Archive pour la catégorie 'San Francesco d’Assisi'

Il beato transito di San Francesco d’Assisi: perennità del suo messaggio

dal sito:

http://www.suorefrancescaneimmacolatine.it/index_file/barbarito9.pdf

Il beato transito di San Francesco d’Assisi: perennità del suo messaggio

Nel commemorare il beato transito di San Francesco d’Assisi al Cielo la Chiesa così canta: “Francesco Poverello, rivestito di grazia ,ascende lieto in gloria nel regno dei beati”. L’agonia e la morte nella chiesetta della Porziuncola furono coerenti con tutta la sua vita evangelica. Volle essere deposto nudo sulla terra perché voleva morire come il Signore Gesù Cristo, nudo sulla croce. Rimase in tal modo fedele fino all’ultimo instante della vita alla sua sposa “Madonna Povertà”, che egli aveva inanellata con vincolo indissolubile ad imitazione di Cristo. Sta qui tutta la grandezza e il fascino della vita di Francesco d’Assisi e della sua morte.: il Vangelo puro, senza commenti, riduzioni interessate o compromessi.
Gesù, venuto in carne mortale e rivelarci l’amore di Dio padre misericordioso, racchiuse l’essenza e l’originalità del suo messaggio nel comandamento dell’amore a Dio e ai fratelli. Ma per amare veramente e totalmente bisogna essere distaccati. Bisogna prima rinnegare sé stessi, l’egoismo, le proprie passioni e soprattutto l’attaccamento sfrenato a quei beni materiali e alle persone, dateci in dono, ma che spesso trasformiamo in oggetti ossessionanti di desiderio e di adorazione. Non si può servire a due padroni, disse Gesù, a Dio e al danaro. Dalla scelta dipende la nostra salvezza e non solo quella spirituale, perché come ammoniva San Giacomo, dalla cupidigia hanno origine i litigi, gli odi, la violenza e le guerre.
Francesco, , superata la ricerca interiore , i dubbi e le incertezze, decise di consacrarsi al Signore che lo chiamava a seguirlo nella povertà e nella predicazione, affidandogli l’opera di restaurare non solo la fatiscente chiesetta di San Damiano, ma anche l’edificio spirituale della sua Chiesa in pericolo di crollare per la cupidigia di potere e di onori dei pastori e le devianze del gregge. Egli non esitò di fare la scelta radicale. Si spogliò di tutto anche degli indumenti personali che restituì al padre inferocito, per seguire Cristo povero e umile. Il gesto protettivo del vescovo di Assisi, che ne coprì le nudità col suo mantello, significò bene che la Chiesa dei credenti e degli umili aveva compreso la santa radicalità innovatrice di quella totale rinunzia. Agli occhi del mondo sembrò follia, ma agli occhi di Dio era l’inizio di un profondo rinnovamento morale e spirituale, del quale trasse beneficio non solo la Chiesa , ma l’intera società cristiana emergente dalla confusione e violenza dell’alto medioevo. Come Cristo, divenuto suo modello di vita, si era fatto povero per arricchire tutti noi della sua grazia salvifica e non aveva dove poggiare il capo,così Francesco, figlio del ricco mercante Pietro
Bernardone, scelse di vivere povero, di dormire sulla nuda terra avendo per tetto il cielo dove contemplava le stelle “ clarite, preziose e belle”.
Messosi alla sequela dell’umanato Figlio di Dio, unì alla rinunzia dei beni materiali la volontà di abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio, padre provvido e generoso, osservando l’umiltà del sentire e l’amore per tutti gli uomini e le creature, che ne riflettono il volto e la bontà. Nella recuperata innocenza battesimale, Francesco scoprì e rivisse la originaria relazione dell’uomo innocente con tutto il creato. Il Cantico delle Creature diventa il documento e l’attestato di questo ritrovato rapporto di appartenenza e di comunicazione. Uscito dal suo cuore ardente di amore esso si trasforma in poesia pura, in canto di gioia e di ringraziamento, che ridona a tutte le creature dignità e bellezza, riconoscendone la funzione di strumento di elevazione a Dio creatore e padre. Il suo atteggiamento verso la natura non è soltanto di ammirazione e di lode, ma anche di rispetto. Saluta il sole col titolo di “messere” “il signore”,quasi a segnalarne l’azione possente di donatore e alimentatore della vita sulla terra. Tutte le altre creature sono chiamate “fratelli e sorelle”, con senso di rispetto e di tenerezza. Il Cantico delle Creature può essere considerato l’inno dell’uomo redento in Cristo, che rivive la gioia e l’innocenza dell’Eden riconquistato. Per questo motivo la figura di Francesco d’Assisi affascina credenti e non credenti. Egli si presenta modello da imitare nell’amore e nel rispetto alla natura, che rimane il libro aperto dove possiamo scoprire il suo Autore, ammirarne la sapienza e la bellezza, e ringraziarlo per i mezzi che in essa ci offre per il sostentamento e la crescita dell’uomo e di tutti gli altri esseri viventi. Di fronte allo scempio sistematico che la società industrializzata e consumistica compie ogni giorno delle risorse della natura, l’esempio e la parola di San Francesco ci invitano ad usare dei beni del creato con parsimonia e saggezza per il bene nostro e delle future generazioni.
Ma l’amore di San Francesco risplendette in modo più perfetto nei suoi rapporti con gli uomini.
Mons. Luigi Barbarito

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 2 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

“L’Amore per il Creato nelle Composizioni Artistiche (Magistero di Giovanni Paolo II)”: “Laudato sii, mi Signore, con tucte le tue creature”

dal sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/pcchc/documents/rc_com_pcchc_20041017_ucai_it.html

PONTIFICIA COMMISSIONE PER I BENI CULTURALI DELLA CHIESA

RELAZIONE DI S.E. MONS. MAURO PIACENZA

“L’Amore per il Creato nelle Composizioni Artistiche (Magistero di Giovanni Paolo II)”

Napoli, Convegno Nazionale UCAI, 15-17 ottobre 2004

“Laudato sii, mi Signore, con tucte le tue creature”
(San Francesco d’Assisi, Cantico di Frate Sole)

Quando San Francesco d’Assisi volle esaltare il Signore con il suo Cantico di Frate Sole lo magnificò attraverso le creature che Dio stesso aveva plasmato e posto nel cosmo. San Francesco si inseriva in una grande tradizione religiosa e letteraria di celebrazione della grandezza del Signore attraverso il creato, che ha i suoi inizi nella Sacra Scrittura, nel Salmo 104 e nel “Cantico dei tre giovani” del libro di Daniele (3, 51-90).

La menzione del serafico Padre ci permette di entrare nell’argomento del presente convegno nazionale dell’Unione Cattolica Artisti Italiani, che fin dal titolo, L’attualità del cantico delle creature: i cristiani responsabili dei beni della creazione, si richiama esplicitamente al suo insegnamento spirituale di cristiano esemplare, amante di Dio e, quindi, di tutte le sue creature, a cominciare dall’uomo, fino agli animali, alle piante e alle cose inanimate.

1. Il creato nella visione cristiana

In occasione della XXIII Giornata mondiale della pace, il Santo Padre ha scritto un memorabile messaggio, dove è sintetizzata la visione teologica cristiana del cosmo: (Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXIII Giornata mondiale della pace, Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato, 1° gennaio 1990).

La riflessione del Santo Padre parte dai primi capitoli della Genesi dove, quasi a sigillo dell’opera di ciascun giorno della creazione, si afferma, “e Dio vide che era cosa buona” (cfr Gen 1, 4 ecc.), salvo osservare, dopo la creazione dell’uomo e della donna il sesto giorno, “e Dio vide che era cosa molto buona” (Gen 1, 31).

