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PAPA GIOVANNI PAOLO II E MADRE TERESA DI CALCUTTA (M. 5 SETTEMBRE)

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PAPA GIOVANNI PAOLO II E MADRE TERESA DI CALCUTTA (M. 5 SETTEMBRE)

Esempi di vera missione apostolica

Sonia Andreoli

L’Immagine di Cristo sofferente
Il Papa Giovanni Paolo II ha lasciato un « segno » nella storia, non solo in chi crede in Dio, o in chi è cattolico convinto, ma anche in chi l’ha apprezzato come uomo « coerente » con le sue idee e la sua scelta di fede. Il suo lungo pontificato ha dato testimonianza del suo reale voler seguire Cristo in tutto, e questo si evidenzia anche nel precedente corso della sua esistenza, di cui si è tanto parlato grazie ai media.
Il particolare che ha indotto molti a riflettere è come sia stato apprezzato anche dai non credenti o dagli appartenenti ad altre religioni: chiunque l’abbia anche solo guardato non poteva non percepire in lui una particolare « luce » che traspariva non solo dal suo sguardo, ma da ogni suo gesto.
Ognuno di noi ha in sè una « scintilla divina », ma figure come Giovanni Paolo II – o come Madre Teresa di Calcutta – si sono resi talmente strumenti di Dio da far sì che quella « scintilla » divenisse sempre più grande, visibile, feconda. Questo ha permesso, e ancora permette a noi che consideriamo la loro vita, di comprendere e si può dire « toccare con mano » che il Signore ha un « grande progetto » per ognuno di noi. Dio attende e desidera solo che liberamente gli apriamo la porta del nostro cuore…
Se impariamo a considerare i santi, o chi si sforza di tendere alla santità tramite una vita vissuta nell’amore di Dio e nel servizio del prossimo, non come « esseri speciali » o dotati di qualche « potere straordinario », ma come nostri fratelli, che hanno la stessa nostra natura, non ci daremmo comode « attenuanti » quando non riusciamo a seguire il loro esempio.
Si tende sempre a voler evitare la sofferenza, a leggerla come una condanna, e spesso ci si accosta alla preghiera, e si chiede l’intercessione dei santi, solo per esserne « risparmiati ». Chi di noi può considerarsi immune dal pensiero di domandare a Dio che ci risparmi i mali fisici…?! In quanto creature umane siamo limitate e fragili, ma proprio per questo è necessario nutrire – con la grazia di Dio – una salda Fede, che ci consenta, dopo aver detto come Gesù nel Getsemani di « allontanare da noi il calice amaro », di ricordare come anche allora Gesù si affidò nelle mani del Padre, accettando la dolorissima passione e la ignominosa morte…
Quando si è indotti erroneamente a pensare: « Sì, ma Lui era il Figlio di Dio… noi siamo invece dei semplici esseri umani… », è il momento di ricordare che Gesù, avendo anche la natura umana oltre quella divina, ha sofferto pene indicibili come accadrebbe per ognuno di noi nella stessa situazione, con la differenza che l’ha patito per amor nostro ed offrendosi a subire quel martirio per la nostra salvezza…
I miracoli che più « colpiscono » l’opinione pubblica sono le guarigioni miracolose. Queste ovviamente rivestono un ruolo importante, però sono « segni » di un orizzonte più vasto che solo lo Spirito Santo ci permette di scorgere… Tornando a considerare la figura di Papa Giovanni Paolo II, possiamo pensare: se la Vergine Maria ha deviato il proiettile che avrebbe dovuto indurlo alla morte fisica, non avrebbe anche potuto evitargli le innumerevoli altre patologie che l’hanno condotto a lasciare questa dimensione terrena dopo tanto patire…? Sicuramente sì…
Ma evidentemente non era quella la missione che il Signore aveva affidato a questo grande Papa: Giovanni Paolo II doveva rappresentare sulla terra anche l’immagine del volto di Cristo sofferente… Come evitare di notare la sofferenza del non poter riuscire a parlare nei suoi « ultimi tempi » trascorsi qui tra noi? Era stato sempre un uomo molto attivo, ma alla fine si è trovato costretto all’invalidità… Ma la « luce » che sempre lo aveva accompagnato non appariva certo « spenta », anzi: dal suo sguardo traspariva un grande amore, quello stesso amore che non era altro che il « riflesso » della sua consacrazione a Cristo e del sul « affidamento » a Maria Santissima, espresso dal suo « motto »: « Totus tuus ».
E’ dal vero amore verso Dio che deriva quella forza « positiva » che spinge ad amare gli altri, anche quando ci sembrano tanto diversi da noi. Molti hanno apprezzato il perdono che ha concesso a colui che lo poteva uccidere, ma non ci si dovrebbe sorprendere: come si può seguire Cristo senza applicare nella propria vita i suoi insegnamenti…? E’ lo stesso criterio che si dovrebbe applicare nella preghiera: è facile lodare Dio quando tutto « scorre » secondo i nostri voleri, anzi, forse, in questo caso ci si dimentica anche di ringraziarlo; invece è più semplice – e frequente! – « addossargli » la colpa dei nostri malcontenti, non comprendendo che non sempre i nostri « disegni » corrispondono ai Suoi e che spesso quello che può sembrare un male alla fine non lo è ma si rivela anzi una grazia.
Quanti di noi hanno attestato di essere « grati » di aver avuto alcune malattie perchè li hanno resi meno « ciechi »…? Talvolta proprio quello che in apparenza potrebbe sembrare un « lungo calvario » porta con sè una gran luce… Papa Giovanni Paolo II non si è tirato indietro dinanzi all’accettazione del suo « calvario personale », dandoci così una grande testimonianza di come si debba servire il Signore in tutte le circostanze e corrispondere sempre al suo amore, ricordando che su questa terra siamo solo di passaggio e che tutte le nostre sofferenze, se offerte a Lui, contribuiranno a farci « conquistare » il vero premio… la vera Vita dove non ci sarà più posto nè per il dolore nè per le malattie.
Questa dovrebbe essere la meta di ogni cristiano, e dovrebbe esserci d’aiuto per non sentirci sconfortati nei periodi « bui », ricordando che il Signore non ci abbandona mai, né è sordo alle nostre richieste di aiuto. Anzi, siamo noi che, talvolta, non comprendiamo fino a che punto ci ama e, presi dalle « faccende quotidiane » non ascoltiamo la Sua voce.
Servire il Signore, farsi suoi strumenti attivi, vedere la propria vita come una vera « missione », non è certo esclusiva di pochi, non è riservato solo a chi fa parte di ordini religiosi… Questa chiamata è infatti valida per tutti, e quando si incontra Cristo nella propria vita non si può evitare di seguirlo…

