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LA GEOGRAFIA DEL RITO AMBROSIANO

domani inizia l’Avvento Ambrosiano, dal sito:

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2009/articolo4_655.asp

LA GEOGRAFIA DEL RITO AMBROSIANO
 
Marco Mauri

Il rito ambrosiano è oggi riconducibile alla prassi liturgica della diocesi di Milano e di alcune corpose aree adiacenti, un tempo pure appartenute ad essa ma ora facenti parte di altre circoscrizioni ecclesiali.
È questo il distillato nei secoli di una realtà ecclesiale originariamente ben più vasta e completa e in seguito riplasmata da contingenze soprattutto politiche, raggrumatesi attorno a due o tre punti cruciali che è forse non inutile ricordare brevemente nel tentativo di rendere manifesto lo spessore dell’oggi.

1. Breve panoramica storica generale

I testimoni della prassi liturgica seguita nei primi secoli dalle diocesi italiciane, passati allo sguardo dell’indagine scientifica, ci offrono un quadro assai omogeneo e strettamente legato all’area delle Gallie e della Spagna. Territori tutti che le vicende di Ambrogio e dei suoi immediati successori ci mostrano come una vasta regione che si stava organizzando ecclesialmente e su cui Milano, allora sede dei cesari, era punto di riferimento ed esercitava un ruolo preminente. La sostanziale omogeneità del rito era pertanto specchio della condivisione di una più generale prassi ecclesiale[1].
Una prima incrinatura di questo quadro venne operata, durante il periodo longobardo, dai diversi tempi in cui si pervenne alla ricomposizione della crisi tricapitolina. Le diocesi che permasero nello scisma oltre il momento in cui Milano ricucì i rapporti con Roma si trovarono nella necessità di cercare altrove quel punto di riferimento che sino ad allora aveva svolto la metropoli lombarda. A queste vicende risale il distacco di Como e ad esse si deve far risalire l’origine stessa della realtà monzese e delle pievi a est di Monza (Pontirolo)[2]. Volgere altrove lo sguardo significò seguire anche le diverse vicende della prassi liturgica, che venne via via differenziandosi nel rito patriarchino, sino a subirne la sostituzione col rito romano dopo il concilio di Trento.
L’opera di romanizzazione liturgica fortemente voluta dalla corte franca tra VIII e IX secolo vide la Chiesa di Milano capace di ottenere il rispetto della propria specifica fisionomia. Ma creò anche una novità assoluta in ambito ecclesiale: mentre il rito della Chiesa metropolitica restava immutato quello delle diocesi suffraganee subiva gli effetti dell’azione riformatrice. Si dovette cioè constatare uno iato fra prassi cultuale/canonica e ordinamento ecclesiale[3].
Così, apparentemente ridotto a modo di celebrare della diocesi di Milano, il rito ambrosiano ha saputo tuttavia superare anche il difficile momento dell’azione riformatrice voluta da papa Gregorio VII. Proprio per dire una parola di verità a difesa dalle turbolenze patarine, Landolfo seniore scrive una splendida testimonianza di quanto la Chiesa milanese fosse consapevole della propria realtà, della propria tradizione canonica, oltre che della prassi liturgica. Quasi nello stesso tempo Beroldo codifica con estremo rigore l’ordinamento cultuale della cattedrale fornendo un manuale preziosissimo per la comprensione di quel “rito” in cui s’era ormai distillata la percezione del proprio esser Chiesa in comunione con Roma e le altre Chiese apostoliche[4].
Anche la profonda ristrutturazione della Chiesa cattolica seguita al concilio di Trento, mentre è valsa il definitivo affossamento di quello patriarchino, ha significato per il nostro rito un felicissimo momento di studio, di recupero di significati profondi, una grande capacità di declinarsi nella cultura del tempo sino a diventare, grazie all’azione di san Carlo, quasi paradigma dell’opera di riforma[5].
Purtroppo non altrettanto felici esiti ebbe il periodo del “giuseppinismo”. Lo spirito giurisdizionalista, fatto proprio sia dalla corte di Vienna che dal senato della Serenissima Repubblica, portò sullo scorcio del Settecento a ridisegnare la geografia (e non solo quella) di molte antiche realtà ecclesiali. Se nelle terre orientali di Venezia si arrivò allo scioglimento del patriarcato di Aquileja con la creazione delle nuove diocesi di Udine e Gorizia, sui confini occidentali ben quattro vaste aree nel 1787 furono staccate dalla diocesi di Milano per essere aggregate a quella di Bergamo. Si tratta di Averara e Taleggio dalla Pieve di Primaluna; Calolzio e Caprino, con l’intera Valle San Martino, dalla prepositura di Olginate e dalla pieve di Brivio, la pieve di Verdello, fra Treviglio e Dalmine, già patriarchina[6].
Sull’altare di questi stessi principi giurisdizionalisti, poco dopo seguirono il distacco della pieve di Frassineto Po, aggregata alla diocesi di Casale nel 1806, della parte occidentale della pieve di Cannobio (compreso il centro stesso della pieve) e di Arona e della parte occidentale della pieve di Angera, aggregate alla diocesi di Novara nel 1817[7].
Infine, con la creazione dell’amministrazione apostolica (poi diocesi) di Lugano, le Valli Ticinesi di Leventina, Blenio e Riviera (tra Bellinzona e i grandi valichi alpini) e la pieve di Valle Capriasca (appena fuori Lugano e limitrofa alla enclave ambrosiana di Porlezza/Val Cavargna) nel 1885 vennero aggregate a questa nuova diocesi[8].
Nel secolo appena trascorso questo processo di rivisitazione territoriale è proseguito, in omaggio a esigenze di “razionalizzazione”, dando vita allo spostamento di singole parrocchie (Lomazzo, Montorfano, Colturano, Zibido, Torrevecchia, Vigonzone, Vedeseta e Brumano), se si eccettua nel 1925 la cessione della pieve di Chignolo Po alla diocesi di Pavia (Boscone Cusani era stato ceduto nel 1819 a Piacenza)[9].

