Archive pour la catégorie 'RACCONTI SIMPATICI'

Le Preghiere sulla strada

dal sito:

http://win.gesurisorto.it/css/preghiere/singolapreghierastrada.asp?id=4&tabella=strada

Le Preghiere sulla strada

di Renzo Bellanti
 
Non c’è nessuno oggi per la strada. In quest’ora di sole pomeridiano non si sente altro rumore che quello dei miei passi. È un po’ strano, Signore, tutto questo silenzio entro uno scenario solitamente tanto rumoroso. Penso che queste ore siano, in qualche modo, il tempo sabatico delle nostre strade, in cui la città riposa dal rumore, dal traffico e dalla quotidiana impazienza dei suoi abitanti. Da questo punto di vista la quiete comincia a piacermi. Sa di preghiera, come l’antico riposo che esprimeva il sospiro della terra sottratta al lavoro umano per essere affidata, di nuovo, a Te, suo Creatore. Questo ritrovato silenzio è, forse, la lode delle case, dei muri e dei tetti; delle terrazze e dei balconi; delle porte e delle finestre, serrate per conservare inviolati gli spazi degli uomini. È anche la voce dei lampioni spenti e dei gerani assetati; dell’asfalto rovente e degli alberi che lo ingentiliscono con le loro ombre invitanti.
Appunto da una di queste ombre un cane mi guarda con grandi occhi umidi e tristi. Probabilmente è stato abbandonato, certamente è un randagio. Può darsi che aspetti un cartoccio d’avanzi, ma forse, guardando meglio, ha solo voglia di non muoversi e spera che io non lo disturbi costringendolo a cercare un altro posto.
Mi colpisce, Signore, un pensiero che viene da Te, dalla tua Parola: <> (Rm 8,21).
Ecco, ora ci siamo: gli occhi del cane esprimono quest’attesa che viene da lontano. Essi vanno oltre il bisogno immediato. Sono una preghiera, carica del dolore antico di tutta la creazione, rivolta a Te, ma anche un po’ a me, anzi a tutti gli uomini a cui Tu avevi affidato la terra. Noi dovevamo lavorarla e custodirla facendone il luogo dell’incontro con Te. Le altre creature ci avrebbero aiutato pacificamente e ci avrebbero tenuto dolce compagnia. Le cose, lo sai, non sono andate così.
Ma c’è la tua promessa. Per questo le creature attendono e ci guardano. Comincio a sentirmi a disagio, Signore, al pensiero che questo povero randagio mi sta scrutando, con silenziosa impazienza, sperando di vedere in me l’uomo della creazione nuova. Forse sono soltanto fantasie estive, forse il cane spera unicamente che non lo disturbi e non lo scacci dal suo posto ombreggiato. Può darsi. Però il lupo di Gubbio, quando vide il volto mite e sorridente di Francesco, sentì affiorare, dal profondo del suo essere, la speranza oscura di riscatto che generazioni e generazioni di animali famelici avevano trasmesso a lui con il sangue. Credeva di odiare gli uomini ma, quando vide Te in Francesco, fece con essi un patto che scavalcava la violenza, la paura ed era profezia. Ma che cosa vede in me questo randagio, Signore, che cosa?
Sono contento, ora, di non aver nulla in mano, nulla da offrire. Perché se avessi avuto qualcosa mi sarei sentito subito generoso, buono, padrone della situazione e lo sguardo del cane non avrebbe potuto interrogarmi così all’improvviso, un po’ come il tuo ha interrogato Pietro quando, spintonato dalle guardie, ti sei voltato a guardarlo, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote, la notte della tua Passione.
Perdonami questo paragone; volevo solo dire che, anche attraverso gli occhi di questo povero animale, sei ancora Tu che mi sorprendi scoccando, come una freccia, la tua domanda silenziosa. e, mentre cerco d’allontanarmi pian piano smorzando il rumore dei passi, la consapevolezza di doverti una risposta mi brucia dentro come una ferita.
 
Gli occhi umidi e tristi
del randagio sulla via
cercano, forse, l’uomo
della Creazione nuova
che non lo scaccerà.

