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LE DONNE DI SAN BENEDETTO

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LE DONNE DI SAN BENEDETTO

Fratel MichaelDavide (Semeraro) O.S.B.

dal « Preludio »:

« …e si guarda con attenzione ci si rende conto che, analogamente agli altri tre libri, anche la vita di Benedetto è accompagnata da varie figure femminili e nella medesima proporzione, una decina in tutto. »

l’autore ne presenta quattro, riporto il testo della terza (belli tutti):

TERZA TAPPA:

E L’ACQUA

SORELLA SPOSA: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA
TERZA TAPPA: E L’ACQUA

SORELLA SPOSA: LA FORZA NELLA DEBOLEZZA

Prologo
Dopo la nutrice e la tentatrice ecco dunque la sorella Scolastica, la soror mystica. Dopo una remota preparazione finalmente la figura di questa donna di Dio si staglia davanti a Benedetto in tutta la sua statura. Di lei non ci interessa tanto la realtà storica, in senso biografico, quanto piuttosto il ruolo simbolico nel cammino mistico del suo santo fratello.
Nel corso del presente capitolo si cercherà di approfondire il ruolo di guida e di maestra che la monaca viene ad assumere nei confronti di suo fratello. Ella rappresenta l’occasione di giungere a un più alto grado di perfezione in quanto esige l’accoglienza della debolezza, della carne, della relazione umana come anticipo e preparazione alla vita eterna.
I simboli che già sono apparsi precedentemente raggiungeranno ora la pienezza del loro significato. La paura dell’altro e la paura della morte saranno superate in una sintesi pasquale di coincidentia oppositorum di gioioso passaggio verso la vita. Perché questo avvenga bisogna passare radicalmente alla logica dell’amore la cui potenza è, appunto, onnipotente.
Il desiderio di Dio viene condiviso e la gioia del cielo viene con-desiderata in modo cosi forte da attendere l’uno accanto all’altra il giorno della risurrezione della carne. La preghiera non fa che rendere presente nel tempo del pellegrinaggio ciò che sarà alla fine trasformato in pienezza di luce e in comunione perfetta di un’unità ritrovata.
Di quest’unificazione in divenire sono segno i vari elementi naturali che si incontrano e si intersecano tra loro per offrire una sintesi piena di forza. L’invito e il monito di Scolastica è di sperimentare tutte le forme e le fasi deII’amore fino a quella sponsalità che sarà piena nelle nozze del Regno di Dio. Fatto ciò, questa donna scomparirà con la stessa discrezione con cui è apparsa.

Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che fin dall’infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l’abitudine di venirgli a fare visita, una volta all’anno, e l’uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne e il suo venerando fratello le scese incontro con alcuni discepoli. Trascorsero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e quando cominciava a calare la sera, presero insieme un po’ di cibo. Si trattennero ancora a tavola e col prolungarsi dei santi colloqui, l’ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera: « Ti chiedo proprio per favore: non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo… « . Ma egli le rispose: « Ma cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero ».
La serenità del cielo era totale: non si vedeva all’orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo le mano a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola si scatenò una tempesta di lampi e tuoni insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, né i monaci ch’eran con lui, poterono metter piedi fuori dell’abitazione.
La santa donna, reclinando il capo tra le mani, aveva sparso sul tavolo un fiume di lagrime, per le quali l’azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure ad intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera: ma fu tanta la simultaneità tra la preghiera e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni: fu un solo e identico momento sollevare il capo e precipitare la pioggia.
L’uomo di Dio capì subito che in mezzo a quei lampi, tuoni, e spaventoso nubifragio era impossibile far ritorno al monastero e allora, un po’ rattristato, cominciò a lamentarsi con la sorella: « Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta; ma che hai fatto? ». Rispose lei: « Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dare retta; ho pregato il mio Signore e lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai: e me lasciami qui e torna al tuo monastero ».
Ormai era impossibile proprio uscire all’aperto e lui che di sua iniziativa non l’avrebbe voluto, fu costretto a rimaner lì contro la sua volontà. E così trascorsero tutti la notte vegliando e si riempirono l’anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
Il giorno seguente tutti e due, fratello e sorella, fecero ritorno al proprio monastero.
Tre giorni dopo Benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l’anima di sua sorella che, uscita dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia, per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio onnipotente con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi subito alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba poté separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio. (D II, 33-34).