2. Nuovi confini diocesani: la situazione degli «excisi»

Questo lo scarno succedersi degli eventi che hanno portato a far sì che oggi il rito ambrosiano sia patrimonio vissuto oltre che dalla diocesi di Milano, anche da più di cento parrocchie di altre diocesi. Ma ciò che rende meritevole il soffermarsi su questa realtà è la coscienza ecclesiale esplicitamente testimoniata dai protagonisti, loro malgrado, delle separazioni verificatesi attorno all’Ottocento.
Mentre non pare che le parrocchie ex patriarchine, e al tempo già da secoli romane, abbiano percepito la separazione come lacerazione della realtà ecclesiale da cui erano nate, da cui traevano la linfa e in cui vivevano, questo è il sentire costante di tutte le comunità ambrosiane.
Una parola, la stessa sempre, ricorre nel lessico dei sacerdoti che, trovandosi a gestire questa novità, danno voce a tutta la comunità loro affidata: «excisi». Così don Ubiali, parroco di Calolzio, definisce se stesso e i suoi parrocchiani nel 1863 in un’interrogazione alla Commissione liturgica diocesana[10]. Così dicono di se e dei fedeli ticinesi nel 1885 i parroci delle Valli svizzere nella dedica del calice da loro donato al capitolo del Duomo di Milano a ricordo del commiato dalla diocesi. Celebre e ormai divenuta topica la parafrasi del Sal 137(136) da loro composta per l’occasione:

«E spesso volgendosi il nostro sguardo dalla vetta dei nostri monti, o muovendo il passo verso la Metropoli Lombarda, sospesa al salice la nostra cetra ripeteremo le parole del pellegrino di Giuda: Si dimentichi di me la mia destra e s’inaridisca la mia lingua, se io non mi ricorderò sempre di te, o gloriosa Chiesa di Milano, e della letizia dei giorni vissuti nei tuoi santi tabernacoli…»[11].

Il vicario di Frassineto per esprimere il dolore della separazione si spinge persino ad annotare sul registro dei morti:

«Mille ottocento e sei di nostro Signore, alli Primo del mese di Gennaio. Già da due anni inferma e da molti mesi spedita come si può vedere nelle carte di sua malattia e note conservate in questo Archivio. Si rese defunta nel giorno di ieri a mezzanotte questa Chiesa della Metropoli di Milano, aggregata ora a Casale… premesse le Esequie coll’intervento di tutto il Clero e Compagnie e popolo inconsolabili per perder l’Officio, funzioni e rito ambrosiano, cantando il Miserere, é stata sepolta…»[12].

