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Giovanni Paolo II (sulla preghiera) Udienza 1991

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910417_it.html

GIOVANNI PAOLO II

(sulla preghiera)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 aprile 1991

1. La prima e più eccellente forma di vita interiore è la preghiera. I dottori e maestri di spirito ne sono così convinti che spesso presentano la vita interiore come vita d’orazione. Di questa vita, il principale autore è lo Spirito Santo, come lo era già in Cristo. Leggiamo infatti nel Vangelo di Luca: “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra”” (Lc 10, 21). È una preghiera di lode e di ringraziamento che, secondo l’evangelista, scaturisce da quella esultanza di Gesù “nello Spirito Santo”.
Sappiamo che durante la sua attività messianica il Maestro molte volte si ritirava nella solitudine per pregare, e che passava in preghiera notti intere (cf. Lc 6, 12). Per questa preghiera preferiva quei luoghi deserti che predispongono al colloquio con Dio, così rispondente al bisogno e all’inclinazione di ogni spirito sensibile al mistero della divina trascendenza (cf. Mc 1, 35; Lc 5, 16). Analogamente facevano Mosè ed Elia, come ci risulta dall’Antico Testamento (cf. Es 34,28; 1 Re 19, 8). Il libro del profeta Osea ci fa capire che vi è una particolare ispirazione alla preghiera nei luoghi deserti; Dio, infatti, “conduce nel deserto per parlare al cuore” dell’uomo (cf. Os 2, 16).
2. Anche nella nostra vita, come in quella di Gesù, lo Spirito Santo si rivela Spirito di preghiera. Ce lo dice in modo eloquente l’apostolo Paolo in un passo della lettera ai Galati, che abbiamo già citato in precedenza: “. .  . che voi siete figli di Dio, ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). In qualche modo, dunque, lo Spirito Santo trasferisce nei nostri cuori la preghiera del Figlio, che rivolge quel grido al Padre. Perciò anche nella nostra preghiera si esprime l’“adozione a figli”, che ci è concessa in Cristo e per Cristo (cf. Rm 8, 15). La preghiera professa la nostra fede consapevole nella verità che “siamo figli” e “eredi di Dio”, “coeredi di Cristo”. La preghiera ci permette di vivere di questa realtà soprannaturale grazie all’azione dello Spirito Santo che l’“attesta al nostro spirito” (Rm 8, 16-17).
3. I seguaci di Cristo già dagli inizi della Chiesa sono vissuti in questa stessa fede, espressa anche nell’ora della morte. Conosciamo la preghiera di Stefano, il primo martire, un uomo “pieno di Spirito Santo”, il quale durante la lapidazione diede prova della sua particolare unione con Cristo esclamando, come il suo Maestro crocifisso, in riferimento ai suoi uccisori: “Signore, non imputar loro questo peccato!”. E poi, sempre in orazione, fissando la gloria di Cristo elevato “alla destra di Dio”, gridò: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (At 7, 55-60). Questa preghiera era un frutto dell’azione dello Spirito Santo nel cuore del martire.
Anche negli Atti del martirio di altri confessori di Cristo, si ritrova la stessa ispirazione interiore della preghiera. In quelle pagine si esprime la coscienza cristiana formata alla scuola del Vangelo e delle Lettere degli Apostoli, e diventata coscienza della Chiesa stessa.
4. In realtà, soprattutto nell’insegnamento di San Paolo, lo Spirito Santo appare come l’autore della preghiera cristiana. Anzitutto perché sprona alla preghiera. È lui che genera il bisogno e il desiderio di ottemperare a quel “Vegliate e pregate” raccomandato da Cristo, specialmente nell’ora della tentazione, perché “lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mt 26, 41). Un’eco di questa esortazione sembra risonare nella esortazione della Lettera agli Efesini: “Pregate . . . incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilate a questo scopo con ogni perseveranza . . . perché mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo” (Ef 6, 18-19). Paolo si riconosce nella condizione degli uomini che hanno bisogno di preghiera per resistere alla tentazione e non cadere vittime della loro umana debolezza, e per far fronte alla missione a cui sono chiamati. Egli ha sempre presente e in qualche momento sente in modo quasi drammatico la consegna che gli è stata data, di essere nel mondo, specialmente in mezzo ai pagani, il testimone di Cristo e del Vangelo. E sa che ciò che è chiamato a fare e a dire è anche e soprattutto opera dello Spirito di verità, del quale Gesù ha detto: “prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 14). Trattandosi di una “cosa di Cristo” che lo Spirito Santo prende per “glorificarlo” mediante l’annuncio missionario, è solo con l’entrare nel circuito di quel rapporto tra Cristo e il suo Spirito, nel mistero dell’unità col Padre, che l’uomo può svolgere una simile missione: la via d’ingresso in tale comunione è la preghiera, suscitata in noi dallo Spirito.
5. Con parole particolarmente penetranti, nella lettera ai Romani l’Apostolo mostra come “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili (Rm 8, 26). Simili gemiti Paolo ascolta salire in qualche modo dall’intimo stesso della creazione, la quale, “attendendo la rivelazione dei figli di Dio”, con la speranza di “essere liberata dalla schiavitù della corruzione, geme e soffre quasi nelle doglie del parto” (Rm 8, 19.21-22). E su questo scenario, storico e spirituale, opera lo Spirito Santo: “Colui che scruta i cuori (Dio) sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché Egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8, 27).
Siamo alla radice più intima e profonda della preghiera. Paolo ce la addita e ci fa dunque comprendere che lo Spirito Santo non soltanto ci sprona alla preghiera, ma Egli stesso prega in noi!
6. Lo Spirito Santo è all’origine della preghiera che rispecchia nel modo più perfetto la relazione intercorrente tra le divine Persone della Trinità: la preghiera di glorificazione e di azione di grazie, con cui si onora il Padre, e con Lui il Figlio e lo Spirito Santo. Questa preghiera era sulla bocca degli Apostoli nel giorno della Pentecoste, quando “annunziavano le grandi opere di Dio” (At 2, 11). Lo stesso avvenne nella casa del centurione Cornelio, quando, durante il discorso di Pietro, i presenti ricevettero “il dono dello Spirito Santo” e “glorificavano Dio” (cf. At 10, 45-47).
San Paolo interpreta questa prima esperienza cristiana, diventata patrimonio comune nella Chiesa delle origini, quando nella Lettera ai Colossesi, dopo aver auspicato che “la parola di Cristo . . . dimori in voi con tutta la sua ricchezza” (Col 3, 16), esorta i cristiani a permanere nella preghiera, “cantando a Dio di cuore e con gratitudine”, ammaestrando e ammonendo se stessi con “salmi, inni e cantici spirituali” (Col 3, 16). E chiede loro che questo stile di vita orante venga trasferito in tutto “quello che si fa in parole ed opere”: “Tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di Lui grazie a Dio Padre” (Col 3, 17). Analoga raccomandazione nella Lettera agli Efesini: “Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni . . . cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo” (Ef 5, 18-20).
Risalta qui la dimensione trinitaria della preghiera cristiana, secondo l’insegnamento e l’esortazione dell’Apostolo. Si vede altresì come, secondo l’Apostolo, è lo Spirito Santo che sprona a tale preghiera e la forma nel cuore dell’uomo. La “vita di orazione” dei Santi, dei mistici, delle scuole e correnti di spiritualità, che si è sviluppata nei secoli cristiani, è sulla linea dell’esperienza delle comunità primitive. Su tale linea si mantiene la liturgia della Chiesa, come appare, ad esempio, nel Gloria in excelsis Deo, quando diciamo: “Ti rendiamo grazie, per la tua gloria immensa”; così nel Te Deum, nel quale lodiamo Dio e lo confessiamo Signore. Nei Prefazi, poi, ritorna l’invariabile invito: “Rendiamo grazie al Signore Nostro Dio”, e i fedeli sono invitati a dare la risposta di assenso e di partecipazione: “È cosa buona e giusta”. Come è bello, peraltro, ripetere con la Chiesa orante, alla fine di ogni Salmo e in tante altre occasioni, la breve, densa e splendida dossologia del Gloria Patri: “Gloria al Padre, e al Figlio e allo Spirito Santo . . .”.
7. La glorificazione di Dio Uno e Trino, sotto l’azione dello Spirito Santo che prega in noi e per noi, avviene principalmente nel cuore, ma si traduce anche nelle lodi vocali per un bisogno di espressione personale e di associazione comunitaria nel celebrare le meraviglie di Dio. L’anima che ama Dio esprime se stessa nelle parole e facilmente anche nel canto, come sempre è avvenuto nella Chiesa, fin dalle prime comunità cristiane. Sant’Agostino c’informa che “Sant’Ambrogio introdusse il canto nella Chiesa di Milano” (cf. Sant’Agostino, Confessioni, 9, cap. 7: PL 32,770), e ricorda di aver pianto ascoltando “gli inni e i cantici soavemente echeggianti della tua Chiesa, tocco da commozione profonda” (cf. Ivi, 9, cap. 6: PL 32,769). Anche il suono può essere di aiuto nella lode a Dio, quando gli strumenti servono a “trasportare in alto (rapere in celsitudinem) gli affetti umani” (San Tommaso, Expositio in Psalmos, 32,2). Così si spiega il valore dei canti e dei suoni nella liturgia della Chiesa, in quanto “servono a eccitare l’affetto verso Dio . . . (anche) con le varie modulazioni dei suoni . . .” (San Tommaso, Summa theologiae, II-II, q. 92, a. 2; Sant’Agostino, Confessioni, 10, cap. 22: PL 32,800). Se le norme liturgiche vengono osservate, si può sperimentare anche oggi ciò che Sant’Agostino ricordava in quell’altro passo delle sue Confessioni: “Quali voci, o mio Dio, levai a te nel leggere i salmi di Davide, cantici di fede, musica di pietà . . . Quali voci levavo a Te nel leggere quei salmi! Come mi infiammavo d’amore per Te e di desiderio di recitarli, se avessi potuto, in faccia a tutta la terra . . .” (Sant’Agostino, Confessioni, 9, cap. 4, n. 8). Tutto ciò avviene quando, sia le anime singole sia la comunità, assecondano l’azione intima dello Spirito Santo.

IL ‘PADRE NOSTRO’ : ANGELA DA FOLIGNO

è uno stralcio del commento al Padre nostro di alcuni santi, è bella, potete andare al sito per leggere tutto, dal sito:

http://www.umilta.net/padrenostro.html

IL ‘PADRE NOSTRO’

ANGELA DA FOLIGNO  

Oltre ai Salmi e al Padre nostro il solo e più grande dono di nostro Signore è il dono di se stesso.
o scoperto questa frase quando ero novizia in un libro di esercizi spirituali che raccoglieva conversazioni tenute per i novizi due secoli prima. E’ proprio così, i Salmi di Lode composti dal pastore Davide incantano in tutte le lingue; cantarli, leggerli, ascoltarli è conforto all’anima. Anche il Padre nostro è un grande dono, tramandatoci tramite il greco. Dall’aramaico, la lingua di Gesù, è giunto a noi in tutte le lingue. Con questa preghiera prima di ricevere il Pane e il Vino supplichiamo il prezioso Dono del Corpo e Sangue di Cristo, per il quale a nostra volta rendiamo grazie. Ancora oggi in Grecia si dice ‘evkaristo’, ‘eucharisto’, ‘Ti rendiamo grazie’.
A Gesù, uno di noi, uomo di carne e sangue, Maria, sua madre, insegnò a pregare. ‘Nelle tue mani Signore affido il mio spirito’ è la prima preghiera che una madre ebrea insegna a suo figlio, preghiera che il figlio reciterà per il resto della vita, prima di addormentarsi, e prima di esalare l’ultimo respiro. La vigilia dello Shabbat, al tramonto del venerdì, Gesù avrà ascoltato Maria benedire le candele: ‘Benedetto sii tu, o Signore, Re dell’Universo, che ci hai donato i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi dello Shabbat’. E dopo di lei suo padre Giuseppe recitare: ‘Benedetto sii tu Signore, Re dell’Universo che ci hai dato questo pane e questo vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell’uomo’.

