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Lo Sconosciuto oltre il Verbo: Considerazioni sullo Spirito Santo

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=166

Lo Sconosciuto oltre il Verbo

Considerazioni sullo Spirito Santo

di Rino Fisichella
rettore della Pontificia Università Lateranense 
 
      «Lo Sconosciuto che viene oltre il Verbo». È l’espressione più concisa con la quale un teologo dello spessore di Hans Urs von Balthasar poteva parlare dello Spirito Santo. Che lo Spirito Santo sia uno “Sconosciuto” può essere vero per almeno due motivi: il primo, di ordine teologico, è determinato dal fatto che mai come in questo caso siamo posti dinanzi al mistero. Egli è Spirito di Amore e riporta inevitabilmente alla sublimità dell’essenza stessa di Dio come l’ha rivelata Gesù Cristo. Il linguaggio umano trova forte il limite delle sue parole sempre imbrigliate all’interno di quella “gabbia” – per usare l’espressione di Ludwig Wittgenstein – che impedisce di dire ciò che costituisce l’essenza del mistero. Con ragione, quindi, i fratelli di Oriente suggeriscono che è meglio invocare lo Spirito piuttosto che parlare di lui; egli, infatti, è grazia che viene data dall’amore del Padre. Da questa prospettiva, dunque, è importante sottolineare che per avere una coerente intelligenza di questo mistero è determinante acquisire l’atteggiamento dello stupore e della ricezione silenziosa.
      Il secondo motivo è di ordine maggiormente storico e dipende dal fatto che per lungo tempo la teologia ha dimenticato di tenere fisso lo sguardo sull’intelligenza dello Spirito Santo. Ne è scaturita una teologia debole perché priva della centralità del mistero trinitario e, quindi, frammentaria nell’esposizione dei diversi misteri di cui si compone la fede. L’emarginazione del tema dello Spirito alla sola sfera della spiritualità, ad esempio, ha impedito di raggiungere una coerente teologia dei ministeri e del laicato. Il recupero del posto centrale che è dovuto agli studi sullo Spirito Santo ha permesso di verificare, in questi ultimi decenni, quanto ritardo sia stato imposto alla tabella di marcia della teologia sia nel suo corrispondere alla missione ecclesiale che le appartiene sia nel dare voce alla forza della profezia.
      Chi è, dunque, lo Spirito Santo? «Se vuoi sapere quello che deve essere il tuo pensiero intorno allo Spirito Santo, ti è necessario ritornare agli apostoli e ai Vangeli con i quali e nei quali hai certezza che Dio ha parlato» (Lo Spirito Santo, I, 9). Questo testo di Fausto, vescovo di Riez nella metà del V secolo (452/460?) permette al teologo di ritrovare il metodo corretto per balbettare qualche cosa sul mistero dello Spirito di Cristo. “Ritorna agli apostoli e ai Vangeli”. Ecco la fonte originaria della fede cristiana: la Tradizione e la Scrittura nella loro inscindibile unità e nella reciprocità piena che permette di cogliere l’unica Parola che Dio ha rivolto all’umanità (cfr. Dei Verbum 9).
      «Esaminiamo ora le nozioni correnti che abbiamo intorno allo Spirito Santo, sia quelle raccolte dalle Scritture, sia quelle che ci furono trasmesse dalla tradizione non scritta dei Padri… Lo Spirito Santo è chiamato Spirito di Dio, Spirito di verità che procede dal Padre, Spirito retto, Spirito che guida. Il suo nome più appropriato è Spirito Santo, perché questo nome indica l’essere più incorporale, più immateriale e più esente da composizione. Poiché il Signore alla samaritana persuasa che si dovesse adorare Dio in un luogo, insegnò che l’incorporeo non può essere chiuso da limiti, e le disse: “Dio è spirito”. Quindi, chi sente dire “Spirito” non può figurarsi una natura limitata, sottoposta a mutamenti e variazioni, oppure simile in tutto a cosa creata». Sono le parole di san Basilio, monaco e vescovo di Cesarea, che nel 375 scriveva il suo trattato Sullo Spirito Santo.
      Sappiamo che la Scrittura parla con preferenza dello Spirito come «ruah»: «soffio», «aria», «spirito», «vento», «respiro»… tutte realtà di cui, per dirla con le parole di Gesù, «si ode il suono, ma non sai da dove viene e dove va» (Gv 3,8); si percepisce, quindi, la sua presenza e la sua forza, ma non sappiamo dire di più, perché egli è avvolto nel mistero della vita di Dio. Il concilio di Costantinopoli nel professare: «È Signore e dà la vita», cerca di dare corpo all’insegnamento della Sacra Scrittura che pone sempre lo Spirito in relazione alla vita. Il salmista esplicita il testo della Genesi, quando attesta: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 33,6). Lo Spirito, insomma, è il soffio che esce dalla bocca di Dio e che crea ogni cosa dando vita. Il genio di Michelangelo, nell’affresco della Cappella Sistina, darà forma artistica a questo insegnamento. Il «digitus paternae dexterae» del Veni Creator, è ciò che dà la vita all’uomo e tutto sostiene (cfr. Sal 8,5). È talmente vero che, «se Dio richiamasse a sé il suo spirito e a sé ritraesse il suo soffio, ogni carne morirebbe all’istante e l’uomo ritornerebbe polvere» (Gb 34,14). In una parola, lo Spirito è la potenza e la forza di Dio, per suo mezzo tutto viene alla luce e tutto viene portato a compimento.
      Lo Spirito Santo, dunque, è protagonista di tutta la storia della salvezza. Ogni qual volta Dio interviene in mezzo al suo popolo per liberarlo e per mostrargli il compimento delle sue promesse, è sempre lo Spirito che lo accompagna. È in forza della sua potenza che vengono vinte le battaglie; alla stessa stregua, è la sua forza che trasforma gli uomini permettendo loro di adempiere la missione ricevuta. È, ancora, lo Spirito che «investe Gedeone» o che «penetra in Sansone» dando a ciascuno la forza necessaria per la vittoria. È sempre lo stesso Spirito che scende sul re, lo incorona e lo protegge perché possa regnare a nome di Dio sul suo popolo: «lo Spirito del Signore si posò sopra David da quel giorno in poi» (1Sam 16,13). 
 
