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FA PIÙ EVANGELIZZAZIONE CHI PREGA SENZA PARLARE CHE CHI PARLA SENZA PREGARE. (P. Cantalamessa)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28938?l=italian

FA PIÙ EVANGELIZZAZIONE CHI PREGA SENZA PARLARE CHE CHI PARLA SENZA PREGARE.

Padre Cantalamessa spiega come i monaci hanno convertito i barbari

di Antonio Gaspari
ROMA, venerdì, 9 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Nella sua seconda predica di Avvento Padre Raniero Cantalamessa ha raccontato come hanno fatto i monaci a convertire i barbari e sottolineato l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione:
Parlando della seconda grande ondata di evangelizzazione nella storia della Chiesa, quella che seguì al crollo dell’impero romano e al rimescolamento di popoli provocato dalle invasioni barbariche, il Predicatore della Casa Pontificia ha sottolineato che di fronte alla smarrimento per la fine dell’impero romano S. Leone Magno ebbe chiara la consapevolezza che la Roma cristiana sarebbe sopravvissuta alla Roma pagana e anzi “presiederà con la sua religione divina più ampiamente di quanto avesse fatto questa con la sua dominazione terrena”.
Fondamentale l’atteggiamento dei cristiani verso i popoli barbari che – ha precisato padre Cantalamessa – “da esseri inferiori, incapaci di civiltà, essi cominciano a venire considerati come possibili futuri fratelli di fede. Da minaccia permanente, il mondo barbarico comincia ad apparire ai cristiani un nuovo, vasto campo di missione”.
Secondo il predicatore della Casa Pontificia il momento decisivo della rievangelizzazione dell’Europa fu la conversione del re merovingio Clodoveo che nella notte di Natale del 498, o 499 si fece battezzare dal vescovo di Reims S. Remigio.
Al momento di battezzare Clodoveo, S. Remigio disse: “Mitis depone colla, Sigamber; adora quod incendisti, incende quod adorasti”: “China umilmente la nuca, fiero Sigambro: adora quel che hai bruciato, brucia quel che hai adorato”.
Ed è a questo fatto che la Francia deve il suo titolo di “figlia primogenita della Chiesa”.
Padre Raniero ha precisato che “l’evangelizzazione dei barbari presentava una condizione nuova, rispetto a quella precedente del mondo greco-romano, perchè mentre con Roma il cristianesimo aveva davanti a sé un mondo colto, organizzato, con ordinamenti, leggi, dei linguaggi comuni; aveva, insomma, una cultura con cui dialogare e con cui confrontarsi”, con i barbari si trovò a dover fare, nello stesso tempo, “opera di civilizzazione e di evangelizzazione; dovette insegnare a leggere e scrivere, mentre insegnava la dottrina cristiana. L’inculturazione si presentava sotto una forma del tutto nuova”.
E’ vero che dietro alcune grandi conversioni di re barbari vi fu spesso l’ascendente esercitato su di essi dalle rispettive mogli: santa Clotilde per Clodoveo, santa Teodolinda per il re longobardo Autari, la sposa cattolica del re Edvino che introdusse il cristianesimo nel nord dell’Inghilterra, “ma – ha sostenuto il Predicatore della casa Pontificia – i veri protagonisti della rievangelizzazione dell’Europa dopo le invasioni barbariche furono i monaci”.
Dal V all’VIII secolo infatti l’Europa si riempì letteralmente di monasteri, molti dei quali svolsero un compito primario nella formazione dell’Europa, non solo della sua fede, ma anche della sua arte, cultura e agricoltura.
A ragione S. Benedetto è stato proclamato Patrono d’Europa e il Pontefice Benedetto XVI , nel 2005, scelse Subiaco per la sua lezione magistrale sulle radici cristiane d’Europa.
Per Padre Cantalamessa c’è una certa analogia tra la fine dell’impero romano e la situazione attuale. “Allora – ha spiegato il movimento di popoli era da Est a Ovest, ora esso è da Sud a Nord. La Chiesa, con il suo magistero, ha fatto, anche in questo caso, la sua scelta di campo che è di apertura al nuovo e di accoglienza dei nuovi popoli”.
Il Predicatore della casa Pontificia ha fatto notare che oggi non arrivano in Europa popoli pagani o eretici cristiani, ma spesso popoli in possesso di una loro religione ben costituita e cosciente di se stessa.
“Il fatto nuovo è dunque il dialogo che non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile” ha osservato, ed ha aggiuntoche alla luce dell’economia di salvezza, “la chiesa non vede un contrasto fra l’annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell’ambito della sua missione ad gentes”.
In questo contesto Padre Cantalamessa ha rilevato “l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione” sia nel passato che nell’oggi, ed ha indicato diversi esempi di vita contemplativa direttamente impegnata anche sul fronte dell’evangelizzazione.
Quindi ha sottolineato che “Non basta che nella Chiesa vi sia chi si dedica alla contemplazione e chi si dedica alla missione; bisogna che la sintesi tra le due cose avvenga nella vita stessa di ogni missionario”.
A questo proposito ha ricordato che “i grandi monaci che rievangelizzarono l’Europa dopo le invasioni barbariche erano uomini usciti dal silenzio della contemplazione e che vi rientravano appena le circostanze lo permettevano loro”.
Dopo aver rilevato che la giornata di Gesù era un intreccio mirabile tra preghiera e predicazione. “Egli non pregava solo prima di predicare, pregava per sapere cosa predicare, per attingere dalla preghiera le cose da annunciare al mondo”, padre Raniero ha sostenuto che lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli: “uno è l’inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L’altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia”.
Ed ha concluso affermando che “La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare”.

Publié dans:Padre Cantalamessa, preghiera (sulla) |on 12 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

DELLA PREGHIERA DETTA CON DOLORE E CON LA QUALE L’UOMO NASCE ALL’ETERNITÀ

 dal sito:

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/insegnamenti/preghierasofronio.htm

DELLA PREGHIERA DETTA CON DOLORE E CON LA QUALE L’UOMO NASCE ALL’ETERNITÀ
 
dell’Archimandrita Sofronio
 
Gli approcci della preghiera profonda sono strettamente legati ad un profondo pentimento per i nostri peccati. Quando l’amarezza di questo taglio va oltre ciò che possiamo sopportare, il dolore ed il violento disgusto di sé cessano improvvisamente. In modo completamente inatteso, tutto cambia grazie all’irruzione dell’amore di Dio. E il mondo è dimenticato. Molti chiamano tale fenomeno “estasi”. Non mi piace questo termine, poiché è spesso associato a diverse deformazioni. Ma anche se chiamiamo diversamente questo dono di Dio e lo denominiamo “uscita dell’anima pentita verso Dio”, io dovrei dire che non mi è mai venuta l’idea di “coltivare” tale stato, cioè di cercare mezzi artificiali per giungervi. Questo stato è sempre venuto in modo completamente inatteso ed ogni volta diverso. La sola cosa di cui mi ricordo con sicurezza, è della mia afflizione inconsolabile causata dall’allontanamento da Dio; questa sofferenza era in un certo qual modo strettamente collegata al mio cuore. Mi pentivo amaramente della mia caduta e, se le mie forze fisiche fossero bastate, le mie lamentazioni non sarebbero mai cessate.
Ho scritto queste righe e, non senza tristezza, “mi ricordo dei giorni antichi” (Salmo 142, 5) – piuttosto delle notti – quando il mio spirito ed il mio cuore avevano così radicalmente deviato dalla mia vita passata che, per anni, il ricordo di ciò che avevo lasciato dietro di me non mi sfiorava più. Dimenticavo anche le mie cadute spirituali, ma la visione schiacciante della mia indegnità di fronte alla santità di Dio non cessava di intensificarsi.
Più di una volta, mi sono sentito come crocifisso su una croce invisibile. Al Monte Athos, ciò mi succedeva quando la rabbia contro quelli che mi avevano contrariato si impossessava di me. Questa passione terribile uccideva in me la preghiera e la riempiva d’orrore. A volte, mi sembrava impossibile lottare contro di essa: mi sbranava come una bestia feroce lacera la sua preda. Una volta, per un breve momento d’irritazione, la preghiera mi lasciò. Affinché ritornasse, dovetti lottare per otto mesi. Ma quando il Signore cedé alle mie lacrime, il mio cuore divenne più vigilante e più paziente.
Quest’esperienza della crocifissione si ripeté più tardi (allora ero già ritornato in Francia), ma in un altro modo. Non rifiutavo mai di prendermi cura, come confessore, di quelli che si rivolgevano a me. Il mio cuore provava una compassione particolare per le sofferenze dei malati mentali. Scossi dalle eccessive difficoltà della vita contemporanea, alcuni di loro richiedevano con insistenza un’attenzione prolungata, cosa che andava oltre le mie forze. La mia situazione era diventata senza via d’uscita: dovunque mi giravo, qualcuno gridava di dolore. Ciò mi rivelò la profondità delle sofferenze degli uomini della nostra epoca, triturati dalla crudeltà della nostra famosa civilizzazione.
Gli uomini creano enormi meccanismi governativi che si rivelano essere degli apparati impersonali, per non dire inumani, che schiacciano con indifferenza milioni di vite umane. Incapace di cambiare i crimini – davvero intollerabili, benché legalizzati – della vita sociale dei popoli, sentivo nella mia preghiera, senza alcuna immagine sensibile, la presenza di Cristo crocifisso. Vivevo in spirito la sua sofferenza con una tale acutezza che, anche se avessi visto con i miei stessi occhi colui che è stato “innalzato da terra” (cfr. Giovanni 12, 32), ciò non avrebbe in nessun modo aumentato la mia partecipazione al suo dolore. Per quanto insignificanti siano state le mie esperienze, approfondirono la mia conoscenza di Cristo nella sua manifestazione sulla terra per salvare il mondo.
In lui ci è stata data una rivelazione meravigliosa. Essa attrae il nostro spirito a lui con la grandezza del suo amore. Mentre piangeva, il mio cuore benediceva, e benedice ancora, il nostro Dio e Padre che ha voluto rivelarci, con il Santo Spirito, l’incomparabile e unica verità e santità del suo Figlio nelle piccole prove che ci colpiscono.
La grazia accordata ai principianti per attirarli ed istruirli non è a volte inferiore a quella data ai perfetti; tuttavia, ciò non significa che sia già assimilata da colui che ha ricevuto questa benedizione terribile. L’assimilazione dei doni divini esige delle prove prolungate ed una intensa fatica ascetica. Per risorgere e rivestire “l’uomo nuovo” di cui parla san Paolo (Efesini 4, 22-24), l’uomo decaduto passa attraverso tre tappe. La prima, è l’appello e l’ispirazione a intraprendere lo sforzo ascetico e spirituale che si presenta a noi. La seconda, è la perdita della grazia “percettibile” e la prova dell’abbandono di Dio; il suo senso è di offrire all’asceta la possibilità di manifestare la sua fedeltà a Dio con una scelta libera. La terza, infine, è l’acquisizione per la seconda volta della grazia percettibile, e la sua custodia legata ormai ad una conoscenza spirituale di Dio.
“Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto. E chi è ingiusto nel poco, è ingiusto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? E se non siete stati fedeli in ciò che è altrui, chi vi darà il vostro?” (Luca 16, 10-12). Colui che, nel corso della prima tappa, è stato istruito direttamente dall’azione della grazia nella preghiera ed in qualsiasi altra opera buona, e che, durante un abbandono prolungato di Dio, vive come se la grazia rimanesse immutabilmente con lui, riceverà – dopo una lunga messa alla prova della sua fedeltà – la “vera” ricchezza in possesso eterno, ormai inalienabile. In altre parole, la grazia e la natura creata si collegano, ed i due diventano uno. Questo dono ultimo è la deificazione dell’uomo, la sua partecipazione al modo di essere divino, santo e senza inizio. È la trasfigurazione di tutto l’intero uomo, con la quale diventa simile al Cristo, perfetto.
Quanto a quelli che non rimangono fedeli “in ciò che appartiene ad altri”, secondo l’espressione del Signore, perdono ciò che hanno ricevuto all’inizio. Qui, osserviamo un certo parallelismo con la parabola dei talenti (cfr. Matteo 25, 14-29). […] Questa parabola, come pure quella dell’amministratore infedele, non è applicabile alle relazioni umane abituali, ma soltanto a Dio. Il padrone non tolse nulla al servo che aveva fatto fruttificare i talenti e li aveva raddoppiati, ma gli rimise in possesso la totalità – i talenti che gli erano stati affidati e quelli che aveva acquisito con la sua fatica – come ad un comproprietario: “Entra nella gioia (del possesso del Regno) del tuo Signore”. Quanto al talento del servo pigro, il padrone lo rimise “a colui che ne aveva dieci”, “poiché sarà dato”, a tutti coloro che fanno fruttificare i doni di Dio “e saranno nell’abbondanza” (Matteo 25, 29).
San Giovanni il Climaco dice da qualche parte che ci si può familiarizzare con qualsiasi scienza, qualsiasi arte, qualsiasi professione al punto da finire per esercitarla senza sforzo particolare. Ma pregare senza pena, ciò non è stato mai dato a nessuno, soprattutto la preghiera senza distrazione, compiuta dall’intelletto nel cuore. L’uomo che prova una forte attrazione per questa preghiera può sentire un desiderio difficilmente realizzabile: fuggire da ovunque, nascondersi da tutti, nascondersi nelle profondità della terra in cui, anche in pieno giorno, la luce del sole non penetra, o non giungono gli echi né delle pene degli uomini né delle loro gioie, dove si abbandona ogni preoccupazione di ciò che è passeggero. È comprensibile, poiché è naturale dissimulare la sua vita intima dagli sguardi esterni; ma, questa preghiera mette a nudo il nucleo stesso del cuore, che non sopporta di essere toccato, se non per mano del nostro Creatore.
A quali dolorose tensioni un tale uomo non si espone nei suoi tentativi per trovare un luogo conveniente a questa preghiera! Come un soffio venuto da un altro mondo, genera diversi conflitti, tanto interni che esterni. Uno di essi è la lotta con il proprio corpo, che non tarda a scoprire la sua incapacità a seguire gli slanci dello spirito; molto spesso, le necessità corporali diventano così lancinanti che costringono lo spirito a scendere dalle altezze della preghiera per prendere cura del corpo, altrimenti quest’ultimo rischia di morire.
Un altro conflitto interno emerge, particolarmente all’inizio: come possiamo dimenticare coloro che ci è stato comandato di amare come noi stessi? Teologicamente il ritiro dal mondo si presenta all’intelligenza come un passo opposto ai sensi di questo comandamento; eticamente, come un intollerabile “egoismo”; misticamente, come un’immersione nelle tenebre della spoliazione, in cui non c’è nessun appoggio per lo spirito, dove possiamo perdere coscienza della realtà di questo mondo. Infine, abbiamo timore, poiché non sappiamo se la nostra impresa soddisfi il Signore.
La spoliazione ascetica di tutto ciò che è creato, quando è soltanto il risultato dello sforzo della nostra volontà umana, è troppo negativa. Come tale, è chiaro che un atto puramente negativo non può condurre al possesso positivo, concreto, di ciò che si cerca. Non è possibile esporre tutte le vibrazioni e tutti gli interrogativi che assalgono lo spirito in simili momenti. Eccone tuttavia uno: “Ho rinunciato a tutto ciò che è passeggero, ma Dio non è con me. Non è questo «le tenebre esterne», l’essenza dell’inferno?”. Il ricercatore della preghiera pura passa per molti altri stati, a volte terribili per l’anima. Può darsi che tutto ciò sia inevitabile su questa via. L’esperienza mostra che è caratteristico per la preghiera penetrare nei vasti settori dell’essere cosmico.
Per la loro natura, i comandamenti di Cristo trascendono tutti i limiti; l’anima si tiene sopra il baratro dove il nostro spirito inesperto non discerne alcun cammino. Cosa farò? Non posso contenere l’abisso spalancato che si trova dinanzi a me; vedo la mia piccolezza, la mia debolezza; a volte, inciampo e cado da qualche parte. La mia anima, consegnata “nelle mani del Dio vivente”, si rivolge molto naturalmente a lui. Allora, mi raggiunge senza difficoltà, dovunque mi trovi.
All’inizio, l’anima è nel timore. Ma, dopo essere stata più di una volta salvata dalla preghiera, si rinforza gradualmente nella speranza, diventa più coraggiosa dove prima il coraggio sembrava completamente inappropriato.
Provo a scrivere sul combattimento invisibile del nostro spirito. Le esperienze che ho vissuto non mi hanno dato ragioni sufficienti per ritenere di avere già trovato l’eternità. Secondo me, finché siamo in questo corpo materiale, ricorriamo necessariamente ad analogie prese in prestito al mondo visibile.
 
