quello pasquale. San Paolo, oltre a proclamare la risurrezione (cfr 1Cor 15,3-5), ricorre anche alla definizione della Pasqua di Cristo come «esaltazione», «innalzamento», «glorificazione».
Dunque, dall’orizzonte luminoso della trascendenza divina il Figlio di Dio ha varcato l’infinita distanza che intercorre tra Creatore e creatura. Egli non si è aggrappato come ad una preda al suo «essere uguale a Dio», che gli compete per natura e non per usurpazione: non ha voluto conservare gelosamente questa prerogativa come un tesoro né usarla a proprio vantaggio. Anzi, Cristo «svuotò», «umiliò» se stesso e apparve povero, debole, destinato alla morte infamante della crocifissione. Proprio da questa estrema umiliazione parte il grande movimento ascensionale descritto nella seconda parte dell’inno paolino (cfr Fil 2,9-11).
3. Dio ora «esalta» suo Figlio conferendogli un «nome» glorioso, che, nel linguaggio biblico, indica la persona stessa e la sua dignità. Orbene, questo «nome» è Kyrios, «Signore», il nome sacro del Dio biblico, ora applicato a Cristo risorto. Esso pone in atteggiamento di adorazione l’universo descritto secondo la tripartizione di cielo, terra e inferi.
Il Cristo glorioso appare, così, nel finale dell’inno, come il Pantokrator, cioè il Signore onnipotente che troneggia trionfale nelle absidi delle basiliche paleocristiane e bizantine. Egli reca ancora i segni della passione, cioè della sua vera umanità, ma si rivela ora nello splendore della divinità. Vicino a noi nella sofferenza e nella morte, Cristo ora ci attrae a sé nella gloria, benedicendoci e facendoci partecipi della sua eternità.
4. Concludiamo la nostra riflessione sull’inno paolino affidandoci alle parole di sant’Ambrogio, che spesso riprende l’immagine di Cristo che «spogliò se stesso», umiliandosi e come annullandosi (exinanivit semetipsum) nell’incarnazione e nell’offerta di se stesso sulla croce.
In particolare, nel Commento al Salmo CXVIII il Vescovo di Milano così si esprime: «Cristo, appeso all’albero della croce… fu punto dalla lancia e ne uscirono sangue e acqua più dolci d’ogni unguento, vittima gradita a Dio, spandendo per tutto il mondo il profumo della santificazione… Allora Gesù, trafitto, sparse il profumo del perdono dei peccati e della redenzione. Infatti, diventato uomo da Verbo che era, era stato ben limitato ed è diventato povero, pur essendo ricco, per arricchirci con la sua miseria (cfr 2Cor 8,9); era potente, e si è mostrato come un miserabile, tanto che Erode lo disprezzava e lo derideva; sapeva scuotere la terra, eppure restava attaccato a quell’albero; chiudeva il cielo in una morsa di tenebre, metteva in croce il mondo, eppure era stato messo in croce; reclinava il capo, eppure ne usciva il Verbo; era stato annullato, eppure riempiva ogni cosa. È disceso Dio, è salito uomo; il Verbo è diventato carne perché la carne potesse rivendicare a sé il trono del Verbo alla destra di Dio; era tutto una piaga, eppure ne fluiva unguento, appariva ignobile, eppure lo si riconosceva Dio» (III,8, Saemo IX, Milano-Roma 1987, pp. 131.133).

 

INNO CRISTOLOGICO: COL 1,3-12-20 – CRISTO IL PRIMOGENITO – PAPA BENEDETTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/06-07/004-Inno_Cristologico_Colossesi.html

CRISTO IL PRIMOGENITO

INNO CRISTOLOGICO: COL 1,3-12-20

BENEDETTO XVI, L’OSSERVATORE ROMANO, 05-01-2006

Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino. L’Inno proposto alla nostra riflessione, recitato ai Vespri del Mercoledì della quarta settimana, è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cf vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi giorni pasquali, come pure il nostro cammino lungo l’intero anno liturgico (cf vv. 15-20).
La lode sale a «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come «liberazione dal potere delle tenebre» (v. 13), cioè come «redenzione e remissione dei peccati» (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come «partecipazione alla sorte dei santi nella luce» (v. 12) e come ingresso «nel regno del Figlio diletto» (v. 13).

