Archive pour la catégorie 'preghiera (sulla)'

L’insistenza nella preghiera dai Sermoni di Sant’Antonio di Padova

dal sito:

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L’insistenza nella preghiera dai Sermoni di Sant’Antonio di Padova
II L’insistenza nella preghiera.

“E io vi dico: Chiedete e vi sarà dato”(Lc. 11,9) .Dice il profeta Zaccaria:” Chiedete al Signore la pioggia della sera, ed egli manderà la neve;e darà loro piogge abbondanti e a ciascuno era dei campi”(Zc 10,1).

Nella neve che è candida e fredda è raffigurato il nitore della castità;nelle piogge abbondanti la compunzione accompagnata dalle lacrime; nell’era la compassione per le necessità dei fratelli , che sempre deve verdeggiare nel campo del nostro cuore. Queste tre cose dobbiamo chiedere al Signore, anche se non al mattino presto, almeno sul far della sera, cioè in un secondo momento, giacchè prima di tutto dovremmo cercare il regno di Dio e la sua giustizia. (cf. Mt.6,33; Lc 12,31).I mondani chiedono prima di tutto le cose terrene, e per ultime quelle eterne, mentre prima dovrebbero incominciare dal cielo, dove stà il nostro tesoro, e dove perciò dovrebbero anche il nostro cuore( cf. Mt 6,21; Lc 12,34), e anche la nostra domanda.

“Cercate e troverete” (Lc. 11,9).Dice la sposa del Cantico dei Cantici “ Mi alzerò e mi aggirerò per la città : per strade e piazze cercherò colui che la mia anima ama” (Ct 3,2).La  città raffigura la patria celeste, nella quale ci sono strade e piazze, vale a dire gerarchie angeliche minori e maggiori.L’anima alzandosi, vale a dire sollevandosi dalle cose terrene , va in giro quando contempla l’ardente amore dei serafini verso Dio, quando osserva la sapienza dei cherubini  nei riguardi di Dio, e così degli altri ordini  angelici, tra i quali è alla ricerca del suo sposo. Ma poiché egli è molto più in alto di tutti, non trova, e quindi è necessario che essa superi con lo sguardo della mente le sentinelle , cioè gli spiriti celesti, per poter trovare il suo amato.

“ Cercate e troverete”. Dice Sofonia: “ Cercate il Signore voi tutti, umili della terra , che avete praticato i suoi precetti; cercate la giustizia, cercate l’umiltà per trovarvi al riparo nel giorno della sua ira” (Sof 2,3). E Amos :” Cercate il Signore e vivrete. Non rivolgetevi a Betel, non andate a Galgala e non pensate a Bersabea” ( Am 5,4-5).

I figli di Israele avevano fabbricato dei vitelli d’oro e li avevano collocati a Betel, per adorarli in quel luogo(cf. 3Re 12,32).Nell’oro è simboleggiato lo splendore della gloria temporale, nel vitello la lussuria della carne. Non cercate queste cose.

“Non andate a Gàlgala “, che s’interpreta “ pantano”, figura del fango della lussuria, nella quale i porci si rotolano, “ E non passate a Bersabea”, che si interpreta  “ settimo pozzo”, vale a dire abisso di cupidigia, che è assolutamente senza fondo, come il settimo giorno del quale si legge che non ha fine .” Cercate, dunque, il Signore finchè si fa trovare; invocatelo mentre e vicino” (Is 55,6).

Infatti continua “ Bussate e vi sarà aperto”(Lc 11,9) .Leggiamo negli atti degli Apostoli : “ Pietro continuava a bussare . Quando finalmente aprirono la porta e lo videro rimasero stupefatti” (at 12,16).Pietro liberato dalla prigione per opera di un angelo, raffigura colui che per , mezzo della grazia di Dio viene liberato dal carcere del  peccato.Costui deve bussare con perseveranza  alla porta della corte celeste, e allora gli angeli gli apriranno, presenteranno cioè al cospetto del Signore  la sua devota orazione: e il loro stupore , per così dire , non è altro che la gioia che provano per un peccatore che fa penitenza (Lc 15.10).

Tratto dai Sermoni di Sant’Antonio da Padova pagg.339-340 -Messaggero di Sant’Antonio Editrice. 

Publié dans:preghiera (sulla) |on 12 juin, 2010 |Pas de commentaires »

A.J. Heschel: Siamo testimoni della meraviglia

dal sito:

http://oratoriotirano.files.wordpress.com/2008/11/siamo_testimoni_della_meraviglia_-_aj_heschel.doc

Siamo testimoni della meraviglia
A.J. Heschel

  Pregare è accorgersi della meraviglia, riguadagnare il senso del mistero che anima tutti gli esseri, il margine divino in ciò che conseguiamo.
  La preghiera è l’umile risposta che diamo all’inconcepibile sorpresa del vivere. È tutto quel che sappiamo contraccambiare di fronte al mistero grazie al quale viviamo.
  Chi è degno di assistere al costante dispiegarsi del tempo? In mezzo al meditare delle montagne, all’umiltà dei fiori (più eloquenti di qualsiasi alfabeto), a nubi che costantemente si dissolvono per amore della Sua gloria, noi continuiamo a odiare, a perseguitare, a ferire.
  Tutt’a un tratto proviamo vergogna per il nostro disamore e i nostri reiterati lamenti, al cospetto della tacita gloria che dimora nella natura. E così imbarazzante vivere!
  Come siamo strani nel mondo, e quanto presumiamo nelle nostre azioni! C’è una sola risposta che può mantenerci in vita: la gratitudine. Siamo testimoni della meraviglia, per un dono che ci è stato fatto senza che da parte nostra lo si sia meritato, cioè il diritto di servire, di render culto, di portare a compimento. E la gratitudine che rende grande l’ anima.

A.J. Heschel
L’uomo alla ricerca di Dio
Qiqajon, Bose

(www.monasterodibose.it)

Publié dans:ebraismo, preghiera (sulla) |on 9 juin, 2010 |Pas de commentaires »

di Madre Teresa di Calcutta: Sorridere a Dio…

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/madre_teresa4.htm

Sorridere a Dio…
 
L’amore comincia nella casa paterna!
 
( MADRE TERESA DI CALCUTTA )

Credo che il mondo oggi sia sconvolto e soffra tanto, perché nei focolari domestici e nella vita familiare c’è veramente poco amore. Non abbiamo tempo per i figli, non abbiamo tempo per rallegrarci a vicenda. Penso che se potessimo semplicemente riportare indietro nelle nostre esistenze la vita che Gesù, Maria e Giuseppe hanno vissuto a Nazaret, se potessimo fare delle nostre case un’altra Nazaret, la pace e la gioia regnerebbero nel mondo.
L’amore comincia nella casa paterna; l’amore vive nelle case: la sua mancanza è il motivo per cui oggi nel mondo c’è tanta sofferenza e tanta infelicità. Se prestassimo ascolto a Gesù, egli ci farebbe sentire quel che ha detto una volta: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi!». Egli ci ha amati soffrendo e morendo sulla croce per noi, e così, se dobbiamo amarci a vicenda, se dobbiamo riportare quell’amore nella vita, dobbiamo cominciare a farlo in seno alle nostre famiglie.
Dobbiamo fare delle nostre case dei centri di compassione e perdonare senza fine. Oggi sembra che tutti siano in preda a una terribile frenesia e si affannino per raggiungere mete sempre più alte e raggranellare ricchezze sempre maggiori e altre cose, cosicché i figli hanno ben poco tempo da dedicare ai genitori, i genitori hanno ben poco tempo da dedicare l’uno all’altro, con la conseguenza che nelle case comincia la dissoluzione della pace del mondo.
Le persone che si amano a vicenda in maniera reale, vera e piena, sono le più felici del mondo e noi lo costatiamo in mezzo alla nostra gente così povera. Amano i figli e amano la loro casa. Possono anche possedere assai poco, forse non hanno nulla, eppure sono felici. L’amore vivo fa male. Gesù, per dimostrare il suo amore per noi, è morto in croce. La madre, per dare alla luce il figlio, deve soffrire; se vi amate per davvero gli uni gli altri, non potete farlo senza sacrificio…  