Estratto da: Archimandrite Sophrony, La prière, expérience de l’éternité, Cerf/Le sel de la terre, 1998.
 
 
 
Padre di bontà, o Figlio unico, o Santo Spirito, Trinità fonte di Luce e Creatrice di Vita,
 
Che, per la tua sapienza insondabile, hai chiamato tutta la creazione visibile ed invisibile dal non essere all’essere, e che, con la tua potenza ineffabile mantieni tutte le cose,
 
Che, per i tuoi altri benefici riguardo agli uomini, ci hai affidato questo ministero celeste:
 
Rendici degni con la tua grazia di credere in questo Mistero, di cogliere la maestà e di compiere con un cuore puro ed uno spirito illuminato questo sacramento in un modo degno,
 
Noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.
Archimandrita Sofronio 
 
 
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana
 

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 29 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

Il silenzio, o la preghiera perfetta

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/standaert_preghiera7.htm

Come si fa a pregare

Alla scuola dei salmi con parole e oltre ogni parola

Titolo originale: In de school van de psalmen. Bidden met woorden en voorbij alle woorden
Traduzione di Maria Luisa Milazzo

VII. Il silenzio, o la preghiera perfetta

The rest is silence. Tutto finisce, e per tutto c’è ‘un’ultima parola’, ma in realtà solo il silenzio sigilla veramente ogni parola e ogni scrittura. È un dato di fatto degno di meraviglia. Nel mondo della preghiera, il silenzio gioca un ruolo essenziale. Ciononostante, spesso gli viene lasciata solo una funzione di accompagnamento. È utile a sottolineare la parola: ci si limita a introdurre spazi di silenzio e ad alternare parole e silenzi. Il silenzio è lo sfondo su cui la forza della parola si libra con maggior efficacia. I più grandi maestri però mirano ben oltre con le loro riflessioni.
Un giorno incontrai a Betlemme un eremita, originario di Monserrat in Catalogna. Il padre Stanislao viveva laggiù all’inizio degli anni settanta, ritirato ai margini del deserto di Giuda. Durante un colloquio nella sua cella mi disse: «Va’ al più profondo del tuo cuore, e là, proprio in fondo, non c’è che Dio».
Mi disse ancora: «Il silenzio, ecco la preghiera perfetta».
Le parole di quest’uomo di Dio scaturivano dal profondo del suo animo, e risuonava in esse tutto il peso della sua esperienza di solitudine. Al tempo stesso avevo un’impressione ben precisa: dice quello che sa, e lo sa innanzi tutto perché lo ha verificato nell’esperienza. Nelle sue parole di una semplicità spoglia e disarmante risuona un’evidenza senza pari.
Da allora ho potuto verificare quanto questo insegnamento corrisponda strettamente a ciò che tramandano i monaci, in Oriente come in Occidente, sul silenzio e sulla preghiera. È il caso di ricordare il proverbio di san Giovanni della Croce, già citato più sopra:
Il Padre non ha che una sola Parola.
Questa Parola è il suo Figlio.
Egli la pronuncia instancabilmente in un silenzio eterno,
E nel silenzio l’anima deve ascoltarla (Proverbi b 21).
Isacco il Siro, già incontrato più di una volta in queste pagine, scrive su questa interiorità segreta in cui l’uomo trova Dio: «Entra nella stanza del tesoro che è in te (cfr. Mt 6,6) e così vedrai la stanza del tesoro del cielo: sono infatti la stessa cosa e c’è un’unica entrata per tutte e due. La scala che porta al regno è nascosta in te e si trova nella tua anima. Immergiti in te stesso e troverai nella tua anima gli scalini per salire». Altrove, scrive: «Scendi nel più profondo di te, umiliati, e al di sotto del punto più basso di te vedrai la gloria di Dio» (1). Ci è ancora abbastanza familiare questa ricerca pura del Silenzio originario al di là delle parole?
Alcuni anni fa rividi un amico monaco e la conversazione cadde su John Main e sul suo metodo di meditazione. Questo benedettino inglese raccomanda la meditazione attraverso una sola parola, un mantra. Suggerisce di servirsi dell’antica parola aramaica: Maranathà, in uso nelle prime comunità cristiane (2). L’amico ascoltò con attenzione, con empatia, alla fine osservò: «E il silenzio? Perché adottare ancora un’ultima parola?». La domanda restava in sospeso: «E il silenzio?». John Main l’avrebbe senza dubbio apprezzata e riconosciuta giusta. Niente va al di là del puro silenzio.
Dove il silenzio è autentico, il tempo è salvato e non c’è nessuna ‘perdita di tempo’. E se questo silenzio continua ad abitare l’uomo che si occupa di qualche altra attività, questa ne è come riscattata.
La ‘preghiera di fuoco’
Giovanni Cassiano (v secolo), nelle sue Conferenze con alcuni Padri del deserto, descrive una forma di preghiera che egli considera come la più sublime. Non ci sono parole, e perfino la memoria sembra alla fine incapace di ripetere in forma adeguata ciò che si è sperimentato. Nulla può più essere ricordato in dettaglio, perché tutto brucia, e le forme distinte apprese un tempo (lode, supplica, azione di grazie, intercessione ecc.) perdono i loro contorni precisi, si fondono l’una all’altra in un fuoco ardente che consuma anche la traccia del ricordo. Le parole cedono per far posto al fervore di una preghiera inafferrabile: preghiamo, come Paolo ha descritto per primo, «con gemiti inesprimibili» (en stenagmois alaletois), cioè senza più suoni chiaramente articolati. Il silenzio sopraggiunge semplicemente perché le parole sono insufficienti, si frantumano, non potendo contenere tutta la ricchezza dell’esperienza, diversamente da quell’altro silenzio che è il nostro quando non troviamo le parole, sprovveduti come siamo. Al silenzio delle parole, segno della nostra povertà di linguaggio, fa contrasto il silenzio debordante in cui tutte le parole non bastano più a esprimere l’immensa ricchezza di ciò che si vive. Nella presentazione di Cassiano la scuola della preghiera conduce a questo silenzio tutto particolare, approdo estremo delle quattro tradizionali forme di preghiera insegnate da Paolo (l Tm 2,1 e Fil 4,6).
E necessario qui soffermarsi su una precisazione: la cosiddetta ‘preghiera di fuoco’ sorge, dice Cassiano, in particolare quando ci concentriamo sulla forma più alta di preghiera, l’azione di grazie. Questa può vertere non solo sui doni ricevuti in passato o al presente, ma anche su quei doni meravigliosi che ci sono promessi per l’avvenire. Nessuno li ha visti: «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (vedi l Cor 2,9). Questi doni esistono al presente ma sono inconoscibili. Chi medita su di essi e rende già grazie nella certezza della fede è condotto a quel grado di preghiera in cui le parole si rivelano incapaci di riferire o descrivere qualsiasi cosa. Un silenzio di fuoco più ricco di qualsiasi verbalizzazione viene ad abitare il cuore che prega. È una sana tendenza dell’anima orante ricercare questo livello estremo in cui la parola diventa silenzio, in contemplazione del Dio che si è rivelato nella sua sovrabbondante grazia eterna.
Raccogliamo qualche passo di questa celebre Conferenza IX di Giovanni Cassiano con abba Isacco, in cui si tratta della ‘preghiera di fuoco’ (oratio ignea), collegata ai ‘gemiti inesprimibili’ di san Paolo.
Ma può accadere che un’anima, giunta a questo stato di vera purezza e in esso già inizialmente radicata, assommi in un medesimo tempo tutte queste forme di preghiera. Allora essa vola da una all’altra forma come una fiamma viva e insaziabile ed effonde davanti a Dio preghiere purissime e vigorose, preghiere che lo Spirito Santo in persona formula – a nostra insaputa – con gemiti inenarrabili (cfr. Rm 8,26). In quel momento l’anima concepisce e diffonde ineffabilmente nella preghiera una abbondanza di sentimenti che in altro tempo non sarebbe capace di esprimere a parole e neppure di trattenere nella mente (Conferenza IX, 15).
(C’è) quello stato altissimo (…) quella preghiera di fuoco che pochissimi conoscono per scienza e per esperienza: insomma un grado di preghiera che chiameremo ineffabile. Questa sorpassa ogni sentimento umano. Non c’è più suono della voce, non più movimento della lingua, non articolazione di parole. L’anima – awolta nei profluvi della luce celeste – non usa più le piccole parole del vocabolario umano. Somigliante a fonte ricchissima, lascia uscire in gran copia i suoi sentimenti e li sospinge a Dio con impulsi potenti. In un solo istante dice tante e tante cose che poi, quando ritorna in sé, non saprebbe né ridire né ricordare.
Nostro Signore, presentandosi a noi come modello d’orante, ci ha dato anche un saggio di questo stato. Ciò fu quando si ritirò nella solitudine della montagna e quando, nella sua agonia – con un esempio inimitabile d’ardore – sparse per tutta la terra gocce di sangue (Conferenza IX, 25) (3).
Un’ultima testimonianza può bastare qui per riconoscere in questo silenzio oltre le parole il livello estremo nella pratica della preghiera. Lo stesso Isacco il Siro parla a più riprese dello stupore come mezzo per raggiungere la pura preghiera incessante. Ne parla come «di una preghiera che non può più essere chiamata preghiera». Scendendo nella propria impotenza a pregare, l’anima impara a invocare la salvezza con tutto il suo essere. Chi persevera in questa richiesta scopre l’unico appiglio sicuro di tutta la sua vita: il soccorso insostituibile e inalienabile che viene solo da Dio. Allora non può che benedire e lodare Dio nella gratitudine e nello stupore del suo cuore. Questo stupore crescerà sempre più fino a sfociare nella preghiera incessante «in gemiti inesprimibili».
Così scrive sullo Spirito che prega in noi senza voce, senza parole:
Quando lo Spirito pone la sua dimora in un uomo, costui non cessa di pregare, perché lo Spirito prega continuamente in lui. Allora la preghiera non si separerà dalla sua anima né quando dorme né quando è sveglio, ma mentre mangia o beve, mentre riposa o è al lavoro, perfino mentre è immerso nel sonno, gli aromi della preghiera si diffonderanno spontaneamente nel suo cuore. I semplici movimenti del suo spirito purificato sono altrettante voci silenziose che nel segreto fanno salire il loro canto salmodiante verso l’Invisibile.
Quando in effetti questa purezza e questo silenzio si sono realizzati in una persona, i moti più impercettibili dell’intelletto o della facoltà interiore – il nous in greco – appaiono preghiera, voci silenziose di una salmodia segreta per Colui che è ‘nel segreto’, secondo l’espressione prediletta di Gesù nel Discorso della Montagna. Isacco, l’uomo di preghiera, cerca qui di esprimere in linguaggio figurato qualcosa che sta oltre il linguaggio più puro. La preghiera prende vita grazie a ciò che resta nascosto in questo silenzio estremo e nella più grande apertura gratuita, e non è conosciuto che da Colui ‘che vive nel segreto’. Tocchiamo qui i limiti della coscienza di sé: un evento così dilagante viene a sconvolgerci interiormente al punto che ne siamo sollevati più che sommersi, e come trascinati oltre noi stessi. Si comprende meglio così il celebre apoftegma di Antonio, il patriarca dei monaci: «La preghiera non è perfetta finché il monaco ha coscienza di sé e sa di pregare».

Questa breve arringa in favore del Silenzio riceve ai nostri giorni nuovi impulsi, sia dall’esterno che dall’interno (4). Le trasformazioni culturali del mondo che ci circonda reclamano sempre più un silenzio autentico a partire dal quale si possa di nuovo ascoltare parole vere e un linguaggio puro. Il fatto che molti siano stanchi e disgustati dai troppi discorsi mostra l’altra faccia della medaglia: la rinnovata capacità di apprezzare una interiorità fatta di silenzio.

In questo contesto, citiamo una breve composizione del padre carmelitano Jan Lammens, un invito al silenzio che si richiama al primo versetto del salmo 65: «Per te il silenzio è lode».

Silentium tibi laus
Lodarti in silenzio

Fa’ silenzio e ascolta:
un canto si leva
- non parola che tu oda,
non suono che riecheggi -
l’essere si muta in canto puro.

Silenzio, ascolta:
gli alberi cantano
- né stormir di foglie né fruscio,
immobili i tronchi
essi sono: ecco il loro canto.

Silenzio, ascolta:
Dio canta da sé la sua lode
in tutto ciò che vive, tutto ciò che è.
Dio canta in me: lo sono.

Sii ancor più tacito e odi:
Dio canta da sé una lode perfetta.
Egli canta l’Essere che è.

Silenzio, ascolta:
l’essere è, l’essere canta (5).

Anche l’incontro con civiltà non cristiane e tradizioni spirituali come il buddismo o il taoismo ci sfida a esplorare più a fondo questo limite oltre le parole (6).

Da parte nostra, possiamo richiamarci ad alcuni poeti che sanno ascoltare abbastanza in silenzio per imparare il Nome di Colui che non si può nominare e che ha insegnato l’arte di santificarlo con parole umili e pure.