Quest’ultima accentuazione, che rivela l’eccellenza della collocazione dell’uomo e della donna nella creazione, è successivamente esplicitata dall’affidamento ad Adamo e ad Eva di tutto il creato (Gen 2, 3), come vocazione a partecipare all’attuazione del piano di Dio sulla creazione, stimolata da capacità e doni, che distinguono la persona umana da ogni altra creatura, quali essenzialmente la ragione, la volontà, la coscienza, la dimensione spirituale.

Nello stesso tempo Dio stabiliva un ordinato rapporto tra gli uomini e l’intero creato. Il loro essere immagine e somiglianza di Dio li rendeva atti ad esercitare un dominio sulla terra con saggezza e amore. Tuttavia con il loro peccato, con cui si sono posti in aperto contrasto con Dio, essi hanno distrutto l’armonia preesistente e questo ha portato non solo l’inimicizia, la morte e il fratricidio, ma ha comportato anche una sorta di alienazione ed ostilità della terra nei confronti dell’uomo (cfr. Gen 3, 17-19; 4, 12) ed ha sottomesso a caducità il creato, che da allora attende, esso pure, di essere liberato dalla corruzione (cfr. Rm 8, 20-21)

Ora l’alba di questa liberazione, attesa per l’uomo (cfr. Gen 3, 15) e per il creato si è manifestata in Cristo, nella cui morte e risurrezione a Dio Padre “piacque… riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 19-20), mentre noi “aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pt, 3, 13) (cfr Pace con Dio creatore, 3-5).

Da queste premesse teologiche discende, per il cristiano, il dovere di una nuova considerazione della creazione, vista come opera di Dio e, quindi, come eredità comune degli uomini, con il conseguente obbligo di amarla e rispettarla. E questo a cominciare da una visione sacra del valore della persona e della vita umana, con la conseguente solidarietà fra gli uomini e i popoli fondata sulla fede nell’unico Dio.

2. Il creato nell’economia della salvezza

Da quanto detto risulta evidente che l’atto della creazione non è l’opera di un qualche “grande orologiaio” che, una volta fatto il mondo, l’avrebbe abbandonato a sé stesso; ma piuttosto “la creazione è il fondamento di tutti i progetti salvifici di Dio e l’inizio della storia della salvezza” (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, 280).

Il creato è come un libro aperto nel quale Dio si manifesta in quella che viene chiamata la “rivelazione naturale”. “Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm, 1, 20). Per tale motivo, “è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana” (Concilio Vaticano I: DS 3026).

“Noi dunque non possiamo sapere ciò che Dio è; ma che egli esiste, noi lo sappiamo – non per le nostre forze ma per la sua misericordia – considerando nelle sue opere la sapienza del Creatore. Di fronte a una nave o a un edificio, non pensiamo noi forse al costruttore o all’architetto…? Così Dio è conosciuto nelle sue creature e, in un certo senso, esce dalla sua invisibilità” (Girolamo, Commento a Isaia, 6, 1-7).

Anche se è stato necessario che Dio si rivelasse storicamente, a cominciare dai Patriarchi, a causa della fragilità della conoscenza naturale dell’uomo, spesso offuscata dall’errore, tuttavia la rivelazione naturale è il primo passo dell’Alleanza, vale a dire la prima e universale testimonianza dell’amore di Dio verso l’uomo. Ecco perché nella preghiera del popolo d’Israele grande spazio hanno i salmi di lode a Dio per le opere della creazione (cfr Salmo 104: “Benedici il Signore, anima mia, / Signore, mio Dio, quanto sei grande! / … Tu stendi il cielo come una tenda, / costruisci sulle acque la tua dimora…”) o la riflessione sulla Sapienza di Dio che era presente al momento della creazione (cfr Proverbi 8, 22-31: “Il Signore mi ha creata all’inizio della sua attività, / prima di ogni sua opera, fin da allora…”).

La rivelazione biblica trova il suo pieno significato nella rivelazione cristiana, in cui la creazione appare come il primo quadro del “mistero di Cristo” nel quale tutto trova compimento. “In principio era il Verbo,  … e il Verbo era Dio. … Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto” (Gv 1, 1-3). E ancora: “Per mezzo di lui [Cristo] sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. … Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono” (Col 1, 16-17).

Verità fondamentale, costantemente insegnata dalla Scrittura e dalla Tradizione, è che “il mondo è stato creato per la gloria di Dio” (Concilio Vaticano I: DS 3025). Ma, Dio ha creato tutte le cose “non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e comunicarla” (San Bonaventura, In libros sententiarum, 2, 1, 2, 2, 1), per cui “aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce” (San Tommaso d’Aquino, In libros sententiarum, 2).

Ora, se Dio manifesta la sua gloria, cioè il suo amore, attraverso le creature incoscienti, quanto più sarà glorificato nell’uomo che accetta liberamente la comunione con lui. “Infatti, la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio: se già la rivelazione di Dio attraverso la creazione procurò la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre per mezzo del Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 7;  cfr Catechismo, 293-294).

3. La creazione e gli artisti

Possiamo chiederci: che cosa ha a che fare questa riflessione teologica sulla creazione con gli artisti, la loro arte e le loro opere? È lo stesso Santo Padre a guidarci in questo con una lettera appositamente scritta per loro, alla vigilia dell’anno giubilare (Giovanni Paolo II, Lettera del Papa agli artisti, 4 aprile 1999).

Dopo avere citato in epigrafe la frase di Gen 1, 31: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”, il Sommo Pontefice paragona il pathos con cui Dio guardò alla creazione appena uscita dalle sue mani al sentimento con cui “gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e delle forme”, hanno guardato all’opera del proprio estro “avvertendo quasi l’eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi”. Il Santo Padre non esita a porre un’ardua analogia fra Dio creatore e l’artista. “La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce un’opera: nell’uomo artefice si rispecchia la sua immagine di Creatore” (Lettera agli artisti, 1).

Sono parole molto forti, ma non per questo devono spaventare o inorgoglire chi le sente rivolte a sé; devono piuttosto costituire il fondamento di una solida spiritualità dell’artista, chiamato anch’egli ad una via di santificazione attraverso i doni particolari a lui concessi.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la distinzione fra artefice e Creatore non è solo formale, ma sostanziale. Solo Dio è Creatore, perché solo Lui dona l’esistenza a quanto prima non esisteva; chi invece utilizza qualcosa di già esistente è un artefice. Pertanto quando si afferma che un artista “crea” qualcosa, lo si dice, ovviamente, per analogia.

Ora, che cosa fa sì che l’uomo sia artefice o, se vogliamo, “creatore” di qualcosa? La Genesi, a questo proposito, afferma che Dio creò l’uomo e la donna “a sua immagine” (1, 27) e che, in conseguenza di ciò, affidò loro il compito di dominare la terra (cfr 1, 28).

Se ciò si può dire di tutta l’attività umana, nella “creazione artistica” l’uomo si rivela in modo eccellente “immagine di Dio”. Ma il Santo Padre aggiunge che l’artista “realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda ‘materia’ della propria umanità” e poi anche attraverso la propria arte (Lettera, 1). Dunque, una vocazione spirituale precede e sostiene la vocazione artistica, quella di “essere artefice della propria vita”, facendone, in un certo senso, “un’opera d’arte, un capolavoro” (ivi, 2).