KARL RAHNER : DIO DELLA MIA PREGHIERA

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/rahner_tu_sei_il_silenzio3.htm

KARL RAHNER 
TU SEI IL SILENZIO
Colloqui con il Dio Altissimo

DIO DELLA MIA PREGHIERA

Della mia preghiera voglio parlarti, Signore. E se pure mi sembra che tu quasi non ti curi di quello che ti soglia dire nella mia preghiera, ascolta le mie parole quest’unica volta.
Ah, Signore Dio, io non mi meraviglio se le mie preghiere ricadono a terra senza arrivare presso a te! Non bado spesso neanch ‘io a quello che dico. La mia preghiera è spesso un impegno, un « compito» che devo sbrigare, e son contento quando l’ho dietro a me. E invece di essere preso dalla tua presenza, sono impegnato nel mio pregare, nel mio « compito».
Così è la mia preghiera. lo lo confesso. Ma me ne devo pentire? Quella non è preghiera; ma pure non mi riesce quasi di pentirmene, mio Dio. Come posso riuscire a parlare con te? Tu sei così lontano e inafferrabile. E quando prego, mi pare che le mie parole cadano tutte nel buio sordo; che nessun’eco mi risponda e mi venga a dire che la mia preghiera ha toccato il tuo cuore. Oh Signore, pregare, parlare tutta una vita, e non udire una risposta, non è troppo per me? Tu comprendi come io ti sfugga sempre, per tornare agli uomini e alle cose – che hanno una risposta da darmi.

O dovrò dare per tue illustrazioni la tenerezza che mi prende pregando, o l’idea che mi viene nel meditare? Oh Dio! La gente devota s’adatta presto e se ne persuade. Ma a me è così difficile crederei. lo ritrovo sempre me stesso in queste esperienze, e solo l’eco vuota della mia propria invocazione. Ma la tua parola io cerco, e te mio Dio. lo con tutti i miei pensieri, sarò forse utile agli altri, anche se i miei pensieri riguardano te; anche se gli altri finiscono per trovarli profondi. Brivido e orrore provo io della mia « profondità» che non è che lo spirito sciatto di un uomo, e di un ordinarissimo uomo. E un’ « interiorità » in cui non trovo che me stesso, svuota il mio cuore anche più di ogni distrazione e di ogni abbandonarmi alle cose del mondo.

Solo se riesco a dimenticarmi nella preghiera, rivolgendo a te la mia vita, solo allora divento sopportabile a me stesso. Ma come ci devo riuscire se tu non mi ti mostri mai, se tu rimani così lontano? Perchè taci così tu, e perchè vuoi che io ti parli, se poi sembra che tu non m’ascolti? O non è un segno che tu non ascolti se taci? O ascolti tu forse attento il mio parlare; ascolti tutta lunga la mia vita finché io abbia narrato tutto me stesso, ti abbia detta tutta la mia vita? Taci forse perchè quieto e attento ascolti fin ch’io finisca, per dirmi la tua parola, la parola della tua eternità, per mettere fine con la luce della tua vita eterna, quando la tua risposta mi dirà te stesso dentro nel cuore, al buio e all’oppressione del lungo monologo che fu la mia vita in questo mondo?

Forse la mia vita è tutta una sola breve invocazione (e le mie preghiere la traducono in parole umane) a cui è eterna risposta la tua eterna visione. Forse il tuo silenzio di fronte alla mia preghiera è una parola piena di infinita promessa, indicibilmente più ricca di ogni parola che dovesse proporzionarsi al mio piccolo e povero cuore, se tu mi parlassi adesso.

Sarà così, Signore. Ma, se è questa la risposta che daresti al mio lamento se tu mi volessi parlare, allora ho ancora da – dire qualcosa che mi preme l’anima anche più che il tuo silenzio, mio Dio lontano.

Se la mia vita dev’essere una sola preghiera, e il mio pregare solo una parte di questa vita che passa così, in preghiera, davanti a te, allora devo poter presentare la mia vita, me stesso a te. Ma vedi che proprio questo è sopra le mie forze. Quando prego parla la mia bocca, e, se faccio una « buona» preghiera, pensieri e propositi eseguono docili la parte che ho imparato a recitare. Ma sono proprio io, nella preghiera ?Perchè non parole o pensieri o propositi dovrei pregare, ma me stesso.

La mia buona volontà sta pur sempre su un piano superficiale della mia anima, è troppo debole per spingersi fino a quell’intimo del mio essere, dov’io sono io, dove l’onda della mia vita fiotta libera nel suo proprio ritmo. Che poca forza ho io su me stesso! Amo io proprio quel ch’io voglio amare? Amore è riversarsi e fluire in te, pendere da te e aderire a te con l’ultimo fondo del mio essere. E come dovrò io pregare in amore se la preghiera dell’amore è questa consegna della mia intimità, lo schiudere a te l’ultimo sacrario dell’anima, e io non ho forza su questo chiuso sacrario e sto così impotente e smarrito in faccia all’ultimo mio segreto che giace sepolto immobile e sordo in quel cuore del mio essere dove non penetra la libertà in cui vivo io i miei giorni?

So bene, mio Dio, che la preghiera non è di necessità entusiasmo e rapimento, e mi può tuttavia mettere intero in mano a te, a tua discrezione, senza riserva alcuna. La preghiera, che si chiama giustamente preghiera, non è necessariamente giubilo e gioia di abbandonata e felice donazione di se stesso. La preghiera può essere afflizione e dolore e intimo sanguinare del cuore, che penetra in silenzio nella profondità dell’uomo interiore. E io sarei contento di una preghiera o di un’altra, perché giungessi a darti pregando quello che solo tu vuoi. non pensieri, affetti e propositi, ma me stesso. Ma a questo appunto non riesco, perchè nell’abituale superficialità, in cui la necessaria mia povertà risospinge sempre la mia vita, sono assente e straniero a me stesso. Come posso cercare te, lontanissimo Dio, e consegnare la mia anima a te, se io stesso non mi sono trovato?

Abbi pietà, mio Dio. Se io fuggo la preghiera, non è te che io voglio fuggire, ma solo me e la mia superficialità. Non voglio sottrarmi alla tua santità infinita, ma alla desolazione di questo vuòto della mia anima dov’io devo vagare quando fuggo il mondo senza riuscire a penetrare nel vero santuario della mia intimità dove solo potrei trovare e adorare te.

Non comprendi nella tua pietà che, escluso dal luogo della tua dimora, devo, mio malgrado, riempire del traffico mondano questo sagrato della tua casa, al quale sono ridotto; non comprendi nella tua misericordia che il chiasso di quel traffico mi è più dolce dello sconcertante silenzio a cui mi condanno se faccio tacere il mondo senza che tu mi attiri in te, almeno all’intelligenza del tuo eloquente silenzio?

