Archive pour la catégorie 'San Francesco d’Assisi'

SAN FRANCESCO E SORELLA LUNA

http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/approfondimenti_francescani/san-francesco-e-sorella-luna-31158#.W46f8ej-jDc

SAN FRANCESCO E SORELLA LUNA

di Felice Accrocca

La luna splenderà, stanotte, più grande e luminosa, per uno di quegli straordinari prodigi della natura che costituiscono una testimonianza perenne della grandezza di Dio. Una volta soltanto, nei suoi scritti, Francesco la menziona, ma quell’invito alla lode, che lui rivolse alla luna, alle stelle e a ogni altra creatura perché lodassero il Signore, non è caduto nell’oblio, rimasto scolpito com’è nel cuore di milioni e milioni di uomini. Luna e stelle, nell’ispirata poesia di Francesco, debbono lodare il Signore perché Egli in cielo le ha formate «clarite e preziose e belle». La lode, il rendimento di grazie, vuol essere – nella sua comprensione del mistero divino – una restituzione per i benefici ricevuti da Dio. Una disposizione che le creature inanimate mantengono inalterata e l’uomo, invece, l’unica creatura razionale, dimentica spesso, tanto più – ironia tragica – quanto più viene beneficato.
La luna compare ancora nella vita di Francesco, ed è grazie a lei – complice muta e solidale con il nostro desiderio di sapere – se siamo venuti a conoscenza di uno dei momenti difficili della vita dell’uomo di Dio, che lascia trapelare anche la sua straordinaria grandezza. Anche lui, infatti, dovette fare i conti con le proprie debolezze, lottando spesso contro gli istinti naturali più bassi. Una volta, mentre si trovava nell’eremo di Sarteano, fu tentato nella carne; allora si spogliò e si flagellò aspramente con un pezzo di corda, gridando al suo corpo: «Orsù, frate asino, così tu devi sottostare, così subire il flagello». Ma poiché vedeva che non cavava un ragno dal buco e la tentazione non se ne andava, nonostante fosse ormai pieno di lividi, «aprì la celletta
e, uscito nell’orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: “Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’ presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore”. All’istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio»
Uomo fino in fondo, dunque, e con i piedi a terra. A persone immature, infatti, desiderose di vivere un’eterna fanciullezza libere dalle responsabilità e dagli impegni, la tentazione appare sempre e solo sotto il suo lato più bello e seducente, privo di rischi: una zona franca in cui tutto è permesso, senza alcuna conseguenza. Solamente quando si smette di fantasticare e ci si decide a crescere superando ogni sindrome di Peter Pan, come ha fatto Francesco, ci si rende conto che c’è una fatica del vivere, dalla quale non ci si può esimere: ogni situazione, anche quella in apparenza facile, ha le sue difficoltà e i suoi rischi, che non possiamo e non dobbiamo nasconderci. Questo ci aiuterà ad affrontare le difficoltà e a vivere bene la condizione alla quale Dio ci ha chiamati. Tuttavia, noi non sapremmo nulla di questo fatto, se non fosse intervenuta una formidabile alleata. A trasmettercene memoria è stato infatti Tommaso da Celano nel suo Memoriale (che noi – impropriamente – siamo soliti denominare Vita seconda : FF 703). Ma neppure lui avrebbe saputo nulla senza «sora luna». Narra infatti l’agiografo: «Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l’aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l’accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita».
Compare ancora, sorella luna, nel momento del trapasso. Dice ancora Tommaso, in quella stessa opera, che al momento del trapasso di Francesco, «un frate suo discepolo, assai rinomato [da altre fonti veniamo a sapere che si tratta di Giacomo d’Assisi], vide l’anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida». Una stella dunque, con la grandezza della luna e lo splendore del sole: tale è l’anima di Francesco

Splenderà stasera la luna in cielo, una luna di straordinaria grandezza. Ma l’anima di Francesco, le anime di tutti i santi, di tutti gli uomini e le donne davvero amanti di Dio splendono ancor più. (Don Felice Accrocca)

Felice Accrocca
Arcivescovo Benevento

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 4 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

http://bibbiafrancescana.org/2015/02/preghiera-solitudine-e-silenzio/

PREGHIERA, SOLITUDINE E SILENZIO

Pubblicato il 10 febbraio, 2015

“Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35)
Sfogliando le pagine dei Vangeli, ci imbattiamo spesso in un Gesù che, prima che il buio della notte ceda il passo alle prime luci dell’alba, si ritira sul “monte” o “in luoghi solitari” per pregare.
Silenzio, dato dai tempi scelti (notte o alba), e solitudine sembrano essere due elementi importanti per la preghiera di Gesù, spazio in cui Egli si mette in ascolto profondo del Padre e di se stesso, trae la forza per vivere il Suo ministero e la sua missione fino in fondo.
Anche nell’esperienza di Francesco troviamo questi due elementi. Le Fonti Francescane, infatti, ci testimoniano che Francesco spesso prega di notte e ricerca luoghi solitari: “Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto. Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore” (FF 681). Francesco si immerge nel silenzio perché sia Dio a parlare, vivere, operare in lui, così la preghiera diventa il luogo in cui egli impara sempre più a obbedire al suo Signore. Vivere la preghiera nel silenzio e nella solitudine è per Francesco possibilità di coltivare e custodire la sua relazione con Dio, ma anche luogo in cui lasciarsi plasmare il cuore da Lui, permettere che “tutto ciò che è amaro si trasformi in dolcezza” per, poi, andare incontro ai fratelli, ai poveri e alla gente ed entrare in relazione con loro.
Possiamo osare nel dire che nella preghiera vissuta nel silenzio e nella solitudine sia Gesù che Francesco trovano la “carica” per affrontare la loro giornata, le loro relazioni, i vari eventi. È qui che imparano ad amare e lasciarsi amare, ad ascoltare, a donarsi…
Anche per noi cristiani, allora, diventa fondamentale trovare spazi di solitudine e silenzio, oggi che siamo “bombardati” da messaggi e voci di vario tipo e spesso circondati da ansia, frenesia, ecc.
Trovare dei “luoghi deserti” o, comunque, costruire dentro di noi una “dimora permanente” a Dio, ci permette di stare da soli con noi stessi e con Lui, di metterci in ascolto della Sua volontà, ma anche di quanto si muove nel nostro cuore, di lasciar purificare le nostre relazioni… Solitudine e silenzio diventano così spazi abitati da Dio e possibilità di recuperare noi stessi e crescere in umanità. Tutto questo non è semplice, né scontato, richiede un cammino graduale e paziente, ma è fondamentale per la nostra vita spirituale. Il Signore doni anche a noi, come a Francesco, di “essere non tanto uomini e donne che pregano, quanto piuttosto noi stessi tutti trasformati in preghiera vivente” (cf. FF 682).

SIGNORE FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE

http://www.gliscritti.it/index.html

SIGNORE FA’ DI ME UNO STRUMENTO DELLA TUA PACE

La preghiera detta “di S.Francesco” e la sua vera storia. Breve nota da un articolo di Roberto Beretta

Il testo che presentiamo on-line è tratto dall’articolo di Roberto Beretta, Gli apocrifi del Poverello, pubblicato su Avvenire del mercoledì 9 gennaio 2002, p.23. L’articolo commentava due volumi allora appena pubblicati sugli scritti di Francesco d’Assisi. Abbiamo volutamente omesso i riferimenti a queste due opere, per limitarci ai dati storici che l’autore proponeva sulla cosiddetta “Preghiera semplice di S.Francesco”. Mettere a disposizione questa piccola nota on-line vuole essere uno stimolo ad un confronto più serrato con il Francesco della storia, uomo segnato da una profonda fede cristologica e da una profonda adesione alla Chiesa del suo tempo, anche nel suo spessore gerarchico e sacramentale.