La vocazione spirituale e morale va dunque distinta dalla vocazione artistica, che consiste nell’“agire secondo le esigenze dell’arte, accogliendone gli specifici dettami”, ma le due vocazioni sono anche connesse, perché un’opera sarà necessariamente il riflesso, lo specchio dell’interiorità dell’artista (ivi). Se prendiamo ancora come esempio San Francesco, egli fu anzitutto un uomo “in pace con Dio”; da questa condizione spirituale gli derivò la sua amicizia per gli uomini, il suo amore per le creature del Signore e la sua ispirazione poetica, che trasfuse nella più antica lirica della letteratura italiana.

Tornando poi alla specifica vocazione artistica, il Santo Padre, riferendosi ancora ai primi capitoli della Genesi, osserva come la traduzione greca della Bibbia detta dei Settanta, per indicare che Dio considera tutto ciò che ha creato “cosa buona”, utilizza la parola “kalón”, cioè, propriamente, “bello”. Questo non è certo privo di conseguenze, dal momento che esiste un rapporto essenziale tra bello e buono, che già la filosofia greca aveva rilevato, nel senso che “la bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza” (Ivi, 3).

“ In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione rivolta all’artista dal Creatore col dono del ‘talento artistico’” (ivi). Nel perseguire tale meta l’artista deve essere consapevole che la sua opera contribuisce ad una comprensione più profonda della realtà, perché egli è dotato di una sensibilità superiore a quella degli altri uomini. Nello stesso tempo deve sapere anche che la sua arte non è neutra dal punto di vista della comunicazione di valori morali.

Su quest’ultimo punto insiste particolarmente il Santo Padre. Se l’arte è giustamente espressione dell’estro artistico, che agisce come una forza interiore, a cui l’artista stesso non può sottrarsi, pena il tradimento della sua ispirazione, è anche vero che essa ha chiaramente un suo ruolo sociale ed educativo, che comporta pertanto una responsabilità nei confronti dei fruitori, specie dei giovani (ivi, 4). E non si parla qui tanto di oscenità o di blasfemía, certamente da bandire, ma del nichilismo assoluto che talvolta si coglie in certe opere, plastiche o letterarie o musicali, “disperate” e disperanti.

L’artista – e sono sempre concetti che stanno a cuore al Santo Padre – deve concepire la propria arte come un “duro lavoro” attraverso il quale compiere, assieme agli altri uomini, l’opera della creazione iniziata da Dio. E in questo l’artista saprà operare secondo l’etica che gli è propria, “senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o dalla smania di una facile popolarità, ed ancora meno dal calcolo di un possibile profitto personale” (ivi). Aggiungerei, senza neppure lasciarsi dominare dal trito convenzionalismo anticonvenzionale, o senza cedere al desiderio di essere blandito da taluni critici che pontificano e tutto condizionano in sudditanza indecorosa ed ideologica assolutamente incompatibili con la professione leale ed integra della nostra fede cattolica. (A chi ha coraggio dico che bisogna spaccare certe croste che coartano l’autentica libertà. Ma è l’unione che fa la forza).

Nel libro della Genesi, che abbiamo più volte citato, si racconta che quando “la terra era ancora informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Ancora oggi la Chiesa propone due bellissime preghiere allo Spirito Santo, la sequenza “Veni, Sancte Spiritus” e l’inno “Veni, Creator Spiritus”, che ogni artista – come ogni altro cristiano – dovrebbero recitare all’inizio delle proprie attività. Lo stesso Santo Padre ci invita a notare le analogie fra «soffio – spirazione e ispirazione!», aggiungendo che «lo Spirito è il misterioso artista dell’universo» (ivi, 15).

Concludo con un’ampia citazione della Lettera del Santo Padre agli artisti, che un po’ riassume i punti fin qui toccati. Lo stesso Pontefice, in gioventù, amò esprimersi attraverso l’arte poetica e drammaturgica e, quindi, parla agli artisti con il bagaglio della propria esperienza e sensibilità. “Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel ‘soffio’ con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di ‘momenti di grazia’, perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende” (ivi, 15).

Facendo mie queste parole, vi auguro di essere sempre animati da amore, anche quando dipingete o scolpite o cantate o scrivete o recitate…. Un uomo e una donna sono veramente tali quando amano, e quindi anche gli artisti sono tali soltanto quando amano. Vi auguro, nel vostro nobilissimo lavoro, di amare innanzitutto Dio e, di conseguenza, la sua opera, il creato, al vertice del quale Dio stesso ha posto l’uomo. Siate così missionari del bell’amore attraverso l’incanto della bellezza.

Mauro Piacenza
Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

San Francesco d’Assisi: Saluto alle virtù

dal sito:

http://www.sanfrancesco.com/ita/descrprodotto.asp?prod_id=252&paese_id=19&dest_id=66

SAN FRANCESCO D’ASSISI 

Saluto alle virtù

«Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa e pura semplicità.

Signora santa povertà,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa umiltà.

Signora santa carità,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa obbedienza.

Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore,
dal quale venite e procedete.

Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].

Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,

e chi anche una sola ne offende,
non ne possiede nessuna e le offende tutte;

e ognuna confonde i vizi e i peccati.

La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.

La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.

La santa povertà
confonde la cupidigia, l’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.

La santa umiltà
confonde la superbia,
tutti gli uomini che sono nel mondo,
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.

La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.

La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,

e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza
allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello;

e allora l’uomo è suddito e sottomesso
a tutti gli uomini che sono nel mondo,

e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,

così che possono fare di lui quello che vogliono,
per quanto sarà loro concesso dall’alto dal Signore.

E saluto voi tutte, sante virtù,
che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo
venite infuse nei cuori dei fedeli,
perché da infedeli fedeli a Dio li rendiate».

a cura di Paolo Rossi 
 

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 14 juin, 2010 |Pas de commentaires »

di padre Lino Cignelli ofm: SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php/spip.php?article7375

SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara
di padre Lino Cignelli ofm

Chiara d’Assisi è una figura che profuma di Vangelo come san Francesco, suo padre e maestro spirituale. Anche in lei il Vangelo torna a ripetersi, viene rivissuto, vede – per così dire – una nuova edizione.

Per Chiara le narrazioni evangeliche sono veramente il «memoriale» della vita del Signore, cioè attualizzano – rendendolo contemporaneo ad ogni generazione – il mistero salvifico dell’Uomo-Dio. Questo vale soprattutto per i fatti centrali della redenzione, come la Natività e la Passione e Risurrezione di Cristo Signore. In forza di un contatto vivo con la Parola di Dio, la vita di Chiara risulta tutta segnata dalla presenza di «quel Signore che – al dire della stessa Santa – povero fu posto nel presepio, povero visse nel mondo, e nudo morì sulla croce» (Testamento).

Sulla base delle fonti più antiche, vogliamo tentare di ricostruire l’esperienza clariana del mistero natalizio.

NATALE RIVISSUTO

Come Francesco, anche la sua «Pianticella» sente l’attrattiva misteriosa del Natale, e lo rivive come un avvenimento del suo tempo, partecipandovi attivamente can tutte le fibre del suo essere. Naturalmente lo rivive can la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Solo in questo si distingue da colui che in lei trovò la sua migliore interprete, oltre che il suo perfetto complemento.

L’atmosfera del Natale, così ricca di poesia e di misticismo, fa provare a Chiara sensazioni inenarrabili e accende nel suo cuore desideri potenti, capaci di ottenere il miracolo.

