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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9)

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2). Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfr Lc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29). È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.

La nostra testimonianza Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione. Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera. Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana. Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole. Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Dal Vaticano, 26 dicembre 2013

Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire 

FRANCESCO

Publié dans:PAPA FRANCESCO, quaresima |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »

LA QUARESIMA NELLA STORIA

 http://www.lachiesa.it/liturgia/ml_quaresimastoria.html

LA QUARESIMA NELLA STORIA

1 – Quaresima e anno liturgico

2 – Origine della quaresima>

3 – La celebrazione della quaresima oggi

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1Quaresima e anno liturgico

L’anno liturgico è la celebrazione dell’opera di salvezza di Cristo che viene realizzata mediante una commemorazione sacra (o memoriale) in giorni determinati, nel corso dell’anno. La liturgia dilata, nel tempo degli uomini, il mistero della salvezza. La Chiesa, quindi, mediante la liturgia, continua ad attuare, nei suoi tempi e con i suoi riti, le azioni di salvezza operate da Gesù. L’anno liturgico non è dunque una serie di idee o di feste, ma è una persona, Gesù Cristo, risorto, il cui dono di salvezza viene offerto e comunicato nei diversi aspetti sacramentali che caratterizzano lo svolgersi del calendario cristiano. L’amore di Dio per la salvezza dell’uomo viene così reso attuale nell’oggi della Chiesa e dell’umanità. Centro e riferimento assoluto e indispensabile di tutto l’anno liturgico è quindi il mistero pasquale della passione, morte, risurrezione e ascensione del Signore Gesù. I primi cristiani non conobbero altra festa liturgica che quella della domenica: il giorno della celebrazione del Cristo vivo. Per questo motivo la domenica è considerata la « festa primordiale ». Solo dopo il II secolo si riscontrano testimonianze riguardanti la speciale celebrazione della risurrezione di Cristo in una Domenica prefissata. Tutto l’anno liturgico ruota dunque intorno alla celebrazione pasquale domenicale e annuale.      Pertanto la quaresima è quel tempo liturgico durante il quale il cristiano si dispone, attraverso un cammino di conversione e purificazione, a vivere in pienezza il mistero della risurrezione di Cristo nella sua memoria annuale.

2 – Origine della quaresima  Non si sa con certezza dove, per mezzo di chi e come sia sorto questo periodo di tempo che i cristiani dedicano per la preparazione alla pasqua. Sappiamo soltanto che ha avuto uno sviluppo lento e progressivo. Per praticità espositiva possiamo distinguere in maniera sintetica sei periodi corrispondenti ad altrettante prassi liturgiche. Il digiuno del Venerdì e del Sabato santo (fino al II secolo) Nella chiesa primitiva la celebrazione della pasqua era anticipata da uno o due giorni di digiuno. Comunque tale digiuno sembra fosse orientato non tanto alla celebrazione pasquale quanto all’amministrazione del battesimo che pian piano veniva riservata alla veglia pasquale. La prassi del digiuno era indirizzata innanzitutto ai catecumeni e poi estesa al ministro del battesimo e a tutta la comunità ecclesiale. Tale digiuno non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo. Una settimana di preparazione (III secolo) In questo periodo a Roma la Domenica precedente la pasqua era denominata « Domenica di passione » e nel Venerdì e Mercoledì di questa stessa settimana non si celebrava l’eucaristia. L’estensione del digiuno per tutta la settimana precedente la pasqua è certa solamente per la Chiesa di Alessandria. Tre settimane di preparazione (IV secolo) Di tale consuetudine è testimone uno storico del V secolo, Socrate. Durante queste tre settimane si proclamava il vangelo di Giovanni. La lettura di questo testo è giustificata dal fatto che esso è ricco di brani che si riferiscono alla prossimità della pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme. Sei settimane di preparazione (verso la fine del IV secolo) Questa preparazione prolungata fu motivata dalla prassi penitenziale. Coloro che desideravano essere riconciliati con Dio e con la Chiesa iniziavano il loro cammino di preparazione nella prima di queste Domeniche (più tardi verrà anticipata al Mercoledì immediatamente precedente) e veniva concluso la mattina del Giovedì santo, giorno in cui ottenevano la riconciliazione. In tal modo i penitenti si sottoponevano a un periodo di preparazione che durava quaranta giorni. Da qui il termine latino Quadragesima. I penitenti intraprendevano questo cammino attraverso l’imposizione delle ceneri e l’utilizzazione di un abito di sacco in segno della propria contrizione e del proprio impegno ascetico. Ulteriore prolungamento: il Mercoledì delle ceneri (verso la fine del V secolo) Verso la fine del V secolo, ha inizio la celebrazione del Mercoledì e del Venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunge a imporre le ceneri ai penitenti il Mercoledì di questa settimana antecedente la prima Domenica di quaresima, rito che verrà poi esteso a tutti i cristiani. A partire da questa fase incominciano a delinearsi anche le antiche tappe del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne veglia del Sabato santo; infatti questo tempo battesimale si integrava con il tempo di preparazione dei penitenti alla riconciliazione del Giovedì santo. Fu così che anche i semplici fedeli – ovvero quanti non erano catecumeni né pubblici penitenti – vennero associati a questo intenso cammino di ascesi e di penitenza per poter giungere alle celebrazioni pasquali con l’animo disposto a una più autentica partecipazione. Sette settimane di preparazione (VI secolo) Nel corso del VI secolo, tutta la settimana che precede la prima Domenica di quaresima è dedicata alla celebrazione pasquale La Domenica con cui ha inizio viene chiamata Quinquagesima perché è il cinquantesimo giorno prima di pasqua. Tra il VI e il VII secolo si costituì un ulteriore prolungamento con altre due Domeniche. La tendenza ad anticipare il tempo forte della quaresima ne svigorisce in qualche modo la peculiarità. In sintesi: allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccatori che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di Pasqua.

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Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2013: « Credere nella carità suscita carità »

http://www.zenit.org/article-35411?l=italian

« CREDERE NELLA CARITÀ SUSCITA CARITÀ »

Testo integrale del Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2013

CITTA’ DEL VATICANO, Friday, 1 February 2013 (Zenit.org).
Presentiamo di seguito il testo completo del Messaggio di papa Benedetto XVI per la Quaresima 2013, che è stato presentato questa mattina. Il tema è: Credere nella carità suscita carità – «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16).
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Cari fratelli e sorelle,
la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
 1. La fede come risposta all’amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva… Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell’amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai « concluso » e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell’«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore – «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! … La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore. Esso è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
 2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all’amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
 3. L’indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l’atteggiamento di chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall’Amore e tende all’Amore. L’amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l’annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell’Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l’iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all’azione dell’unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l’Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l’Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall’umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!
Dal Vaticano, 15 ottobre 2012
BENEDICTUS PP. XVI

quarta predica di quaresima di Padre Raniero Cantalamessa: « Un amore fattivo. La Rilevanza sociale del Vangelo »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26352?l=italian

QUARTA PREDICA DI QUARESIMA DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA

« Un amore fattivo. La Rilevanza sociale del Vangelo »

ROMA, venerdì, 15 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della quarta e ultima predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia, pronunciata questo venerdì mattina nella Cappella “Redemptoris Mater” alla presenza di Papa Benedetto XVI.
Il tema delle meditazioni quaresimali è stato “Al di sopra di tutto vi sia la carità” (Colossesi 3, 14).
La prediche precedenti sono state tenute il 25 marzo, il 1° e l’8 aprile.