L’Areopago …Tutti conoscono la cosiddetta “Preghiera semplice” – quella che suona: “Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace. Dove è odio, fa’ che io porti l’amore…” – e quasi tutti ne allegano la paternità all’autore del “Cantico delle creature”. Gli storici, peraltro, e gli addetti ai lavori hanno sempre saputo invece che tale suggestiva orazione è tutt’altro che francescana: infatti ha un secolo d’anzianità al massimo e non è stata neppure composta da un frate minore; l’attribuzione al Poverello si deve al fatto accidentale che essa fu stampata una volta sul retro di un santino di Francesco d’Assisi…

Certo: la “Preghiera semplice” è un inno alla pace, all’amore, insomma alle virtù cristiane che ben corrispondono all’immagine di san Francesco divulgata popolarmente. Ma si tratta comunque di uno stereotipo: è corretto alimentarlo senza ricorrere alle fonti originali? Padre Willibrord-Christian van Dijk, un cappuccino che ha studiato la vicenda della “Preghiera semplice” per 40 anni, ha notato per esempio la stranezza di attribuire a un “santo che passa per essere un grande mistico cristiano un testo che non s’indirizza a Gesù Cristo e nemmeno lo nomina, né vi si trova alcuna citazione evangelica o biblica”. Osservazione pertinente, visto che tutte le preghiere autentiche di Francesco sono nient’altro che centoni di frasi desunte dalle Scritture e/o dalla liturgia… San Francesco non è un “archetipo” astratto, bensì un personaggio storico; e come tale merita di essere trattato anche nell’esame dei suoi scritti. Con metodo rigoroso, infatti, lo studioso francese arriva a risultati pressoché definitivi sull’origine della “Preghiera semplice”: la sua più antica stampa conosciuta risale al dicembre 1912, quando l’orazione comparve sulla pia rivista parigina La Clochette (“La campanella”), bollettino mensile della Lega della Santa Messa: era anonima, ma forse attribuibile al direttore del periodico stesso, il prete poligrafo normanno Esther Auguste Bouquerel. Di lì a poco la strofetta fu ripresa da un’altra rivista francese e quindi, nel 1916, sulla prima pagina dell’Osservatore romano, che la lanciò internazionalmente come invocazione per la pace. L’abbinamento col saio del grande Assisate avviene dopo il 1918, quando il cappuccino padre Etienne Benoit stampa il testo dell’orazione sul retro di un’immaginetta destinata al suo terz’ordine e recante in facciata la figura del Fondatore: “Questa preghiera riassume meravigliosamente la fisionomia esterna del vero figlio di san Francesco”, scrive il religioso. E’ un santino dunque l’origine della falsa attribuzione francescana, che però diventa esplicita per la prima volta nel 1927 in una pubblicazione protestante: i cattolici infatti rifiuteranno tale abusiva paternità almeno fino agli anni Cinquanta. Segue un incredibile successo internazionale.

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020210_lettera-fedeli-3_it.html

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO D’ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Oh, come è glorioso, santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, come è santo e bello e amabile avere in cielo uno Sposo! Oh, come è santo, come è caro, piacevole e umile, pacifico e dolce e amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere un tale fratello che offrì la sua vita per le sue pecore (Gv 10,15) e pregò il Padre per noi dicendo: Padre santo, custodisci nel nome tuo coloro che mi hai dato. Padre, tutti coloro che mi hai dato nel mondo erano tuoi e li hai dati a me; e le parole che desti a me le ho date a loro; ed essi le hanno accolte e veramente hanno riconosciuto che io sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo. Benedicili e santificali. E per loro io santifico me stesso, affinché anche loro siano santificati in un’unità come lo siamo noi. E voglio, o Padre, che dove sono io ci siano con me anche loro, affinché vedano la gloria mia nel tuo regno (Gv 17,6-24). E poiché patì tanto per noi e ci gratificò di tanti doni e continuerà a gratificarcene per il futuro, ogni creatura che è in cielo e in terra e nel mare e nella profondità degli abissi (Ap 5,13), renda a Dio lode, gloria e onore e benedizione, poiché egli è la nostra virtù e la nostra forza. Egli che solo è buono (Lc 18,19), che solo è altissimo, che solo è onnipotente e ammirabile, glorioso e santo, degno di lode e benedetto per gli infiniti secoli dei secoli. Amen. » 

Preghiera Altissimo, onnipotente, bon Signore, tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione. A te solo, Altissimo, se confano e nullo omo è digno te mentovare. Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature, spezialmente messer lo frate Sole, lo quale è iorno, e allumini noi per lui.Ed ello è bello e radiante cun grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione.Laudato si, mi Signore, per sora Luna e le Stelle: in cielo l’hai formate clarite e preziose e belle. Laudato si, mi Signore, per frate Vento, e per Aere e Nubilo e Sereno e onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento. Laudato si, mi Signore, per sor Aqua, la quale è molto utile e umile e preziosa e casta. Laudato si, mi Signore, per frate Foco, per lo quale enn’allumini la nocte: ed ello è bello e iocondo e robustoso e forte. Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra, la quale ne sostenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti fiori ed erba. Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli che ‘l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare. Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! Beati quelli che troverà ne le tue sanctissime voluntati, ca la morte seconda no li farrà male. Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiltate.

 

Publié dans:San Francesco d'Assisi, santi scritti |on 17 février, 2016 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO E LE LIBERTÀ

