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PREGARE CON UN SALMO – SALMO 131 (130) di sr. Anna Maria Tittarelli r.c.

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PREGARE CON UN SALMO – SALMO 131 (130)   di sr. Anna Maria Tittarelli r.c.  

Israele ha manifestato nei salmi tutta la vita dell’uomo, le speranze e le attese della storia. Questa manifestazione Cristo l’ha fatta propria, l’ha riconosciuta e l’ha compiuta  e per questo la Chiesa ce la offre perché anche noi impariamo a pregare come il Cristo  ha fatto, nella storia e per il mondo.  I Salmi sono la nostra vita divenuta preghiera.

“Nei salmi come in uno specchio ritroviamo anche il nostro volto”.                              

(S. Atanasio)

“Preghi? Sei tu che parli a Dio. Leggi? È Lui che ti parla. I salmi sono contemporaneamente Parola di Dio al suo fedele e parola d’uomo a Dio.”                                          

  (S. Gerolamo) SALMO 131 (130)      

… come bimbo svezzato…

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. Speri Israele nel Signore, ora e sempre.

Sguardo a Dio, il Signore! Sguardo su di sé: nel cuore nello sguardo nessun orgoglio nessuna superbia ma umiltà verità.  Immagine del bimbo tra le braccia della mamma. Tra le braccia del Dio della tenerezza che ci ama più di una madre: tranquillità e sicurezza                 fiducia abbandono filiale   speranza per l’oggi e per il futuro  

L’ESPERIENZA DEL SALMISTA Il salmista nella sua preghiera si rivolge al Signore esprimendo il suo stato d’animo con l’immagine di un lattante tranquillo, sazio e silenzioso, stretto al seno di sua madre. Il sorriso materno sembra venire a cicatrizzare le sue ferite piccole e grandi dovute ad esperienze negative. Rannicchiato nella calda intimità di un amore tenero e forte, il giusto guarda senza più invidia il mondo e le sue grandezze. La pace è una conquista raggiunta vincendo la tentazione dell’orgoglio e della superbia che rovina la vita propria e quella degli altri; lasciando spazio alla vera umiltà che non è mediocrità o disinteresse, ma è riconoscimento della propria situazione, della propria realtà. Quello del salmista è un cammino di liberazione dalle passioni per giungere ad una libertà e ad un sereno equilibrio che gli permette di godere la gioia e la pace di vivere alla presenza di Dio. Egli si sente profondamente e teneramente amato da Dio che, come una sollecita mamma, lo fa crescere cullandolo tra le sue braccia. Il salmista sperimenta la consolazione di Dio e il suo amore appas-sionato, descritto dal profeta Isaia:  (dice il Signore:) “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò mai…” (49,15) “…i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così Io vi consolerò…” (66,13) “Dice il Signore Dio, il Santo di Israele: <Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza>”  (30,15) Il salmista termina la sua preghiera augurando a tutto il popolo quella libertà, quella pace del cuore che è frutto della speranza e di un abbandono totale in Dio. La pienezza di Dio genera calma e silenzio, e la felicità di essere un <bimbo> amato!   L’ESPERIENZA DI GESU’

Un bambino tra le braccia della madre: immagine tanto umana, ordinaria; ma quando il Figlio di Dio in persona  si è abbandonato a quel modo nelle braccia di Maria, questa umile realtà ha assunto un carattere sacro che ci rimanda all’amore di tenerezza di Dio. L’esperienza che Gesù bambino ha fatto, ce l’ha rivelata parlandoci di Dio che è Padre nel suo amore forte e appassionato; che è <madre>  nel suo affetto di tenerezza e nella sua sollecitudine. Credendo a questo amore possiamo veramente abbandonarci e vivere come bambini: “…se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. …” (Mt 18,2-5)  Diventare come bambino nel senso di Cristo è un segno della maturità cristiana. Gesù, nella sua sollecitudine, vuol farci recuperare la dimensione della pace e della serenità che si appoggia più nel Signore che nelle cose: “…perché vi affannate? ..non state con l’animo in ansia…cercate il regno di Dio…”  (Lc 12,22-32) È a coloro che si sentono <piccoli> che viene rivelato il mistero dell’amore salvifico di Dio: per questo Gesù loda e benedice il Padre.      (cfr. Mt 11,25-26) Gesù ha vissuto continuamente unito al Padre, sentendosi Figlio che riceve tutto da Lui e che tutto dona al Padre, con il quale è in comunione d’amore: “…non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite.” (Gv 8,28-29) Gesù ha sperimentato in pienezza l’abbandono nelle mani del Padre, tutta la sua vita, fino alla fine: “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46)  

LA MIA ESPERIENZA CRISTIANA

Uno degli aspetti fondamentali della vita cristiana è l’atteggiamento di umiltà e di semplicità: caratteristiche del bambino che si affida totalmente all’amore della madre e del padre. Stare tra le braccia di Dio è l’esperienza più gioiosa che posso fare: ho già sentito  questa  pace del cuore,  questa  sicurezza in  Dio? Il nostro mondo di oggi è un mondo di violenza, di rumore, di velocità: mi lascio prendere da tutto questo oppure cerco quei valori di silenzio, di semplicità, di preghiera, che fanno maturare la mia vita cristiana? So cercare in Dio la pienezza della mia vita, rinunziando a crearmi ambizioni e desideri di successo secondo il criterio del mondo? La pace del cuore deriva dall’umiltà che è superamento della tentazione dell’orgoglio, della presunzione che mi allontana da Dio: come posso fare questa esperienza di umiltà?   ADORAZIONE Guardo Gesù che si è fatto Bambino, che ha sperimentato cosa vuol dire crescere come figlio amato. Anch’io sono una figlia, un figlio, amato dal Padre che vuole riversare su di me tutti i suoi doni di tenerezza, di sicurezza, di grazia e di consolazione. Guardo alla mia vita e chiedo perdono al Signore per la mia poca umiltà, per quell’orgoglio che mi ha allontanato da Lui, che mi ha dato la presunzione di sentirmi migliore degli altri. Mi lascio prendere tra le braccia di questo Dio e chiedo a Gesù la grazia di convertirmi per diventare quel bambino che Lui vuole: un bambino felice perché si abbandona a Colui dal quale si sente protetto.

Preghiera Guarda Signore, il mio cuore umiliato ma pentito e perdona tutti i miei peccati: quando ho cercato di fare cose che oltrepassano le mie forze; quando mi sono vantato presso i semplici; quando mi sono sforzato per glorificare me stesso. Mi umilio profondamente perché tu, Signore, possa discendere fino a me.                            

S. Agostino

LA PREGHIERA, UN CAMMINO – ENZO BIANCHI

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LA PREGHIERA, UN CAMMINO – ENZO BIANCHI

« L’opera più difficile è la preghiera ». La preghiera cristiana appare come la faticosa e quotidiana lotta per uscire dalle immagini manufatte del divino per andare verso il Dio rivelato nel Cristo crocifisso e risorto, vera immagine di Dio consegnata all’umanità.              

« L’opera più difficile è la preghiera ». Quanti giovani si sono sentiti dare questa risposta dall’anziano. E la difficoltà, come la preghiera, resta nel tempo pur assumendo sfumature differenti. Ogni generazione, e ogni uomo in ogni generazione, ha il compito di raccogliere l’eredità di preghiera che gli viene consegnata e la responsabilità di ridefinirla. E di ridefinirla vivendola! E oggi è difficilmente comprensibile quella definizione della preghiera come « elevazione dell’anima a Dio » che ha traversato tanto l’Oriente come l’Occidente. Dopo Auschwitz è stato posto l’interrogativo circa la possibilità stessa della preghiera. Ma io penso che la risposta non debba limitarsi a rimpiazzare il titolo di « Onnipotente » dato da sempre a Dio con quello di « Impotente » (vi è chi parla dell’ “onnidebolezza” di Dio). Mi sembra che così si resti sempre all’interno di una logica di teodicea. Invece, prendendo sul serio il fatto che molti anche ad Auschwitz, come in tanti altri inferni terreni, sono morti pregando, penso che si possa comprendere la preghiera come cammino del credente verso il suo Dio. O meglio, come coscienza di tale cammino. La preghiera cristiana appare così come lo spazio di purificazione delle immagini di Dio. Dunque come la faticosa e quotidiana lotta per uscire dalle immagini manufatte del divino per andare verso il Dio rivelato nel Cristo crocifisso e risorto, vera immagine di Dio consegnata all’umanità.           Se la preghiera è il colloquio fra Dio e l’uomo, fatto di ascolto della Parola divina contenuta nelle Scritture e di risposta umana (risposta che implica anche responsabilità), essa allora è la via che apre l’uomo alla dimensione della comunione, con Dio e con gli altri uomini. Così essa diviene adattamento dell’uomo all’ambiente divino, vita davanti a Dio e con Dio, relazione con Dio. Nella preghiera il cuore, cioè il centro della persona, si concentra su Colui che gli parla, che lo chiama, e così si decentra da sé entrando nel movimento dell’ “estasi”, dell’uscita da sé per conoscere e incontrare il Signore. Così avviene la preghiera: come costante e interminabile itinerario del credente verso il suo Dio, un Dio la cui conoscenza non è mai già data, ma sempre « diviene » in una storia, in una vita. E non è neppure mai pienamente realizzata: la preghiera infatti è ricerca del volto di Dio, ricerca incessante e ostinata da parte di colui che è stato vinto da una Presenza, anche se forse questi non saprà mai pienamente render ragione, tradurre verbalmente l’esperienza ineffabile che ha vissuto, che l’ha segnato e che ha fatto di lui un credente.            La preghiera allora è la coscienza della vita cristiana come cammino verso Dio. Un Dio che è invisibile e silenzioso, ma la cui invisibilità e il cui silenzio sono quelli del Padre: non è l’assente, ma il Presente che cela la sua presenza dietro al silenzio e al nascondimento, è il Padre che, grazie al suo ritiro e al suo silenzio fa della sua presenza un appello, una chiamata, una vocazione. E così la preghiera, forma di comunicazione con Colui che non si vede e che resta nel silenzio, può rispondere a tale appello liberando la libertà dell’uomo, la sua espressione, portando l’orante alla conoscenza di sé mentre lo guida alla ricerca di Dio. La preghiera dell’uomo a Dio è la risposta alla preghiera che Dio rivolge all’uomo. In questo dialogo entra tutto l’uomo: l’uomo è attesa, domanda, desiderio, relazione… e la preghiera conosce le sue molteplici modulazioni: ringraziamento, invocazione, intercessione, richiesta…           « Norma » della preghiera cristiana è la preghiera di Gesù, il Figlio di Dio: la sua preghiera conosce anche il non-esaudimento nel momento cruciale del Getsemani, quando Gesù chiede al Padre che « passi da lui quell’ora » tragica, che gli possa essere risparmiato il calice dell’amarezza, ma tutto rimette al compimento della volontà di Dio, non della sua. La preghiera non è la sublimazione del desiderio umano, la richiesta che Dio compia la nostra volontà, ma il cammino attraverso il quale avviene il riconoscimento e l’accettazione della volontà di Dio. Cioè avviene la sempre migliore conoscenza di Dio e il conseguente adeguamento della relazione a tale conoscenza. L’esperienza mostra che la preghiera muta in una stessa persona, al trascorrere degli anni. Solo così essa è reale relazione con Dio, relazione che resta viva, che non si atrofizza. Fine di tale cammino e di tale relazione è la conformazione di una vita all’immagine di Dio che è Gesù il Cristo.