Che non fosse affettazione di circostanza è testimoniato, ad esempio, dalla tenace e pluriennale opera di don Ubiali per riuscire a evitare che la fedeltà al rito ambrosiano delle parrocchie della propria vicaria finisse per isterilirsi in un inutile ripetersi di forme, scisse dalla vita della Chiesa che le esprime. Egli individua pochi nodi essenziali in grado di esprimere la coscienza di essere parte di una ben precisa realtà ecclesiale. Si confronta informalmente con la curia milanese per essere certo della giustezza delle proprie posizioni e si adopera per ottenere dalla curia di Bergamo le necessarie disposizioni normative.
Il calendario: che per lui non può essere quello bergamasco, per i cui santi approntare una forma ambrosiana per le celebrazioni proprie, ma quello milanese a cui aggiungere le poche ricorrenze atte a denotare la nuova appartenenza territoriale[13].
La celebrazione della dedicazione del Duomo di Milano la terza domenica d’ottobre. Per ottenere lo scopo si adopera per far convergere la celebrazione della dedicazione di quelle chiese che erano prive di data certa alla terza domenica di ottobre e, ottenuto da Roma per il tramite del proprio ordinario di rideterminare questa ricorrenza, chiede alla sua curia se la si debba celebrare con il proprio per una chiesa minore o con quello della dedicazione del Duomo che, secondo il rito, cade lo stesso giorno. Era talmente conscio dell’astuzia operata da intitolare «Un bel quesét!!!» una brutta della lettera inviata alla curia. Ma da Milano era stato confortato con uno scritto impareggiabile in cui si legge che la festa della dedicazione del Duomo,

«multum referri ad Mysticum Ecclesiae Corpus, ac proinde omnibus ubicumque ritui Ambrosiano utentibus congruere, quod agere tenentur sacerdotes etiam alienae Diocoesi addicti, qui ritu utuntur Ambrosiano, saltem in hac parte Archiepiscopo Mediolanensi conjuncti»[14].

Infine, sottolinea in ogni modo l’importanza fondamentale dell’assoluta aliturgicità dei venerdì di quaresima perché «quod cum vetitum sit sacerdotibus offerre, etiam fidelibus de sacrificio partecipare». E proprio partendo da questo aspetto chiede con insistenza che in diocesi venga istituito un ufficio diocesano per il rito ambrosiano in grado di mantenere rapporti istituzionali e regolari con la Chiesa milanese e di promulgare per le parrocchie bergamasche i provvedimenti atti a tenerle al passo con il lavoro di riforma della Chiesa milanese evitando di farle impercettibilmente allontanare dalla prassi condivisa e scivolare in una sorta di rito ambrosiano-bergamasco[15]. Lapidarie alcune sue frasi: «Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus ambrosianis» come criterio ecclesiale fondante le proprie scelte; «nessun santo si è mai lagnato degli ambrosiani, segno che dagli ambrosiani non sono né offesi, né dispregiati», a proposito delle peculiarità del calendario ambrosiano[16].
Per le parrocchie passate alla diocesi di Bergamo gli accordi presi e la volontà del vescovo che le accolse prevedevano che quelli «che sono di rito ambrosiano seguiteranno la loro liturgia, e noi ci compiaceremo ancora d’istruirci in quella per comunicare con essi loro con egual ordine, e coabitare con pari consenso nella casa del Signore»[17]. L’erezione della diocesi di Lugano, poi, significò la nascita di una circoscrizione, di fatto, birituale[18].
Non così accadde per le parrocchie cedute alle diocesi piemontesi. Frassineto divenne romana suo malgrado[19]. In terra di Cannobio, dopo anni di grande e doloroso travaglio, si pervenne a una situazione a macchia di leopardo dove le parrocchie che si rassegnarono o non ottennero esito positivo dai ricorsi presentati in curia e a Roma divennero romane mentre le più fortunate riuscirono a mantenersi o a ridiventare ambrosiane. Questa situazione, certamente disdicevole, ci permette tuttavia di intuire che la coscienza ecclesiale ambrosiana non era patrimonio del solo clero ma anche, seppur in forma meno elaborata, del popolo fedele. A Cannobio in concomitanza con una celebrazione “romana” comparve sulla porta del campanile un cartello ammonitore: «O ambrosiàn o luteràn», tuttora conservato in canonica. Del resto per un certo tempo il parroco fu privato della gioia di celebrare battesimi e matrimoni perché i fedeli prendevano la barca e, attraversato il lago, ricevevano i sacramenti sull’ambrosiana sponda varesina[20].
Un atteggiamento decisamente affine si manifestò a Calolzio cent’anni dopo, alla fine degli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70: si era in quel lasso di tempo in cui la Chiesa ambrosiana, in attesa dei libri riformati, si serviva di soluzioni assai provvisorie e dibatteva del proprio futuro. Venni a sapere del fatto dalla viva voce di don Carlo (per i più mons. Carlo Colombo, vescovo titolare di Vittoriana), mio compaesano, una sera che andai a trovarlo in San Simpliciano. Dopo aver parlato dei vari approcci conciliari al concetto di Chiesa locale – Chiesa particolare – rito (motivo della visita) il discorso scivolò sulle “cose di casa” e con tono partecipe e quasi complice mi raccontò che in quei frangenti la diocesi di Bergamo ritenne di organizzare un quasi referendum sui destini del rito, augurandosi forse di poter concludere la laboriosa gestione del biritualismo. La gente capì che se questo era il desiderio della curia lo si sarebbe dovuto assecondare. Ma vollero che almeno i battesimi (per immersione) e i funerali (col canto delle litanie) rimanessero ambrosiani. «Perché sai – mi disse con lo sguardo vispo – nella vita si può accettare di tutto, ma quando si nasce e si muore la nostra gente vuol essere sicura di far le cose bene».