 http://www.cristianocattolico.it/catechesi/apologetica/fede-e-liberta.html

SAN FRANCESCO E LE LIBERTÀ

 - Libertà dall’immagine: poter non essere nessuno per essere sé stessi. 1 Ts 2,4; Gv 5,39-44. S. Francesco e i ladroni: l’araldo di Dio. Non c’è schiavitù più grande di quella dalla stima delle persone e dal successo personale. Ci si trova condannati ad essere ciò che gli altri vogliono che noi siamo, non si può sopportare la disapprovazione: bisogna continuamente vendersi e anche se si intravede una via diversa, basta che essa sia poco battuta e che ci esponga al ridicolo per preferire l’infelicità approvata socialmente alla libertà disapprovata. Lo schiavo deve leccare i piedi del padrone per potere avere la vita, anche per un posto di terz’ordine, siamo tutti Fantozzi. Se non sei bella o brava devi metterti alla corte di qualcuno più stimato di te, almeno brille di luce riflessa! Chi è sicuro di sé non ha neanche bisogno di sbandierarlo, chi sa, in quanto esperienza reale e non semplicemente cognitiva, che Cristo lo ama infinitamente non ha più la dipendenza assoluta dall’approvazione degli altri, può permettersi di essere disprezzato senza perdere la sua pace.Amm 20. – Libertà dal tempo per credere nella resurrezione. 2 Cor 4,13-18.I patetici tentativi degli egiziani per conservare i cadaveri ed illudersi di non morire mai. Ti devi sbrigare a fare tutte le cose che devi: devi divertirti perché l’estate passa in fretta, devi conquistarti presto un posto al sole perchè di laureati dopo i 30 anni non ne vuol sapere nessuno, sfrutta il corpo perché la giovinezza passa presto, non vedi già qualche segno di invecchiamento? Divertiti ora che il tempo corre. Come un povero a cui fossero dati dei soldi ma insieme gli viene detto che vivrà solo un mese: si butterà a spendere e a fare tutto anche se non gli va, con una frenesia che gli renderà ancora più infelice quel tempo, passato nell’ansia di non perdere neanche un istante. Chi crede in Cristo è come un re che non ha bisogno di affrettarsi, non ha bisogno di mascherare con angoscia i segni del tempo facendosi ridere appresso. Se io lo uso per il Signore, questo corpo mi verrà ridato bellissimo ed eterno, posso quindi vivere da re, libero dalla paura. Il successo è effimero. Questo non ha niente a che fare con l’odio di sé e l’auto flagellazione. Non c’è più la schiavitù della salute che è un gran bene ma non è la cosa più importante, ci sono cose per cui vale la pena perdere anche la salute. Questa è l’esperienza di Francesco che per fare la volontà di Dio non si garantisce prima condizioni sanitarie adeguate ma la fa punto e basta, pieno di gioia. Muore giovane ma felice, così s. Paolo. – Libertà dai determinismi interni per poter amare: la perfetta letizia. Il lebbroso. Libertà di morire per poter vivere. Rm 7,15-25. C’è qualche cosa che mi blocca nel mio desiderio di amore: le persone che mi disgu­stano, quelle che non sopporto, che attacco anche se non vorrei, e aiutare le quali significherebbe una sensazione di morte profonda, una repulsione che sale dal profondo delle viscere. Quello è il sintomo della realtà più terribile che è nascosta in noi, l’incapacità di amare veramente. Quello che crediamo amore è solo ricerca di gratificazione e di affetto. Ci vuole un amore che sia più forte della morte e della paura che sento dentro. Massimiliano Kolbe, il soldato tedesco con gli ebrei. Ci sono situazioni, e sono molte in cui non ho scelta: o muoio o uccido. Senza Cristo sono costretto ad uccidere, perché non ho la forza di morire per chi mi ama, tanto meno per chi non mi ama. Quando qualcuno mi attacca, io vedo i suoi punti deboli, le cose che potrei rinfacciargli umiliandolo e uccidendolo. Solo Cristo può darmi la forza di tacere e di lasciarmi umiliare pur di non uccidere. E dopo la sensazione é meravigliosa e pulita, ben diversa dalla squallida consapevolezza di essermi vendicato. – Libertà dalla paura del fato per vivere nella fede. Le Parche in Grecia (Cloto, Lachesi e Atropo), una tesse il filo, una lo avvolge al fuso e un’altra lo taglia quando è arrivata la fine dell’uomo; sono coloro che decidono della vita dell’uomo, quando piace al fato, che recidono il filo del soffio vitale. L’angoscia di quest’incer­tezza sovrasta tutta la cultura antica, non c’è senso, non c’è ragione né significato nell’agire del fato, è così e basta. Rm 8,21-38. Non devo più vivere nell’ansia di ciò che succederà, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. – Libertà dal fuggire da sé per accettare la verità. Gv 8,31-47. Hegel. Invece di seguire la bussola quello che cerchiamo di fare noi è di cambiare la bussola in modo che indichi la strada che vogliamo fare per tutt’altre ragioni. C’è in noi una enorme resistenza ad ammettere quello che realmente siamo, perché quello che siamo ci spaventa tantissimo. La difesa non è solo conscia come quella di chi non vuole credere che i frati siano casti per il semplice fatto che non è casto lui, ma è anche inconscia, cioè tendiamo a modificare la realtà per non metterci in discussione senza neanche accorgercene. Rimane un profondissimo disagio, una situazione di malessere che attribuiamo volentieri a qualcos’altro. Noi siamo fatti per la verità e soffriamo tantissimo quando distorciamo tutto ma lo facciamo perché pensiamo che l’accettare la verità su noi stessi sarebbe la morte, che nessuno mi amerebbe se non facessi finta di essere quello che non sono. E’ come il terrore di un subacqueo che sa di non potere scendere oltre un tanto, perché l’abisso è enorme e le bombole non bastano; ci sono dei momenti di luce in cui vediamo dentro noi stessi e ci prende come il panico del vuoto: se entro là dentro chi mi tira più fuori? L’amore di Cristo che non ti ama per la tua bontà perché tu non sei buono, ma ti ama in ogni caso, e questo è l’ossigeno che ti permette di scoprire la verità su di te e di non fuggire: ed è bellissimo e liberatorio. La libertà è scoprire che sei un poveraccio e che Dio ti ama lo stesso, che non devi fare i salti mortali per nascondere a te stesso la verità con teorie, filosofie e artifici, ma puoi ammetterla senza paura. – Libertà dalla paura del mondo. Non solo la stima, ma il mondo può togliermi anche la vita fisica effettivamente, questo pure mi costringe a vendermi per salvare la pelle come s. Pietro che dopo pianse amaramente. – Libertà dalla divisione e dalla mormorazione. Francesco fuggiva la mormorazione e fuggiva l’anticattolicesimo perché riteneva che non si può abbracciare il lebbroso senza abbracciare la Chiesa e abbracciare la Chiesa senza abbracciare il lebbroso. Francesco riteneva che la perfetta letizia si compie quando la Chiesa ti considera un inetto e ti caccia via. Se tu nella persecuzione non perdi la fede ma accogli questi fatti come un segno dell’amore di Dio hai trovato la perla nel campo della vera libertà: quella che come Cristo si fa dono e offerta fuori dalle mura di Gerusalemme, ma muore, in diversi modi per Gerusalemme. Per i santi infatti è l’amore dell’uomo di Dio. il senso di Chiesa è dunque, per Francesco, la misura della tua libertà. Una perla che solo Cristo dona  e solo lo Spirito fa comprendere. – Liberi per servire, servire per essere liberi Definitività. Gal 5,13 – L’esperienza del cristiano è effettivamente un’esperienza di libertà, in tutti i significati che abbiamo già detto. Molte persone però che fanno quest’esperienza e sono tutto sommato buoni cristiani non capiscono un’altra cosa, che Cristo di libera perché tu ti faccia di nuovo servo e volontariamente, la libertà non ti è data perché tu ti gingilli a fare esperienze, anche di servizio, ma perché questa libertà tu la rimetti liberamente nelle mani del Padre per fare la Sua volontà e per accollarti tutti i fratelli che ti mette vicino. Il servizio ha questa caratteristica: se io sono servo, non lo sono quando voglio io, ma quando vuole il mio padrone, ha una caratteristica di definitività, vuol dire che il padrone deve poter contare su di me sempre e in qualsiasi situazione, per sempre. Questa caratteristica è valida per tutti i battezzati in quanto tali e non solo per coloro che sono consacrati in una forma specifica. A seconda della propria vocazione si svolgerà in modalità diverse. Arriva un momento in cui questo legame volontario assume un carattere di irreversibilità, altrimenti non è amore. Ufficialità. Vi siete mai chiesti perché i religiosi fanno la professio­ne solenne, non basterebbe decidere nel proprio cuore senza tanta pubblicità? Perché la nostra natura tende a deresponsabilizzarsi, arriva il momento in cui vorremmo fare i fatti nostri, i farfalloni spirituali, quindi ci vuole qualcosa che ci inchiodi al nostro posto per poter resistere al canto delle sirene. Se qualcuno dicesse che vuole sposare una ragazza ma senza dire niente a nessuno tutti penserebbero che c’è qualcosa che non va. Infatti la Chiesa dispensa dalle pubblicazioni ma non dal fatto che ci deve essere un ministro sacro se non in casi molto gravi e comunque bene che non dispensi mai dalla presenza dei testimoni, cioè ci deve essere sempre una forma di legittimazione sociale di ciò che si fa. Non è mai una cosa fatta solo nel proprio cuore. Questo tipo di amore è quello che animava s. Paolo, che animava Gesù quando si è consegnato a noi per morire. Tu sai di potere contare su Gesù per sempre in qualsiasi situazione, è una certezza che ti riempie di pace e di gioia; ora il Signore ti chiede di essere tu la stessa pace e gioia per qualcun altro, ti chiede di dire a qualcun altro:«Tu potrai contare su di me per sempre, io sarò con te in ogni situazione.» Questo è il rischio di molti che hanno fatto un bel cammino spirituale, pregano, aiutano alla Caritas, vanno in chiesa, ai luoghi di pellegrinaggio, cambiano continuamente luoghi di missione, sono farfallieri nella direzione spirituale…ma alla fine ti lasciano con un dubbio di fondo: ma questo nella vita alla fine che vuol fare? E’ vero che ci vuole il tempo, il discernimento, la crescita, ma tutto questo è una preparazione per un viaggio che alla fine deve cominciare, se no diventi ridicolo! Come uno che perde giorni e giorni a fare bagagli e poi non parte mai. La Totalità è un’altra caratteristica di quest’amore e di questa scelta è la totalità, cioè deve investire tutti gli aspetti della vita e non solo alcuni, non è una cosa part-time, non ci devono essere angolini privati in cui mi riservo spazi miei, settori in cui la scelta fatta non entra oppure dei tempi di vacanza dalla scelta stessa.