Il canto del Magnificat di Maria troverà eco nelle Beatitudini di Gesù. Ai discepoli che chiedono venga loro insegnato a pregare Egli dona una preghiera che nella sua essenza è autenticamente ebraica. Matteo 6.9-15 riporta la preghiera in un greco alquanto rozzo, al di là del quale riusciamo a intravedere l’originale ebraico:

Voi dunque pregate così:
adre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Per la versione in inglese e greco si veda:
http://home.neo.rr.com/theodore/our.htm
 Nella redazione di Luca (11. 2-4) in un greco raffinato, molto più semplice, tuttavia, diviene:

Quando pregate dite:
adre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione.
  Marco ci offre, invece, la preghiera ebraica del Santo Nome, lo shema, 12. 29-31:
scolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore.
preghiera che nella forma ebraica continua santificando il Nome del Signore e parlando del Suo Regno: benedetto il Nome del Signore, il Suo Regno non avrà fine. Il Vangelo di Marco aggiunge poi la preghiera sul nostro amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza, che deriva dalla preghiera del Tau benedetto, sin dall’Esodo posta sugli stipiti delle porte della casa ebraica. La preghiera sull’amare il prossimo come se stessi con le parole tratte direttamente dal Deuteronomio e dal Levitico.
Il ‘Padre nostro’ riecheggia le preghiere ebraiche a Dio che glorificano il Santo Suo Nome, parlano del Suo regno, del Giubileo che rimette tutti i debiti e della liberazione di coloro i quali sono in condizione di schiavitù. Evelyn Underhill, mistica anglicana, osserva come le sette frasi del Padre nostro, strettamente legate l’una all’altra, derivino tutte in modi differenti dalle Scritture ebraiche. Il Padre nostro fonde i testi di Matteo, Marco e Luca. Paradossalmente alcuni dei migliori scritti sul Padre nostro ci sono venuti dalle donne, dagli ebrei, da coloro i quali sono al di fuori della Chiesa. ‘Il Padre nostro’ è Padre non solo di figli, ma anche di figlie, non solo di chi è alla sequela di Cristo ma dell’intera umanità. E’ inclusivo, non esclude. In questi commenti al testo è chiaro l’anelito a volersi conformare alla volontà di Dio nella libertà. Il servizio a Dio è perfetta libertà. Queso parrebbe rivoluzionario ma non lo è affatto. Lucifero è artefice di Rivoluzioni. I Vangeli sono di Dio.

Angela da Foligno, terziaria francescana, così si esprime sul Padre nostro, la preghiera di Gesù: 
   L’esempio di questa gloriosa preghiera e l’invito a perseverare in essa ci vengono dati dallo stesso Figlio di Dio e uomo Gesù Cristo, che ci ha insegnato in molti modi  a pregare con le parole e con le opere. Infatti, ci ha ammonito, dicendo ai suoi discepoli: ‘Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione’. In molti passi del Vangelo troverai che egli ci ha istruiti in molte maniere riguardo alla venerabile preghiera. Egli ha fatto anche capire a tutti che gli è molto cara, avendoci di cuore ad essa esortato tante e tante volte. Poiché ci ha amato veramente e di cuore, affinché non avessimo nessuna scusa riguardo alla benedetta preghiera, ha voluto anche lui pregare, perchè, trascinati almeno dal suo esempio, l’amassimo più di tutte le altre cose . . . Metti questo specchio davanti ai tuoi occhi e sforzati con tutto te stesso di avere un po’ di questa preghiera, perché egli ha pregato per te, non per sé. Lo ha fatto anche quando disse: ‘Padre, se questo calice non può passare da me, sia fatta la tua volontà’. Nota come Cristo antepose sempre la volontà del Padre alla sua; tu fa secondo questo modello. Egli ha pregato, anche quando disse: ‘Padre nelle tue mani consegno il mio spirito’. Perché dire di più? Tutta la sua vita fu preghiera, in quanto egli restò continuamente nella perenne conoscenza di Dio e di sé. Forse che Cristo ha pregato invano? Perché, dunque, sei negligente nel farlo, se nulla si può ottenere senza la preghiera? Per il fatto che Cristo Gesù, Dio e uomo vero, ha pregato per te, non per sé, per darti l’esempio della vera orazione, se vuoi avere qualcosa da lui, non puoi non pregare, dal momento che, se non lo fai, non potrai ottenerlo.

( Il Libro della Beata Angela da Foligno. La preghiera: l’esempio di Gesù)

Publié dans:preghiera (sulla) |on 3 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA COSTRUITA SULLA SABBIA

dal sito:

http://www.orthodoxia.it/theodoros/spir_santi_cronstadt.php

San Giovanni di Cronstadt

Pensieri diversi sulla preghiera

LA PREGHIERA COSTRUITA SULLA SABBIA


Il demonio si sforza di disperdere la preghiera, come fosse un mucchio di sabbia; cerca di trasformare le parole in sabbia secca, senza coesione né midollo, cioè senza fervore del cuore. Così la preghiera può essere sia una casa costruita sulla sabbia, sia una casa costruita sulla roccia. Edificano sulla sabbia coloro che pregano senza spirito di fede, distrattamente, con freddezza: una preghiera simile si disperde da sola e non reca nessun vantaggio a colui che prega. Edificano sulla roccia coloro che, durante la preghiera, tengono gli occhi fissi verso Dio e si rivolgono a lui come ad una persona viva, parlandogli faccia a faccia.

LE TENEBRE DURANTE LA PREGHIERA
Durante la preghiera, a volte sopraggiungono momenti di tenebre mortali e di angoscia spirituale che nascono da un cuore incredulo (l’incredulità infatti è tenebra). In questi momenti non lasciar venir meno il tuo cuore, ma ricordati che se la luce divina si è spenta in te, continua però a brillare, in tutto il suo splendore e la sua gloria, in Dio stesso, nella sua Chiesa in cielo e sulla terra, e nell’universo materiale in cui « si sono rese visibili la sua potenza eterna e la sua divinità « (Rm 1, 20).
Non credere che la verità è venuta meno, poiché la verità è Dio stesso e tutto ciò che esiste trova in lui la propria fonte e il proprio fondamento. Solo il tuo cuore, il tuo cuore peccatore e ottenebrato, può venir meno alla verità, perché non riesce a sostenere in continuazione il bagliore della luce di verità e non è sempre capace di sostenerne la purezza; ci riesce solo se è stato purificato dai propri peccati, causa primaria delle tenebre spirituali. Puoi averne la prova in te stesso. Quando la luce della fede o della verità divina dimorano nel tuo cuore, esso è nella pace, calmo, forte e vivo; quando invece la luce scompare, il cuore è a disagio, debole come una canna agitata dal vento, senza slancio. Non dare importanza a queste tenebre, opera di Satana; fa’ il segno di croce, segno che dà la vita, ed esse si dissiperanno.

LA PREGHIERA CI RENDE INVULNERABILI
L’unico modo per passare la giornata nella pace e nella santità, senza peccato, è quello di pregare con fervore e sincerità fin da quando ti alzi al mattino. Questa preghiera introdurrà Cristo nel tuo cuore, assieme al Padre e allo Spirito Santo e così renderà salda la tua anima contro ogni assalto del male. Dovrai però continuare a proteggere accuratamente il tuo cuore.

LA PREGHIERA DELLE LABBRA HA LA SUA ECO NEL CUORE
Si possono recitare le preghiere in fretta senza che questo nuoccia alla qualità della preghiera? È possibile per coloro che hanno imparato a pregare interiormente con un cuore puro. Durante la preghiera bisogna che il cuore desideri sinceramente quello che chiedi, che avverta la verità di quello che stai dicendo e queste cose, in un cuore puro, avvengono spontaneamente. I puri di cuore sono capaci di recitare rapidamente le preghiere e di farlo in modo gradito a Dio; nel loro caso la rapidità non nuoce all’autenticità della preghiera. Ma coloro che non sono ancora capaci di pregare con cuore sincero devono assolutamente pregare lentamente, aspettando che il cuore faccia eco ad ogni parola della preghiera. E questo dono non sempre è concesso facilmente a quelli che non sono abituati alla preghiera contemplativa. Per costoro bisogna quindi fissare come regola assoluta che le parole della preghiera siano pronunciate lentamente e intercalate da pause. Aspetta che ogni parola trovi eco nel cuore.

LE ESIGENZE DELLA PREGHIERA
La preghiera è l’elevazione dello spirito e del cuore verso Dio. t perciò evidente che la preghiera è assolutamente impossibile ad una persona che abbia lo spirito e il cuore attaccati a qualcosa di carnale – il denaro o gli onori, per esempio – o abitati da passioni come l’odio e l’invidia, poiché le passioni rinchiudono il cuore, allo stesso modo in cui Dio invece lo dilata e gli dà la vera libertà.

IL MALIGNO HA VIA LIBERA DOVE NON SI PREGA
Molta gente ha perso la fede o perché ha completamente perso lo spirito di preghiera, o perché non l’ ha mai avuto e continua a non averlo; in breve, perché non pregano. Il principe di questo mondo ha campo libero per agire nel cuore di gente simile e diventa il loro padrone.
Costoro non hanno chiesto e non chiedono la grazia di Dio (i doni di Dio infatti sono accordati solo a quelli che li chiedono e li cercano); così il loro cuore, corrotto per natura, viene pri­vato della rugiada vivificante dello Spirito Santo; alla fine è talmente secco che prende fuoco e brucia della fiamma infernale dell’incredulità e delle passioni. E il demonio sa come accendere le passioni che alimentano questo fuoco terribile; trionfa nel vedere la rovina di quelle povere anime riscattate al prezzo del sangue di Colui che aveva schiacciato sotto i piedi la potenza di Satana.

PREGA PER LA SALVEZZA DEGLI ALTRI E DIO TI BENEDIRÀ
Quando sei colpito dalla sofferenza e dall’angoscia degli altri e ti senti portato a pregare per loro con cuore compassionevole profondamente commosso, chiedi a Dio di aver pietà dei loro peccati come chiederesti la remissione dei tuoi: cioè supplicalo piangendo di perdonarli. Prega per la salvezza degli altri come pregheresti per la tua salvezza. Se ci riuscirai, se diventerà per te un’abitudine, riceverai da Dio un’abbondanza di doni spirituali, i doni dello Spirito Santo che ama l’anima preoccupata per la salvezza altrui. Lo Spirito stesso infatti vuole salvarci con tutti i mezzi possibili, a condizione che non gli opponiamo resistenza e che non induriamo il nostro cuore. « Lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti ineffabili « (Rm 8, 26).

LA PREGHIERA FATTA PER FORZA NON GIUNGE A DIO
La preghiera fatta solo per obbligo genera l’ipocrisia, rende l’uomo incapace di fare tutto ciò che richiede riflessione e provoca il disgusto per ogni cosa, anche per l’esecuzione dei propri compiti. Questo dovrebbe convincere tutti coloro che pregano in tal modo a correggere il loro modo di pregare. Bisogna pregare con gioia, con forza, con tutto il cuore. Non pregare solo quando sei costretto, nella prova o nel bisogno, poiché « Dio ama chi dona con gioia « (2 Co 9, 7).