Madre Teresa di Calcutta: una vita spesa per il prossimo
Cosa accomuna la figura del Papa Giovanni Paolo II con la « piccola » grande Madre Teresa di Calcutta…? Entrambi hanno tratto la loro forza dalla Fede, dalla contemplazione meditativa di Dio, seguita dal dedicare la loro esistenza al bene del prossimo,e per « prossimo » hanno inteso prorio tutti: Madre Teresa, coadiuvata dalle sue consorelle, non domandava ai suoi « pazienti », cioè ai tanti malati che curava amorevolmente, quale fosse il loro « credo », ma si dedicava a tutti amorevolmente solo perchè erano creature di Dio.
Anche S.Francesco ebbe inizialmente delle reticenze dinanzi al lebbroso… Abbiamo sempre la nostra parte « umana » che reclama i suoi diritti, che è sensibile ai « cattivi odori », soggetta ad avere simpatie ed antipatie… Ma sentendoci forti nella nostra « debolezza », come dice S.Paolo, e cioè traendo la nostra forza solo da Colui che ce la può donare, si possono superare tanti limiti umani…
Ci fu chi criticò Madre Teresa quando seppe che aveva incontrato la Principessa Diana, ma lei, con il solito suo umorismo, rispose di non aver visto la « principessa » Diana, bensì, l’infelice Diana… Ecco un altro dono dello Spirito Santo: questo poter « leggere » nei cuori e vedere « al di là dei comuni occhi di carne », per poter regalare amore a chi si sente triste e sta facendo un cammino privo della luce divina.
Chi avrebbe potuto immaginare che una donna tanto profonda ed altruista provasse « aridità » spirituale e sentisse Dio come lontano da lei…? Eppure i suoi scritti ci confermano che era così, però nonostante questo ha continuato per anni ad amare e servire il Signore, non diminuendo le ore trascorse in contemplazione ed in preghiera.
Si racconta che – per attestare l’importanza che dava all’adorazione del Santissimo – quando accompagnò all’uscio un sacerdote che aveva detto, durante una catechesi fatta a lei ed alle sue consorelle, che non era « indispensabile » inginocchiarsi dinanzi al Santissimo, ma poteva bastare un semplice inchino, Madre Teresa gli disse come non fosse « indispensabile » che lui ritornasse da loro…
Le suore dell’ordine di Madre Teresa fanno sempre « coesistere » il loro apostolato con una vita contemplativa molto intensa, dando testimonianza di come non ci si possa « scusare » di pregare poco dietro la banale attenuante della mancanza di tempo: è ben noto come queste religiose impieghino il tempo prodigandosi nell’assistenza ai bisognosi, eppure non dimenticano mai Chi deve avere la supremazia su tutto: il Signore…!