Definitività, Ufficialità e Totalità dunque…

          per tutti i battezzati, sposi e consacrati….

                          per una libertà che liberi in Cristo!

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 12 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

FRANCESCO, ANELLO SOLIDO DELLA CATENA CHE RICONDUCEVA CHIARA A DIO

http://www.messaggerocappuccino.it/index.php/e-sandali/651-2014mc7-san-1

LA CATENA INDISTRUTTIBILE DEL CONSOLATORE

FRANCESCO, ANELLO SOLIDO DELLA CATENA CHE RICONDUCEVA CHIARA A DIO

di Maria Giovanna Cereti clarissa nel Monastero di Forlì

Ci sono modi di dire, dal sapore vagamente arcaico, che non ci capita di udire quasi più. Eccone uno: «Questo figliolo è proprio la mia consolazione!». C’è da augurarsi che non sia sparita la realtà corrispondente, ma soltanto sia mutato il modo di esprimerla. Ecco allora che, da parte di una mamma o di un papà, parlare di un figlio come “consolazione” allude al fatto che la sua buona riuscita (non solo negli studi o nel lavoro, ma nell’avventura della vita) fa sperimentare al genitore una pienezza di senso; gli dice che “valeva la pena” sacrificarsi, fare fatica, anche rinunciare a qualcosa perché il figlio potesse fiorire. Valeva la pena dare la vita perché da quel dono scaturisse un centuplo. La parola consolazione, con una etimologia forse un po’ elaborata, può essere letta come l’atto di chi si accompagna a chi è solo con il suo dolore e gli fa amare di nuovo la vita. Di fatto ormai non ci è facile usare questo termine. Può darsi che a questo imbarazzo contribuiscano diversi motivi: in un mondo di processi che vogliamo sempre più rapidi, consolare e soprattutto “essere consolazione” è faccenda che si sottrae alla logica del tutto-subito. Chiede tempo, rinuncia alla fretta, pazienza. Soprattutto chiede presenza, sempre più rara in quest’epoca di connessioni e contatti prevalentemente virtuali. Inoltre: siamo davvero consapevoli di quanto il nostro cuore abbia bisogno di essere consolato? Forse lo sappiamo nei momenti di sconforto, di solitudine, di tristezza, quando percepiamo più acutamente il bisogno di un volto amico, di un sorriso, di un abbraccio, di una parola di incoraggiamento; ma nello scorrere normale dei giorni ci preoccupiamo più del nostro benessere… Chiara d’Assisi invece lo sapeva bene. Tra le tante espressioni con cui descrive il rapporto speciale che l’ha legata a Francesco, ne troviamo nel Testamento una particolarmente significativa: Chiara afferma che Francesco è stato per lei e per le sorelle «colonna e unica consolazione dopo Dio e sostegno» (TestsC 38: FF 2838). Impossibile leggere questa frase come l’espressione di un momento, di qualcosa che è stato sperimentato solo in una determinata circostanza, magari di crisi o di difficoltà interiore. Il Testamento costituisce un estremo tentativo di Chiara di dire alle sorelle cosa era più prezioso e le stava più a cuore di quella Regola di cui forse non sperava ormai più l’approvazione (giunta solo alla vigilia della sua morte). Per fare questo Chiara fa ripetutamente memoria, per le sorelle presenti e future, di ciò che ha dato consistenza alla sua vita: il rapporto con Francesco. Cereti 02Il sogno di diventare fratello Nell’incontro con lui ella aveva intuito il suo sogno evangelico: il sogno di diventare fratello, uscendo dalle logiche di potere, di competizione, di autoaffermazione, per vivere un’altra logica, quella della misericordia e del dono gratuito di sé. La scelta di vita che Chiara aveva poi concretizzato, con il coraggio di rinunciare alla sua condizione di donna nobile e ricca, era nata dall’incontro con il volto di Francesco attraverso il quale aveva abbracciato quel sogno. Chiara ribadisce continuamente di aver trovato la sua identità attraverso Francesco, e lo fa con termini differenti: «fondatore», «piantatore», «cooperatore nel servizio di Cristo». Altre parole le prende dalla Scrittura, come «colonna e sostegno» (cf. 1Tim 3,15). Ed è proprio in mezzo ad esse che colloca, in modo inatteso, quest’espressione così densa di risonanze: «unica consolazione dopo Dio». Di quale consolazione aveva avuto bisogno Chiara, riconoscendo poi di averla ricevuta da Francesco? Credo che la prima esperienza di consolazione sia proprio consistita nella testimonianza che la vita ha un senso buono se viene restituita nella gratuità. È la stessa esperienza che Francesco, raccontando i suoi inizi nel Testamento, condensa nelle parole «ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (2Test 3: FF 110). Mi sembra poi che l’attenta cura e la sollecitudine speciale, promessa e attuata da Francesco verso Chiara e le sorelle, sia stata una sorgente costante di concreta consolazione, che ha permesso di attraversare l’incomprensione del contesto sociale e religioso, le privazioni anche materiali, le tante incertezze sulla via da seguire. Anzi, alcune allusioni delle biografie autorizzano a pensare che anche la presenza di Chiara abbia avuto questa funzione di consolazione nei confronti di Francesco: penso per esempio al suo rifugiarsi a San Damiano durante l’aggravarsi della malattia (cf. CompAss 83). Non dimentichiamo poi che, quando Chiara scrive il suo Testamento, Francesco è morto ormai da circa 25 anni: lunghi anni senza la sua guida e la sua presenza, in cui è proseguito il faticoso cammino di ricerca della forma anche giuridica da dare all’esperienza fraterna di San Damiano, con momenti di tensione anche con il papa e la curia romana. Forse è proprio questo il tempo in cui Chiara ha vissuto più dolorosamente il bisogno di consolazione. Credo che in tutto questo percorso la memoria viva di Francesco, gelosamente custodita nel cuore e nella relazione con le sorelle, l’abbia accompagnata come memoria di una umanità luminosa, plasmata dall’incontro con il Signore Gesù Cristo. Purché radicati nel Signore Eccoci al punto chiave: Francesco ha potuto essere per Chiara consolazione non in forza della sua disponibilità o del suo temperamento, per quanto affascinante possa essere stata la sua personalità, ma perché solidamente radicato nella relazione con il suo Signore. È la stessa Chiara ad affermarlo, quando accenna al fatto che egli era «totalmente visitato dalla consolazione divina» (TestsC 10: FF 2826), totalmente coinvolto nel rapporto appassionato con il Signore: e per questo in grado a propria volta di diventare consolazione. Né per Francesco né per Chiara la consolazione ricevuta dal Signore costituisce un’esperienza mistica da tenere rinchiusa nel proprio cuore: essa invece rende possibile una circolarità fraterna, diventa esperienza da condividere. Entrambi infatti usano il termine consolare per indicare il rapporto materno che il guardiano o l’abbadessa devono intrattenere con i fratelli e le sorelle quando sono nella tribolazione (cf. RegsC IV,12: FF 2778). Riascoltiamo l’eco delle parole dell’apostolo Paolo: «Sia benedetto Dio … il quale ci consola perché possiamo anche noi consolare» (2Cor 1,3-4): entreremo in questa esperienza per diventare noi stessi consolazione, e perché ad ogni uomo possa giungere la consolazione dell’amore salvifico di Dio? (cf. papa Francesco in Evangelii gaudium 44).