PREGA PER TUTTI, ANCHE PER I NEMICI
Se noti nel tuo prossimo difetti e passioni, prega per lui. Prega per tutti, anche per i tuoi nemici. Se ti accorgi che il tuo fratello è fiero e testardo, che si comporta orgogliosamente verso di te o verso gli altri, prega per lui, affinché Dio illumini la sua mente e riscaldi il suo cuore con il fuoco della grazia, e ripeti: « Signore, insegna la dolcezza e l’umiltà al tuo servo che è caduto nell’orgoglio di Satana; allontana dal suo cuore le tenebre e il peso di questa fierezza malvagia ».
Se vedi un fratello in collera prega così: « Signore, fa’ che con la tua grazia questo servo diventi buono! » Se si tratta di un’anima mercenaria e piena di cupidigia, di’: « Signore, tu che sei il tesoro incorruttibile e l’inesauribile ricchezza, fa’ che il tuo servo, creato a tua immagine, riconosca il carattere ingannatore delle ricchezze e si accorga che esse sono vane, inconsistenti e false, come tutte le cose terrene. Infatti i giorni dell’uomo sono come l’erba, come una ragnatela; tu solo sei la nostra ricchezza, la nostra pace e la nostra gioia ».
Se vedi un uomo invidioso, prega così: « Signore, illumina lo spirito e il cuore del tuo servo affinché possa riconoscere i doni innumerevoli ed insondabili che ha ricevuto dalla tua generosità inesauribile. Nell’accecamento della sua passione, ha dimenticato te i tuoi doni preziosi e, nonostante sia ricco grazie ai tuoi regali, si crede povero e guarda con invidia i beni che hai distribuito a ciascuno dei tuoi servi, a volte loro malgrado, ma sempre secondo la tua volontà, o nostro ineffabile benefattore! Signore pieno di misericordia, strappa il velo con il quale il demonio ha coperto gli occhi del cuore del tuo servo, accordagli la contrizione del cuore, le lacrime di pentimento e di gratitudine, affinché l’avversario che l ‘ha catturato vivo nella sua rete, non possa gustare la gioia di strapparlo dalle tue mani2.
Se vedi un ubriaco, di’ nel tuo cuore: « Signore, rivolgi uno sguardo di bontà al tuo servo, sedotto dalla concupiscenza del ventre e dei piaceri carnali, fagli capire la dolcezza della temperanza e del digiuno, la dolcezza del frutto spirituale che ne deriva ». Se vedi un uomo in preda alla passione della gola e che trova in essa la propria felicità, ripeti: « Signore, tu sei il nostro cibo, non il cibo che perisce bensì quello che conduce alla vita eterna. Purifica il tuo servo dal peccato di gola, così carnale e lontano dal tuo Spirito, accordagli di conoscere la dolcezza del tuo cibo spirituale e vivificante, cioè il tuo corpo e il tuo sangue e la tua parola santa, viva e operante ».
In questo o in altri modi prega per tutti i peccatori e non permetterti mai di disprezzare qualcuno a causa del suo peccato, o di correggerlo con durezza; servirebbe solo ad aggravare le sue ferite; correggilo invece con consigli, ammonizioni e castighi adatti a frenare il male o a contenerlo entro certi limiti.

L’UOMO PORTATO ALLA PREGHIERA DA TUTTO IL CREATO
L’anima è portata suo malgrado alla lode quando contempliamo il cielo stellato, ma ancor di più quando, contemplando il cielo e le stelle, ci raffiguriamo la bontà di Dio verso l’uomo, l’amore infinito con cui ama l’uomo, egli che per la nostra salvezza non ha risparmiato il suo Figlio unigenito. Ti è impossibile non glorificare Dio se ti ricordi che sei stato creato dal nulla, che sei predestinato, fin dalla fondazione del mondo, alla beatitudine eterna, senza alcun motivo, senza alcuna proporzione rispetto ai tuoi meriti; se ti ricordi le grazie che Dio ti ha accordato durante tutta la vita, in vista della tua salvezza, gli innumerevoli peccati che ti ha perdonato, e non una o due volte, ma infinite volte, l’abbondanza di doni naturali che ti ha procurato, dalla salute all’aria che respiri, alla goccia d’acqua.
Siamo portati nostro malgrado alla lode quando vediamo con stupore la varietà infinita delle creature nel regno animale, nel regno vegetale e in quello minerale. Che sapiente organizzazione esiste ovunque, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo! Una lode spontanea sgorga dal cuore ed esclama: « Come sono meravigliose le tue opere, o Signore! Hai creato ogni cosa con sapienza « (Sal 104, 24). Gloria a te, Signore, che hai creato ogni cosa!

METTI LA PREGHIERA ALLA BASE DELLE TUE OPERE
Quando reciti la preghiera della sera o del mattino, a casa tua oppure in chiesa durante l’Ufficio divino, chiediti nel tuo cuore come compiere questa opera buona e desidera sinceramente di compierla per la gloria di Dio. Il Signore e sua Madre santissima ti illumineranno sicuramente, ispireranno al tuo cuore un’idea chiara che ti farà vedere come agire. Se per esempio vuoi scrivere un discorso o una predica e non sai che argomento scegliere, pensaci durante la preghiera: il Signore e sua Madre santissima ti indicheranno con sicurezza e con estrema chiarezza l’argomento da trattare, con tutti i diversi punti; il tuo spirito e il tuo cuore illuminati vedranno chiaramente tutti gli aspetti del problema.

NELLA PREGHIERA PREGUSTIAMO LA FELICITA ETERNA
Già in questa vita noi percepiamo qualcosa di ciò che sarà la nostra unione con Dio nel mondo che verrà, di come sarà per noi sorgente di luce, di pace, di gioia e di felicità. Durante la preghiera, quando la nostra anima è interamente rivolta verso Dio ed è unita a lui, ci sentiamo felici, tranquilli, sollevati e gioiosi, come bambini rannicchiati in grembo alla madre; o, per meglio dire, proviamo una sensazione di benessere ineffabile. « è bello per noi stare qui « (Lc 9, 33).
Combatti quindi instancabilmente per giungere a questa beatitudine eterna, di cui gusti un assaggio già in questa vita; ma ricordati che questo anticipo è solamente terreno, imperfetto, che « ora noi vediamo come in uno specchio, in maniera indiretta « (1 Co 13, 12). Che cosa proveremo mai allora, quando saremo realmente uniti a Dio in piena verità, quando le immagini e le ombre saranno scomparse e sarà instaurato il regno della realtà e della visione? Oh, come dobbiamo tendere tutta la vita, incessantemente, verso questa beatitudine futura, verso l’unione con Dio!

LA PREGHIERA RICHIEDE LA CONVERSIONE DEL CUORE
Chi prega il Signore, la Madre di Dio, gli angeli e i santi, deve innanzitutto sforzarsi di correggere il proprio cuore e la propria vita, poi cercare di imitarli, come sta scritto: « Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro » (Lc 6, 36). « Siate santi, perché io sono santo » (1 Pt 1, 16).
Coloro che pregano la Madre di Dio devono imitare la sua umiltà, la sua inconcepibile purezza, la sua sottomissione alla volontà di Dio, la sua pazienza. Coloro che pregano gli angeli devono pensare alla vita di lassù, devono cercare di diventare spirituali respingendo poco alla volta tutte le passioni carnali, cercare di avere un amore ardente per Dio e per il prossimo. Coloro che pregano i santi devono imitarli nel loro amore per Dio, nel loro disprezzo, del mondo e delle sue attrattive ingannatrici; devono imitarli nelle preghiere, nei digiuni, nella povertà, nella pazienza durante le malattie, le sofferenze e le disgrazie, nell’amore per il prossimo. Altrimenti la loro preghiera non sarà altro che fumo.

LA PREGHIERA È LUCE DAL CIELO
A me piace pregare in chiesa, soprattutto vicino al santo altare, davanti alla tavola o alla protesi: in chiesa infatti, per grazia di Dio, sono meravigliosamente trasformato. Durante una preghiera di pentimento o di devozione, le spine e i lacci delle passioni cadono dalla mia anima e io mi sento così leggero! Tutti i malefizi, tutte le seduzioni delle passioni svaniscono, mi sembra di essere morto al mondo e che il mondo, con tutte le sue attrattive, sia motto per me. Vivo in Dio e per Dio, per Dio solo. Sono interamente compenetrato da lui, un solo spirito con lui: sono come un bambino cullato sulle ginocchia della madre.
In quei momenti il mio cuore è pieno di una dolcissima pace celeste, la mia anima è illuminata dalla luce del cielo. Vedo tutto chiaramente, considero ogni cosa con giustizia, mi sento pieno di amore e di amicizia verso tutti, anche verso i nemici, sono pronto a scusare tutto e a perdonare tutti. Beata l’anima che è con Dio! Davvero la chiesa è il paradiso in terra.

LA PREGHIERA IN CHIESA
0 chiesa santa, quanto è buono e quanto è dolce pregare all’interno delle tue mura! Dove ci può essere preghiera fervente se non dentro le tue mura, davanti al trono di Dio, davanti al Volto di colui che siede su quel trono? Sì, l’anima si scioglie in una santa emozione e le lacrime scorrono sulle guance come ruscelli. Quanto è dolce pregare per tutti gli uomini!

LA PREGHIERA DEL GIUSTO
Il Signore, il più tenero dei padri, gradisce che noi preghiamo per gli uomini, suoi figli; e come i genitori, su richiesta dei figli buoni e ben educati, perdonano le sciocchezze dei figli cattivi, così fa il Padre celeste su preghiera di « coloro che gli appartengono » (2 Tim. 2, 19); così come, su preghiera dei suoi preti, ricolmi della sua grazia, Dio fa misericordia anche a chi non ne è degno, come ha usato misericordia verso il popolo ribelle nel deserto e gli ha perdonato le mormorazioni, ascoltando la preghiera di Mosè. Ma com’era ardente quella preghiera!

QUANDO PREGHI TOCCHI DIO
Sii certo che Dio è vicinissimo a te quando preghi, più vicino di quanto tu possa immaginare, che lo tocchi non solo con il pensiero e con il cuore, ma anche con le labbra e la lingua. « Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore » (Rm 10, 8); la Parola, cioè Dio.

LA PREGHIERA INSISTENTE GIUNGE A DIO
Perché abbiamo bisogno di una preghiera prolungata? Affinché possiamo, attraverso la preghiera prolungata e fervente, riscaldare i nostri cuori così freddi e induriti nella vanità.
Sarebbe ben strano pensare, e ancor di più pretendere, che il cuore, indurito nella vanità mondana, possa, durante la preghiera, essere penetrato immediatamente dal calore della fede e dell’amore di Dio. No, ha bisogno di tempo e di fatica. « Il Regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt 11, 12). Non si può pretendere che il Regno di Dio entri nel cuore, dopo averlo sfuggito per tanto tempo. Il Signore stesso afferma che vuole vederci pregare a lungo, dandoci l’esempio della vedova importuna che andava sempre a trovare il giudice e lo molestava con le sue richieste (cfr. Lc 18, 2-6).
Nostro Signore, il nostro Padre celeste conosce, prima che glielo chiediamo, ciò di cui abbiamo bisogno (cfr. Mt 6, 8), ciò che desideriamo; noi invece non lo sappiamo, perché ci lasciamo andare alle inutili agitazioni del mondo invece di affidarci alle mani di questo Padre. Perciò Dio, nella sua sapienza, trasforma i nostri bisogni in occasioni per rivolgerci a lui. « Ritornate a me, figli smarriti, ritornate a me che sono vostro Padre, ritornate adesso con tutto il cuore. Se prima eravate lontani da me, almeno adesso riscaldate con la fede e l’amore i vostri cuori che prima avevano così freddo ».

CHIEDETE E VI SARÀ DATO
Quando preghi il Signore e gli chiedi qualche grazia – di ordine spirituale, soprannaturale, materiale, terreno – per essere sicuro di ottenere quello che chiedi o, più in generale, la grazia di cui hai più bisogno (secondo la sapienza e la misericordia di Dio), abbi nella mente e nel cuore queste parole del Signore: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 0 se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano! » (Mt 7, 7-11).

UN UNICO PANE, UN’UNICA PREGHIERA
Da cosa deriva che una preghiera sincera per il prossimo è così efficace? Dal fatto che, strettamente unito a Dio nella preghiera, io formo un solo spirito con lui e che, mediante la fede e l’amore, unisco a me coloro per i quali prego; lo Spirito Santo che agisce in me agisce anche in loro nello stesso momento, poiché compie ogni cosa. « Noi, pur essendo molti, formiamo un solo corpo, poiché partecipiamo dell’unico pane » (1 Co 10, 17). « C’è un solo Corpo e un unico Spirito » (Ef 4, 4).