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II, S - BEATI |on 5 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Beato Charles de Foucauld (15 settembre 1858 – 1 dicembre 1916)

dal sito:

http://orantidistrada.blogspot.com/2011/07/beato-charles-de-foucauld.html

Beato Charles de Foucauld (1858-1916)

«Il regno del cielo è per noi, è pronto per noi. Non attacchiamoci dunque alle cose della terra, che assomigliano così poco a un regno. Che pazzia attaccarci a questo, noi re, noi possessori del regno celeste!»
(Charles de Foucauld, Opere)

Biografia.
Charles de Foucauld (Fratel Carlo di Gesù) nasce a Strasburgo il 15 settembre 1858, con il nome di Charles Eugène de Foucauld da un’antica e ricca famiglia. Rimane orfano di entrambi i genitori a cinque anni. L’eredità, di cui entra in possesso maggiorenne, viene quasi subito dilapidata. Entra nell’esercito e diventa ufficiale di cavalleria, quindi partecipa ad una spedizione in Algeria, ma nel 1872 si ritira dall’esercito per dedicarsi ad un viaggio di esplorazione nel Marocco, qui entra in contatto con la religione islamica e viene affascinato dalla solitudine del deserto.
Tornato si converte, grazie all’esempio della cugina Maria de Bondy e all’abate Huvelin, che diventerà suo direttore spirituale, negli ultimi giorni dell’ottobre 1886. Da subito si sente chiamato alla vita religiosa. Consigliato di fare un pellegrinaggio in Terra Santa vi si reca nel 1889 e successivamente visita in ritiro spirituale la Trappa di Nostra Signora delle Nevi. Entra nell’ordine il 16 gennaio 1890, ma richiede di recarsi in Siria, nella Trappa di Cheikhlé, presso Akbés, monastero poverissimo in cui, nel febbraio del 1892, fa la sua professione.
Poco tempo dopo la professione iniziano le inquietudini: comincia gli studi di teologia, mentre vorrebbe dedicarsi « alla pratica della povertà, dell’abiezione, della mortificazione, dell’imitazione di Nostro Signore » ed al lavoro manuale. Nel 1893 è deciso ad abbandonare l’ordine sulla base del fatto che « non era possibile, alla Trappa, condurre la vita di povertà, di abiezione, di distacco effettivo, di umiltà, di raccoglimento di Nostro Signore a Nazareth ». I suoi superiori, insieme al direttore spirituale Huvelin si spaventano della determinazione con cui Charles vorrebbe praticare le virtù. Solo nel 1896, riconoscendo che l’impulso da cui è mosso è irresistibile, gli permette di seguire quella via che lo condurrà alla sua Nazareth, senza però pensare a una Congregazione. Nel 1897 fa voto di castità e povertà perpetue e nel febbraio del 1897 si reca in Terra Santa, vestito come un povero.
Lì viene accettato come domestico delle Clarisse, alloggiando in una capanna fatta d’assi, fuori della clausura. Scrive in quel periodo: « Io non posso concepire l’amore senza un bisogno imperioso di conformità, di rassomiglianza e soprattutto di partecipazione a tutte le pene, a tutte le difficoltà, a tutte le durezze della vita. » Il suo ideale è sempre più quello di imitare il suo Maestro e qui sta l’essenza della sua vocazione. Tre desideri lo accompagnano: lavorare per il bene delle anime, ricevere il sacerdozio, ritrovare l’obbedienza istante per istante. Cerca un compagno con cui condividere queste aspirazioni, ma inutilmente. Cerca di acquistare, senza riuscirvi, il Monte delle Beatitudini (Tabor), per potersi stabilire lì e vivere da eremita.
Torna in Francia e si prepara per l’ordinazione sacerdotale che avverrà il 9 giugno 1901. Con l’intento di ritornare in Marocco, si stabilisce a Béni-Abbès, in Algeria. In dicembre celebra la sua prima messa nella cappella di un complesso (un fortino e un’oasi) da lui costruita « con mattoni murati a secco e tronchi di palma ». È autorizzato a fondare una nuova famiglia religiosa col nome di «Piccoli Fratelli del Sacro Cuore di Gesù», « destinata ad adorare giorno e notte la santa Eucaristia perpetuamente esposta, nella solitudine e nella clausura, nei paesi di missione, nella povertà e nel lavoro ». Pensa anche alla fondazione delle «Piccole Sorelle» sulla base di un testo della Regola redatta nel 1899 a Nazareth. In questo periodo, riscatta alcuni schiavi, si preoccupa dell’evangelizzazione dei Tuareg, studiando la loro lingua e traducendo i Vangeli in lingua tamahaq, dopo aver visitato la loro terra, l’Hoggar.