* * *
1. L’esercizio della carità
Nell’ultima meditazione abbiamo imparato da Paolo che l’amore cristiano deve essere sincero; in quest’ultima meditazione impariamo da Giovanni che esso deve essere anche fattivo: “ Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità” ( 1Gv 3, 16-18). Ritroviamo lo stesso insegnamento, in forma più colorita, nella Lettera di Giacomo: “ Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ‘Andate in pace, scaldatevi e saziatevi’, ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve?” (Gc 2, 16).
Nella comunità primitiva di Gerusalemme questa esigenza si traduce in condivisione. Dei primi cristiani si dice che “vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (Atti 2,45), ma a spingerli a ciò non era un ideale di povertà, ma di carità; lo scopo non era di essere tutti poveri, ma che non ci fosse tra loro “alcun bisognoso” (Atti 4, 34). La necessità di tradurre l’amore in gesti concreti di carità non è estranea neppure all’apostolo Paolo che, abbiamo visto, insiste tanto sull’amore del cuore. Lo dimostra l’importanza che da alle collette a favore dei poveri, a cui dedica due interi capitoli della sua Seconda Lettera ai Corinzi (cf. 2 Cor 8-9).
La Chiesa apostolica non fa, su ciò, che raccogliere l’insegnamento e l’esempio del Maestro la cui compassione per i poveri, i malati e gli affamati non restava mai un vuoto sentimento ma si traduceva sempre in aiuto concreto e che fatto di questi gesti concreti di carità la materia del giudizio finale (cf. Mt 25).
Gli storici della Chiesa vedono in questo spirito di solidarietà fraterna uno dei fattori principali della “Missione e propagazione del cristianesimo nei primi tre secoli”[1]. Esso si tradusse in iniziative – e più tardi in istituzioni – apposite per la cura degli infermi, sostegno alle vedove e agli orfani, aiuto ai carcerati, mense per i poveri, assistenza ai forestieri…Di questo aspetto della carità cristiana, nella storia e nell’oggi, si occupa la seconda parte dell’enciclica di papa Benedetto XVI “Deus caritas est” e, in maniera permanente, il Pontificio Consiglio “Cor Unum”.
2. L’emergenza del problema sociale
L’epoca moderna, soprattutto l’Ottocento, ha segnato su ciò una svolta, portando alla ribalta il problema sociale. Non basta provvedere caso per caso al bisogno dei poveri e degli oppressi, occorre agire sulle strutture che creano i poveri e gli oppressi. Che si tratti di un terreno nuovo, almeno nella sua tematizzazione, lo si deduce dal titolo stesso e dalle prime parole dell’enciclica di Leone XIII “Rerum novarum” del 15 maggio 1981, con la quale la Chiesa entra da protagonista nel dibattito. Vale la pena rileggere questo avvio dell’enciclica:
“L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto”.
In questo ordine di problemi si colloca la seconda enciclica del Santo Padre Benedetto XVI sulla carità: “Caritas in veritate”. Io non ho alcuna competenza in questa materia e perciò mi astengo doverosamente dall’entrare nel merito dei contenuti di questa come delle altre encicliche sociali. Quello che vorrei fare è di illustrare il retroterra storico e teologico, il cosiddetto “Sitz im Leben”, di questa nuova forma del magistero ecclesiastico: cioè come e perché si è cominciato a scrivere encicliche sociali e se ne scrivono periodicamente delle nuove. Questo infatti ci può aiutare a scoprire qualcosa di nuovo intorno al vangelo e all’amore cristiano. San Gregorio Magno dice che “la Scrittura cresce con coloro che la leggono” (cum legentibus crescit)[2], cioè mostra sempre nuovi significati a seconda delle domande che le vengono poste, e questo si rivela particolarmente vero nel presente ambito.
La mia sarà una ricostruzione, come si dice, “a volo di uccello”, per sommi capi, come si può fare in pochi minuti, ma le sintesi e i riassunti hanno anch’essi la loro utilità, specie quando, per diversità di compiti, non si ha la possibilità di approfondire di persona un certo problema.
Al momento in cui Leone XIII scrive la sua enciclica sociale, tre erano gli orientamenti dominanti sul significato sociale del vangelo. Vi era anzitutto l’interpretazione socialista e marxista. Marx non si era occupato del cristianesimo da questo punto di vista, ma alcuni suoi immediati seguaci (Engels da un punto di vista ancora ideologico e Karl Kautsky da un punto di vista storico) trattarono il problema, nell’ambito della ricerca sui “precursori del socialismo moderno”.
Le conclusioni a cui giunsero sono le seguenti. Il vangelo fu principalmente un grande annuncio sociale rivolto ai poveri; tutto il resto, il suo rivestimento religioso, è secondario, una “sovrastruttura”. Gesù fu un grande riformatore sociale, che volle redimere le classi inferiori dalla miseria. Il suo programma prevede l’uguaglianza di tutti gli uomini, l’affrancamento dal bisogno economico. Quello della primitiva comunità cristiana fu un comunismo ante litteram, di carattere ancora ingenuo non scientifico: un comunismo nel consumo, più che nella produzione dei beni.
In seguito la storiografia sovietica di regime rigetterà questa interpretazione che, secondo loro, concedeva troppo al cristianesimo. Negli anni 60’ del secolo trascorso l’interpretazione rivoluzionaria ricomparve, questa volta in chiave politica, con la tesi di Gesù capo di un movimento “zelota” di liberazione, ma ebbe vita breve ed esula in questo momento dal nostro campo. (Il Santo Padre ricorda questa interpretazione nel suo ultimo libro su Gesù, parlando della purificazione del tempio).
A una conclusione analoga a quella marxista, ma con tutt’altro intento, era giunto Nietzsche. Anche per lui il cristianesimo è nato come un movimento di riscossa delle classi inferiori, ma il giudizio da dare su ciò è del tutto negativo. Il vangelo incarna il “risentimento” dei deboli contro le nature vigorose; è l”’inversione di tutti i valori”, un tarpare le ali allo slancio umano verso la grandezza. Tutto quello che Gesù si prefiggeva era diffondere nel mondo, in opposizione alla miseria terrena, un “regno dei cieli”.
A queste due scuole – concordi nel modo di vedere, ma opposte nel giudizio da dare -, se ne affianca una terza che possiamo chiamare conservatrice. Secondo essa, Gesù non si è interessato affatto ai problemi sociali ed economici; attribuirgli questi interessi sarebbe diminuirlo, mondanizzarlo. Egli prende immagini dal mondo del lavoro e ha preso a cuore i miseri e i poveri, ma mai ha avuto di mira il miglioramento della condizione di vita della gente nella vita terrena.
3. La riflessione teologica: teologia liberale e dialettica
Queste sono le idee dominanti nella cultura del tempo, quando inizia sul problema una riflessione anche teologica da parte delle Chiese cristiane. Anch’essa si svolge in tre fasi e presenta tre orientamenti: quello della teologia liberale, quello della teologia dialettica e quello del magistero cattolico.
La prima risposta è quella della teologia liberale della fine del XIX e l’inizio del XX secolo, rappresentata in questo campo soprattutto da Ernst Troeltsch e Adolph von Harnack. Vale la pena soffermarsi un po’ sulle idee di questa scuola perché molte conclusioni da essa raggiunte, almeno in questo campo specifico, sono quelle alle quali, per altro verso, giunge anche il magistero sociale della Chiesa e sono tuttora attuali e condivisibili.
Troeltsch contesta il punto di partenza della interpretazione marxista, secondo cui il fattore religioso è sempre secondario rispetto a quello economico, una semplice sovrastruttura. Studiando l’etica protestante e l’inizio del capitalismo, egli dimostra che, se il fattore economico influisce su quello religioso, è vero anche che quello religioso influisce su quello economico. Si tratta di due ambiti distinti, non subordinati l’uno all’altro.
Harnack, dal canto suo, prende atto che il vangelo non ci fornisce un programma sociale diretto a combattere ed abolire il bisogno e la povertà, non esprime giudizi sulla organizzazione del lavoro, e altri aspetti della vita per noi oggi importanti, come l’arte e la scienza. Ma per fortuna, aggiunge, che è così! Guai se avesse fatto altrimenti e avesse cercato di dare regole sui rapporti tra le classi, le condizioni del lavoro, e via dicendo. Per essere concrete, le sue regole sarebbero state fatalmente legate alle condizioni del mondo di allora (come lo sono molte istituzioni e precetti sociali dell’Antico Testamento), quindi anacronistiche in seguito e anzi un “inutile ingombro” per il vangelo. La storia, anche quella del cristianesimo, dimostra quanto sia pericoloso legarsi ad assetti sociali e istituzioni politiche di una certa epoca e quanto sia difficile poi liberarsene.
“Eppure, prosegue lo Harnack, non c’è altro esempio di una religione che sia sorta con un verbo sociale così poderoso come la religione del vangelo. E ciò perché? Perché le parole “ama il prossimo tuo come te stesso” qui sono veramente prese sul serio, perché con queste parole Gesù illuminò tutta la realtà della vita, tutto il mondo della fame e della miseria…Al socialismo fondato su interessi antagonistici, esso vuole sostituire un socialismo che si fonda sulla coscienza di una unità spirituale…La massima speciosa del ‘libero gioco delle forze’, del ‘vivere e lasciar vivere’ –meglio sarebbe dire: vivere e lascia morire – è in aperta opposizione con il vangelo”[3].
La posizione del messaggio evangelico si oppone, come si vede, sia alla riduzione del vangelo a proclama sociale e a lotta di classe, sia alla posizione del liberalismo economico del libero gioco delle forze. Il teologo evangelico si lascia andare a tratti a un certo entusiasmo: “Uno spettacolo nuovo – scrive – si presentava al mondo; fino allora la religione o se n’era stata alle cose del mondo, adattandosi facilmente allo statu quo, oppure si era accampata nelle nubi, mettendosi in diretta opposizione con tutto. Ora invece le si presentava un nuovo dovere da compiere, tenere a vile il bisogno e la miseria di questa terra, e similmente la terrena prosperità, pur sollevando miserie e bisogni di ogni genere; levare la fronte al cielo nel coraggio che viene dalla fede, e lavorare con cuore, con la mano e con la voce per i fratelli di questa terra”[4].
Che cos’è che la teologia dialettica, succeduta a quella liberale dopo la prima guerra mondiale, ha da rimproverare a questa visione liberale? Soprattutto il suo punto di partenza, la sua idea del regno dei cieli. Per i liberali esso è di natura essenzialmente etica; è un sublime ideale morale, che ha come fondamenti la paternità di Dio e il valore infinito di ogni anima; per i teologi dialettici (K. Barth, R. Bultmann, M. Dibelius), esso è di natura escatologica; è un intervento sovrano e gratuito di Dio, che non si propone di cambiare il mondo, quanto di denunciare il suo assetto attuale (“critica radicale”), annunciarne la fine imminente (“escatologia conseguente”), lanciando l’appello alla conversione (“imperativo radicale”).
Il carattere di attualità del vangelo consiste nel fatto che “tutto ciò che viene richiesto non viene richiesto in generale, da tutti e per tutti i tempi, ma da quest’uomo e forse da lui solo, in questo momento e forse solo in questo momento; e viene richiesto non sulla base di un principio etico, ma a causa della situazione di decisione in cui Dio ha posto lui e forse lui soltanto ora e qui”[5]. L’influsso del vangelo nel sociale avviene attraverso il singolo, non attraverso la comunità o l’istituzione ecclesiale.
La situazione che interpella il credente in Cristo oggi è quella creata dalla rivoluzione industriale con le mutazioni che ha portato al ritmo della vita e del lavoro, con conseguente disprezzo della persona umana. Di fronte ad essa non si danno soluzioni “cristiane”, ogni credente è chiamato a rispondere ad essa sotto la propria responsabilità, nell’obbedienza all’appello che Dio gli fa giungere nella situazione concreta in cui vive, anche se trova un criterio di fondo nel precetto dell’amore del prossimo. Non deve rassegnarsi pessimisticamente davanti alle situazioni, ma neppure farsi illusione sul cambiamento del mondo.
Si può ancora parlare, in questa prospettiva, di una rilevanza sociale del vangelo? Si, ma solo di metodo, non di contenuto. Mi spiego. Questa visione riduce il significato sociale del vangelo a un significato “formale”, escludendo ogni significato “reale”, o di contenuto. In altre parole, il vangelo da il metodo, o l’impulso, per un retto atteggiamento e un retto agire cristiano nel sociale, non altro.
Qui è il punto debole di questa visione. Perché attribuire ai racconti e alle parabole evangeliche un significato solamente formale (“come accogliere l’appello alla decisione che viene a me, ora e qui”) e non anche un significato reale ed esemplare. È lecito, per esempio, a proposito della parabola del ricco epulone, ignorare le indicazioni concrete e chiare ivi contenute circa l’uso e l’abuso della ricchezza, il lusso, il disprezzo del povero, per attenersi solo a “l’imperativo dell’ora” che risuona attraverso la parabola? Non è per lo meno strano che Gesù intendesse dire semplicemente che lì, davanti a lui, occorreva decidersi per Dio e che, per dire questo, abbia messo in piedi un così complesso e dettagliato racconto che svierebbe, anziché concentrare, l’attenzione dal centro dell’interesse?
Una tale soluzione che scarnifica il messaggio di Cristo muove dal presupposto sbagliato che non vi siano delle esigenze comuni nella parola di Dio che si pongono al ricco di oggi, come si ponevano al ricco – e al povero – del tempo di Gesù. Quasi che la decisione chiesta da Dio fosse qualcosa di vuoto e di astratto – un puro decidersi – e non un decidersi su qualcosa. Tutte le parabole a sfondo sociale vengono definite “parabole del regno” e così il loro contenuto è appiattito su un unico significato, quello escatologico.
4. La dottrina sociale della Chiesa
La dottrina sociale della Chiesa cattolica, come sempre, cerca la sintesi più che la contrapposizione, il metodo dell’ et – et, anziché dell’aut – aut. Essa mantiene al vangelo la sua “doppia illuminazione”: quella escatologica e quella morale. In altre parole: è d’accordo con la teologia dialettica sul fatto che il regno di Dio predicato da Cristo non è di natura essenzialmente etica, cioè un ideale che trae la sua forza dalla universale validità e perfezione dei suoi principi, ma è una iniziativa nuova e gratuita di Dio che, con Cristo, fa irruzione dall’alto.
Si distacca invece dalla visione dialettica nel modo di concepire il rapporto tra questo regno di Dio e il mondo. Tra i due non c’è solo opposizione e inconciliabilità, come non c’è opposizione tra l’opera della creazione e quella della redenzione e come – abbiamo visto nella prima meditazione – non c’è opposizione tra agape ed eros. Gesù ha paragonato il regno di Dio al lievito posto nella massa per farla fermentare, al seme gettato in terra, al sale che da sapore ai cibi; dice di non essere venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Questo consente di vedere l’influsso del vangelo nel sociale in una luce diversa e molto più positiva.
Ci sono, però, nonostante tutte le differenze di impostazione, alcune conclusioni comuni che emergono da tutta la riflessione teologica sul rapporto tra il vangelo e il sociale. Le possiamo riassumere così. Il vangelo non fornisce soluzioni dirette ai problemi sociali (guai, abbiamo visto, se avesse tentato di farlo!); contiene però dei principi che si prestano a elaborare risposte concrete alle diverse situazione storiche. Siccome le situazioni e i problemi sociali cambiano di epoca in epoca, il cristiano è chiamato a incarnare di volta in volta i principi del vangelo nella situazione del momento.
L’apporto delle encicliche sociali dei papi è precisamente questo. Perciò esse si susseguono, riprendendo ognuna il discorso dal punto in cui l’hanno lasciato le precedenti (nel caso dell’enciclica di Benedetto XVI, dalla “Populorum progressio” di Paolo VI) e lo aggiornano in base alle istanze nuove emerse in una società (in questo caso, il fenomeno della globalizzazione) e anche in base a una interrogazione sempre nuova della parola di Dio.
Il titolo dell’enciclica sociale di Benedetto XVI, “ Caritas in veritate”, indica quali sono, in questo caso, i fondamenti biblici su cui si intende fondare il discorso sul significato sociale del vangelo: la carità e la verità. “La verità – scrive – preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia[…]. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali”[6].
La diversità non sta solo nelle cose dette e nelle soluzioni proposte, ma anche nel genere adottato e nell’autorità della proposta. Consiste, in altre parole, nel passaggio dalla libera discussione teologica al magistero e da un intervento nel sociale di natura esclusivamente “individuale” (come quello proposto dalla teologia dialettica) a un intervento comunitario, come Chiesa e non solo come individui.
5. La nostra parte
Terminiamo con uno spunto pratico che interpella tutti, anche quelli tra noi che non sono chiamati a operare direttamente nel sociale. Abbiamo visto l’idea che aveva Nietzsche della rilevanza sociale del vangelo. Esso era, sì, per lui il frutto di una rivoluzione, ma una rivoluzione in negativo, una involuzione rispetto alla grecità; era la rivincita dei deboli contro i forti. Uno dei punti da lui più presi di mira era la preferenza data al servire sul dominare, al farsi piccoli sul volere emergere e aspirare a cose grandi.
Egli accusava il cristianesimo per uno dei doni più belli che aveva fatto al mondo. Uno dei principi con i quali il vangelo maggiormente e più beneficamente influisce sul sociale è infatti proprio quello del servizio. Non per nulla esso occupa un posto importante nella dottrina sociale della Chiesa. Gesù ha fatto del servizio uno dei cardini del suo insegnamento, (Lc 22,25); lui stesso dice di essere venuto per servire e non per essere servito (Mc 10,45).
Il servizio è un principio universale; si applica a ogni aspetto della vita: lo stato dovrebbe essere a servizio dei cittadini, il politico a servizio dello stato, il medico a servizio dei malati, l’insegnante a servizio degli alunni…Si applica però in maniera tutta speciale ai servitori della Chiesa. Il servizio non è, in sé stesso, una virtù (in nessun catalogo delle virtù, o dei frutti dello Spirito, si menziona nel Nuovo Testamento, la diakonia), ma scaturisce da diverse virtù, soprattutto dall’umiltà e dalla carità. E’ un modo di manifestarsi di quell’amore che “non cerca il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,4), che dona senza cercare il contraccambio.
Il servizio evangelico, all’opposto di quello del mondo, non è proprio dell’inferiore, del bisognoso, ma piuttosto del superiore, di chi è posto in alto. Gesù dice che, nella sua Chiesa, è soprattutto “chi governa” che deve essere “come colui che serve” (Lc 22, 26), il primo deve essere ”il servo di tutti” (Mc 10,44). Ci stiamo preparando alla beatificazione di Giovanni Paolo II. Nel suo libro Dono e mistero, egli esprime con un’immagine forte questo significato dell’autorità nella Chiesa. Si tratta di alcuni versi da lui composti a Roma al tempo del concilio:
“Sei tu, Pietro. Vuoi essere qui il Pavimento
su cui camminano gli altri… per giungere là
dove guidi i loro passi
- come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge”.
Terminiamo ascoltando come rivolte a noi ora e qui le parole che Gesù disse ai suoi discepoli subito dopo aver loro lavato i piedi: “Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Gv 13 12-15).