LA PREGHIERA È UNA DISPOSIZIONE DI GRATITUDINE
La preghiera è il sentimento costante della nostra povertà spirituale e della nostra debolezza, la contemplazione in noi, negli altri e nella natura, delle opere della sapienza, della misericordia e dell’onnipotenza di Dio. La preghiera è una disposizione interiore fatta unicamente di gratitudine.
A volte chiamiamo preghiera quello che non ha niente a che fare con la preghiera. Per esempio, qualcuno entra in chiesa, rimane lì un po’, guarda le icone, la gente, osserva il loro abbigliamento e il loro comportamento e poi dice di aver pregato Dio. Oppure a casa sua si mette davanti ad un’icona, piega la testa, recita qualche frase imparata a memoria, senza capirla né gustarla e poi dice di aver pregato. Ma nella sua mente e nel suo cuore non ha assolutamente pregato; era dappertutto, con la gente e con le cose, tranne che con Dio.
La preghiera è l’elevazione del pensiero e del cuore verso Dio, la contemplazione di Dio, il dialogo audace della creatura con il suo Creatore, la presenza rispettosa dell’anima davanti a lui, come davanti al Re, alla Vita stessa che dà la vita ad ogni cosa; la preghiera è oblio di tutto ciò che ci circonda, è cibo per l’anima, è aria, luce, calore vivificante, è purificazione dal peccato; la preghiera è il giogo soave di Cristo, il suo carico leggero.
La preghiera è il sentimento costante della nostra debolezza e della nostra povertà spirituale; è la santificazione dell’anima e un anticipo della beatitudine futura; un bene angelico, la pioggia celeste che rinfresca, innaffia e feconda il terreno dell’anima; il risanamento e il ricambio dell’atmosfera mentale, l’illuminazione del volto. la gioia dello spirito; il legame d’oro che unisce la creatura al Creatore, l’audacia e il coraggio in tutte le prove e le sofferenze della vita; la lampada dell’esistenza, il successo in ogni iniziativa, la dignità paragonabile a quella degli angeli, la saldezza nella fede, nella speranza e nella carità.
La preghiera è un contatto con gli angeli e i santi graditi a Dio dall’origine del mondo; è la conversione della vita, la madre della contrizione e delle lacrime, un richiamo potente alle opere di misericordia. alla sicurezza della vita, alla scomparsa del timore della morte e al disprezzo dei tesori mondani; è il desiderio dei beni celesti, dell’attesa del Giudizio universale, della resurrezione e della vita del mondo che verrà; è uno sforzo accanito per sfuggire ai tormenti eterni e un richiamo incessante alla misericordia del Signore; la preghiera significa camminare in presenza di Dio ed è l’annientamento sereno di se stessi davanti al Creatore di ogni cosa, presente in ogni cosa. È l’acqua viva dell’anima.
La preghiera significa ancora portare nell’amore tutti gli uomini nel proprio cuore, è la discesa del cielo nell’anima, la dimora della santa Trinità nell’anima, come sta scritto: « Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14, 23).

(Tratto da La mia vita in Cristo)

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La preghiera nella Chiesa

dal sito:

http://www.opusmariae.it/poggiali_preghiera.htm

La preghiera nella Chiesa

di don Giovanni Poggiali

« Il Timone » – Gennaio 2009

La Chiesa è il corpo di Cristo, come dice san Paolo: « Egli [Cristo] è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa » (Col 1,18). Pur essendo, come il corpo, costituita da molte membra la Chiesa è Una ed è unita inscindibilmente al suo Signore che è il Capo. Il primato di Cristo, questa signoria che è il suo Regno, Egli lo estende a tutto il mondo per mezzo della Chiesa, prefigurata nell’Antico Testamento, e in essa dilata la preghiera che è comunione con Lui e che diviene autentica preghiera cristiana perché trova in Lui la propria origine. La preghiera, che è il tratto più profondo e rivelativo del rapporto tra Gesù e il Padre, viene donata alla Chiesa la quale risponde all’amore del Signore mediante il proprio amore e il proprio desiderio, manifestando pienamente al mondo ciò che essa è, ciò che essa crede.
Attraverso la Tradizione, che è comunicazione e trasmissione vivente di Gesù Cristo e del suo insegnamento (si può dire che è la Chiesa la viva Tradizione), lo Spirito Santo insegna la preghiera nella Chiesa: lo Spirito di Cristo ci suggerisce come pregare e cosa domandare e ci dona la libertà di pronunciare: « Abbà, Padre » (cf. Rom 8,15; Gal 4,6) ponendoci, come figli adottivi, in relazione con Dio. Questa comunione avviene massimamente nella Liturgia, opera di Dio, in cui « Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua Sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’Eterno Padre » (Sacrosanctum Concilium, 7). La Liturgia, esercizio del culto divino, realizza e manifesta la Chiesa come segno visibile di tale comunione tra Dio e gli uomini.
Non si può, allora, cercare e trovare la fonte della preghiera nella Chiesa se non in Gesù Cristo: Egli prega il Padre, spesso nel silenzio della notte e prima di ogni decisione importante o scelta decisiva, e diviene per noi sorgente e modello di preghiera. Pensiamo alla Sua preghiera nel Battesimo (cf. Lc 3,21), prima della vita pubblica nei 40 giorni di deserto (cf. Lc 4), prima della scelta degli Apostoli (cf Lc 6,12-13), prima della sua Passione (cf Lc 22,39-46)… Così, in Cristo, Dio manifesta il proprio volto: l’uomo si comprende ed è compreso solo nella relazione personale con Dio e tale relazione ha il suo luogo principale nella preghiera, la quale diventa un ascoltare e un parlare con Dio che rivela l’uomo a sé stesso. Pregando, l’uomo compie un atto « divino », perché entra in comunicazione con Dio, si abbandona a Lui e si lascia amare da Dio per amare i fratelli. Quale povertà la mancanza di preghiera nell’uomo! Quale aridità l’assenza di una vita spirituale: Gesù ci insegna infatti che occorre pregare sempre senza stancarci (cf. Lc 18,1).
Un giorno, mentre Gesù era in preghiera e dopo che ebbe finito, uno dei discepoli gli chiese di insegnare loro a pregare. Gesù pronunciò la preghiera del Padre Nostro, la sintesi di tutto il Vangelo come la chiamerà Tertulliano (De oratione, 1). Questa preghiera, scaturita dallo stesso Figlio di Dio – dal suo cuore e dalle sue labbra -, indica che l’autentica preghiera cristiana è personale ma ha anche una dimensione comunitaria (Padre nostro): « Nell’atto del pregare, l’aspetto esclusivamente personale e quello comunitario devono sempre compenetrarsi » (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, 158). Anche quando l’uomo prega nel segreto della sua camera, ossia nell’intimo del proprio cuore, è preghiera della Chiesa, perché la nostra vita non può mai essere dissociata dai nostri fratelli, essendo figli dello stesso Padre ed essendo rigenerati dallo stesso Sangue del Verbo incarnato. Chi prega, lo fa anche per chi non prega. Non dobbiamo desiderare la salvezza solo per noi.
Tale preghiera comunitaria si manifesta in varie forme nella Chiesa: la preghiera di benedizione esprime l’incontro tra Dio, fonte di ogni benedizione, e l’uomo che risponde nel suo cuore: bene-dicere, dire bene. Dio fa questo con la Sua presenza e provvidenza. Egli ci benedice nei cieli in Cristo (cf. Ef 1,3) e invita noi a bene-dire (di) Lui che ci ama (qui si comprende la gravità della bestemmia). La preghiera di adorazione esprime la nostra creaturalità, la nostra dipendenza da Dio, l’Unico che si deve adorare esaltandone la grandezza, la misericordia, l’onnipotenza, bandendo gli idoli dal nostro cuore. Ma esprime e manifesta anche l’intimità stessa di Dio che è Trinità, un Dio in cui il Figlio è rivolto sempre verso il Padre e la cui esistenza filiale può essere intesa come una grande preghiera offerta al Padre nello Spirito Santo. La domanda esprime la forma più comune e abituale di preghiera per l’uomo che entra in relazione con Dio. Gesù stesso invitava a domandare insistentemente: « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto » (Mt 7,7-8). Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che « in Cristo risorto, la domanda della Chiesa è sostenuta dalla speranza » (2630). Noi chiediamo aiuto a Dio, per noi e per i fratelli, perché speriamo nel suo perdono e perché desideriamo che venga il suo Regno. Esiste una gerarchia nella domanda, che non si riduce solo alla richiesta di « cose » materiali, pur importanti, ma implora anzitutto lo Spirito Santo, vita stessa di Dio e respiro del Suo amore. La preghiera di intercessione ci rende conformi a Cristo, intercessore per noi peccatori presso il Padre. Colui che intercede si preoccupa delle necessità di un altro: è un grande atto di misericordia, una delle più belle beatitudini – Beati i misericordiosi (Mt 5,7) – e ci avvicina ai Patriarchi (pensiamo all’intercessione di Abramo e di Mosè). Ci rende simili anche al cuore di Maria, la Madre di Gesù, che intercede sempre per noi suoi figli. La preghiera di ringraziamento è il primo movimento che scaturisce da un cuore grato e riconoscente per tutti i doni di Dio: « Tutto proviene da Dio » (1 Cor 11,12), dice san Paolo che aggiunge: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? » (1 Cor 4,7). Ogni dono ci giunge dall’amore di Dio ed è per questo che è frutto di umiltà rendere grazie in ogni cosa (cf. 1 Ts 5,18). Infine, la preghiera di lode. Lodare Dio significa riconoscerlo per ciò che Egli è, lodare è lo stupore per le Sue meraviglie: « Siate ricolmi dello Spirito intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore ». Ecco la lode a Dio!
Tutte queste forme di preghiera nella Chiesa sono realizzate ed espresse dalla Liturgia, in particolare dall’Eucaristia, nella quale rendiamo grazie al Padre per il sacrificio del Figlio che viene offerto e si offre in espiazione per salvarci dai nostri peccati. Nella Liturgia noi adoriamo Dio, lo ringraziamo, lo lodiamo, impetriamo e benediciamo Colui dal Quale siamo amati e benedetti. La preghiera liturgica, rivolta al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, è comunione con la Trinità Santa, mistero d’amore rivelato a noi da Gesù e comunicato alla Chiesa per l’evangelizzazione del mondo. La preghiera nella Chiesa e della Chiesa ci pone in relazione con tutto questo e ci guida verso l’intimità con Cristo, sorgente e culmine della vita cristiana. Parlando di Origene (vissuto tra il II e il III secolo) e dei suoi scritti sulla preghiera, papa Benedetto XVI ha detto: « A suo parere, infatti, l’intelligenza delle Scritture richiede, più ancora che lo studio, l’intimità con Cristo e la preghiera. Egli è convinto che la via privilegiata per conoscere Dio è l’amore, e che non si dia un’autentica scientia Christi senza innamorarsi di Lui » (Udienza generale, 2 maggio 2007). Questo è il termine e lo scopo dell’azione della Chiesa: innamorarsi di Cristo per fare innamorare di Cristo.
Chi più dei santi ha vissuto questa esaltante esperienza? Nella comunione dei santi, la Chiesa pellegrina sulla terra è unita a quella del Cielo dove i nostri fratelli glorificati intercedono per noi e ci fanno da guida. Questa « nube di testimoni », come la chiama il Catechismo, ha combattuto il buon combattimento della preghiera e della fede, a cominciare dai giusti dell’Antico Testamento e da Maria Madre di Gesù. Le grandi e diverse spiritualità scaturite dall’esperienza spirituale dei santi, contribuiscono a formare la grande Tradizione della Chiesa e ci indicano una via. Proverbiale fu l’esperienza di santa Teresa d’Avila che disse: « L’orazione mentale, a mio parere, non è che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si intrattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati » (Libro della mia vita, 8). La preghiera deve superare tante difficoltà – tentazioni, pigrizia, accidia, distrazioni, aridità – ma, alla fine, è una questione di desiderio, di amore, di volontà. Sant’Alfonso Maria de Liguori, a questo riguardo, dirà che « chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna » (Del gran mezzo della preghiera)….
I santi ci insegnano ciò che più è importante nella nostra vita e anche nella vita della Chiesa: il rapporto con Dio, il desiderare un’intimità profonda con Lui, il cercarlo con ferma fiducia. Questa è la via alla santità cristiana, cioè alla perfezione dell’amore, al vivere straordinariamente bene le cose ordinarie. Questo procura la vera gioia. Gesù stesso ce lo ha insegnato con la Sua vita. Infatti, « si prega come si vive, perché si vive come si prega »…(CCC 2752).
Infine, è la Chiesa stessa che ci offre tutti quei mezzi che ci conducono alla santità e all’incontro con il Signore: la celebrazione della Santa Messa, l’adorazione eucaristica, la devozione alla Madonna – soprattutto la recita del Rosario –, la lettura quotidiana della Sacra Scrittura, la confessione frequente e l’esperienza dei Santi. Così, noi membra della Chiesa, possiamo giungere a contemplare quel Dio che desidera unirsi con noi per farci partecipare al banchetto di nozze dell’Agnello (cf. Ap 19,9) dove Dio stesso, dono inaudito, passerà a servirci (cf. Lc 12,37).