Nell’agosto del 1905 si stabilisce in maniera definitiva a Tamanrasset (Sahara algerino) per « diventare l’amico di un popolo abbandonato ». Costruisce un eremitaggio (Asekrem) nel 1910 a oltre 2600 metri di altitudine. Diventerà a poco a poco il suo Monte delle Beatitudini che egli cercava. La solitudine è sempre più profonda, nonostante le continue visite dei Tuareg, ma il suo intento di ricercare compagni per la sua Opera rimane infruttuoso. La fondazione dei « Piccoli Fratelli » tarda ad arrivare. Le cose che lui chiede ai suoi futuri compagni sono tre: «1. essere pronti a dare il loro sangue senza resistenza; 2. essere pronti a morire di fame; 3. obbedirmi nonostante la mia indegnità».
La mattina di venerdì 1° dicembre 1916, giorno della sua morte, viene tradito e tirato fuori con violenza dall’eremo. Messo in ginocchio con le braccia legate dietro al dorso e attaccate alle caviglie, resta in preghiera mentre alcuni Tuareg saccheggiano. Viene successivamente interrogato con un fucile puntato alla testa. All’arrivo di altre persone, il guardiano, sconvolto, spara e Charles de Foucauld cade su un fianco. Viene spogliato completamente dei vestiti e gettato nel fosso che circonda l’eremo. In un taccuino che gli serviva da promemoria aveva scritto all’inizio: « vivi come se dovessi morire martire oggi ».
Solo dopo 17 anni dalla sua morte, su iniziativa di René Voillaume, nascono a El Abiod Sidi Scheik i Piccoli Fratelli di Gesù e nello stesso anno le Piccole Sorelle del Sacro Cuore di Gesù a Montpellier. Le Piccole Sorelle di Gesù nascono nel 1959 con la piccola sorella Magdeleine e nel 1950 le fraternità sacerdotali e secolari. Nel 2002 si contano diciannove differenti fraternità fra laici, preti, religiosi e religiose sparsi nel mondo.
Il processo canonico inizia il 16 febbraio 1927 presso la diocesi di Ghardaïa da mons. Nouet. Dopo una lunga serie di vicissitudini si arriva al deposito del materiale presso la Congregazione per le cause dei Santi il 25 luglio 1995. Dopo la nomina della Commissione avvenuta nel giugno del 2000, il 24 aprile 2001, Giovanni Paolo II dichiara Venerabile il Servo di Dio Charles de Foucauld e il 13 novembre 2005 viene dichiarato Beato da papa Benedetto XVI.