(seguono alcune poesie)

Publié dans:preghiera (sulla) |on 23 août, 2011 |Pas de commentaires »

Breve guida alla preghiera di lode

il testo è della: Community rinnovamento carismatico, alcune indicazioni sono rivolte ai gruppi, anche questi sono, comunque interessanti, dal sito:

http://digilander.libero.it/rinnovamento/documenti/papi_ind.htm

 

 

LA PREGHIERA DI LODE

Breve guida alla preghiera di lode

 

I. RINNOVAMENTO DELLA PREGHIERA DI LODE

La Lode la Preghiera dominante, nei gruppi carismatici.

Non tanto come uno sforzo umano di rinnovamento, ma, molto di pi, come una manifestazione spontanea dello Spirito, come uno zampillo che sgorga dal cuore, come da una fonte. E, realmente, lo Spirito Santo anche uno Spirito di glorificazione: dove Lui si fa presente, si manifesta anche la sua gloria, che inebria, che avvolge, che crea clima ed atmosfera. Basta ricordare i numerosi testi della Bibbia in proposito e costateremo che, dove si ebbero manifestazioni dello Spirito, la lode e la glorificazione erano le sue manifestazioni naturali. A Pentecoste, gli apostoli e i discepoli « furono tutti pieni di Spirito Santo, e iniziarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi » lasciando una moltitudine di ebrei stupefatta in quanto li udiva proclamare, nelle varie lingue, le meraviglie di Dio (At 2,1-13).

Nella casa del centurione Cornelio, « Pietro stava ancora parlando quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo, li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio  » (At 10,44-46). Maria, madre del Signore, colma di Spirito Santo cant l’impareggiabile lode: L’anima mia magnifica il Signore (il Magnificat), ancora oggi pregato o cantato centinaia di migliaia di volte, tutti i giorni nel mondo. Potremmo esaminare, inoltre, i personaggi biblici: Simone e Zaccaria, descritti in L. 1 e 2. Il medesimo fenomeno di esplosione di lode accade nei nostri giorni. Quando lo Spirito si effonde, quando lo Spirito si manifesta, i cuori si infiammano e lo Spirito stesso incita e porta alla lode ed alla glorificazione di Dio. Pertanto, la lode, nelle riunioni di preghiera carismatiche, pi una conseguenza dell’azione dello Spirito Santo che, piuttosto, un effetto dell’impegno della mente umana. In cosa consiste, allora, la preghiera di lode? E che significa lodare? Lodare elogiare. E’ applaudire. E’ congratularsi. E’ parlare bene di qualcuno. E’ ingrandire ed esaltare. Lodare elogiare Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – per qualche motivo reale, chiaro, evidente, concreto. Lodare applaudire e congratularsi con Dio per le sue opere meravigliose, realizzate nel mondo, nell’uomo, in noi. Quando vediamo queste opere, rimaniamo meravigliati e il nostro cuore si esprime con la lode. Signore, mio amato Padre, nel guardare pap e mamma che stanno seduti insieme, conversando, io vedo e ammiro la tua bont. Tu li hai creati meravigliosi e pieni di tante qualit. Li hai arricchiti con tanti doni e li hai conservati nel bene. In questo lo vedo, lodo e benedico la tua bont. Tu sei veramente buono e grande. A te tutta la mia lode e la mia ammirazione. Ti ringrazio, mio Dio, peri miei genitori! Che tu sia lodato e benedetto! Un giovane padre, nel guardare suo figlio, si rivolge al Signore lodandolo e ringraziandolo: Come bello, perfetto, sano e intelligente questo mio figlio! Tu sai, Signore, che egli opera tua! un’opera d’arte! Ti lodo e ti benedico per questo capolavoro che hai fatto: mio figlio! Ti ringrazio per avermi scelto come strumento efficace perch mio figlio potesse esistere. Grazie per averlo fatto mio figlio! Grazie, Signore Gi da questi due esempi, si pu vedere come la lode sia l’espressione sensibile di un cuore che riconosce le opere di Dio e le sa apprezzare: dalla lode del cuore si passa cos alle espressioni verbali quali esplicitazione dei sentimenti del cuore.

2. MOTIVI PER LODARE DIO

I mille motivi che tu hai per lodare e glorificare Dio possono essere riassunti in tre gruppi:

- in primo luogo, tu lodi Dio per quello che lui ,

- poi lodi Dio per ci che lui ha fatto e fa nel creato;

- in fine lo lodi per quanto ha fatto per te, personalmente, e per quanto continua e continuer a fare.

Lodare Dio per ci che Lui

Se contempli la persona di Dio, le sue qualit e i suoi attributi, ne resti ammirato; allora tu ne fai una lode ben meritata. Pensando a Dio, contemplandolo, che cosa percepisci in Lui? Percepisci che lui Dio, e lo lodi perch lui il Signore e non una creatura soltanto. Lui Padre, Santificatore, Unico, Onnipotente, Buono, Saggio, Misericordioso, Paziente, Fedele, Onnipresente, Amabile, Santo, Bello, Artista, Provvidente e chiss quante altre cose si potrebbero dire. Puoi usare ciascuno di questi attributi per lodare Dio e per esaltarlo. Puoi prendere come tema della lode, per esempio, la bont di Dio: lodalo perch buono, perch effettivamente hai motivo per constatare la sua bont. Ne parli, ne canti, ne esalti la bont. In questa maniera puoi prendere ciascuno dei suoi attributi, ciascuna delle sue qualit che scopri, ammiri e sperimenti personalmente e fare di esse il tuo motivo per lodarlo, glorificarlo, esaltarlo. Loda Dio per quello che lui ha fatto e fa nel creato Esamina, guarda, contempla, le opere meravigliose di Dio e, incantato, fanne la lode che merita. Lodalo per tutta la creazione: il sole, la luna, il mare, i venti, gli alberi, gli alimenti, l’atmosfera. Puoi lodare Dio anche per alcune realt che non sempre suscitano la nostra ammirazione perch spesso non vengono usate nel modo migliore quali la benzina, tutti i metalli, l’asfalto, le medicine. In realt tutto pu provocare la tua lode perch tutto ci che vedi, tutto ci che sai ammirare e puoi conoscere, viene, direttamente o indirettamente, dalla mano potente e buona di Dio. A molto facile lodare il Signore perle opere meravigliose delle sue mani sapienti e onnipotenti. Prova a farlo. Loda Dio per ci che lui ha fatto per te, personalmente, e per quanto continua e continuer a fare. Guarda te stesso. Guarda che meraviglia sei, e quante cose grandi Dio ha fatto per te. Puoi lodare Dio per il dono della vita, per il tuo corpo, per la tua salute, per gli occhi per l’udito, per la tua voce, per il tuo cuore e per la circolazione del sangue.. Puoi lodarlo per i tuoi genitori, fratelli, figli, marito o moglie, per gli amici. Puoi lodarlo per le tue capacit intellettuali emotive e fisiche. Infine per tutto ci che tu sei e possiedi per suo dono.

Questa lode la pi semplice, perch ti tocca personalmente nelle tue esperienze quotidiane. Abbiamo visto tre grandi motivi per lodare Dio. Tra questi il pi importante il primo: lodare Dio per ci che lui . Certamente all’inizio molto difficile, se non sei stato educato nelle tue abitudini religiose a guardare verso Dio, contemplandolo e ammirandolo. Tuttavia, nella misura in cui tu cresci nella conoscenza di Dio, nel suo amore, nel tuo rapporto personale con lui, sarai pi impressionato dalle sue qualit, e sentirai sempre di pi l’impulso ad ammirarlo e a lodarlo. Sarebbe bene se ti fermassi qui: iniziare una preghiera di lode, esercitandoti per pi tempo, e per vari giorni di seguito, seguendo lo schema dei tre gruppi di motivi che abbiamo indicato.

Esercizi di lode

Partiamo dal principio che si impara a pregare pregando. Ti suggerisco di fare alcuni esercizi di lode per sviluppare la tua capacit di lode. Ti espongo alcuni suggerimenti; poi tu userai la tua creativit e intelligenza per scoprire molti altri esercizi e motivi di orazione e di lode. Loda Dio per ci che egli :

- Dio creatore.

In spirito e atteggiamento di preghiera lodalo perch creatore. Lodalo per la capacit che ha di creare. Per la creazione di tutte le cose. Per la sua « creativit nel creare ». Lodalo per aver creato tutto con amore. Lodalo per l’arte, il buon gusto, la bellezza della creazione. Continua a scoprire le meraviglie della creazione e a lodarlo per esse.

- Dio buono.

Lodalo per la sua bont. Per la bont dimostrata nella creazione.

Per la bont che tu hai sperimentato nella tua vita e nella vita dei tuoi conoscenti. Lodalo, infine, per tutto ci che percepisci e che si manifesta grazie all’immensa bont di Dio.

- Dio giusto.

Lui la vera giustizia. Rifletti sopra la giustizia di Dio e lodalo.

- Dio onnipotente.

Lodalo per il suo infinito potere e specialmente quello sperimentato nella tua vita. Loda Dio per la potenza della sua capacit creativa.

- Dio misericordioso.

Rifletti un momento sulla misericordia divina, poi loda il Signore per l’immensit della sua misericordia.

- Dio unico.

E’ unico ed Trinit. E’ Santo, Forte, Onnisciente, Saggio, Bello, Artista, Onnipresente, Paziente e Fedele. Dio Padre, Santificatore, Amante e Amabile, Provvidente…

Loda Dio per questi e per altri motivi che trovi contemplandolo, amandolo e lodandolo.

Loda Dio per ci che lui fa e ha fatto

Loda Dio per tutta la creazione.

Lodalo per quelle opere create che ammiri di pi, per quelle che sono pi importanti, per quelle che sono pi belle, per quelle che ti servono tutti i giorni, in ogni momento. Loda il Signore per i minerali, per i vegetali, per gli animali per tutti gli uomini. Sono milioni le opere fatte da Dio, e ciascuna meravigliosa e singola: essa merita tutta la tua lode. Apri gli occhi… loda Dio per tutto ci che vedi. Ascolta…. e loda per tutto ci che senti. Usa il tatto, le mani… e lodalo per tutto ci che Puoi toccare…Loda Dio Per ci che lui ha fatto per te. Dio ti ha creato: lodalo per la tua vita, per il tuo corpo, per i tuoi occhi, l’udito, la bocca, le mani, la circolazione sanguigna, Dio ha creato Per te tante persone: lodalo per i tuoi genitori, per i tuoi fratelli o sorelle, per tuo marito o tua moglie, per i tuoi figli per gli amici, per i vicini, per coloro che lavorano con te. Dio ha creato per te questo mondo tanto importante:

lodalo per tutte le cose di cui hai bisogno tutti i giorni. Lodalo per l’aria che respiri, per l’acqua, per gli alimenti, per gli indumenti che indossi, per la tua casa, gli oggetti di uso comune….Questi esercizi, realizzati con interiorit e intelligenza, accresceranno la tua capacit di pregare spontaneamente, di lodare Dio con libert e una crescente facilit. Faranno maturare la tua fede, il tuo amore e la tua ammirazione nel nostro Dio, tanto meraviglioso. Ai responsabili del gruppo raccomando che insegnino questi motivi di lode, nei gruppi di preghiera, e che, con intelligenza, facciano esercizi di lode, per sviluppare le capacit di preghiera di tutti i membri del gruppo. Non devono insegnare tutto, o molto in ogni riunione: che insegnino piccole parti e facciano qualche esercizio pratico. Che le guide del gruppo, leggendo questi esercizi facciano un programma, un piano di esercizi da applicare nelle riunioni di preghiera.

N D R: Ovviamente, per la tradizione tipica del Rinnovamento nello Spirito italiano, basata principalmente sulla spontaneit della preghiera personale e comunitaria, pu sembrare strano o suonare male il concetto o l’esortazione dell’autore perch i capigruppo sollecitino i partecipanti al gruppo di preghiera a fare « esercizi » di preghiera di lode. In realt l’autore intende ricordare che occorre spiegare sempre meglio e ricordare frequentemente, per nuovi ed anziani, quanto sia importante la preghiera di lode. Alla esortazione potr dunque essere unito, con profitto, l’esempio pratico, concreto, che si potr vedere esercitato, applicato dai responsabili del gruppo di preghiera.

3. CARATTERISTICHE DELLA PREGHIERA DI LODE

Nell’approfondire la nostra riflessione sulla lode, incontreremo caratteristiche speciali di questa orazione tanto importante e finora tanto dimenticata. La lode: una forma di preghiera tanto antica e che mai cesser La preghiera di lode tanto antica quanto la creazione ed anche il senso proprio della vita dell’uomo. Perch stato creato l’uomo? Dio l’ha creato per farlo partecipe della sua vita, del suo amore e della sua felicit. L’uomo-creatura, sentendosi totalmente felice, indotto spontaneamente a rivolgersi a Dio nell’adorazione e nella lode. La lode dovrebbe sgorgare naturalmente dal suo cuore. Il problema della spontaneit della lode, nella bocca e nel cuore dell’uomo, risiede nel fatto che il peccato entrato nella sua vita. A causa del peccato originale e del peccato personale attuale, l’uomo si allontanato e spesso, purtroppo, continua ad allontanarsi da Dio. Cos si sente orfano, infelice, vuoto, cieco. Non percepisce pi le meraviglie di Dio, dell’uomo, del mondo. L’uomo si sente freddo e quasi incapace di amare e di lodare il suo Dio. Se non avesse peccato, e se non peccasse, la lode sarebbe tanto naturale all’uomo quanto il respirare, il mangiare, o il vivere. Quanto pi uno incolume e libero dal peccato e dai legami, tanto pi gli si aprono gli occhi e si accende il cuore per lodare Dio. In cielo, poich non c’ peccato, e nessuna sua conseguenza, la lode perenne. In cielo, l’ammirazione e la meraviglia suscitate dalla contemplazione della visione beatifica di Dio sono tali che nessuna delle anime beate cessa mai, o pu trattenersi, dal lodare e glorificare l’Altissimo in tutta la sua gloria e magnificenza. Siamo stati creati per la lode e la gloria di Dio. Dopo il peccato siamo stati riscattati per la lode della sua gloria (cf Ef 1, 13 -14).