(Teologo Borèl) Luglio 2012 – autore: Enzo Bianchi

Publié dans:Enzo Bianchi, preghiera (sulla) |on 1 mars, 2016 |Pas de commentaires »

UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

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UMORISMO, ULTIMO DONO DELLA PREGHIERA

ALESSANDRO MAGGIOLINI

La preghiera non intristisce? Non toglie il gusto della vita? Non rende incapaci di sorridere? Non lega ad una maschera di ascetica truce? Non impone il disinteresse per ciò che passa? Non consegna ad una fatalità senza scampo, a cui occorre soltanto piegarsi, come giunchi al passare della corrente?… Niente, e così sia: e ci teniamo la nostra mestizia. Insomma, i credenti che pregano, sanno ancora cantare, raccontare una barzelletta, godere delle cose di ogni giorno? Nel mondo d’oggi fan da orchestra o da platea?… Verrebbe voglia di prendere in contropiede le domande. Davvero viviamo in un mondo che scoppia dalla felicità? O ridiamo a comando: quando il comico giunge alla battuta e alla televisione, fuori campo, compare il cartello luminoso: «applausi», e tutti battono le mani come collegiali? E il comico è felice, dentro; o fa il mestiere di suscitare l’ilarità? E son canti di allegria quelli che si ascoltano al juke-box – e magari non si capisce una parola -, o sono un modo di coprire col rumore una tristezza che non si riesce ad accettare? E gli stessi giovani, che dovrebbero essere il domani, la speranza, la freschezza dell’esistenza, son davvero felici, spensierati e serenamente impegnati come talvolta si assicura? O affogano spesso nella noia? O si inaspriscono spesso nella rabbia, nell’odio? Non vale imbastire polemiche. Ma occorre pure accordarsi su che cosa voglia dire gioia, serenità, pace, allegria. È il chiasso della bisboccia? È l’evasione dai problemi? È il darsi pacche sulle spalle? È lo stordirsi fino all’esaurimento?…

Torniamo alla preghiera. C’è un «test» infallibile per valutare se si tratta di preghiera autentica o di contraffazione. Ed è questo: vedere se ci si alza dal colloquio con Dio rasserenati ed impegnati al tempo stesso, o se ci si alza affranti o irritati. Nel secondo caso, quel che si è fatto non è preghiera: è narcisismo; un guardarsi allo specchio per detestarsi – ne abbiamo tutti i motivi – o per compiacerci – fa tenerezza questa candida e un po’ stupida esaltazione di noi stessi -; o è un caricarci di aggressività: il prender coscienza delle esigenze dell’uomo e il buttarci con risentimento, con disperazione nel nostro compito di aiutare i fratelli, camusianamente, senza neppure la consolazione d’avere un Dio da bestemmiare, contro cui avventarci. No, la preghiera vera è genesi d’umorismo. D’umorismo, che è cosa diversa dall’ironia e dal sarcasmo. L’ironia è atteggiamento freddo, arido, distaccato. Il sarcasmo è perfino disprezzo e volontà di distruzione: parte da uno scetticismo cattivo che mette in ridicolo per umiliare, per annientare… L’umorismo… L’umorismo, dicevo, è frutto della preghiera. Bisogna chiederlo al Signore perché è arte difficile, e non sempre la natura lo consente pienamente. E un osservare le persone e le cose con simpatia, sapendo cogliere gli aspetti positivi anche là dove tutto sembrerebbe da condannare – il mezzo bicchiere pieno, non il mezzo bicchiere vuoto -; è un riuscire a godere delle vicende più usuali, quelle che càpitano nei giorni qualsiasi e che ci lasciamo scivolare accanto senza neppure badarci… E tutto ciò non con l’aria indifferente del disinteressato, dallo scettico blu, ma con la partecipazione cordiale di chi vuole costruire la storia, mutare il mondo, o non so cosa; ma pure non si lascia impaurire dall’ultimo fatto di cronaca: guarda lontano e si impegna come può. Come Dio, questo supremo barzellettista e comico che «gioca – dice la Scrittura – nel mondo», ma pure vi è presente fino a morirne… La preghiera: consola e spinge ad assumere le proprie responsabilità. Non c’è ideologia che riesca a consolare una donna brutta. Non c’è politica Che riesca ad esigere, col pane, i gerani alla finestra… Eppure si tratta di cose importanti… Lasciatemi ripetere una frase vieta, amici: un cristiano triste è un triste cristiano. Per invitare a pregare.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 18 février, 2016 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