      Sarà soprattutto con i profeti che la sua azione diventerà maggiormente visibile. Il profeta è l’uomo chiamato dallo Spirito di Jhwh per far ascoltare la sua voce nelle situazioni più disparate della storia. Isaia, Geremia, Ezechiele, come Amos, Osea e tutti i profeti minori, anche se non esplicitamente detto per il timore di fraintendimenti, esprimono la consapevolezza di essere stati chiamati e “rapiti” alla missione profetica dallo Spirito del Signore. Per tutti, vale l’espressione di Ezechiele: «Lo Spirito del Signore venne su di me e mi disse: parla» (Ez 11,5). Il profeta diventa possesso dello Spirito e “bocca” mediante la quale Dio fa udire la sua voce. È interessante, in proposito, osservare che alcuni Padri della Chiesa hanno voluto parlare dello Spirito come della “bocca” di Dio. Simeone il nuovo Teologo, vissuto nel 1022, così scrive nel suo libro di Etica: «La bocca di Dio è lo Spirito Santo e la sua Parola e Verbo è il suo Figlio, anch’egli Dio. Ma perché lo Spirito è chiamato bocca di Dio e il Figlio Parola e Verbo? Nella stessa maniera nella quale il discorso interiore esce dalla nostra bocca e si rivela agli altri, senza che noi possiamo pronunciarlo o manifestarlo con un altro mezzo che non sia quello della bocca, allo stesso modo il Figlio e Verbo di Dio, se non è espresso o rivelato dallo Spirito Santo come da una bocca, non può essere conosciuto né inteso».
      Lo Spirito Santo viene pienamente rivelato da Gesù Cristo. Quasi fosse un’armoniosa sintesi dell’intero Vangelo di Luca e di Giovanni, san Gregorio Nazianzeno così scrive: «Cristo nasce e lo Spirito lo precede; è battezzato e lo Spirito lo testimonia; viene messo alla prova e quello lo riconduce in Galilea; compie i miracoli e quello lo accompagna; sale al cielo e lo Spirito gli succede» (Discorsi, XXX, 29). Su Cristo, infatti, lo Spirito riposa in pienezza e ne accompagna tutta l’esistenza. Poiché Gesù possiede in pienezza lo Spirito Santo, lo può donare in abbondanza e senza misura a quanti credono in lui (Gv 7,37-39). La nuova creazione che Gesù compie, attraverso il sacrificio della sua morte e la risurrezione, diventa evidente quando egli, alitando sui discepoli raccolti nel cenacolo, infonde in loro il suo Spirito: «alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Perché la Chiesa potesse essere forte nel suo annuncio, coerente nella sua vita e capace di portare il perdono e l’amore a tutti, l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste segna l’inizio ufficiale della missione dei discepoli di Gesù davanti al mondo.
      Lo Spirito Santo è dono del Padre e del Figlio; la sua azione è sempre pienamente trinitaria in una relazionalità che forma la pericoresi perenne del donarsi reciproco, pieno e totale delle tre persone divine. «Egli prenderà del mio e ve lo annunzierà» (Gv 16,14-15). La missione dello Spirito, dunque, è portare a intelligenza ciò che Gesù ha rivelato. La rivelazione che egli compie non ha un suo contenuto proprio; questa può essere solo ciò che il Logos ha pronunciato avendolo udito presso il Padre. Ma l’intelligenza del mistero non è meno importante del contenuto. Ogni intelligenza è un’azione sempre nuova in cui la Chiesa vede e sperimenta la presenza del suo Signore che non l’ha mai abbandonata e che sempre la segue e accompagna nella storia, fino a quando non avrà raggiunto la verità nella sua pienezza. È sempre l’insegnamento di Fausto da Riez che consente di recepire questa istanza: «La nostra esistenza sembra essere riferita propriamente al Padre “nel quale” come ha detto l’Apostolo, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28); invece il nostro essere capaci di ragione, di sapienza e di giustizia è attribuito in particolare a colui che è ragione (logos), sapienza e giustizia, vale a dire al Figlio. Attraverso la Parola di Dio, poi, nella persona dello Spirito Santo sono chiaramente ascritti la nostra chiamata alla rigenerazione, il rinnovamento che ne consegue e la successiva santificazione… Forse, potreste dire: è più grande lo Spirito Santo, le cui opere sono più importanti e più nobili. Non è così… anche se le singole persone compiono qualcosa di proprio, permane nei tre il disegno di insieme» (Lo Spirito Santo, I,10).