La lode biblica

La Bibbia ci mostra che fummo creati a lode della gloria di Dio, ed infatti la Scrittura contiene molti inni e salmi a lode e glorificazione di Dio. Tutti i grandi personaggi della Bibbia che hanno compiuto le grandi gesta per il Signore, hanno poi anche celebrato la potenza e la grandezza del suo intervento su di loro con grandi inni di lode. Conosciamo le gesta concrete di adorazione e di lode fatte, per esempio, da Abramo, Abele, Melchisedec. Sappiamo, attraverso la Scrittura, di tanti sacrifici dei popolo di Dio, offerti per adorare, lodare e ringraziare. Conosciamo anche gli inni di lode di Mos (Es 15,1-13; Dt 32,1-2), i vari inni di Daniele (Dan 3), gli inni di Tobia (To 13, 1 – 10) e per lo meno una decina di inni di Isaia, oltre ai molti lasciati dagli altri profeti. Il Nuovo Testamento ci d inni di lode meravvigliosi come il Magnificat di Maria, il Nunc dimittis di Simeone, il Benedictus di Zaccaria e gli inni di S. Paolo. Un riferimento particolare ai salmi di Davide: una buona parte dei 150 salmi di lode; sar difficile incontrare un salmo che non contenga, almeno, una strofa o un verso che non lodi Dio. Esercizi di lode, per mezzo della Bibbia – Nel tuo prossimo momento di preghiera personale, apri la Bibbia al libro dei salmi. Scegline uno fra i numeri 144 e 150 o un altro. Leggilo lentamente, ad alta voce. Analizza H contenuto della lode. Poi cerca di fame tue le parole e prega per mezzo di esso, lodando Dio. Per tutto il tempo che ti dovesse essere utile, fai la stessa cosa ogni giorno, con altri salmi di lode o con i grandi inni di lode lasciati dai personaggi della Bibbia. In questo modo ne assimilerai i contenuti e li renderai i tuoi inni di lode. – I capigruppo diano un insegnamento concreto sulla lode attraverso la Bibbia, e inducano i partecipanti ad usare salmi ed inni sia per l’orazione persona le che per quella comunitaria. Dopo aver chiesto aiuto allo Spirito Santo, chi guida materialmente la preghiera comunitaria pu scegliere un inno o un salmo e invitare i presenti ad ascoltare, prima, la lettura che se ne fa. Tanto la lettura che l’ascolto devono essere fatti con calma e particolare attenzione. Successivamente, la guida potr esortare i partecipanti a lodare il Signore sulle parole che hanno ascoltato e letto; cos come si potr indicare di usare le stesse parole della Scrittura per iniziare la lode e poi usarne di proprie per proseguire. – Durante un altro incontro, chi guida la riunione di preghiera potr chiedere ai presenti di scegliere ciascuno un suo inno o salmo di lode. Dopo che ciascuno avr letto la sua Parola, tutti potranno lodare Dio ripetendo uno o pi versetti che maggiormente hanno toccato il loro cuore. Naturalmente, alla lode proclamata potr essere alternata quella cantata in un tutt’uno armonico.

Queste lodi con i salmi, oltre a rendere la riunione di preghiera pi ricca, creano, nei membri del gruppo, tanto il gusto per i salmi in se stessi, quanto per la preghiera, per mezzo di essi. E’ indispensabile, comunque, che il capogruppo o chi guida la preghiera comunitaria faccia in modo che tutto si svolga in modo molto semplice e con la massima spontaneit, e quindi, che in tutte le riunioni la lode dei presenti sia il filo conduttore dell’incontro; talvolta siamo senza parole per lodare, o senza ispirazione: in questi momenti i salmi ci aiuteranno molto a pregare e lodare.

La lode liturgica

La liturgia della Chiesa ha tra i suoi principali obiettivi quello di portare il popolo di Dio alla lode del Signore. L’Eucarestia stessa, il pi grande atto di lode che fu offerto da Ges al Padre suo e nostro, a nome di tutti coloro che credono in lui. La celebrazione del Culto Divino, dei Sacramenti, dell’Eucaristia costantemente scandita da espressioni o preghiere di lode. Nella Santa Messa il Gloria il grande inno che esprime il momento di lode del popolo riunito. La preghiera eucaristica, nelle sue forme diverse, vuole per sua introduzione il canto del trisagio angelico Santo, Santo, Santo che, per contenuto e solennit, si pone come preghiera di lode per eccellenza.

Esercizi di lode attraverso testi liturgici

- Cerca nel tuo Messalino un inno di gloria e leggilo attentamente analizzando i motivi di lode presentati al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Falli tuoi e loda la Trinit. Nella prossima riunione di preghiera puoi usare quell’inno per aiutare i fratelli a pregare, invitando tutti a lodare attraverso quello stesso inno. Puoi fare la stessa cosa con varie altre orazioni liturgiche e in altre riunioni di preghiera. I responsabili dei gruppi insegnino, spieghino, diano esempi concreti, aiutino i loro fratelli e sorelle a scoprire la ricchezza della lode presente nella liturgia. Spingano i partecipanti a fare in modo che gli inni e le lodi della liturgia siano introdotti naturalmente e spontaneamente nelle riunioni di preghiera. Sar bene che i responsabili di un gruppo di preghiera si interessino perch la lode , che frutto della lettura-meditazione di testi tratti dalla Scrittura o dalla Liturgia, sia sempre presente, o almeno lo sia spesso, come conseguenza immediata della ricerca personale in questo senso da parte di ciascuno dei partecipanti e non solo da parte di chi guida la preghiera.

La lode una orazione potente Quando lodi Dio per le sue qualit e opere, come se `provocassi » nel suo cuore, tutta la potenza del suo amore. S: l’amore di Dio potente ed efficace. Ed cos perch Dio ti ama e realizza qualcosa di concreto per il tuo bene. Con la lode attiri su di te l’amore potente di Dio, che si manifester in opere concrete, e talvolta meravigliose. Persone con problemi di salute, o vizi, o problemi familiari, problemi di lavoro, di convivenza, quando hanno lodato Dio con sincerit, sono state gratificate con soluzioni meravigliose per i loro problemi. Sono numerose le testimonianze in questo senso. (Consiglio il libro La potenza della Lode, di M.R. Carothers; Editrice Uomini Nuovi, Marchirolo-Varese).

La lode una preghiera che libera Questa un’altra caratteristica della lode: essere una forza liberatrice. Essa attira su di te la potenza liberatrice di Dio per scioglierti da qualsiasi potere che ti domini. La lode attira la grazia del potere divino per liberare dai peccati, dai vizi, da problemi psichici, morali, di soggezione al male, da contagi maligni. Persone schiave della timidezza, di forme di chiusura mentale, di rifiuto di se stessi, repulsione del proprio fisico e di parti del proprio corpo e di complessi in genere, quando lodano Dio per tutte le sue qualit e capacit, si sentono liberate e guariscono. Persone cariche di odio, invidia, sentimenti di vendetta…. quando lodano Dio per i lati buoni delle persone che le hanno ferite, si sentono curate e liberate. (Consiglio il libro La Lode che libera di M.R. Carothers).

La lode genera allegria e ottimismo

La vera preghiera di lode fonte privilegiata di allegria e di ottimismo.

Quando loderai Dio per le sue opere in genere, e, in particolare per quelle che lui ha realizzato in te, nella tua persona e nella tua vita, sorgeranno spontanei allegria e ottimismo di vivere, lavorare, servire, essere utile, impegnarsi. La lode ci apre gli occhi sul lato buono del mondo, delle persone, della vita, della nostra persona e vita. I pessimisti, coloro che hanno sofferto nella vita, quelli che si lamentano troppo delle difficolt del mondo, le persone travagliate, rinunciatarie, quando praticano l’orazione di lode con perseveranza, sperimentano il sollievo che ne deriva, percepiscono il nascere ed il crescere dell’allegria, dell’ottimismo, della volont di vivere e di servire.

La lode genera l’amore di Dio

Accanto all’orazione di contemplazione, la lode una forma di preghiera che suscita, risveglia, e provoca maggiormente l’amore di Dio nel tuo cuore. Nella misura in cui lodi Dio per le sue qualit, opere e gesta d’amore, ne rimani sempre pi affascinato. Coloro che si danno quotidianamente alla preghiera di lode si sentono ogni giorno pi appassionati di Dio, si trovano inondati dal suo amore, finiscono per sentirsi amati e si lasciano amare da Lui senza paura o restrizioni. Ai capigruppo consiglio di riflettere su questa realt della lode, e poi assimilarla con la pratica, insegnandola – in piccole dosi – nelle riunioni di preghiera, educando i partecipanti e insistendo con loro, perch coltivino la pratica di lodare Dio in tutta la loro vita, e non soltanto negli incontri di preghiera. Che il capogruppo si senta il responsabile e il maestro necessario perch i partecipanti apprendano e usino la lode come orazione personale e comunitaria. Insisto: importante che il responsabile progetti, studi un programma di insegnamento e di crescita per i membri del gruppo.

4. LA LODE DELL’UOMO NELLA SUA GLOBALITA

Molto, molto pi di qualsiasi altra forma di preghiera, la lode pu e dovrebbe essere realizzata attraverso l’impegno e la partecipazione di tutto il nostro essere: spirito, intelligenza, volont, immaginazione, emozione, posizioni dei corpo, gestualit, voce, strumenti musicali…Pregando con i salmi di lode, scopriamo che lo Spirito Santo ci invita ad utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione perch la lode sia piena, allegra, creativa, sublime, avvolgente e persino esuberante. Leggi il salmo 150: Lodatelo con squilli di tromba – lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze – lodatelo sulle corde e sui flauti, oppure leggi il salmo 149:

cantate al Signore un canto nuovo..

Lodino il suo nome con danze… le lodi di Dio sulla loro bocca….

Qualsiasi posizione fisica, purch adatta alla presenza della Paternit e della Maest di Dio, pu essere adatta anche per la lode, anche se, per esperienza, sembra che la migliore sia quella in piedi con le braccia ben alzate e un poco aperte. Si pu cantare una lode ed accompagnarla con tutti i generi di strumenti, cos come si pu battere il ritmo del canto con le mani. Tutto questo deve nascere spontaneamente, dalla creativit del cuore che ama e che vuole lodare Dio. Senza l’ispirazione del cuore, queste manifestazioni esterne non hanno un grande significato. Ma quando esprimono una spinta del cuore si trasformano in una espressione valida di lode e comunicazione con Dio.

5. INTRODURRE LA LODE NELLA VITA

Perch tu possa partecipare profondamente alla preghiera carismatica devi apprendere, esercitare e vivere nella tua vita la meravigliosa, potente e cos sublime preghiera di lode. Chi non loda Dio, liberamente, allegramente, anche piacevolmente, nella sua vita di preghiera personale, particolare, non potr mai partecipare con gioia alle riunioni di preghiera comunitaria. Il mio desiderio questo: che leggendo, meditando e apprendendo la bellezza della preghiera di lode, tu cominci a introdurre o approfondire, ogni volta di pi la lode nella tua vita, nel tuo quotidiano.

Desidero che lodi molto Dio con tanta creativit, intelligenza e buon gusto, utilizzando queste conoscenze e molte altre, perch la tua preghiera sia piena e degna di questo nostro Dio tanto meraviglioso.

Vorrei incitare i capi-gruppo perch siano come maestri che, incidanto, progettando, programmando, insegnando a piccole dosi, dando esempi concreti, formino le persone, i partecipanti ai loro gruppi ad essere cuori traboccanti di lode.

Tratto dal volume « Come partecipare …ai gruppi di preghiera del RnS di P. Alirio Jos Pedrini – Edizioni RnS

 

 

Publié dans:gruppi ecclesiali, preghiera (sulla) |on 7 juillet, 2011 |2 Commentaires »

incontro della scuola di preghiera per adulti

dal sito:

http://www.parrocchiavillacortese.it/1_incontro_scuola_di_preghiera.html

Parrocchia San Vittore martire – Villa Cortese

Giovedì 29 ottobre 2009

1° incontro della scuola di preghiera per adulti

Perché pregare ?
Alcuni fratelli interrogarono abba Agatone dicendo: « Abba, quale virtù tra quelle che pratichiamo richiede maggior fatica? ». Rispose: « Perdonatemi, ma penso che non vi sia fatica così grande come pregare Dio. Ogni volta infatti che l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di impedirglielo, perché sanno che nulla può far loro ostacolo quanto il fatto di pregare Dio. Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, trova riposo, ma per la preghiera bisogna lottare fino all’ultimo respiro! »
(Detti dei padri del deserto, Collezione sistematica XII,2)

L’uomo non prega volentieri. È facile che egli provi, nel pregare, un senso di noia, un imbarazzo, una ripugnanza, addirittura un’ostilità. Qualunque altra cosa gli sembra allora più attraente e più importante. Dice di non aver tempo, di avere altri impegni urgenti, ma appena ha tralasciato di pregare, eccolo mettersi a fare le cose più inutili. L’uomo deve smettere di ingannare Dio e se stesso. È molto meglio dire apertamente: « Non voglio pregare », piuttosto che usare simili astuzie.
(Romano Guardini, Introduzione alla preghiera, p. 11)

Difficoltà e ostacoli alla preghiera.
Alcune obiezioni legate all’esperienza personale

Non ho tempo !
In parte questo è vero: la vita odierna è segnata dalla velocità. Tuttavia la mancanza di tempo è quasi sempre un alibi, una cattiva scusa: è risaputo che sono molte le ore passate dai credenti davanti alla televisione o a Internet. L’ascolto di Dio è cosa seria quanto il lavoro, e quindi non si possono dedicare alla preghiera soltanto ritagli di tempo.
L’aspetto della disciplina del tempo non è dunque marginale, ma è centrale per la preghiera. Un grande padre spirituale del monachesimo egiziano del xx secolo, Matta el Meskin, ha scritto: « Non devi rattristarti per la scarsità del tempo disponibile per appartarti nella camera; devi piuttosto assicurarti di essere pronto e pieno di desiderio di comunicare con Dio: allora ti accorgerai che i minuti possono essere come giorni ».

Si fa fatica !
Pregare è faticoso, la preghiera è fatica. La preghiera è l’opera più difficile e faticosa. La Scrittura testimonia che la preghiera è una lotta, in cui gli occhi si consumano, la gola si inaridisce nel suo gridare a Dio. Nella preghiera il corpo si impone. Ai nostri giorni è più che mai faticoso rimanere nel silenzio, esigenza umana ben prima che spirituale. E’ difficile rimanere nella solitudine. E’ difficile accettare l’inattività del tempo dedicato alla preghiera. Sembra quasi una follia, nella civiltà del rumore e dell’immagine, vivere l’atteggiamento di chi si apre a discernere una Presenza silenziosa e invisibile.

Le distrazioni !
Avere distrazioni fa parte della psiche. E’ normale che anche durante la preghiera sorgano distrazioni: le preoccupazioni, gli echi, le immagini, i suoni della vita quotidiana. Occorre lottare contro di esse, ma senza farne un’ossessione: occorre piuttosto saperle integrare nella preghiera, cioè trasformarle in occasioni di preghiera.

Sono incostante !
Tutti conoscono periodi di aridità, in cui non si riesce più a pregare. Occorre perseveranza, molta pazienza con se stessi e molta disciplina. Il cristiano non può essere l’uomo di un momento, senza radice in se stesso, frantumato tra un passato che rimpiange, un presente cui non sa aderire e un futuro che non sa progettare. Capita di avvertire nella preghiera una contraddizione profonda tra la propria volontà e quella di Dio, la preghiera diventa una prova. Occorre la perseveranza, il pregare senza stancarsi, anche se non si riesce più a pregare, bisogna continuare ad offrire la presenza del proprio corpo.