«Nella notte della Natività del Signore ultimamente passata, – narra una testimone auricolare – non potendo ella per la grave infermità levarsi dal letto per entrare nella cappella, le suore andarono tutte al mattutino al modo usato, lasciandola sola. Allora madonna Chiara sospirando disse: “O Signore Dio, ecco che sono lasciata sola a te in questa luogo”. Allora subitamente incominciò a udire gli organi e responsori e tutto l’ufficio dei frati della chiesa di san Francesco, come se fosse stata lì presente» (Processo, test. III). E un’altra testimone aggiunge che «aveva udito da madonna Chiara che in quella notte della Natività del Signore vide anche il presepio del Signore nostro Gesù Cristo» (ivi, test. IV; cf. Vita di S. Chiara, 29).

Come il Poverello a Greccio, così Chiara nella chiesa di san Francesco in Assisi ha la visione mistica e la conoscenza sperimentale dell’evento di Betlem. Ella vede, contempla, fa suo il pargolo Gesù, il Dono supremo di Dio Padre all’umanità: quel Dono in cui Dio non dà più le sue cose, ma se stesso nella persona del Figlio unigenito! E si dona nella forma più toccante possibile, specialmente per un cuore di donna, perché viene a noi nella forma, concreta e tangibile, di un bimbo bellissimo e bisognoso di tutto…

La liturgia della Chiesa, in cui si evidenzia al massimo la funzione di «memoriale» della Bibbia, mette Chiara a diretto contatto con il miracolo di Betlem e la riempie tutta di «gaudio» : è il «gaudio grande» annunciato dagli angeli nella Notte Santa (Lc 2,10). Per la «pianticella» di Francesco la liturgia significa esattamente ciò che ha detto il Vaticano II: «venire a contatto» con i misteri del Cristo «ed essere ripieni della grazia della salvezza» (Sacros. Conc., 102).

E quel gaudio dura a lungo nel cuore di Chiara. Anzi la visione del «presepio» le è abituale, perché vi attinge continuamente ispirazione e stimolo per la vita. La scena evangelica, rivissuta nella rinnovazione liturgica, lascia in lei un segno indelebile che la conforma sempre più al prototipo divino: al Cristo povero. Il suo amore all’altissima povertà, che la fa degna emula di Francesco, nasce e si alimenta anzitutto con la contemplazione del mistero di Betlem. L’antichissima liturgia francescana del 12 agosto ce la presenta «conformata al piccolo Povero del nostro presepio (III Resp.). E il suo primo biografo aggiunge che la Santa insegna alle figlie spirituali a fare altrettanto: «Le esorta a conformarsi, nel piccolo nido di povertà, al Cristo povero che la Madre poverella depose pargoletto in un misero presepio. Invero con questo peculiare ricordo, quasi a mo’ di monile d’oro, s’affibbiava il petto, affinché polvere di terreni desideri non trovasse il passaggio all’interno» (Vita di S. Chiara, 13).

Anche nei suoi pochi scritti Chiara ama rievocare la scena della Natività. Nella Regola, al cap. II, scrive: «Per amore del santissimo e dilettissimo Bambino, avvolto in poveri pannicelli e posto nel presepio, e della sua santissima Madre, prego ed esorto le mie Suore che si vestano sempre di panni vili». E nella Lettera IV, a sant’Agnese di Praga: «Guarda, ripeto, al principio di questo specchio la povertà (di Chi) è deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli. O ammirabile umiltà! O stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra è adagiato in un presepe!».

La povertà delle fasce e della culla del Bambino di Betlem inteneriscono il cuore di Chiara e suscitano in lei il prepotente bisogno di condividere la stessa sorte.

COME MARIA

Sopra abbiamo accennato a un particolare molto importante: a differenza di Francesco, Chiara rivive il mistero natalizio con la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Ma già le primitive fonti francescane ci dicono apertamente che Chiara, come donna, porta il segno di una incomparabile conformità a Maria. II suo più antico biografo arriva a chiamarla «orma della Madre di Dio» (Vita cit., prol.). L’espressione contiene la migliore definizione di Chiara ed è passata, leggermente variata, nella liturgia della Santa (cf. Inno dei Vespri del 12 agosto). «Orma o impronta della Madre di Cristo» vuol dire che Maria è passata in Chiara e ha stampato se stessa in lei. Così Chiara è diventata «la dolce Maria italiana», come il Poverello d’Assisi è «il dolce Gesù italiano» (G. Pascoli).

Nella famiglia di Francesco, «alter Christus» per eccellenza, «madonna Chiara» è appunto la mistica presenza di Maria. E perciò, rivivendo il mistero di Betlem, lo rivive – per così dire – dal posto di Maria. A Natale ella sente e possiede il Tesoro infinito di Dio Padre a livello mariano, fa la parte della Vergine Madre, è una nuova Maria associata alla povertà redentrice del Verbo incarnato.

L’infanzia dell’Uomo-Dio, profumata di verginità e di cielo, tocca profondamente la sensibilità materna di Chiara; ed ella, chinandosi amorosamente sulla culla del Bambino di Betlem, diventa partecipe del gaudio materno di Maria. Dalle fonti più antiche sappiamo che la sua vita è piena della presenza di Gesù Bambino. Non dice forse questa presenza che, per il Verbo incarnato, il piccolo San Damiano ha tutto il sapore di Betlem e Chiara tutta l’attrattiva materna di Maria? II tabernacolo del povero monastero è praticamente una culla di Gesù. Difatti quando, per respingere l’assalto dei Saraceni, la Santa chiede aiuto al Cristo eucaristico, «tosto – racconta il biografo – dal propiziatorio della nuova grazia una voce come di bambinello risonò alle sue orecchie: “Io sempre vi difenderò”» (Vita cit., 22; cf. 37; Processo, test. IX).

Il Bambino sta di casa a San Damiano. E madonna Chiara, con l’esempio e la parola, educa le figlie spirituali a convivere maternamente con Lui, a prodigargli le tenerezze della loro maternità verginale. Lei sa bene, e lo scrive pure, che la donna consacrata non è soltanto «sorella e sposa», ma anche «madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine» (Lett. I cf. Lett. III; Lc 8,21).

Possiamo concludere che un aspetto essenziale del carisma clariano è proprio quello di testimoniare nella Chiesa il mistero di Betlem, e precisamente la presenza di Maria china maternamente sulla culla del Figlio di Dio fatto «bambino» per la nostra salvezza e la nostra gioia (Lc 2,16; Mt 2,11).

(Prima pubblicazione in «Forma Sororum», Nov.-Dic. 1967, pp. 140-43)

Lino Cignelli, ofm: SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article4727

SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

Lino Cignelli, ofm
Messo on line il martedì 23 dicembre 2008 a 19h48
da  Eugenio  Invia via email

Francesco d’Assisi è stato un uomo straordinariamente devoto, devoto perché innamorato. E la sua è la devozione vera, quella che attua il dono totale di sé e porta alla piena adesione e conformità alla persona amata. Sappiamo che l’amore conforma all’amato. “Si diventa ciò che si ama” (S. Agostino). Diventi terra se ami la terra, diventi cielo se ami il cielo.

Dato che Francesco è tutto preso dal Cristo del Vangelo, è Lui – il Cristo nato, morto e risorto – che modella la sua vita e la riempie di sé. Il Poverello è un capolavoro di conformità al Cristo evangelico, una riproduzione “testuale” (Paolo VI), starei per dire “impeccabile”, della figura storica del Dio-Uomo.

«Tutta la sua anima – riferisce fra Tommaso da Celano – era assetata del suo Cristo; tutto a Lui dedicava non solo il cuore, ma anche il corpo» (II Vita 94).