Publié dans:meditazioni, San Francesco d'Assisi, STUDI |on 10 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO E IL NATALE A GRECCIO – (TOMMASO DA CELANO, VITA PRIMA 84-86 : FF 466-470)

http://www.sanfrancescodeldeserto.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17%3Ail-natale-a-greccio&catid=15&Itemid=11

SAN FRANCESCO E IL NATALE A GRECCIO

(TOMMASO DA CELANO, VITA PRIMA 84-86 : FF 466-470)

L’aspirazione più alta di Francesco, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di seguire fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e il fervore del cuore l’insegnamento del Signore nostro Gesù Cristo e di imitarne le orme. Meditava continuamente le sue parole e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro. A questo proposito dobbiamo raccontare, richiamando devotamente alla memoria, quello che realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale di nostro Signore Gesù Cristo. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita ancora migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa quindici giorni prima della festa della Natività, il beato Francesco lo fece chiamare, come faceva spesso, e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio l’imminente festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, quell’uomo buono e fedele se ne andò sollecito e approntò, nel luogo designato, tutto secondo il disegno esposto dal santo. E giunse il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati frati da varie parti; uomini e donne del territorio preparano festanti, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per rischiarare quella notte, che illuminò con il suo astro scintillante tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine il santo di Dio e, trovando che tutto è stato predisposto, vede e se ne rallegra. Si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è divenuta come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e deliziosa per gli uomini e per gli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al rinnovato mistero. La selva risuona di voci e le rupi echeggiano di cori festosi. Cantano i frati le debite lodi al Signore, e la notte è tutto un sussulto di gioia. Il santo di Dio è lì estatico di fronte alla mangiatoia, lo spirito vibrante pieno di devota compunzione e pervaso di gaudio ineffabile. Poi viene celebrato sulla mangiatoia il solenne rito della messa e il sacerdote assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si veste da levita, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora è un invito per tutti a pensare alla suprema ricompensa. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva pronunciare Cristo con il nome di “Gesù”, infervorato di immenso amore, lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola. Vi si moltiplicano i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Vide nella mangiatoia giacere un fanciullino privo di vita, e Francesco avvicinarglisi e destarlo da quella specie di sonno profondo. Né questa visione si discordava dai fatti perché, a opera della sua grazia che agiva per mezzo del suo santo servo Francesco, il bambino Gesù fu risuscitato nel cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

 

TU SEI BELLEZZA! (SAN FRANCESCO D’ASSISI)

http://www.ofm.org/01docum/mingen/2012_TU_SEI_BELLEZZA.pdf

TU SEI BELLEZZA! (SAN FRANCESCO D’ASSISI)