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LA PREGHIERA COME LOTTA. DI DAVID MARIA TUROLDO

Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti (la stoltezza è sempre dannosa) è che la preghiera sia <<alienazione>>, fuga mundi, <<abdicazione delle proprie responsabilità>> e via dicendo sciocchezze in proposito. Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali, e ignora un fatto: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, uno che non obbedisca a nessuno tranne che a Dio; se c’è uno pericoloso, questi è – in modo particolarissimo – l’uomo di prehiera. Si capisce: uomo di autentica fede e di vissuta preghiera. Come Cristo, che perciò sarà ucciso. <<Passava tutta la notte in preghiera>> (luca 6, 12), e poi nel giorno operava. E così, in occasione di ogni avvenimento decisivo <<si ritirava in solitudine a pregare>> (Luca 5, 16), poi si calava nella lotta: basti ricordare il passaggio dall’orto del Getzemani all’ultima notte, a lottare con la morte. E rimarrà solo, abbandonato da tutti, e sarà invincibile: contro tutti i pontefici e i politici,  gli scribi e i farisei e la folla, tutti per l’occasione divenuti amici. Egli invece, proprio in quelle circostanze, dirà: <<Confidate in me, io [oggi] ho vinto il mondo>> (Giovanni 16, 33). Ha vinto il sistema, non ha ceduto, non ha accettato compromessi, perchè <<Dio era con lui>> (Atti 10, 38): perciò lo risusciterà anche dai morti, quando appunto <<Iddio lo avrà esaudito per la sua pietà>> (Ebrei 5, 7). E così continuerà anche dopo, specialmente dopo! Neppure la morte conterà più per un uomo di preghiera. E quanto era stato prefigurato e predetto dalle vite e dalle parole dei profeti, veri uomini di preghiera e di scontro, che costellano tutta la storia della salvezza: una storia mai pacifica. Si potrebbe leggere sotto questo aspetto lo stesso Esodo, per tutto dire: un’opera che è, prima che di lotta, proposta di ricerca e di colloquio con Dio. Di un Dio che parla a Mosè e al suo popolo; e di un popolo che è salco e liberato quando ascolta il suo Dio. E tale è l’essenza più vera della preghiera. Sotto questo aspetto si potrebbe anche dire che tutta la Bibbia non è che un grande unico esodo, che finisce precisamente con la vittoria sulla morte: programma di vita che attende di avverarsi in ciascuno di noi. In proposito, cioè a riferimento della preghiera come lotta di liberazione e salvezza, sarà bene portare almeno alcuni episodi: esempi classici di oranti che prima si caricano di Dio e poi scendono in guerra. Uno di questi è l’episodio di Mosè sul monte (Esodo 17, 8-13), sopra la pianura dove si combatteva l’aspra e incerta battaglia di Giosuè contro Amalek (contro questa figura di nemico eterno di Israele, come risulta dal monumento al milite ignoto ebreo eretto a Parigi nel 1956, dove si legge la famosa iscrizione: <<Ricordati di Amalek>>). Fin d’allora Mosè è presentato come l’immagine di una preghiera ininterrotta e vittoriosa. Per la quale bastava tenere le braccia levate al cielo, e rimanere così, in silenzio. Per dire che le sorti sono decise al di sopra di noi, e però mai senza il nostro coinvolgimento e responsabilità, e rischio e nostra donazione totale. Cioè, mai senza che noi, appunto, guidati dalla fede in questa visione e confidenti nell’arma segreta della preghiera, scendiamo in battaglia e ci buttiamo allo sbaraglio. Tutto questo mentre la preghiera continua assoluta. Infatti, quando a Mosè cadevano le braccia, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Giosuè perdeva; quando invece le braccia tornavano a levarsi, ecco che l’esercito di Israele avanzava. E perchè la stanchezza di Mosè fosse vinta e Giosuè non avesse a perdere, Aronne e Cur pensarono di tenere alte le stanche braccia del vegliardo con delle pietre, e così non venisse rotta la preghiera, il rapporto segreto e decisivo. Si badi, in base al racconto, che non occorre si facciano discorsi (noi parliamo troppo, mentre il Padre sa e ci ama); basta che uno stia sul monte con il bastone di Dio in mano e con le braccia levate. Cosa che per noi ora è garantita in eterno: e guarderemo al monte soltanto. Lassù terremo lo sguardo immobile, là dove Uno ha sempre le braccia alte nel cielo, aperte sul mondo… (D.M.Turoldo, Chiesa che canta, 6, Bologna 1982, p. 54) Altro evento famoso, sarebbe la vicenda di Giuditta. Per capirci subito, è bene ricordare, da una parte, Nabucodonosor e tutto ciò che il suo nome e il suo regno significava per Israele, ricordare le armate di Oloferne venute dalla grande Ninive. Dall’altra, tutta la Giudea sbigottita, in preda a indescrivibile tremore: Quando gli israeliti che abitavano in tutta la Giudea sentirono la fama di Oloferne, comandante di Nabucodonosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi eli aveva votati allo sterminio, furono presi da indescrivibile terrore all’avanzarsi di lui e furono costernati a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore, loro Dio [...] Nello stesso tempo ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande impegno. Essi con le mogli e i bambini, i loro armamenti e ogni ospite e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. Ogni uomo e donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore.[...] Il Signore porse l’orecchio al loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e in Gerusalemme davanti al santuario del Signore onnipotente. (Giuditta 4, 1-13) Da ricordare, nel mezzo del racconto, il discorso di Achior, condottiero degli ammoniti, ispirato dal profondo timore per la stessa natura d’Israele, di questo popolo da non prendere mai alla leggera, per via precisamente del suo misterioso rapporto con la divinità: <<Io riferirò la verità sul conto di questo popolo>> (Giuditta 5, 5). Tutta una storia che doveva indurre chiunque a riflettere, come risulta dalla stessa conclusione di Achior <<Ora [...], se vi è qualche aberrazione in questo popolo, perchè ha peccato contro il suo Dio, se cioè ci accorgiamo che c’è in mezzo a loro questo inciampo [nel caso cioè che non è più fedele a Dio], avanziamo e diamo loro battaglia>>; diversamente, non li si attacchi per <<non diventare oggetto di scherno davanti a tutta la terra: poichè il loro Dio si è fatto loro scudo>> (Giuditta 5, 20-21). Consiglio terribile, non ascoltato, anzi deriso dagli ufficiali, dalla turba, e specialmente dalla boria di Oloferne: Il loro Dio?… <<E che altro dio c’è se  non Nabucodonosor?>> (Giuditta 6, 2). Invece sarà proprio un altro Dio che non è Nabucodonosor (e neppure Hitler) a decidere la sorte. Sarà, in questa occasione, un Dio che si serve di una donna, di una giovane vedova (doveva essere bellissima, per sedurre tutti: <<Era molto avvenente nella persona>> [Giuditta 8, 7]; tanto bella che per lei si canterà una specie di canto alla bellezza, fattasi potenza e grazie invincibile: <<Tu sei la gloria di Gerusalemme>> [Giuditta 15, 9]; lo stesso inno che poi si canterà per un’altra Donna chiamata tota pulchra, vittoriosa perfino sul famoso serpente). Dunque, Betulia era assediata da ogni parte ormai, e la sete doveva inaridire le gole di tutti gli israeliti fino a rendere rauche le voci che gridavano al cielo. Gli anziani stavano per cedere e consegnare la città al nemico. E’ allora che Giuditta decide di agire. Proprio dopo aver pregato con la faccia a terra e sparsa la cenere sul capo, <<messo allo scoperto il sacco di cui sotto era rivestita, nell’ora che veniva offerto nel tempio in Gerusalemme l’incenso della sera>> (Giuditta 9, 1). A questo punto la preghiera di Giuditta parla da sè: Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano la spada della vendetta contro gli stranieri, contro coloro che hanno sciolto a ignominia la cintura di una vergine [...] Per questo hai consegnato alla morte i loro capi e al sangue quel loro giaciglio [...] Dio, Dio mio, ascolta anche me che sono vedova [...] Or ecco gli assiri hanno aumentato la moltitudine del loro esercito, vanno in superbia per i loro cavalli e cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e ignorano che tu sei il Signore che disperdi le guerre; Signore è il tuo nome! Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira [...] Guarda la loro superbia, fà scendere la tua ira sulle teste; infondi a questa vedova la forza di fare quello che ho deciso [...] Spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. Perchè la tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il regno; tu sei invece il Dio deli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. Sì, sì, Dio del padre mio e di Israele tua eredità, Signore del cielo e della terra, creatore delle acque, re di tutte le creature, ascolta la mia preghiera [...] Dà a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio d’ogni potere e d’ogni forza e non c’è altri fuori di te, che possa proteggere la stirpe di Israele. (Giuditta 9, 2-14) Questa è preghiera! Preghiera che diventa decisione, forza operante e irresistibile: certezza del fedele e terrore del nemico. Fantasia e bellezza in azione. Con tutto quello che segue: con tutte le conseguenze che ormai si sanno; o meglio: sono risapute da quanti almeno hanno, come Achior, un pò d’intelligenza e di attenzione al mistero della storia, alla storia che è opera non solo di politici e di generali; cose risapute da quanti avvertono che non ci si cimenta con uomini di fede: che mai si conosce sconfitta per un uomo di preghiera, sceso in battaglia. Ma bisogna che sia vera preghiera, come quella di Mosè contro il Faraone; come quella di Giuditta contro Oloferne, <<presso il divano di lui>> (Giuditta 13, 4), fradicio di orgoglio e di orge del potere e di gozzoviglie (finisce infatti sempre così questa gente, sia pure dopo aver sterminato tanti poveri; ma non tutti, non tanti che non rimanga qualcuno che mozzi loro la testa alla fine). Signore, Dio di ogni potenza, guarda propizio in quest’ora [...]: è venuto il momento di pensare [...] (Giuditta 13, 4). E’ il momento in cui la preghiera si fa azione, e tu irrompi nella mischia con la forza di Dio, ma sei tu che devi irrompere. Così, <<con tutta la forza di cui era capace>> (Giuditta 13, 8). Ma chi può mai misurare la forza di un fedele in quel momento? Chi l’ha mai potuta contenere o vincere? Quella è una forza che neppure i più infernali strumenti di tortura e di morte potranno sconfiggere. <<Con tutta la forza di cui era capace… [ed era una donna, una giovane vedova, una fragile creatura] gli staccò la testa. Indi ne fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via le cortine dai sostegni>> (Giuditta 13, 9). Poco dopo, con la testa di Oloferne nel sacco, attraversando il campo nemico, uscì lei e l’ancella <<per la preghiera, secondo il loro uso>> (Giuditta 13, 10). Le stesse cose si dicono per Debora e per Ester e per Anna…, per Maria, la fanciulla di Nazareth che si mette a cantare sui monti di Giudea: <<Ha deposto i potenti dai loro troni [...]; ha disperso i pensieri dei loro cuori [...] Ha mandato via i ricchi a mani vuote [...]>> (Luca 1, 51-53). Un canto da rivoluzione cristiana. Ed è una preghiera, il canto di una fanciulla inerme, della più mite di tutte le creature. E dunque, per riprendere i pregiudizi elencati in apertura d’articolo, ecco che la preghiera è sempre un’azione opposta all’alienazione e a una fuga dal mondo. Certo che esistono anche queste storture: specie quando si pensa alla religione come un’evasione, e ci si rifugia nel grembo di una chiesa per paura, o peggio ancora, per disprezzo del mondo e della storia. Chi ha paura non ha fede, chi disprezza non ama, non è sulla via di Dio. In questo caso la religione e la cosiddetta vita spirituale sono un equivoco, un’ambiguità. Nulla di più illudente di una vita di preghiera nutrita di viltà e di paure: Dio diventa un alibi, un attaccapanni delle nostre responsabilità. Nulla di più offensivo che la preghiera di uno, il quale, nella guerra, ringraziava Iddio perchè la bomba era caduta sulla casa del vicino e aveva risparmiato la sua. Quando in quel caso non c’era che da dividere col fratello con il comune pianto e scendere tutti in campo a lottare, carichi della divina forza, affinchè non si gettassero più bombe sulla casa di nessuno. Questa, e solo questa è preghiera: luce che si fa intelligenza, necessaria comprensione di quello che si deve fare e come fare; e forza per cambiare e far nuove tutte le cose. Perciò , per pregare bene bisogna conoscere il tempo, il proprio tempo, e il proprio impegno e dovere; e la volontà e il disegno di Dio che opera sempre nella storia. Il cielo del nostro Dio è la storia; la storia e la natura e il tempo sono i suoi spazi teologici, il teatro delle sue operazioni, la creazione è il regno inesauribile dei segni della sua presenza, il grande infinito simbolo delle sue manifestazioni. Dunque è qui che si deve agire e operare, e incontrarsi e realizzarsi. Nessuno è tanto <<contemporaneo>> e presente alla propria epoca quanto il vero uomo di preghiera: tanto da muoversi, come pochi, sul piano del mistero più che esaurirsi nella ingannevole linea dei fenomeni; e cioè, perseguendo un senso di ciò che accade, più che lasciarsi travolgere dall’apparente trionfo di ciò che muore. A questo punto, e allargando a una visione più completa di quanto mi preme dire sull’orante, come ho imparato dai miei maestri di vita spirituale (specie da Vannucci), mi sia consentito di riportare qui alcuni pensieri che ho premesso al libro La nostra preghiera, in uso presso la nostra comunità (La nostra preghiera, liturgia dei giorni, Sotto il Monte 1996, pp. 7-8). [...] Per rispondere al mondo e ai tempi, non già dunque preghiera come alienazione, ma preghiera come ascensione di tutto l’essere in Dio; come salvare l’esistenza dalla dispersione, un riassumerla per riversarla nel mare di Dio. Che vuol dire riassumere la storia, gli avvenimenti e le gioie degli uomini. E a piedi nudi accostarci [...] al roveto che arde e non consuma; e alla sua fiamma scoprire il mistero e leggerne i significati e capire come la nube ancora ci copre, accompagnandoci nel giorno, e la colonna di fuoco ci precede la notte. Che vuol dire ancora: tutta la terra che canta perchè <<io sono la coscienza della terra>>: la terra intera che loda e adora. Perchè così è l’uomo: terra che prega, quando prega; terra che bestemmia e odia, quando odia e bestemmia. <<Altissimo onnipotente bon Signore…>>. Ecco perchè la preghiera è un momento cosmico; e quando il salmo dice che <<narrano i cieli la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani>>, oppure, che <<il giorno al giorno tramanda il messaggio, e la notte alla notte>>, in realtà sono io la voce dei cieli, io che annuncio e che tramando ai giorni e alle notti la lieta notizia: sono io la voce di tutte le creature; per cui l’uomo pio è colui che porta tutta la creazione a Dio, e l’empio è colui che la distacca e la profana, colui che la rende vuota, cioè atea. E’ però non solo il momento dell’ascesa e della conquista, il momento del riassumersi e dell’espandersi nell’infinito di Dio, fino a raggiungere la radice del canto e della pace, ma insieme un caricarsi di Dio per esplodere nel tempo e nella storia con la stessa forza di Dio; cosicchè nulla ti possa fermare nell’obbedirgli, nulla che ti sia di scandalo o d’inciampo: neppure la morte; e tu, pure avanti con gli anni, oppure preso da stanchezza e tentato di scoraggiamento a causa dei tuoi peccati e del peccato del mondo, mai venga meno, ma respirando sempre questo <<respiro di Dio>> (en-tô-theôásma) come il pellegrino russo, tu possa sempre continuare il tuo cammino, e tutta la chiesa con te: la tua famiglia forse, la tua comunità, la piccola come la grande chiesa. Perchè è nella preghiera che Iddio tesse i fili della nostra fraternità: degli sposi tra loro, dei genitori coi figli, dei fratelli; perfino i fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure anche tra fratelli di diversa fede. Perchè i confini dell’uomo di preghiera sono gli stesi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perchè allora è avere lo stesso Spirito santo di Dio in noi, a gemere con gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo Spirito che si libra sopra gli abissi…

Publié dans:preghiera (sulla) |on 16 février, 2016 |Pas de commentaires »

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA – RENÉ VOILLAUME

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/voillaume_pregare_per_vivere4.htm