Spiritualità.
Scrive il Dizionario di mistica: «Il messaggio spirituale che egli lascia in eredità a quanti vorranno essere come lui imitatori del « Modello Unico », che si articola:
1. sull’esperienza di una vita tesa alla conformità al Cristo, centrata specialmente sulla povertà (con tratti che lo avvicinano a Francesco di Assisi), sulla spogliazione interiore (sulla base delle opere di Teresa d’Avila e Giovanni della Croce) e sull’abiezione della croce, quale forma totale di abbandono alla volontà del Padre;
2. sull’esperienza di una vita nascosta con Cristo in Dio nella casa di Nazareth, dove il nascondimento è costituito da una quotidianità umile e semplice, laboriosa e orante, obbediente e accogliente, e dal sentimento della propria piccolezza davanti a Dio e alla propria missione. E come la vita di Nazareth è illuminata dalla presenza del Figlio di Dio, così nello stile di Nazareth praticato a Béni Abbès, all’Asekrem, a Tamanrasset, sarà la presenza eucaristica a dar significato, direzione e vigore alla sua preghiera contemplativa;
3. sull’esperienza di una vita posta sotto il segno della fraternità universale, verso tutti, soprattutto verso i più poveri. In questa rispettosa apertura e in questa condivisione fraterna egli vede l’attuarsi dell’incontro con Gesù povero. Questa esperienza gli consente, inoltre, di farsi solidale con la condizione di chi lavora, lavorando e cercando di promuovere condizioni più umane di vita, sempre in una prospettiva che resta evangelica, al di là delle implicazioni sociali che comporta.
Charles de Foucauld sottolinea, inoltre, il primato di Gesù Cristo su tutto, annunciato con la vita, comunicato nel mistero segreto e forte di una vicinanza fedele, come Maria nella visitazione: il silenzio, la piccolezza, la povertà, l’universalità fraterna.»