Gesù rende visibile il Padre
A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cf vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato il primogenito di tutta la creazione, Cristo, «generato prima di ogni creatura» (v. 15). Egli è, infatti, l’«immagine del Dio invisibile», e questa espressione ha tutta la carica che l’«icona» ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.
Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il «Dio invisibile», attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede «tutte le cose» non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: «per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… e tutte sussistono in lui» (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche «in vista di lui» (v. 16).

Cristo è la pienezza della vita
Il secondo movimento dell’Inno (cf Col 1,18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere «capo del corpo, cioè della Chiesa» (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il Capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.
Ecco, infatti, quel pleroma, quella «pienezza» di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cf v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio è «tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

Salvati nella carne di Cristo
A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di San Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.
Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda appunto l’inno della Lettera ai Colossesi. «Chi ci ha redento non è un puro uomo: – osserva Proclo – tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m’avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne» (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).
Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

http://www.riforma.net/predicazioni/annate/1995/pr950210.htm

Sofferenza e promessa (Rom 8,18-25)

« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sapppiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (Ro. 8:18-25).

L’attuale sofferenza degli esseri umani e della natura comporta una causa precisa. Iddio nella sua grazia ha cominciato a rigenerare la realt_. Si vive perci_ nell’attesa fiduciosa della trasformazione della realt_, sopportando il presente e seminando segni di speranza.
I. Le nostre sofferenze e la nostra speranza.
« Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi « (18).
1. Le sofferenze del momento presente (18a). Paolo considera le sofferenze del vivere in questo tipo di mondo. Include le sofferenze di ogni tipo e certamente l’accento _ posto su quelle particolari sofferenze che provengono dal voler vivere coerentemente la propria fede (opposizioni, persecuzioni ecc.).
Esse trovano origine dalle « maledizioni » che sono conseguenza del peccato umano (Ge. 3) ed includono le conseguenze negative dello squilibrio nei rapporti con i propri simili e con la natura, la sofferenza fisica e la morte, come pure le conseguenze « legali » dell’aver infranto il patto che ci legava a Dio.
Particolarmente dure erano allora quelle causate dall’opposizione del mondo verso i cristiani, i quali intendevano vivere secondo il modo di pensare, di parlare e di agire coerente con la volont_ rivelata di Dio.
I cristiani del nostro tempo non riescono neanche ad immaginare quanto dure fossero le sofferenze dei primi cristiani, considerati spazzatura della societ_, discriminati ed emarginati, disprezzati, perseguitati, torturati, uccisi, situazioni vissute ancora in diverse parti del mondo d’oggi e delle quali spesso non siamo consapevoli.
2. La gloria futura (18b). Per quanto pesanti possano essere queste sofferenze, se noi le mettiamo sul piatto della bilancia e le confrontiamo con quanto Dio, nella sua grazia, ha riservato per noi per il futuro, esse appaiono leggere e sopportabili. Queste sofferenze sono poca cosa in confronto a ci_ che ci attende per promessa di Dio: la gloria eterna.
Essa _ il superamento degli attuali limiti, contraddizioni, disfunzioni, una nuova qualit_ di vita e di esperienza, una nuova misura di capacit_ e possibilit_, una nuova consapevolezza della nostra comunione con la Persona e i propositi di Dio.