I FONDAMENTI UMANI DELLA PREGHIERA – RENÉ VOILLAUME

Ho avuto più volte occasione di costatare che, quando pretendiamo di non aver tempo per pregare, si tratta, nella maggior parte dei casi, non di una reale mancanza di tempo, ma di una specie di impossibilità psicologica di trovare il tempo necessario provocata da uno stato interiore di precipitazione e di tensione.
La nostra vocazione ci obbliga a trovare la via di una preghiera contemplativa senza smettere di frequentare la società degli uomini, ed è quindi indispensabile per noi usare i mezzi necessari per pervenire a uno stato di calma interiore.
Questa condizione preliminare ci sembra forse molto terra terra e di ordine puramente psicologico, e saremmo portati a credere che sia più perfetto il prodigarsi senza limite e l’attendere tutto dall’azione della grazia, nella nostra vita di relazione con Dio. Certo, Dio può fare in questo campo ciò che vuole. Tuttavia sarebbe sbagliato trascurare di metterci in uno stato di calma interiore, senza il quale non vi è raccoglimento. Sarebbe errore grave il non prendere in considerazione tutte le condizioni naturali che possono aiutare la fedeltà alla preghiera.
Quante famiglie religiose, quanti sacerdoti sono oggi sciupati per questa mancanza di semplice saggezza elementare!
Perché, questo stato di precipitazione interiore è così frequente, e quali ne sono le cause?
In primo luogo, vi è una predisposizione dovuta al temperamento o ad abitudini interiori; possiamo sempre migliorare il nostro temperamento con la grazia di Dio e con pazienza instancabile, con l’umiltà e la perseveranza. Non dobbiamo mai pretendere un risultato immediato, né superare con sforzi immani la possibilità psicologica del momento. La generosità è totale quando mettiamo tutto il nostro sforzo: andare oltre, non è più generosità, ma presunzione o errore di valutazione della nostra natura umana.
Vi è poi l’influenza dell’ambiente esterno, con tutte le conseguenze di nervosismo, di fatica, di mancanza di sonno sufficiente. In questo campo non si fa, certo, sempre come si vorrebbe, ma è già molto cercare di fare tutto ciò che si può, nei limiti del proprio dovere. Talvolta crediamo che la generosità e la grazia di Dio possano permetterci di affrontare, senza danno, qualsiasi ritmo di vita o qualsiasi atmosfera di eccitazione sensibile. Molto spesso, la causa più importante e più sottile di questo squilibrio va ricercata in noi stessi: ed è un vago senso di insoddisfazione profonda, di frustrazione o la mancanza di una felicità che vediamo sfuggirci. Non osiamo confessarlo a noi stessi e, per generosità e fedeltà, in una continua tensione della volontà, ci sforziamo di donarci a Dio e agli uomini, in una spogliazione che ci appare inumana. Si ha come l’impressione che la nostra vita spirituale sia diventata una costruzione instabile e che tutto precipiterebbe se ci si fermasse a riflettere, nella paura di prendere coscienza della propria insoddisfazione.
Dov’è dunque l’errore? Le rinunce dei santi del passato, ci sembra avessero un altro accento: sacrificio di sé, rinuncia totale, sì, ma accompagnata da un senso di pienezza e di pace. Sentiamo confusamente che nell’atmosfera spirituale del mondo attuale vi è qualcosa di inafferrabile, una tendenza, una predisposizione al pessimismo, alla disperazione, che si stempera anche su di noi e ci colora di sé. Non osiamo più confessare di aver un bisogno irresistibile di felicità e di pieno sviluppo personale! Si muore di sete di felicità e ci si immagina che Gesù ci chieda di essere pronti a rinunciarvi e, nel nostro intimo, proviamo un senso di disagio, di inferiorità nei confronti di coloro che, non senza ironia, proclamano il carattere mitico ed egoista della fede nella felicità perfetta di un altro genere di vita.
Crediamo di essere obbligati all’« amore puro », cioè a una forma di amore che .pretenda di rinunciare definitivamente e per l’eternità a ogni desiderio di personale soddisfazione, nel timore di non essere perfetti nella carità.
Dobbiamo ritrovare l’equilibrio dell’uomo, così come Dio lo ha fatto e il Cristo l’ha rifatto, e avere il coraggio di guardare Dio come alla sorgente più completa della felicità e dello sviluppo totale di ogni uomo.
La rinuncia che Gesù ci chiede non è di rinnegare i desideri essenziali della nostra natura umana, ma una temporanea astensione da beni limitati, per meglio assicurarci il possesso definitivo di un bene supremo più grande. In fondo, consiste nel prendere l’abitudine di aspettare una gioia più grande e completa, non solo per lo spirito, ma per tutto il nostro essere. Il Cristo ci parla di tesori che si possederanno e asserisce che quanti rinunceranno a ciò che sembra loro tanto desiderabile quaggiù – famiglia, moglie, figli, ricchezze materiali – riceveranno il centuplo! Finché non avremo accettato, come ragione ultima della nostra vita cristiana, il bisogno di trovare una via più sicura verso una più grande felicità, non attueremo le condizioni di un completo equilibrio spirituale. Certo, dovremo passare attraverso la croce, ma essa sarà come una operazione chirurgica, che guarisce noi e gli altri.
Bisogna passare per essa, guardando al di là.
Non sapremo far meglio di Gesù stesso, che aveva paura di passare per l’agonia del Getsemani e per la croce del Calvario, perché aveva sete, una sete ardente di altro: della fine della sofferenza e della risurrezione e glorificazione della sua umanità.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 18 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

LESSICO DELLA VITA INTERIORE, TEMI – Enzo Bianchi

http://www.atma-o-jibon.org/italiano8/bianchi_lessicointeriore4.htm

LESSICO DELLA VITA INTERIORE

Enzo Bianchi

(metto i primi tre, gli altri, bellissimi, sul sito)

TEMI:
Prima 1′ascolto
Preghiera e immagine di Dio
Preghiera di intercessione
Pregare nella storia
Preghiera di domanda
Preghiera di lode
Preghiera di ringraziamento
Silenzio

PRIMA L’ASCOLTO
«Parla, Signore, che il tuo servo ascolta» (I Samuele 3,10): queste parole esprimono bene il fatto che l’ascolto, secondo la, rivelazione ebraico-cristiana, è l’atteggiamento fondamentale della preghiera. E contestano un nostro frequente atteggiamento che si vuole di preghiera ma che riduce al silenzio Dio per lasciar sfogare le nostre parole. Dunque la preghiera cristiana è anzitutto ascolto: essa infatti non è tanto espressione dell’umano desiderio di autotrascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda.
Per la Bibbia, Dio non è definito in termini astratti di essenza, ma in termini relazionali e dialogici: egli è anzitutto colui che parla, e questo parlare originario di Dio fa del credente un chiamato ad ascoltare. È emblematico il racconto dell’incontro di Dio con Mosè al roveto ardente (cfr. Esodo 3,1 e sgg.): Mosè si avvicina per vedere lo strano spettacolo del roveto che brucia senza consumarsi, ma Dio vede che si era avvicinato per vedere e lo chiama dal roveto interrompendo il suo avvicinarsi. Il regime della visione è quello dell’iniziativa umana che porta l’uomo a ridurre la distanza da Dio, è il regime del protagonismo umano, è scalata dell’uomo verso Dio, invece il Dio che si rivela fa entrare Mosè nel regime dell’ascolto e conserva la distanza tra Dio e uomo che non può essere valicata affinché possa esservi relazione: «Non avvicinarti!» (Esodo 3,5). E ciò che era uno strano spettacolo diviene per Mosè presenza familiare: «lo sono il Dio di tuo padre» (Esodo 3,6). A Prometeo che sale l’Olimpo per rubare il fuoco si oppone Mosè che si ferma di fronte al fuoco divino e ascolta la Parola. A partire da quell’ascolto originario e generante, la vita e la preghiera di Mosè saranno due aspetti inscindibili dell’unica responsabilità di realizzare la parola ascoltata.
Nell’ascolto Dio si rivela a noi come presenza antecedente ogni nostro sforzo di comprenderla e di coglierla. Dunque il vero orante è colui che ascolta. Per questo «ascoltare è meglio dei sacrifici» (1 Samuele 15,22), è cioè meglio di ogni altro rapporto tra Dio e uomo che si fondi sul fragile fondamento dell’iniziativa umana. Se la preghiera è un dialogo che esprime la relazione tra Dio e l’uomo, l’ascolto è ciò che immette l’uomo nella relazione, nell’ alleanza, nella reciproca appartenenza: «Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Geremia 7,23). Capiamo allora perché tutta la Scrittura sia attraversata dal comando dell’ ascolto: è grazie all’ ascolto che noi entriamo nella vita di Dio, anzi, consentiamo a Dio di entrare nella nostra vita. Il grande comando dello Shema’ Israel (Deuteronomio 6,4 e sgg.), confermato da Gesù come centrale nelle Scritture (Marco 12,28-30), svela che dall’ascolto («Ascolta, Israele») nasce la conoscenza di Dio («Il Signore è uno») e dalla conoscenza l’amore («amerai il Signore»).
L’ascolto perciò è una matrice generante, è la radice della preghiera e della vita in relazione con il Signore, è il momento aurorale della fede (fides ex auditu: Romani 10,17), e dunque anche dell’amore e della speranza. L’ascolto è generante: noi nasciamo dall’ ascolto. È P ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre, e non a caso il Nuovo Testamento indica che è Gesù, il Figlio, Parola fatta carne, che deve essere ascoltato: «Ascoltate lui!» dice la voce dalla nube sul monte della Trasfigurazione indicando Gesù (Marco 9,7). Ascoltando il Figlio noi entriamo nella relazione con Dio e possiamo nella fede rivolgerci a Lui dicendo: «Abba» (Romani 8,15; Galati 4,6), «Padre nostro» (Matteo 6,9). Ascoltando il Figlio veniamo generati a figli. Con l’ascolto la Parola efficace e lo Spirito ricreatore di Dio penetrano nel credente divenendo in lui principio di trasfigurazione, di conformazione al Cristo.
Ecco perché essenziale al credente è avere «Un cuore che ascolta» (1 Re 3,9). È il cuore che ascolta attraverso l’orecchio! Cioè l’orecchio non è semplicemente, secondo la Bibbia, l’organo dell’udito, ma la sede della conoscenza, dell’intelletto, dunque si trova in rapporto strettissimo con il cuore, il centro unificante che abbraccia la sfera affettiva, razionale e volitiva della persona. Ascoltare significa pertanto avere «sapienza e intelligenza» (1 Re 3,12), discernimento («Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese», Apocalisse 2,7). Se l’ascolto è così centrale nella vita di fede, esso allora necessita di vigilanza: occorre fare attenzione a ciò che si ascolta (Marco 4,24), a chi si ascolta (Geremia 23,16; Matteo 24,4-6.23; 2 Timoteo 4′}-4), a come si ascolta (Luca 8,18). Occorre cioè dare un primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, e occorre ascoltare con «cuore buono e largo» (Luca 8,15). Come ascoltare la Parola? La spiegazione della parabola del seminatore (Marco 4,13-20; Luca 8,II-15) ce lo indica. Occorre saper interiorizzare, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della fede (Marco 4,15; Luca 8,12); occorre dare tempo all’ ascolto, occorre perseverare in esso, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della saldezza, della fermezza e della profondità della fede personale (Marco 4,16-17; Luca 8,13); occorre lottare contro le tentazioni, contro le altre «parole» e i «messaggi» seducenti della mondanità, altrimenti la Parola viene soffocata, resta infeconda e non perviene a portare il frutto della maturità di fede del credente (Marco 4,18-19; Luca 8,14). E se non vi sarà questo ascolto non vi sarà neppure preghiera!