E Francesco rivive i misteri di Cristo nel quadro della vita liturgica della Chiesa. Le solennità religiose lo mettono a contatto con le azioni salvifiche del Dio-Uomo, gliene danno la conoscenza sperimentale. Per lui la Liturgia è qualcosa di vivo, è ciò che essa realmente è: azione sacramentale che rinnova i misteri del Cristo, li fa presenti e operanti, e li trasferisce nel cuore dei fedeli. Ed egli vi partecipa davvero «consapevolmente, piamente e attivamente», come vuole il Concilio Vaticano II (SC 48), e ne assimila tutto il contenuto di salvezza e di vita. Al punto da sembrare “un uomo nuovo e di un altro mondo”, una perfetta “immagine di Lui” al dire del biografo (I Vita 82.115).

A Natale è il turno del mistero dell’Incarnazione. Francesco rivive, come un contemporaneo, l’evento storico di Betlem: il Dio Bambino, sbocciato da Maria, è lì vivo e palpitante davanti a lui, ed egli lo avvicina con la finezza d’amore che gli è propria.

«Celebrava con ineffabile entusiasmo – racconta fra Tommaso – più che tutte le altre solennità il Natale del Bambino Gesù, chiamando festa delle feste il giorno in cui Dio, divenuto un bambinello, succhiò latte di donna! Col pensiero avido accarezzava l’immagine di quelle membra infantili, e la compassione pel Pargoletto che gli struggeva il cuore lo faceva balbettare tenere parole alla maniera dei pargoli» (II Vita 199).

Celebrando il Natale, Francesco realizza dunque, su un piano di concretezza incomparabile, l’incontro e il contatto vivo con Cristo Signore. E mentre fa suo Gesù, il Dono infinito di Dio Padre, sente un prepotente bisogno di conformarsi a Lui. A Greccio – commenta fra Tommaso – «celebrò il Natale del Bambino di Bethlehem, facendosi bambino col Bambino» (II Vita 35). L’infanzia del Dio-Uomo, profumata di verginità e di cielo, esercita sul suo cuore di poeta e di mistico un fascino irresistibile. Francesco è un innamorato pazzo del Bimbo di Betlem. Spesso, non riuscendo più a contenere la piena del cuore, sembra perda il controllo di sé. «Spesse volte – riferisce ancora fra Tommaso – quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato di immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato la dolcezza di quella parola» (I Vita 86).

Noi possiamo anche sorridere di queste effusioni affettive e magari considerarle ingenuità puerili… La ragione è che l’amore ha una logica e modi di esprimersi che l’uomo profano o comune non possono facilmente capire. Del resto Lui stesso, Gesù, ha detto che la comprensione delle meraviglie di Dio e di Dio stesso è riservata ai “piccoli”, ai “puri di cuore” (Mt 11,25; 5,8).

Francesco, perché piccolo e pieno di candore, ha la capacità di percepire la presenza e la voce del divino. Per lui la celebrazione del Natale ha perciò un valore di vita, significa ciò che esso veramente è: avere “Dio con noi”, ricevere da una madre vergine il Figlio stesso di Dio che si offre a noi nella forma, incantevole e sconvolgente insieme, di un bimbo bisognoso di tutto. Ma quando il Natale significa tutto questo, come si può restare impassibili o “normali”? Quando quel Bambino prodigio, unico al mondo, è veramente visto, preso in braccio e stretto al cuore, come non impazzire dalla gioia?

Comunque, l’esempio del Poverello ha fatto scuola nella Chiesa. Ha insegnato e continua ad insegnare che il cristiano deve rivivere il mistero del Natale, partecipandovi come attore, non come semplice spettatore. Il Figlio di Dio e di Maria, rinascendo misticamente ogni anno, deve rinascere in noi e, per mezzo nostro, negli altri. Il Natale rivissuto francescanamente è per l’appunto un Dono che si riceve e un Dono che si fa: Dono che si riceve da Dio e da Maria, Dono che si fa ai fratelli smarriti o lontani. Così, proprio così fu il Natale di Greccio. Difatti «il Bambino Gesù – racconta fra Tommaso – nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva risuscitato dal suo servo San Francesco» (I Vita 86; cf. I Lett. 10). Riassumendo. Si celebra il Natale come Francesco, quando Gesù, il “dolce Emmanuele” (S. Teresina), nasce in noi e da noi: in noi dove ancora non siamo Lui, dove siamo ancora uomo vecchio (Adamo peccatore e infelice); da noi per la tanta gente che ancora l’aspetta o non lo conosce. Ma tutto questo è possibile solo se celebriamo bene la festa del Natale. La divina Liturgia fa la vita: come si celebra si vive, si è. Essa è la “scuola del Santi”, cioè delle persone sane e valide. Senza Liturgia non avremmo avuto S. Francesco “alter Christus” per eccellenza, uomo che ha saputo fare segno e storia di salvezza in modo esemplare. Oggi e qui è il nostro turno. Celebriamo bene il Natale del Signore! E il miracolo di Francesco che si fa “bambino col Bambino” e che Lo partecipa agli altri, si ripeterà in noi, nella nostra povertà aperta alla “grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11).

Prima pubblicazione in «Luce di bene», Nov.-Dic. 1968, p. 6

Il Crocifisso e San Francesco: questo è il rapporto del Patrono d’Italia con il crocifisso (ci chiederanno di cambiare Patrono?)

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20001117_tom-da-celano_it.html

Il Crocifisso di S. Damiano

10. « Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso – cosa da sempre inaudita! (Gv 9,32) – l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. «Francesco, – gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.
Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.

11. Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando – almeno all’esterno – non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo venne meno (Cfr. Ct 5,6). Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo. Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo. Incontrò un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare.

Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l’olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell’onore, doveroso, di un lume. Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue (At 20,28), non volle di colpo giungere alla perfezione dell’opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito. »

Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, nn. 593-594 

Preghiera:

O Dio, che hai impresso nel cuore e nel corpo di San Francesco i segni della tua passione e sei apparso a lui nella sofferenza della croce chiedendo il suo aiuto, trasforma anche noi nel profondo perché diventiamo sempre più simili al Signore Gesù e, conformandoci alla sua croce, annunciamo a tutti la gioia della resurrezione. Rinnova, Padre buono, la tua Chiesa, perché sia testimone del tuo amore fino agli estremi confini della terra, Te lo chiediamo per Gesù Cristo, Tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

San Francesco e le Lodi

dal sito:

http://www.assisiweb.com/SF_lodi_it.html

San Francesco e le Lodi

Lodi di Dio Altissimo
 
Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende
Tu sei forte
Tu sei grande
Tu sei altissimo
Tu sei Re onnipotente
Tu sei il Padre Santo, Re del cielo e della terra
Tu sei trino ed uno, Signore Iddio degli dei
Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene
Signore Iddio vivo e vero
Tu sei amore, carità
Tu sei sapienza
Tu sei umiltà
Tu sei pazienza
Tu sei bellezza
Tu sei sicurezza
Tu sei pace
Tu sei gaudio e letizia
Tu sei la nostra speranza
Tu sei giustizia
Tu sei temperanza
Tu sei tutta la nostra ricchezza
Tu sei bellezza
Tu sei mitezza,
Tu sei il protettore
Tu sei custode e il difensore nostro
Tu sei fortezza,
Tu sei rifugio
Tu sei la nostra speranza
Tu sei la nostra fede
Tu se la nostra carità
Tu sei tutta la nostra dolcezza
Tu sei la nostra vita eterna, grande e ammirabile
Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.