Publié dans:ANIMALI, RACCONTI SIMPATICI |on 18 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

Si chiamava Traccia di Dio.

dal sito:

http://www.letturegiovani.it/semprenatale/Natale/traccia%20di%20Dio.htm

Montserrat del Amo

Si chiamava Traccia di Dio. Così lo aveva segnato San Michele, capitano di tutti gli angeli, alla fine della sua lista. Perché San Michele ha dovuto fare una lista con gli angeli fedeli, e stringere le file del suo esercito per non far notare il buco che avevano lasciato gli angeli cattivi.
A ciascuno diede il suo nome, cominciando da Gabriele, l’angelo che Dio aveva creato per annunciare al mondo la notizia più importante, poi segnò Raffaele che doveva accompagnare Tobia, quello del viaggio, che da allora si sarebbe fatto carico di condurre sani e salvi tutti i viaggiatori.
E così fu posto a ciascuno il proprio nome, finché non rimase che uno: un angelo piccolino che non sapeva quasi volare.
San Michele aveva incaricato un angelo grande e forte, che si chiamava Fortezza di Dio, che gli insegnasse, ma tutto fu inutile. Lui sapeva volare solo nella scia luminosa che lasciava Dio al suo passare, una stradina di luce! Sì, sì, l’angelo piccolino spiegava le sue ali e volava sorridendo felice. Ma appena si distraeva un po’ e usciva dalla traccia di Dio, oppure quando ritardava troppo e perdeva la luce, sentiva un peso di piombo sulle ali, e cominciava a cadere e cadere, finché qualche angelo non lo raccoglieva e lo rimetteva sul sentiero dove l’angelo piccolino volava felice sentendosi sicuro come un bambino nella culla.
Per questo quando Capitan San Michele finì la sua lunga lista di nomi di tutti gli angeli, scrisse l’ultimo: Traccia di Dio, affinché così si chiamasse da ora in poi l’angelo piccolino.
E disse San Michele: «Fai attenzione, Traccia di Dio, non ti allontanare dalle sue orme perché Dio sta per creare il mondo e gli uomini ci daranno molto lavoro e se tu cadi forse non potrò mandare nessun angelo a raccoglierti».
E San Michele guardava con compassione Traccia di Dio, pensando che ne sarebbe stato dell’angelo piccolino perduto nello spazio. Un angelo piccolino che non sapeva neanche volare.
Traccia di Dio rispose di sì, che sarebbe stato attento e da allora seguì Dio da tutte le parti molto da vicino, senza distrarsi neanche un momento per non perdere il sentiero di luce che lasciava al suo passare.
Per questo vide molto bene come Dio creò, il primo giorno, il cielo e la terra, che erano all’inizio solo un mucchio di fango scuro; e Dio disse: «Sia la luce».
E dopo divise la luce dalle tenebre, e chiamò giorno la luce e notte le tenebre.
Traccia di Dio guardava tutto, molto sbalordito e ripeteva a bassa voce le nuove parole che Dio pronunciava, e diceva sottovoce:
«Giorno… giorno… giorno… giorno».
E dopo: «Notte… notte… notte… notte».
Per non dimenticarle, giacché erano parole molto belle.
Era così occupato con queste cose che rimase un po’ arretrato, non lo raggiungeva del tutto la luce delle orme divine.
Inciampò nell’aria perché gli si imbrigliarono le ali maldestre.
Ebbe paura di cadere, sarebbe stato terribile, perché tutti gli angeli stavano guardando il creato e nessuno si sarebbe preoccupato di raccoglierlo. Fece uno sforzo e mosse le ali.
Quando arrivò vicino a Dio, cominciò il secondo giorno. La voce divina diceva: «Che si faccia il firmamento in mezzo alle acque». Il firmamento lo chiamò cielo.
Traccia di Dio cominciò a dire: «Cielo… cielo».
Saggezza di Dio, un angelo molto svelto che gli stava vicino, gli disse molto arrabbiato di stare zitto perché disturbava tutti, e che non c’era bisogno di ripetere tante volte la parola cielo, perché era molto facile da imparare.
San Michele domandò che cosa stesse succedendo e, pur facendo zittire Traccia di Dio, non lo rimproverò perché, in fin dei conti, era il più piccolo di tutti gli angeli e bisognava aver pazienza con lui.
Se ne andò, muovendo lentamente le ali, e pensando che un angioletto così maldestro sarebbe servito a poco. Intanto cominciò il terzo giorno, perché nel cielo i giorni passano veloci come un pomeriggio di vacanza.
