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IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO – CHARLES BAUDELAIRE, 1852, DA I FIORI DEL MALE

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IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO – CHARLES BAUDELAIRE, 1852, DA I FIORI DEL MALE

Che se ne fa Dio di quel fiotto d’anatemi
che sale ogni giorno verso i suoi diletti Serafini?
Come un tiranno satollo di carne e di vini,
s’addormenta al dolce brusio delle nostre orrende bestemmie.

I singhiozzi dei martiri e dei supplizziati
sono certamente una sinfonia inebriante,
se, malgrado il sangue che costa la loro voluttà,
i cieli non ne sono ancora sazi.

- Ah! Gesù, ricordati dell’Orto degli Ulivi!
Nella tua ingenuità pregavi in ginocchio
colui che nel suo cielo rideva al rumore dei chiodi
che ignobili carnefici piantavano nella tue carni vive.

E quando vedesti sputare sulla tua divinità
la feccia del corpo di guardia e delle cucine,
e sentisti penetrare le spine
nel tuo cranio in cui viveva l’immensa Umanità;

quando il tremendo peso del tuo corpo stremato
stirava le tue braccia distese, e il tuo sangue
e il tuo sudore colavano dalla tua fronte impallidita,
e fosti posto davanti a tutti come un bersaglio,

ripensavi a quei giorni così radiosi e belli
in cui venisti per compiere l’eterna promessa,
in cui percorrevi, in groppa ad un asinello paziente,
strade cosparse di fiori e di ramoscelli,

in cui, col cuore gonfio di speranza e di coraggio,
fustigavi con forza quei vili mercanti,
quando, infine, fosti maestro? Il rimorso
non penetrò nel tuo fianco più in fondo della lancia?

- Quanto a me, uscirò certo volentieri
da un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno;
possa io usare la spada e di spada perire!
San Pietro ha rinnegato Gesù… Ha fatto bene!

Publié dans:poesie |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »

DELLA CREAZIONE – DALLE POESIE DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE,

http://disf.org/giovanni-della-croce-poesie-creazione

DELLA CREAZIONE

Autori rinascimentali e moderni

San Giovanni della Croce – 1591

DALLE POESIE DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE, OPERE (1959)

Fra le poesie del mistico spagnolo san Giovanni della Croce (1542-1591), proponiamo questo testo, dedicato alla creazione, come esempio di prospettiva cristocentrica rinascimentale. Ricollegandosi al pensiero di alcuni Padri, Atanasio di Alessandria (295-373) e Massimo il Confessore (580-662) in particolare, ed in continuità con l’intuizione di Giovanni Duns Scoto (1265-1308) circa il rapporto fra il Verbo incarnato e la creazione, san Giovanni della Croce immagina un mistico sposalizio fra il Verbo e il creato, premessa dello sposalizio fra il Verbo e l’essere umano (incarnazione), fra il Verbo e la Chiesa (presenza sacramentale). L’umanità di Gesù Cristo preesiste misteriosamente alla creazione, che Dio Padre inaugura per Amore del Figlio, allo scopo di consegnarla in dono a lui, come condizione di possibilità della sua umanità glorificata. Siamo di fronte ad una prospettiva cristocentrica, comune anche ad altri autori, secondo la quale l’intero “allestimento” della creazione è orientato non soltanto alla comparsa dell’uomo, ma anche all’incarnazione del Verbo-Figlio, che assume la natura umana quale frutto della paziente attesa dell’intero creato.
8
«Una sposa che t’ami o mio dolcissimo
Figliolo, ti vo’ dar,
che tua mercè s’abbelli, e così meriti
sempre con noi restar.

Vo’ che seduta al desco mio medesimo,
sappia qual bene ho in Te,
e che rapita da tue eccelse grazie
goda anch’essa con me».

«Deh! si faccia, o mio Padre, disse il Figlio,
si faccia pur così;
e a colei che tra tutte il tuo consiglio
in mia sposa aggradì,

La mia vaghezza e il mio chiaror medesimo
in dote sua darò,
affinché Te conosca e da Te sappia
venire il ben ch’io ho.