Che posso più fare? Tu m’hai comandato di pregare. E potrei credere che tu mi imponga qualcosa che io non possa fare con la tua grazia? lo credo che tu vuoi che io preghi e che posso pregare con la tua grazia. Ma allora la preghiera che tu vuoi da me non può essere in fondo, che lo stare ad aspettarti, lo stare pronto, in silenzio, finché tu, che sempre dimori in fondo al mio essere, mi apra l’adito a che entri anch’io nel santuario segreto della mia vita, per offrirti una volta il sacrificio del sangue del mio cuore.

E questa sarà l’ora del mio amore. Se quest’ora coinciderà con una preghiera quella che sogliamo chiamare così – o con un’altra ora decisiva per la mia salvezza, o con la mia morte; se io m’accorgerò che quella è l’ora della mia vita; se sarà lunga e se saranno pochi momenti, tutto questo è noto solo a te. Ma io devo vivere in attesa, perchè quando tu mi chiami a decidere della mia vita – forse sottovoce o quasi impercettibile – non m’avvenga di perdere la sorte di entrare in me e in te, dissipato com’io sono sulle cose di questo mondo.

Mi troverò allora ad avere me stesso nelle mani tremanti, quel misterioso senza-nome in cui tutte le mie forze e le mie potenze sono ancora uno, come nella loro sorgente; e lo renderò a te in sacrificio di amore. lo non se se quest’ora è già cominciata nella mia vita; so che solo la morte ne segnerà la fine. In quest’ora, beata e terribile, del mio amore tu tacerai ancora, e lascerai dire me, . ch’io dica me stesso. Notte dello spirito han chiamato questo tuo silenzio coloro che hanno fatto la teologia di quell’ora dell’elezione, e coloro che l’hanno sperimentata, coloro che non solo sono vissuti in quest’ora dell’elezione dell’amore, come tutti gli uomini, ma che quasi hanno potuto vedersi vivere in quell’ora, son detti « mistici »; nome che ha per molti un senso tanto vano. E dopo l’ora del mio amore, che tu veli nel tuo silenzio, viene il giorno del tuo amore: la visione beatifica.

Ora dunque, che io non so quando la mia ora viene, o se è già iniziata, devo stare in attesa sul sagrato del mio e tuo santuario; devo liberarlo dal rumore del mondo, devo soffrire, con la: tua grazia e in fede pura, l’amaro silenzio e la desolazione che succede al rumore del mondo: notte dei sensi.

Questo è l’ultimo senso delle mie preghiere d’ogni giorno.

Non quello che io penso nella mia preghiera, non quello che io sento o decido, non questo adoperare della mente e del volere, non questo è che a te piace in se stesso. Tutto questo è precetto e grazia tua, perchè l’anima sia pronta per l’ora in cui tu le darai di pregare davvero se stessa e di entrare in te. Dammi, o Dio della mia preghiera, ch’io viva, pregando, nella tua attesa.

Publié dans:preghiera (sulla), preghiere |on 6 mai, 2010 |Pas de commentaires »

Curato d’Ars, scritti, Brani tratti da alcune omelie (sulla preghiera)

dal sito:

http://www.curatodars.com/scritti.html

CURATO D’ARS SCRITTI

Brani tratti da alcune omelie di S. Giovanni Maria Vianney

LA PREGHIERA

 Per mostrarvi il potere della preghiera e le grazie che essa vi attira dal cielo, vi dirò che è soltanto con la preghiera che tutti i giusti hanno avuto la fortuna di perseverare. La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto ciò che farete non servirà a nulla. Così, fate opere buone quanto volete, se non pregate spesso e come si deve, non sarete mai salvati; perché la preghiera apre gli occhi della nostra anima, le fa sentire la grandezza della sua miseria, la necessità di fare ricorso a Dio; le fa temere la sua debolezza.

Il cristiano conta per tutto su Dio solo, e niente su se stesso. Sì, è per mezzo della preghiera che tutti i giusti hanno perseverato… Del resto, ci accorgiamo noi stessi che appena trascuriamo le nostre preghiere, perdiamo subito il gusto delle cose del cielo: pensiamo solo alla terra; e se riprendiamola preghiera, sentiamo rinascere in noi il pensiero e il desiderio delle cose del cielo. Sì, se abbiamola fortuna di essere nella grazia di Dio, o faremo ricorso alla preghiera, o saremo certi di non perseverare per molto tempo nella via del cielo.

In secondo luogo, diciamo che tutti i peccatori debbono, senza un miracolo straordinario che accade rarissimamente, la loro conversione soltanto alla preghiera. Vedete santa Monica, ciò che fa per chiedere la conversione di suo figlio: ora essa è al piede del suo crocifisso a pregare e piangere; ora si trova presso persone che sono sagge, per chiedere il soccorso delle loro preghiere. Guardate lo stesso sant’Agostino, quando volle seriamente convertirsi… Si, per quanto fossimo peccatori, se avessimo fatto ricorso alla preghiera e se pregassimo come si deve, saremmo sicuri che il buon Dio ci perdonerebbe.

Ah!, fratelli miei, non meravigliamoci del fatto che il demonio fa tutto ciò che può per farci tralasciare le nostre preghiere, e farcele dire male; è che capisce molto meglio di noi quanto la preghiera è temibile nell’inferno, e che è impossibile che il buon Dio possa rifiutarci ciò che gli chiediamo per mezzo della preghiera…

Non sono né le lunghe né le belle preghiere che il buon Dio guarda, ma quelle che si fanno dal profondo del cuore, con un grande rispetto ed un vero desiderio di piacere a Dio. Eccovene un bell’esempio. Viene riferito nella vita di san Bonaventura, grande dottore della Chiesa, che un religioso assai semplice gli dice: «Padre, io che sono poco istruito, lei pensa che posso pregare il buon Dio e amarlo?».

San Bonaventura gli dice: «Ah, amico, sono questi principalmente che il buon Dio ama di più e che gli sono più graditi». Questo buon religioso, tutto meravigliato da una notizia così buona, va a mettersi alla porta del monastero, dicendo a tutti quelli che vedeva passare: « Venite, amici, ho una buona notizia da darvi; il dottore Bonaventura m’ha detto che noi altri, anche se ignoranti, possiamo amare il buon Dio quanto í dotti. Quale felicità per noi poter amare il buon Dio e piacergli, senza sapere niente!».

Da questo, vi dirò che non c’è niente di più facile che i1 pregare il buon Dio, e che non c’è nulla di più consolante.

Diciamo che la preghiera è una elevazione del nostro cuore verso Dio. Diciamo meglio, è il dolce colloquio di un bambino con il padre suo, di un suddito con il suo re, di un servo con il suo padrone, di un amico con il suo amico, nel cui cuore depone i suoi dispiaceri e le sue pene.

(Omelia per la V domenica dopo Pasqua)

Mons. Bruno Forte: Lettera sulla preghiera

dal sito:

http://www.levanto.com/preghiera/lettera_sulla_preghiera.htm

Lettera sulla preghiera

Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere.

Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.

Mi dici: ma io non so pregare! Mi chiedi: come pregare? Ti rispondo: comincia a dare un po’ del tuo tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che Tu glielo dia fedelmente. Fissa tu stesso un tempo da dare ogni giorno al Signore, e daglielo fedelmente, ogni giorno, quando senti di farlo e quando non lo senti. Cerca un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia, il Tabernacolo con la Presenza eucaristica…). Raccogliti in silenzio: invoca lo Spirito Santo, perché sia Lui a gridare in te « Abbà, Padre! ». Porta a Dio il tuo cuore, anche se è in tumulto: non aver paura di dirGli tutto, non solo le tue difficoltà e il tuo dolore, il tuo peccato e la tua incredulità, ma anche la tua ribellione e la tua protesta, se le senti dentro.