PREGHIERA E IMMAGINE DI DIO
L’uomo che prega si rivolge a Dio «che non si vede» (cfr. I Giovanni 4,20). E tuttavia nella preghiera è implicata necessariamente una certa immagine di Dio da parte dell’uomo. È evidente allora come sia facile il rischio della menzogna e dell’idolatria: il rischio è quello di forgiarsi un Dio a propria immagine e somiglianza e rendere la preghiera un atto autogiustificatorio, autistico, rassicurante. L’esempio della preghiera del fariseo e del pubblicano al Tempio .nella parabola lucana (Luca 18,9-14) è significativo. I due diversi atteggiamenti di preghiera esprimono due differenti immagini di Dio relative a due differenti immagini che i due uomini hanno di sé. In particolare, la preghiera del fariseo manifesta l’atteggiamento di chi «si sente a posto con Dio»; ai suoi occhi il suo Dio non può che confermare il suo agire, eppure la frase finale della narrazione sconfessa l’immagine di Dio che quest’uomo aveva: egli non tornò a casa sua giustificato! Mentre il pubblicano si espone radicalmente all’alterità di Dio entrando così nel rapporto giusto con Dio, il fariseo sovrappone il suo «ego» all’immagine di Dio: nella sua preghiera c’è (con)fusione tra il suo «io» e «Dio». Rischio, questo, molto frequente presso gli uomini religiosi!
Ora, il primato dell’ascolto nella preghiera cristiana indica che essa è lo spazio in cui le immagini di Dio che noi forgiamo vengono spezzate, purificate, convertite. La preghiera, infatti, è ricerca di un incontro fra due libertà, quella dell’uomo e quella di Dio. In questa ricerca la distanza fra immagine di Dio forgiata dall’uomo e alterità rivelata di Dio diviene lo scarto fra la domanda e l’esaudimento, fra l’attesa e la realizzazione. Ecco perché al cuore della preghiera cristiana c’è l’invocazione: «Sia fatta la tua volontà» (Matteo 6,10). Nello scarto fra volontà dell’uomo e volontà di Dio la preghiera agisce come spazio di conversione e accettazione della volontà di Dio. È lo scarto, ed è la preghiera, che ha vissuto Gesù stesso al Getsemani: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi» (Marco 14,36). È lo scarto, ed è la preghiera, che Paolo ha vissuto con particolare drammaticità: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza »» (2 Corinti 12,7-9). Paolo accetta la contraddizione portata alla sua richiesta che non viene esaudita e così la sua preghiera lo porta a riflettere esistenzialmente l’immagine del Dio che non l’esaudisce, ma che gli resta accanto nella sua debolezza. Paolo deve accettare la modificazione della sua, pur corretta e rispettosa, immagine di Dio. Così la sua vita si conforma sempre più all’immagine rivelata di Dio: quella del Cristo crocifisso.
La preghiera cristiana conforma l’orante all’immagine del Cristo crocifisso. E il Crocifisso nel suo grido sulla croce ha accettato l’assenza assoluta di immagini di Dio. Il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34) denuncia la distanza fra l’immagine conosciuta del volto di Dio e la realtà presente. E dopo il grido dell’ abbandono, secondo Marco, c’è solo un urlo inarticolato: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Marco 15,37). Non c’è più parola, non c’è più immagine; non c’è più teo-logia, non c’è più parola su Dio; non c’è più rappresentazione di Dio. Dunque, non c’è più riduzione di Dio a idolo! Il silenzio e il buio delle tre ore dall’ora sesta all’ ora nona sono il sigillo di questo indicibile e invisibile di Dio che salvaguarda il suo mistero e la sua alterità.
Ma proprio quel radicale annichilimento di immagini di Dio (chi mai ha raffigurato Dio in un condannato a morte?) e di parole su Dio (il Dio crocifisso non spezza forse ogni 16 gos?) è l’abolizione radicale dell’ idolatria, della riduzione di Dio a immagine dell’uomo. La presenza di Dio, l’immagine di Dio ormai va vista lì, nel Cristo crocifisso: «Egli è l’immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Sì, il Cristo crocifisso annichilisce Dio come immagine dell’uomo e ci presenta un uomo come immagine (eikon) di Dio. Il Cristo crocifisso è l’immagine di Dio che spezza le nostre immagini di Dio. Il Crocifisso è anche l’immagine di fronte alla quale noi preghiamo, ma che deve spezzare le immagini che, volenti o nolenti, proiettiamo su Dio. L’immagine di Dio manifestata dal Cristo crocifisso smentisce l’immagine di Dio «professata» dal fariseo al Tempio, immagine connessa a una certa considerazione di sé supportata da un’immagine – spregiativa – degli altri. La preghiera è dunque composizione attorno al Cristo crocifisso delle immagini di sé, degli altri e di Dio. L’immagine di Dio che è il Cristo crocifisso custodisce Paolo dalla tentazione dell’orgoglio, del «super-io» (il «montare in superbia», hyper-airomai, 2 Corinti 12,7, convertito nel porre il proprio vanto nelle sofferenze patite «per Cristo», hypèr Christou, 2 Corinti 12,10) e lo conduce, grazie alla preghiera, a parteciparla nella sua vita: «lo porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Galati 6,17; cfr. Colossesi 1,24). Così la preghiera, conformando al Cristo crocifisso, diviene anche promessa di resurrezione, spazio di trasfigurazione nell’immagine gloriosa del Signore (cfr. 2 Corinti 3,18).

PREGHIERA DI INTERCESSIONE
Nella preghiera noi portiamo l’interezza della nostra vita. E noi siamo esseri-in-relazione con altri uomini: gli altri fanno parte di noi, le relazioni con loro contribuiscono a determinare ciò che noi siamo e diventiamo. Nella preghiera dunque, rivolgendo ci da figli al Dio Padre, noi siamo anche confermati nella fraternità che ei lega agli altri uomini. Ed è l’intercessione la preghiera in cui con più evidenza si manifesta la pienezza del nostro essere come relazione con Dio e con gli uomini. E l’intercessione mostra anche l’unità profonda fra responsabilità, impegno storico, carità, giustizia, solidarietà da un lato, e preghiera dall’ altro. Che cosa vuoI dire infatti intercedere? Etimologicamente inter-cedere significa «fare un passo tra», «interporsi» fra due parti, indicando così una compromissione attiva, un prender sul serio tanto la relazione con Dio, quanto quella con gli altri uomini. In particolare, è fare un passo presso qualcuno a favore di qualcun altro. Parafrasando il Salmo 85,11 potremmo dire che nell’intercessione «si incontrano fede e amore», «si abbracciano fede in Dio e amore per l’uomo». L’intercessione non ci porta a ricordare a Dio i bisogni degli uomini, egli infatti «sa di che cosa abbiamo bisogno» (cfr. Matteo 6,32), ma porta noi ad aprirci al bisogno dell’altro facendone memoria davanti a Dio e ricevendo nuovamente l’altro da Dio, illuminato dalla luce della volontà divina.
Questo duplice movimento, questo camminare tra Dio e l’uomo, stretti fra l’obbedienza alla volontà di Dio su di sé, sugli altri e sulla storia, e la misericordia per l’uomo, la compassione per gli uomini nelle situazioni del loro peccato, del loro bisogno, della loro miseria, spiega perché l’intercessione, nella Bibbia, sia più che mai il compito del pastore del popolo, del re, del sacerdote, del profeta, e trovi la sua raffigurazione piena e totale nel Cristo «unico mediatore fra Dio e gli uomini» (I Timoteo 2,5). Sì, è con il Cristo e questi crocifisso che trova realizzazione l’anelito di Giobbe: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la sua mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla» (cfr. Giobbe 9,33). Qui Giobbe chiede un intercessore! Se nell’Antico Testamento l’icona dell’intercessore la troviamo in Mosè che, ritto sul monte fra Aronne e Cur che lo sostengono, alza le braccia al cielo assicurando la vittoria al popolo che combatte nella pianura (Esodo 17,8-16), nel Nuovo Testamento l’icona è quella del Cristo crocifisso che stende le sue braccia sulla croce per portare a Dio tutti gli uomini. Il Cristo crocifisso pone una mano sulla spalla di Dio e una sulla spalla dell’uomo. Il limite dell’intercessione è dunque il dono della vita, la sostituzione vicaria, la croce! Lo esprime bene Mosè nella sua intercessione per i figli d’Israele: «Signore, se tu perdonassi il loro peccato. Se no, cancellami dal libro che hai scritto» (Esodo 32,32). Nell’intercessione si impara a offrirsi a Dio per gli altri e a vivere concretamente nel quotidiano questa offerta.
L’intercessione ci conduce al cuore della vita responsabile cristiana: nella piena solidarietà con gli uomini peccatori e bisognosi, essendo anche noi peccatori e bisognosi, facciamo un passo, entriamo in una situazione umana in comunione con Dio che in Cristo ha fatto il passo decisivo per la salvezza degli uomini. Il Servo del Signore intercede per i peccatori assumendo il loro peccato, il castigo loro destinato, portando le loro infermità e debolezze (Isaia 53,12). Il Cristo, dunque, con l’incarnazione e la morte di croce ha compiuto l’intercessione radicale, il passo decisivo tra Dio e l’uomo, e ora, Vivente per sempre presso Dio, continua a intercedere per noi quale grande sacerdote misericordioso (Ebrei 7,25). La sua mano sulla nostra spalla fonda la nostra fiducia e audacia, la nostra parresia: «Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi?» (Romani 8,34). Il dono dello Spirito ci rende partecipi dell’intercessione di Cristo: lo Spirito ci guida a pregare «secondo i disegni di Dio» (cfr. Romani 8,26-27), conformando cioè la nostra preghiera e la nostra vita a quella del Cristo. Solo nello Spirito che ci strappa alla nostra individualità chiusa noi possiamo pregare per gli altri, far inabitare in noi gli altri e portarli davanti a Dio, arrivando addirittura a pregare per i nemici, passo essenziale da fare per poter arrivare ad amare i nemici (Matteo 5,44).
C’è stretta reciprocità fra preghiera per l’altro e amore per l’altro. Anzi, potremmo dire che il culmine dell’intercessione non consiste tanto in parole pronunciate davanti a Dio, ma in un vivere davanti a Dio nella posizione del crocifisso, a braccia stese, nella fedeltà a Dio e nella solidarietà con gli uomini. E a volte non possiamo fare assolutamente altro, per conservare una relazione con l’altro uomo, se non custodirla nella preghiera, nell’intercessione. A quel punto è chiaro che l’intercessione non è una funzione, un dovere, qualcosa che si fa, ma l’essenza stessa di una vita divorata dall’ amore di Dio e degli uomini. La chiesa dovrebbe ricordare tutto questo: che altro essa è infatti se non intercessione presso Dio per gli uomini tutti? Questo il servizio veramente potente che essa è chiamata a svolgere nel mondo. Un servizio che la colloca nel mondo non da crociata, ma da segnata dalla croce!