Reclinar la faro sovra i miei omeri,
e d’amor arderà,
sublimate in un santo eterno gaudio
per somma tua bontà».

9
«Facciasi dunque, disse il Padre allora,
come Tu meriti». E raggiante e bello
tosto dal nulla balzò il mondo fuora.

Era un superbo e ben adorno ostello
tutto in sapienza per la sposa eretto,
in due spazi diviso: ricco quello

che in alto s’apre per incanto eletto;
popolato quell’altro ch’è più in basso
d’un ordine di cose men perfetto.

E poi, perché la sposa, passo passo
conosce lo sposo e il suo valore,
essendo per natura in sé più crasso,

di sotto pose l’uomo; e nel fulgore
di quello più in sublime collocate,
degli Angeli costrusse le dimore.

Quantunque l’un dall’altro separato,
un corpo solo tra di loro si fanno,
congiunti assieme in così dolce stato

dall’alto amor che senza invidia e affanno
incentra entrambi nello stesso Sposo:
quelli di sopra in quanto che già l’hanno,

e quei di sotto in quanto che un ascoso
senso li accerta che li avranno anch’essi.
A questi intanto con un suon gioioso

Parla l’Eterno, ed ai loro cuor oppressi:
«Giorno, dice, verrà che il vostro stato
i’ degnerò dei miei soave amplessi.

Più alcuno allor vi sprezzarà: l’usato
splendor deposto, fatto a voi simile
sulla terra con voi sarò ospitato.

Un uomo allora sarà Dio; e umile
l’uom vedrà seco conversare Iddio
sopra la terra non più bassa e vile.

Appagando per giunta un voto mio,
sino alla fine, sotto oscuro veio,
in ricordo lasciarmi a voi desìo.

E quando poi fra lo splendor del cielo
tutti potremo ritrovarci stretti?
Capo alla Sposa come i’ son, anelo

di unirle i figli, i membri suoi, gli eletti.
Allora serrata sul mio ardente cuore,
l’inonderò dei miei divini affetti.

Poi, presentata al sommo pio Fattore,
Ei lieta la farà di sua amicizia.
Come il Padre il Figliuolo e il Santo Amore

Vive l’un nell’altro e si delizia,
Così, in quei Tre sommerso ogni desìo,
vivrà per tutti i secoli in letizia
la stessa vita che si vive Iddio».

Padre Nazareno dell’Addolorata O.C.D (a cura di), San Giovanni della Croce, Opere, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1959, pp. 986-989

Publié dans:poesie, San Giovanni della croce |on 29 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

LA SHOAH E LA MEMORIA : LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

http://www.la-shoah-e-la-memoria.it/mostre/poesie.htm

LA SHOAH E LA MEMORIA

(poesie composte nei lager, o successivamente dai sopravvissuti)

LA VALLE DELLE OSSA SECCHE

In ricordo del mio amato zio Eugenio,
dello zio Jacob e di sua moglie Ilona,
dello zio Ernesto e di sua moglie Ethel, della zia Rachele,
e di tutti i miei familiari uccisi
dai nazisti ad Auschwitz

Nella valle delle ossa secche
Non vi sono tombe, non vi sono lapidi —
I resti pietrificati
Di vittime innocenti della persecuzione
Coperti da macchie di sangue
Sono disseminati ovunque,
Incutendo orrore e sgomento
Sul terreno argilloso.
Fui testimone della loro ingiusta esecuzione —
Vennero portati a forza
Nelle camere di sterminio,
Presi a calci e picchiati da pugni crudeli —
Avevano numeri tatuati sui polsi
E lo Scudo di David sui petti —
Andarono incontro alla morte
Pronunciando la preghiera sacra
Con l’ultimo respiro:
“ASCOLTA ISRAELE, IL SIGNORE È NOSTRO DIO
IL SIGNORE È UNO —”
Martiri coraggiosi della stirpe ebraica,
Membri della mia famiglia,
Compagni di prigionia,
Son passati tanti anni
Da quando ve ne siete andati —
Ma io ricordo ancora il vostro grido disperato:

“Decadranno i nostri corpi,
Marcirà la nostra carne,
Se sopravvivrai ad Auschwitz
Non lasciare, per favore, che su di noi cada l’oblio!”