BIBLIOGRAFIA

Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, pp. 157-201.
Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), dal n. 2559 al n. 2758
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Publié dans:preghiera (sulla) |on 16 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Gianfranco Ravasi, Preghiera: quando l’uomo parla con Dio

dal sito:

http://www.rodoni.ch/martini-ravasi/ravasi.html

GIANFRANCO RAVASI

Preghiera: quando l’uomo parla con Dio

«Il pregare è nella religione ciò che è il pensiero nella filosofia. Il senso religioso prega come l’organo del pensiero pensa». Questa dichiarazione del grande poeta romantico tedesco Novalis fa subito comprendere non solo quanto fondamentale sia la preghiera nell’esperienza religiosa, ma anche quanto sia arduo tentarne un profilo descrittivo. Anzi, un filosofo, il danese Søren Kierkegaard, non esitava nel suo diario a comparare il pregare al respirare: «Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un « perché ». Perché io respiro? Perché altrimenti muoio. Così con la preghiera». A lui faceva eco un teologo importante come Yves Congar che nella sua opera Le vie del Dio vivente ribadiva: «Con la preghiera riceviamo l’ossigeno per respirare. Coi sacramenti ci nutriamo. Ma, prima del nutrimento, c’è la respirazione e la respirazione è la preghiera». In questa linea è facilmente comprensibile come il pregare coinvolga tutto l’essere della creatura in una totalità ben espressa, ad esempio, dalle tecniche orientali di contemplazione « corporale » o nel tipico agitarsi dondolante dell’orante ebreo. Il quale, mentre prega, muove anche le giunture del corpo così da attuare quello che, in modo simbolico, aveva evocato lo stesso apostolo Paolo: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale» (Romani 12, 1). Un famoso mistico tedesco vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, Meister Eckhart, sottolineava che «bisogna pregare con tanto fervore così da tener avvinte tutte le membra e le facoltà umane; orecchi, occhi, bocca, cuore e ogni senso e non cessare finché non si sente di voler essere uno con Colui che è presente e che preghiamo, con Dio». Ma si può anche andare oltre e ritenere con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che «pregare è pensare al senso della vita», come egli annotava nei suoi appunti del 1914-1916. Quando l’uomo si rivolge alla divinità cerca, infatti, non solo di penetrare nel mistero del suo interlocutore infinito, ma anche di scavare nel mistero della sua stessa esistenza. tentando di scoprirne un senso e un valore. In questa stessa direzione si potrebbe, allora, riprendere il giuoco di parole creato da un altro importante filosofo del Novecento, il tedesco Martin Heidegger, quando affermava che denken ist danken, cioè che pensare è ringraziare. Per questo si potrebbe condividere un’ultima affermazione teorica, quella del filosofo mistico ebreo Abraham J. Heschel, convinto che «pregare è la grande ricompensa dell’essere uomini». Ora, la preghiera rispecchia necessariamente la particolare visione di Dio dell’orante. Così, a una concezione « fredda » della trascendenza divina corrisponde una preghiera distante e striata dal timore e dal rispetto per l’inconoscibile volontà della divinità. Esemplare è il distacco tra il divino e l’umano marcato dall’orazione musulmana, specchio di un trascendentalismo teologico rigorosissimo. Ma già tra i Sumeri il dio Enlil era invocato così: «Le tue molte perfezioni fanno restare attoniti; la loro natura segreta è come una matassa arruffata che nessuno sa dipanare, è arruffio di fili di cui non si vede il bandolo» (Inno a Enlil, IX, 131-134). Anche nel mondo greco quel «Dio ignoto» che Paolo nomina durante il suo passaggio da Atene (Atti 17, 23) costringe l’orante a invocazioni « negative » come quelle evocate dalle Coefore di Eschilo: «Zeus, Zeus, che dico? Come comincerò» (v. 85). Ma è proprio nella stessa cultura greca che riusciamo a identificare uno splendido modello di spiritualità « calda » in cui il rapporto con Dio è intenso, diretto, personale. Intendiamo riferirci a quel gioiello stoico che è l’Inno a Zeus di Cleante (III secolo a. C.): i suoi trentanove esametri esaltano non solo l’onnipotenza e la giustizia divina, ma anche l’ordine cosmico a cui partecipa l’orante e la stessa « simbiosi », dalle iridescenze panteiste, che connette la divinità al fedele. È curioso ricordare che l’apostolo Paolo nel celebre discorso all’Areopago ateniese evoca il v.5 dell’inno di Cleante, affermando che in Dio «noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « poiché di lui stirpe noi siamo »» (Atti 17, 28). Tale prospettiva domina nell’ambito biblico dove è facile incontrare frasi salmiche di questo tenore: «Sei il mio Signore, senza di te non ho alcun bene / Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio / Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto / Fuori di te nulla bramo sulla terra / Il mio bene è stare vicino a Dio» (Salmi 16, 2; 22, 10; 27, 10; 73, 25.28). L’invocazione aramaica abba’, papà, che sta alla radice del Padre nostro, la preghiera emblematica del cristiano, è un’illustrazione esemplare di questa intimità orante. A questo punto si potrebbero definire le tipologie della preghiera: esse occupano uno spettro di colori variegatissimo. Due, però, sono le tonalità dominanti: per continuare nel linguaggio cromatico, potremmo dire che si oscilla costantemente tra l’infrarosso della lode e l’ultravioletto della supplica. Entro questi due archetipi si raccoglie l’intera gamma delle orazioni e tutta la sua espressione letteraria. Da un lato, dunque, c’è il colore vivo e forte della lode, della glorificazione, dell’adorazione, del ringraziamento, dell’esaltazione, della celebrazione gioiosa, della contemplazione della divinità e delle sue opere. L’innologia, di taglio mistico, libera da interessi immediati e da richieste, popola tutte le religiosità e tutte le liturgie. «O Signore, nostro Dio, quant’è glorioso il tuo nome su tutta la terra! La tua maestà vorrei cantare lassù nei cieli balbettando come il fanciullo» è l’incipit del celebre Salmo 8 che canta il capolavoro di Dio, la creatura umana. Il Salmo 19 esalta il sole, come il 104, che però dipinge anche uno straordinario arazzo cosmico, mentre nel Salmo 63 è l’adesione totale a Dio a divenire sostanza orante: «O Dio, tu sei il mio Dio, fin dall’alba ti cerco, di te ha sete la mia gola, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua / Il tuo amore val più della vita / Io esulto all’ombra delle tue ali». Ma si potrebbe attingere anche all’enorme repertorio delle invocazioni buddhiste e indiane, alle « aretalogie » greche di Ossirinco (Egitto) in cui si cantano le virtù e le perfezioni divine, alla reiterazione dei «novantanove bellissimi nomi di Allah», allo stesso Rosario cristiano: la ripetizione diventa coinvolgimento quasi estatico, «moto perpetuo», della lode, ascensione di luce in luce nel mistero infinito di Dio, contemplazione abbacinata. L’esordio del citato inno di Cleante suona così: «O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, Zeus, Signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, salve! Perché sei tu che i mortali hanno la gioia d’invocare!» (vv. 1-3). Ma molto più estesa è la regione dalla quale sale il grido gelido e lacerante della supplica, l’ultravioletto della preghiera, che esprime il limite dell’uomo, le sue necessità, il « male di vivere ». Cesare Pavese nel suo diario Il mestiere di vivere annotava: «La massima sventura è la solitudine tant’è vero che il supremo conforto, la religione, consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è uno sfogo come un amico». La lamentazione classica segue uno spartito strutturale di tipo triangolare, quasi comandato dalle circostanze: al presente amaro si oppone il passato e si prospetta il futuro radioso sperato; all’ »io » dell’orante sofferente si connette l’ »altro » che è il nemico e il male, mentre ci si affida al terzo personaggio decisivo, Dio, il Salvatore. Talora l’io e l’altro si trovano sovrapposti: è il caso delle confessioni del peccato (celebre è il Miserere, il Salmo 51) in cui il nemico si annida all’interno dell’orante stesso. Anche se non mancano suppliche senza speranza esplicita, simili quasi a un vano SOS lanciato verso Dio, imperatore impassibile relegato nel suo cielo dorato, è prevalente la certezza dell’ascolto finale, anche se dilazionato. «La divinità, infatti, non è insensibile alla giusta preghiera» dichiara Menandro (fr. 217), mentre Gesù aveva invitato a «chiedere per ottenere, a bussare» perché ci si aprirà, perché «qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome egli ve lo concederà» (Matteo 7, 7; Giovanni 15, 16).

La Repubblica — 10 aprile 2004

La preparazione alla preghiera (Sant’Alberto Magno)

dal sito:

http://www.amicidomenicani.it/vedi_rubriche.php?sezione=domenicani&id=53

Spiritualità domenicana

La preparazione alla preghiera (Sant’Alberto Magno)

Dal “Trattato sulla preghiera” di sant’Alberto Magno, vescovo.

Dobbiamo prepararci all’orazione; e questa preparazione è duplice: remota e prossima.
A sua volta la preparazione remota si distingue in interiore ed esteriore.
La preparazione interiore è triplice:
la prima consiste nella purificazione della coscienza: “ Se il nostro cuore non ci rimprovera, nutriamo fiducia di ottenere da Dio tutto ciò che gli chiederemo”;
la seconda è la umiliazione dello spirito, perché “ il Signore è attento alla preghiera degli umili e non ne disdegna le suppliche”.
La terza, infine, è il perdono delle ingiurie. Quando vogliate attendere all’orazione “perdonate i debiti del vostro prossimo, affinché anche il Padre vostro che è in cielo, perdoni a voi i vostri peccati”.

Anche la preparazione esteriore è triplice.
La prima consiste nell’osservanza dei comandamenti divini perché, come dice sant’Isidoro, se facciamo ciò che il Signore ha comandato, senza dubbio otterremo ciò che gli domandiamo.
La seconda è la riconciliazione col fratello offeso: “ Se stai per presentare il tuo dono all’altare e in quel momento ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono dinanzi all’altare e và prima a riconciliarti col fratello; poi andrai ad offrire il tuo dono”.
La terza è la pratica del digiuno e dell’elemosina, con le quali si tonifica la preghiera: “Spezza all’affamato il tuo pane ed ospita nella tua casa i poveri e i pellegrini; allora invocherai il Signore ed Egli ti esaudirà”.

La preparazione prossima consta anch’essa di due parti: una interiore e l’altra esteriore.
La preparazione interiore è triplice.
Anzitutto il raccoglimento dei cuore: “Quando vorrai pregare il Signore, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel nascondimento”. Rientrare nella propria stanza significa richiamare in se stesso il proprio cuore, e chiudere la porta vuol dire isolare questo cuore, cioè far rientrare pensieri ed affetti dispersi tra loro.
La seconda preparazione interiore consiste nel volgersi attentamente al Signore, perché soltanto allora la nostra è vera orazione, quando non ci disperdiamo in altre cose. Occorre dunque anzitutto purificare l’anima e isolarla da pensieri terreni affinché ogni energia del cuore si orienti risolutamente verso il Signore. Si allontani quindi ogni pensiero terreno e mondano e l’anima non sia rivolta ad altro che a Colui che si invoca. Per questo il sacerdote, prima di iniziare il canone, dispone il cuore dei fratelli dicendo: “In alto i cuori!”. E i fratelli rispondono: “Sono rivolti al Signore”, affinché sia precluso ogni accesso all’avversario e il cuore si dischiuda esclusivamente a Dio, né altro abbiamo in cuore o sulle labbra. Come, del resto, pretenderesti da Dio che ti ascoltasse quando tu stesso non ti ascolti? Vorresti che Dio ti ascoltasse, quando tu stesso non ti ricordi di te? Ciò significherebbe offendere la maestà di Dio con la trasandatezza nell’orazione, cioè star desto con gli occhi ma dormire con il cuore, mentre il cristiano dovrebbe vegliare con il cuore anche quando dorme.
La terza preparazione consiste nel suscitare sentimenti di amore verso Dio, soprattutto riflettendo sulla nostra miseria e sulla bontà misericorde di Dio. La coscienza della nostra debolezza ci suggerirà cosa sia necessario domandare, mentre la meditazione sulla misericordia divina c’insegnerà con quale animo dobbiamo esprimere nostri desideri.