Il percorso mistico.
Come scrive Jean-François Six, Charles de Foucauld mostra una grande cultura, pur non essendo un pensatore astratto. Non appartiene ai mistici dell’essenza, come Suso o Giovanni della Croce, quanto a quelli dell’esistenza, come Francesco d’Assisi o Teresa di Lisieux. Forse non ha elaborato un nuovo messaggio spirituale, quanto ha dato testimonianza di essere un mistico del Vangelo. Charles de Foucauld desidera imitare i trenta anni di vita nascosta di Gesù a Nazareth. Questa è la sua intenzione fondamentale, che rimarrà tale in tutto il suo sviluppo. Egli desidera vivere il Vangelo in modo nascosto e silenzioso, non predicandolo direttamente. Foucauld si pone sul versante di una « mistica della notte », della kénosis, dell’estraniamento di Dio, del suo silenzio in cui si conosce più chiaramente quanto più grande è il nascondimento.
Via purgativa: il suo è un percorso di sofferenza comune ai più. Colpiti da una serie continua di lutti quando era piccolo, Foucauld vive la morte come parte essenziale della sua esistenza. Tutta l’esperienza di conversione successiva ai primi momenti (tutti dediti all’esplorazione della vita, delle culture e delle persone) è un turbinio di sensazioni e di provocazioni. L’ingresso nella Trappa dal 1890 al 1896 è dapprima un luogo di quiete e di consolazione, poi, dopo la professione è inquieto: ama la vita semplice e non tanto gli studi, che ritiene « non valgono la pratica della povertà, dell’abiezione, della mortificazione, dell’imitazione de Nostro Signore, e infine quanto ci dà il lavoro manuale ». Egli cerca dunque, nonostante l’obbedienza, la beatitudine della povertà che lo condurrà tra il 1897 e il 1900 a Nazareth, vestito come un povero, alloggiato in una capanna d’assi, fuori della clausura.
Via illuminativa: Nazareth è l’intuizione fondamentale che si realizza a gradi: in un primo momento cerca di tradurre in pratica la somiglianza alla lettera. Egli vuole vivere quella povertà concreta, assumendo in prima persona, alla lettera, il ruolo del carpentiere Gesù. Nel vangelo cerca tutto ciò che rimanda a quella povertà, all’umiliazione del Figlio di Dio che si è fatto uomo. Certo di quello che affermava l’abate Huvelin, suo direttore spirituale, « Gesù Cristo ha preso talmente l’ultimo posto, che nessun uomo ha più potuto toglierglielo ». Foucauld ha voluto applicare a sé queste parole nel modo più rigoroso possibile, con una radicalità e un impegno che non ha mai conosciuto compromessi. Ed arriva alla convinzione che questo cammino di Nazareth, che nessuna comunità ecclesiastica sembra aver mai percorso, deve essere vissuto nella chiesa. Dal 1893 è spinto dal proposito di fondare una comunità destinata a realizzare con lui la vita secondo lo stile di Gesù a Nazareth. La comunità che egli desidera deve essere presente per i poveri. Egli rifiuta la differenza che si fa nelle comunità monastiche tra occupazione manuale e spirituale, fra padri e fratelli. Tutti, senza eccezione, devono fare un lavoro manuale, così come Gesù, che « ha lavorato con le sue mani ». I conventi devono restare piccole comunità, al fine di evitare che un gran numero significhi anche una certa importanza, un certo ruolo. Non si possono possedere beni, né personali né comunitari. Tutti devono mantenersi attraverso un lavoro manuale e non ricevere elemosine o altri aiuti esterni.
Notte dello spirito: Nazareth e la vita di nascondimento è anche il prosieguo della sua vita spirituale. Egli, nonostante le varie formulazioni di regole di vita, non avrà compagnia di alcuno. Il tema della solitudine viene ripetuto più volte nelle sue Lettere, che ne parlano sempre in termini di sofferenza, comunque arricchita dalla presenza di Cristo, che mai delude e mai abbandona. Eppure, la sua è un’esperienza reale di abbandono, nei suoi propositi, nelle sue regole, ma non nella sua ispirazione. Tutto ciò che voleva vivere era il nascondimento agli occhi del mondo e tale è avvenuto, pur nella sofferenza di una via esigente che si era imposta. Dio non delude e nel momento in cui Foucauld desiderava vivere in quel modo, egli lo ha accontentato. Foucauld non trova persone disposte a condividere con lui questa intuizione e lo stesso abate Huvelin cerca di dissuaderlo a scrivere regole di vita per altri. Egli resta solo nel deserto. Egli proprio allora desidera un contatto ancora più intenso con le persone che vivono vicino a lui, nel deserto, per meglio conoscerli. Ma si sente soltanto un ospite, pur essendo benevolmente accolto. Quando muore nessuno si accorge di quanto era avvenuto. L’associazione, fondata nel 1916, contava appena 49 membri. Da questo piccolo nucleo nasce tutto ciò che aveva desiderato.
Via unitiva: Il mistero di Nazareth e della vita nascosta è in realtà il mistero della stessa incarnazione di Cristo, che è opera di redenzione. Ossia i modi in cui Cristo ci è narrato nella sua esperienza ordinaria, prima degli anni di predicazione fino al sacrificio finale, sono le stesse modalità del Figlio eterno nei nostri confronti: le parole e i gesti che ci riguardano, i tratti e i segni nei quali interloquisce con noi e agisce in favore degli uomini. Pertanto il canone evangelico non è la semplice fonte storica della rivelazione pubblica, bensì il modo permanente della relazione personale. La sequela e l’imitazione del Signore si ricompongono nell’unico tratto affettivo del legame d’amore. Imitare Cristo significa dunque rivivere il mistero della salvezza che è venuta per tutti coloro che, poveri, indifesi, soli, abbandonati, privi di speranza e di futuro, aspettavano che il mistero si rivelasse, che la vita si rendesse visibile agli occhi del corpo e del cuore. L’esperienza della vita di Foucauld è la stessa esperienza di salvezza di Cristo. Fino alla morte finale per mano di chi amava.