La mia vita fu risparmiata
Per l’intervento di Dio,
Conosco lo scopo di quella protezione celeste:
Far ritorno con il ricordo
Della vostra sofferenza e del vostro dolore,
Far sì che non siate morti invano,
Esaudire il vostro ultimo desiderio,
Non lasciar mai perire i vostri spiriti coraggiosi —

Magda Herzenberger 

Publié dans:ebraismo, poesie, Shoah |on 15 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

LA FEDE CHE PIÙ AMO, DICE DIO, È LA SPERANZA. – CHARLES PÉGUY

http://www.fractio.it/Gemme.htm

LA FEDE CHE PIÙ AMO, DICE DIO, È LA SPERANZA. – CHARLES PÉGUY

La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.
La fede, no, non mi sorprende. La fede non è sorprendente.

Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle. In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare. Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle. Nella calma valle.
Nella quieta valle. Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo. Mia creatura.
Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli. Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini. Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini. Non sono ancora stati disfatti dalla vita. Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori. Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.

Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura
e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo. Creato.
(….)
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra. Nella formica mio servitore. E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)
Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo. Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra. Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori. Temporali. Poveramente.
(….)
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi. Che non vogliono esser mie creature. E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il Signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato. Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio. A causa dell’uomo. Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della Messa.
In ogni nascita e in ogni vita. E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine. Che vincerà ogni morte.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.
La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.
Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.
Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.
Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue,
dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti,
ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.
Una fiamma che non è raggiungibile,
una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.
Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina. Immortale.
Perché le mie tre virtù, dice Dio. Le tre virtù mie creature. Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature. Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi. Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.
Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante. Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.
(…)
Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile,
e che probabilmente è la più gradita a Dio.
La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Per non vedere, per non credere.
La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.
Per non amare il proprio prossimo, bambina mia,
bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.
Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.
È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)
E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.
La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori
e su di lei nessuno volge lo sguardo.

Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza. Fra le due sorelle maggiori. Quella che è sposata. E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima. Che badano alle cose più urgenti. Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola. E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro. Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni. Due donne d’una certa età. Sciupate dalla vita.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è. E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è. E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è. Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà. Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole. Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano. La piccola speranza. Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle. E a far camminare tutti quanti. E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.
E le due grandi camminan solo per la piccola.

Publié dans:Letteratura straniera, poesie |on 16 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

DALL’APPARTENENZA A UNA DIMORA AVVIENE IL CAMBIAMENTO IN CUI CRISTO VISIBILMENTE PERMANE

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DALL’APPARTENENZA A UNA DIMORA AVVIENE IL CAMBIAMENTO IN CUI CRISTO VISIBILMENTE PERMANE

LUIGI GIUSSANI

Appunti dall’intervento di Luigi Giussani al Ritiro dei Memores Domini Salsomaggiore Terme, 5 ottobre 1997

Prima che sorga l’alba, vegliamo nell’attesa: tace il creato e canta nel silenzio il mistero.

Il nostro sguardo cerca un Volto, nella notte: dal cuore a Dio s’innalza più puro il desiderio.

E mentre, lieve, l’ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore.

Presto l’aurora in cielo ci inonderà di luce; la Tua misericordia, o Padre, ci dia vita.

E questo nuovo giorno, che l’alba per noi schiude, dilati in tutto il mondo il regno del Tuo Figlio.

A Te, o Padre santo, all’unico Tuo Verbo, all’infinito Amore, sia lode in ogni tempo.