Dio disse:
«Che si uniscano in un solo punto le acque che sono sotto il cielo e compaia l’asciutto».
Chiamò l’asciutto terra e le acque riunite mare. Fece nascere l’erba, le piante e gli alberi.
Dio mise in ogni frutto i semi, perché più tardi si potessero seminare, così che quando fossero marciti quelli che aveva creato ne nascessero dei nuovi. Traccia di Dio era sbalordito e pensava che altro avrebbe potuto creare Dio nei giorni successivi, visto che le cose già fatte erano così belle. E volava impaziente aspettando che cominciasse il quarto giorno.
Dio disse:
«Che ci siano stelle nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte e servano come segno al tempo, ai giorni e agli anni. Splendano in cielo ed illuminino la terra».
Traccia di Dio capiva tutto molto bene, dato che nei giorni precedenti aveva imparato le parole, per questo sapeva che cosa erano la terra, il cielo, il giorno e la notte. Vide come Dio creò il sole, tanto grande e luminoso che solo Dio poteva guardarlo senza abbagliarsi e toccarlo senza bruciarsi.
Quindi creò la luna, più piccola, bianca e giocherellona come una palla, che sembrava a volte divertirsi nascondendosi nella notte. Dio fece anche le stelle- migliaia! – che uscivano bellissime dalle sue mani, piene di luce.
Alcune erano bianche, molto bianche e piccole. Altre colorate. Tutti gli angeli lavoravano sistemando le stelle dove Dio indicava loro. Tutti volavano da un posto all’altro e si poteva seguire il loro volo per la scia luminosa che lasciavano le stelle nella notte. La loro luce riempiva il cielo, facendolo sembrare la Piazza Grande in una notte di fuochi artificiali.
Tutti gli angeli volavano sistemando le stelle, meno Traccia di Dio, perché San Michele gli aveva detto di non muoversi, giacché si poteva perdere tra tanta confusione, e sarebbe stato difficile cercarlo tra tante cose che Dio aveva creato.
Da una parte c’era San Raffaele indaffarato a sistemare in modo ben visibile la Stella Polare, quella che indica sempre il Nord, perché guidasse i naviganti. Da un’altra parte c’era Fortezza di Dio, con una stella così grande che nessun angelo aveva potuto muovere, mentre lui la trasportava senza alcuno sforzo.
Saggezza di Dio, come una guardia nella confusione celestiale, dirigeva il traffico in modo tale che nessuno si scontrasse.
Migliaia di angeli andavano e venivano e quando vedevano Traccia di Dio con le ali piegate, sorridevano con un poco di compassione, pensando: «Non servirà mai a granché un angelo che neppure sa volar bene!».
Traccia di Dio non si rendeva conto delle burle, perché aveva solo tempo per guardare, con gli occhi ben aperti, una così fantastica festa di luce.
In un attimo le stelle furono tutte al loro posto. Il cielo era diventato bellissimo. Tutti gli angeli si giravano verso Dio per lodarlo.
Ed allora si resero conto che non avevano ancora finito, mancava ancora una stella da sistemare. Era una stella bianca, non molto grande, e Dio la teneva nella sua mano destra. Gli angeli cominciarono a domandarsi dove Dio l’avrebbe collocata, visto che il cielo era pieno ed esse erano così ben sistemate che sembrava impossibile trovare il posto per una in più.
Un angelo disse: «Quella stella avanza, bisognerà buttarla via».
E un altro: «Sicuramente ne è stata fatta una in più».
Dio, in silenzio, abbassò la mano destra, accanto a Lui stava Traccia di Dio che lo guardava imbambolato. Dio si chinò ancora e gli consegnò la stella, Traccia di Dio la prese con moltissima cura per paura di farla cadere. Pensò che doveva reggerla solo per un momento, mentre Dio diceva ad un angelo molto più sveglio, più bello e più forte di lui, di sistemarla; ma Dio non disse niente, vide che era tutto a posto e così finì il quarto giorno.
La stella non era molto grande, ma Traccia di Dio era così piccolo che, così in piedi come stava, quasi non la poteva reggere. Era necessario reggerla con più sicurezza. Che cosa avrebbe detto San Michele, se l’avesse lasciata cadere? Cominciò a piegarsi, piegarsi fino a rimanere seduto con le gambe stese e la stella sulle ginocchia. Ecco! Molto bene! Sentiva un bel calduccio molto gradevole ed una grande luce. Poteva appena vedere qualcosa, perché la stella glielo impediva, ma non gli importava nulla perché stava compiendo un incarico di Dio.