Fr. José Rodriguez Carballo, ofm

Ministro generale, OFM

Cari marciatori, carissimi amici tutti: Il Signore vi dia pace! Benvenuti alla Porziuncola, focolare del perdono e della misericordia, dove ci accoglie la Vergine fatta Chiesa, la madre del bell’amore (cf. Sir 24, 24), e della misericordia. Benvenuti a questo luogo così caro a Francesco perché dedicato a Maria, “porta santa sempre aperta” a Colui che è misericordia e perdona; luogo dell’anima, dove Francesco ha risvegliato la nostalgia del Paradiso; luogo pieno di bellezza perché povero e ci parla del grande amore di Francesco e Chiara per Cristo povero e crocifisso. Tu sei bellezza! È il moto della Marcia Francescana di quest’anno 2012. Tu sei bellezza! È l’esclamazione di Francesco dopo l’incontro con il Crocifisso sul monte della Verna. Tu sei Bellezza! È l’esclamazione di Chiara frutto della costante contemplazione del mistero dell’incarnazione e particolarmente della passione e morte del Signore Gesù. Tu sei bellezza, diciamo noi a una persona che amiamo. Che bellezza! Diciamo tutti di fronte a un paesaggio piacevole, a un fiore, a un fenomeno naturale straordinario e che si presenta bello al nostro sguardo, o di fronte a un quadro o a un pezzo musicale magistralmente interpretato. La bellezza rivela l’inesorabile nostalgia dell’uomo per la verità, la giustizia e il bene, cioè la nostalgia di Dio. Per questo l’esperienza della bellezza è fondamentale nella vita dell’uomo e della sua cultura. In questo contesto Dostoevskij afferma: “L’umanità non potrebbe vivere senza la bellezza”; e Benedetto XVI ne spiega la ragione in un discorso agli artisti quando afferma: “La esperienza del bello, di quello che è autenticamente bello, di quello che non è effimero ne superficiale, non è qualcosa di secondario nella ricerca di senso e della felicità, bensì ci porta ad affrontare in pienezza la vita quotidiana per liberarla dell’oscurità e trasfigurarla, per farla luminosa e bella”. La bellezza riempie di vita l’esistenza, ci pone in camino, e quando la stanchezza e la rutine fanno atto di presenza nella nostra vita, la bellezza ci ridona speranza e la forza di vivere fino in fondo la propria esistenza. Ecco perché la bellezza, come diceva Benedetto XVI nelle parole già ricordate, non è un elemento secondario nella vita di una persona; ecco perché abbiamo bisogno di cercare e di trovare la bellezza. Ma di quale bellezza parliamo? Sotto gli occhi di tutti sta l’inesausta ricerca della bellezza. Ma non tutti la cercano dove si può veramente trovare. Tante volte la bellezza è ambigua e il bello può essere un inganno. Quanti soldi si spendono nella lotta contro l’invecchiamento e tutto ciò che non è patinato, piacevole, di moda! Quanti soldi in creme, quanti sacrifici per mantenere la bellezza secondo i criteri di moda! Quanti sforzi per mantenere un’apparenza che passa! Quanti supermercati dell’effimero! Ma mille cornici non valgono il quadro. Se ne accorse un giorno sant’Agostino, il quale, dopo aver cercato la bellezza in tante cose, scoprì che l’autentica bellezza si trova solo in Dio: “Oh bellezza tanto antica e sempre nuova!”, esclamerà pieno di stupore, e per questo non abita nella superficie e non si compra nei supermercati consumistici, ma abita nella cella del cuore umano: “tu eri dentro di me e io ero fuori di me”. È di questa bellezza che noi parliamo: la bellezza che abita nel cuore di chi ama, la bellezza la cui fonte è Dio stesso, il bello e il buono (kalokagathia) per eccellenza, come ci ricorda Francesco nelle già citate Lodi al Dio altissimo. Cari giovani: Tutti cerchiamo la bellezza, in noi stessi e negli altri. Ma, qual’è la chiave che apre all’autentica bellezza? Pensando a Francesco e a Chiara una è la fonte della bellezza: l’amore. È l’amore che rende belli. San Giovani afferma: Dio è amore. Ecco perché Dio è anche la fonte della vera bellezza; ecco perché Dio è la Bellezza. Contrariamente alla ricerca di una bellezza meramente estetica, mendace e falsa, che ci imprigiona totalmente in noi stessi e ci rende più piccoli, l’incontro con la bellezza la cui fonte è l’amore ci mette in cammino, ci eleva dalle nostre miserie, ci strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano, e ci fa uscire da noi stessi per aprirci nell’estasi dell’innalzarci verso l’alto. “L’incontro con la bellezza può diventare il dardo che ferisce l’anima ed in questo modo le apre gli occhi” (Benedetto XVI), e, per chi crede, l’incontro con la bellezza ci porta a Dio, del quale tutto, come dice san Francesco nel Cantico delle creature, porta significazione. In questo contesto dice san Bonaventura: “Francesco contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile”. Dostoevskij scrisse: “la bellezza salverà il mondo”. È questa una frase molto citata ma pochi sanno che la bellezza della quale parla Dostoevskij è Cristo. Un Cristo che profeticamente i salmi descrivono come “il più bello tra i figli dell’uomo” e che, allo stesso tempo, viene contemplato da Isaia come Colui che “non ha apparenza né bellezza… il suo volto è sfigurato dal dolore”. È questo Cristo che hanno trovato Francesco e Chiara e del quale si sono profondamente innamorati, fino a consegnargli la propria vita. È questa bellezza che cantano Francesco e Chiara. La Pianticella di Francesco scrisse in una delle sue Lettere ad Agnese: “Nobilissima regina, guarda, considera, contempla, desiderando di imitarlo, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, fattosi per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e flagellato in tutto il corpo in molti modi, morente tra le angosce stesse della croce”(2LettCh 19). “Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare da spine” (Benedetto XVI). Ma proprio in questo Volto sfigurato dal dolore appare l’estrema bellezza, quella che salva il mondo: la bellezza dell’amore che arriva alla donazione totale, “sino alla fine”. L’autentica Bellezza, quella che salverà il mondo, non può essere cercata e scoperta soltanto nella gloria del Tabor, ma anche nella figura sofferente del Crocifisso. Chi ha percepito questa bellezza non si accontenterà di cercare la bellezza mendace e falsa, ma cercherà la bellezza nell’amore autentico, nel’amore del donarsi, nell’agape. E allora questa bellezza risveglierà la nostalgia per l’indicibile, la disponibilità all’offerta, al dono incondizionato di sé. Cari giovani pellegrini alla Porziuncola: Imparate a vedere la paradossale bellezza di Cristo crocifisso, e allora incontrerete la bellezza della verità, della verità che salverà voi e con voi il mondo. Imparate a vedere lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2Cor 4, 6). Cercate la bellezza nella sua profondità, il che presuppone il “digiuno della vista”; presuppone una percezione interiore liberata dalla mera impressione dei sensi; presuppone compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo da vedere ciò che i sensi non vedono. Cercate la vera bellezza, quella che proviene da Dio e ci viene rivelata nella persona di Gesù, la bellezza che colmerà la vostra sete di bellezza, perché nessuno potrà rubarvela. Buona festa del perdono. Buon cammino verso la Bellezza. Che la Regina degli angeli vi accompagni e vi custodisca sempre in questo cammino.

LA GIOIA PERFETTA – SAN FRANCESCO D’ASSISI *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_z.htm#«NELL’ANGUSTIA IO SONO CON LUI»

LA GIOIA PERFETTA

SAN FRANCESCO D’ASSISI *

«Io non mi voglio gloriare se non nella croce di Cristo» (Gal. 6, 14). Tutta la fisionomia e la vita di Francesco sono racchiuse in questa tensione d’amore. /I Cristo si svela a lui nel Vangelo e lo sradica da se stesso per abbarbicarlo all’amore della Croce e a quello di madonna Povertà. Seguito nella sua trasformazione da numerosi discepoli, stabilisce per essi una nuova regola di vita, che viene presto riconosciuta e approvata dalla Chiesa. Sigillato dalle piaghe di Cristo crocifisso, che in un’estasi riceve sul monte della Verna, muore dopo pochi anni ad Assisi nel 1226.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno, e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Leone, H quale andava un poco innanzi, e disse così: «O frate Leone, avvegnadio che i frati minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione, nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è ivi perfetta letizia».
«…O frate Leone, se il frate minore sapesse tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienze e degli animi, scrivi che non è in ciò perfetta letizia».
«…O frate Leone, benché il frate minore sapesse sì bene predicare, ch’egli converHsse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo, scrivi che non è ivi perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Leone con grande ammirazione il domandò e disse: «Padre, io ti priego dalla parte di Dio, che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco gli rispuose: «Quando noi giungeremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta d~lIo luogo, e il portinaio verrà adirato e dirà: «Chi siete voi? – e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; – e colui dirà: Voi non dite vero; anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via.- E non ci aprirà e faracci stare fuori alla neve e alla acqua col freddo e colla fame insino alla notte, se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente senza turbazione e senza mormorare di lui, e penseremo umilmente e caritativamente che quello portinaio veramente ci conosca e che Iddio il faccia parlare contro di noi, frate Leone, scrivi che ivi è perfetta letizia. E se noi persevereremo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: «Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né non ci albergherete, – se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buon amore, o frate Leone, scrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore ,di Dio con grande pianto, che ci apra e mettaci pur dentro; e quelli più scandolezzato dirà: «Costoro sono gaglioffi importuni; io li pagherò bene come ei sono degni -; e uscirà fuori con uno bastone nacchieruto e piglieracci per lo cappuocio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per suo amore, o frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Leone. Sopra tutte le grazie e doni della Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, è vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci passiamo gloriare; però che non sono nostri ma di Dio; onde dice l’Apastolo: Che hai tu che non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glori, come se tu l’avessi da te? (I Corinti 4, 7). Ma nella croce della tribolazione e della afflizione ci possiamo gloriare, però che «questo è nostro» e perciò dice l’Apostolo: «Io non mi voglio gloriare, se non nella croce del nostro signore Gesù Cristo» (Galati 6, 14). Al quale sia sempre onore e gloria in secula secularum. Amen.