Tutto questo, mettilo nelle mani di Dio: ricorda che Dio è Padre – Madre nell’amore, che tutto accoglie, tutto perdona, tutto illumina, tutto salva. Ascolta il Suo Silenzio: non pretendere di avere subito le risposte. Persevera. Come il profeta Elia, cammina nel deserto verso il monte di Dio: e quando ti sarai avvicinato a Lui, non cercarlo nel vento, nel terremoto o nel fuoco, in segni di forza o di grandezza, ma nella voce del silenzio sottile (cf. 1 Re 19,12). Non pretendere di afferrare Dio, ma lascia che Lui passi nella tua vita e nel tuo cuore, ti tocchi l’anima, e si faccia contemplare da te anche solo di spalle.

Ascolta la voce del Suo Silenzio. Ascolta la Sua Parola di vita: apri la Bibbia, meditala con amore, lascia che la parola di Gesù parli al cuore del tuo cuore; leggi i Salmi, dove troverai espresso tutto ciò che vorresti dire a Dio; ascolta gli apostoli e i profeti; innamorati delle storie dei Patriarchi e del popolo eletto e della chiesa nascente, dove incontrerai l’esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio. E quando avrai ascoltato la Parola di Dio, cammina ancora a lungo nei sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirti a Cristo, Parola eterna del Padre. Lascia che sia Dio Padre a plasmarti con tutte e due le Sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo.

All’inizio, potrà sembrarti che il tempo per tutto questo sia troppo lungo, che non passi mai: persevera con umiltà, dando a Dio tutto il tempo che riesci a darGli, mai meno, però, di quanto hai stabilito di poterGli dare ogni giorno. Vedrai che di appuntamento in appuntamento la tua fedeltà sarà premiata, e ti accorgerai che piano piano il gusto della preghiera crescerà in te, e quello che all’inizio ti sembrava irraggiungibile, diventerà sempre più facile e bello. Capirai allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: e vedrai che quanto porterai nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.

Così, quando verrai a pregare col cuore in tumulto, se persevererai, ti accorgerai che dopo aver a lungo pregato non avrai trovato risposte alle tue domande, ma le stesse domande si saranno sciolte come neve al sole e nel tuo cuore entrerà una grande pace: la pace di essere nelle mani di Dio e di lasciarti condurre docilmente da Lui, dove Lui ha preparato per te. Allora, il tuo cuore fatto nuovo potrà cantare il cantico nuovo, e il « Magnificat » di Maria uscirà spontaneamente dalla tue labbra e sarà cantato dall’eloquenza silenziosa delle tue opere.

Sappi, tuttavia, che non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riuscirai a far tacere il chiasso che è intorno a te e in te; a volte sentirai la fatica o perfino il disgusto di metterti a pregare; a volte, la tua sensibilità scalpiterà, e qualunque atto ti sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a tempo « perso ». Sentirai, infine, le tentazioni del Maligno, che cercherà in tutti i modi di separarti dal Signore, allontanandoti dalla preghiera. Non temere: le stesse prove che tu vivi le hanno vissute i santi prima di te, e spesso molto più pesanti delle tue. Tu continua solo ad avere fede. Persevera, resisti e ricorda che l’unica cosa che possiamo veramente dare a Dio è la prova della nostra fedeltà. Con la perseveranza salverai la tua preghiera, e la tua vita.

Verrà l’ora della « notte oscura », in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.

Non avere paura, dunque, delle prove e delle difficoltà nella preghiera: ricorda solo che Dio è fedele e non ti darà mai una prova senza darti la via d’uscita e non ti esporrà mai a una tentazione senza darti la forza per sopportarla e vincerla. Lasciati amare da Dio: come una goccia d’acqua che evapora sotto i raggi del sole e sale in alto e ritorna alla terra come pioggia feconda o rugiada consolatrice, così lascia che tutto il tuo essere sia lavorato da Dio, plasmato dall’amore dei Tre, assorbito in Loro e restituito alla storia come dono fecondo. Lascia che la preghiera faccia crescere in te la libertà da ogni paura, il coraggio e l’audacia dell’amore, la fedeltà alle persone che Dio ti ha affidato e alle situazioni in cui ti ha messo, senza cercare evasioni o consolazioni a buon mercato. Impara, pregando, a vivere la pazienza di attendere i tempi di Dio, che non sono i nostri tempi, ed a seguire le vie di Dio, che tanto spesso non sono le nostre vie.

Un dono particolare che la fedeltà nella preghiera ti darà è l’amore agli altri e il senso della chiesa: più preghi, più sentirai misericordia per tutti, più vorrai aiutare chi soffre, più avrai fame e sete di giustizia per tutti, specie per i più poveri e deboli, più accetterai di farti carico del peccato altrui per completare in te ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del Suo corpo, la chiesa. Pregando, sentirai come è bello essere nella barca di Pietro, solidale con tutti, docile alla guida dei pastori, sostenuto dalla preghiera di tutti, pronto a servire gli altri con gratuità, senza nulla chiedere in cambio. Pregando sentirai crescere in te la passione per l’unità del corpo di Cristo e di tutta la famiglia umana. La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che puoi riconoscerti infinitamente amato e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.

Pregando, s’impara a pregare, e si gustano i frutti dello Spirito che fanno vera e bella la vita: « amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22). Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, fino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono gli infiniti doni dell’Amato e si impara sempre di più a rendere grazie a Lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda. E la lode è la gioia e la pace più grande del nostro cuore inquieto, nel tempo e per l’eternità.

Se dovessi, allora, augurarti il dono più bello, se volessi chiederlo per te a Dio, non esiterei a domandarGli il dono della preghiera. Glielo chiedo: e tu non esitare a chiederlo a Dio per me. E per te. La pace del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con te. E tu in loro: perché pregando entrerai nel cuore di Dio, nascosto con Cristo in Lui, avvolto dal Loro amore eterno, fedele e sempre nuovo. Ormai lo sai: chi prega con Gesù e in Lui, chi prega Gesù o il Padre di Gesù o invoca il Suo Spirito, non prega un Dio generico e lontano, ma prega in Dio, nello Spirito, per il Figlio il Padre. E dal Padre, per mezzo di Gesù, nel soffio divino dello Spirito, riceverà ogni dono perfetto, a lui adatto e per lui da sempre preparato e desiderato. Il dono che ci aspetta. Che ti aspetta.

Mons. BRUNO FORTE
Vescovo di Chieti

Publié dans:Bruno Forte, preghiera (sulla) |on 13 mars, 2010 |Pas de commentaires »

Pregare per discernere ciò che a Dio piace e viverlo: Luca 6,43-46

dal sito:

http://www.sanbiagio.org/lectio/pentateuco/benedizione_melchisedek.htm

Pregare per discernere ciò che a Dio piace e viverlo

Luca 6,43-46

[43] Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni.
[44] Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.
[45] L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.
[46] Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?

Ciò che domina in questa pericope è la metafora dell’albero. Gesù, amante e osservatore della natura, sottolinea che non si colgono dolci frutti da arbusti spinosi, come da un cuore cattivo gesti di amore. Per discernere dunque quello che sei e come stai fruttificando nella vita, la preghiera è importantissima, purché non sia uno « sbrodolare parole vuote », ma un chiedere a Dio lucidità di sguardo su di sé e conversione del cuore e della vita.