La preparazione esteriore concerne la posizione, il vestito e l’atteggiamento.
Circa la posizione, si può pregare stando in piedi o seduto o persino coricati.
E tuttavia nelle preghiere pubbliche ci si dovrà conformare a quanto la Chiesa o la tradizione locale hanno stabilito.
Circa l’abito ricorda che all’orante si addice una veste umi1e ed estremamente modesta.
Quanto all’atteggiamento, ve ne sono diversi: lo stare genuflessi o con le mani aperte; il percuotersi il petto, sollevare o abbassare il capo e lo sguardo, con le labbra chiuse emettendo la voce, il versare lagrime, emette sospiri, gemiti e altri atteggiamenti simili
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Publié dans:meditazioni, preghiera (sulla) |on 23 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

Dinanzi a Dio: La Preghiera – Di A. Guillerand, monaco certosino

dal sito:

http://www.certosini.info/preghiera/medit/guillerand/guillerand_03.htm

Dinanzi a Dio: La Preghiera

LA FRUTTUOSA GRANDEZZA DELLA PREGHIERA

Di A. Guillerand, monaco certosino

I santi hanno scritto su questo tema delle pagine splendide:  » Quale dignità e quale gloria! – dice san Giovanni Crisostomo. – Il Dio onnipotente continuamente pronto ad ascoltarci « . Deboli creature, poveri esseri di un giorno, piccoli fiori nati al mattino, già appassiti alla sera, che però possiamo volgerci verso di Lui e subito ci dà udienza, ci parla, ci accarezza, si apre a noi; si china verso la nostra miseria e l’innalza fino al suo trono; ci fa entrare nella sua dimora, e questa dimora è il suo Amore, è il movimento stesso del suo Essere e della sua Vita!

lo stancherei il migliore degli uomini e il meno occupato presentandomi così a lui ad ogni momento con, purtroppo, una disinvoltura e una sfacciataggine che offenderebbero anche i più indulgenti; Dio mi riceve sempre, perdona e scusa tutte le mie sfrontatezze. Egli mi riceve e mi coccola. Mi mostra gli splendori del suo palazzo; ha sempre qualche luce nuova da offrire alla mia intelligenza, qualche delizia per il mio cuore. E se la luce è antica, la riveste di freschezza come un fiore di una nuova primavera; e se crede utile di lasciarmi nella notte, questa stessa notte si illumina di chiarezza e le più spesse tenebre si cambiano in vive luci. E se mi rifiuta le delizie sensibili, mi fa trovare nella preghiera del deserto dolcezze superiori che rapiscono la mia fede di bimbo che confida in suo Padre.

Questi divini rapporti mi basterebbero mille volte, se Dio si presentasse da solo, poiché Dio è tutto ed è tutto per me. Ma Dio si circonda di una compagnia innumerevole e affascinante. Le più belle anime di tutti i tempi, innalzate e raggianti per la Luce che le circonda, sono lì con Lui, amanti e buone come Lui; esse mi testimoniano la stessa tenerezza e mi offrono di condividere la loro felicità e la gioia dei loro rapporti con Colui che è e si dona; esse prendono le mie preghiere già prima che siano salite dal mio cuore alle mie labbra; le presentano a Dio; le arricchiscono della loro fraterna supplica; le profumano del loro sorriso; vi aggiungono i loro propri meriti. In tale società si dimentica la terra, gli uomini, le loro piccolezze e le nostre, tutto ciò che deprime o rattrista; si rende l’anima serena e come celeste; ci si sente grandi, forti e consolati.

Gli avversari della nostra salvezza come appaiono disprezzabili… e in realtà lo sono! Dio, la sua grazia, le virtù con cui ci fortifica e ci adorna, l’eterna felicità che promette, di cui talvolta dona come le primizie, i cieli che si avvicinano, che sembrano aprirsi, tutto ciò ci fa dimenticare i pericoli e le ore desolate del cammino. La preghiera pone l’anima dinanzi a queste realtà, e più che dinanzi: essa fa penetrare nel dolce soggiorno.

 » La preghiera – dice san Giovanni Climaco – unisce a Dio, sostiene il mondo, abbellisce le anime, cancella le colpe, preserva dalle tentazioni, difende nella lotta; la preghiera consola nelle pene, è la madre delle lacrime feconde, delle lacrime d’amore, dopo essere nata da quelle del pentimento; essa alimenta le gioie spirituali e le delizie dei cuori trasformati e uniti, le profonde luci, le sicurezze tranquille, le speranze fondate, i grandi progressi delle anime e i grandi interventi divini dipendono da essa « .

Tra lo sviluppo della preghiera e l’ascesa delle anime esiste un rapporto che è unanimemente constatato e che si impone. Elevandosi, le anime raggiungono delle regioni dove l’agitazione delle cose passeggere non arriva; il movimento cessa o diminuisce, le passioni si affievoliscono, il rumore del mondo, le sue preoccupazioni, i nostri stessi pensieri si fanno come lontani, l’attenzione si concentra su Colui che è Silenzio, Riposo, Dio di pace; ci si sente invasi di calma e come rivestiti dell’Immutabilità divina, che sembra comunicarsi a tutto l’essere. È il terreno della preghiera, del pio impeto d’amore che ci slancia verso Dio, incessantemente slanciato Egli stesso verso di noi. Il suo Spirito ci avvolge, ci penetra, discende in noi e dice:  » Figlio mio « , e ripartendo dalle profondità del nostro essere, che fa rivolgere verso il suo Principio, risponde:  » Padre! « .

Nessuna ora più grande e feconda, nessuna attività più alta sono possibili.

Ma nell’anima che prega così sono richieste delle disposizioni che reclamano dei lunghi esercizi e delle dure fatiche. La sensibilità turbata dalla colpa si ribella, si sbizzarrisce in slanci pazzeschi, in scoraggiamenti; essa non vuole riprendere il suo ruolo di serva; vuole dirigersi da sé, seguire i suoi capricci; resiste; le battaglie l’esasperano. Più la si vuole disciplinare, più si sbriglia e s’impenna. Bisogna riordinarla; bisogna rimetterla al suo posto che è quello di serva molto utile, ma sottomessa. Bisogna ristabilire l’armonia distrutta del bell’edificio umano che Dio aveva costruito. Dio solo può ricostruirlo… e noi non riusciamo a convincercene del tutto. La necessità assoluta del suo aiuto è l’ultima idea che entra nelle anime e che comanda il loro movimento verso di Lui. Noi passiamo la nostra vita a pretendere di santificarci senza questo aiuto e a credere nella nostra autonomia.

La preghiera ben compresa e fatta bene ci ripone nel nostro ruolo di creatura che riceve tutto dal Creatore, e che, senza di Lui, non è soltanto debole, ma completamente impotente. Allora noi ridiveniamo illuminati e forti; vediamo la verità e possiamo farla, poiché essa è in noi e si dona. Fino a quel momento noi eravamo nel nostro nulla e non volevamo uscirne.

L’anima che prega può essere ancora ben lontana dalla perfezione, essa è per via e arriverà. Essa è unita al principio che gliela comunicherà; accoglierà ciò che lui vorrà compiere in lei ad ogni istante. Essa segue un cammino infallibile, poiché tale cammino è il traguardo. È, al tempo stesso, in viaggio e al traguardo. Dio stesso prega in lei, la conduce a Sé, e già le si dona.

La preghiera procede dall’unione e la cerca e la completa. Dio fa incessantemente domandare ciò che vuole donare, e dona ciò che ha fatto domandare. Poi iscrive questo movimento dell’anima sul suo libro di vita; gli angeli lo mettono in conto, rapiti; essi ne raccolgono tutte le briciole, le colgono sulle labbra, appena abbozzate, così informi e talvolta così deformi, non vedendo che l’intenzione che è retta o l’infermità che scusa.

 » La preghiera ? dice sant’Agostino ? viene incontro ai bisogni delle anime, attira i soccorsi che sono loro necessari; rallegra gli angeli, tormenta l’inferno, è per Dio un sacrificio che non può non essergli accetto; essa è il coronamento della religione, è la lode totale, la gloria perfetta, la sorgente delle più solide speranze « .

Come, a un tale tesoro, a tali dolcezze, a un così grande onore, possiamo preferire dei vani discorsi, delle ore di ozio, dei divertimenti stupidi, delle fantasticherie senza oggetto? Dio è là, ci attende, ci chiama, ci offre chiarezze per lo spirito, energie per la volontà, ineffabili delizie per la sensibilità, beni inestimabili per noi stessi e per gli altri… e noi gli volgiamo le spalle.

Noi abbiamo, è vero, una scusa: è questo amore che si offre incessantemente e che sembra avvilirsi per donarsi. Ma il dono di sé non appare vile che alle anime vili. 1 cuori nobili sanno che è la verità e la vita, ed essi amano mantenersi in contatto con questo amore che si mostra e si comunica mostrandosi.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 13 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

riflessione: pregare ovvero essere precari

dal sito:

http://www.lucisullest.it/dett_news_print.php?id=1841

RIFLESSIONE: pregare ovvero essere precari

Notizia del 21/08/2007 stampata dal sito web www.lucisullest.it 

Di Salvatore Mannuzzu – Avvenire  19-08-2007

Il grido, la supplica che sale dal cuore verso un Altro che ci sfugge, ma di cui sentiamo la presenza. Un grande scrittore si interroga sul «gesto» più misterioso e insopprimibile della condizione umana, conosciuto da ogni cultura e ogni civiltà
« Desideriamo Qualcuno che essendo Amore sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria»
« Questo desiderio d’un legame con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: Dio, aiutami»
« La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo»
La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato — il più grande di tutti – la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.
Così la radice della parola « preghiera » è la stessa della parola « precario ». Precarius, in latino significa: « ottenuto per favore », « dipendente dalla volontà altrui »; in senso traslato, « incerto », « malsicuro », « precario » appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell’amore che ci pare conti più d’ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.
Un terribile desiderio dell’amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell’Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell’Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l’iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno – ancora le maiuscole – che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai. Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che – essendo anche Amore – sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e in finitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.
Desideriamo Qualcuno che – essendo Amore – sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d’ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d’ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto – il più antico e il più nuovo – della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.
Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell’uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre – Abbà – l’Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.
Questo desiderio d’un legame, addirittura d’un legame parentale, con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa religione (re-ligare) è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d’ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: « Dio, aiutami ».
Re-ligione: legame, rapporto tra ciascuno di noi – tra me – e quest’Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorr e dunque che io mi convinca che al di là del mio limite – del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia – esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.
Verrà? Parlerà? In silenzio – perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d’un sussurro – lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l’etimologia del verbo attendere. Ad-tendere: tendere a qualcosa che sta fuori di me: a quel Bene desiderato, distante da me.
Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore – Lui è più che altro amore infinito – creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una sura del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».
Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? mi parlerà? E come mi parlerà? Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell’attesa; fatica e pazienza che con l’aiuto di Dio possono diventare anche amorose – almeno talvolta.
E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l’unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno – tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita – è la sua grazia.
Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui – con tutta l’umiltà dovuta. Ma si tratta d’una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell’interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.
Altre volte – meno spesso – la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l’eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d’ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l’anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.
Credo anche sia vero ciò che m’hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d’una sofferenza: d’una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d’aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi a tto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.
Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? che mi fa? Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera – ogni preghiera – viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte – o spesso, o sempre – ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa – e noi non sappiamo – qual è il pane che va bene per noi. Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato – talvolta un pane assai duro da masticare.
E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo – a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.

Una delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo. Lettera ai Romani 8, 23-27: l’intera creazione – non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose – vive nell’attesa « di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio ». In particolare noi umani « gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli ». E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare ». Questi gemiti e la speranza « di ciò che [adesso] non vediamo ». Mai dobbiamo dimenticare che « nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare »: solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le ri sposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.
Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come « gemiti inesprimibili ». Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.
La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all’inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell’Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo.

(Devo questa riflessione alla rilettura del Libro delle preghiere curato da Enzo Bianchi per Einaudi). 