 

Publié dans:S Benedetto, STUDI |on 9 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SAN BENEDETTO DA NORCIA – 11 LUGLIO

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 aprile 2008

SAN BENEDETTO DA NORCIA – 11 LUGLIO

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.
Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, S Benedetto, Santi |on 9 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

Regola di S. Benedetto (dalla): La discrezione

dal sito:

http://www.ora-et-labora.net/discrezione.html

Regola di S. Benedetto (dalla)

Capitolo XLVIII – Il lavoro quotidiano: « Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli. »
Capitolo LXIV – L’elezione dell’abate: « Non sia turbolento e ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così non avrebbe mai pace; negli stessi ordini sia previdente e riflessivo e, tanto se il suo comando riguarda il campo spirituale, quanto se si riferisce a un interesse temporale, proceda con discernimento e moderazione, tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe, che diceva: « Se affaticherò troppo i miei greggi, moriranno tutti in un giorno ». Seguendo questo e altri esempi di quella discrezione che è la madre di tutte le virtù, disponga ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza scoraggiare i deboli. »

Tratto dal libro « Conferenze spirituali  » di G. Cassiano – Edizioni Paoline

II Conferenza

La discrezione

I – Esordio dell’abate Mosè sulla grazia della discrezione
Dopo aver concesso al sonno le prime ore del mattino, finalmente – col cuore tumultuante di gioia – vedemmo il sole tornare a splendere, e subito chiedemmo di riprendere la conferenza interrotta. L’abate Mosè incominciò: quanto desiderio, quale struggente fiamma vi divora? Io dubito che i pochi istanti sottratti alla nostra conversazione spirituale e concessi al sonno vi abbiano veramente giovato.
Osservando in voi tanto fervore, io mi sento confuso. Quanto più è grande il vostro desiderio, tanto più dovrà esser grande il mio impegno nel soddisfarlo, secondo quella parola della Scrittura che dice:  » Quando siedi commensale di un gran signore, sta attento a ciò che ti vien messo dinanzi, e quando allunghi la mano, pensa che anche tu dovrai imbandire un banchetto somigliante  » (Pr 23, 1-2).
Incominciamo dunque a parlare del valore della discrezione, argomento che già avevamo pregustato la scorsa notte, quando mettemmo fine alla nostra conferenza.
Innanzi tutto sarà bene sottolineare l’eccellenza di questa virtù, riferendo le sentenze dei Padri a suo riguardo. Allorché avremo conosciuto il pensiero dei Padri, porterò esempi riguardanti le miserevoli cadute di alcuni monaci; cadute che ebbero come unica causa la mancanza di discrezione. Infine dimostrerò – se ne sarò capace – i benefici e i vantaggi di questa virtù, affinché – persuasi della sua eccellenza e bontà – possiamo imparare con più gioia il modo di raggiungerla e perfezionarci in essa.
Non si tratta certamente di una virtù da poco, che possa essere acquistata con la naturale industria dell’uomo: noi non potremmo mai ottenerla se non ci fosse elargita dalla divina bontà. S. Paolo apostolo la enumera fra i doni più nobili dello Spirito Santo: ecco le sue parole:  » A uno, per via dello Spirito, fu data la parola della sapienza, a un altro la parola della scienza, secondo lo stesso Spirito. A un altro la fede nel medesimo Spirito; a un altro ancora il dono delle guarigioni nell’unico Spirito  » (1 Cor 12, 8-9); e poco dopo:  » A un altro il discernimento ( = discrezione) degli spiriti  » (1 Cor 12, 10).
Terminato l’elenco dei carismi spirituali, l’apostolo aggiunge:  » Or bene, tutti questi effetti li produce l’unico e medesimo Spirito che distribuisce a ciascuno secondo che vuole  » (1 Cor 12, 11).
Voi lo vedete bene, il dono della discrezione non è cosa terrestre e da poco, ma è un premio grandissimo della grazia divina. Se il monaco non si sforza di ottenerlo e non impara a bene usarlo, per saper distinguere con sicurezza gl’impulsi da cui è pervaso e sollecitato, somiglierà ad uno che va di notte, fra le tenebre più fitte, col rischio di cadere in fosse e precipizi, e anche di smarrirsi là dove la via è piana e diritta.