Siamo all’interno del grande discorso della montagna, dove Gesù sviluppa la proclamazione delle beatitudini. Immediatamente prima, ha lanciato l’invito a essere misericordiosi addirittura come il Padre stesso che è Misericordia per essenza. Poi ha messo in guardia dai falsi maestri che « ciechi », cioè incapaci di capire il cuore della Legge e più ancora il suo insegnamento, [l'avere ed essere misericordia (v. 39)], pretendono di insegnare agli altri (v. 40), sono giudici severi degli altri e benevoli verso se stessi (v. 41), Né si credono bisognosi di perdono (v. 42).
Dopo la nostra pericope, Gesù conclude il discorso della montagna con l’icastica parabola delle due case: quella costruita sulla roccia che è la persona impegnata non solo ad ascoltare ma a vivere la Parola di Dio, quella costruita sulla sabbia (perciò senza stabilità e condannata a rovina), cioè la persona che non traduce in vita il suo ascolto orante della Parola.
Proprio da questo ricchissimo contesto acquista ancor più colore e intensità di significato l’immagine dell’albero che siamo noi, che è anzi il nostro cuore.

v. 43 « Non c’è albero buono che produca un frutto cattivo, né un albero cattivo che produca un frutto buono »
Il testo originale dice « bello » anziché buono. E’ infatti la bontà interiore, la bontà del cuore la « bellezza » di grande qualità.
Qui Gesù mi persuade che ciò che io opero dipende da ciò che sono, perché l’albero è immagine dell’uomo. In sé è sempre bello perché « a immagine e somiglianza di Dio » fu fatto. Ma può essersi ammalato perché ha disimparato l’amore, la misericordia. C’è un albero che è, per eccellenza, albero bello, albero della vita: la croce su cui è innalzato « l’Agnello di Dio », immolato per la salvezza.

v. 44 « Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini; né si vendemmia uva da un rovo.
« La bontà o meno dell’albero – dice Fausti S. – non dipende dalla buona volontà ma dalla qualità dell’albero ». E’ così: non si sforzerà la vite di produrre uva: la produce spontaneamente. Solo bisogna prendersi cura dell’albero, perché non vi si attacchino i parassiti. Ma il rovo, per sua natura, non darà quello che non potrà mai avere: il dolcissimo fico. Nella versione di Matteo 7,20, leggiamo: dai loro frutti li riconoscerete. E risulta chiarissimo che l’agire è espressione irrefutabile di quello che io sono nelle profondità del cuore.

v. 45a « L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male »
Ecco, Gesù ancora una volta sottolinea il primato dell’interiorità: dell’essere sull’agire! Il valore e la bontà o meno di quello che io opero non sta nell’opera stessa, ma in quello che io sono.
Ma quand’è che il mio cuore è buono? Quando lo lascio convertire da cuore di pietra in cuore di carne (cf Ez 36,26), perché aprendomi interiormente, mi lascio fare misericordia nel profondo di me, accetto e ringrazio di essere perdonato, ed effondo perdono misericordia bontà, là dove vivo.

v 45b « La sua bocca infatti esprime ciò che sovrabbonda dal cuore »
Gesù sottolinea una cosa tanto importante: il fatto che la parola nasce dal cuore, quasi trabocca da esso secondo quanto contiene.
E ciò è così vero che la parola, in diretto rapporto col cuore, precede l’agire e determina i rapporti interpersonali. Se nasce da un cuore buono, la parola è balsamo, olio che lenisce, forza che incoraggia; se nasce da un cuore cattivo è veleno da cui nascono le offese, la discordia, ogni rottura (cf Ge3,1-4,12).
Perché m’invocate: Signore, Signore e non fate quello che dico?
Nella versione di Matteo 7,21 leggiamo: Non chiunque dice: Signore, Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio.
Così quest’ultima lapidaria affermazione di Gesù ci offre il criterio di fondo per unire preghiera a discernimento in ordine a un serio itinerario di vita cristiana che è vita secondo lo Spirito e da Lui guidata. Preghiera, discernimento intorno a quello che Dio vuole da me, e vita conformata a questo è ciò che, solo, ci realizza.

Credere è contemplare spesso quell’albero di vita su cui è appeso il vero frutto di salvezza: Gesù crocifisso e risorto. Sono però anch’io come albero lungo il gran fiume della storia; ed è importante l’interpellarmi: che albero sono? Chi mi avvicina può cogliere da me frutti di comprensione, di bontà, di accoglienza, di aiuto? Oppure metto fuori frutti acidi di aggressività: dapprima con le parole, e poi con tutto un comportamento scostante egoista negativo?

Ecco, andare verso l’identità dell’albero buono è possibile, anzi è voluto da Dio! A un patto: che io ammetta di non esserlo in partenza. Ci sono « radici amare » nel mio cuore; non m’impaurisco però. Bisogna anzitutto guardarle in faccia, chiamandole col loro vero nome, per esempio: suscettibilità per cui mi offendo facilmente, tendenza a pretendere più che a donare, risentimento e sensi di antipatia, paura di sacrificare le mie voglie o esigenze, attaccamento egoico alle mie idee. Ebbene, è tutto questo che consegno a Gesù – Misericordia del Padre, chiedendo sostanzialmente una cosa: che il mio cuore divenga « buon tesoro »: scrigno di misericordia verso tutti, specie per quanti vivono con me.

Non chi dice Signore, Signore ma chi fa la volontà del Padre, entra nel Regno, cioè – già qui e ora cammina con Dio e ne diffonde gioia e pace. La volontà del Padre è fondamentalmente questa: che io sia misericordioso! In un crescendo che non ha termine perché la meta dipende da quel « come ». « Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro celeste » (Lc 6,36).

Pregare dunque è indispensabile. Non si tratta però di « sbrodolare » parole, ma di quell’umile perseverante « cercare, chiedere, bussare » (cf Le 11,9.13) che Gesù ci ha insegnato assicurandoci che certamente ci « sarà dato lo Spirito Santo ». E’ lo Spirito infatti che mi aiuterà a discernere quale albero sono, a seconda dei « frutti » di cui è bene mi renda conto. Ed è lo Spirito che, se da Lui mi lascio guidare, camminando ogni giorno in luce di vangelo, mi porterà a convertire il cuore, a renderlo quello che il Padre vuole che sia: un cuore solare, a immagine di quello del Signore, un cuore misericordioso.

- Sono persuaso che la radice del mio agire è il cuore, la mia interiorità?

- Mi prendo in mano ogni giorno (importante l’esame di coscienza della sera) per vedere quali frutti sono state le mie parole e le mie azioni, oppure mi lascio vivere trascinato dalla mia istintività?

- Constatando frutti acidi o amari nel mio vivere, mi consegno a Gesù-Misericordia del Padre o mi ripiego su me stesso?

- Nutro una fede piena di fiducia nella potenza sanatrice del Signore e nella sua croce, mio albero risanante, con la preghiera e la frequentazione dei Sacramenti?

- Pregare, per me, è ricerca amorosa e assidua per sapere e compiere ciò che a Dio piace? Oppure è un pesante dovere, una piacevolezza del sentimento o che cosa?

- A che punto sono col cuore solare, radice vitale del mio essere albero chiamato a produrre frutti di misericordia soprattutto?