3. Appartenenza rituale e diocesana nel dopo concilio

Proprio la “riscoperta” della Chiesa locale operata dal concilio Vaticano II, e il parallelo invito a riprendere in mano le sorti dei riti presenti nella comunione cattolica per valorizzarli e offrirli a tutti come ricchezza, ha prodotto in questi ultimi decenni frutti insperati tra le comunità ambrosiane che vivono al di fuori della diocesi di Milano. All’inizio degli anni ’80 mons. Giulio Oggioni, vescovo di Bergamo, visitò tutte le vicarie ambrosiane assicurandosi che il rito vi fosse celebrato senza ibridazioni, con la disponibilità degli strumenti necessari, preoccupandosi che fosse evitato ogni genere di soggettivismo decisionale. Durante il suo episcopato furono pure promulgati il calendario diocesano e il santorale per entrambi i riti; nei decreti vaticani di approvazione si prevede che per le parrocchie di rito ambrosiano «adhiberi valeat calendarium istius ritus, additis autem celebrationibus quae sunt propriae dioecesis bergomensis»[21].
In diocesi di Novara il sinodo celebrato nel 1990 si occupa anche della situazione della pieve ambrosiana di Cannobio e, tenendo conto non solo del dato storico ma anche delle esigenze pastorali, decide di ricostituire la perduta omogeneità liturgica: l’ambrosiano torna così a essere, dopo un secolo, il rito di tutte le parrocchie della vicaria[22].
Negli anni ’90 il cannobiese mons. Germano Zaccheo, ordinato vescovo di Casale Monferrato, si ritrova a essere vescovo anche della pieve di Frassineto dove l’amore per la propria storia ecclesiale sorregge il desiderio di poter recuperare il rito ambrosiano. Nell’incertezza di poter garantire per il futuro il servizio in questo rito, decide di accondiscendere in qualche modo disponendo, con decreto del 7 dicembre 1997, che le feste patronali di Sant’Ambrogio, dell’Assunta e di San Giorgio vengano celebrate secondo il rito dei padri. E mi risulta che per tutti gli anni del suo non lungo pontificato non abbia mai mancato di presiedere personalmente la solenne liturgia di Sant’ambrogio.
La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[23].
La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[24].