Il quinto giorno Dio andò a creare i pesci e Traccia di Dio non poté seguirlo, perché la stella pesava molto e gli fu impossibile alzarsi. Di sera gli altri angeli vennero a raccontargli come erano i pesci, gli uccelli e il giorno dopo gli animali.
Da ultimo gli dissero come era fatto l’uomo, ad immagine e somiglianza di Dio, ma non gli davano spiegazioni in più e Traccia di Dio non riusciva ad immaginarselo.
Il settimo giorno del mondo fu riposo per tutti e Traccia di Dio fece un riposino con la testa appoggiata sulla stella.
Aveva ragione Capitan San Michele. Tutti gli uomini cominciarono a dare molto lavoro. Erano ribelli e disubbidivano a Dio; orgogliosi, volevano eguagliarlo. E poiché questo non era possibile, Dio, con molto dispiacere, perché vi si era affezionato, dovette castigarli. Però subito promise loro un Salvatore che sarebbe nato, vissuto e morto fra di loro per redimerli. Affinché gli uomini non dimenticassero la promessa, mandò di tanto in tanto i suoi angeli per ricordarglielo e, in molte occasioni, anche per aiutarli.
E diede ad ogni uomo un Angelo Custode, messaggero tra Dio e l’uomo.
San Michele prese la sua lista e fece una croce vicino al nome di ogni angelo che era stato nominato guardiano degli uomini. E vicino al nome scrisse giorno ed ora in cui dovevano essere mandati sulla terra. Una copia di questa lista fu data ad un angelo chiamato Provvidenza di Dio, perché ricordasse ad ognuno quando doveva incominciare a volare.
Così si cominciò ad andare e venire dal cielo alla terra e dalla terra al cielo; si poteva sentire a tutte le ore il volo dei santi angeli. Tutti erano molto indaffarati e nessuno badava a Traccia di Dio che stava lì, seduto dall’inizio del mondo con la sua stella tra le braccia, fermo fermo per non farla cadere.
Traccia di Dio non si annoiava. Guardava per quel che poteva al di sopra della sua stella ed ascoltava le parole che dicevano gli angeli quando passavano. A forza di vederlo così, nessuno più lo chiamava Traccia di Dio, ma « Il Seduto ». E così dimenticarono il suo vero nome.
Un giorno un angelo era andato, per incarico di Dio, sulla terra a dipingere per la prima volta l’arcobaleno. Era un incarico molto importante, poiché lo dipinse senza riga né compasso in mezzo alla pioggia, attento che i colori non si macchiassero mischiandosi gli uni con gli altri e rifinendolo fin quasi a sfiorare gli alberi. Il risultato fu che mentre l’angelo, che si chiamava Bellezza di Dio, dava gli ultimi ritocchi, un uccellino si imbrigliò nelle sue ali e, poiché aveva fretta di finire l’arcobaleno e vedere come era venuto, non si occupò dell’uccellino, che salì con lui, sulle ali dell’angelo, fino al cielo.
Bellezza di Dio passò vicino al Seduto che non aveva mai visto un uccello. E l’angelo, al vederlo, disse: «Bellezza di Dio, che bel fiore hai portato dalla terra!».
Bellezza di Dio gli spiegò che non era un fiore, ma un uccello di quelli che Dio aveva creato il quinto giorno, che poteva volare come gli angeli e che sapeva anche cantare.
Sbrogliò l’uccellino dalle piume delle sue ali e lo diede al Seduto.
«Tieni».
Il Seduto rimase stupito di come volava bene.
Bellezza di Dio gli raccontò allora molte cose che aveva visto sulla terra e gli disegnò perfino un piccolo arcobaleno con i colori che gli erano avanzati. Il Seduto ascoltava con tanta attenzione che era un piacere raccontargli storie; da quel momento tutti gli angeli che arrivavano dalla terra presero l’abitudine di fermarsi per un momento vicino a lui.
E così seppe come uscì il popolo di Dio dall’Egitto, come fu condotto per il deserto fino alla Terra Promessa e come suonava profonda e grave la voce dei profeti.
Il Seduto ascoltava meravigliato le storie della terra e gli sembrava che gli altri angeli fossero molto svegli e coraggiosi.