PAPA FRANCESCO – LA FAMIGLIA – 24. PREGHIERA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2015/documents/papa-francesco_20150826_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 26 agosto 2015

LA FAMIGLIA – 24. PREGHIERA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto su come la famiglia vive i tempi della festa e del lavoro, consideriamo ora il tempo della preghiera. Il lamento più frequente dei cristiani riguarda proprio il tempo: “Dovrei pregare di più…; vorrei farlo, ma spesso mi manca il tempo”. Lo sentiamo continuamente. Il dispiacere è sincero, certamente, perché il cuore umano cerca sempre la preghiera, anche senza saperlo; e se non la trova non ha pace. Ma perché si incontrino, bisogna coltivare nel cuore un amore “caldo” per Dio, un amore affettivo.
Possiamo farci una domanda molto semplice. Va bene credere in Dio con tutto il cuore, va bene sperare che ci aiuti nelle difficoltà, va bene sentirsi in dovere di ringraziarlo. Tutto giusto. Ma vogliamo anche un po’ di bene al Signore? Il pensiero di Dio ci commuove, ci stupisce, ci intenerisce?
Pensiamo alla formulazione del grande comandamento, che sostiene tutti gli altri: «Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le forze» (Dt 6,5; cfr Mt 22,37). La formula usa il linguaggio intensivo dell’amore, riversandolo in Dio. Ecco, lo spirito di preghiera abita anzitutto qui. E se abita qui, abita tutto il tempo e non ne esce mai. Riusciamo a pensare Dio come la carezza che ci tiene in vita, prima della quale non c’è nulla? Una carezza dalla quale niente, neppure la morte, ci può distaccare? Oppure lo pensiamo soltanto come il grande Essere, l’Onnipotente che ha fatto ogni cosa, il Giudice che controlla ogni azione? Tutto vero, naturalmente. Ma solo quando Dio è l’affetto di tutti i nostri affetti, il significato di queste parole diventa pieno. Allora ci sentiamo felici, e anche un po’ confusi, perché Lui ci pensa e soprattutto ci ama! Non è impressionante questo? Non è impressionante che Dio ci accarezzi con amore di padre? E’ tanto bello! Poteva semplicemente farsi riconoscere come l’Essere supremo, dare i suoi comandamenti e aspettare i risultati. Invece Dio ha fatto e fa infinitamente di più di questo. Ci accompagna nella strada della vita, ci protegge, ci ama.
Se l’affetto per Dio non accende il fuoco, lo spirito della preghiera non riscalda il tempo. Possiamo anche moltiplicare le nostre parole, “come fanno i pagani”, dice Gesù; oppure anche esibire i nostri riti, “come fanno i farisei” (cfr Mt 6,5.7). Un cuore abitato dall’affetto per Dio fa diventare preghiera anche un pensiero senza parole, o un’invocazione davanti a un’immagine sacra, o un bacio mandato verso la chiesa. E’ bello quando le mamme insegnano ai figli piccoli a mandare un bacio a Gesù o alla Madonna. Quanta tenerezza c’è in questo! In quel momento il cuore dei bambini si trasforma in luogo di preghiera. Ed è un dono dello Spirito Santo. Non dimentichiamo mai di chiedere questo dono per ciascuno di noi! Perché lo Spirito di Dio ha quel suo modo speciale di dire nei nostri cuori “Abbà” – “Padre”, ci insegna a dire “Padre” proprio come lo diceva Gesù, un modo che non potremmo mai trovare da soli (cfr Gal 4,6). Questo dono dello Spirito è in famiglia che si impara a chiederlo e apprezzarlo. Se lo impari con la stessa spontaneità con la quale impari a dire “papà” e “mamma”, l’hai imparato per sempre. Quando questo accade, il tempo dell’intera vita famigliare viene avvolto nel grembo dell’amore di Dio, e cerca spontaneamente il tempo della preghiera.
Il tempo della famiglia, lo sappiamo bene, è un tempo complicato e affollato, occupato e preoccupato. E’ sempre poco, non basta mai, ci sono tante cose da fare. Chi ha una famiglia impara presto a risolvere un’equazione che neppure i grandi matematici sanno risolvere: dentro le ventiquattro ore ce ne fa stare il doppio! Ci sono mamme e papà che potrebbero vincere il Nobel, per questo. Di 24 ore ne fanno 48: non so come fanno ma si muovono e lo fanno! C’è tanto lavoro in famiglia!
Lo spirito della preghiera riconsegna il tempo a Dio, esce dalla ossessione di una vita alla quale manca sempre il tempo, ritrova la pace delle cose necessarie, e scopre la gioia di doni inaspettati. Delle buone guide per questo sono le due sorelle Marta e Maria, di cui parla il Vangelo che abbiamo sentito; esse impararono da Dio l’armonia dei ritmi famigliari: la bellezza della festa, la serenità del lavoro, lo spirito della preghiera (cfr Lc 10,38-42). La visita di Gesù, al quale volevano bene, era la loro festa. Un giorno, però, Marta imparò che il lavoro dell’ospitalità, pur importante, non è tutto, ma che ascoltare il Signore, come faceva Maria, era la cosa veramente essenziale, la “parte migliore” del tempo. La preghiera sgorga dall’ascolto di Gesù, dalla lettura del Vangelo. Non dimenticatevi, tutti i giorni leggere un passo del Vangelo. La preghiera sgorga dalla confidenza con la Parola di Dio. C’è questa confidenza nella nostra famiglia? Abbiamo in casa il Vangelo? Lo apriamo qualche volta per leggerlo assieme? Lo meditiamo recitando il Rosario? Il Vangelo letto e meditato in famiglia è come un pane buono che nutre il cuore di tutti. E alla mattina e alla sera, e quando ci mettiamo a tavola, impariamo a dire assieme una preghiera, con molta semplicità: è Gesù che viene tra noi, come andava nella famiglia di Marta, Maria e Lazzaro. Una cosa che ho molto a cuore e che ho visto nelle città: ci sono bambini che non hanno imparato a fare il segno della croce! Ma tu mamma, papà, insegna al bambino a pregare, a fare il segno della croce: questo è un compito bello delle mamme e dei papà!
Nella preghiera della famiglia, nei suoi momenti forti e nei suoi passaggi difficili, siamo affidati gli uni agli altri, perché ognuno di noi in famiglia sia custodito dall’amore di Dio.

BENEDETTO XVI : L’UOMO IN PREGHIERA (9) – LE “OASI” DELLO SPIRITO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20110810.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo

Mercoledì, 10 agosto 2011

L’UOMO IN PREGHIERA (9) – LE “OASI” DELLO SPIRITO

Cari fratelli e sorelle!

In ogni epoca, uomini e donne che hanno consacrato la vita a Dio nella preghiera – come i monaci e le monache – hanno stabilito le loro comunità in luoghi particolarmente belli, nelle campagne, sulle colline, nelle valli montane, in riva ai laghi o al mare, o addirittura su piccole isole. Questi luoghi uniscono due elementi molto importanti per la vita contemplativa: la bellezza del creato, che rimanda a quella del Creatore, e il silenzio, garantito dalla lontananza rispetto alle città e alle grandi vie di comunicazione. Il silenzio è la condizione ambientale che meglio favorisce il raccoglimento, l’ascolto di Dio, la meditazione. Già il fatto stesso di gustare il silenzio, di lasciarsi, per così dire, “riempire” dal silenzio, ci predispone alla preghiera. Il grande profeta Elia, sul monte Oreb – cioè il Sinai – assistette a un turbine di vento, poi a un terremoto, e infine a lampi di fuoco, ma non riconobbe in essi la voce di Dio; la riconobbe invece in una brezza leggera (cfr 1 Re 19,11-13). Dio parla nel silenzio, ma bisogna saperlo ascoltare. Per questo i monasteri sono oasi in cui Dio parla all’umanità; e in essi si trova il chiostro, luogo simbolico, perché è uno spazio chiuso, ma aperto verso il cielo.
Domani, cari amici, faremo memoria di Santa Chiara di Assisi. Perciò mi piace ricordare una di queste “oasi” dello spirito particolarmente care alla famiglia francescana e a tutti i cristiani: il piccolo convento di San Damiano, situato poco al di sotto della città di Assisi, in mezzo agli uliveti che digradano verso Santa Maria degli Angeli. Presso quella chiesetta, che Francesco restaurò dopo la sua conversione, Chiara e le prime compagne stabilirono la loro comunità, vivendo di preghiera e di piccoli lavori. Si chiamavano le “Sorelle Povere”, e la loro “forma di vita” era la stessa dei Frati Minori: “Osservare il santo Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo” (Regola di S. Chiara, I, 2), conservando l’unione della scambievole carità (cfr ivi, X, 7) e osservando in particolare la povertà e l’umiltà vissute da Gesù e dalla sua santissima Madre (cfr ivi, XII, 13).
Il silenzio e la bellezza del luogo in cui vive la comunità monastica – bellezza semplice e austera – costituiscono come un riflesso dell’armonia spirituale che la comunità stessa cerca di realizzare. Il mondo è costellato da queste oasi dello spirito, alcune molto antiche, particolarmente in Europa, altre recenti, altre restaurate da nuove comunità. Guardando le cose in un’ottica spirituale, questi luoghi dello spirito sono una struttura portante del mondo! E non è un caso che molte persone, specialmente nei periodi di pausa, visitino questi luoghi e vi si fermino per alcuni giorni: anche l’anima, grazie a Dio, ha le sue esigenze!
Ricordiamo, dunque, Santa Chiara. Ma ricordiamo anche altre figure di Santi che ci richiamano all’importanza di volgere lo sguardo alle “cose del cielo”, come Santa Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, carmelitana, co-patrona d’Europa, celebrata ieri. E oggi, 10 agosto, non possiamo dimenticare san Lorenzo, diacono e martire, con un augurio speciale ai romani, che da sempre lo venerano quale uno dei loro patroni. E alla fine rivolgiamo il nostro sguardo alla Vergine Maria, perché ci insegni ad amare il silenzio e la preghiera.