La gloria che ci sar_ manifestata gi_ esiste nella persona del Cristo glorificato, ma poi anche noi ne saremo coinvolti. Sar_ una gloria che verr_ impartita anche a noi, alla quale parteciperemo e di fronte alla quale non saremo semplici spettatori.
II. Anche il creato condivide sofferenza e speranza.
« La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (19). Non siamo solo noi ad essere in questa situazione, anche la creazione nel suo complesso ne condivide la tensione.
1. La sua grande aspettativa. Paolo qui personifica la creazione, proprio come facevano i profeti quando dicevano che i fiumi battono le mani. L’intero mondo viene rappresentato come una persona che con grande ed intensa aspettativa, con mani tese e testa alzata (fervida, ardente attesa, Fl. 1:20), che non vede l’ora del giorno futuro di gloria quando i figli di Dio avranno raggiunto il culmine della loro redenzione e saranno rivelati come tali. La loro gloria per il momento _ nascosta, ma sar_ presto rivelata e manifestata (« E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore » 2Co. 3:18). La creazione aspetta questo perché sar_ ristabilita alla primordiale libert_ e lustro. Allora giungeranno « i tempi della consolazione da parte del Signore » (At. 3:20).
E’ difficile immaginarci questa « simpatia mistica » della natura fisica, descritta qui in modo poetico, con l’opera della grazia ma chi lo possiamo intuire.
2. Le sue attuali sofferenze. « essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa » (20a). Bisogna proprio essere ciechi e incoscienti per non accorgerci che viviamo in un mondo che non funziona pi_ come dovrebbe, un mondo squilibrato e malato, sporco e corrotto, un mondo ferito a morte e sull’orlo della distruzione, e questo per causa di chi? Dell’essere umano che non sa vivere come si conviene ed amministrare lo stesso suo habitat.
Il « contagio » del nostro proprio male si _ diffuso oltre i confini della nostra vita, e l’intera creazione sembra esserne stata coinvolta. Il creato _ interdipendente, ci_ che accade in un’area avr_ ripercussioni anche nell’altra.
Se l’arroganza umana ripudia la sua vera condizione, il terreno verr_ pure « maledetto » a causa sua (Ge. 3:17). Non si possono isolare le conseguenze del peccato. L’interdipendenza delle diverse parti del mondo di Dio _ cos_ reale che l’uomo sfrenato nella sua follia fa si che pure la natura ne sia « frustrata ».
La creazione _ stata soggetta a vanit_, _ diventata vuota, ha perduto il suo significato originale, non raggunge il fine a cui essa era destinata quando l’essere umano non assume verso di essa le responsabilit_ che gli erano state affidate.. La sua « caducit_ » non era implicita ad essa o voluta, ma _ causata dall’effetto del peccato umano per volere di Dio. Dio, a causa del peccato umano, ha maledetto la creazione e l’ha soggetta alla vanit_ ed alla corruzione (Ge. 3:17; 4:12; Le. 26:19,20).
Ora la natura « cerca senza trovare ».
Dio ha posto la creazione sotto il dominio dell’uomo, e quando l’uomo _ decaduto, la creazione ha perduto la cura che avrebbe dovuto ricevere. E’ orfana. Ora viene abusata.
3. La sua speranza (20b,21). « …e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». Benché sia decaduta, _ rimasta per_ una speranza. All’uomo decaduto _ stata fatta una promessa di redenzione finale e la creazione viene rappresentata nell’atto di condividere questa speranza. C’_ motivo di aspettarsi che la creazione ritorni alla condizione di quando era stata creata, anzi, in una condizione migliore.
La natura stessa possiede, nel sentimento delle sue immeritate sofferenze una sorta di presentimento della sua futura liberazione. Sebbene soggetta a « vanit_ » (corruzione e morte) vi rimane ancora la speranza della liberazione finale. La condizione presente _ « schiavit_ alla corruzione ». La speranza _ liberazione dalla schiavit_. Nel giorno in cui verr_ rivelata una tale gloria, « tutte le cose verranno fatte nuove » (Ap. 21:1). Anche la natura condivider_ quella libert_, che nei figli di Dio verr_ accompagnata da indicibile gioia. Un tempo la creazione era libera dalla vanit_ (frustrazione), schiavit_ e corruzione, cos_ sar_ ancora alla risurrezione generale (At. 3.19,21; 2 Pi. 3:13). Nonostante il peccato di uomini e di angeli, il piano originale di Dio verr_ ristabilito e non sar_ pi_ suscettibile alla corruzione.