Difficoltà e ostacoli alla preghiera.
Alcune obiezioni più generali.

E il male nel mondo?
E’ ancora possibile pregare dopo Auschwitz? Si è risposto che possibile pregare dopo Auschwitz perché ad Auschwitz si è pregato.
La prima domanda che l’uomo responsabile dovrebbe porsi di fronte al degenerare della violenza umana è: non è forse morta l’umanità dell’uomo ? E il credente potrebbe aggiungere: non sono forse morti gli uomini in rapporto alla realtà di Dio ? La domanda da fare non è tanto: « Dov’è Dio? », ma piuttosto: « Dov’è l’uomo? ».

Non si evade dalla storia ?
Un’altra obiezione radicale alla fondatezza del pregare viene dal processo di secolarizzazione che ha segnato tutta l’epoca moderna, caratterizzata dall’affermazione dell’autonomia piena delle scienze e della tecnica rispetto al piano religioso e dall’accresciuto senso di responsabilità dell’uomo nei confronti della storia e del mondo. La secolarizzazione è stata certamente positiva per molti aspetti: ha aiutato la purificazione della pratica cristiana da aspetti magici e ritualistici; ha posto l’accento sulla responsabilità fattiva dell’uomo nella progettazione delle realtà terrene; ha denunciato l’immagine di un Dio troppo spesso ridotto a « tappabuchi », quale rimedio della deficienza umana. Sulla spinta di questo fenomeno, la preghiera è, però, risultata sempre più « sospetta » di evasione dalla storia e dalla responsabilità umana; soprattutto, è stata posta in profonda crisi, fino ad essere ritenuta da non pochi ormai superata.
Secondo la rivelazione biblica il mondo creato è un mondo in cui l’uomo è chiamato a intervenire. Vi è, dunque, una positività nello sviluppo tecnico-scientifico, minacciata, però, da un parallelo progresso della capacità di fare il male: lo sviluppo tecnico, come ogni realtà consegnata nelle mani dell’uomo, resta ambiguo e può diventare portatore di maledizione (sfruttamento, oppressione, morte). La preghiera si colloca in questo stretto crinale: non in concorrenza con la tecnica, né in vista di una sua sostituzione, ma quale memoria del fatto che la tecnica è al servizio dell’uomo e del disegno di Dio e non deve mutarsi in strumento di oppressione sull’altro uomo o di prevaricazione sul creato, né essere assolutizzata fino a diventare un nuovo dio, un idolo.

Pregare è utile ?
Se Dio sa tutto non è forse inutile invocarlo e fargli delle richieste?
La preghiera non è la formula magica per colmare i nostri limiti o sfuggirli ma, al contrario, si fonda sulla nostra debolezza ed è possibile solo a partire dal riconoscimento della nostra condizione radicale di povertà creaturale. Oggi constatiamo, inoltre, che le difficoltà della preghiera nascono in buona parte dall’immagine di uomo attualmente dominante. Il paradigma di uomo vincente è, infatti, quello dell’homo technologicus, che si affida al proprio sapere tecnologico per il superamento di limiti e ostacoli fino a poco tempo fa giudicati insormontabili. L’antropocentrismo stabilito dalla cultura scientifico-tecnologica fa dell’uomo il centro e il protagonista di una relazione che, invece, ha il suo inizio solo in Dio, e rischia, nel migliore dei casi, di ridurre la preghiera a una semplice attività di riflessione, in vista di un aggiustamento del proprio equilibrio psicologico.
Ebbene, occorre ribadirlo: il dono di grazia che può fiorire sulla pianta della preghiera perseverante, irrorata dalla pioggia dell’efficace Parola di Dio, non può essere ridotto a uno scopo perseguito con il proprio sforzo volontaristico o mediante l’ ausilio delle scienze umane. Comprendere questo è un altro « guadagno » non da poco per la nostra vita spirituale.

C’è esaudimento ?
Il malessere nei confronti della preghiera di domanda dipende anche dallo scetticismo nei confronti della possibilità di esaudimento della richiesta. Spesso si dice: « Ho pregato tanto, ma non è cambiato nulla »… Questo in realtà non può essere affermato dal cristiano, il quale dal mistero della preghiera è sempre direttamente rimandato al mistero della fede e, dunque, al mistero di Dio: non si esce mai dalla preghiera uguali a come vi si è entrati!
Ma si può chiedere qualsiasi cosa nella preghiera? Al credente moderno succede di provare un senso di disagio nei confronti di preghiere che formulano richieste concrete; questo riserbo lo induce a evitare domande precise a Dio, quasi scusandolo in anticipo del mancato esaudimento, e comunque lasciandogli sempre aperta una via d’uscita con formulazioni generiche e vaghe. Purtroppo, questo atteggiamento porta a trascurare un aspetto fondamentale della preghiera di domanda, che si ritrova costantemente anche nella struttura delle suppliche dell’Antico Testamento: la presentazione della propria situazione concreta davanti al Signore, per arrivare, tramite la preghiera, a giudicare e decidere con Dio la propria vicenda.
La preghiera dei Salmi, così traboccante di richieste di salute, guarigione e vita piena, educa il cristiano a parlare a Dio partendo dal riconoscimento della propria creaturalità e dei bisogni ad essa connessi; ma lo porta anche, proprio perché egli sa che lo « sta scritto » dei Salmi si è compiuto in Gesù Cristo, a riconoscere che « in Gesù Cristo tutte le sue richieste sono esaudite » (Dietrich Bonhoeffer). E così l’esaudimento grande della preghiera consiste nel far crescere l’orante, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, alla statura di Cristo; nel conformarlo, sotto la guida dello Spirito santo, al Figlio stesso.
Difficoltà e ostacoli alla preghiera.
Un percorso da seguire.

Imparare a pregare
« Avevo un cugino di nome John » disse, « che era un po’ scapestrato ». Non sorrideva. Serrò le labbra, ciondolando leggermente il capo, come se la memoria della vicenda che stava per raccontare gli richiamasse alla mente dei penosi ricordi. « Se non stava bevendo al banco del bar del rugby club, era impegnato in un esercizio simile al golf club. Beveva troppo, fumava come un turco e di solito finiva col giocare d’azzardo fino a tarda notte. Sebbene fosse molto ricco, ben presto s’indebitò.
« Sua madre non lo vedeva per giorni e giorni. Non aveva idea di dove andasse a dormire o con chi dormisse. Il resto della famiglia era più preoccupato per mia zia che per mio cugino. Lui sembrava prosperare nelle sue gozzoviglie, come se gli effetti fisici del suo stile di vita lo scavalcassero e, per un malvagio capriccio del destino, ricadessero invece su sua madre. Ognuno in famiglia litigava con lui. Ci furono scene sconvolgenti, liti a non finire, e infine in un’occasione venne perfino alle mani con uno zio. Io tentai con il resto della famiglia di farlo ravvedere ma non approdai a nulla.
« Ci eravamo tutti arresi, quando le cose mutarono in modo drastico, o così disse mia zia. Era come se avesse avuto un’esperienza di conversione, come fosse stato colpito da un angelo di luce o da qualcosa di intenso! Mia zia non riusciva a raccapezzarsi all’inizio, non capiva proprio cosa fosse successo. Poi, dopo alcune settimane, mio cugino arrivò a casa con una piccola infermiera coreana di nome Nina, che aveva incontrato a un party Non era niente di speciale; piuttosto insignificante in effetti, ma lui era follemente innamorato di lei e avevano già deciso di sposarsi. In circostanze normali mia zia avrebbe sollevato ogni genere di obiezioni, ragionevoli e irragionevoli, ma era talmente felice del mutamento che era capitato a suo figlio, e così grata alla ragazza per quello che aveva fatto, che acconsentì subito.
« Era un uomo cambiato. A quel tempo ero assolutamente convinto che fosse già un alcolizzato. Pensavo che il suo caso fosse disperato. Di una cosa sono sicuro a tutt’oggi: lui non avrebbe mai mutato il suo stile di vita da solo, non sarebbe stato in grado di farlo. Le cose gli erano sfuggite di mano ed erano andate troppo oltre. Non solo smise di bere e di giocare d’azzardo, ma anche di fumare. Dovette estinguere i suoi debiti e poi incominciare a risparmiare per accendere un mutuo.
« Né liti, né discussioni, né litigi e neppure i moniti o le minacce erano riusciti a cambiarlo. La ragionevolezza, il richiamo alla sua natura migliore, la richiesta di rispettare la madre si erano rivelati una perdita di tempo e non erano approdati a nulla. Alla fine solo una cosa riuscì a farcela: l’amore. L’amore di quella piccola ed esile infermiera coreana, Nina. Sono già passati ventiquattro anni da allora; il prossimo anno si celebrerà il venticinquesimo del loro matrimonio ».
Peter fece una pausa, guardando per un momento nel vuoto.
« Spero di non averti annoiato con le mie reminiscenze » disse.
« Per nulla » gli risposi sinceramente. Aveva parlato con calore, con una scioltezza che facilitava l’ascolto. Ero piacevolmente sorpreso. Era un narratore nato, sebbene ignaro della sua capacità di catturare l’ascoltatore. « Quella vicenda ha avuto un effetto profondo e duraturo su di me » disse Peter, riprendendo il discorso.
« Fui affascinato dall’enorme potere dell’amore in azione. Nessun potere al mondo avrebbe potuto fare qualcosa per mio cugino. L’episodio mi aiutò a capire che se noi potessimo in qualche modo metterci davanti all’amore di Dio, porci sotto l’influenza del suo potere creativo, allora potremmo essere radicalmente e permanentemente mutati come è avvenuto con mio cugino John; non superficialmente, ma nel nostro intimo.
Poi chiesi a Peter: « Ma che cosa si deve fare per facilitare la crescita di quell’amore in noi? »  » La risposta è molto semplice » rispose Peter senza esitazione. « Imparare a pregare. E’ solo nella preghiera che entriamo in contatto con l’amore di Dio e cominciamo a fare l’esperienza di come esso penetri nella nostra vita. Nessuno può provare l’esperienza d’essere amato e rimanere lo stesso »

Testi di riferimento:
David Torkington, L’eremita, Ed. Messaggero, 2008
Enzo Bianchi, Perché pregare, come pregare, Ed. San Paolo, 2009
Godfried Danneels, Reimpariamo a pregare, EDB, 2009

Publié dans:preghiera (sulla) |on 17 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Pregare il Silenzio – Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

dal sito:

http://www.eremosantalberico.it/giornale/?p=13

La preghiera nel SILENZIO

3 dicembre 2010

Pregare il Silenzio.   
      
Forse non ci rendiamo conto che Dio ha creato anche il silenzio.

Che il silenzio è quella “cosa bella” (Gn 1,12), di cui l’Artista Divino si compiace (gli è riuscita bene!).
Che il silenzio  è quella “bella azione” che Lui tanto gradisce, (Mc 14,6). Pochi sono convinti che il silenzio può essere la lingua più adatta per la preghiera. C’è chi ha imparato a pregare con le parole, solo con le parole. Ma non riesce a pregare solo con il silenzio. “ … Un tempo per tacere e un tempo per parlare”, ammonisce il Qohelet (3, 7). Qualcuno, però, anche condizionato dalla formazione ricevuta, il tempo per tacere nella preghiera – e non solo nella preghiera – proprio non riesce a indovinarlo. Eppure T. Merton sostiene che “il silenzio costituisce la vita di preghiera”. E Saint-Exupéry assicura: “La preghiera è un esercizio del silenzio”. San Giovanni della Croce, da parte sua, ha coniato una formula indimenticabile: “tacere per consentire a Dio di parlare”. Del resto, i Padri latini avevano detto, con altrettanta concisione: “Verbo crescente, verba deficiunt”. Ossia, a mano a mano che la Sua Parola si impossessa del tuo essere, le parole vengono meno. Potremmo parafrasare così: la preghiera “cresce” dentro di te in maniera inversamente proporzionale alle parole. O, se preferiamo, il progresso nella preghiera è parallelo al progredire nel silenzio. L’acqua che cade in una brocca vuota fa molto rumore. Quando però il livello dell’acqua aumenta, il rumore si attenua sempre più, fino a sparire del tutto allorché il vaso è colmo. Per molti, invece, il silenzio nella preghiera risulta imbarazzante, quasi sconveniente. Non si sentono a loro agio nel silenzio. Affidano il tutto alle parole. E non si rendono conto che unicamente il silenzio esprime il tutto (per dire il niente ci voglio tante parole …). Il silenzio è pienezza. Stare in silenzio, nella preghiera, equivale a stare in ascolto. Proprio come gli alberi che, nel bosco, captano messaggi segreti portati dal vento. Il silenzio è la lingua del mistero. Non ci può essere adorazione senza silenzio. Il silenzio è rivelazione. Il silenzio è il linguaggio della profondità. Direi che il silenzio non rappresenta tanto l’altra faccia della Parola, ma è Parola esso stesso. Dopo aver parlato, Dio tace, ed esige da noi il silenzio, non perché la comunicazione sia terminata, ma perché restano altre cose da dire, altre confidenze, che possono essere espresse unicamente dal silenzio. Le realtà più segrete vengono affidate al silenzio. Il silenzio è il linguaggio dell’amore. “Quando l’amante parla all’amata, l’amata da più ascolto al silenzio che alla parola: “Taci”, sembra sussurrare, “taci perché possa udirti”” (Max Picard). Il silenzio è il modo adottato da Dio per bussare alla porta. E il silenzio è il tuo modo di aprirGli. Il Signore lascia dire ai libri, agli individui che parlano a nome Suo. Lui, però, sta dietro alle pagine e alle parole, taciturno. Aspetta che quelli abbiano finito, perché tu ti accorga del tuo Suo silenzio e capisca, attraverso il silenzio, ciò che di essenziale c’è da capire. Quello è il Suo modo più convincente di spiegarsi. Se le parole di Dio non risuonano come silenzio, non sono nemmeno parole di Dio. Dio tace di fronte alle tue domande, non interviene nei “colloqui” di cui tanto ti compiaci, non dice nulla neppure delle sciocchezze che fai. Sembra che Dio non abbia nulla da dire, non voglia sapere nulla. In realtà, Lui ti parla tacendo, e ti ascolta senza sentirti. Non per nulla i veri uomini di Dio sono dei solitari e dei taciturni. Chi si avvicina a Lui, si allontana necessariamente dalle chiacchiere e dal rumore. E chi Lo trova, normalmente non ritrova più le parole. Fare silenzio, in certi casi, non vuole dire semplicemente sospendere il parlare, ma disimparare a parlare. La vicinanza di Dio ammutolisce. La luce è esplosione di silenzio. Prega, dunque nel silenzio. Prega col silenzio. Prega il silenzio. Il silenzio rappresenta il rito più bello, la liturgia più grandiosa.
… E se proprio non puoi fare a meno di parlare, accetta tuttavia che le tue parole vengano inghiottite nella profondità del silenzio di Dio.