Esortazione alla Lode di Dio
 
Temete il Signore e rendetegli onore
Il Signore è degno di ricevere la lode e l’onore
Voi tutti che temete il Signore, lodatelo
Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con Te
Lodatelo, cielo e terra
Lodate il Signore, o fiumi tutti
Benedite il Signore, o figli di Dio
Questo è il giorno fatto dal Signore, esultiamo e rallegriamoci in esso
Alleluia, alleluia, alleluia! Il Re di Israele
Ogni vivente dia lode al Signore
Il Lodate il Signore, perché è buono
Tutti voi che leggete queste parole, benedite il Signore
Benedite il Signore, o creature tutte
Voi tutti, uccelli del cielo, lodate il Signore
Servi tutti del Signore, lodate il Signore
Giovani e fanciulle lodate il Signore
Degno è l’Agnello che è stato immolato di ricevere la lode, la gloria e l’onore.
Sia benedetta la santa Trinità e l’indivisa Unità
San Michele Arcangelo, difendici nel combattimento

Lodi per Ogni Ora
 
Santo, Santo, Santo il Signore Dio onnipotente che è, che era e che verrà
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
Tu sei degno, Signore Dio nostro e, di ricevere la lode, la gloria e l’onore e la benedizione
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
Degno è l’Agnello, che è stato immolato di ricevere potenza e divinità, sapienza e fortezza, onore e gloria e benedizione
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
Benediciamo il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
Benedite il Signore, opere tutte del Signore
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
Date lode al nostro Dio, voi tutti suoi servi voi che temete Dio, piccoli e grandi
E lodiamolo ed esaltiamo nei secoli
Lodino lui, glorioso, i cieli e la terra
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli
E ogni creatura che è nel cielo e sopra la terra e sotto terra e il mare e le creature che sono in esso
E lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli 

Preghiera di Lode e Ringraziamento
 
Onnipotente, Santissimo, Altissimo, Sommo Dio,

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l’unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati.

E ti rendiamo grazie, perchè, come per il Figlio tuo ci creasti, così a causa del vero e santo amore con il quale ci hai amati, hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima Santa Maria e hai voluto che per mezzo della croce, del sangue e della morte di Lui noi fossimo liberati dalla schiavitù del peccato.

E ti rendiamo grazie, perchè lo stesso tuo Figlio ritornerà nella gloria della Sua maestà per mandare nel fuoco eterno gli empi che non fecero penitenza e non vollero conoscere il tuo amore e per dire a quelli che ti conobbero, adorarono, servirono e si pentirono dei loro peccati:

E poiché noi, miseri e peccatori, non siamo nemmeno degni di nominarti ti preghiamo e ti supplichiamo, perchè il Signore nostro Gesù Cristo, il Figlio che tu ami e che a te basta sempre e in tutto, per il quale hai concesso a noi cose così grandi, insieme con lo Spirito Santo Paraclito, ti renda grazie per ogni cosa in modo degno e a te gradito.

E umilmente preghiamo in nome del tuo amore la beatissima Maria sempre vergine, i beati Michele, Gabriele, Raffaele e tutti gli angeli, i beati Giovanni Battista e Giovanni evangelista, Pietro e Paolo, i beati patriarchi , profeti, innocenti, apostoli, evangelisti, discepoli, martiri, confessori, vergini, i beati Elia ed Enoc, e tutti i santi che furono, che sono e che saranno, perchè, come essi possono fare, rendano grazie a te, per tutto il bene che ci hai fatto, o sommo Dio, eterno e vivo, con il Figlio tuo diletto, Signore nostro Gesù Cristo e con lo Spirito Paraclito nei secoli dei secoli.

Amen. 

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 3 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

IL TAU E LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA

dal sito:

http://www.nostreradici.it/tau_Francesco.htm

IL TAU  taf.gif   E LA SPIRITUALITÀ FRANCESCANA

Il popolo ebreo, come molte antiche culture, ha progressivamente elaborato una teologia o una complementare interpretazione spirituale adattata a ogni lettera del proprio alfabeto.

Poiché la scrittura ebraica, e di conseguenza l’alfabeto ebraico, non venne formalmente codificata fino a quasi 200 anni dopo la nascita di Cristo, molte lettere erano talvolta tracciate in forme diverse a seconda delle regioni dove vivevano gli ebrei, sia in Israele sia nella « diaspora » in luoghi al di fuori di Israele, prevalentemente nel mondo di lingua greca.

L’ultima lettera dell’alfabeto ebraico rappresentava il compimento dell’intera parola rivelata di Dio. Questa lettera era chiamata   TAU (o TAW, pronunciato Tav in ebraico), che poteva essere scritta: /\ X + T.  Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall’Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: «Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono…» (EZ. 9,4).

In questo stesso passo il Profeta Ezechiele raccomanda a Israele di restare fedele a Dio fino alla fine, per essere riconosciuto come simbolicamente segnato con il « sigillo » del TAU sulla fronte quale popolo scelto da Dio fino alla fine della vita. Coloro che rimanevano fedeli erano chiamati il resto di Israele; erano spesso gente povera e semplice, che aveva fiducia in Dio anche quando non riusciva a darsi ragione della lotta e della fatica della propria vita.

Sebbene l’ultima lettera dell’alfabreto ebraico non fosse più a forma di croce, come nelle varianti sopra descritte, i primi scrittori cristiani avrebbero utilizzato, nel commentare la Bibbia, la sua versione greca detta dei « Settanta ». In questa traduzione delle scritture ebraiche (che i cristiani chiamano Antico Testamento), il TAU veniva scritto T.

Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell’Apocalisse (Apoc. 7, 2-3). Il Tau è perciò segno di redenzione. È segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interiormente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).

Il Tau fu adottato prestissimo dai cristiani per un duplice motivo. Esso, appunto come ultima lettera dell’alfabeto ebraico, era una profezia dell’ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega, come appare ancora dall’Apocalisse: «Io sono l’Alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell’acqua della vita… Io sono l’Alfa e  »Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine» (Apoc. 21,6; 22,13).

Ecco perché per i cristiani il TAU cominciò a rappresentare la croce di Cristo come compimento delle promesse dell’Antico Testamento. La croce, prefigurata nell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, rappresentava il mezzo con cui Cristo ha rovesciato la disobbedienza del vecchio Adamo, diventando il nostro Salvatore come « nuovo Adamo ».

Durante il Medioevo, la comunità religiosa di S. Antonio Eremita, con la quale S. Francesco era familiare, era molto impegnata nell’assistenza ai lebbrosi. Questi uomini usavano la croce di Cristo, rappresentata come il TAU greco, quale amuleto per difendersi dalle piaghe e da altre malattie della pelle. Nei primi anni della sua conversione, Francesco avrebbe lavorato con questi religiosi nella zona di Assisi e sarebbe stato ospite nel loro ospizio presso S. Giovanni in Laterano a Roma. Francesco parlò spesso dell’incontro con Cristo, nascosto sotto l’aspetto di un lebbroso, come del punto di svolta della sua conversione. È quindi fuor di dubbio che Francesco, in seguito, avrebbe adottato e adattato il TAU quale distintivo o firma, combinando l’antico significato della fedeltà per tutta la vita con il comandamento di servire gli ultimi, i lebbrosi del suo tempo.

La simbologia del TAU acquistò un significato ancora più profondo per S. Francesco, dal momento in cui nel 1215 Innocenzo III promosse una grande riforma della Chiesa Cattolica ed egli ascoltò [1] il sermone del Papa in apertura del Concilio Laterano IV, contenente la stessa esortazione del profeta Ezechiele nell’Antico Testamento: « Siamo chiamati a riformare le nostre vite, a stare alla presenza di DIO come popolo giusto. Dio ci riconoscerà dal segno Tau impresso sulle nostre fronti ». L’anziano papa, nel riprendere questo simbolo, avrebbe voluto – diceva – essere lui stesso quell’uomo “vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco” e passare personalmente per tutta la Chiesa a segnare un Tau sulla fronte delle persone che accettavano di entrare in stato di vera conversione [Innocenzo III, Sermo VI (PL 217, 673-678)].