4. Una realt_ certa. « Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (22). Se prima la creazione era rappresentata come un uomo afflitto da un pesante fardello, ora _ rappresentata da una donna in attesa di partorire. La natura _ qui rappresentata come sofferente dei dolori del parto. Che sia travagliata _ certo, c’_ agitazione e grido di liberazione dovunque. Forse non potr_ comprendere i suoi guai, e forse nemmeno ci_ che desidera, ma il significato _ che _ caduta, e geme anelando ad essere liberata. Si ode dalla creazione ci_ che qualcuno ha definito come « una grande sinfonia di sospiri ».
Sa che essa pure verr_ coinvolta dalla rigenerazione delle creature umane. Questi gemiti e afflizioni non sono vani, sono una profezia del tempo di liberazione in cui « vi saranno nuovi cieli e nuova terra dove abiter_ la giustizia » (Ap. 21:1). Quando la maledizione sar_ completamente rimossa dall’uomo, come lo sar_ quando la condizione di fiogli di Dio verr_ pienamente rivelata, essa verr_ rimossa anche dalla creazione; per questo essa sospira. La speranza _ latente.
III. La caparra della gloria
« essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo » (23).
1. Non una vana illusione. Ci_ che attendiamo non _ una pia ma vana speranza. I cristiani fin da ora possono godere della caparra dello Spirito (2 Co. 1:22; 5:5; Ef. 1:14). Non solo il mondo, ma i cristiani, sebbene abbiano le « primizie dello Spirito » (la giustizia, gioia, pace che i credenti hanno in questa vita), un pregustare del ricco e pieno raccolto, « gemono ». C’_ l’attesa intensa di quella pienezza che dovr_ ancora venire. Essi sono stati gi_ adottati, ma non hanno ancora ricevuto la piena eredit_.
Quando verr_ la pienezza dell’adozione, noi non avremo pi_ questi poveri nostri corpi, deboli, fragili, soggetti al peccato, al decadimento ed alla morte, ma corpi spirituali (2 Co. 5:2) (perfetta liberazione dal peccato e dalla miseria, cf. Lu. 21:28; Ef. 4:30.
Lo Spirito Santo venne nel gran giorno di Pentecoste e le Sue benedizioni perdurano nei doni morali e spirituali concessi ai figli di Dio (1 Co. 12-14; Ga. 15:22). E pi_ grandi ancora dovranno venire. Come la natura anche noi abbiamo i nostri « gemiti ». Verr_ la nostra piena « adozione »: « la redenzione del nostro corpo ». Avremo quindi completa redenzione sia dell’anima che del corpo.
2. Una speranza viva. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? » (24). Sebbene noi crediamo con certezza che vi sar_ tale redenzione o salvezza e che essa ci appartiene, secondo le promesse di Dio, per il momento non ne abbiamo ancora pieno possesso. La salvezza che ora abbiamo in speranza. Il nostro _ ancora « il corpo vecchio ».
Noi siamo salvati in speranza, attraverso la speranza, in vista della speranza (della redenzione del nostro corpo). Quando siamo divenuti cristiani siamo stati salvati. Non che abbiamo ricevuto tutti i frutti della salvezza, ma abbiamo ricevuto la promessa di tutti, persino della redenzione del corpo.
3. Un’attesa perseverante. « Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza » (25). Se indubbiamente speriamo la redenzione e la salvezza, che non sono ancora in vista, allora _ convenevole che noi sopportiamo con pazienza i mali e le sofferenze che oggi patiamo; la speranza _ sempre accompagnata dall’attesa paziente delle cose sperate (1 Ts. 1:3; Eb. 4:12; 10:36).
La speranza ha il proprio benedetto ministero. Se speriamo in una ventura piena realizzazione, possiamo lavorarvi su ed aspettarla con pazienza. L’anima senza speranza dispera.
Calvino diceva: « tutte le promesse dell’Evangelo al riguardo della gloria della risurrezione svaniscono, a meno che non passiamo la nostra vita attuale sopportando con pazienza la tribolazione e la croce », ma pure seminando semi di speranza.

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