      La Chiesa, che era già presente nel gruppo dei discepoli che per tre anni avevano seguito il Signore formando con lui una comunità, nasce in quella effusione dello Spirito che sulla croce era già stata segnata e raffigurata dallo scorrere di sangue e acqua dal costato aperto del crocifisso. Ora, nel giorno di Pentescoste, essa ha la forza di porsi nel mondo come testimone della resurrezione del Signore. E come Gesù aveva inaugurato la sua missione pubblica con la predicazione della conversione e del perdono, così anche la Chiesa ripercorrendo le stesse orme di Cristo, proclama il suo primo discorso richiamando alla conversione e alla fede nel Signore Gesù (At 2,14). La divisione di Babele frutto del peccato, viene distrutta dalla Pentecoste, riportando l’unità per mezzo dello Spirito. È lo Spirito che dà forza ai discepoli di aprire le porte sbarrate del cenacolo dove si trovavano “per paura” e immette nella missione evangelizzatrice. Ciò che emerge, tuttavia, in maniera originale, tanto da creare una discontinuità con la mentalità e la prassi ebraica, è che in Gesù lo Spirito viene dato a tutti. La visione profetica di Gioele che vedeva nel futuro l’espandersi dello Spirito profetico su tutti i figli e le figlie di Israele si attua e diventa visibile nella comunità dei credenti.
      Come lo Spirito aveva accompagnato Gesù, così ora egli accompagna la sua Chiesa. Uno sguardo alle diverse comunità e alla loro vita interna che si struttura progressivamente, mostra la sua azione onnipresente. È lui che rivela agli apostoli dove andare o non andare (At 16,6-10); è sempre lui che concede a ognuno i carismi necessari per costruire la comunità (1Cor 12,7); è lo stesso Spirito che dona ai discepoli le parole necessarie per difendersi durante i processi (Lc 12,11-12), ed è lo Spirito del Risorto che permette a Stefano di offrire la sua testimonianza suprema (At 7). È lo stesso Spirito che ispira gli autori sacri a mettere per iscritto i Vangeli e gli insegnamenti degli apostoli perché la Chiesa potesse avere nel futuro un riferimento costante per la sua vita; ed è sempre lo stesso Spirito che guida l’incessante trasmettersi di tutto ciò che non è stato scritto, ma che costituisce la fede di sempre e di tutti. È lo Spirito di verità che non viene mai meno nella storia della Chiesa; questi consente a tutti i credenti di mantenersi intatti in quel «senso della fede» (Lumen gentium,12) che permette ai più semplici di sapere in che cosa consiste la fede e che dà certezza ai suoi Pastori uniti a Pietro di interpretare il Vangelo nella verità.
      Quanto mai significative, in questo senso, risuonano le parole di uno degli ultimi autori della letteratura romana del III secolo, Novaziano: «Lo Spirito costituisce nella Chiesa i profeti, istruisce i maestri, dispone le lingue, opera i prodigi e le guarigioni, compie azioni meravigliose, concede il discernimento degli spiriti, assegna i posti di comando, suggerisce i consigli, dispone e distribuisce tutti gli altri doni; e così rende perfetta e completa la Chiesa del Signore in ogni luogo e in ogni cosa… Egli rende testimonianza a Cristo negli apostoli, mostra la fede stabile nei martiri, circonda nelle vergini la mirabile castità della carità insigne, negli altri custodisce inalterati e incontaminati i precetti della dottrina del Signore, annienta gli eretici, corregge gli infedeli, smaschera i bugiardi, frena i malvagi, custodisce la Chiesa incorrotta e inviolata nella santità della perpetua verginità e della verità» (La Trinità, 26, 10-26).   
 