Pubblicato in Riflessioni

Publié dans:meditazioni, preghiera (sulla) |on 26 mai, 2011 |Pas de commentaires »

LA FRUTTUOSA GRANDEZZA DELLA PREGHIERA

dal sito:

http://www.certosini.info/preghiera/medit/guillerand/guillerand_03.htm

Dinanzi a Dio: La Preghiera

Di A. Guillerand, monaco certosino

CAPITOLO III

LA FRUTTUOSA GRANDEZZA DELLA PREGHIERA

I santi hanno scritto su questo tema delle pagine splendide:  » Quale dignità e quale gloria! – dice san Giovanni Crisostomo. – Il Dio onnipotente continuamente pronto ad ascoltarci « . Deboli creature, poveri esseri di un giorno, piccoli fiori nati al mattino, già appassiti alla sera, che però possiamo volgerci verso di Lui e subito ci dà udienza, ci parla, ci accarezza, si apre a noi; si china verso la nostra miseria e l’innalza fino al suo trono; ci fa entrare nella sua dimora, e questa dimora è il suo Amore, è il movimento stesso del suo Essere e della sua Vita!
lo stancherei il migliore degli uomini e il meno occupato presentandomi così a lui ad ogni momento con, purtroppo, una disinvoltura e una sfacciataggine che offenderebbero anche i più indulgenti; Dio mi riceve sempre, perdona e scusa tutte le mie sfrontatezze. Egli mi riceve e mi coccola. Mi mostra gli splendori del suo palazzo; ha sempre qualche luce nuova da offrire alla mia intelligenza, qualche delizia per il mio cuore. E se la luce è antica, la riveste di freschezza come un fiore di una nuova primavera; e se crede utile di lasciarmi nella notte, questa stessa notte si illumina di chiarezza e le più spesse tenebre si cambiano in vive luci. E se mi rifiuta le delizie sensibili, mi fa trovare nella preghiera del deserto dolcezze superiori che rapiscono la mia fede di bimbo che confida in suo Padre.
Questi divini rapporti mi basterebbero mille volte, se Dio si presentasse da solo, poiché Dio è tutto ed è tutto per me. Ma Dio si circonda di una compagnia innumerevole e affascinante. Le più belle anime di tutti i tempi, innalzate e raggianti per la Luce che le circonda, sono lì con Lui, amanti e buone come Lui; esse mi testimoniano la stessa tenerezza e mi offrono di condividere la loro felicità e la gioia dei loro rapporti con Colui che è e si dona; esse prendono le mie preghiere già prima che siano salite dal mio cuore alle mie labbra; le presentano a Dio; le arricchiscono della loro fraterna supplica; le profumano del loro sorriso; vi aggiungono i loro propri meriti. In tale società si dimentica la terra, gli uomini, le loro piccolezze e le nostre, tutto ciò che deprime o rattrista; si rende l’anima serena e come celeste; ci si sente grandi, forti e consolati.
Gli avversari della nostra salvezza come appaiono disprezzabili… e in realtà lo sono! Dio, la sua grazia, le virtù con cui ci fortifica e ci adorna, l’eterna felicità che promette, di cui talvolta dona come le primizie, i cieli che si avvicinano, che sembrano aprirsi, tutto ciò ci fa dimenticare i pericoli e le ore desolate del cammino. La preghiera pone l’anima dinanzi a queste realtà, e più che dinanzi: essa fa penetrare nel dolce soggiorno.
 » La preghiera – dice san Giovanni Climaco – unisce a Dio, sostiene il mondo, abbellisce le anime, cancella le colpe, preserva dalle tentazioni, difende nella lotta; la preghiera consola nelle pene, è la madre delle lacrime feconde, delle lacrime d’amore, dopo essere nata da quelle del pentimento; essa alimenta le gioie spirituali e le delizie dei cuori trasformati e uniti, le profonde luci, le sicurezze tranquille, le speranze fondate, i grandi progressi delle anime e i grandi interventi divini dipendono da essa « .
Tra lo sviluppo della preghiera e l’ascesa delle anime esiste un rapporto che è unanimemente constatato e che si impone. Elevandosi, le anime raggiungono delle regioni dove l’agitazione delle cose passeggere non arriva; il movimento cessa o diminuisce, le passioni si affievoliscono, il rumore del mondo, le sue preoccupazioni, i nostri stessi pensieri si fanno come lontani, l’attenzione si concentra su Colui che è Silenzio, Riposo, Dio di pace; ci si sente invasi di calma e come rivestiti dell’Immutabilità divina, che sembra comunicarsi a tutto l’essere. È il terreno della preghiera, del pio impeto d’amore che ci slancia verso Dio, incessantemente slanciato Egli stesso verso di noi. Il suo Spirito ci avvolge, ci penetra, discende in noi e dice:  » Figlio mio « , e ripartendo dalle profondità del nostro essere, che fa rivolgere verso il suo Principio, risponde:  » Padre! « .
Nessuna ora più grande e feconda, nessuna attività più alta sono possibili.
Ma nell’anima che prega così sono richieste delle disposizioni che reclamano dei lunghi esercizi e delle dure fatiche. La sensibilità turbata dalla colpa si ribella, si sbizzarrisce in slanci pazzeschi, in scoraggiamenti; essa non vuole riprendere il suo ruolo di serva; vuole dirigersi da sé, seguire i suoi capricci; resiste; le battaglie l’esasperano. Più la si vuole disciplinare, più si sbriglia e s’impenna. Bisogna riordinarla; bisogna rimetterla al suo posto che è quello di serva molto utile, ma sottomessa. Bisogna ristabilire l’armonia distrutta del bell’edificio umano che Dio aveva costruito. Dio solo può ricostruirlo… e noi non riusciamo a convincercene del tutto. La necessità assoluta del suo aiuto è l’ultima idea che entra nelle anime e che comanda il loro movimento verso di Lui. Noi passiamo la nostra vita a pretendere di santificarci senza questo aiuto e a credere nella nostra autonomia.
La preghiera ben compresa e fatta bene ci ripone nel nostro ruolo di creatura che riceve tutto dal Creatore, e che, senza di Lui, non è soltanto debole, ma completamente impotente. Allora noi ridiveniamo illuminati e forti; vediamo la verità e possiamo farla, poiché essa è in noi e si dona. Fino a quel momento noi eravamo nel nostro nulla e non volevamo uscirne.’anima che prega può essere ancora ben lontana dalla perfezione, essa è per via e arriverà. Essa è unita al principio che gliela comunicherà; accoglierà ciò che lui vorrà compiere in lei ad ogni istante. Essa segue un cammino infallibile, poiché tale cammino è il traguardo. È, al tempo stesso, in viaggio e al traguardo. Dio stesso prega in lei, la conduce a Sé, e già le si dona.
La preghiera procede dall’unione e la cerca e la completa. Dio fa incessantemente domandare ciò che vuole donare, e dona ciò che ha fatto domandare. Poi iscrive questo movimento dell’anima sul suo libro di vita; gli angeli lo mettono in conto, rapiti; essi ne raccolgono tutte le briciole, le colgono sulle labbra, appena abbozzate, così informi e talvolta così deformi, non vedendo che l’intenzione che è retta o l’infermità che scusa.
 » La preghiera ? dice sant’Agostino ? viene incontro ai bisogni delle anime, attira i soccorsi che sono loro necessari; rallegra gli angeli, tormenta l’inferno, è per Dio un sacrificio che non può non essergli accetto; essa è il coronamento della religione, è la lode totale, la gloria perfetta, la sorgente delle più solide speranze « .
Come, a un tale tesoro, a tali dolcezze, a un così grande onore, possiamo preferire dei vani discorsi, delle ore di ozio, dei divertimenti stupidi, delle fantasticherie senza oggetto? Dio è là, ci attende, ci chiama, ci offre chiarezze per lo spirito, energie per la volontà, ineffabili delizie per la sensibilità, beni inestimabili per noi stessi e per gli altri… e noi gli volgiamo le spalle.
Noi abbiamo, è vero, una scusa: è questo amore che si offre incessantemente e che sembra avvilirsi per donarsi. Ma il dono di sé non appare vile che alle anime vili. 1 cuori nobili sanno che è la verità e la vita, ed essi amano mantenersi in contatto con questo amore che si mostra e si comunica mostrandosi.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 19 mai, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI INIZIA UN NUOVO PERCORSO BIBLICO SULLA PREGHIERA

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26743?l=italian

BENEDETTO XVI INIZIA UN NUOVO PERCORSO BIBLICO SULLA PREGHIERA

Intervento in occasione dell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 18 maggio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo della catechesi che Papa Benedetto XVI ha pronunciato questo mercoledì in occasione dell’Udienza generale in Piazza San Pietro in Vaticano, iniziando un percorso biblico sulla preghiera e dedicando il primo intervento ad Abramo.
 
* * *
Cari fratelli e sorelle,
nelle due scorse catechesi abbiamo riflettuto sulla preghiera come fenomeno universale, che – pur in forme diverse – è presente nelle culture di tutti i tempi. Oggi, invece, vorrei iniziare un percorso biblico su questo tema, che ci guiderà ad approfondire il dialogo di alleanza tra Dio e l’uomo che anima la storia della salvezza, fino al culmine, alla parola definitiva che è Gesù Cristo. Questo cammino ci porterà a soffermarci su alcuni importanti testi e figure paradigmatiche dell’Antico e del Nuovo Testamento. Sarà Abramo, il grande Patriarca, padre di tutti i credenti (cfr Rm 4,11-12.16-17), ad offrirci un primo esempio di preghiera, nell’episodio dell’intercessione per le città di Sodoma e Gomorra. E vorrei anche invitarvi ad approfittare del percorso che faremo nelle prossime catechesi per imparare a conoscere di più la Bibbia, che spero abbiate nelle vostre case, e, durante la settimana, soffermarsi a leggerla e meditarla nella preghiera, per conoscere la meravigliosa storia del rapporto tra Dio e l’uomo, tra Dio che si comunica a noi e l’uomo che risponde, che prega.
Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.
Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.
Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia « superiore », offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.
È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo – come ricordiamo – fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).
Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.
E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.
Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.
Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.

I GRADI DELLA PREGHIERA NELLA SPIRITUALITA’ ORTODOSSA (II parte)