* I Fioretti di S. Francesco, VIII – Ed. La Verna 1966 – pp. 39-43.

 

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 6 mai, 2015 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO D’ASSISI

http://www.filosofico.net/sanfrancesco.htm

SAN FRANCESCO D’ASSISI

A cura di Alessandro Sangalli

Santo protettore dell’Italia, figura rivoluzionaria della Chiesa cristiana, messaggero ed ambasciatore di pace in Oriente: tutte descrizioni che si possono attribuire a San Francesco, il “poverello d’Assisi”. E perché non aggiungere, in fondo, anche quella di filosofo? Ha vissuto da anticonformista, ha predicato e messo per iscritto le sue idee, ha avuto numerosi discepoli… La sua concezione della vita va al di là di un semplice atteggiamento religioso, si può tranquillamente definire una vera e propria filosofia.

1. La vita
Nasce ad Assisi nel 1181/1182 col nome di Giovanni, figlio di Pietro di Bernardone e di Giovanna, detta donna Pica. Il padre, ricco mercante di stoffe, al momento della nascita del figlio si trova in Francia, ma, al suo ritorno, deciderà di chiamarlo Francesco.
Di Francesco, si può dire che abbia vissuto due vite, una l’opposto dell’altra. Il giovane Francesco era un ragazzo vivace, amante delle feste, dei banchetti e del lusso: amava mangiare e bere con gli amici, indossare vestiti eleganti e preziosi gioielli. È Francesco stesso a presentarsi, in apertura del suo Testamento, come uno che viveva nei peccati e nella dissoluzione morale. Nel 1202 partecipò, come molti altri suoi coetanei, alla guerra contro Perugina: fatto prigioniero, fu riscattato dopo un anno grazie alle risorse economiche del padre.
Circa due anni più tardi, inizia la sua conversione e la sua trasformazione. Il padre la racconta così: “All’inizio Francesco sembrava uguale a tutti gli altri bambini: era allegro, voleva sempre giocare e gli piaceva cantare. Poi accadde quello che accadde: un giorno incontrò un lebbroso e, invece di fuggire al suono della campanella, scese da cavallo e lo abbracciò. E non basta, un’altra volta si intrufolò nel mio magazzino e si prese tutte le stoffe preziose che c’erano negli scaffali per poi vendersele sottoprezzo, il tutto per pagare i restauri della chiesa di San Damiano”. Per quest’ultimo episodio, Francesco viene denunciato dal padre al tribunale ecclesiastico: qui, davanti al vescovo e al popolo, il giovane rinuncia all’eredità e ai beni paterni, si spoglia anche degli abiti e fa pubblica professione di povertà. Afferma in seguito: <<D’ora in avanti voglio dire “Padre nostro che sei nei cieli”, non più “padre mio Pietro di Bernardone”>>.
Da qui in poi, Francesco inizia la sua nuova vita: il colloquio col crocefisso non fa che rassicurarlo della decisione da lui presa. Un giorno, infatti, mentre sta pregando davanti al crocefisso, sente dirsi: <<Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere>>. Inizia quindi a predicare l’amore, la pace e la povertà e a poco a poco si uniscono a lui alcuni compagni: Bernardo di Quintavalle, Pietro Cattani, Gaspare di Petrignano e altri ancora. Vivono tutti insieme nella Porziuncola, una chiesetta mezza diroccata che riparano essi stessi. In questo clima viene redatta la Regola del Primo Ordine Francescano, che contiene le norme e le regole di vita della comunità. Francesco, con alcuni compagni, si reca a Roma per incontrare papa Innocenzo III e vedere riconosciuta la sua Regola. Le guardie, però, non lo fanno entrare a palazzo, scambiando lui e i compagni per dei guardiani di porci. Francesco e i suoi aspettano fuori dalle porte del Laterano per tre mesi, dormendo per strada e vivendo di elemosina, finché il papa, pare a causa di un sogno che lo aveva turbato, lo manda a prendere dalle guardie e accetta la Regola senza obiezioni, seppur solo oralmente. Fu il pontefice Onorio III, con la bolla Solet annuere Sedes Apostolica del 1223, a costituire definitivamente ed ufficialmente l’Ordine francescano.
Intorno al 1211 alla piccola comunità di frati si aggiunge Chiara, figlia di Favarone degli Offreducci, una ragazza di ceto aristocratico che condivide la stessa fede ardente di Francesco: <<Da quando ho conosciuto la grazia del Signore nostro Gesù Cristo per mezzo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura>>. Chiara è seguita nella sua scelta di vita da numerose altre ragazze come lei, che insieme fondano l’Ordine delle Clarisse, redigendo con Francesco la Seconda Regola.
Tra il 1217 e il 1221 si svolge la quinta crociata: voluta da Papa Onorio III, è condotta da Andrea II re d’Ungheria e da Giovanni di Brienne. Il piano dei crociati è quello di arrivare in Terrasanta e attaccare gli infedeli sorprendendoli da sud, arrivando cioè dall’Egitto. Ed è proprio in Egitto che si reca nel 1219 Francesco, con intenti apostolici ed evangelici. Dopo la sconfitta cristiana sotto le mura di Damietta, si spinge disarmato tra le linee nemiche e, catturato, è portato dal sultano Malek-el-Kamel. Il sultano è ammirato dalla persona e dalla figura di Francesco, tanto da trattarlo con garbo e rispetto, consentendogli pure di visitare i luoghi sacri.
Al ritorno dal pesante viaggio la sua salute, già precaria, è molto peggiorata. Francesco si dedica alla stesura della Regola del Terzo Ordine e rielabora quella del Primo.
È in questo periodo che si verificano gli episodi miracolosi della vita di Francesco: al 1223 risale l’apparizione del Gesù Bambino nel presepio vivente che era stato allestito da Francesco e compagni a Greccio, presso Rieti; l’anno successivo riceve le stigmate sul monte Verna; si moltiplicano le voci sulla sua abilità di parlare agli animali e si diffonde, in particolare, la storia del lupo di Gubbio.
I confratelli di Francesco, preoccupati per la sua salute che peggiora sempre più, gli consigliano di riposarsi ritirandosi e curandosi presso Siena: è proprio qui che nel 1226 detta il suo Testamento, forse sentendo vicina la morte. Con le ultime forze decide di tornare ad Assisi, dove, dopo aver scritto il Testamento finale, muore nella sua Porziuncola: è il 3 ottobre 1226. Fu fatto santo da Gregorio IX il 16 luglio 1228.

2. Le opere
Il messaggio e l’insegnamento di Francesco stanno forse più nella sua esperienza di vita che nei suoi scritti, tanto più che egli era solito definirsi “semplice e illetterato”. Non si può negare, tuttavia, la sua attenzione per la predicazione e per la parola, strumenti necessari per illuminare la vita e dare senso all’esistenza, per esprimere l’amore per la Natura e la lode a Dio. La distinzione consueta delle sue opere proposta dagli editori moderni è la seguente:

- Regole ed esortazioni
Regola non bollata (comprende scritti fino al 1221)
Regola bollata (approvata da Onorio III nel 1223)
Regola di vita negli eremi
Ammonizioni (raccolta di riflessioni spirituali)
Testamento di Siena (maggio 1226)
Testamento finale (autoritratto e spaccato della sua vita)

- Lettere (Ai fedeli; Ai chierici; Ai reggitori di popoli; A tutto l’Ordine; etc.)