LA PREGHIERA ORALE E VOCALE

http://oodegr.co/italiano/tradizione_index/insegnamenti/pregbrjancaninov.htm

LA PREGHIERA ORALE E VOCALE

Ignatij Brjancaninov

Il valore della preghiera orale

Nessuno tra coloro che desiderano progredire sulla via della preghiera pensi con leggerezza che la preghiera pronunciata dalle labbra e dalla voce e con la partecipazione dell’intelligenza sia di poco valore e non meriti la nostra stima. Se i Santi Padri parlano della sterilità della preghiera orale e vocale quando non è unita all’attenzione, non bisognerà concludere che hanno respinto o disprezzato questa preghiera come tale. Tutt’altro! Essi insistono solamente perché la si compia con attenzione. La preghiera orale e vocale compiuta con attenzione è l’inizio e la causa dell’orazione mentale; è anche una preghiera mentale. Abituiamoci per cominciare, a pregare attentamente in tal maniera, ed allora apprenderemo facilmente a pregare anche con il solo spirito nel silenzio della nostra interiorità.

La Testimonianza della Sacra Scrittura
La preghiera orale e vocale è menzionata nella Sacra Scrittura. L’esempio di questa preghiera e del canto vocale ci è dato dal Salvatore stesso e dagli Apostoli che l’avevano ricevuto da Lui. L’evangelista Matteo ci riferisce che dopo aver cantato l’inno alla fine della Mistica Cena, il Signore e gli Apostoli salirono verso il monte degli Ulivi[1]. Il Signore pregò in modo da essere inteso da tutti prima della resurrezione di Lazzaro, morto da quattro giorni[2]. Mentre erano rinchiusi in prigione, l’apostolo Paolo ed il suo compagno di viaggio Silas erano in preghiera a mezzanotte e cantavano le lodi di Dio: gli altri prigionieri potevano ascoltarli. Improvvisamente, coprendo la voce del loro canto, si verificò un grande terremoto, in modo che le fondamenta della prigione furono scosse; nel medesimo tempo, tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti i prigionieri furono spezzate[3]. La preghiera di sant’Anna, madre del profeta Samuele, sovente presentata dai Santi Padri come un modello di preghiera, non era solamente mentale. “Quella – dice la Scrittura – parlava in cuor suo: solo le labbra si muovevano, ma non si udiva la voce”[4]. Questa preghiera non era vocale, ma, pur essendo una preghiera del cuore, era anche orale.
L’apostolo Paolo chiama la preghiera orale il frutto delle labbra. Ordina di offrire senza sosta a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto delle labbra che pronunciano il suo nome[5]; comanda di intrattenersi con dei salmi, con degli inni, e con dei canti spirituali, ed unendo la preghiera vocale ed orale al canto, di cantare e di celebrare nei nostri cuori le lodi del Signore[6]. Rimprovera la mancanza d’attenzione durante la preghiera orale e vocale. Se la tromba ha un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? Da voi stessi, se con la lingua non dite una parola distinta (cioè intelligibile), come si saprà ciò che dite? Perché parlate a vuoto[7]. Benché l’Apostolo abbia detto queste parole a coloro che pregavano e che proclamavano ciò che il Santo Spirito loro ispirava nelle lingue straniere, i Santi Padri le applicano con ragione anche a coloro che pregano senza attenzione. Colui che prega così e che, per conseguenza, non comprende le parole che pronuncia, che è per se stesso se non uno straniero?

L’attenzione è essenziale
Fondandosi su questo insegnamento, san Nilo di Sora dice che colui che prega con le labbra e con la voce, ma senza attenzione, fa salire la preghiera in aria, ma non verso Dio, “È paradossale desiderare che Dio ti intenda, quando tu non comprendi te stesso”, diceva san Demetrio di Rostov, prendendo in prestito queste parole dal Santo vescovo e martire Cipriano di Cartagine. È esattamente ciò che succede a coloro che pregano oralmente e vocalmente, ma senza attenzione; non si capiscono, si lasciano trascinare dalle distrazioni, i loro pensieri vagano lontano nelle preoccupazioni, si estraniano dalla preghiera che spesso giunge ad arrestarsi bruscamente, senza ricordarsi di ciò che devono leggere; o invece di pronunciare le parole della preghiera che sono intenti a leggere, cominciano a dire quelle di altre preghiere, benché il libro sia aperto sotto i loro occhi. Come i Santi Padri non rimprovererebbero una simile preghiera recitata senza attenzione, mutilata, distrutta dalle distrazioni!

La Testimonianza dei Padri
“L’attenzione, dice san Simeone il Nuovo Teologo, deve essere anche strettamente legata alla preghiera come il corpo lo è all’anima: questi ultimi non possono essere separati; non possono esistere l’uno senza l’altro. L’attenzione deve essere come una sentinella in agguato per sorvegliare l’attacco del nemico. Che sia la prima a lottare contro il peccato, ad opporsi ai pensieri malvagi che si avvicinano al cuore! Quindi, dopo l’attenzione intervenga la preghiera per estirpare ed annientare istantaneamente tutti i pensieri malvagi contro i quali l’attenzione aveva prima ingaggiato il combattimento, perché, lei sola, l’attenzione non può dominarli. La vita e la morte dell’anima dipendono da questa battaglia condotta congiuntamente dall’attenzione e dalla preghiera. Se, per mezzo dell’attenzione, proteggiamo la purezza della preghiera, progrediremo. Se, al contrario, non ci preoccuperemo di conservarla pura, ma la lasceremo senza sorveglianza, i pensieri malvagi la insudiceranno, diventeremo uomini rilassati e non potremo fare dei progressi”.
L’attenzione deve assolutamente accompagnare la preghiera orale e vocale, come d’altra parte… ogni altra forma di preghiera. Quando è presente, i frutti della preghiera orale sono innumerevoli. L’asceta deve cominciare dalla preghiera orale. È quella che la Santa Chiesa insegna per prima ai fanciulli. “La radice della vita monastica, è la salmodia”, ha detto san Isacco Siro. “La Chiesa”, insegna san Pietro Damasceno, “ha adottato per uno scopo lodevole e gradevole a Dio, dei canti e diversi inni in ragione della debolezza dell’intelletto, affinché, noi che non conosciamo, si sia attratti dalla dolcezza della salmodia e cantiamo, per così dire malgrado noi, le lodi a Dio. Coloro che possono comprendere e penetrare il senso delle parole che pronunciamo, entrano in uno stato di umile commozione del cuore. Così, come con una scala, ci eleviamo verso i santi pensieri. Nella misura con cui progrediamo nell’abitudine di questi pensieri divini, un desiderio divino sorge e ci fa scoprire ciò che significa l’adorazione del Padre in Spirito ed in Verità[8], secondo le parole del Signore”.

I frutti della preghiera orale
La bocca e la lingua che si esercitano spesso nella preghiera e nella lettura della Parola di Dio si santificano; non possono più dire parole oziose o ridere, e diventano incapaci di pronunciare delle celie, delle oscenità o dei propositi turpi. Vuoi progredire nell’orazione mentale e nella preghiera del cuore? Allora incomincia ad essere attento durante la preghiera orale e vocale: la preghiera orale detta con attenzione si trasformerà essa stessa in preghiera mentale e del cuore. Vuoi iniziare a respingere rapidamente e con forza i pensieri seminati in noi dal nemico comune dell’umanità? Respingili, quando sei solo nella cella, con una preghiera orale attenta, pronunciando le parole pacatamente, con un’umile commozione del cuore. L’aria risuona di una preghiera orale e vocale attenta, ed i santi Angeli si avvicinano a coloro che pregano e cantano; si rallegrano e partecipano ai canti spirituali come furono giudicati degni di vederli alcuni santi e, fra loro, un nostro contemporaneo, il beato staretz Serafino di Sarov.

La pratica dei Padri
Numerosi padri illustri sono vissuti nella preghiera orale e vocale, e ciò non ha impedito loro di essere colmi dei doni dello Spirito. La causa dei loro progressi si trova nel fatto che in loro l’intelletto, il cuore, l’anima e tutto il corpo erano uniti alla voce ed alle labbra; pronunciavano la preghiera con tutta la loro anima, con tutte le loro forze, con tutto il loro essere, in breve con l’uomo tutto intero. È così che san Simeone della Montagna Ammirabile recitava durante la notte tutto il Salterio. San Isacco Siro menziona un felice staretz che aveva per occupazione la lettura dei salmi; gli fu concesso di non proseguire la lettura che per tre o quattro salmi, dopo di che la consolazione divina s’impadroniva di lui con una tale forza che rimaneva giorni interi in uno stato di felicissima estasi, cosciente né del tempo, né di se stesso.
Durante la lettura dell’Akatistos, san Sergio di Radonez fu visitato dalla Madre di Dio accompagnata dagli apostoli Pietro e Giovanni. Si racconta a proposito di san Ilarione di Suzdal che quando leggeva l’Akatistos in chiesa, le parole uscivano dalla sua bocca come se fossero fuoco, con una forza ed un’efficacia sugli ascoltatori che non si poteva spiegare. La preghiera orale dei santi era vivificata dall’attenzione e dalla grazia divina che ristabilisce l’unità delle potenze dell’uomo divise dal peccato; ciò che spiega che diffondeva una uguale forza sovrannaturale e che produceva un’impressione prodigiosa sugli ascoltatori. I santi hanno celebrato Dio con tutto il cuore; hanno cantato e professato Dio con una fermezza incrollabile, cioè senza distrazione, hanno cantato per Dio con saggezza[9].

Salmodia
Bisogna notare che i santi monaci dei primi secoli e tutti coloro che desideravano progredire nella preghiera non si preoccupavano del tutto o non si preoccupavano che molto poco del canto. Sotto il vocabolo “salmodia”, di cui si parla nelle loro Vite e nei loro scritti, bisogna intendere una lettura estremamente lenta dei salmi e delle preghiere. Una simile lettura è indispensabile se si vuole conservare un’attenzione vigilante ed evitare le distrazioni. A causa della lentezza e dell’affinità con il canto, questa lettura è stata chiamata “salmodia”. Si faceva con il cuore; i monaci di quei tempi avevano infatti per regola di imparare a memoria il Salterio. La recitazione dei salmi a memoria contribuisce molto a fissare l’attenzione. Una simile lettura – a dire il vero non è una lettura, perché non si fa per mezzo di un libro, ma si tratta proprio della salmodia – può essere compiuta in un’oscura cella, con gli occhi chiusi, ciò che protegge dalle distrazioni; quando una cella è illuminata quanto è indispensabile per la lettura di un libro e semplicemente per vederlo – distrae lo spirito e lo allontana dal cuore verso l’esterno. “Cantano, dice san Simeone il Nuovo Teologo, cioè le loro labbra pregano”. “Coloro che non cantano assolutamente, dice san Gregorio Sinaita, fanno bene, anche loro, se hanno già progredito; non hanno infatti, bisogno di recitare i salmi, ma hanno necessità di silenzio e della preghiera incessante”.