Mi cerco un posto di quiete e visualizzo il crocifisso, lo contemplo. Mi lascio penetrare dalla certezza che mi è « albero di vita e salvezza », albero che mi risana. Poi, con tranquillità, mi vedo albero che vuol dare buoni frutti. E li chiedo questi frutti di vita buona, di un cuore misericordioso. Li chiedo umilmente, appassionatamente a Colui che è Misericordia senza fondo.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 4 mars, 2010 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

dal sito:

http://www.esarcato.it/archivio_testi/omiletica/01_omelia_1tess517.html

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

Omelia pronunciata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sanremo, 21 gennaio 2008

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

La preghiera è un elemento comune a tutte le religioni del mondo. In essa l’uomo si pone in rapporto con la trascendenza nel modo che più gli è consueto, ovvero con la parola e attraverso la relazione personale. Sebbene vi siano differenti tipi di preghiera, tuttavia risulta difficile pensare che essa, anche se solo considerata sotto il profilo dell’atteggiamento psicologico, non si configuri come un dialogo personale tra l’uomo e la divinità.

La Scrittura riporta le origini della preghiera alle generazioni successive ad Adamo, quindi ai primordi comuni a tutta l’umanità: insieme al sacrificio essa compare come mezzo per ristabilire la comunione con Dio, perduta dal Progenitore. Il primo sacrificio, ci viene presentato in due forme: «Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4, 3-5). La preghiera comparve solo in seguito, con il figlio di Set: «Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore» (Gen 4, 26). Il sacrificio e l’invocazione del nome del Signore, componente essenziale di ogni forma di preghiera, costituiscono dunque lo schema del culto religioso primordiale, schema che costituirà nondimeno il fondamento del culto vetero-testamentario.

Per i cristiani ogni legge, ogni narrazione, ogni parola di saggezza e ogni profezia dell’Antico Testamento è destinata a trovare il suo pieno senso soltanto in relazione al progetto di Dio, nascosto sin dalla fondazione del mondo, che si è rivelato con l’incarnazione del suo Verbo, cioè con l’avvento del Messia. Così dobbiamo pensare che anche il culto veterotestamentario abbia trovato la sua piena realizzazione nel culto istituito da Gesù Cristo. La preghiera, che è parola rivolta a Dio, trova il suo più alto compimento nel Verbo di Dio fattosi carne e vissuto tra noi. Gesù rivela infatti all’umanità, nell’orazione dominica, la piena verità sul nome di Dio, che l’umanità ha invocato sotto varie forme sin dai tempi di Enos. Il nome di Dio è Padre, «sia santificato il tuo nome», il nome di Dio è Figlio, «venga il tuo regno», il nome di Dio è Spirito Santo «sia fatta la tua volontà». Gesù rivela in sé il volto di Dio e nella distinzione delle Tre persone, attraverso la distinzione di tre nomi personali, il nome del Dio Tre volte Santo, contemplato da Isaia nella dossologia angelica (Is 6, 1-3).

Le due forme del culto primordiale, sacrificio e preghiera, trovano nondimeno la loro verità e unità nel Corpo di Cristo, cioè nella vita sacramentale della Chiesa di Cristo. Nella Cena mistica si uniscono il sacrificio incruento e spirituale e il sacrificio della lode, che si riassume nell’invocazione epicletica allo Spirito Santo, affinché rinnovi, nei Doni dell’offerta, l’unità della vita divina con la vita umana, unità che il Cristo Dio sancì in modo indelebile nella sua Incarnazione. Nel Corpo di Cristo sacrificio e preghiera unificano realmente a Dio, o, secondo un termine caro all’ascetica e alla teologia orientali, deificano. Il sacramento dell’Eucaristia unisce a Dio l’uomo che è stato riscattato al Regno attraverso il battesimo; l’Eucaristia rende perfetto cittadino del Regno, colui che è stato fatto degno di esserlo e preparato con il battesimo, che lo ha purificato da ciò che non era degno di entrare nel Regno. La preghiera, sacrificio di lode, si unisce al Supremo Sacramento nel rendere il cristiano membro cosciente del Regno, portando alla luce della coscienza la Grazia che in esso si dà in modo misterioso. È dunque compito della preghiera portare a coscienza l’unità della nostra natura con la natura divina, preparandola e ringraziando per essa, elevando la nostra consapevolezza alla ricchezza misteriosa che è trasmessa in noi dal sacrificio eucaristico, poiché «il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza. Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce» (Lc 8, 15-17). Le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi, «pregate incessantemente» (I Tess 5, 17), che abbiamo messo al centro della meditazione in questo incontro ecumenico, assumono tutto il loro significato se considerate come rivelative del ruolo che l’uomo deve avere, con il suo verbo interiore orante, nell’economia che il Verbo di Dio ha preparato per noi. Il Verbo di Dio infatti agisce interiormente in modo incessante in coloro che si sono associati nel Suo nome alla Sua morte e resurrezione, essendo battezzati nel Nome trinitario di Dio. Se il Verbo di Dio agisce segretamente nella persona del cristiano, la preghiera deve essere allora il luogo del nostro consapevole incontro con l’azione di Dio in noi, e siccome l’azione del Verbo di Dio in noi è incessante, così la preghiera deve essere incessante. La preghiera incessante è anticipazione in questo secolo della preghiera incessante che gli angeli e i santi rivolgono per l’eternità al Dio super-eterno: essa è la risposta della creatura angelica e umana alla presenza incessante di Dio in mezzo a noi, con noi, in noi: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

S. Paolo completa l’esortazione a estendere la preghiera a ogni tempo e occasione, «pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie » (I Tess 5, 17-18), con parole che ne manifestano la ragione intrinseca: «questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (I Tess 5, 18-19). Queste parole ci assicurano che il pegno della preghiera incessante è la progressiva deificazione (o santificazione), nell’attesa escatologica della Seconda venuta, come leggiamo nella conclusione del passo: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (I Tess 5, 23-24).

Come immagino sia noto a molti di voi, il cristianesimo ortodosso ha riconosciuto in questa frase dell’Apostolo un’esortazione concreta e l’ha eletta a fulcro della sua spiritualità, tanto monastica quanto laica, la quale ha avuto espressione storica nell’esicasmo e nel suo irradiamento. L’importanza dell’esicasmo per la spiritualità ortodossa non sarà mai sottolineata abbastanza, dal momento che questa istanza ascetica e spirituale riassume in sé i risultati della millenaria riflessione teologico-patristica orientale (basti pensare che è proprio da una querelle sull’esicasmo che la Chiesa ortodossa riconoscerà la sua perfetta espressione teologica nella dottrina del grande difensore degli esicasti, san Gregorio Palamas, canonizzato appena otto anni dopo la nascita al Regno) e al contempo costituisce il pane quotidiano del fedele che scopre in sé la vocazione a uscire dai ritmi di questo mondo per farsi pellegrino, ancora in queste spoglie mortali, del Regno dei cieli (si pensi ai racconti del laico pellegrino russo che scopre questa via al Regno nella preghiera continua). La preghiera continua ci porta dunque al centro della nostra esistenza, onde è anche detta preghiera del cuore, non da ultimo perché va recitata come una meditazione rivolta al cuore: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; […] perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La formula utilizzata in questa preghiera da recitarsi incessantemente, «Signore Gesù Cristo figlio di Dio abbi pietà di me peccatore», è un Credo abbreviato, dal momento che essa invoca il nome del Signore Gesù, «che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9), confessa la Trinità, dal momento che il Figlio, implica il Padre e la confessione del Figlio come Signore non può darsi se non nello Spirito santo («nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» I Cor 12, 3). Essa è inoltre un’estensione dell’invocazione liturgica per eccellenza che l’assemblea dei fedeli rivolge al Signore: «Signore pietà, Kyrie eleison» ed è estensione nell’intimità personale della preghiera continua che la Chiesa offre a Dio nel ciclo dell’ufficiatura quotidiana, seguendo l’ispirazione del profeta Davide: «Sette volte al giorno io ti lodo, per le sentenze della tua giustizia» (Ps 118, 164). La preghiera incessante si configura dunque come il centro della vita spirituale del cristiano e riflesso della vita spirituale dell’intera assemblea dei credenti; essa non può mancare di esprimere la pienezza della fede e la ricchezza della vita ecclesiale, sicché possiamo dire che la preghiera incessante è triadologica, cristologica e pneumatologica, ha fondamento scritturistico e ha valenza ecclesiologica nonché liturgica.