II – I vantaggi che il monaco può trovare nella sola discrezione, e discorso del beato Antonio su tale argomento
Un ricordo della fanciullezza mi ripresenta alla mente molti monaci anziani venuti un giorno a trovare Antonio nel deserto della Tebaide. La conversazione di quegli uomini di Dio si prolungò dal tramonto del sole all’aurora del giorno seguente, e rammento che il tema della discrezione occupò quasi tutta la nottata. Si investigò a lungo quale sia la virtù o l’osservanza che, oltre a custodire il monaco immune dai lacci e dagli inganni del demonio, possa anche farlo progredire sulla via della perfezione. Ciascuno diceva il suo pensiero secondo il proprio modo di vedere. Alcuni dicevano che a produrre si mirabili effetti era l’amore per le veglie e i digiuni, perché l’anima – spiritualizzata da quelle pratiche e fatta padrona d’un cuore e d’una carne pura – più facilmente si unisce a Dio. Altri dicevano che era la rinuncia totale, perché se l’anima riesce a spogliarsi di tutto e a liberarsi da ogni attacco o legame alla terra, può volare più spedita verso Dio. Altri ancora dicevano che era l’anacoresi, cioè l’abbandono del mondo e il ritiro nel deserto, dove la conversazione con Dio diventa più familiare e l’unione con lui più intima. Non mancò un gruppo secondo il quale la virtù prima del monaco sarebbe stata la pratica della carità, perché il Signore, nel Vangelo, ha promesso di dare il regno dei cieli a coloro che esercitano questa virtù:  » Venite, benedetti dal Padre mio, entrate in possesso del regno che vi è stato preparato fin dall’origine del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere…  » (Mt 25, 34-35).
Chi dava a una virtù, chi ad un’altra, il merito d’introdurre l’anima all’unione con Dio. Era già passata gran parte della notte, quando prese a parlare Antonio.
 » Tutte le pratiche da voi enumerate – egli disse – sono utili all’anima assetata di Dio e desiderosa di giungere a lui, ma le tristi esperienze e le lacrimevoli cadute di molti solitari ci sconsigliano di assegnare la palma a qualcuna di codeste virtù. Noi abbiamo visto molti monaci applicarsi ai digiuni e alle veglie più rigorose, acquistarsi grande ammirazione per il loro amore alla solitudine, dar prova di distacco così completo da non serbare per sé né il pane per un sol giorno, né una sola moneta; abbiamo visto monaci caritatevoli esercitare con somma devozione le opere di misericordia, eppure, costoro si sono miseramente illusi! Non hanno saputo portare a buon termine l’opera intrapresa ed hanno posto fine al loro ammirevole fervore, alla loro vita lodevolissima, con una caduta abominevole. Perciò noi potremo riconoscere la virtù più atta a condurci a Dio, se cercheremo la causa delle loro illusioni e delle loro cadute.
Le opere di quelle virtù che voi avete enumerate, sovrabbondavano in quei monaci, ma la mancanza della discrezione fece sì che quelle opere non durassero fino in fondo. Non si trova altra causa, per spiegare la loro caduta, all’infuori di questa: essi non ebbero la possibilità di formarsi alla scuola degli anziani e non acquistarono la virtù della discrezione. E’ la discrezione che, tenendosi lontana dai due eccessi contrari, insegna al monaco a camminare sempre sulla via regia, e non gli permette di deviare a destra (verso una virtù scioccamente presuntuosa, o un fervore esagerato che passerebbe i confini della buona misura), né a sinistra (verso il rilassamento e il vizio, o verso la tiepidezza dello spirito, che si annida dietro il pretesto di ben governare il corpo).
Gesù pensava alla discrezione quando nel Vangelo parlava dell’occhio che è lampada del corpo:  » La lucerna del tuo corpo è il tuo occhio: se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è torbido, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre  » (Mt 6, 22-23).
La discrezione, infatti, esamina atti e pensieri dell’uomo, e sceglie oculatamente quelli che sono da ammettere. Se quest’occhio interiore è cattivo, o – per parlare fuori di metafora – se siamo privi di scienza e di giudizio sicuro, se ci lasciamo trascinare dall’errore e dalla presunzione, tutto il nostro corpo sarà tenebroso, perché la luce dell’intelligenza e la nostra stessa attività si saranno oscurate. Il vizio – evidentemente – acceca, e la passione è madre di tenebre.  » Se la luce che è in voi diventa tenebra – dice ancora il Signore – quanto grandi saranno le tenebre!  » (Mt 6, 23).
Nessuno dubita che, se il nostro giudizio è falso e immerso nelle tenebre dell’ignoranza, anche i nostri pensieri e le nostre opere – che da quel giudizio derivano come da naturale sorgente – saranno avvolte nelle tenebre del peccato.