————
1) A. von Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums in den ersten drei Jahrhunderten, Lipsia 1902.
2) S. Gregorio Magno, Commento a Giobbe, XX,1 (CCL 143°,p.1003).
3) A. von Harnack, Das Wesen des Christentums, Lipsia 1900. Trad. ital. L’essenza del cristianesimo, Brescia, Queriniana 1980.
4) A. von Harnack, Il cristianesimo e la società, Mendrisio 1911, pp. 12-15.
5) M. Dibelius, Das soziale Motiv im Neuen Testament, in Botschaft und Geschichte, Tubinga 1953, pp. 178-203.
6) Benedetto XVI, “Caritas in veritate”, n. 5.
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Publié dans:Padre Cantalamessa, quaresima |on 15 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Terza predica di quaresima di Padre Raniero Cantalamessa: « La carità sia senza finzione »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26255?l=italian

TERZA PREDICA DI QUARESIMA DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA

« La carità sia senza finzione »

ROMA, venerdì, 8 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della terza predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia, pronunciata questo venerdì mattina nella Cappella “Redemptoris Mater” alla presenza di Papa Benedetto XVI.
Il tema delle meditazioni quaresimali è “Al di sopra di tutto vi sia la carità” (Colossesi 3, 14).
La due prediche precedenti hanno avuto luogo il 25 marzo, e il 1° aprile.