 

Publié dans:meditazioni, preghiera (sulla) |on 28 juin, 2010 |Pas de commentaires »

La preghiera orale e vocale : Il valore della preghiera orale

dal sito:

http://www.esicasmo.it/esicasmo.it.htm

Ignatij Brjancaninov

La preghiera orale e vocale

Il valore della preghiera orale

Nessuno tra coloro che desiderano progredire sulla via della preghiera pensi con leggerezza che la preghiera pronunciata dalle labbra e dalla voce e con la partecipazione dell’intelligenza sia di poco valore e non meriti la nostra stima. Se i Santi Padri parlano della sterilità della preghiera orale e vocale quando non è unita all’attenzione, non bisognerà concludere che hanno respinto o disprezzato questa preghiera come tale. Tutt’altro! Essi insistono solamente perché la si compia con attenzione. La preghiera orale e vocale compiuta con attenzione è l’inizio e la causa dell’orazione mentale; è anche una preghiera mentale. Abituiamoci per cominciare, a pregare attentamente in tal maniera, ed allora apprenderemo facilmente a pregare anche con il solo spirito nel silenzio della nostra interiorità.
 
La Testimonianza della Sacra Scrittura

La preghiera orale e vocale è menzionata nella Sacra Scrittura. L’esempio di questa preghiera e del canto vocale ci è dato dal Salvatore stesso e dagli Apostoli che l’avevano ricevuto da Lui. L’evangelista Matteo ci riferisce che dopo aver cantato l’inno alla fine della Mistica Cena, il Signore e gli Apostoli salirono verso il monte degli Ulivi. Il Signore pregò in modo da essere inteso da tutti prima della resurrezione di Lazzaro, morto da quattro giorni. Mentre erano rinchiusi in prigione, l’apostolo Paolo ed il suo compagno di viaggio Silas erano in preghiera a mezzanotte e cantavano le lodi di Dio: gli altri prigionieri potevano ascoltarli. Improvvisamente, coprendo la voce del loro canto, si verificò un grande terremoto, in modo che le fondamenta della prigione furono scosse; nel medesimo tempo, tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti i prigionieri furono spezzate. La preghiera di sant’Anna, madre del profeta Samuele, sovente presentata dai Santi Padri come un modello di preghiera, non era solamente mentale. “Quella – dice la Scrittura – parlava in cuor suo: solo le labbra si muovevano, ma non si udiva la voce”. Questa preghiera non era vocale, ma, pur essendo una preghiera del cuore, era anche orale.
 L’apostolo Paolo chiama la preghiera orale il frutto delle labbra. Ordina di offrire senza sosta a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto delle labbra che pronunciano il suo nome; comanda di intrattenersi con dei salmi, con degli inni, e con dei canti spirituali, ed unendo la preghiera vocale ed orale al canto, di cantare e di celebrare nei nostri cuori le lodi del Signore. Rimprovera la mancanza d’attenzione durante la preghiera orale e vocale. Se la tromba ha un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? Da voi stessi, se con la lingua non dite una parola distinta (cioè intelligibile), come si saprà ciò che dite? Perché parlate a vuoto. Benché l’Apostolo abbia detto queste parole a coloro che pregavano e che proclamavano ciò che il Santo Spirito loro ispirava nelle lingue straniere, i Santi Padri le applicano con ragione anche a coloro che pregano senza attenzione. Colui che prega così e che, per conseguenza, non comprende le parole che pronuncia, che è per se stesso se non uno straniero?

L’attenzione è essenziale

Fondandosi su questo insegnamento, san Nilo di Sora dice che colui che prega con le labbra e con la voce, ma senza attenzione, fa salire la preghiera in aria, ma non verso Dio, “È paradossale desiderare che Dio ti intenda, quando tu non comprendi te stesso”, diceva san Demetrio di Rostov, prendendo in prestito queste parole dal Santo vescovo e martire Cipriano di Cartagine. È esattamente ciò che succede a coloro che pregano oralmente e vocalmente, ma senza attenzione; non si capiscono, si lasciano trascinare dalle distrazioni, i loro pensieri vagano lontano nelle preoccupazioni, si estraniano dalla preghiera che spesso giunge ad arrestarsi bruscamente, senza ricordarsi di ciò che devono leggere; o invece di pronunciare le parole della preghiera che sono intenti a leggere, cominciano a dire quelle di altre preghiere, benché il libro sia aperto sotto i loro occhi. Come i Santi Padri non rimprovererebbero una simile preghiera recitata senza attenzione, mutilata, distrutta dalle distrazioni!

La Testimonianza dei Padri

“L’attenzione, dice san Simeone il Nuovo Teologo, deve essere anche strettamente legata alla preghiera come il corpo lo è all’anima: questi ultimi non possono essere separati; non possono esistere l’uno senza l’altro. L’attenzione deve essere come una sentinella in agguato per sorvegliare l’attacco del nemico. Che sia la prima a lottare contro il peccato, ad opporsi ai pensieri malvagi che si avvicinano al cuore! Quindi, dopo l’attenzione intervenga la preghiera per estirpare ed annientare istantaneamente tutti i pensieri malvagi contro i quali l’attenzione aveva prima ingaggiato il combattimento, perché, lei sola, l’attenzione non può dominarli. La vita e la morte dell’anima dipendono da questa battaglia condotta congiuntamente dall’attenzione e dalla preghiera. Se, per mezzo dell’attenzione, proteggiamo la purezza della preghiera, progrediremo. Se, al contrario, non ci preoccuperemo di conservarla pura, ma la lasceremo senza sorveglianza, i pensieri malvagi la insudiceranno, diventeremo uomini rilassati e non potremo fare dei progressi”.
 L’attenzione deve assolutamente accompagnare la preghiera orale e vocale, come d’altra parte… ogni altra forma di preghiera. Quando è presente, i frutti della preghiera orale sono innumerevoli. L’asceta deve cominciare dalla preghiera orale. È quella che la Santa Chiesa insegna per prima ai fanciulli. “La radice della vita monastica, è la salmodia”, ha detto san Isacco Siro. “La Chiesa”, insegna san Pietro Damasceno, “ha adottato per uno scopo lodevole e gradevole a Dio, dei canti e diversi inni in ragione della debolezza dell’intelletto, affinché, noi che non conosciamo, si sia attratti dalla dolcezza della salmodia e cantiamo, per così dire malgrado noi, le lodi a Dio. Coloro che possono comprendere e penetrare il senso delle parole che pronunciamo, entrano in uno stato di umile commozione del cuore. Così, come con una scala, ci eleviamo verso i santi pensieri. Nella misura con cui progrediamo nell’abitudine di questi pensieri divini, un desiderio divino sorge e ci fa scoprire ciò che significa l’adorazione del Padre in Spirito ed in Verità, secondo le parole del Signore”.

I frutti della preghiera orale

La bocca e la lingua che si esercitano spesso nella preghiera e nella lettura della Parola di Dio si santificano; non possono più dire parole oziose o ridere, e diventano incapaci di pronunciare delle celie, delle oscenità o dei propositi turpi. Vuoi progredire nell’orazione mentale e nella preghiera del cuore? Allora incomincia ad essere attento durante la preghiera orale e vocale: la preghiera orale detta con attenzione si trasformerà essa stessa in preghiera mentale e del cuore. Vuoi iniziare a respingere rapidamente e con forza i pensieri seminati in noi dal nemico comune dell’umanità? Respingili, quando sei solo nella cella, con una preghiera orale attenta, pronunciando le parole pacatamente, con un’umile commozione del cuore. L’aria risuona di una preghiera orale e vocale attenta, ed i santi Angeli si avvicinano a coloro che pregano e cantano; si rallegrano e partecipano ai canti spirituali come furono giudicati degni di vederli alcuni santi e, fra loro, un nostro contemporaneo, il beato staretz Serafino di Sarov.

La pratica dei Padri

Numerosi padri illustri sono vissuti nella preghiera orale e vocale, e ciò non ha impedito loro di essere colmi dei doni dello Spirito. La causa dei loro progressi si trova nel fatto che in loro l’intelletto, il cuore, l’anima e tutto il corpo erano uniti alla voce ed alle labbra; pronunciavano la preghiera con tutta la loro anima, con tutte le loro forze, con tutto il loro essere, in breve con l’uomo tutto intero. È così che san Simeone della Montagna Ammirabile recitava durante la notte tutto il Salterio. San Isacco Siro menziona un felice staretz che aveva per occupazione la lettura dei salmi; gli fu concesso di non proseguire la lettura che per tre o quattro salmi, dopo di che la consolazione divina s’impadroniva di lui con una tale forza che rimaneva giorni interi in uno stato di felicissima estasi, cosciente né del tempo, né di se stesso.
Durante la lettura dell’Akatistos, san Sergio di Radonez fu visitato dalla Madre di Dio accompagnata dagli apostoli Pietro e Giovanni. Si racconta a proposito di san Ilarione di Suzdal che quando leggeva l’Akatistos in chiesa, le parole uscivano dalla sua bocca come se fossero fuoco, con una forza ed un’efficacia sugli ascoltatori che non si poteva spiegare. La preghiera orale dei santi era vivificata dall’attenzione e dalla grazia divina che ristabilisce l’unità delle potenze dell’uomo divise dal peccato; ciò che spiega che diffondeva una uguale forza sovrannaturale e che produceva un’impressione prodigiosa sugli ascoltatori. I santi hanno celebrato Dio con tutto il cuore; hanno cantato e professato Dio con una fermezza incrollabile, cioè senza distrazione, hanno cantato per Dio con saggezza.

Salmodia

Bisogna notare che i santi monaci dei primi secoli e tutti coloro che desideravano progredire nella preghiera non si preoccupavano del tutto o non si preoccupavano che molto poco del canto. Sotto il vocabolo “salmodia”, di cui si parla nelle loro Vite e nei loro scritti, bisogna intendere una lettura estremamente lenta dei salmi e delle preghiere. Una simile lettura è indispensabile se si vuole conservare un’attenzione vigilante ed evitare le distrazioni. A causa della lentezza e dell’affinità con il canto, questa lettura è stata chiamata “salmodia”. Si faceva con il cuore; i monaci di quei tempi avevano infatti per regola di imparare a memoria il Salterio. La recitazione dei salmi a memoria contribuisce molto a fissare l’attenzione. Una simile lettura – a dire il vero non è una lettura, perché non si fa per mezzo di un libro, ma si tratta proprio della salmodia – può essere compiuta in un’oscura cella, con gli occhi chiusi, ciò che protegge dalle distrazioni; quando una cella è illuminata quanto è indispensabile per la lettura di un libro e semplicemente per vederlo – distrae lo spirito e lo allontana dal cuore verso l’esterno. “Cantano, dice san Simeone il Nuovo Teologo, cioè le loro labbra pregano”. “Coloro che non cantano assolutamente, dice san Gregorio Sinaita, fanno bene, anche loro, se hanno già progredito; non hanno infatti, bisogno di recitare i salmi, ma hanno necessità di silenzio e della preghiera incessante”.