Ma soprattutto, le generazioni di santi che ci hanno preceduto nella preghiera del cuore ci indicano che essa racchiude un frutto, una perla preziosa e luminosa, che ne costituisce il fine. Essa non è infatti una mera azione umana, che Dio accetta nei suoi cieli e ricompenserà nel tempo opportuno. No, non solo: la preghiera è anche e soprattutto azione di Dio nell’uomo, che lo trasforma fino a trasfigurarlo nella natura della luce taborica, nella quale gli apostoli hanno potuto contemplare il Cristo nella sua teofania spirituale e divina, contemplando in definitiva ciò che la natura umana è chiamata a diventare: luce. «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 2, 14-16). La preghiera è un’azione divino-umana, è sinergia, come solo sinergica può essere la nostra Salvezza. Quando arriveremo a pregare nello Spirito Santo, sarà lo Spirito che pregherà in noi, sicché la preghiera incessante si rivelerà essere una progressiva «acquisizione dello Spirito Santo», acquisizione che è il fine di ogni cristiano, come diceva san Serafino di Sarov.

Cari fratelli e care sorelle in Cristo, la vocazione ecumenica che ci raduna questa sera, possa riconoscere nell’esortazione paolina alla preghiera incessante l’unità della fede che essa implica, unità con Dio Padre Figlio e Spirito Santo e conseguentemente unità con i nostri fratelli che nel medesimo nome pregano, che ci aiuti a guardare ai doni deificanti della preghiera non come qualcosa di già dato per acquisito al momento del nostro battesimo e della nostra professione di fede, ma come qualcosa da raggiungere nel perfezionamento della nostra vita cristiana, e, nel perseguire questo perfezionamento, guardare ai fratelli che stanno camminando verso il medesimo traguardo e con loro rivolgere le parole che profeticamente richiamano l’unità del Popolo di Dio nell’invocazione del Suo nome: «Beato il popolo che ti sa acclamare / e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: / esulta tutto il giorno nel tuo nome, /e nella tua giustizia sarà esaltato» (Ps 88, 16-17).

Amen

(p. Sergio Mainoldi, Parrocchia di Cristo Salvatore, S. Caterina Martire e S. Serafino di Sarov – San Remo, Comunità della Protezione della SS. Madre di Dio – Vigevano)

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla), San Paolo |on 10 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Una bambina fa una preghiera audace a Dio ed è esaudita!

dal sito:

http://www.lanuovavia.org/testimonianze_02_bisogni_suppliti_10.html

Una bambina fa una preghiera audace a Dio ed è esaudita!

Una notte, in Africa centrale, faticavo forte per aiutare una madre a partorire; ma a dispetto di tutto quello che potevamo fare, ella morì lasciandoci un piccolo bebè prematuro ed una bimba di 2 anni in lacrime.
 
Provavamo delle difficoltà a mantenere il bebè in vita. Non avevamo l’incubatrice, non avendo elettricità per farne funzionare neanche una. Non avevamo neanche gl’impianti specifici per nutrire i bebè. Anche se vivevamo sotto l’Equatore, le notti erano spesso fredde con delle correnti d’aria traditrici.
 
Un’ostetrica in formazione andò verso la scatola in cui tenevamo del materiale per questi bebè, riportò anche una coperta per avvolgere il bebè. Un’altra andò ad alimentare il fuoco e a riempire una borsa dell’acqua calda. Tornò rapidamente, disorientata, per dirmi che riempiendo la borsa dell’acqua calda, questa era scoppiata. La gomma si disintegra facilmente in un clima tropicale. « … ed è la nostra ultima borsa dell’acqua calda! » esclamò. Come in Occidente, è inutile piangere sul latte versato; lo stesso, in Africa centrale, non serve a niente piangere a proposito di una borsa dell’acqua calda spaccata. Esse non crescono sugli alberi, e non c’è la farmacia lungo i sentieri nella foresta.  » D’accordo  » risposi. « Ponete anche il bebè vicino al fuoco quanto possibile senza metterlo in pericolo; dormite fra il bebè e la porta per proteggerlo dalle correnti d’aria. Il vostro lavoro è di tenere questo bebè al caldo ».
 
Il giorno dopo a mezzogiorno, come faccio quasi tutti i giorni, andai a pregare con degli orfani che avevano scelto di riunirsi con me. Diedi ai giovani diversi suggerimenti di soggetti di preghiera e gli parlai del piccolo bebè. Spiegai la nostra difficoltà a tenere il bebè al caldo, menzionando la borsa dell’acqua calda. Il bebè poteva facilmente morire se prendeva freddo. Menzionai la sua sorellina di 2 anni che piangeva perché sua madre era morta. Durante il tempo di preghiera, una bambina di 10 anni chiamata Ruth pregò con l’arditezza abituale dei nostri bambini africani. « Per favore, Dio, mandaci una borsa dell’acqua calda. Non domani, Dio, essa non servirà più a niente, il bebè sarà morto; così, per favore, mandala oggi pomeriggio ». Rimasi senza parole davanti all’audacia di quella preghiera, ma ella non aveva ancora finito, aggiunse: « e già che ci sei, potresti, per favore, mandare una bambola per la bimba affinché sappia che tu l’ami veramente? » Come spesso succede con delle preghiere di bambino, ero sotto il riflettore. Potevo dire onestamente « Amen »? Ero incapace di credere che Dio poteva fare ciò. Oh certo, io so ch’Egli può fare ogni cosa; la Bibbia lo dice, ma ci sono dei limiti, non è vero? L’unica maniera in cui Dio poteva rispondere a quella preghiera particolare era mandando un pacco dall’Irlanda. Erano quasi 4 anni ch’ero in Africa e non avevo ancora ricevuto un pacco da casa. Comunque, se qualcuno avesse mandato un pacco, avrebbe messo all’interno una borsa dell’acqua calda? Noi viviamo sotto l’equatore!
 