- Laudi e preghiere
Lodi di Dio Altissimo
Cantico di Frate Sole (o delle Creature)
Preghiera davanti al crocefisso
Ufficio della Passione del Signore

Come nota Carlo Paolazzi in Lettura degli “Scritti” di Francesco d’Assisi, queste opere <<non nascono da motivazioni culturali e letterarie, ma da esigenze di vita comunitaria e personale>>.

3. La figura e il messaggio
“Vivere secondo la forma del Vangelo” è la grande svolta che trasforma definitivamente la vita del giovane Francesco, un ragazzo che viveva nella ricchezza e sceglie la povertà, che sognava la gloria delle armi e si fa ambasciatore di pace e amore. La sfida di Francesco è quella di mostrare agli uomini del suo tempo come l’insegnamento del Vangelo possa essere vissuto da tutti, sempre, senza mezze misure, come ha detto Gesù: <<Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi>> (Gv, 13,15). “Io ho fatto la mia parte; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo”, diceva Francesco.
Al centro del suo messaggio sta il mistero di Dio e l’amore con cui Francesco lo vive: è proprio Dio, Padre amorevole, sommo bene dal quale proviene ogni altro bene che egli intravede in tutte le cose, in tutte le creature: <<Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le tue creature>> (Cantico di Frate Sole). L’amore e la gratitudine di Francesco aumentano di fronte a Gesù, figlio di Dio, nato e morto per noi. L’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione di Gesù non soltanto testimoniano il suo amore per noi, ma sollecitano una risposta: seguire le orme di Gesù è rispondere a quest’amore: “Dobbiamo amare molto l’amore di colui che ci ha molto amati”.
Il pensiero e il messaggio di Francesco ebbero rapidissima diffusione e notevole influenza sulla cultura europea. Tra le più importanti figure francescane si ricordano anche parecchi filosofi: tra gli altri Bonaventura, Ruggero Bacone, Duns Scoto, Guglielmo d’Ockham.
In conclusione, soffermiamoci sulla figura di Francesco così come la delinea un suo discepolo, fra Gaspare da Petrignano:
“Conobbi Francesco un giorno mentre stavo tornando dal mercato: lo vedo e ne resto affascinato. Ha come vestito un sacco di iuta e siamo in pieno inverno. […] Lo invito a casa mia: mangiamo insieme e resto tutta la notte in piedi per parlare con lui. Non capisco bene quello che dice ma lo ascolto. Ho l’impressione di vivere per la prima volta. […] Gli chiedo dove abita e mi porta in una chiesetta mezza diroccata chiamata la Porziuncola. Senza pensarci troppo decido di vivere lì anch’io. […] Oggi ci hanno raggiunto altri tre fratelli: si chiamano Bernardo, Pietro ed Egidio. Li abbiamo sistemati tutti e tre dietro l’altare. […] Noi seguiamo Francesco, felici come non lo siamo mai stati nella vita. Le nostre regole sono: l’umiltà, la carità, l’obbedienza, la povertà, la serenità, la pazienza, il lavoro e la gioia. Ieri Francesco ha detto ad un contadino: <<Non coltivare tutto il tuo terreno. Lasciane un po’ alle erbacce, così vedrai spuntare anche i fratelli fiori>>. […] La cosa più bella che ho fatto grazie a Francesco è stato il presepio. Eravamo a Greccio, dalle parti di Rieti, quando lui ci parlò di Betlemme e della nascita di Gesù Bambino. Era il giorno di Natale. Francesco andò in paese e si fece prestare un bue e un asinello, poi convinse alcuni paesani a travestirsi da pastori e uno di loro venne con la moglie, una brava donna. Li nominammo subito Giuseppe e Maria. Insomma, mettemmo in piedi un presepe vivente. Il bambino ovviamente non c’era, eppure, roba da non credere, quando scoccò la mezzanotte tutti, ma proprio tutti, lo vedemmo sgambettare nella paglia. Impossibile raccontare fino a che punto siamo stati felici!”

4. Il Cantico delle Creature
Se esiste un componimento o uno scritto di Francesco che possa essere considerato il manifesto del suo pensiero e delle sue idee, è senz’altro il Cantico di Frate Sole, anche noto come Cantico delle Creature. In esso troviamo il grande amore di Francesco per Dio e per tutto il creato: è in tutte le creature che Francesco vede Dio, è amando tutto il creato che Francesco ama Dio. L’uomo è esso stesso una creatura, fratello di tutte le cose che esistono.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedizione.
Ad te solo, Altissimo, se konfane,
e nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature,
spezialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite e preziose e belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
E per aere e nubilo e sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile e pretiosa e casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la notte:
et ello è bello e iocundo e robustoso e forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta e governa,
e produce diversi frutti con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulazione.
Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,
ka la morte seconda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore e rengraziate
e serviateli cum grande humiltate.

5. S. Francesco e Dante
Dante Alighieri dedica non pochi versi alla figura di Francesco: siamo nel Canto XI del Paradiso, Dante si trova nel cerchio degli spiriti sapienti dove, tra gli altri, è presente anche Tommaso d’Aquino. È proprio a quest’ultimo che Dante fa proferire l’elogio di Francesco, elogio profondo, allegorico e ricco di suggestioni (vv. 43-117).
L’elogio non si riduce ad una semplice biografia, né ricalca la ricca aneddotica, colorita ed incantevole, già solida e conosciuta ai tempi di Dante. Anzi, a onor del vero, la biografia si riduce all’essenziale: la nascita è raccontata con una complessa indicazione geografica, è seguita poi da pochi accenni alla conversione, dalla “guerra” col padre, e subito si arriva alle nozze con la Povertà. I versi proseguono narrando del formarsi dell’originario gruppo di discepoli, delle udienze ottenute da Francesco, prima con papa Innocenzo e poi con Onofrio, che diedero <<sigillo a sua religïone>> e <<corona>> alla sua <<santa voglia>>. Il racconto prosegue con cenni al viaggio in Oriente, all’eremitaggio e alle stigmate ricevute sul monte Verna, per chiudersi col ritorno di quest’<<anima preclara>> a Dio, con la morte in umiltà e la sepoltura nella nuda terra.
Centrale in questo canto, come nella vita di Francesco, è l’immagine dell’amore tra il giovane e la Povertà, con le loro “nozze mistiche” dinanzi alla <<spiritual corte et coram patre>>, l’immagine dell’amore per una tale donna <<a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra>>. Morte che, in quanto creatura di Dio, Francesco amava e rispettava come fosse sua sorella.
Come nota Auerbach: <<a questo per l’appunto serve l’allegoria della povertà: essa fa un tutto unico della missione del santo e dell’atmosfera particolare alla sua persona. […] In quanto donna di Francesco, la povertà possiede una realtà concreta, ma poiché Cristo fu il suo primo sposo, così la realtà concreta, di cui si tratta, è nello stesso tempo parte d’una grande concezione storica e dogmatica. Paupertas unisce Francesco con Cristo, stabilisce la posizione del santo quale imitator Christi>>.

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 13 novembre, 2014 |Pas de commentaires »
1234

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31