Lettura e preghiera

Per dirla chiaramente, i Padri chiamano “lettura” quella della Sacra Scrittura e degli scritti dei Santi Padri, e “preghiera” soprattutto la Preghiera di Gesù, come la preghiera del Pubblicano e altre preghiere estremamente brevi. Che queste preghiere sostituiscano vantaggiosamente la salmodia è incomprensibile per i principianti e non può essere loro spiegato in modo soddisfacente, perché ciò oltrepassa la saggezza psichica e non si spiega che con la felice esperienza.
Fratelli, stiamo attenti durante le preghiere orali e vocali che pronunciamo nei servizi in chiesa e nella solitudine della cella. Non rendiamo i nostri sforzi e la nostra vita in monastero sterile a causa della mancanza di attenzione e della negligenza nell’opera di Dio. La negligenza nella preghiera è fatale! Maledetto, dice la Scrittura, sia colui che compie l’opera di Dio con negligenza. Il risultato di questa maledizione è evidente: una sterilità spirituale totale e l’assenza totale di progressi malgrado i numerosi anni trascorsi nella vita monastica. Mettiamo alla base dell’ascesa di preghiera la preghiera attenta, orale e vocale, è il principale ed il più importante tra i lavori monastici e quello per cui tutti gli altri esistono. In risposta a questa preghiera, il Signore misericordioso darà, a suo tempo, all’asceta perseverante, paziente ed umile la preghiera dell’intelletto e del cuore mosso dalla grazia. Amìn.
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Trad. di M. C.
in: “Messaggero Ortodosso”, Roma, agosto-settembre 1985, pp. 10-16
Cfr. Matteo 26, 30.
Cfr. Giovanni 11, 41-42.
Atti 16, 26.
1 Re 1, 12-13.
Ebrei 13, 15.
Cfr. Efesini 5, 19.
1 Corinti 14, 8-9.
Cfr. Giovanni 4, 24.
Salmo 46, 8.
Geremia 48, 20

Publié dans:preghiera (sulla) |on 18 juin, 2010 |Pas de commentaires »

Il Sacro Cuore di Gesù: Dio è Amore. C’è lo dice chiaramente anche Giovanni nella sua lettera (4 , 8-19) :

dal sito:

http://www.preghiereonline.it/sacro_cuore/pol_scg_introduzione.htm

IL SACRO CUORE DI GESÙ

Introduzione

Dio è Amore. C’è lo dice chiaramente anche Giovanni nella sua lettera (4 , 8-19) :

« Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.  »
 
Il Sacro Cuore
 
 Giovanni che ci svela così chiaramente questo amore è lo stesso discepolo che nell’ultima cena ebbe l’onore di poggiare il proprio capo sul petto di Gesù. Molte raffigurazioni dell’ultima cena, dipinti, icone, affreschi e quant’altro l’uomo abbia voluto utilizzare per imprimere qui in terra quella scena, avvenuta molti anni fa nella storia, ci mostrano Gesù al centro della tavola ed un discepolo chinato sul suo petto. Questa immagine è tratta da vangelo secondo Giovanni cap. 13, 23-25 « Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di’, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».  »
E’ una bellissima scena che ci fa desiderare di essere al posto di quel discepolo, li ad ascoltare quel petto dal qual esce l’amore di Dio. Da quel petto santo è sgorgata la giustificazione del peccatore, da quel petto santo è zampillato sangue ed acqua per lavare i nostri peccati e donarci la vita eterna « uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua » Gv 19, 34. E’ in previsione di questo evento che il profeta Zaccaria dice queste parole « Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto, e lo piangeranno come si piange la morte di un figlio unico… In quel giorno vi sarà una fontana zampillante per gli abitanti di Gerusalemme, per espiazione e per purificazione » (Zc 12,10 ss).
La devozione al Sacro Cuore di Gesù è vecchia quanto la chiesa stessa. Se si esclude Origene e la scuola siriana la maturazione è avvenuta nel secondo millennio. Il mistero del cuore di Gesù è già così esplicito da caratterizzare la vita spirituale di autori quali san Bernardo, Ugo di San Vittore. L’Ordine benedettino ha avuto la sua espressione più suggestiva nel gruppo di Helfta: Matilde di Magdeburgo, santa Matilde di Hackeborn, che Gesú favorì dello scambio dei cuori, e santa Gertrude che scrisse il celebre libro L’araldo dell’amore divino. Per queste sante, il Cuore di Gesù è il santuario glorioso dell’amore, dove si riassume il culto che, da tutto il creato, sale verso il trono dell’Altissimo. Gertrude di Helfta è ritenuta l’iniziatrice della devozione al Sacro Cuore. E’ detta infatti « la teologa del Sacro Cuore »
Proprio san Geltrude chiese a san Giovanni perché non avesse detto nulla del Cuore di Gesù sul quale aveva potuto posare familiarmente il capo nel Cenacolo. L’Apostolo rispose: « Era mia missione dire alla Chiesa nascente, in relazione al Verbo, una semplice parola, che fino alla fine del mondo, bastasse a nutrire l’intelligenza di tutta la stirpe umana. La Provvidenza manifesterà più tardi quanto nascondono di dolcezza e di soavità le divine pulsazioni e l’amore immenso del Cuore sacro dell’Uomo-Dio, per rianimare la fiamma della carità, fattasi fredda in un mondo invecchiato e languente » (S. Gertrude. L’Araldo dell’amore divino, I, IV, c. IV).
Non a caso Gesù rivela le dolcezze del suo Cuore a san Geltrude. Proprio per ammissione della santa la sua vita di religiosa era scivolata nell’ozio dell’orgoglio intellettualistico. A venticinque anni, Gertrude è un pozzo di scienza, ma soprattutto per quel che riguarda le conoscenze profane. Conduce un’esistenza claustrale tranquilla e, in apparenza, appagante: lavoro, preghiera, studio, lectio divina, canto, insomma il normale bagaglio quotidiano di ogni buon religioso appartenente all’ordine benedettino. Ed è proprio sullo sfondo di questa vita tranquilla che si dibatte un’anima che è inquieta e non trova pace. Proprio davanti ad una crisi di coscienza che il 27 gennaio del 1281 incominciano le rivelazione e quello che lei stessa definirà una seconda conversione.
Il messaggio della vicenda di Gertrude, è chiaro: l’intelligenza, la ragione, non esaurisce tutto l’uomo. Anzi: è forse qui la radice del peccato d’origine, l’eterna, sottile tentazione dei teologi di professione. Semmai, secondo la celebre espressione agostiniana, è l’amore che esaurisce l’uomo: amare et amari, hic est totus homo.
Oltre a santa Geltrude di Helfta altri santi furono arricchiti dalla conoscenza della devozione al Cuore di Gesù. La scuola francescana è rappresentata da san Bonaventura, autore di Vitis mystica; la beata Angela da Foligno, che scrisse il Libro della grazia speciale; e Ubertino da Casale, il quale, per il suo Arbor vitae crucifixae Jesu, è detto il doctor medievalis cordis Jesu. L’Ordine domenicano è rappresentato soprattutto da sant’Alberto Magno e dai mistici tedeschi G. Taulero ed E.Suso. Spiritualmente apparentata alla scuola domenicana è anche santa Caterina Da Siena con la contemplazione delle piaghe di Nostro Signore.
Ma perché parlare proprio del cuore ? Il termine « cuore » nel simbolismo occidentale e soprattutto quello ebraico designa il nucleo, l’essenza dell’uomo. E’ con cognizione di causa che Gesù afferma: « Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore » (Mt 6,21). San Tommaso ci dice « Come è naturale per il fuoco bruciare così è naturale per il cuore amare; e poiché esso nell’uomo è l’organo primario del sentimento, è conveniente che l’atto comandato dal primo di tutti i precetti sia reso sensibile mediante il cuore ».
Tutto ciò che riguarda la Persona del Figlio di Dio è infinitamente degno di venerazione. Una sia pur minima particella del corpo, la più impercettibile goccia del suo sangue meritano le adorazioni del cielo e della terra. A maggior ragione è giusto e lodevole rivolgere le nostre preghiere a quel cuore che ha consumato tutto per noi sino alla morte ed alla morte di croce.
Con il passaggio dal Medio Evo all’età moderna la tendenza assolutistica dei sovrani si manifesta anche nel campo religioso. La monarchia assoluta non tollera l’ingerenza nel territorio nazionale di forze sottratte al proprio potere: si afferma, così, progressivamente, l’esigenza di una Chiesa nazionale, sotto il controllo dello Stato. Le tendenze gallicane in Francia, il movimento luterano in Germania e quello calvinista nei Paesi Bassi, I’anglicanesimo in Inghilterra, sono fenomeni, oltre che religiosi, di carattere politico, che possono essere intesi solo in rapporto alla nuova situazione politico-economico-sociale determinatasi in Europa. La rottura dell’unità politica era fatalmente accompagnata dalla rottura dell’unità religiosa.
Nell’epoca moderna il culto al Cuore del Salvatore conobbe nuovi sviluppi. In un tempo in cui il giansenismo proclamava i rigori della giustizia divina, ed il protestantesimo sotto le varie denominazioni, spaccava la chiesa di Dio, la devozione al Cuore di Cristo, costituì un efficace antidoto per suscitare e rinnovare nei fedeli l’amore al Signore e la fiducia nella sua infinita misericordia, di cui il Cuore è pegno e simbolo.
San Francesco di Sales († 1622), che assunse come norma di vita e di apostolato l’atteggiamento fondamentale del Cuore di Cristo, cioè l’umiltà, la mansuetudine, l’amore tenero e misericordioso; santa Margherita Maria Alacoque († 1690), a cui il Signore mostrò ripetutamente le ricchezze del suo Cuore; san Giovanni Eudes († 1680), promotore del culto liturgico al Sacro Cuore; san Claudio la Colombière († 1682), san Giovanni Bosco († 1888) e altri santi e sante sono stati insigni apostoli della devozione al Sacro Cuore. Le forme di devozione al Cuore del Salvatore sono molto numerose; alcune sono state esplicitamente approvate e frequentemente raccomandate dalla Sede Apostolica. Tra esse sono da ricordare:

- la consacrazione personale, che, secondo Pio XI, «fra tutte le pratiche riferentisi al culto del Sacro Cuore è senza dubbio la principale»;
- la consacrazione della famiglia, mediante la quale il nucleo familiare, già partecipe in virtù del sacramento del matrimonio del mistero di unità e di amore fra Cristo e la Chiesa, viene dedicato al Signore, perché egli regni nel cuore di ognuno dei suoi membri;
- le Litanie del Cuore di Gesù, approvate nel 1891 per tutta la Chiesa, di contenuto segnatamente biblico e arricchite di indulgenze;
- l’atto di riparazione, formula di preghiera con cui il fedele, memore dell’infinita bontà di Cristo, intende implorare misericordia e riparare le offese recate in tanti modi al suo Cuore dolcissimo;
- la pratica dei nove primi venerdì del mese, che trae origine dalla « grande promessa » fatta da Gesù a santa Margherita Maria Alacoque. In un’epoca in cui la comunione sacramentale era molto rara presso i fedeli, la pratica dei nove primi venerdì del mese contribuì significativamente al ripristino della frequenza ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia.
Non a caso Santa Margherita Maria ricevette la rivelazione del Sacro Cuore mentre era dinanzi al SS.mo Sacramento; Gesù le si svelò in un’Ostia mostrandole il suo Cuore e dicendole quelle parole adorabili che costituiscono il commento più eloquente alla presenza reale del SS.mo Sacramento: « Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini! »
E, apparendo alla ven. M. Matilde, fondatrice di una società di adoratrici, le comandò di amare ardentemente, e di onorare il suo Sacro Cuore nel SS. Sacramento; questo perché fosse pegno del suo amore, perché fosse il suo rifugio in vita, e la sua consolazione nell’ora della morte.
Del resto lo scopo della festa del Sacro Cuore è quello di onorare con maggior fervore e devozione l’amore di Gesù Cristo che soffre ed istituisce il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.
Per entrare nello spirito della devozione verso il Sacro Cuore, bisogna dunque onorare i patimenti passati del Salvatore e riparare le ingratitudini di cui è colmato ogni giorno nell’Eucaristia.
Nel nostro tempo la devozione dei primi venerdì del mese, se praticata in modo corretto, può recare ancora indubbi frutti spirituali. È necessario tuttavia essere sufficientemente istruiti: sul fatto che non si deve riporre in tale pratica una fiducia che rasenta la vana credulità, la quale, in ordine alla salvezza, annulla le insopprimibili esigenze della fede operante e l’impegno di condurre una vita conforme al Vangelo; sul valore assolutamente predominante della domenica, la «festa primordiale» che deve essere caratterizzata dalla piena partecipazione dei fedeli alla celebrazione eucaristica. La devozione al Sacro Cuore costituisce una grande espressione storica della pietà della Chiesa per Gesù Cristo, suo Sposo e Signore; essa richiede un atteggiamento fatto di conversione e riparazione, di amore e gratitudine, di impegno apostolico e di consacrazione nei confronti di Cristo e della sua opera salvifica.

Al Cuore dì Gesù vivente nel SS.mo Sacramento, amore, lode, adorazione nei secoli dei secoli!

Documenti pontifici sul Cuore di Gesù sono :
· Annum Sacrum (25 Maggio 1899):
· Miserentissimus Redemptor (8 Maggio 1928)
· Haurietis Aquas (15 Maggio 1956)
· Investigabiles divitias Christi (6 Febbraio 1965)
· Diserti interpretes (25 Maggio 1965)
Tutti i documenti possono essere visionati nel sito ufficiale del Vaticano.

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