Tra il primo e il tardo pomeriggio, mentre insegnavo la lezione d’infermeria, mi fecero sapere che c’era un’automobile davanti alla porta d’ingresso di casa mia. Quando arrivai a casa, l’auto era partita, ma là, sulla veranda, si trovava un grosso pacco che pesava 22 libbre! Sentii le lacrime venirmi agli occhi. Non potevo aprire quel pacco da sola; allora feci venire i bambini dell’orfanotrofio. Insieme togliemmo le corde, sciogliendo delicatamente ogni nodo. Piegammo la carta da imballaggio, avendo cura di non strapparla indebitamente. L’eccitazione saliva. Da 30 a 40 paia d’occhi fissavano la grande scatola di cartone. Avendola aperta ne ho tirato fuori diversi maglioni fatti a maglia con dei colori brillanti. Gli occhi brillavano mentre li distribuivo. C’erano poi delle fasciature lavorate a maglia per i lebbrosi, e i bambini cominciarono ad annoiarsi un po’. Poi, se ne tirò fuori un barattolo d’uva che servì a fare dei dolci per il fine settimana. Mentre entravo di nuovo la mano nella scatola, ho sentito la… si poteva proprio? L’afferrai e la tirai fuori dalla scatola. Sì, « una borsa dell’acqua calda nuova di zecca! » esclamai. Non avevo chiesto a Dio di mandarla; non credevo proprio che l’avrebbe fatto. Ruth era nella prima fila di bambini. Si precipitò davanti, esclamando: « Se Dio ha mandato la borsa dell’acqua calda, deve aver mandato anche la bambola! » Frugando in fondo alla scatola, ne tolse una bambolina molto ben vestita. I suoi occhi brillavano: non aveva mai dubitato! Guardandomi, chiese: « Posso andare con te, mammina, e dare questa bambola alla bimba, affinché sappia che Gesù l’ama veramente? »
 
Quel pacco era partito 5 mesi prima, era stato fatto dalla mia ex-classe della scuola domenicale, il leader della classe aveva sentito ed obbedito all’incitazione di Dio d’inviare una borsa dell’acqua calda, perfino in equatore. Una delle bambine aveva dato una bambola per un bambino africano – 5 mesi prima in risposta alla preghiera della fede di una bambina di 10 anni di portarla « oggi pomeriggio! » Isaia 65:24 « Prima che m’invochino, io risponderò; parleranno ancora, che già li avrò esauditi ».
 
 
Helen Roseveare, missionaria al WEC (World Evangelization for Christ:
http://www.wec-int.org/index.php) nel Congo belga in Africa negli anni 1950.
 
 
Tratto da: www.croixsens.net
 
Traduzione dal francese di Illuminato Butindaro

Publié dans:preghiera (sulla), preghiere |on 2 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

Tre modi di pregare, da: Gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola,

dal sito:

http://www.raggionline.com/esercizi/tremodi/autori/longridge.htm

TRE MODI DI PREGARE [238-260]

Gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola,

W. H. LONGRIDGE,

Edizioni Paoline, Roma 1965, pp. 326-337. 

Primo modo di orare

238. – Modo di orare (propriamente detto), cioè meditazione o contemplazione… Questo primo modo di orare non è esattamente né meditazione né contemplazione. È principalmente un esercizio di esame, sebbene partecipi anche in qualche modo della natura di meditazione, in quanto comincia con una preghiera preparatoria per la grazia, dopo di che segue la considerazione di uno o più comandamenti e come noi li abbiamo osservati o siamo venuti meno ad essi, e alla fine un colloquio.

Dare forma, modo ed esercizi; forma, cioè una speciale forma che distingue l’Esercizio dal semplice esame di coscienza da una parte, e dalla meditazione, dall’altra parte, sebbene partecipi della natura di tutti e due; modo, cioè un ordine di procedimento, consiste in una preghiera preparatoria, considerazione e colloquio; esercizi, cioè quelli che seguono su: 1) i dieci comandamenti, 2) i peccati capitali, 3) facoltà dell’anima, 4) i sensi del corpo.

Quindi S. Ignazio nota lo scopo di questo Esercizio, cioè che l’anima, giungendo ad una più accurata conoscenza dei suoi peccati e concependo per essi un più profondo dolore ed un più serio proposito di emendazione si prepari alla confessione o a fare gli Esercizi, e faccia profitto in essi e la preghiera sia accetta (a Dio), come proveniente da un cuore veramente contrito e umile.
 

Nella Annotazione 18, S. Ignazio conta questo tra gli Esercizi più leggeri, che possono essere dati agli illetterati e a chi vuole aiutarsi ad istruirsi e a giungere a soddisfare fino ad un certo grado la sua anima. può anche esser dato, durante la Prima Settimana, a quelli che stanno per fare gli Esercizi più pienamente, come un aiuto per entrare più completamente nelle meditazioni sui peccati e per fare una confessione migliore. Ma in questo caso esso sarebbe diretto solo a quei peccati che l’esercitante abbia probabilmente commesso o sia stato tentato a commettere.

239. – … Questa Addizione può essere osservata con grande vantaggio prima di ogni esercizio di preghiera, sia vocale che mentale, e prima di recitare l’Ufficio Divino.

243. – Secondo il soggetto, cioè secondo il risultato del mio esame e lo stato della mia anima; ringraziando se, mediante la misericordia di Dio, sia stato preservato da qualche violazione dei comandamenti, facendo atti di contrizione per i miei peccati contro di essi, e domandando grazia di osservali in futuro, specialmente in quei punti dove sono in maggior pericolo di cadere.

244. – Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidia. Questi sono chiamati più esattamente i sette peccati capitali; perché, naturalmente, non ogni peccati che cade sotto ciascuno di questi capi è un peccato mortale. Ciò dipende dalla gravità della materia e dal grado di conoscenza e intenzionalità con cui è commesso. Per le definizioni di questi peccati e delle loro principali ramificazioni, ed anche per i loro appropriati rimedi, consultare i manuali ordinari di teologia morale.

245. – Le sette virtù contrarie sono Umiltà, Liberalità, Castità, Amore Fraterno, Temperanza, Pazienza, Diligenza.

246. – Memoria, intelletto e volontà.

248. – Questo primo modo di orare può essere applicato a molti altri argomenti oltre quelli menzionati qui, p. e., i precetti della Chiesa, le tre virtù teologali e le quattro virtù cardinali, i sette doni e i dodici frutti dello Spirito Santo, le opere di misericordia corporale e spirituale, ecc.

Mezz’ora di questo modo di orare, fatta in comune sotto una guida, potrebbe essere utile per un Esercizio a mezzogiorno. S. Francesco Saverio spesso l’imponeva ai suoi penitenti in India. P. Rickaby nota anche che sarebbe utile a un Religioso, che si trova in Esercizi, applicare questo metodo alla considerazione delle sue regole.

Per alcuni utili rilievi su questi tre modi di orare, vedi Direttorio, XXXVII. 
 
 Secondo modo di orare

252. – In ginocchio o seduto. Questa direttiva è da intendersi come applicabile ad ogni specie di preghiera, non semplicemente a questo secondo modo. Lo stesso può dirsi dell’avvertimento circa il chiudere o custodire gli occhi.

Quando una parola singola non dà un senso compiuto, se ne devono prendere e considerare altre assieme ad essa. Molti Salmi possono fornire materia per questo modo di orare (Direttorio, XXXVII, 9.10).

253. – Un’ora, o meno, se la persona in questione non è capace di spendere così lungo tempo utilmente. Vedi Annotazione 18.

254. – Cfr. Addizione 4.

256. – P. e., il Veni Creator, i Salmi e i Cantici, le Collette e le altre preghiere della Messa, e alcune preghiere vocali, che siamo soliti usare. Simile pratica di meditazione e preghiera sarà, senza dubbio, di grande aiuto rispetto alla recita, con maggiore intelligenza e devozione, delle preghiere vocali. 
 
 Terzo modo di orare

258. – A ritmo. Una metafora presa dalla musica, dove le note sono distribuite in ritmi di tempo uniforme, mediante sbarre. Così qui c’è una successione ritmica di respiri dell’anima in preghiera, in cui corpo e anima partecipano insieme.

259. – P. e., l’Anima Christi, il Credo, ecc.

260. – Di più, cioè un tempo più lungo di quello richiesto per recitare qualche preghiera secondo questo terzo modo. Su questo terzo modo, vedi Direttorio, XXXVII, 12.
 

Publié dans:preghiera (sulla), santi scritti |on 31 juillet, 2009 |Pas de commentaires »
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