* * *
1. Amerai il prossimo tuo come te stesso
È stato notato un fatto. Il fiume Giordano, nel suo corso, forma due mari: il mare di Galilea e il mar Morto, ma mentre il mare di Galilea è un mare brulicante di vita, tra le acque più pescose della terra, il mar Morto è appunto un mare “morto”, non c’è traccia di vita in esso e intorno ad esso, solo salsedine. Eppure si tratta della stessa acqua del Giordano. La spiegazione, almeno in parte, è questa: il mare di Galilea riceve le acque del Giordano, ma non le trattiene per se, le fa defluire in modo che esse possano irrigare tutta la valle del Giordano.
Il mar Morto riceve le acque e le trattiene per se, non ha emissari, da esso non esce una goccia d’acqua. È un simbolo. Per riceve amore da Dio, dobbiamo darne ai fratelli e più ne diamo, più ne riceviamo. È su questo che vogliamo riflettere in questa meditazione.
Dopo aver riflettuto nelle prime due meditazioni sull’amore di Dio come dono, è venuto il momento di meditare anche sul dovere di amare, e in particolare sul dovere di amare il prossimo. Il legame tra i due amori è espresso in maniera programmatica dalla parola di Dio: “Se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1 Gv 4,11).
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” era un comandamento antico, scritto nella legge di Mosè (Lev 19,18) e Gesù stesso lo cita come tale (Lc 10, 27). Come mai dunque Gesù lo chiama il “suo” comandamento e il comandamento “nuovo”? La risposta è che con lui sono cambiati l’oggetto, il soggetto e il motivo dell’amore del prossimo.
È cambiato anzitutto l’oggetto, cioè chi è il prossimo da amare. Esso non è più solo il connazionale, o al massimo l’ospite che abita con il popolo, ma ogni uomo, anche lo straniero (il Samaritano!), anche il nemico. È vero che la seconda parte della frase “Amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico” non si trova alla lettera nell’Antico Testamento, ma essa ne riassume l’orientamento generale, espresso nella legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente” (Lev 24,20), soprattutto se messo in confronto con ciò che Gesù esige dai suoi:
“Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani?  E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?” (Mt 5, 44-47).
È cambiato anche il soggetto dell’amore del prossimo, cioè il significato della parola prossimo. Esso non è l’altro; sono io; non è colui che sta vicino, ma colui che si fa vicino. Con la parabola del buon samaritano Gesù dimostra che non bisogna attendere passivamente che il prossimo spunti sulla mia strada, con tanto di segnalazione luminosa, a sirene spiegate. Il prossimo sei tu, cioè colui che tu puoi diventare. Il prossimo non esiste in partenza, si avrà un prossimo solo se si diventa prossimo di qualcuno.
È cambiato soprattutto il modello o la misura dell’amore del prossimo. Fino a Gesù il modello era l’amore di se stessi: “come te stesso”. È stato detto che Dio non poteva assicurare l’amore del prossimo a un “piolo” meglio confitto di questo; non avrebbe ottenuto lo stesso scopo neppure se avesse detto: “Amerai il prossimo tuo come il tuo Dio!”, perché sull’amore di Dio – cioè, su cos’è amare Dio – l’uomo può ancora barare, ma sull’amore di sé, no. L’uomo sa benissimo cosa significa, in ogni circostanza, amare se stesso; è uno specchio che ha sempre davanti a sé, non lascia scappatoie[1].
E invece una scappatoia la lascia ed è per questo che Gesù sostituisce ad esso un altro modello e un’altra misura: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12). L’uomo può amare se stesso in modo sbagliato, cioè desiderare il male, non il bene, amare il vizio, non la virtù. Se un simile uomo ama gli altri come se stesso e vuole per gli altri le cose che vuole per se stesso, poveretta la persona che è amata così! Sappiamo invece dove ci porta l’amore di Gesù: alla verità, al bene, al Padre. Chi segue lui “non cammina nelle tenebre”. Egli ci ha amato dando la vita per noi, quando eravamo peccatori, cioè nemici (Rom 5, 6 ss).
Si capisce in questo modo cosa vuol dire l’evangelista Giovanni con la sua affermazione apparentemente contraddittoria: “Carissimi, non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento vecchio che avevate fin da principio: il comandamento vecchio è la parola che avete udita. E tuttavia è un comandamento nuovo che io vi scrivo” (1 Gv 2, 7-8). Il comandamento dell’amore del prossimo è “antico” nella lettera, ma “nuovo” della novità stessa del vangelo. Nuovo – spiega il papa in un capitolo del suo nuovo libro su Gesù – perché non è più solo “legge”, ma anche, e prima ancora, “grazia”. Si fonda sulla comunione con Cristo, resa possibile dal dono dello Spirito.[2]
Con Gesù si passa dalla legge del contrappasso, o tra due attori: “Quello che l’altro fa a te, tu fallo a lui”, alla legge del trapasso, o a tre attori: “Quello che Dio ha fatto a te, tu fallo all’altro”, o, partendo dalla direzione opposta: “Quello che tu avrai fatto con l’altro, è quello che Dio farà con te”. Non si contano le parole di Gesù e degli apostoli che ripetono questo concetto: “Come Dio ha perdonato voi, così perdonatevi gli uni gli altri”: “Se non perdonerete di cuore ai vostri nemici, neppure il padre vostro perdonerà a voi”. È tagliata alla radice la scusa: “Ma lui non mi ama, mi offende…”.Questo riguarda lui, non te. A te deve interessare solo quello che fai all’altro e come ti comporti di fronte a quello che l’altro fa a te.
Resta sospesa la domanda principale: perché questo singolare dirottamento dell’amore da Dio al prossimo? Non sarebbe più logico aspettarsi: “Come io ho amato voi, così voi amate me”?, anziché: “Come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”? Qui sta la differenza tra l’amore puramente di eros e l’amore di eros e agape insieme. L’amore puramente erotico è a circuito chiuso: “Amami, Alfredo, amami quant’io t’amo”: così canta Violetta nella Traviata di Verdi: io amo te, tu ami me. L’amore di agape è a circuito aperto: viene da Dio e torna a lui, ma passando per il prossimo. Gesù ha inaugurato lui stesso questo nuovo genere di amore: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi” (Gv 15, 9).
Santa Caterina da Siena ha dato, del motivo di ciò, la spiegazione più semplice e convincente. Ella fa dire a Dio:
“Io vi chiedo di amarmi con lo stesso amore con cui io amo voi. Questo non lo potete fare a me, perché io vi amai senza essere amato. Tutto l’amore che avete per me è un amore di debito, non di grazia, in quanto siete tenuti a farlo, mentre io vi amo con amore di grazia, non di debito. Voi non potete dunque rendere a me l’amore che io richiedo. Per questo vi ho messo accanto il vostro prossimo: affinché facciate ad esso quello che non potete fare a me, cioè di amarlo senza considerazione di merito e senza aspettarvi alcuna utilità. E io reputo che facciate a me quello che fate ad esso”[3].
2. Amatevi di vero cuore
Dopo queste riflessioni generali sul comandamento dell’amore del prossimo, è venuto il momento di parlare della qualità che deve rivestire questo amore. Esse sono fondamentalmente due: esso deve essere un amore sincero e un amore fattivo, un amore del cuore e un amore, per così dire, delle mani. Questa volta ci soffermiamo sulla prima qualità e lo facciamo lasciandoci guidare dal grande cantore della carità che è Paolo.
La seconda parte della Lettera ai Romani è tutto un susseguirsi di raccomandazioni circa l’amore vicendevole all’interno della comunità cristiana: “La carità non abbia finzioni [...]; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda…” (Rm 12, 9 ss). “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole, perché chi ama il suo simile ha adempiuto alla legge” (Rm 13, 8).
Per cogliere l’anima che unifica tutte queste raccomandazioni, l’idea di fondo, o, meglio, il “sentimento” che Paolo ha della carità bisogna partire da quella parola iniziale: “La carità non abbia finzioni!” Essa non è una delle tante esortazioni, ma la matrice da cui derivano tutte le altre. Contiene il segreto della carità. Cerchiamo di cogliere, con l’aiuto dello Spirito, tale segreto.
Il termine originale usato da san Paolo e che viene tradotto “senza finzioni”, è anhypòkritos, cioè senza ipocrisia. Questo vocabolo è una specie di luce-spia; è, infatti, un termine raro che troviamo impiegato, nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente per definire l’amore cristiano. L’espressione “amore sincero” (anhypòkritos) ritorna ancora in 2 Corinzi 6, 6 e in 1 Pietro 1, 22. Quest’ultimo testo permette di cogliere, con tutta certezza, il significato del termine in questione, perché lo spiega con una perifrasi; l’amore sincero – dice – consiste nell’amarsi intensamente “di vero cuore”.
San Paolo, dunque, con quella semplice affermazione: “la carità sia senza finzioni!”, porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore. Quello che si richiede dall’amore è che sia vero, autentico, non finto. Come il vino, per essere “sincero”, deve essere spremuto dall’uva, così l’amore dal cuore. Anche in ciò l’Apostolo è l’eco fedele del pensiero di Gesù; egli, infatti, aveva indicato, ripetutamente e con forza, il cuore, come il “luogo” in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa, ciò che è puro, o impuro, nella vita di una persona (Mt 15, 19).
Possiamo parlare di un’intuizione paolina, a riguardo della carità; essa consiste nel rivelare, dietro l’universo visibile ed esteriore della carità, fatto di opere e di parole, un altro universo tutto interiore, che è, nei confronti del primo, ciò che è l’anima per il corpo. Ritroviamo questa intuizione nell’altro grande testo sulla carità, che è 1 Corinzi 13. Ciò che san Paolo dice lì, a osservare bene, si riferisce tutto a questa carità interiore, alle disposizioni e ai sentimenti di carità: la carità è paziente, è benigna, non è invidiosa, non si adira, tutto copre, tutto crede, tutto spera… Nulla che riguardi, per sé e direttamente, il fare del bene, o le opere di carità, ma tutto è ricondotto alla radice del volere bene. La benevolenza viene prima della beneficenza.
È l’Apostolo stesso che esplicita la differenza tra le due sfere della carità, dicendo che il più grande atto di carità esteriore – il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze – non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore (cf. 1 Cor 13, 3). Sarebbe l’opposto della carità “sincera”. La carità ipocrita, infatti, è proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore. In questo caso, si ha una parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza.
Sarebbe un errore fatale contrapporre tra di loro carità del cuore e carità dei fatti, o rifugiarsi nella carità interiore, per trovare in essa una specie di alibi alla mancanza di carità fattiva. Del resto, dire che, senza la carità, “a niente mi giova” anche il dare tutto ai poveri, non significa dire che ciò non serve a nessuno e che è inutile; significa piuttosto dire che non giova “a me”, mentre può giovare al povero che la riceve. Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità (lo vedremo, dicevo, la prossima volta), quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano “radicati e fondati nella carità” (Ef 3, 17), cioè che l’amore sia la radice e il fondamento di tutto.
Amare sinceramente significa amare a questa profondità, là dove non puoi più mentire, perché sei solo davanti a te stesso, solo davanti allo specchio della tua coscienza, sotto lo sguardo di Dio. “Ama il fratello –scrive Agostino – colui che, davanti a Dio, là dove egli solo vede, rassicura il suo cuore e si chiede nell’intimo se veramente agisce così per amore del fratello; e quell’occhio che penetra nel cuore, là dove l’uomo non può giungere, gli rende testimonianza”[4]. Era amore sincero perciò quello di Paolo per gli ebrei se poteva dire: “Dico la verità in Cristo, non mento; poiché la mia coscienza me lo conferma per mezzo dello Spirito Santo ho una grande tristezza e una sofferenza continua nel mio cuore; io stesso vorrei essere anatema, separato da Cristo, per amore dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne” (Rom 9,1-3).
Per essere genuina, la carità cristiana deve, dunque, partire dall’interiore, dal cuore; le opere di misericordia dalle “viscere di misericordia” (Col 3, 12). Tuttavia, dobbiamo subito precisare che qui si tratta di qualcosa di molto più radicale della semplice “interiorizzazione”, cioè di uno spostare l’accento dalla pratica esteriore della carità alla pratica interiore. Questo è solo il primo passo. L’interiorizzazione approda alla divinizzazione! Il cristiano – diceva san Pietro – è colui che ama “di vero cuore”: ma con quale cuore? Con “il cuore nuovo e lo Spirito nuovo” ricevuto nel battesimo!
Quando un cristiano ama così, è Dio che ama attraverso di lui; egli diventa un canale dell’amore di Dio. Avviene come per la consolazione che altro non è se non una modalità dell’amore: “Dio ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1, 4). Noi consoliamo con la consolazione con cui siamo consolati da Dio, amiamo con l’amore con cui siamo amati da Dio. Non con uno diverso. Questo spiega la risonanza, apparentemente sproporzionata, che ha talvolta un semplicissimo atto di amore, spesso perfino nascosto, la speranza e la luce che crea all’intorno.
3. La carità edifica
Quando si parla della carità negli scritti apostolici, non se ne parla mai in astratto, in modo generico. Lo sfondo è sempre l’edificazione della comunità cristiana. In altre parole, il primo ambito di esercizio della carità deve essere la Chiesa e più concretamente ancora la comunità in cui si vive, le persone con cui si hanno relazioni quotidiane. Così deve avvenire anche oggi, in particolare nel cuore della Chiesa, tra coloro che lavorano a stretto contatto con il Sommo Pontefice.
Per un certo tempo nell’antichità si usò designare con il termine carità, agape, non solo il pasto fraterno che i cristiani prendevano insieme, ma anche l’intera Chiesa[5]. Il martire sant’Ignazio di Antiochia saluta la Chiesa di Roma come quella che “che presiede alla carità (agape)”, cioè alla “fraternità cristiana”, all’insieme di tutte le chiese[6]. Questa frase non afferma solo il fatto del primato, ma anche la sua natura, o il modo di esercitarlo: cioè nella carità.
La Chiesa ha urgente bisogno di una vampata di carità che risani le sue fratture. In un suo discorso Paolo VI diceva: “La Chiesa ha bisogno di sentire rifluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio dallo Spirito Santo che a noi è stato dato” [7]. Solo l’amore guarisce. È l’olio del samaritano. Olio anche perché deve galleggiare al di sopra di tutto come fa appunto l’olio rispetto ai liquidi. “Al di sopra di tutto vi sia la carità che è il vincolo della perfezione” (Col 3, 14). Al di sopra di tutto, super omnia! Dunque anche della fede e della speranza, della disciplina, dell’autorità, anche se, evidentemente, la stessa disciplina e autorità può essere un’espressione della carità. Non c’è unità senza la carità e, se ci fosse, sarebbe solo un’unità di poco valore per Dio.
Un ambito importante su cui lavorare è quello dei giudizi reciproci. Paolo scriveva ai Romani: “Perché giudichi il tuo fratello? Perché disprezzi il tuo fratello?… Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri” (Rm 14, 10.13). Prima di lui Gesù aveva detto: “Non giudicate, per non essere giudicati. [...] Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?” (Mt 7, 1-3). Paragona il peccato del prossimo (il peccato giudicato), qualunque esso sia, a una pagliuzza, in confronto al peccato di colui che giudica (il peccato di giudicare) che è una trave. La trave è il fatto stesso di giudicare, tanto esso è grave agli occhi di Dio.
Il discorso sui giudizi è certamente delicato e complesso e non si può lasciare a metà, senza che appaia subito poco realistico. Come si fa, infatti, a vivere del tutto senza giudicare? Il giudizio è implicito in noi perfino in uno sguardo. Non possiamo osservare, ascoltare, vivere, senza dare delle valutazioni, cioè senza giudicare. Un genitore, un superiore, un confessore, un giudice, chiunque ha una qualche responsabilità su altri, deve giudicare. Talvolta, anzi, come è il caso di molti qui in Curia, il giudicare è, appunto, il tipo di servizio che uno è chiamato a prestare alla società o alla Chiesa.
Difatti, non è tanto il giudizio che si deve togliere dal nostro cuore, quanto il veleno dal nostro giudizio! Cioè l’astio, la condanna. Nella redazione di Luca, il comando di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati” è seguito immediatamente, come per esplicitare il senso di queste parole, dal comando: “Non condannate e non sarete condannati” (Lc 6, 37). Per sé, il giudicare è un’azione neutrale, il giudizio può terminare sia in condanna che in assoluzione e in giustificazione. Sono i giudizi negativi che vengono ripresi e banditi dalla parola di Dio, quelli che insieme con il peccato condannano anche il peccatore, quelli che mirano più alla punizione che alla correzione del fratello.
Un altro punto qualificante della carità sincera è la stima: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12, 10). Per stimare il fratello, bisogna non stimare troppo se stessi, non essere sempre sicuri di sé; bisogna – dice l’Apostolo – “non farsi un’idea troppo alta di se stessi” (Rm 12, 3). Chi ha un’idea troppo alta di se stesso è come un uomo che, di notte, tiene davanti agli occhi una fonte di luce intensa: non riesce a vedere nient’altro al di là di essa; non riesce a vedere le luci dei fratelli, i loro pregi e i loro valori.
“Minimizzare” deve diventare il nostro verbo preferito, nei rapporti con gli altri: minimizzare i nostri pregi e i difetti altrui. Non minimizzare i nostri difetti e i pregi altrui, come, invece, siamo portati a fare spesso, che è la cosa diametralmente opposta! C’è una favola di Esopo al riguardo; nella rielaborazione che ne fa La Fontaine suona così:
“Quando viene in questa valle
porta ognuno sulle spalle
una duplice bisaccia.
Dentro a quella che sta innanzi
volentieri ognun di noi
i difetti altrui vi caccia,
e nell’altra mette i suoi”[8].
Dovremmo semplicemente rovesciare le cose: mettere i nostri difetti sulla bisaccia che abbiamo davanti e i difetti degli altri su quella di dietro. San Giacomo ammonisce: “Non sparlate gli uni degli altri” (Gc 4,11). Il pettegolezzo ha cambiato nome, si chiama gossip e sembra diventato una cosa innocente, invece è una delle cose che più inquinano il vivere insieme. Non basta non sparlare degli altri; bisogna anche impedire che altri lo facciano in nostra presenza, far loro capire, magari silenziosamente, che non si è d’accordo. Che aria diversa si respira in un ambiente di lavoro e in una comunità quando si prende sul serio l’ammonizione di san Giacomo! In molti locali pubblici una volta c’era la scritta: “Qui non si fuma”, o anche “Qui non si bestemmia”. Non sarebbe male sostituirle, in alcuni casi, con la scritta: “Qui non si fa pettegolezzo!”
Terminiamo ascoltando come rivolta a noi l’esortazione dell’Apostolo alla comunità di Filippi da lui tanto amata: “Rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento.  Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri.  Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2, 2-5).