Preghiera dell’abbandono, di Charles de Foucauld. »Padre mio, rimetto il mio Spirito nelle Vostre mani ».
Padre mio, mi rimetto nelle Vostre mani;
Padre mio, confido in Voi;
Padre mio, mi abbandono a Voi;
Padre mio, fate di me di me ciò che Vi piacerà; qualunque cosa facciate di me, Vi ringrazio; grazie di tutto; io sono pronto a tutto; accetto tutto; Vi ringrazio di tutto purché la Vostra volontà si compia in me, mio Dio, e in tutte le Vostre creature, in tutti i Vostri figli, in tutti coloro che il Vostro cuore ama.
Non desidero niente altro, mio Dio, rimetto la mia anima nelle Vostre mani.
Ve la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché Vi amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi, rimettermi nelle Vostre mani senza misura; mi rimetto nelle Vostre mani con una fiducia infinita perché Voi siete mio Padre.

Tratto da: www.mistica.info …»

Publié dans:S - BEATI, Santi: memorie facoltative |on 1 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Padre Estéphan Nehmé, il “discepolo della terra”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22780?l=italian

Padre Estéphan Nehmé, il “discepolo della terra”

Verrà beatificato il 27 giugno a Kfifan, in Libano

ROMA, martedì, 8 giugno 2010 (ZENIT.org).- Il venerabile Estéphan (al secolo Youssef) Nehmé, religioso professo dell’Ordine Libanese dei Maroniti, era un uomo di preghiera e un “discepolo della terra”, per il quale era una scuola di santità e una fonte di spiritualità.

Domenica 27 giugno, a Kfifan, in Libano, sarà dichiarato beato durante un rito presieduto dall’Arcivescovo Angelo Amato, S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e rappresentante del Santo Padre.

Il nuovo beato nacque nel marzo 1889 nel villaggio di Léhféd-Jbeil, ultimogenito di una famiglia di sette figli. Frequentò la scuola di Notre-Dame des Grâces retta dall’Ordine Libanese Maronita, dove apprese a leggere e a scrivere.

Secondo un aneddotto un giorno, mentre Youssef era nei campi intento al pascolo degli animali della fattoria paterna, vide un piccolo tasso entrare in una grotta scavata nel terreno. Notata la presenza di tracce d’acqua, iniziò a scavare e vide l’acqua zampillare dal fondo della grotta, fino a divenire una sorgente. Oggi la sorgente è conosciuta da tutti come la “fonte del tasso”.

Nel 1905, due anni dopo la morte del padre, entrò nel noviziato dell’Ordine Libanese Maronita, presso il monastero dei Santi Cipriano e Giustina di Kfifan; il 23 agosto 1907 pronunciò i voti monastici con il nome di Estephan, il santo patrono del suo villaggio natale.

Da religioso converso, fra Estephan trascorse la sua vita in diversi monasteri dell’Ordine, lavorando nei campi e nei giardini e dedicandosi ad opere di falegnameria e di costruzione. Sempre ed ovunque sapeva trasmettere ai suoi confratelli la Buona Novella, grazie ad un’intensa vita di preghiera, nella fedeltà alle costituzioni e alla spiritualità dell’Ordine.

Inoltre, con la generosità del suo animo, la prudenza del giudizio, la compassione per le difficoltà altrui, seppe guadagnarsi il rispetto e l’amore dei suoi collaboratori.

Nella spiritualità di fra Estephan emerge la consapevolezza della presenza costante del Signore in ogni attimo della sua vita, riassunta dalle parole spesso ripetute: “Dio mi vede”.

Nelle avversità della prima guerra mondiale, seppe portare la croce, rinunciando a se stesso nella sequela fiduciosa e coraggiosa del Maestro; tutta la sua vita può definirsi un grande atto d’amore, un dono totale dell’intero suo essere a Dio ed un pellegrinaggio ininterrotto verso il cielo.

Morì il 30 agosto 1938, all’età di 49 anni e fu sepolto nel monastero di Kfifan, dove il suo corpo si conserva incorrotto.

Il Papa Benedetto XVI ne ha riconosciuto le virtù eroiche il 17 dicembre 2007.

Dopo i santi Charbel, Rafqa e Nimatullah, è il quarto figlio dell’Ordine Libanese Maronita ad essere proclamato beato.

Publié dans:S - BEATI |on 9 juin, 2010 |Pas de commentaires »

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