Verso la contemplazione
Constatiamo così che, nei suoi stadi avanzati, la meditazione si stacca a poco a poco dalla lettura per dedicarsi alla considera­zione delle verità divine e di tutto ciò che i comandamenti e l’e­conomia divina comportano. La meditazione comincia allora a sfociare nei primi gradi della contemplazione, passando dall’ap­profondimento della Parola all’approfondimento della verità che la Parola cela.
La perseveranza nella meditazione della Parola viva di Dio riempie il cuore e lo spirito di sante considerazioni, le quali, a loro volta, messe a profitto attraverso la contemplazione, diver­ranno le ali leggere che permetteranno di volare nel cielo dello spirito senza la mediazione della lettura.
Senza la meditazione costante della Parola divina, dei coman­damenti del Signore e delle sue promesse è tuttavia impossibile che nascano in noi i pensieri e le sante considerazioni che riem­piono il cuore e lo spirito fino a farli traboccare.
Oltre alla felicità che questo già di per sé comporta, l’immen­so tesoro dei pensieri e delle considerazioni che otteniamo grazie alla meditazione costante dei libri santi, procura all’uomo anche la ricchezza dello Spirito. Oltre all’eliminazione di tutti i pensieri malvagi, costituisce per l’uomo un’offerta capace di soddisfare e sempre gradita a Dio: « Ti siano gradite le parole della mia bocca, il meditare del mio cuore davanti al tuo volto, Signore, mia roccia e mio redentore » (Sal 19,15).
Si racconta di un monaco che, dopo una lunga notte trascor­sa nella meditazione delle virtù di uno dei suoi fratelli monaci, avviandosi tristemente verso i suoi avi, dice all’anziano: « Padre, ho perso inutilmente la notte a elencare le virtù di mio fratello Untel, ne ho contate trenta e mi sono molto rattristato riscon­trando che io non ne possiedo nessuna ». L’anziano gli risponde: « La tua tristezza per esserti trovato sprovvisto di ogni virtù e la tua meditazione delle virtù di un altro valgono più di trenta vir­tù ». Questo esempio illustra come i comandamenti del Signore s’imprimano nell’intelletto e nella coscienza per esortare l’uomo a cercare nello spirito dove si trovano le virtù o dove non si tro­vano. Ciò mostra infatti come la meditazione della Parola di Dio generi la meditazione delle virtù e lo sforzo per acquisirle; inol­tre essa spinge l’anima, vigorosamente e costantemente, a esa­minarsi e a misurarsi in base all’evangelo, senza trovare riposo se non nella verità che essa medita, né felicità se non nell’appli­cazione del precetto divino. La meditazione è il pedagogo che conduce l’uomo per mano per elevarlo al di sopra di se stesso, la lampada che ne illumina il discernimento e, a grandi falcate, guida i suoi passi verso l’eternità. 
La meditazione dei misteri
Il grado più alto della meditazione è però senza dubbio la meditazione dell’”economia” dell’incarnazione divina, della redenzione compiuta sulla croce e della resurrezione che ci ha do­nato la potenza di vita. È la meditazione del mistero del disegno di Dio che l’evangelo descrive con parole semplici e chiare, le quali, se l’uomo vi si sofferma a sufficienza, svelano al suo cuore il loro senso misterioso e vi riversano una forza ardente capace di offrirgli una nuova vita: « Conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte » (Fil 3,10); « Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cri­sto che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio » (Ef 3,17-19).
La meditazione si lega qui alle parole stesse, alle stesse espres­sioni; si concentra sul senso manifesto del testo ispirato, distin­guendosi così dalla contemplazione di quegli stessi misteri, giac­ché procede liberamente senza limitarsi alla letteralità del testo, ma affidandosi all’insieme delle percezioni personali e all’allar­gamento degli orizzonti del discernimento e della conoscenza.
Così, la meditazione dei misteri del disegno divino, esatta­mente come vengono presentati nella Scrittura, è la base imperativa della vera contemplazione, quella che permette di accede­re alla forza e alla luce di quegli stessi misteri. E’ la meditazione costante, felice e riuscita che permette alla contemplazione di progredire e di svilupparsi.
La meditazione, questo lavoro spirituale avvincente e attraen­te, parte integrante dell’orazione, è un dovere che s’impone a tutti senza esclusioni; perché l’uomo non può nutrirsi della pa­rola della Scrittura se non la ripete nel proprio cuore e nella pro­pria mente: proprio questa è la meditazione. Così pure è diffici­le entrare in una preghiera a Dio che sia ardente e vera senza ri­petere davanti a lui le parole delle sue promesse, senza aggrap­parvisi e senza situarsi in rapporto a esse; anche questo dipende dalla meditazione.
La meditazione è quindi una preghiera che si fonda sulla ripe­tizione delle parole di Dio e delle sue promesse nel cuore e nella mente, finché non siano integrate nella fede e nella speranza dell’uomo e divengano un’autentica forza sulla quale egli possa fare affidamento nel momento del bisogno: « Custodisco la tua promessa nel mio cuore per non peccare contro di te » (Sal 119,11). 
Guidata dal fervore o in lotta contro l’inerzia
Quando l’uomo è fervente, infiammato dallo Spirito, la pre­ghiera di meditazione gli diventa facile, spontanea, senza biso­gno di sforzo di concentrazione o di sentimenti forzati; si parla, in questo caso, di preghiera semplice o spontanea; essa è intima, calorosa e amante fiducia dell’anima verso il suo creatore, è ciò che nutre interiormente: il desiderio di rendergli gloria per le sue opere, le sue qualità, la sua sapienza, o di rendergli grazie per la sua misericordia e la sua immensa e discreta sollecitudine. L’anima può allora infiammarsi nel corso della meditazione si­lenziosa, non sopportare più di tacere e cominciare a pregare con parole che, scorrendo senza freni, esprimono l’amore, l’adora­zione e la sottomissione, come un bambino che con deboli paro­le esprime i suoi immensi sentimenti. Il cuore è aperto davanti a Dio e sente tutto ciò che l’indicibile tocco della mano divina agita in lui.
Ma se l’uomo vuole entrare nella meditazione senza possede­re quest’ardore preliminare che immediatamente lo esorta alla preghiera del cuore, ha bisogno di un certo sforzo interiore e di una concentrazione mentale che permettano all’anima di vince­re la propria inerzia e all’intelletto di liberarsi delle preoccupa­zioni esteriori per entrare in una lettura spirituale cosciente che l’elevi al livello della preghiera. Egli è allora chiamato a scuotersi interiormente, la coscienza deve opporsi volontariamente a tut­te le preoccupazioni psicologiche e mentali che l’hanno portata a disseccarsi e a trascurare l’adorazione, la preghiera e il contatto con Dio.
Lo sforzo della coscienza verte sull’amore per vincere l’iner­zia e le preoccupazioni esteriori. L’uomo che, volontariamente e con tutto il cuore, avanza verso l’amore di Dio, anche se all’ini­zio è impacciato, si sente subito invaso dell’amore divino, perché l’azione divina sostiene sempre lo sforzo umano e alla fine vi si unisce.
La volontà deve quindi restare attiva e paziente, in attesa dell’arrivo della forza divina che l’invaderà di calore spirituale, affinché la persona possa infine lanciarsi verso le profondità e cominciare la propria preghiera e la propria meditazione con fa­cilità e nella gioia.
Questo cammino dello spirito nel corso della lettura spirituale fa passare l’uomo dall’aridità interiore e dalla preoccupazione mentale per le cose di questo mondo, alla concentrazione inte­riore, all’ardore spirituale e alla preghiera. In realtà, si ritiene che essa costituisca il cammino spirituale più importante e più delicato di tutta la vita di preghiera, la sola porta che apre sui se­greti della vita spirituale, il primo gradino della scala celeste che unisce l’anima al suo creatore.
In quegli istanti l’uomo può incontrare una certa resistenza dell’anima, al momento dispersa in affanni e preoccupazioni molteplici che non hanno alcun valore né senso; può dover an­che affrontare l’astuzia di una mente che passa da una rappresentazione all’altra, da un pensiero all’altro, distratta da soggetti del tutto insignificanti. Tocca allora alla volontà, armata di un sincero proposito interiore, mantenersi con tenacia saldamente afferrata all’amore, polarizzata sul volto di Cristo, nell’attesa e nella supplica, finché la grazia divina la ritrovi, la liberi e le ren­da amore per amore. 
La Scrittura, scuola di meditazione
È la Scrittura la fonte feconda, a partire dalla quale lo Spirito santo insegna ai suoi discepoli la meditazione; si tratta in realtà della grande scuola le cui lezioni non hanno mai fine, perché, quali che siano le ricchezze che possiamo trarne, in definitiva non ne avremo tratto che un’infima parte. La ricchezza delle Scritture è suddivisibile in tre livelli: il livello storico, che va dall’inizio della creazione alla fine dei tempi e concerne la crea­zione muta e quella dotata di ragione; il livello etico o legale, che comprende i comandamenti, i precetti e le leggi che Dio ha sta­bilito per gli uomini; il terzo livello che comprende i rapporti di Dio con coloro che egli ama, ciò che egli ha detto loro e ciò che essi hanno detto a lui. Questi tre livelli rispondono a tutti i biso­gni della nostra meditazione con Dio, non tanto come eventi del passato o realtà considerate in se stesse, quanto come proposte che mantengono tutta la loro attualità in noi e che costituiscono la nostra realtà interiore.
Il più bell’esempio di meditazione eterogenea e libera, inte­grante i tre livelli, è l’ammirabile raccolta di salmi inaugurata dal profeta David. Veramente, attraverso il lungo e toccante intratte­nersi del salmista con Dio, troviamo capolavori di meditazione.
Per quanto concerne la creazione non c’è creatura ch’egli non citi lodando il creatore per averla fatta. Egli parla con Dio della creazione del cielo e della terra e di ciò che è sotto la terra, delle montagne e le colline, dei mari e le sorgenti, delle valli, le cam­pagne e i prati, degli alberi, i boschi, le erbe e i frutti; canta il sole, la luna, gli astri e le stelle, le nubi e la nebbia, la neve e il gelo, il caldo e il freddo, la pioggia e la tempesta; parla dei rettili e dei pesci, degli uccelli del cielo e degli animali della terra; del­le bestie selvatiche e delle bestie dei campi e di tutto ciò che si muove sulla faccia della terra; parla dei popoli e delle nazioni, delle loro lingue e di tutte le creature della terra; e nella sua esal­tazione spirituale le interpella una dopo l’altra perché acclamino il creatore, invitandole a benedirlo e a cantarlo con lui.
Poi il salmista in diversi passi dei salmi, soprattutto nel cele­bre Salmo 119, giunge a intrattenere Dio sulle sue leggi e i suoi comandamenti: ne descrive la loro entità, la loro bellezza, la loro dolcezza; testimonia davanti al creatore che esse sono per lui più dolci del miele, danno luce ai suoi occhi, sono la gioia del suo cuore, la ricchezza della sua anima, la meditazione delle sue not­ti e dei suoi giorni, tanto da diventare la lampada che guida i suoi passi e illumina il suo cammino; assicura i giovani che esse sono luce e rettitudine per le loro vie, e i bambini che vi trove­ranno la sapienza; poi confida a Dio la grande tristezza che l’in­vade alla vista dei peccatori che trasgrediscono i suoi precetti, degli orgogliosi che ignorano la legge; se la prende con quelli che la violano e li maledice; infine rende grazie a Dio per averlo istruito nei suoi comandamenti meglio dei suoi nemici e per avergli dato di comprenderli meglio degli anziani.
Altrove il salmista si rivolge al suo creatore parlandogli del proprio stato: si considera verme della terra e non uomo, miserabile e senza più valore di qualsiasi altro; ricordando la propria giovinezza e i suoi traviamenti, chiede misericordia, vede gli at­tuali sbagli davanti ai propri occhi, la sua anima si affligge; egli grida, implorando clemenza, gli occhi infiammati per le lacrime, l’anima contrita per la tristezza, le ossa consumate per i rimorsi e i sospiri, tanto che con gli occhi stralunati, la pelle che ade­risce alle ossa, è come il gufo e l’uccello abbandonato solitario su un tetto (Sal 102,6)! Egli prega poi il suo creatore di non ca­stigarlo nella sua collera, perché è pronto a subire la correzione ma secondo l’amore e la misericordia di un padre clemente; lo supplica di non farlo morire « alla metà dei suoi giorni  (Sal 102,25), ma di lasciarlo vivere ancora, affinché possa offrirgli quanto gli spetta in lode, glorificazione e azione di grazie. Così David avrà assimilato integralmente l’insegnamento dello Spiri­to santo al punto da meritare la testimonianza del Signore: « Dio ha trovato un uomo [David] secondo il suo cuore » (1Sam 13,14) e ancora: « David ha parlato sotto l’ispirazione dello Spirito » (cf. Mt 22,43).
Così David ci ha offerto, nello Spirito, un modello permanen­te e sempre attuale di meditazione perfetta secondo il desiderio di Dio. Ogni salmo è in sé una notevole opera di meditazione che già basta per iniziarci a questa forma di preghiera e che, in­sieme al resto dei salmi, ci offre una stupefacente immagine dell’intimità vissuta da David nel suo intrattenersi con il Signore.
Il segreto dello straordinario avanzare di David risiede nella sua approfondita conoscenza della legge del Signore da lui medi­tata senza sosta.
Sappiamo bene che la meditazione è un’arte che necessita di tempo per raggiungere la perfezione, ma il cui progredire è facile e rapido, anche se non lo si percepisce chiaramente; è ciò che ac­cade per tutte le virtù spirituali. Così, man mano che avanzia­mo, sentiamo le nostre mancanze e le nostre impotenze, tanto che quando giungiamo a un grado elevato, pensiamo di non do­ver avanzare più di un solo passo, ma è l’effetto della grazia che maschera i progressi ai nostri occhi per impedirci di cadere nella vanità e nell’orgoglio. Ogni volta che questo sentimento di im­potenza c’invade, sarà indizio – come i padri ispirati dallo Spiri­to ci hanno insegnato – che abbiamo raggiunto una tappa im­portante e che davanti a noi si staglia un’altura che necessita di un grande slancio per essere meglio superata.
 
Vedi anche: ADOLFO TANQUEREY
I GRADI DELLA PREGHIERA NELLA MISTICA CATTOLICA
 
 Tratto da Matta El Meskin, L’ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA – ed. Qiqajon  COMUNITA’ DI BOSE, a cui rimandiamo vivamente per un proficuo approfondimento

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 17 mai, 2011 |Pas de commentaires »

L’insegnamento di Gesù sulla preghiera

dal sito:

http://www.santuariosantamariadegliangeli.it/

SANTUARIO SANTA MARIA DEGLI ANGELI

L’insegnamento di Gesù sulla preghiera
 
Qui tocchiamo un punto nevralgico dell’insegnamento sulla preghiera cristiana: la preghiera di Cristo è il vertice della preghiera biblica. Nei giorni della sua vita terrena, Cristo prega, sente cioè la necessità di un contatto intimo e frequente col Padre, e insegna a pregare anche ai suoi discepoli. Sarà opportuno analizzare tanto la preghiera di Gesù quanto il suo insegnamento sulla preghiera. 
 