Mai lui si sarebbe fidato di entrare in un forno infuocato per rinfrescare con il vento delle sue ali i tre giovani che quel re Nabucodonosor – dal nome così difficile – aveva fatto buttare dentro per non aver voluto adorare un suo idolo.
E meno ancora avrebbe avuto il coraggio di scendere nella fossa dei leoni per chiudere con le proprie mani la loro bocca affinché non facessero del male al profeta Daniele.
Era stata una fortuna che Dio gli avesse dato un incarico così facile come quello di sorvegliare una stella; perché così seduto come era non c’era pericolo che gli cadesse e Dio poteva venire a riprendersela quando voleva.
Il Seduto era contento.
Passarono così i secoli ed arrivò il tempo della Grande Promessa.
Tutto era preparato benissimo. Capitan San Michele aveva mandato un angelo perché curasse il muschio e la paglia che sarebbero servite per la culla del Bambino Gesù; in modo che crescesse molto fine e dorata ed il muschio molto verde e fresco.
Aveva cercato anche un bue ed un asinello perché con il loro alito riscaldassero la stalla, l’asina la scelse grigia come l’argento, il bue marrone come la cioccolata.
Gli angeli dovevano cantare «Gloria a Dio nell’alto dei Cieli»; ormai provavano da mesi e da tutti gli angoli dei cieli si poteva sentire una così bella canzone.
Fu così che il Seduto venne a conoscenza di quello che stava per accadere.
Perché negli ultimi tempi gli angeli erano così occupati che non si fermavano più a raccontargli qualcosa, pensavano che non potevano perdere tempo a raccontargli qualcosa, pensavano che non potevano perdere il loro tempo con un angelo così imbranato del quale Dio sembrava essersi dimenticato.
Arrivò finalmente il 24 dicembre e quello doveva essere il primo Natale del mondo. Una lunga fila di angeli cantanti erano pronti a prendere il volo con le loro ali piene di luce e le bocche piene di allegria che non si potevano far tacere più a lungo.
Come accade quando dobbiamo fare una sorpresa alla mamma e si riesce a tacere solo per un po’, ma poi si finisce per raccontarlo perché ci scappa, così gli angeli stavano aspettando il segnale di Dio, perché la notizia che portavano era la migliore di tutti i tempi e la loro allegria scappava nella loro canzone.
E Capitan San Michele doveva continuamente farli tacere. Perché tutti quegli angeli dovevano annunciare ai pastori che era nato il Figlio di Dio. Dio disse che tutto questo andava molto bene, ma che però mancava ancora qualcosa.
Capitan San Michele diventò rosso, tutti gli angeli lo guardavano con rimprovero. Come aveva potuto dimenticare qualcosa in una notte così importante?
Nascondendo le mani contò con le dita: il presepe, la paglia, l’asino ed il bue, gli angeli cantori… Quattro cose. Cos’altro poteva mancare? Mancava la stella!
La stella dei Re Magi! Quella stella che doveva essere mandata molto lontano perché guidasse i santi Re Magi fino alla stalla!
Capitan san Michele organizzò tutto in un momento: chiamò Bellezza di Dio perché scegliesse la stella più bella di tutte, Sapienza di Dio perché pensasse che strada seguire per andare a prenderla, Fortezza di Dio perché la portasse.
Ma in verità Dio già da molto tempo aveva creato una stella speciale per questo evento.
«Una stella senza uso?».
Sì, questa era: una stella nuova del tutto!
San Michele, guidato da Raffaele e seguito dai tre angeli, Bellezza di Dio, Saggezza di Dio e Fortezza di Dio, andò verso il luogo dove si conservavano le cose nuove.
C’erano molte piante, fuoco, nubi e luci bellissime, ma non c’era alcuna stella.
Tornarono avviliti, a testa bassa, al cospetto di Dio.
Sì, lui aveva creato una stella per inaugurarla in quel momento e l’aveva data ad un angelo perché la conservasse.
«Ad un angelo? A quale angelo?».
San Michele cercò la sua lista. La portava sempre con sé, conservata tra l’armatura e la cintura della spada. Si affrettava tanto, ma non la trovò. Continuò a cercarla in tutte le tasche… ma niente!
Gli era caduta nel posto delle cose nuove, mentre alzava con l’aiuto di Forza di Dio una nuvola molto grande per vedere se sotto c’era qualche stella. Ordine di Dio, un angelo che era incaricato che tutto fosse sempre molto pulito ed ordinato, aveva appena trovato la lista e veniva in volo per darla a San Michele.