III – Errore in cui caddero Saul e Acab per non aver avuto conoscenza della discrezione
Saul, che Dio scelse come primo re d’Israele, per non aver posseduto l’occhio della discrezione, diventò tenebroso in tutto il corpo, e alla fine fu sbalzato dal trono. La sua  » luce « , diventata sorgente di tenebre e d’errore, lo rovinò. Egli pensò che Dio avrebbe gradito di più i suoi sacrifici che l’obbedienza al comando di Samuele, e trovò modo di offendere Dio con un gesto che mirava a rendergli propizia la divina maestà (1 Sam 15).
La stessa mancanza di discrezione rovinò Acab, re d’Israele. Dopo la bella vittoria che gli era stata concessa per bontà del Signore, egli pensò che la misericordia verso i vinti sarebbe stata preferibile all’esecuzione letterale di un comando divino, che ai suoi occhi appariva crudele. Questo pensiero lo indusse a porre fine alla vittoria e allo spargimento di sangue con un atto di clemenza. Ma una simile pietà senza discrezione lo fece tenebroso in tutto il corpo e lo condannò a morte irrevocabile (1 Re 20).

IV – Testimonianze della sacra Scrittura sul valore della discrezione
Questa è la virtù della discrezione, che, dopo essere stata detta  » lucerna  » del corpo, viene chiamata da S. Paolo anche  » sole « , là dove è detto:  » Il sole non tramonti sulla vostra collera  » (Ef 4, 26). La stessa virtù è chiamata nella sacra Scrittura  » timone  » della nostra vita:  » Coloro che non hanno discrezione cadono come foglie  » (Pr 11, 14). La discrezione è pur giustamente assimilata a quel dono del consiglio senza il quale la Scrittura ci proibisce di fare le cose anche piccolissime; dobbiamo infatti esser guidati dal consiglio anche quando beviamo quel vino spirituale che allieta il cuore dell’uomo (Sal 103, 15), secondo la sentenza sapienziale:  » Farai tutto con consiglio; col consiglio bevi anche il vino  » (Pr 31,3). E ancora:  » Città senza mura e senza difesa è l’uomo che agisce senza consiglio  » (Pr 25,28). Quest’ultimo passo del libro Sacro, con la figura della città incustodita e indifesa, dice assai chiaramente quanto sia nociva al monaco la mancanza di discrezione. In questa virtù sono racchiusi anche l’intelletto e il giudizio, senza i quali non ci è possibile né costruire il nostro edificio interiore, né ammassare le ricchezze spirituali, secondo una parola divina che suona così:  » Una casa si edifica con la sapienza e le continue ricchezze preziose e gustose  » (Pr 24, 3-4).
Dice S. Paolo che la discrezione è il cibo sostanzioso fatto per uomini completi e robusti.  » Il cibo solido è fatto per uomini che hanno raggiunto il perfetto sviluppo, per coloro che hanno esercitato l’occhio a distinguere il bene dal male  » (Ebr 5, 14). E’ tanto evidente la sua utilità che essa viene paragonata alla parola di Dio e le vengono attribuite le prerogative di quella. La discrezione – a somiglianza della parola di Dio – è  » viva, efficace, più tagliente di una spada a due tagli, così tagliente che giunge a separare l’anima e lo spirito, le giunture e il midollo: essa separa i pensieri e i sentimenti del cuore  » (Ebr 4, 12).
Tutti questi testi ci convincono che senza la grazia della discrezione non ci può essere alcuna virtù completa e duratura.
Il beato Antonio e gli altri monaci andati a visitarlo, convennero all’unanimità che è la virtù della discrezione quella che conduce l’uomo, con passo fermo e impavido, fino a Dio. E’ ancora la discrezione a conservare sempre intatte quelle stesse virtù di cui gli altri solitari avevano parlato prima che Antonio prendesse la parola. Per mezzo di essa, infatti, il monaco progredisce con poca fatica verso le vette della perfezione; alle quali vette – senza l’aiuto della discrezione – mai sarebbero arrivati molti di quelli che per tale via si erano già spinti molto innanzi. La discrezione dunque può esser salutata madre, custode e guida di tutte le virtù.