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[1] Cf. C. Alzati, Ambrosiana Ecclesia. Studi su la Chiesa milanese e l’ecumene cristiana fra tarda antichità e medioevo, NED, Milano 1993, p. 23 e ss. Cf. P. Carmassi, Libri liturgici e istituzioni ecclesiastiche a Milano in età medioevale. Studio sulla formazione del lezionario ambrosiano, Aschendorffsche, Münster 2001, p. 30ss. 
[2] Cf. M. Navoni Dai Longobardi ai Carolingi, in A. Caprioli – A. Rimoldi – L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (1a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 93. L’autore rende pure conto della presenza del rito romano a Civate e del patriarchino a Varenna. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 97ss.
[3] Cf. C. Alzati, Ambrosianus ordo, in M. Mauri (ed.), La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, NED, Milano 1995, p. 187ss. Cf. anche Navoni, Dai Longobardi ai Carolingi, cit., p. 97. 
[4] Cf. Alzati Ambrosianus ordo, cit., pp. 189.195. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., pp. 187ss. e 255ss. 
[5] Cf. A. Rimoldi, L’età dei Borromeo (1560-1631), in A. Caprioli – A. Rimoldi – L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (2a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 405. Cf. C. Alzati, Carlo Borromeo e la tradizione liturgica della Chiesa milanese, in Id., Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 307ss. 
[6] Cf. E. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano già di Milano ora nella Diocesi di Bergamo, in «Archivio Storico Lombardo» VII (1957). Può essere interessante notare che l’autore in apertura dichiara che si trattò di «modifiche compiute soltanto per ragioni politiche». Ma lo stesso Pio XII, in un documento indirizzato nel 1940 alle vicarie bergamasche le dichiara: «Ob politicas causas ab Archidioecesi Mediolanensi sejunctae, ad Bergomensem dioecesim, servato proprio ritu ambrosiano, adnexae» (cf. M. Mauri, I serenissimi ambrosiani, in «Archivi di Lecco» XV [1992] 135). 
[7] Per Frassineto cf. R. Girino – D. Pozzi, Frassineto Po. Dagli albori della civiltà umana alle soglie del duemila, Marietti, Casale M. 1989, p. 167ss. Per Cannobio cf. G. Zaccheo, Il rito ambrosiano nella Pieve di Cannobio, in Mauri (ed.), La tunica variegata, cit., p. 247ss. 
[8] Cf. F. Panzera, Dalla Repubblica Elvetica alla formazione della Diocesi di Lugano, in L. Vaccaro – G. Chiesi – F. Panzera (edd.), Terre del Ticino Diocesi di Lugano, La Scuola, Brescia 2003. 
[9] Per una documentazione visiva della situazione cf. A. Paulesu – A. Riboldi, Inserto cartografico, in Caprioli – Rimoldi – Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia (1a parte), cit. Un elenco dettagliato è reperibile in Guida della Diocesi di Milano 2008, Centro Ambrosiano, Milano 2008, p. 645ss. 
[10] Cf. M. Mauri, Questo rito o Chiesa ambrosiana, in Id. (ed.), La tunica variegata, cit., pp. 212.241. Nell’articolo si veda pure per l’uso di rito / Chiesa ambrosiana da parte di don Ubiali. 
[11] Cf. C. Alzati Ambrosianus ordo, cit., p. 197 e nn. 86.87. 
[12] Cf. Girino – Pozzi, Frassineto Po, cit., pp. 168-169. 
[13] Cf. Mauri, Questo rito, cit., p. 212ss. 
[14] Cf. ibid., pp. 216ss. e 239. 
[15] Cf. ibid., pp. 218ss. e 241. 
[16] Cf. ibid., pp. 215.226ss. e 241. 
[17] Cf. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano, cit., p. 417. 
[18] Cf. A. Moretti, I vescovi dell’amministrazione apostolica, in Vaccaro – Chiesi – Panzera (edd.), Terre del Ticino, cit., p. 203. 
[19] Cf. Girino – Pozzi, Frassineto Po, cit., p. 169.
[20] Cf. Zaccheo, Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. Il dettaglio della traversata del lago per i sacramenti mi fu raccontato a voce dallo stesso mons. Zaccheo in occasione di una mia visita a Cannobio. 
[21] Cf. Congregatio pro cultu divino, prot. 1559/85 Bergomensis, in Diocesi di Bergamo, Proprio dei santi della Chiesa di Bergamo, Bergamo 1986. 
[22] Cf. Zaccheo Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. In nota è riportato il testo del decreto sinodale. 
[23] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.). 
[24] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).

Publié dans:RITO AMBROSIANO |on 13 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

L’Avvento (domani inizia l’avvento ambrosiano) – Un tempo di attesa e di preparazione al Natale

dal sito:

http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=189492

CHIESA DI MILANO

L’Avvento (ambrosiano) – Un tempo di attesa e di preparazione al Natale   
 

L’avvento, come tempo di preparazione alla festa di natale, nasce e si sviluppa sul modello della quaresima.
Come infatti la più importante delle feste dell’anno liturgico, la pasqua di risurrezione, prevede un periodo di preparazione (la quaresima appunto), così, attorno al secolo VI, la liturgia sentì il bisogno di un periodo di preparazione anche alla seconda grande festa dell’anno liturgico, cioè il natale.

E come la quaresima è scandita su sei domeniche, anche l’avvento fu strutturato su sei domeniche. Fu attorno al secolo VII-VIII che la Chiesa romana accorciò l’avvento a quattro settimane, e quest’uso si diffuse poi in tutta la Chiesa latina occidentale. Tranne che a Milano, però, dove si conservò il computo più antico, quello appunto delle sei domeniche.