La lista era sgualcita, vecchia, piena di pieghe, a forza di tirarla fuori, conservarla e guardarla in continuazione; come si chiamava l’angelo? Dio che tutto sa: si chiamava Traccia di Dio.
San Michele cominciò a scorrere la lista con il dito, ma tardò moltissimo nel trovarlo, poiché era l’ultimo di tutti. C’era scritto « Traccia di Dio », ma a lato non era segnato niente; doveva trattarsi di un angelo che non era mai sceso sulla terra. Pensò: «Ma dove si sarà cacciato questo Traccia di Dio che non ricordo neppure?».
Stava ancora cercando di ricordare quando Saggezza di Dio si avvicinò e gli disse delle parole all’orecchio. San Michele rallegrò il viso e rispose: «Ah, sì. Ora ricordo! È il Seduto».
Dio, al sentirlo, sorrise. Si diressero tutti dove era Traccia di Dio, seduto con la sua stella sulle ginocchia dall’inizio del mondo.
Prima c’erano gli angeli cantanti, dietro tutti gli altri angeli, dopo seguivano Michele, Gabriele e Raffaele che sono come i principi degli angeli. Siccome era un’occasione molto solenne, Capitan San Michele aveva sguainato la sua spada che brillava piena di luce. Da ultimo c’era Dio.
Il Seduto, guardando al di sopra della stella, li vide arrivare e pensò che era arrivata la grande Notte, che era una fortuna che passassero così vicino che lui poteva vedere tutto senza perdere un dettaglio. Quello che non poteva minimamente immaginare era che Dio e tutti gli angeli venivano a cercare lui.
Pensò che stando seduto li potesse intralciare e cercò di spostarsi. Ma per poco non gli cadde la stella, cosicché rimase fermo e continuò a reggere la stella sulle ginocchia.
Arrivarono i cantori e tutti gli angeli gli si fermarono attorno.
Traccia di Dio era sempre più meravigliato.
Quando arrivò, Dio lo guardò e gli sorrise così come nel quarto giorno del creato, quando gli aveva dato la stella con la sua mano destra.
San Michele gli disse: «Senti, Seduto». Ma si interruppe immediatamente, giacché pensò che non era corretto chiamarlo con un nomignolo davanti a Dio, e cominciò di nuovo: «Senti, Traccia di Dio, quella stella che tu custodisci è stata fatta per annunciare ai santi Re Magi la nascita del Bambino Gesù; questa notte devi dirigerti verso oriente portando con te la stella».
In quel momento Raffaele lo interruppe e cominciò a spiegare a Traccia di Dio su di una grande mappa dove doveva dirigersi. Fortezza di Dio gli disse come doveva portare la stella e Bellezza di Dio gli spiegò come doveva tenere la stella in modo che la scia luminosa fosse più bella possibile.
Traccia di Dio non capiva niente, non sapeva come compiere l’incarico e poi – ricordò San Michele – aveva imparato appena a volare ed era seduto da tanto tempo che l’avrebbe fatto ancora peggio…
Si sarebbe dovuto mandare qualcun’altro. Dio intanto si era avvicinato al piccolo angelo e lo guardava. Traccia di Dio, al quale la stella non pesava più, si alzò. Dio gli fece un segno con la mano e Traccia di Dio vide che una strada di luce gli si apriva di fronte nello spazio. Mosse le ali. Prima in modo goffo, poi con forza… volava!
Poiché era rimasto seduto migliaia di secoli senza muoversi, gli era caduta addosso tutta la polvere del cielo, che è una polvere di luce ed ora, con il battere delle ali, la spargeva nella notte, disegnando una scia luminosa.
Gli angeli erano meravigliati. E così andò, volando volando lungo il cammino indicatogli da Dio. Portava la stella sulle sue mani stese e lasciava al passaggio una coda di luce.
I santi Re, nel loro palazzo, guardavano le stelle ed uno di loro disse, indicando quella che Traccia di Dio portava nelle mani: «Guardate! Il segnale! È nato il Figlio di Dio!».
E Traccia di Dio, pieno di gioia, si mise a ridere.


Scritto a Madrid con il pensiero fisso ad uno spettacolo al quale
avrei voluto assistere. Primavera 1958
*Titolo originale dell’opera: Rastro de Dios,
© Montserrat del Amo, Ediciones SM, Madrid, 1981

Publié dans:RACCONTI SIMPATICI |on 17 février, 2011 |Pas de commentaires »

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