Questa immagine simbolica, usata dallo stesso Papa che solo 5 anni prima aveva approvato la nuova comunità di Francesco, venne immediatamente accolta come invito alla conversione. Per questo, grande fu in Francesco l’amore e la fede in questo segno. «Con tale sigillo, San Francesco si firmava ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche sua lettera» (FF 980); «Con esso dava inizio alle sue azioni» (Fr 1347).

Se Francesco adottò il TAU come sigillo personale, « segno manuale » come si diceva ai suoi suoi tempi e con esso firmava ogni suo scritto, Tommaso da Celano ce ne tramanda un altro uso da parte sua: egli lo tracciava sui muri, sulle porte, e sugli stipiti delle celle. Come non pensare in questo caso, non più soltanto ad Ezechiele, dove si trattava di segnare le fronti con il segno della salvezza, ma al libro dell’Esodo, in cui il segno della salvezza altro non era che il sangue dell’agnello pasquale sull’architrave delle porte? Il Tau era quindi il segno più caro per Francesco, il segno rivelatore di una convinzione spirituale profonda che solo nella croce di Cristo è la salvezza di ogni uomo.

L’affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall’archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.

San Francesco d’Assisi faceva riferimento in tutto al Cristo, all’ultimo; per la somiglianza che il Tau ha con la croce, ebbe carissimo questo segno, tanto che esso occupò un posto rilevante nella sua vita come pure nei gesti. Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era rimarchevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell’opera redentrice di Dio.

Con le braccia aperte, Francesco spesso diceva ai suoi frati che il loro abito religioso aveva lo stesso aspetto del TAU, intendendo che essi erano chiamati a comportarsi come « crocifissi », testimoni di un Dio compassionevole ed esempi di fedeltà fino alla morte.

Fu per questo che Francesco fu talvolta chiamato “l’angelo del sesto sigillo”: l’angelo che reca, lui stesso, il sigillo del Dio vivente e lo segna sulla fronte degli eletti (cf. Ap 7, 2 s.) e San Bonaventura poté dire dopo la sua morte: « Egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi… e di imprimere il Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono » [S. Bonaventura, Legenda maior, 2 (FF, 1022)].

Non possiamo non ricordare la Benedizione per frate Leone, custodita nella sacrestia del Sacro Convento di Assisi. Il ramo verticale del Tau tracciato dalla mano di Francesco, attraversa il nome del frate; e questo è un fatto intenzionale. Ci ricorda l’uso tradizionale all’epoca delle catacombe, in cui spesso appare il Tau un grande evidenza in un nome proprio delle cui lettere non fa nemmeno parte.

Oggi i seguaci di Francesco, laici e religiosi, portano il TAU come segno esterno, come « sigillo » del proprio impegno, come ricordo della vittoria di Cristo sul demonio attraverso il quotidiano amore oblativo. Si tratta del segno distintivo del riconoscimento della loro appartenenza alla famiglia o alla spiritualità francescana. Il Tau non è un feticcio, né tanto meno un ninnolo: esso, segno concreto di una devozione cristiana, è soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso.

Il segno di contraddizione è diventato segno di speranza, testimonianza di fedeltà fino al termine della nostra esistenza terrena.

Publié dans:Approfondimenti, San Francesco d'Assisi |on 18 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