      Sulla stessa lunghezza d’onda si muove san Massimo il Confessore: «Uomini, donne, ragazzi, profondamente divisi in ciò che riguarda la razza, la nazione, la lingua, la classe sociale, il lavoro, la scienza, la dignità, i beni… tutti questi la Chiesa li ricrea nello Spirito. A tutti ugualmente essa imprime una forma divina. Tutti ricevono da essa un’unica natura impossibile a romperla, una natura che non permette più che si tenga ormai conto delle molteplici e profonde differenze che li riguardano. Di qui deriva che tutti siamo uniti in una maniera veramente cattolica. Nella Chiesa, nessuno è separato dalla comunità, tutti si fondano, per così dire, gli uni negli altri, dalla forza indivisibile della fede. Cristo è, così, tutto in tutti, lui che assume tutto in lui secondo la sua forza infinita e a tutti comunica la sua bontà. Egli è come un centro a cui convergono tutte le linee. Così avviene che le creature di Dio unico, non restino più estranee e nemiche le une per le altre, per mancanza di un luogo comune dove possano manifestare la loro amicizia e la loro pace» (Mystagogia, I). Come si può osservare, attraverso i doni che vengono dati possiamo ricostruire la sublimità di colui che li dona.
      Tutta la vita della Chiesa si svolge, fino ai nostri giorni, nell’obbedienza allo Spirito del Signore. L’apostolo ricorda che nella preghiera «noi non sappiamo neppure cosa è conveniente chiedere… lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e con i suoi gemiti inesprimibili ci permette di rivolgerci a Dio e chiamarlo: Padre» (Rm 8,26 ss). È soprattutto nella liturgia che la sua opera diventa percepibile in maniera chiara, perché lì egli santifica l’intera comunità cristiana e ogni singolo credente in essa. L’eucaristia, in modo particolare, consente di vedere realizzata l’opera dello Spirito. Essa costituisce come la sintesi di tutta la vita sacramentale perché si ha la vera e reale presenza di Cristo. L’epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito Santo sulle offerte, si conferma come il centro focale in cui riconoscere la sua azione: «Manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo» rimane come l’espressione culminante per vedere concretizzata la missione dello Spirito Santo. Senza di lui, il pane e il vino restano tali, così come l’acqua del battesimo o il crisma della confermazione e gli olii per le unzioni; se egli non è presente, non vi è trasformazione alcuna nel patto di amore tra i coniugi né in quell’uomo disteso a terra in attesa che gli vengano imposte le mani per il sacerdozio; se egli non viene invocato, nessun peccato può essere rimesso a colui che chiede perdono. La grandezza dello Spirito Santo, in tutta l’azione liturgica, si manifesta nell’obbedienza che egli pone alle parole del ministro che lo invoca perché venga a trasformare la materia del sacramento. In qualche modo, è possibile vedere quasi una “kenosi” dello Spirito (Hans Urs von Balthasar), non solo perché obbedisce alle parole del ministro, ma ancora di più perché si rende visibile nella sua Chiesa anche nella forma dell’Istituzione.
      La vita teologale è opera dello Spirito. Dove si crede, spera ed ama là egli opera permettendo di compiere un lento, ma progressivo cammino verso l’identificazione piena del volto che deve ricevere la nostra obbedienza della fede, la certezza della speranza e la passione dell’amore. Con ragione, san Tommaso poteva sostenere che «omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est» (Summa Theologica, II, 109, 1 ad 1). I semi del Logos sono piantati in ognuno per l’azione del suo Spirito; la maturazione necessaria che richiede l’attesa per i tempi dello Spirito obbliga alla pazienza e al rispetto, senza intraprendere strade che potrebbero manifestare un pio desiderio umano ma non necessariamente una spinta propulsiva dello Spirito. Questo tema che apre in modo particolare al dialogo interreligioso permette di ribadire l’impegno che il teologo è tenuto ad assumere in sé in quanto soggetto ecclesiale. Lo Spirito “soffia dove vuole” è freschezza di una giovinezza perenne della Sposa che sempre e dovunque è chiamata a seguire le strade dello Spirito. Lui indica le terre e segna i ritmi dei tempi: a lui si deve guardare e lui si deve ascoltare perché possiamo essere ancora segni di una speranza che non è mai venuta meno.
      «Sine tuo numine nihil est in homine, nihil est innoxium». Questa visione della fede, lontano dal rendere passiva l’azione del credente, apre alla libera obbedienza che sa fare della testimonianza cristiana il frutto più genuino di un’esistenza vissuta nell’ entusiasmo, cioè mossa dallo Spirito che dà vita.   

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