7.1 La preghiera di Gesù
Sarà in primo luogo opportuno chiederci “come” Cristo ha pregato nella sua vita da uomo. Uno sguardo generale ai cenni evangelici sulla preghiera di Gesù ci permette di dire che Lui ha pregato frequentemente ritirandosi in luoghi deserti, preferibilmente la notte o prima dell’alba. Questa preghiera di Gesù scandisce la sua attività di evangelizzazione e non sembra avere scopi pratici aldilà di un ristoro del suo cuore nell’intimità con il Padre. Notiamo anche l’assenza di preghiera in occasione dei miracoli: Gesù non prega prima di operare il miracolo, tranne in due casi, la moltiplicazione dei pani e la risurrezione di Lazzaro. Oltre alla preghiera ordinaria che scandisce il ritmo delle sue attività apostoliche, vi è una preghiera circostanziale, ossia una preghiera dettata dal momento particolare che Cristo si trova a vivere; vediamo così Cristo in orazione prima di prendere le decisioni più importanti, come la scelta dei Dodici; oppure in momenti cardine del suo ministero, come il battesimo e la trasfigurazione (secondo Luca); quando gli Apostoli stanno per essere vagliati dalla bufera della Passione, Cristo prega in particolare per Pietro (cfr. Lc 22,31-34); infine Cristo prega per ottenere dal Padre la forza di affrontare il tempo della prova e di essere in grado di affrontare la morte.
Si può dire inoltre che Cristo ha praticato le forme più importanti di preghiera note all’AT: la preghiera di lode, di intercessione, di richiesta di perdono (anche se mai per Se Stesso), di domanda.
I caratteri della preghiera di GesùLa prima cosa che ci viene di notare in riferimento alla preghiera di Gesù è il suo pieno inserimento nell’esperienza religiosa di Israele. Cristo si reca di sabato nella sinagoga e lì prega insieme alla comunità ebraica: “Si recò a Nazaret ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga” (Lc 4,16). E ancora: “Gesù insegnava nelle loro sinagoghe” (Mt 4,23). La sinagoga e la preghiera comunitaria rappresentano quindi la prima tappa della manifestazione pubblica di Cristo. La comunità che si raduna in preghiera è sempre il primo e necessario riferimento del singolo credente, il quale impara a pregare dalla comunità che prega.
Più volte il Vangelo fa riferimento al fatto che Gesù soleva ritirarsi in luoghi solitari a pregare (Mt 14,13; Mc 1,35), ma non ci dice mai in cosa consistesse questa preghiera solitaria né quali contenuti avesse.    I discepoli hanno infatti desiderato sapere come Cristo pregasse, quindi hanno intuito nella preghiera di Cristo qualcosa di nuovo e di diverso da quel che tradizione ebraica aveva loro comunicato; e gli hanno chiesto esplicitamente di insegnare loro a pregare come pregava Lui. Sarà appunto questo l’argomento del successivo paragrafo. L’unico punto in cui potrebbe venire alla luce quel che la preghiera solitaria di Cristo poteva essere, è il capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, dove viene portata la lunga preghiera di Gesù che affida alla custodia del Padre gli Apostoli e la Chiesa futura. Si tratta di una preghiera piena di confidenza filiale, ma anche piena di una divina consapevolezza, per la quale Cristo può dire perfino, rivolgendosi al Padre: “Voglio che anche quelli che mi hai dato siano con Me” (Gv 17,24). La preghiera di Gesù conosce dunque sia l’adesione piena del Figlio al volere del Padre, sia la coscienza lucida dell’uguaglianza nella natura divina e nell’unica maestà, identica per il Padre e per il Figlio.
Cristo non mette sullo stesso piano la preghiera e l’attività apostolica, né si ritira a pregare solo quando non ha nulla da fare. Al contrario, Egli si ritira a pregare anche quando le folle lo cercano per ascoltare la sua Parola e ricevere al guarigione: “Folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro infermità. Ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare” (Lc 5,15-16). Neppure l’incalzare della piena dei bisogni umani lo ferma dalla ricerca della solitudine e della intimità col Padre. Significa che la preghiera deve avere la priorità assoluta su ogni attività. Mentre lo cercano, Egli si ritira in luoghi solitari. Non sempre ci riesce, perché talvolta la folla intuisce dove sta per andare e lo precede. Qui Cristo si commuove e apre a chi lo cerca i tesori del suo Cuore (cfr. Mc 6,30-34). La notte è perciò l’unico tempo di preghiera che Lui riesce a ricavarsi senza interruzioni.I momenti più importanti e più determinanti dell’attività apostolica di Gesù sono scanditi dalla preghiera. Il Vangelo di Luca sottolinea la preghiera di Gesù nel battesimo e nella trasfigurazione, due grandi momenti teofanici che Cristo vive immerso nella preghiera e astratto dal mondo (cfr. Lc 3,21 e 9,28-29). Certe esperienze forti, insomma – quei momenti di incontro con Dio che sono orientati alla nostra crescita -, non possono essere vissute dal cristiano con l’animo distratto o svagato, o assente. Cristo stesso si è concentrato e ha messo in fuga distrazioni e superficialità nel giorno del suo battesimo e della sua trasfigurazione, quando il Padre lo ha accreditato dinanzi agli uomini come testimone verace.
Un altro momento cardine del ministero pubblico di Cristo è la scelta dei Dodici. Anche in questa circostanza Egli ha voluto sprofondarsi nella preghiera prima di prendere una decisione così importante e determinante per la vita della Chiesa: “In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a Sé i suoi discepoli e ne scelse dodici” (Lc 6,12-13). Non c’è dubbio che il cristiano debba sentirsi interpellato dinanzi a questo quadro: le svolte della vita, le grandi decisioni e le scelte definitive non possono essere prese nel rumore e nel trambusto della vita quotidiana, né possono prescindere da una consultazione del Signore nel silenzio e nella preghiera prolungata.
Come già dicevamo, nella preghiera personale di Gesù troviamo sia la preghiera di lode che quella di intercessione. La sua preghiera di lode è riportata in Lc 10,21: “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode Padre… che hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”. La preghiera di lode di Gesù non è di origine cerebrale, intellettuale, ma non è neppure frutto di un moto sentimentale: si tratta di una esultanza nello Spirito Santo. Può giungere alla preghiera di lode solo chi giunge a provare la gioia dello Spirito, ossia a percepire intimamente che ciò che Dio comanda e vuole è qualcosa di meraviglioso che riempie di stupore; chi pensa che il Vangelo contiene una serie di idee belle e buone non è ancora arrivato a scoprire questa esultanza; essa non si prova dinanzi alle cose belle e buone, ma solo dinanzi alle cose divine. Chi arriva a sentire dentro di sé che il Vangelo è divino, che il modo di essere uomo personificato da Cristo è divino, che la Parola che risuona nella Chiesa non è solo “moralmente buona” ma è divina, allora costui può giungere alla preghiera di lode, che esprime l’esultanza dell’animo riempito di stupore dinanzi alla bellezza divina del Cristo.
La preghiera di intercessione di Gesù è riportata da Lc 22,31: “Simone, Simone, satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”. Poco prima di essere arrestato, Gesù prepara l’Apostolo Pietro non solo avvertendolo della bufera che sta per scatenarsi, ma soprattutto pregando per lui così che la sua fede non venga annullata dalla persecuzione. Sarà infatti Pietro il punto di riferimento della comunità postpasquale e il kerygma cristiano comincerà proprio con lui nel giorno di Pentecoste (cfr. At 2).  L’altra grande preghiera di intercessione è quella riportata da Gv 17, dove Gesù, prima di essere arrestato, prega per la Chiesa che nascerà dalla predicazione apostolica e chiede al Padre di conservarla nell’unità della Trinità.
Tra il Getsemani e il GolgotaLa preghiera di Gesù raggiunge il vertice nel momento più delicato e drammatico della sua vita terrena: le ore oscure della Passione. Qui Gesù prega per ottenere dal Padre la forza di attraversare quel mare di odio che stava per riversarglisi addosso. Il messaggio è abbastanza chiaro anche per il cristiano: se è importante la preghiera nelle svolte e nelle grandi decisioni della vita, lo è soprattutto nella svolta più grande che è rappresentata dall’esperienza del dolore e dalla prossimità della morte. Cristo prega non solo in prossimità della morte, ma anche nelle ore lunghe dell’agonia, prima di perdere conoscenza.
Nel Getsemani, Gesù vuole la compagnia di tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. A loro chiede un particolare tipo di preghiera, che consiste semplicemente nel rimanere accanto a Lui: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con Me” (Mt 26,38). Cristo non chiede loro particolari formule da recitare, non chiede la proclamazione di qualche Salmo, ma semplicemente di restare con Lui. Restare e vegliare, ossia offrirgli una presenza non distratta ma attenta, concentrata sulla sua divina Persona. E’ in sostanza la preghiera di semplice sguardo che si fa davanti all’Eucaristia; una preghiera senza parole, ma carica di attenzione, dove la tensione del cuore è tutta nello sguardo. La preghiera di Gesù nel Getsemani è una preghiera essenziale, fatta di poche parole: “Se è possibile passi da Me questo calice! Però non come voglio Io, ma come vuoi Tu” (Mt 26,39). Queste stesse parole Gesù le ripete più volte (cfr. Mt 26,44); è quindi possibile che, in momenti particolarmente intensi, la preghiera del cristiano si componga anche di poche e brevi frasi, ripetute più volte. Come vedremo, Gesù mette esplicitamente in guardia i suoi discepoli dalla pratica di una preghiera parolaia, che non giunge di fatto al cuore di Dio. Serve solo a ingolfare la vita interiore del discepolo con le molte parole e i ragionamenti non necessari.
Gesù prega soprattutto mentre sulla croce sente che la vita a poco a poco gli sfugge. La sua preghiera è una preghiera di richiesta di perdono per tutti coloro che lo hanno colpito: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).  Ma è anche una preghiera di infinita fiducia in Colui che lo ha abbandonato (cfr. Mc 15,34) nelle mani dei nemici: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Anche qui c’è un intero programma per il cristiano, che non può giungere impreparato alla morte, né farne l’esperienza senza immedesimarsi profondamente nel mistero della croce. E ciò non può avvenire se non nella preghiera.
 
7.2 La preghiera insegnata da Gesù
Oltre alla preghiera personalmente fatta da Gesù nei giorni della sua vita terrena, c’è anche un insegnamento esplicito, sollecitato dai suoi discepoli: “Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: insegnaci a pregare” (Lc 11,1). L’insegnamento di Gesù sulla preghiera è riportato in diversi brani. Cominciamo col Vangelo di Matteo 6,5-15 e 7,7-11.
Il contesto prossimo ci conduce direttamente alla preghiera del cuore: è infatti tolta di mezzo ogni forma di preghiera che si esaurisca nel pronunciamento meccanico di determinate formule: “Quando preghi, entra nella tua camera…” (6,5). La propria “camera” è indubbiamente un’immagine finalizzata a un insegnamento, visto che la preghiera comunitaria e liturgica è sempre stata, fin dalla prima generazione cristiana, un elemento portante della vita della Chiesa. In sostanza, non si tratta di un invito di carattere privato e intimistico, quanto piuttosto di una qualità dell’incontro con Dio. La “camera” indica il dialogo del cristiano con il Padre, incontrato nella profondità della propria coscienza. La stessa preghiera comunitaria e liturgica si svuota completamente, e diventa pura esteriorità, quando i membri dell’assemblea, ciascuno per la propria parte, non hanno incontrato il Padre nelle profondità del proprio animo. Ancora peggio è quando la preghiera è fatta visibilmente, per dare un “tocco di classe” alla propria rispettabilità sociale (cfr. 6,5). Al giorno d’oggi, perfino i maghi ricorrono a questo stratagemma, circondandosi di crocifissi e di immagini sacre, per far credere alla gente che i loro “poteri” vengono da Dio. Perciò il discepolo non deve mai lasciarsi trarre in inganno dalle apparenze, perché Satana si traveste solitamente da angelo di luce (cfr. 2 Cor 11,14).L’insegnamento centrale sulla preghiera è però rappresentato dal Padre Nostro, che non si presenta come una “formula” di preghiera, bensì come un archetipo su cui modellare la preghiera cristiana. Il medesimo insegnamento è riportato nel Vangelo di Luca, dove la parabola dell’amico importuno è introdotta dalla preghiera del Padre Nostro, che Luca riporta in una maniera più breve di quella di Matteo (cfr Lc 11,1-4).  La diversità delle due redazioni di questa preghiera, dimostra che non si tratta di una “formula” ma, come abbiamo detto, di un modello di preghiera. Se si fosse trattato di una formula, sarebbe stata registrata parola per parola, tanto più che questa è l’unica preghiera insegnata direttamente dal Signore.
            Da questo modello risulta:
1.      La nostra preghiera è rivolta più alla Paternità di Dio che alla sua onnipotenza: “Quando pregate, dite: Padre…” (6,9).
2.      Non è giusto pregare per le proprie necessità umane, senza cercare prima la gloria di Dio: cfr vv. 9-103.      Non è autentica la preghiera di chi non è uomo di pace (cfr. v. 12) L’insegnamento di Gesù addita ai discepoli anche una preghiera ininterrotta. Uno dei discepoli, avendo notato che Gesù si ritirava spesso in solitudine a pregare, gli disse: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1). La preghiera è uno dei temi che l’evangelista Luca più ama sottolineare. Soprattutto è messa in evidenza la preghiera di Gesù nelle scelte più difficili (cfr Lc 6,12) o nei momenti più cruciali del suo ministero (cfr Lc 3,21 e 9,28). Queste due parabole si riferiscono alla preghiera dei cristiani, i quali a maggior ragione devono affidarsi a Dio nella preghiera, se Cristo non ha pensato di poterne fare a meno. Il Gesù storico si presenta allora anche come Maestro di preghiera. Queste due parabole non esauriscono l’insegnamento di Gesù sulla preghiera, ma ne sono soltanto una introduzione.
Occorre pregare senza stancarsiPrima di narrare la parabola del giudice iniquo, Luca ci fa sapere perché Cristo l’ha inserita nel proprio insegnamento: “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1).
La preghiera cristiana, secondo questo insegnamento, ha insomma bisogno di due principali caratteristiche: essere ininterrotta; non essere soggetta alla stanchezza.  Ma quale stanchezza?Cominciamo col secondo elemento: “pregare senza stancarsi”. Di che stanchezza si tratta? Certo, la preghiera esige concentrazione, lotta contro le distrazioni, in certo qual modo un affaticamento mentale. E’ questa la stanchezza di cui parla Gesù? Non ci sembra proprio. Non è in questione la stanchezza fisica o quella psicologica. Infatti, quando uno è stanco fisicamente o mentalmente, il suggerimento di Cristo è prima di tutto il riposo: cfr. Mc 6,31 e Mt 9,36.
Inoltre, se è una stanchezza di cui si può dire “non stancarti”, allora è di diversa natura da quella fisico-psichica. L’unica stanchezza di cui si può dire “non ti stancare” è infatti quella stanchezza che risulta dall’affievolimento della fede. La stanchezza che non dobbiamo avere è quella del dubbio, del cedimento interiore della certezza dell’aiuto di Dio. In tal modo la preghiera sarebbe indebolita in partenza e sterilizzata alla radice. Ecco perché se la preghiera vuole essere efficace non può e non deve essere soggetta alla “stanchezza” della fede.
E’ possibile pregare ininterrottamente?Più difficile a capirsi (oltre che a farsi) ci sembra quest’altra esigenza della preghiera cristiana. Pregare ininterrottamente! Ma come si fa con tutti gli impegni che ci sommergono appena ci alziamo dal letto?
Per capire cosa sia la “preghiera continua” occorre ampliare la prospettiva sull’intera rivelazione biblica, dal momento che la preghiera ininterrotta è richiesta anche ai Patriarchi, e precisamente ad Abramo. Ci riferiamo al brano di Gen 17,1, dove incontriamo il primo insegnamento biblico sulla preghiera ininterrotta: “Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a Me e sii integro”. Da qui comprendiamo una cosa essenziale: la preghiera non consiste nel parlare con Dio, ma nel vivere ogni istante della vita quotidiana alla sua Presenza. Questo insegnamento ritorna chiaramente nel racconto della Passione; nell’orto degli Ulivi, Gesù dice ai suoi discepoli: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Mc 14,34). Gesù non chiede che i discepoli si mettano lì a conversare con Lui, ma chiede solo la loro presenza. Pregare significa infatti essere presenti a Colui che è Presente. In definitiva, pregare è amare. E non si ama con le parole. Nell’amore le parole esprimono “una disposizione di dono” della persona; ma talvolta può esserci la “disposizione di dono” senza le parole. Come nella vita di coppia, non sempre si parla, ma ciò che conta è la disposizione personale del reciproco dono.
Chi giunge a vivere la propria giornata “alla presenza di Dio”, si può dire che ha attuato l’insegnamento evangelico della preghiera continua, ripreso anche dall’Apostolo Paolo: cfr. Ef 6,18 e 1 Ts 5,17, ma anche nell’intendere il vivere cristiano, cioè la quotidianità, e non solo la preghiera liturgica, come un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2).
              “Quale padre darà una pietra al figlio che gli chiede un pane?” (cfr Lc 11,9-13)
Prima di parlare della preghiera, Cristo tiene a precisare chi è Colui a cui la nostra preghiera si rivolge. Al discepolo che gli chiede “insegnaci a pregare”, Gesù risponde: “Quando pregate, dite: Padre…” (11,2). Il tema della paternità di Dio è poi ripreso dopo la parabola dell’amico importuno: un uomo può anche soccorrere un amico solo per la sua insistenza, ma un padre non ha bisogno dell’insistenza dei figli, per beneficarli, perché li ama. Anche un uomo malvagio può fare del bene solo per essere lasciato in pace (Lc 18,4-5), ma al proprio figlio non darà un sasso se gli chiede del pane (11,13). Nella stessa maniera il Padre celeste dà il necessario all’uomo, ma soprattutto gli dà il regalo che in senso assoluto è necessario: lo Spirito Santo (v. 13). Ma è proprio su questo terreno che si gioca l’autenticità della preghiera cristiana. Cfr. anche 1 Re 3,5-15.
Un altro elemento di estrema importanza nell’insegnamento di Gesù è la fede che deve accompagnare la preghiera. La mancanza di fede o il tarlo del dubbio rischiano di vanificare l’efficacia della preghiera cristiana: “Se avrete fede e non dubiterete… direte a questo monte levati di lì e gettati nel mare, e ciò avverrà. Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete” (Mt 21,21-22). E il passo parallelo di Marco: “Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato” (Mc 11,22.24). In altre parole, la mancanza di fede, che poi altro non è se non sfiducia in Dio, o mancanza di aspettative, come se Dio non fosse abbastanza buono o abbastanza potente da soccorrerci nelle nostre necessità, la mancanza di fede, insomma
, sterilizza la preghiera che così rischia di ridursi a una vuota recitazione di formule.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 9 avril, 2011 |Pas de commentaires »
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