————
1) Cf. S. Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano, Rusconi, 1983, p. 163.
2) Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Parte, Libreria Editrice Vaticana 2011, pp. 76 s.
3) S. Caterina da Siena, Dialogo 64.
4) S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni, 6,2 (PL 35, 2020).
5) Lampe, A Patristic Greek Lexicon, Oxford 1961, p. 8
6) S. Ignazio d’Antiochia, Lettera ai Romani, saluto iniziale.
7) Discorso all’udienza generale del 29 Novembre 1972 (Insegnamenti di Paolo VI, Tipografia Poliglotta Vaticana, X, pp. 1210s.).
8) J. de La Fontaine, Favole, I, 7
| Mor

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CENERE E FIAMMA (per la quaresima)

dal sito:

http://www.sacramentini.it/cenacolo_02_art.html

(IL CENACOLO)

n°2 Febbraio 2005 – ARTICOLI 
 
Ai lettori

CENERE E FIAMMA

Eccoci, una volta ancora sulle rive della quaresima dove il fuoco ha consumato le braci e la cenere, oscura come i giorni d’inverno, è venuta a segnare le nostre fronti.
La strade di città sono grigie e fredde come un tizzone spento. L’usura dei nostri passi continua a segnare con orme inconsistenti le ore senza aurora… L’inverno, senza avvertire, si è attardato. Un vento ghiacciato si insinua nelle nostre anime per meglio intorpidirle.
E la Chiesa che vuole riscaldarci non ha trovato di meglio che un pizzico di cenere sopra la nostra fronte! Noi che, nei pochi istanti di fragile speranza che ci sono concessi ci consideriamo figli e figlie di Re, eccoci improvvisamente ridiventati un soffio di polvere. Chi è, dunque, questo Dio che ci trascina verso l’alto e che, con lo stesso gesto, ci ricorda la nostra fragilità?
La cenere d’inizio quaresima è come il sangue sugli architravi dell’Esodo, come le briciole sparse d’un pane senza sale e senza lievito, come un’erba amara, un ramoscello disseccato dal sole che già annunciano il nostro cammino nel deserto.
È lì, nel deserto, che come in un lago si rispecchia la nostra immagine. È lì che nell’orizzonte abbracciato dal nostro sguardo, tutte le nostre cecità vengono svelate. Cenere: scottatura di un fuoco spento, ferita viva sulla fronte di un viso non ancora trasfigurato, segno impalpabile dell’eterna Presenza, scintilla di tutti i nostri incendi.
Quaresima? Improvvisa scoperta che la casa è vuota, o così poco abitata. Dio in noi, ma noi talmente lontani da noi! Quaresima? La nostra fede che vacilla come un mucchio di cenere, come una croce consumata, come un albero secco. Quaresima? Un istante di verità dove, in noi, il desiderio misura subito le sue fatiche. E noi, carichi delle nostre povere incredulità, ci mettiamo in cammino verso quel Dio che ci attende nel deserto, per rifare alleanza, per parlare al cuore che ha dimenticato la sua giovinezza.
Quaresima? Quaranta gioni di fuoco per ammettere che il mio «io» è fragile e che ha bisogno di un «Altro»; per ritrovare albe di preghiera che, sole, ci potranno rimettere in moto. Quaranta giorni per avere fame e sete dell’indicibile forza che, nel mattino di Pasqua, verrà a fendere le acque oscure della morte.
L’apostolo che cadde da cavallo sulla via di Damasco e perdette per un poco la vista, si fece, più tardi profeta: «La potenza di Dio si manifesta nella debolezza»… Contro ogni logica, la brace e il fuoco possono nascere dalla cenere.
Andiamo risolutamente, gioiosamente, verso le aridità feconde di una Quaresima interiore con questa certezza: nonostante le nostre lontananze, Dio verrà a cercarci e ci trasformerà in fiamma d’amore. 

A Pasqua… Cordialmente!

p.v.

Publié dans:quaresima |on 4 avril, 2011 |Pas de commentaires »

SECONDA PREDICA DI QUARESIMA DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA, O.F.M. CAP.: « Dio è amore »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26169?l=italian

SECONDA PREDICA DI QUARESIMA DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA, O.F.M. CAP.

“Dio è amore”

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 1° aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della seconda predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia, pronunciata questo venerdì mattina nella Cappella “Redemptoris Mater” alla presenza di Papa Benedetto XVI.
Il tema delle meditazioni quaresimali è “Al di sopra di tutto vi sia la carità” (Colossesi 3, 14).
La prima predica ha avuto luogo venerdì 25 marzo. Le due successive avranno luogo venerdì 8 aprile e venerdì 15 aprile.
* * *
DIO È AMORE