Lettura e preghiera
Per dirla chiaramente, i Padri chiamano “lettura” quella della Sacra Scrittura e degli scritti dei Santi Padri, e “preghiera” soprattutto la Preghiera di Gesù, come la preghiera del Pubblicano e altre preghiere estremamente brevi. Che queste preghiere sostituiscano vantaggiosamente la salmodia è incomprensibile per i principianti e non può essere loro spiegato in modo soddisfacente, perché ciò oltrepassa la saggezza psichica e non si spiega che con la felice esperienza.
Fratelli, stiamo attenti durante le preghiere orali e vocali che pronunciamo nei servizi in chiesa e nella solitudine della cella. Non rendiamo i nostri sforzi e la nostra vita in monastero sterile a causa della mancanza di attenzione e della negligenza nell’opera di Dio. La negligenza nella preghiera è fatale! Maledetto, dice la Scrittura, sia colui che compie l’opera di Dio con negligenza[10]. Il risultato di questa maledizione è evidente: una sterilità spirituale totale e l’assenza totale di progressi malgrado i numerosi anni trascorsi nella vita monastica. Mettiamo alla base dell’ascesa di preghiera la preghiera attenta, orale e vocale, è il principale ed il più importante tra i lavori monastici e quello per cui tutti gli altri esistono. In risposta a questa preghiera, il Signore misericordioso darà, a suo tempo, all’asceta perseverante, paziente ed umile la preghiera dell’intelletto e del cuore mosso dalla grazia. Amìn.

Trad. di M. C.
in: “Messaggero Ortodosso”, Roma, agosto-settembre 1985, pp. 10-16

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 22 juin, 2015 |Pas de commentaires »

LA PREGHIERA DI DOMANDA – DI SŒUR JEANNE D’ARC O.P.

http://ora-et-labora.net/preghieradomanda.html

TRATTO DA « L’EPIPHANIE – SOISY SUR SEINE »CAHIERS SUR L’ORAISON“ N°59 MARS 1963- LA PRIÈRE DE DEMANDE

DI SŒUR JEANNE D’ARC O.P. (LIBERA TRADUZIONE: IN FONDO (sul sito) IL TESTO ORIGINALE IN LINGUA FRANCESE)

LA PREGHIERA DI DOMANDA

Dio è creatore. L’Onnipotente dà l’esistenza; e a ogni essere, così come egli è, egli dà una certa partecipazione alle sue insondabili ricchezze: la vita, una parte di conoscenza e di attrazione proporzionale ad ogni grado dell’ essere; al limite: lo spirito, la luce e l’amore … A queste creature spirituali dà se stesso, nella grazia e poi nella gloria.
Dio dona. Dio, poiché egli è l’amore, diffonde liberamente tutti i beni.
Quando crea, questo atto, se così si può dire, non è difficile per lui: egli non incontra alcun ostacolo alla sua generosità.
Ma poi, durante tutta la nostra vita, quando desidera supplirci, gli occorre un’arte e un’infinita pazienza con noi: siamo spesso refrattari ai migliori doni; o non riusciamo a riconoscerli, o ce ne serviamo come se fossero un ornamento per la nostra vanità; come un alimento per il nostro orgoglio.
Ed è per questo che nella sua saggezza ha istituito la preghiera di domanda. E c’è spesso nel Vangelo: chiedete! Chiedete e vi sarà dato. Chi cerca trova … Chiedete.
Quando gli Apostoli chiedono a Cristo: « Signore, insegnaci a pregare » (Lc.1l, l), egli non fa loro un trattato sulla preghiera. Insegna loro a chiedere: cosa chiedere e come chiedere. Egli formula per noi queste richieste che costituiscono la preghiera perfetta del figlio del Padre.
Accade, però, che la preghiera di domanda sia a volte molto disprezzata dagli « spirituali », che credono che altre forme siano più elevate, come 1′adorazione, la lode, il ringraziamento. In realtà, molte persone conoscono solo una forma rudimentale della preghiera di domanda, molto vicina ad alcune pratiche magiche o infra-religiose: preghiamo per ritrovare la propria borsa, si fanno dire messe per superare un esame… Indubbiamente occorre chiedere i doni materiali: panem nostrum quotidianum – ma nella misura in cui sono necessari come il pane, e nella misura in cui essi sono ordinati ai beni essenziali.
Una volta che un’anima comincia ad avvicinarsi al Signore, diventa un po’ più consapevole della grandezza di Dio e del primato dello spirituale; ed è bene che rifiuti, nella misura in cui sono impure e facilmente egoistiche, le richieste interessate, sempre aggrappate ad oggetti materiali e immediati.
Ma sarebbe un peccato se nello stesso tempo cominciasse ad ignorare la grandezza e la assoluta necessità della preghiera di domanda, quella che riguarda i più veri beni: in primo luogo ciò che riguarda la gloria di Dio, l’avanzamento del regno, l’aggregazione di tutti i popoli e tutte le nazioni nell’ovile del solo Pastore, il ritorno del Signore… E anche i beni spirituali di cui noi abbiamo bisogno ora: tutte le grazie, le virtù, le luci …
Ma questi beni, non è Dio stesso che vuole donarceli? Sicuramente, egli vuole darceli. Ed è per questo che ce li fa domandare.
Qui cominciamo ad intravedere la doppia funzione della preghiera di domanda: da essa noi riconosciamo in primo luogo che tutti questi beni provengono da Dio, e questo è un valore di omaggio insostituibile. E inoltre la domanda scava in noi il passaggio per i beni che chiediamo: ci mette in un atteggiamento di umiltà che lascia Dio libero di colmarci secondo la sua misura divina.
Dobbiamo chiedere i beni spirituali con perseveranza, con violenza, come Giacobbe che lotta davanti all’angelo:  » Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto! » (Gn.32,27) Bisogna stancare Dio con un’insistenza ostinata, scuotendo la porta fino a farla cedere.
Questa è la lezione di quelle meravigliose parabole sulla preghiera, quella dell’amico importuno che chiede tre pani; e lui che riposa nella sua casa, determinato a fare il sordo, finalmente si alza: gli dà i pani, non perché è commosso dal bisogno dell’altro, non perché è generoso; non perché il richiedente è un suo amico, ma per stare in pace. L’importuno ha fatto un tale subbuglio che in casa sono ormai tutti svegli. E lo fa con tanta insistenza, si capisce che non se ne andrà via, ecco i suoi tre pani e ci lasci in pace!
E ancora più audace la parabola del giudice iniquo – il Padre che ci ama paragonato a un giudice ingiusto! Alla fine fa giustizia alla vedova che reclama la sua eredità, non perché lei ha ragione, non perché è giusto, non perché ha pietà di lei, ma « importunitatem propter » perché la sua importunità ha superato il limite.
Sappiamo gridare abbastanza forte per chiedere quello che ci è più necessario del pane: la grazia, la fede e l’amore….? Sappiamo importunare abbastanza Dio per i beni che sono realmente parte della nostra eredità? Se siamo veramente figli adottivi, noi abbiamo « diritto », in questa logica ammirevole della grazia, a tutta l’eredità: e comprende tutto ciò che costituisce una vita cristiana, tutto ciò che ci rende capaci di vivere come figli della luce, secondo le Beatitudini e il Discorso della Montagna.
Allo stesso modo i beni del Regno fanno parte dell’eredità della Chiesa. E dobbiamo chiederli: che tutti gli uomini conoscano il Padre e colui che egli ha inviato, Gesù Cristo; la riunificazione del popolo di Dio, l’unità dei cristiani e la pace nel mondo …
L’eredità dipende solo dalla libera volontà di Dio. Ma possiamo reclamarla con clamore in quanto lui stesso ci ha adottati. Sappiamo insistere abbastanza, implorare, supplicare, senza mai stancarci (Lc.18,l)? Bisogna insistere quanto la vedova che si sfinisce nel domandare. Occorre chiedere come i poveri mendicanti di una volta molestavano un turista apparentemente agiato. E’ un’eccellente preghiera.
A volte non sappiamo cosa dire o fare durante la nostra preghiera? Imploriamo.
Il Signore è nel suo paradiso con tutti i suoi beati nel riposo dell’ottavo giorno, ed egli ci lascia lì, privi di tutti quei beni così necessari che non gli costerebbero nulla! Occorre insistere e agitare la porta fino a quando finalmente si decide a farci l’elemosina di un po’di questo pane. Gridiamo incessantemente:
Dammi l’umiltà, dammi l’umiltà, dammi l’umiltà…
Oppure: dammi la fede… dammi la carità…
E di nuovo: dona ai cristiani l’unità…
Poi, se ci accorgiamo di essere sul punto di cedere:
Dammi la perseveranza nella domanda, dammi la forza di insistere abbastanza di fronte a te…
Questi beni, Dio ce li vuole dare molto di più di quanto noi possiamo desiderare di averli, perché egli conosce meglio di noi il loro prezzo, e un po’ della sua gloria dipende dalla santità dei suoi figli. Se egli vuole che noi li chiediamo, è perché non c’è modo migliore per renderci capaci di riceverli: la preghiera aumenta l’intensità del desiderio; apre nella nostra anima la capacità di accogliere; crea già in noi l’atteggiamento che corrisponde a ciò che noi chiediamo.
Chiedere la carità in questo modo è, allo stesso tempo, aumentare la propria carità.
Richiedere la fede è già un atto di fede: lo si sa bene quando si arriva a far decidere un non credente!
E quale migliore atto di umiltà della perseveranza a mendicare umilmente l’umiltà: è riconoscere che non l’abbiamo per niente e che solo Dio può svilupparla in noi.
Allo stesso modo il fatto di pregare il Signore insieme per raggiungere l’unità, unisce già i cristiani nella supplica concorde e tramite essa.
A forza di aver così pregato, forse finalmente ci saremo aperti e Dio potrà colmarci senza troppi rischi; la domanda umile e perseverante avrà forse ridotto i nostri riflessi di vanità o di orgoglio; l’insistenza a chiedere supplicando avrà inscritto nella parte più profonda del nostro cuore la fiducia che tutti questi beni sono doni gratuiti della liberalità divina.
E allo stesso tempo la preghiera di domanda così concepita è uno dei migliori tributi che possiamo rendere al Signore, alla sua onnipotenza, alla sua bontà, alla sua paternità: essa afferma concretamente il suo dominio assoluto su ogni essere e su ogni bene.
Fatta in queste condizioni, la preghiera di domanda è necessariamente efficace. Ed è per questo che si conclude in rendimento di grazia, nella fede. Ma la sua prima efficacia è di insegnarci che tutto è grazia.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 29 janvier, 2015 |Pas de commentaires »
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