Lo si chiamò “avvento ambrosiano”, ma solo perché nel resto della Chiesa occidentale si faceva diversamente, sul modello del “nuovo” avvento romano di quattro domeniche.

In realtà – a ben guardare dal punto di vista storico – non si tratta di una particolarità ambrosiana: a Milano infatti si continuò a fare quello che anticamente si faceva in tutte le Chiese.

Al di là delle differenze di computo tra cosiddetto “avvento romano” e “avvento ambrosiano”, può essere interessante e utile, anche dal punto di vista spirituale, vedere come è strutturato questo periodo di preparazione alle feste natalizie :

sono facilmente distinguibili tre parti nelle quali l’avvento ambrosiano si articola.

La prima parte, scandita dalle prime tre domeniche, potrebbe essere definita quella a contenuto “escatologico” .
Infatti, se il significato liturgico dell’avvento nel suo aspetto più ovvio e naturale è la preparazione immediata alle festività natalizie, nelle quali la Chiesa commemora il ricordo della prima venuta di Cristo salvatore degli uomini nell’umiltà della nostra condizione umana, tuttavia le letture bibliche proposte dalle prime settimane d’avvento offrono alla nostra riflessione anche il tema della seconda venuta di Cristo, quando tornerà nella gloria alla fine dei tempi e la storia degli uomini si concluderà.

Del tutto particolare poi è la seconda domenica, quando la liturgia ambrosiana propone come lettura evangelica l’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme .
Spontaneamente saremmo portati a considerare questa scelta un poco strana, perché, se consideriamo l’episodio dell’ingresso in Gerusalemme esclusivamente secondo le coordinate storico-cronologiche in cui si è effettivamente realizzato, esso dovrebbe essere riferito al ciclo delle feste pasquali (la domenica delle palme, appunto) più che al tempo di preparazione alle feste natalizie.

Tuttavia già gli antichi Padri della Chiesa videro in questo episodio quasi una immagine profetica del ritorno di Cristo alla fine della storia, del suo incontro definitivo con il popolo della città santa.
Pertinente è dunque l’accostamento di questa pagina con il clima tipico dell’avvento, così come ci viene offerto dalla tradizione liturgica ambrosiana: infatti l’attuale progressione dei vangeli domenicali, che colloca l’ingresso di Gesù in Gerusalemme fra due domeniche (la prima e la terza) di spiccato contenuto escatologico, permette di sottolineare e di rendere al contempo più evidente la particolare angolatura con cui la liturgia legge ed interpreta questo episodio della vita di Cristo.

La terza e la quarta domenica formano invece la seconda parte dell’avvento ambrosiano e sono focalizzate sulla figura di Giovanni Battista , il profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo con la venuta di Cristo.
La sua figura infatti domina i vangeli proposti in queste due domeniche.
Dal punto di vista spirituale, il messaggio è di carattere morale: l’esigenza della conversione, del mutamento di vita, come concreta forma di preparazione per accogliere il Signore che sta per venire.

Parallelamente alla figura di Giovanni Battista, domina anche la figura del profeta Isaia, di cui la liturgia propone, in questa sezione centrale dell’avvento , numerose pagine: in esse siamo invitati a ripercorre le profezie messianiche che trovano in Cristo Signore la loro piena e completa realizzazione.

L’ultima parte dell’avvento ambrosiano comincia con il 17 dicembre: praticamente è quella che popolarmente potrebbe essere definita “novena di natale” .
Incastonata in questa novena è la sesta domenica, quella che precede immediatamente il natale e che porta il titolo di “Festa dell’Incarnazione o della divina maternità di Maria”.

In questo giorno la liturgia ci invita infatti a contemplare il grande mistero del Verbo eterno del Padre che si incarna nel grembo della Vergine, mostratasi disponibile ad accogliere la volontà di Dio che la voleva Madre del Messia.

Concludendo, possiamo dire che se “avvento” significa letteralmente “attesa di Cristo Signore”, allora l’intera vita cristiana può essere definita un lungo avvento, un’attesa orante del ritorno del Signore.

E allora – a ben guardare – le proposte spirituali dell’avvento devono diventare il nostro impegno non solo per sei o quattro settimane (in dipendenza dalla diversità del rito), ma per una vita intera.
mons. Marco Navoni
Dottore della Biblioteca Ambrosiana  

Publié dans:RITO AMBROSIANO |on 13 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

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