Il primo e fondamentale annuncio che la Chiesa è incaricata di portare al mondo e che il mondo attende dalla Chiesa è quello dell’amore di Dio. Ma affinché gli evangelizzatori siano in grado di trasmettere questa certezza, è necessario che ne siano essi stessi intimamente permeati, che essa sia luce della loro vita. A questo scopo vorrebbe servire, almeno in minima parte, la presente meditazione.
L’espressione “amore di Dio” ha due accezioni molto diverse tra loro: una in cui Dio è oggetto e l’altra in cui Dio è soggetto; una che indica il nostro amore per Dio e l’altra che indica l’amore di Dio per noi. L’uomo, più incline per natura a essere attivo che passivo, più a essere creditore che a essere debitore, ha sempre dato la precedenza al primo significato, a quello che facciamo noi per Dio. Anche la predicazione cristiana ha seguito questa via, parlando, in certe epoche, quasi solo del “dovere” di amare Dio (“De diligendo Deo”).
Ma la rivelazione biblica dà la precedenza al secondo significato: all’amore “di” Dio, non all’amore “per” Dio. Aristotele diceva che Dio muove il mondo “in quanto è amato”, cioè in quanto è oggetto d’amore e causa finale di tutte le creature[1]. Ma la Bibbia dice esattamente il contrario e cioè che Dio crea e muove il mondo in quanto ama il mondo. La cosa più importante, a proposito dell’amore di Dio, non è dunque che l’uomo ama Dio, ma che Dio ama l’uomo e lo ama “per primo”: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4, 10). Da questo dipende tutto il resto, compresa la nostra stessa possibilità di amare Dio: “Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19).
1. L’amore di Dio nell’eternità
Giovanni è l’uomo dei grandi salti. Nel ricostruire la storia terrena di Cristo, gli altri si erano arrestati alla sua nascita da Maria, egli fa il grande balzo indietro, dal tempo all’eternità: “In principio era il Verbo”. Lo stesso fa a proposito dell’amore. Tutti gli altri, compreso Paolo, hanno parlato dell’amore di Dio manifestatosi nella storia e culminato nella morte di Cristo; lui risale a oltre la storia. Non ci presenta solo un Dio che ama, ma un Dio che è amore. “In principio era l’amore, l’amore era presso Dio e l’amore era Dio”: così possiamo sciogliere la sua affermazione: “Dio è amore” (1Gv 4,10).
Di essa Agostino ha scritto: “Se non ci fosse, in tutta questa Lettera e in tutte le pagine della Scrittura, nessun elogio dell’amore all’infuori di questa sola parola, cioè che Dio è amore, non dovremmo chiedere di più”[2]. Tutta la Bibbia  non fa che “narrare l’amore di Dio”[3].Questa è la notizia che sostiene e spiega tutte le altre. Si discute a non finire, e non solo da oggi, se esiste Dio; ma io credo che la cosa più importante non sia sapere se Dio esiste, ma se è amore[4]. Se, per ipotesi, egli esistesse ma non fosse amore, ci sarebbe più da temere che da gioire per la sua esistenza, come infatti è avvenuto presso diversi popoli e civiltà. La fede cristiana ci assicura proprio su questo: Dio esiste ed è amore!
Il punto di partenza del nostro viaggio è la Trinità. Perché i cristiani credono nella Trinità? La risposta è: perché credono che Dio è amore. Là dove Dio è concepito come Legge suprema o Potere supremo non c’è evidentemente bisogno di una pluralità di persone e per questo non si capisce la Trinità. Il diritto e il potere possono essere esercitati da una sola persona, l’amore no.
Non c’è amore che non sia amore di qualcosa o di qualcuno, come –dice il filosofo Husserl – non c’è conoscenza che non sia conoscenza di qualcosa. Chi ama Dio per essere definito amore? L’umanità? Ma gli uomini esistono solo da alcuni milioni di anni; prima di allora, chi amava Dio per essere definito amore? Non può aver cominciato ad essere amore a un certo punto del tempo, perché Dio non può cambiare la sua essenza. Il cosmo? Ma l’universo esiste da alcuni miliardi di anni; prima, chi amava Dio per potersi definire amore? Non possiamo dire: amava se stesso, perché amare se stessi non è amore, ma egoismo o, come dicono gli psicologi, narcisismo.
Ed ecco la risposta della rivelazione cristiana che la Chiesa ha raccolto da Cristo e ha esplicitata nel suo credo. Dio è amore in se stesso, prima del tempo, perché da sempre ha in se stesso un Figlio, il Verbo, che ama di un amore infinito che è lo Spirito Santo. In ogni amore ci sono sempre tre realtà o soggetti: uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce.
2. L’amore di Dio nella creazione
Quando questo amore fontale si dispiega nel tempo, abbiamo la storia della salvezza. La prima tappa di essa è la creazione. L’amore è, per sua natura, “diffusivum sui”, cioè tende a comunicarsi”. Siccome “l’agire segue l’essere”, essendo amore, Dio crea per amore. “Perché ci ha creati Dio?”: così suonava la seconda domanda del catechismo di una volta, e la risposta era: “Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo poi nell’altra in paradiso”. Risposta ineccepibile, ma parziale. Essa risponde alla domanda sulla causa finale: “per quale scopo, a che fine ci ha creati Dio”; non risponde alla domanda sulla causa causante: “perché ci ha creati, che cosa lo ha spinto a crearci”. A questa domanda non si deve rispondere: “perché lo amassimo”, ma “perché ci amava”.
Secondo la teologia rabbinica, fatta propria dal Santo Padre  nel suo ultimo libro su Gesù, “il cosmo viene creato non perché ci siano molteplici astri e tante altre cose, ma perché ci sia uno spazio per l’’alleanza’, il ‘sì’ dell’amore tra Dio e l’uomo che gli risponde”[5]. La creazione è in vista del dialogo d’amore di Dio con le sue creature.
Come è lontana, su questo punto, la visione cristiana dell’origine dell’universo da quella dello scientismo ateo ricordato in Avvento! Una delle sofferenze più profonde per un giovane o una ragazza è scoprire un giorno di essere al mondo per caso, non voluti, non attesi, magari per uno sbaglio dei genitori. Un certo scientismo ateo sembra impegnato a infliggere questo tipo di sofferenza all’umanità intera. Nessuno saprebbe convincerci del fatto che noi siamo stati creati per amore, meglio di come lo fa santa Caterina da Siena in una sua infuocata preghiera alla Trinità:
“Come creasti, dunque, o Padre eterno, questa tua creatura? […]. Il fuoco ti costrinse. O amore ineffabile, benché nel lume tuo tu vedessi tutte le iniquità, che la tua creatura doveva commettere contro la tua infinita bontà, tu facesti vista quasi di non vedere, ma fermasti l’occhio nella bellezza della tua creatura, della quale tu, come pazzo ed ebbro d’amore, t’innamorasti e per amore la traesti da te, dandole l’essere all’immagine e similitudine tua. Tu, verità eterna, hai dichiarato a me la verità tua, cioè che l’amore ti costrinse a crearla”.
Questo non è solo agape, amore di misericordia, di donazione e di discesa; è anche eros e allo stato puro; è attrazione verso l’oggetto del proprio amore, stima e fascino della sua bellezza.
3. L’amore di Dio nella rivelazione
La seconda tappa dell’amore di Dio è la rivelazione, la Scrittura. Dio ci parla del suo amore soprattutto nei profeti. Dice in Osea: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai […]. Io insegnai a Efraim a camminare, sorreggendolo per le braccia[…]. Io li attiravo con corde umane, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dalle mascelle, e porgevo loro dolcemente da mangiare […]. Come farei a lasciarti, o Efraim? […] Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono.” (Os 11, 1-4).
Ritroviamo questo stesso linguaggio in Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?” (Is 49, 15) e in Geremia: “Efraim è il figlio che amo, il mio bambino, il mio incanto! Ogni volta che lo riprendo mi ricordo di ciò, mi si commuovono le viscere e cedo alla compassione” (Ger 31, 20).
In questi oracoli, l’amore di Dio si esprime contemporaneamente come amore paterno e materno. L’amore paterno è fatto di stimolo e di sollecitudine; il padre vuol far crescere il figlio e portarlo alla piena maturità. Per questo lo corregge e difficilmente lo loda in sua presenza, per paura che si creda arrivato e che non progredisca più. L’amore materno invece è fatto di accoglienza e di tenerezza; è un amore “viscerale”; parte dalle profonde fibre dell’essere della madre, là dove la creatura si è formata, e di lì afferra tutta la sua persona facendola “fremere di compassione”.
Nell’ambito umano, questi due tipi di amore – virile e materno – sono sempre, più o meno nettamente, ripartiti. Il filosofo Seneca diceva: “Non vedi come è diversa la maniera di voler bene dei padri e delle madri? I padri svegliano presto i figli perché si mettano allo studio, non permettono loro di starsene oziosi e li fanno grondare di sudore e talvolta anche di lacrime. Le madri invece se li coccolano in grembo e se li tengono vicini ed evitano di contrariarli, di farli piangere e di farli faticare”[6]. Mentre però il Dio del filosofo pagano ha verso gli uomini solo “l’animo di un padre che ama senza debolezza” (sono parole sue), il Dio biblico ha anche l’animo di una madre che ama “con debolezza”.
L’uomo conosce per esperienza un altro tipo di amore, quello di cui si dice che è “forte come la morte e che le sue vampe sono vampe di fuoco” (cf Ct 8, 6), e anche a questo tipo di amore Dio ha fatto ricorso, nella Bibbia, per darci un’idea del suo appassionato amore per noi. Tutte le fasi e le vicissitudini dell’amore sponsale sono evocate e utilizzate a questo scopo: l’incanto dell’amore allo stato nascente nel fidanzamento (cf Ger 2, 2); la pienezza della gioia del giorno delle nozze (cf Is 62, 5); il dramma della rottura (cf Os 2, 4 ss) e infine la rinascita, piena di speranza, dell’antico vincolo (cf Os 2, 16; Is 54, 8).
L’amore sponsale è, fondamentalmente, un amore di desiderio e di scelta. Se è vero, perciò, che l’uomo desidera Dio, è vero, misteriosamente, anche il contrario e cioè che Dio desidera l’uomo, vuole e stima il suo amore, gioisce per esso “come gioisce lo sposo per la sposa” (Is 62,5)!
Come fa notare il Santo Padre nella “Deus caritas est”, la metafora nuziale che attraversa quasi tutta la Bibbia ed ispira il linguaggio dell’“alleanza”, è la migliore riprova che anche l’amore di Dio per noi è eros e agape, è dare e cercare insieme. Non lo si può ridurre a sola misericordia, a un “fare la carità” all’uomo, nel senso più  rimpicciolito del termine.
4. L’amore di Dio nell’incarnazione
Arriviamo così alla tappa culminante dell’amore di Dio, l’incarnazione: “Così Dio ha amato il mondo da dare per esso il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Di fronte all’incarnazione si pone la stessa domanda che ci siamo posti per la creazione. Perché Dio si è fatto uomo? Cur Deus homo? Per molto tempo la risposta è stata: per redimerci dal peccato. Duns Scoto approfondì questa risposta, facendo dell’amore il motivo fondamentale dell’incarnazione, come di tutte le altre opere ad extra della Trinità.
Dio, dice Scoto, per prima cosa, ama se stesso; in secondo luogo, vuole che ci siano altri esseri che lo amano (“secundo vult alios habere condiligentes”). Se decide l’incarnazione è perché ci sia un altro essere che lo ama con l’amore più grande possibile fuori di lui[7]. L’incarnazione avrebbe dunque avuto luogo anche se Adamo non avesse peccato. Cristo è il primo pensato e il primo voluto, il “primogenito della creazione” (Col 1,15), non la soluzione a un problema intervenuto in seguito con il peccato di Adamo.
Ma anche la risposta di Scoto è parziale e va completata in base a ciò che dell’amore di Dio ci dice la Scrittura. Dio ha voluto l’incarnazione del Figlio, non solo per avere qualcuno fuori di sé che lo amasse in modo degno di sé, ma anche e soprattutto per aver fuori di sé qualcuno da amare in modo degno di sé! E questi è il Figlio fatto uomo, in cui il Padre “trova tutta la sua compiacenza” e con lui tutti noi resi “figli nel Figlio”.
Cristo è la prova suprema dell’amore di Dio per l’uomo non solo in senso oggettivo, alla maniera di un pegno inanimato che si da a qualcuno del proprio amore; lo è in senso anche soggettivo. In altre parole, non è solo la prova dell’amore di Dio, ma è l’amore stesso di Dio che ha assunto una forma umana per potere amare ed essere amato dall’interno della nostra situazione. In principio era l’amore e “l’amore si è fatto carne”: così un antichissimo scritto cristiano, parafrasa le parole del Prologo di Giovanni[8].
San Paolo conia una espressione apposita per questa nuova modalità dell’amore di Dio, lo chiama “l’amore di Dio che è in Cristo Gesù” (Rom 8, 39). Se, come si diceva la volta scorsa, ogni nostro amore per Dio deve ormai esprimersi concretamente in amore per Cristo, è perché ogni amore di Dio per noi si è, prima, espresso e raccolto in Cristo.
5. L’amore di Dio effuso nei cuori
La storia dell’amore di Dio non termina con la Pasqua di Cristo, ma si prolunga nella Pentecoste che rende presente e operante “l’amore di Dio in Cristo Gesù” fino alla fine del mondo. Non siamo costretti, perciò, a vivere solo del ricordo dell’amore di Dio, come di una cosa passata. “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato donato” (Rom 5,5).
Ma cos’è questo amore che è stato riversato nel nostro cuore nel battesimo? È un sentimento di Dio per noi? Una sua benevola disposizione a nostro riguardo? Un’inclinazione? Qualcosa, cioè, di intenzionale? È molto di più; è qualcosa di reale. È, alla lettera, l’amore di Dio, cioè l’amore che circola nella Trinità tra Padre e Figlio e che nell’incarnazione  ha assunto una forma umana e ora viene partecipato a noi sotto forma di “inabitazione”. “Il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23).
Noi diventiamo “partecipi della natura divina” (2 Pt 1, 4), cioè partecipi dell’amore divino. Veniamo a trovarci per grazia, spiega san Giovanni della Croce, dentro il vortice d’amore che passa da sempre, nella Trinità, tra il Padre e il Figlio[9]. Meglio ancora: tra il vortice di amore che passa ora, in cielo, tra il Padre e il suo Figlio suo Gesù Cristo, risorto da morte, di cui siamo le membra.
6. Noi abbiamo creduto all’amore di Dio!
Ecco, Venerabili padri, fratelli e sorelle, questa che ho tracciato poveramente è la rivelazione oggettiva dell’amore di Dio nella storia. Adesso veniamo a noi: che faremo, che diremo dopo aver ascoltato quanto Dio ci ama? Una prima risposta è: riamare Dio! Non è, questo, il primo e più grande comandamento della legge? Sì, ma esso viene dopo. Altra risposta possibile: amarci tra noi come Dio ci ha amati! Non dice l’evangelista Giovanni che, se Dio ci ha amato, “anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv 4, 11)? Anche questo, viene dopo; prima c’è un’altra cosa da fare. Credere nell’amore di Dio! Dopo aver detto che “Dio è amore”, l’evangelista Giovanni esclama: “Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4,16).
La fede dunque. Ma qui si tratta di una fede speciale: la fede-stupore, la fede incredula (un paradosso, lo so, ma vero!), la fede che non sa capacitarsi di quello che crede, anche se lo crede. Come è possibile che Dio, sommamente felice nella sua quieta eternità, abbia avuto il desiderio non solo di crearci, ma anche di venire di persona a soffrire in mezzo a noi? Come è possibile questo? Ecco, questa è la fede-stupore, la fede che fa felici.
Il grande convertito e apologeta della fede Clive Staples Lewis (l’autore, detto per inciso, del ciclo narrativo di Narnia, portato di recenti sugli schermi) ha scritto un singolare romanzo intitolato “Le lettere di Berlicche”. Sono lettere che un diavolo anziano scrive a un diavoletto giovane e inesperto che è impegnato sulla terra a sedurre un giovane londinese appena ritornato alla pratica cristiana. Lo scopo è di istruirlo sulle mosse da fare per riuscire nell’intento. Si tratta di un moderno, finissimo trattato di morale e di ascetica, da leggere alla rovescio, cioè facendo esattamente il contrario di quello che viene suggerito.
A un certo punto l’autore ci fa assistere a una specie di discussione che si svolge tra i demoni.. Essi non possono capacitarci che il Nemico (così chiamano Dio) ami veramente “i vermi umani e desideri la loro libertà”. Sono sicuri che non può essere. Ci deve essere per forza un inganno, un trucco. Ci stiamo indagando, dicono, dal giorno che il “Nostro Padre” (così chiamano Lucifero), proprio per questo motivo, si allontanò da lui; non l’abbiamo ancora scoperto, ma un giorno ci arriveremo[10]. L’amore di Dio per le sue creature è, per essi, il mistero dei misteri. E io credo che, almeno in questo, i demoni hanno ragione.
Sembrerebbe una fede facile e piacevole; invece è  forse la cosa più difficile che ci sia anche per noi creature umane. Ci crediamo noi veramente che Dio ci ama? No che non ci crediamo veramente, o almeno che non ci crediamo abbastanza! Ché se ci credessimo, subito la vita, noi stessi, le cose, gli avvenimenti, il dolore stesso, tutto si trasfigurerebbe davanti ai nostri occhi. Oggi stesso noi saremmo con lui in paradiso, perché il paradiso non è che questo: godere in pienezza dell’amore di Dio.
Il mondo ha reso sempre più difficile credere nell’amore. Chi è stato tradito o ferito una volta, ha paura di amare e di essere amato, perché sa quanto fa male ritrovarsi ingannato. Sicché, si va sempre più ingrossando la schiera di coloro che non riescono a credere nell’amore di Dio; anzi, in nessun amore. Il disincanto e il cinismo è il marchio della nostra cultura secolarizzata. Sul piano personale c’è poi l’esperienza della nostra povertà e miseria che ci fa dire: “Sì, questo amore di Dio è bello, ma non è per me! Io non ne sono degno…”.
Gli uomini hanno bisogno di sapere che Dio li ama e nessuno meglio dei discepoli di Cristo è in grado di recare loro questa buona notizia. Altri, nel mondo, condividono con i cristiani il timore di Dio, la preoccupazione per la giustizia sociale e il rispetto dell’uomo, per la pace e la tolleranza; ma nessuno – dico nessuno – tra i filosofi, né tra le religioni, dice all’uomo che Dio lo ama, lo ama per primo, e lo ama con amore di misericordia e di desiderio: con eros e agape.
San Paolo ci suggerisce un metodo per applicare alla nostra concreta esistenza la luce dell’amore di Dio.  Scrive: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati” (Rom 8, 35-37). I pericoli e i nemici dell’amore di Dio che egli enumera sono quelli che ha, di fatto, sperimentato nella sua vita: l’angoscia, la persecuzione, la spada… (cf 2 Cor 11, 23 ss). Egli li passa in rassegna nella sua mente e constata che nessuno di essi è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Dio.
Siamo invitati a fare come lui: a guardare la nostra vita, così come essa si presenta, a portare a galla le paure che vi si annidano, le tristezze, le minacce, i complessi, quel difetto fisico o morale, quel ricordo penoso che ci umilia, e a esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama.
Dalla sua vita personale, l’Apostolo allarga lo sguardo sul mondo che lo circonda. “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati; né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8, 37-39). Osserva il “suo” mondo, con le potenze che lo rendevano allora minaccioso: la morte con il suo mistero, la vita presente con le sue lusinghe, le potenze astrali o quelle infernali che incutevano tanto terrore all’uomo antico.
Noi possiamo fare la stessa cosa:  guardare il mondo che ci circonda e che ci fa paura. L’“altezza” e la “profondità”, sono per noi ora  l’infinitamente grande in alto e l’infinitamente piccolo in basso, l’universo e l’atomo. Tutto è pronto a schiacciarci; l’uomo è debole e solo, in un universo tanto più grande di lui e divenuto, per giunta, ancora più minaccioso, in seguito alle scoperte scientifiche che ha fatto e che non riesce dominare, come ci sta drammaticamente dimostrando la vicenda dei reattori atomici di Fukushima.
Tutto può essere messo in questione, tutte le sicurezze possono venire a mancarci, ma mai questa: che Dio ci ama ed è più forte di tutto. “Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto i cieli e la terra”.
——————————————–
[1] Aristotele, Metafisica, XII, 7, 1072b.
[2] S. Agostino, Trattati sulla Prima lettera di Giovanni, 7, 4.
[3] S. Agostino, De catechizandis rudibus, I, 8, 4: PL 40, 319.
[4] Cf. S. Kierkegaard, Discorsi edificanti in diverso spirito, 3: Il Vangelo delle sofferenze, IV.
[5] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Parte, Libreria Editrice Vaticana, 2011, p. 93.
[6] Seneca, De Providentia, 2, 5 s.
[7] Duns Scoto, Opus Oxoniense, I,d.17, q.3, n.31; Rep., II, d.27, q. un., n.3
[8] Evangelium veritatis (dai Codici di Nag-Hammadi).
[9] Cf. S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale A, strofa 38.
[10] C.S. Lewis, The Screwtape Letters, 1942, cap. XIX; trad. ital. Le lettere di Berlicche, Milano, Mondadori, 1998