17 settembre – San Francesco d’Assisi, Impressione delle Stimmate

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/91753

San Francesco d’Assisi, Impressione delle Stimmate

17 settembre

Il Martirologio Romano al 17 settembre rievoca: “Sul monte della Verna, in Toscana, la commemorazione dell’Impressione delle sacre Stimmate, che, per meravigliosa grazia di Dio, furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di san Francesco, Fondatore dell’Ordine dei Minori”.
Poche e sintetiche parole per descrivere un evento straordinario, e mai sino ad allora verificatosi, che si compì sul monte della Verna, mentre un’estate della prima metà del ‘200 volgeva al termine, e che schiere innumerevoli di santi, uomini e donne di Dio, ripeterono nella loro vita, a volte anche in maniera assai curiosa. Emblematico fu il caso delle stigmate di S. Elisabetta d’Ungheria (un’altra santa “francescana”), da cui pare nascessero fiori, forse dei gigli, che venivano tagliati e posti sull’altare.
Anche numerosi artisti si ispirarono a quel primo episodio, immortalandolo in tele ed affreschi. Basti solo ricordare qui, tra i più famosi, quelli di Giotto nella Basilica superiore del Poverello in Assisi.
Poche parole quelle del Martirologio, dunque. Maggiori dettagli li forniscono i primi biografi del Santo. In special modo, S. Bonaventura da Bagnoregio che, nella sua “Legenda Major”, non manca di riferirne con dovizia anche i particolari.
Correva l’anno 1224. S. Francesco d’Assisi, due anni prima di morire, voleva trascorrere nel silenzio e nella solitudine quaranta giorni di digiuno in onore dell’arcangelo S. Michele. Era, del resto, abitudine del Santo d’Assisi ritirarsi, come Gesù, in luoghi solitari e romitori per attendere alla meditazione ed all’unione intima con il Signore nella preghiera. Sapeva, infatti, che ogni apostolato era sterile se non sostenuto da una crescita spirituale della propria vita interiore. Molti luoghi dell’Umbria, della Toscana e del Lazio vantano di aver ospitato il Poverello d’Assisi in questi suoi frequenti ritiri.
La Verna era uno di questi e certamente era quello che il Santo prediligeva. Già all’epoca di Francesco era un monte selvaggio – un “crudo sasso” come direbbe Dante Alighieri – che s’innalza verso il cielo nella valle del Casentino. La sommità del monte è tagliata per buona parte da una roccia a strapiombo, tanto da farla assomigliare ad una fortezza inaccessibile. La leggenda vuole che la fenditura profonda visibile, con enormi blocchi sospesi, si sia generata a seguito del terremoto che succedette alla morte di Gesù sul Golgota.
Esso era proprietà del conte Orlando da Chiusi di Casentino, il quale, nutrendo una grande venerazione per Francesco, volle donarglielo. Qui i frati del Poverello vi costruirono una piccola capanna.
In quello luogo Francesco era intento a meditare, per divina ispirazione, sulla Passione di Gesù quando avvenne l’evento prodigioso. Pregava così: “O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia, innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è ch’ io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”.
La sua preghiera non rimase inascoltata. Fu fatto degno, infatti, di ricevere sul proprio corpo i segni visibili della Passione di Cristo. Il prodigio avvenne in maniera così mirabile che i pastori e gli abitanti dei dintorni riferirono ai frati di aver visto per circa un’ora il monte della Verna incendiato di un vivo fulgore, tanto da temere un incendio o che si fosse levato il sole prima del solito.
Scriveva S. Bonaventura da Bagnoregio: “Un mattino, all’appressarsi della festa dell’Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell’aria, giunse vicino all’uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l’effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo. A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore. Provava letizia per l’atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l’anima con la spada dolorosa della compassione. Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l’infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l’amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l’incendio dello spirito” (Leg. Maj., I, 13, 3).
Fu Gesù stesso, nella sua apparizione, a chiarire a Francesco il senso di tale prodigio: “Sai tu … quello ch’ io t’ho fatto? Io t’ho donato le Stimmate che sono i segnali della mia passione, acciò che tu sia il mio gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al limbo, e tutte l’anime ch’ io vi trovai ne trassi in virtù di queste mie Istimate; e così a te concedo ch’ ogni anno, il dì della morte tua, tu vadi al purgatorio, e tutte l’anime de’ tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio degli altri i quali saranno istati a te molto divoti, i quali tu vi troverai, tu ne tragga in virtù delle tue Istimate e menile alla gloria di paradiso, acciò che tu sia a me conforme nella morte, come tu se’ nella vita” (“Delle Sacre Sante Istimate di Santo Francesco e delle loro considerazioni”, III considerazione).
Continuava ancora S. Bonaventura che, scomparendo, la visione lasciò nel cuore del Santo “un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne. Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell’immagine dell’uomo crocifisso. Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all’indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne. Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande” (Leg. Maj., I, 13, 3).
A proposito ancora dei segni della Passione, il primo biografo del Santo, l’abruzzese Tommaso da Celano, nella sua “Vita Prima di S. Francesco d’Assisi”, sosteneva che “era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi (del Poverello d’Assisi), non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido” (II, 113).
Nonostante le ampie descrizioni e resoconti ed il fatto che vi fossero numerosi testimoni oculari delle stigmate, non può tacersi la circostanza che la bolla di canonizzazione di S. Francesco del 19 luglio 1228 “Mira circa nos”, risalente ad appena due anni dopo la morte del Santo, non ne faccia alcun cenno.
Non mancarono in verità, già da parte di alcuni contemporanei, contestazioni ed opposizioni, ritenendo quei segni impressi nelle carni del Patrono d’Italia frutto di una frode.
Lo stesso Gregorio IX, prima di procedere alla canonizzazione di Francesco, pare nutrisse dei dubbi riguardo a quel fatto prodigioso. E’ sempre S. Bonaventura, nel capitolo della sua “Legenda Major” dedicato alla “Potenza miracolosa della Stimmate” del Poverello, a parlarne.
Scriveva che “Papa Gregorio IX, di felice memoria, al quale il Santo aveva profetizzato l’elezione alla cattedra di Pietro, nutriva in cuore, prima di canonizzare l’alfiere della croce (cioè S. Francesco), dei dubbi sulla ferita del costato. Ebbene, una notte, come lo stesso glorioso presule raccontava tra le lacrime, gli apparve in sogno il beato Francesco che, con volto piuttosto severo, lo rimproverò per quelle esitazioni e, alzando bene il braccio destro, scoprì la ferita e gli chiese una fiala, per raccogliere il sangue zampillante che fluiva dal costato. Il sommo Pontefice, in visione, porse la fiala richiesta e la vide riempirsi fino all’orlo di sangue vivo. Da allora egli si infiammò di grandissima devozione e ferventissimo zelo per quel sacro miracolo, al punto da non riuscire a sopportare che qualcuno osasse, nella sua superbia e presunzione, misconoscere la realtà dei quei segni fulgentissimi, senza rimproverarlo duramente” (Leg. Maj., II, 1, 2).
Tale episodio fu magistralmente rievocato da Giotto negli affreschi della Basilica superiore del Santo in Assisi.
La Chiesa, comunque, dopo maturo giudizio, con ben nove bolle pontificie (di Gregorio IX, di Alessandro IV e di Niccolò III), susseguitesi tra il 1237 ed il 1291, difese la realtà delle stigmate di Francesco, senza peraltro esprimere un’interpretazione definitiva del fenomeno, la cui genesi è soprannaturale e deriva dall’Amore.
Non a caso un dottore della Chiesa, S. Francesco di Sales, nel suo “Trattato dell’amor di Dio” del 1616, metteva in relazione le stigmate del Santo d’Assisi con l’amore di compassione verso il Cristo crocifisso, affermando che quest’ultimo trasformò l’anima del Poverello in un “secondo crocifisso”. S. Giovanni della Croce aggiungeva che le stigmate sono la manifestazione, la conseguenza della ferita d’amore e che per renderle visibili occorresse un intervento soprannaturale.
La Chiesa riconobbe la straordinarietà del fenomeno verificatosi nel 1224, inteso quale segno privilegiato concesso da Cristo al suo umile servo di Assisi, anche da un punto di vista liturgico, inserendo la ricorrenza nel calendario. Papa Benedetto XI Boccasini da Treviso, infatti, concesse all’Ordine Francescano ed all’intero Orbe cattolico di celebrarne annualmente il ricordo il 17 settembre.

Autore: Francesco Patruno 

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 16 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

17 SETTEMBRE – LE STIMMATE DI SAN FRANCESCO

 17 SETTEMBRE – LE STIMMATE DI SAN FRANCESCO

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Galati di san Paolo, apostolo      5, 24-26; 6, 2-5, 7-10. 14-18

Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello.
Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede.
Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura.
E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio.
D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo.
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Responsorio   Cfr. 2 Cor 4, 10; Rm 8, 29
R. Porto sempre e dovunque nel mio corpo la morte di Gesù, * perché anche la vita di Gesù si manifesti nel mio corpo.
V. Dio mi predestinò ad essere conforme all’immagine del Figlio suo
R. perché anche la vita di Gesù si manifesti nel mio corpo.

Seconda Lettura
Dalla «Legenda minor» di san Bonaventura.  (testo: Fonti Francescane)

Francesco, mediante le sacre Stimmate, prese l’immagine del Crocifisso
Francesco, servo fedele e ministro di Cristo, due anni prima di rendere a Dio il suo spirito, si ritirò in un luogo alto e solitario, chiamato monte della Verna, per farvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Fin dal principio, sentì con molta più abbondanza del solito la dolcezza della contemplazione delle cose divine e, infiammato maggiormente di desideri celesti, si sentì favorito sempre più di ispirazioni dall’alto.
Un mattino, verso la festa dell’Esaltazione della santa Croce raccolto in preghiera sulla sommità del monte, mentre era trasportato in Dio da ardori serafici, vide la figura di un Serafino discendente dal cielo. Aveva sei ali risplendenti e fiammanti. Con volo velocissimo giunse e si fermò, sollevato da terra, vicino all’uomo di Dio. Apparve allora non solo alato, ma anche crocifisso.
A quella vista Francesco fu ripieno di stupore e nel suo animo c’erano, al tempo stesso, dolore e gaudio. Provava una letizia sovrabbondante vedendo Cristo in aspetto benigno, apparirgli in modo tanto ammirabile quanto affettuoso; ma al mirarlo così confitto alla croce, la sua anima era ferita da una spada di compaziente dolore.
Dopo un arcano e intimo colloquio, quando la visione disparve, lasciò nella sua anima un ardore serafico e, nello stesso tempo, lasciò nella sua carne i segni esterni della passione, come se fossero stati impressi dei sigilli sul corpo, reso tenero dalla forza fondente del fuoco.
Subito incominciarono ad apparire nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi; nell’incavo delle mani e nella parte superiore dei piedi apparivano le capocchie, e dall’altra parte le punte. Il lato destro del corpo, come se fosse stato trafitto da un colpo di lancia, era solcato da una cicatrice rossa, che spesso emetteva sangue.
Dopo che l’uomo nuovo Francesco apparve insignito, mediante insolito e stupendo miracolo, delle sacre stimmate, discese dal monte. Privilegio mai concesso nei secoli passati, egli portava con sé l’immagine del Crocifisso, non scolpita da artista umano in tavole di pietra o di legno, ma tracciata nella sua carne dal dito del Dio vivente.

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