IX – Domanda sui mezzi per acquistare la vera discrezione
Germano rispose: dagli esempi recenti e dalle sentenze degli antichi Padri, ci è apparso chiarissimo che la discrezione è in certo modo la sorgente e la radice di tutte le virtù. Vorremmo ora sapere quale sia il metodo per acquistarla e il metodo per riconoscere quando è vera e proveniente da Dio, oppure falsa e suggerita dal diavolo. Così, a norma della parabola evangelica che ci avete raccontata nella precedente conferenza – e che vuol far di noi degli abili banchieri – noi potremo accorgerci se l’immagine del re, che pur è vera, è impressa su metallo illegale e rifiutare la moneta come falsa. Noi vogliamo esser dotati di quella scienza che voi, con chiare e complete spiegazioni, ci avete mostrato essere la dote più preziosa del banchiere spirituale, o banchiere secondo il Vangelo (citazione dal cosiddetto « Vangelo degli Ebrei », apocrifo – n.d.r.).
Che cosa ci gioverebbe conoscere l’eccellenza della discrezione e il metodo della sua grazia, se non conoscessimo il modo di trovarla e acquistarla?

X – Risposta sul modo di acquistare la vera discrezione
Mosè riprese: la vera discrezione si acquista per mezzo della vera umiltà. E il primo segno della vera umiltà sarà quello di lasciare agli anziani il giudizio di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri pensieri, fino al punto che uno non si affidi mai al proprio giudizio, ma sempre e in tutto stia alle decisioni degli anziani e voglia conoscere solo dalla loro bocca ciò che sia da ritenersi buono e ciò che sia da stimarsi cattivo.
Questa disciplina, non solo insegnerà al giovane monaco a camminare diritto sulla via della vera discrezione, ma gli darà anche sicurezza contro tutti gl’inganni e tutte le insidie del nemico. E’ impossibile che cada nell’illusione chi prende come regola della propria vita, non già il suo giudizio, ma gli esempi degli anziani. L’astuzia del demonio non potrà valersi dell’ignoranza di un monaco il quale non cede al falso pudore e non nasconde qualcuno di quei pensieri che gli nascono in cuore, ma tutti li mostra al prudente giudizio degli anziani, per sapere se deve ammetterli o rifiutarli.
Un cattivo pensiero, portato alla luce del giorno, perde subito il suo veleno. Prima ancora che la discrezione abbia proferita la sua sentenza, il serpente infernale, che la confessione ha tirato fuori dal suo nascondiglio tenebroso, se ne fugge svergognato. Le sue suggestioni hanno potere su noi finché restano nascoste in fondo al cuore.