Publié dans:Padre Cantalamessa, quaresima |on 1 avril, 2011 |Pas de commentaires »

QUARESIMA: MIRANDO ALLA GIOIA

dal sito:

http://www.suffragio.it/prediche/gemme/quaresima95.htm

QUARESIMA: MIRANDO ALLA GIOIA

Il tempo dei perché e dei per chi

Ci sono le stagioni dell’anno e le stagioni vita. E ci sono le stagioni liturgiche … La Chiesa, splendida madre, grande maestra ed educatrice, ci dona la Quaresima questo grande stagione liturgica – ci invita alla Quaresima.
La Quaresima torna ogni anno con la sua proposta di domande forti e con la sua richiesta di risposte forti. È lì e, come un faro, indica la strada del porto … Non la si può mai dare per scontata: è un grande appello sempre nuovo e scomodo, inquietante a verificare il cuore del nostro essere cristiani, mettendoci di fronte a Gesù Cristo.
È il tempo dei perché e dei per chi, degli interrogativi fondamentali su Dio, sulla vita, sulla morte, sull’amore, sul dolore, sulla Pasqua che è amore e dolore insieme.
È il tempo di forti proposte. È il luogo in cui vivere la realtà di un incontro, di una conoscenza, di una accoglienza più vera di Gesù Cristo e del suo Vangelo. La Quaresima allora è uno vicenda di conversione. È la vicenda di un cristiano e di una comunità che si lasciano educare, « lacerare », consolare, trasformare da una Parola che salva, da un Crocefisso Risorto. Ho trovato un raccontino di Anthony de Mello ironico ma incisivo: mi sembra un’ottima premessa a questo tempo che stiamo per cominciare:
Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energie, tagliando la legna con un’accetta perché diceva di non avere tempo per fermarsi ad affilarne la lama.
Quaresima allora è il tempo del « fermarsi », dell’ « affilare le lame » … è il tempo di ridiventare cristiani appassionati, profondi e geniali, che si sanno straamati e perdonati da Dio, non annoiati, non vinti dall’abitudine, non verniciati da un Cristianesimo esteriore, non rassegnati al « così fan tutti »
 
Al centro lo Pasqua di Gesù
Prima di ogni altra cosa, la Quaresima va vista come una Buona Notizia, come uno straordinario Vangelo, come un grande annuncio di vita, di speranza, di possibilità concreta di cambiare la nostra vita, se lo vogliamo. Al centro della Quaresima deve stare Dio e la suo misericordia, deve stare la Pasqua di Gesù. La Quaresima non deve essere dominata dall’ aspetto ascetico, dalla rinuncia, dalla proibizione, ma deve essere dominata dall’aspetto teologico, dalla Pasqua perché prima sta Dio, prima sta la grazia, prima sta il Vangelo, poi la morale cristiana poi l’ascesi cristiana. Non per nulla risuona un annuncio nella 2^ lettura della 1^ domenica di Quaresima:
 
Vi supplichiamo, in nome di Cristo:
lasciatevi riconciliare con Dio.
(2 Cor 5,20)
 
La meta del cammino quaresimale è la Pasqua di Gesù, il meraviglioso mattino di Pasqua, è credere nel Risorto, è vivere a partire dalla Resurrezione. La Quaresima è e deve diventare quindi il tempo dello stupore per le parole di Gesù, per i gesti di Gesù, per la sua morte, per la sua resurrezione cioè per la sua Pasqua. Questa è la conversione: dallo stupore al far memoria delle parole e dei gesti di Gesù. Affascinati dalla sua vicenda, dai suoi gesti, dalle sue parole, dovremmo poter dire: vorrei essere anch’io così, sentire così, agire così, essere libero così, pregare, amare, perdonare così. Fra i tanti inviti che la Pasqua ci lancia, ne sottolineo due in particolare.
 
Il cuore e il silenzio
Ecco l’attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
(Osea 2, 16)
Sono le parole dell’amante alla sua Amata, sono il desiderio potente e dolce dell’intimità, stare cl tu per tu … Sono le parole che il nostro Signore – come un tempo con Israele -ci sussurra in questa Quaresima appena iniziata. Fermarsi nelle cose affannose della nostra vita e spalancare il nostro cuore, la nostra libertà a Dio: ecco la Quaresima! E Dio, come l’amore – e Dio è amore – non lascia mai le persone come le ha trovate: le illumina, le ispira, le consola, le trasforma, le trasfigura
Vi darò un cuore nuovo,
metterò dentro di voi uno spirito nuovo
toglierò da voi il cuore di pietra
e vi darò un cuore di carne.
(Ezechiele 36,26)
È questo il più grande miracolo che la tenerezza e la forza di Dio sanno inventare. Ed è solo questo cuore nuovo, questo cuore di carne che ci dona occhi per vedere, nella Croce di Gesù, le Croci degli uomini e che ci dona mani instancabili nella carità. Lasciamoci « sedurre » dal Signore, allora, lasciamoci condurre nel « deserto ».C’è un libro che amo e che mi sentirete citare spesso: « Il piccolo principe » di Saint Exupéry. Ho scovato lì questo passo:
Mi è sempre piaciuto il deserto.
Ci si siede su una duna di sabbia.
Non si vede nulla. Non si sente nulla.
E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.
« Ciò che abbellisce il deserto »,
disse il piccolo principe,
« è che nasconde un pozzo in qualche luogo… »
Il silenzio cristiano nasconde il pozzo d’acqua viva delle Parole e della vita che Gesù di Nazareth ci regala perché possiamo imparare a lasciarci amare, ad amare, a servire, a sperare, ad essere liberi.
 
La libertà dalle cose
e il digiuno per la fraternità

La Quaresima è anche tempo di fraternità, di donazione. È una ottolineatura recente ma certo non accidentale. Terribili le parole di Voltaire che così apostrofava i preti:
« A chi predicate la Quaresima, ai ricchi?
Ma se non la fanno mai! …
Ai poveri? Ma se la fanno tutto l’anno!… ».
È ancora un filosofo, Socrate, che ci richiama all’essenziale:
Da vero filosofo qual era, Socrate era convinto che il saggio fosse portato istintivamente a condurre una vita frugale. Da parte sua, egli non portava nemmeno le scarpe eppure non riusciva a sottrarsi al fascino del mercato e vi si recava spesso a guardare la merce in esposizione. Quando un amico gli domandò perché lo facesse, rispose: « Mi piace ndarci per scoprire di quante cose posso benissimo fare a meno ».
Socrate ci invita a essere liberi dalle cose ed è davvero molto, vista la « cultura del superfluo » e la sete di avere, di potere dentro cui viviamo. Ma la « libertà da » è solo il primo passo: la libertà più vera, quello che fa felici, quella che ci chiede il Vangelo è la « libertà per », per la fraternità.Cosi va visto l’invito della Quaresima all’austerità, all’essenzialità, perché il risultato di certi digiuni non sia solo l’avere fame…
Anche il digiuno deve essere « digiuno per ». E riguardo al digiuno vi propongo solo tre frasi da meditare:
 
Se digiunando ti senti eroico, pensa
che i due terzi della popolazione mondiale
sono eroici.
 
Chi digiuna si fa trasparente.
Gli altri gli si fan trasparenti.
I loro dolori penetrano in lui ormai indifeso.
 
Il digiuno è il sigillo della carità.
Ti fa amare di più Dio,
dando più slancio alla tua preghiera.
Ti fa amare di più il prossimo,
dando più sostanza alla tua condivisione.
 
Mirando alla gioia
Cosi troviamo scritto su Gesù nella lettera agli Ebrei (12,2):
Mirando alla gioia si sottopose alla croce
Anche noi, mirando alla gioia, ci « sottoponiamo » alla Quaresima… Qualcuno ha scritto che
Per essere uomini veri, uomini felici
ci mancano gli altri e l’Altro
in Quaresima possiamo compiere questo cammino verso gli altri e verso l’Altro … e sarà gioia, la gioia del mattino di Pasqua!
 
Don Mirko
dall’Informatore Parrocchiale – marzo 1995
 

Publié dans:quaresima |on 29 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Quaresima, per amore o per forza? (Enzo Bianchi)

du site:

http://www.stpauls.it/vita/0902vp/0902vp03.htm

Editoriale

Quaresima, per amore o per forza?

di ENZO BIANCHI
    
Tra i doni più preziosi lasciatici dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – la prima a essere promulgata dal Vaticano II, tempo di grazia per la Chiesa indetto proprio cinquant’anni fa – vi è la ricollocazione del tempo di Quaresima nella tradizione della Chiesa primitiva. Ora, due sono gli elementi che hanno caratterizzato questo tempo liturgico a partire dal IV secolo, quando si è strutturato attorno ai quaranta giorni precedenti la Pasqua: la dimensione di preparazione al battesimo per i catecumeni e quella di penitenza per i peccatori chiamati a conversione.
Così recita quel testo, mai troppo citato: «Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la dedizione alla preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica» (SC 109). Sono dimensioni quanto mai fondamentali per una vita cristiana adulta che si confronta con l’oggi della storia, in una società secolarizzata in cui si fatica a testimoniare e discernere la differenza cristiana.
Il tempo quaresimale, in questo, è davvero « il tempo favorevole », l’occasione propizia affinché non solo i catecumeni adulti si preparino a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma ogni fedele faccia memoria del proprio battesimo e rinnovi attraverso la penitenza il movimento di ritorno a Dio nella libertà e per amore. Se infatti il venir meno di un contesto sociale segnato dalla cristianità ha comportato una diminuzione della pratica cristiana da parte di quanti la vivevano per abitudine o addirittura per obbligo, oggi chi avverte con forza l’istanza di conversione che la Quaresima richiama vi può rispondere in piena consapevolezza, libero da condizionamenti: si tratta di rifiutare gli idoli seducenti, di tentare un allontanamento dal cattivo operare per una rinnovata fedeltà all’unico Signore vivente e vero. Gli strumenti che rendono il cammino quaresimale un percorso di liberazione segnato dall’amore sono anch’essi sapientemente ricordati dal Concilio: «L’ascolto più frequente della parola di Dio», «la preghiera più intensa», «una penitenza quaresimale che non sia soltanto interna e individuale ma anche esterna e sociale», «il digiuno», «in modo da giungere così, con animo sollevato e aperto, alla gioia della domenica di Risurrezione» (SC 109-110).
La conversione, allora, sarà un ritorno nutrito e sostenuto da una rinnovata assiduità alla parola di Dio contenuta nelle Scritture: lì è Dio che rinnova costantemente, attraverso i suoi profeti, l’appello alla conversione. Non dimentichiamo che il Vangelo stesso si apre con l’invito di Giovanni il Battista e di Gesù: «Convertitevi e credete al vangelo!» (Mc 1,15; cf Mt 4,17). È quindi, anche per noi oggi, sempre tempo di conversione perché sempre, nonostante la vita di fede e il nutrimento sacramentale, gli idoli seducenti ci allontanano da Dio, ci inducono a dimenticare il Vangelo, a contraddire la volontà di Dio che ci vuole liberi da ogni seduzione idolatrica: sempre l’itinerario cristiano ha bisogno di « correzioni di rotta » perché sempre Satana, il divisore, ci distoglie dal cammino intrapreso. Peccato e conversione sono coesistenti in noi: siamo sempre cristiani peccatori bisognosi di conversione, di ritornare al Padre nella sequela di Gesù, venuto proprio per i malati e i peccatori (cf Lc 15,7).
Ora, questa conversione – e la penitenza che rende manifesto ciò che dimora nel cuore dell’uomo – non è un mutamento solo intellettuale, un cambiare mentalità, ma è anche un modificare le abitudini di vita, un impegno pratico, « esterno e sociale » come ricorda il Concilio: diventa un comportamento diverso da quello del mondo, un atteggiamento conforme ai sentimenti di Cristo. Si tratta davvero di acquisire lo sguardo di Dio sulla realtà che ci circonda, come ammonisce san Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Questo rende possibile anche cogliere il bisogno dell’altro, la sofferenza del debole, il grido dell’oppresso, la solitudine dell’emarginato: farsi prossimo di chi è in difficoltà diviene allora la via regale per tornare a Dio con tutto il cuore e predisporsi così a celebrare degnamente la Pasqua di risurrezione, avendola attesa «con la gioia dello Spirito Santo [...] e con l’animo ardente di gioioso desiderio» (Regula Benedicti 49,6-7). «Dolorosa gioia» chiamavano i Padri la Quaresima: sì, se sappiamo viverla nutrendo gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf Fil 2,5), allora la nostra sarà una Quaresima vissuta non per forza ma per amore, nella potenza trasfigurante dell’amore.

Enzo Bianchi  

Publié dans:quaresima |on 19 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Credere Dio oggi: Incontri quaresimali alla Cattedra di San Giusto a Trieste

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21743?l=italian

Credere Dio oggi

Incontri quaresimali alla Cattedra di San Giusto a Trieste

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 15 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il mondo moderno ha guardato a Dio come ad un intralcio mentre l’umano non può stare senza Dio e rinnova la sua incessante ricerca.

Lo ha spiegato monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste nel corso di una riflessione svolta il 3 marzo scorso presso la Basilica Cattedrale per l’avvio della Cattedra di San Giusto che propone una serie di incontri sul tema “Credere Deum”, “Credere Dio”.

Partendo dalla citazione n.78 dell’Enciclica Caritas in veritate in cui si afferma che « senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia”, monsignor Crepaldi ha ricordato che “veniamo da un lungo e tormentato periodo storico e culturale che ha preteso di emancipare e promuovere l’uomo e il suo sviluppo etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse”.

“Dio – ha rilevato – è stato visto non come un’opportunità di promozione umana, ma come un intralcio ad essa. Quasi tutta la stagione storico-culturale della modernità occidentale poggia su questo postulato: la vita dell’uomo si afferma dove e quando Dio muore”.

“Eppure – ha aggiunto l’Arcivescovo – non è necessario un grande sforzo di memoria per ricordare gli assetti politici che presero forma nel secolo cosiddetto breve dietro l’incalzare di ideologie nelle quali la negazione di Dio era un postulato essenziale e fondamentale della loro proposta”.

Facendo menzione degli orrori dei lager e dei gulag, monsignor Crepaldi ha quindi detto: “Come credente nel Dio della vita sento di dirvi che quel disastro fu provocato perché dall’orizzonte della storia era stato fatto sparire Dio. Senza Dio o contro Dio, l’uomo finisce per costruire contro se stesso”.

Secondo l’Arcivescovo di Trieste anche il “pensiero debole” e la secolarizzazione fanno di tutto per “togliere voce e presenza a Dio”.

Ma per monsignor Crepaldi “lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato” e l’alienazione sociale e psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le società opulente rimandano anche a cause di ordine spirituale.

Viviamo infatti “una società del benessere, materialmente sviluppata, ma opprimente per l’anima, che non è di per sé orientata all’autentico sviluppo” e le tante forme di disperazioni in cui cadono tante persone “trovano una spiegazione non solo sociologica e psicologica, ma essenzialmente spirituale”.

Per rispondere alla domanda “Dio, oggi. Dio come risposta alle nostre domande, laceranti e inquietanti, circa il senso del vivere” monsignor Crepaldi ha raccontato tre esperienze di vita che lo hanno segnato.

La prima è relativa all’incontro con il Cardinale Francesco Xavier Van Thuan, che fu Presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, Vescovo di Saigon e martire vietnamita. Venne imprigionato per tredici anni dalla polizia comunista. Nove di quegli anni li passò in isolamento.

Van Thuan non aveva commesso nessun reato, non aveva nessuna colpa, l’unico motivo della sua detenzione era il suo essere un Vescovo cattolico.

Un giorno – ha raccontato monsignor Crepaldi – eravamo in macchina insieme e gli chiesi: “Eminenza, dove aveva trovato la forza per farcela?”. Mi rispose: “In Dio, perché Dio è tutto e perché è amore”.

Poi aggiunse: “Monsignore, spendersi per Dio che è amore è spendersi per la causa della civiltà dell’amore, quella della giustizia e della pace, quella che purifica tutti gli orrori del passato”.

Quella fu una grande e mirabile lezione di teologia – ha commentato l’Arcivescovo di Trieste – perchè “dalla riva della sua beata e sicura eternità Dio non si è accontentato di insegnare all’uomo la via della salvezza. Dio si è immerso nelle nostre acque travolgenti, ha condiviso la nostra condizione di disperati e votati alla morte, ha stretto a sé l’uomo, e lo ha trasportato sulla riva della sua eterna beatitudine”.

La seconda storia che monsignor Crepaldi ha raccontato è la storia di suo fratello Dante che era Down e morì a 50 anni senza dire mai una parola.

“Quando avevo 20 anni ed ero studente di teologia – ha ricordato l’Arcivescovo – ebbi una grande crisi di fede. Perché Dio non rispondeva alla mia domanda: ‘Perché, Signore, la sventura di questo mio fratello?”.

“Un giorno – ha continuato – eravamo in casa io e lui. Mia madre era fuori e sul tavolo c’era un Crocifisso e quasi per un’intuizione miracolosa vidi riflesso in quel Crocifisso il volto di mio fratello e quel Crocifisso lo vidi riflesso nel volto di Dante”.

“Quel giorno mio fratello mi regalò la bellezza di Dio, quando caddi piangendo in ginocchio di fronte al Crocifisso. E dopo mi sono domandato, come fa Sant’Anselmo, ‘Cur Deus homo?’, ‘Perché Dio ti sei fatto uomo e crocifisso?’”.

L’Arcivescovo ha spiegato che “nell’uomo dei dolori, che si consegna alla morte nella sua atroce bruttezza sulla croce, è la bellezza della santità, la bellezza del dono di sé sino alla fine che risplende”.

“Capii – ha sostenuto l’Arcivescovo – che il Crocifisso è la bellezza che salva. Il suo volto sfigurato che perdona è per eccellenza la via della santità e allo stesso tempo la via della bellezza”.

L’ultima storia riguarda il figlio di un cugino di monsignor Crepaldi, un ragazzo ammalato a cui trapiantarono i reni.

Ogni mese doveva andare in ospedale per fare le analisi perché c’era il pericolo del rigetto. Lì incontrò una ragazza. Era rimasto piccolo; lei ancora più piccola e a 22 – 23 anni si innamorarono e poi si sposarono.

“Io non ho mai visto e non vedrò più un innamoramento così stupefacente”, ha esclamato monsignor Crepaldi. “Li ho preparati e ho celebrato il loro matrimonio, la fede che avevano: due occhi limpidi”.

“Finito il matrimonio sono venuti vicini e chiesi a loro – la mia era una domanda curiosa e legittima -: ‘Siete felici?’. E lei andando via si girò e mi diede una risposta che io avvertii come una specie di rimprovero e mi disse: ‘Dio è felicità!’”.

“Io rimasi senza parole”, ha spiegato, perchè secondo un’idea diffusa, “la felicità non avrebbe nulla a che vedere con il cristianesimo, accusato di essere triste e di tendere tutt’al più ad un ideale di gravitas monastica, disprezzando i piaceri del corpo e le gioie della vita”.

A questo proposito monsignor Crepaldi ha precisato che “il modello delle beatitudini evangeliche è proprio un invito alla felicità, anche se ‘paradossale’, perché essa non è mai disgiunta dall’amore e dalla giustizia”.

“La felicità è, dunque, legata all’attesa, di un Altro e di un Altrove, di cieli nuovi e di terre nuove, in cui il male sarà vinto e la morte sconfitta. Ma di essa ci è offerto già qui, su questa terra, un anticipo e ci è data una prefigurazione. È una felicità promessa e, nello stesso tempo, esperienza già data”.

Per finire l’Arcivescovo di Trieste ha risposto che Dio oggi è presente “perché gli uomini e le donne del nostro tempo hanno un bisogno incommensurabile di amore, di bellezza e di felicità”.

Publié dans:quaresima |on 16 mars, 2010 |Pas de commentaires »
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