XIV – La vocazione di Samuele
La venerazione verso gli anziani è molto gradita a Dio, che ce la inculca dalle pagine della sacra Scrittura.
Per decreto della sua Provvidenza, Dio aveva scelto il piccolo Samuele, ma invece d’istruirlo direttamente e intraprendere un colloquio con lui, lo mandò una e due volte dal vecchio sacerdote (1 Sam 3). Dio volle che questo fanciullo, chiamato a diventare il suo confidente, fosse istruito da un uomo, che per giunta era in colpa: Dio volle così per l’unica ragione che quell’uomo era un anziano.
Il fanciullo giudicato degno di una vocazione altissima fu sottoposto alla direzione di un anziano affinché brillasse l’umiltà di chi era stato chiamato da Dio a un grande ministero, e fosse offerto alla gioventù un esempio di sottomissione.

XV – La vocazione dell’apostolo Paolo
L’apostolo Paolo fu chiamato direttamente da Cristo, ma colui che poteva, subito e senza intermediari, insegnargli la via della perfezione, preferì indirizzarlo ad Anania e fargli imparare da quello la via della verità.  » Alzati – disse il Signore – entra in città, e là ti sarà detto quello che devi fare  » (At 9, 6).
Se Dio indirizza anche Saulo a un anziano, e preferisce metterlo a quella scuola anziché istruirlo direttamente, lo fa per evitare che l’intervento diretto- spiegabile nel caso di Paolo – possa in seguito incoraggiare la presunzione. Il pericolo era che tutti avessero a persuadersi di non avere (come l’Apostolo) altra guida o maestro all’infuori di Dio, e non volessero formarsi alla scuola degli anziani.
Quanto sia da detestare la presunzione, l’apostolo stesso ce lo insegna, non solo con le parole, ma con le opere e con l’esempio. Egli infatti afferma di essersi recato a Gerusalemme unicamente per confrontare ed esaminare – in un incontro privato ed amichevole con i fratelli e predecessori nell’apostolato – il Vangelo che predicava tra i pagani, con accompagnamento di prodigi derivanti dalla grazia dello Spirito Santo. Ecco le sue parole:  » Esposi loro il Vangelo quale lo predico ai Gentili, nel pensiero che io, forse, corressi o avessi corso invano  » (Gal 2, 2).
Chi sarà tanto presuntuoso e cieco da volersi affidare al suo giudizio e alla sua discrezione, quando perfino il  » Vaso di elezione  » afferma di aver avuto bisogno di un incontro con i fratelli nell’apostolato? In questo noi abbiamo la riprova di un metodo caro al Signore: egli non manifesta la via della perfezione a chi, pur avendo la possibilità di farsi istruire, disprezza la dottrina degli anziani e le loro regole di vita, senza far caso a una parola di Dio che dovrebbe essere diligentemente ascoltata:  » Interroga tuo padre e te lo insegnerà, interroga gli anziani e te lo diranno  » (Dt 32, 7).

XVI – Dovere di tendere all’acquisto della discrezione
Sforziamoci dunque con tutte le nostre energie per giungere alla virtù della discrezione attraverso la pratica dell’umiltà: solo la discrezione può tenerci lontani dagli eccessi opposti.
C’è un vecchio proverbio che dice:  » Acròtes isòtes « , cioè: gli eccessi sono tutti dannosi. L’eccesso del digiuno e la voracità portano allo stesso fine; le veglie smodate non sono meno dannose, per un monaco, di un sonno pigramente prolungato. Per le eccessive privazioni, uno si indebolisce ed è necessariamente ricondotto allo stato in cui prosperano la negligenza e l’apatia. Molti che non poterono essere ingannati dalla golosità, li vedemmo ingannati dai digiuni smodati: la passione vinta, prese la sua rivincita in occasione dell’infermità. Spesso le lunghe veglie e le intere notti sottratte al sonno riuscirono ad ingannare quelli che il sonno non aveva potuto vincere.
Noi,  » muniti delle armi della giustizia, a destra e a sinistra  » (2 Cor 6, 7) _ come ci insegna S. Paolo – dobbiamo procedere con molta moderazione e passare tra i due estremi, guidati dalla discrezione. Così non ci faremo allontanare dalla giusta misura nel mortificarci, né cederemo alla gola e all’intemperanza, vinti da fiacchezza funesta.

Publié dans:meditazioni, S Benedetto |on 15 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

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