Ho fatto ricantare l’Inno «Prima che sorga l’alba» per rinnovare il mio giudizio: quest’Inno è uno spunto di meditazione come raramente ci capita di avere. Suggerisco quindi punti per una sintetica rielaborazione da fare insieme, e che anche l’animo di ciascuno deve fare, di tutto quello che abbiamo detto ed è implicato nel cammino di coscienza, intesa come consapevolezza, che il Signore ci ha fatto compiere in questi ultimi tempi. I In che modo Gesù è presente? Come si fa a capire che Gesù è presente? Come si documenta? Quando sento una certa voce dico: «Questo è Carlo» e quando sento un’altra voce dico: «Questo è Pino». Che timbro di voce dobbiamo sentire per capire che Cristo è qui? Cristo è qui! Cristo non è presente perché lo dice un grammofono o un Compact disk. Cristo non è un CD e non è un grammofono. Ma attraverso la «lettura» di una cosa che non è Lui si sente, si vede, si tocca Gesù, Dio, il Mistero. È attraverso una presenza. Quando sento la voce di don Pino, è per una presenza che dico: «C’è don Pino». Altrimenti, se sono lontano da dove so che è, oppure se lui è morto e io ci sono ancora – chiedo scusa per l’ipotesi -, quando sento la sua voce dico: «Ecco, hanno messo il disco in cui c’è la sua voce, per ricordarsela!». La Sua presenza è un avvenimento presente, non è un grammofono, non è il grammofono del Vangelo stampato e letto, detto, stampato e riletto. La Sua presenza è una presenza, una presenza che si sperimenta umanamente, come umanamente sento che c’è don Pino, per il tono della sua voce e soprattutto per il contenuto di quel che dice. L’avvenimento della Sua presenza è nel singolo uomo che Lui ha afferrato col Battesimo. Questo singolo uomo sei tu, sono io, è lui. Sono stato chiamato – come mai? -, sono stato scelto, fatto oggetto di una volontà, di una intelligenza, sono stato scelto dall’intelligenza del volere del Dio, dell’Essere, della Sorgente dell’essere, per essere partecipe e attore, attore partecipe della presenza del Mistero, della presenza Sua, con la «esse» maiuscola, come ha scritto un mio amico. L’avvenimento della Presenza è nel singolo, è in me. La realtà umana nuova, la realtà umana eccezionale, nel senso che ha qualche cosa che non è riducibile a quello che sono gli altri; la realtà umana nuova in cui è presente il Mistero del Verbo fatto uomo, cioè di Gesù di Nazareth, figlio di Maria, ucciso trentatré anni dopo la Sua nascita e risorto, come ne sono stati testimoni per esperienza fatta almeno cinquecento uomini (san Paolo parla di cinquecento fratelli che l’hanno visto in Gerusalemme; questo è stato scritto pochi anni dopo la morte di Cristo da uno che non aveva visto Cristo: Lo ha visto perché gli è apparso, è entrato nella sua vita misteriosamente a Damasco, e coloro che invece Lo hanno visto, gli apostoli, hanno accettato che fosse stato preso da Gesù come Suo apostolo – quasi abortivus, quasi come un aborto, egli dice di se stesso); la realtà umana nuova in cui è presente il Mistero di Cristo si chiama, nella Bibbia, «dimora» o «tempio». L’io, l’io umano, il mio io, i miei rapporti umani e tutto lo sviluppo che realizza questo seme piantato da Dio, dal Mistero, nella terra del mondo, ognuno di questi livelli è dimora, può essere dimora, se è vivo e attivo è dimora. È nella «dimora» l’esistenza singolare, del singolo, o l’esistenza della società. Ogni dimora è il luogo in cui il nostro io si sviluppa e parte per attuarsi, per attuare se stesso, e in cui la società si costruisce, si civilizza. Perciò la dimora è il luogo dove il rapporto dell’io con tutta la realtà si attua come società nuova, in cammino, in evoluzione. Per questo abbiamo voluto fare un libretto intitolato Il tempo e il tempio: è il tempo il pegno della realtà futura e definitiva. Questo è l’anticipo del paradiso, questo è il traguardo più completo, più autentico dell’ontologia che diventa etica, che si avvera nell’etica: è l’ontologia che si avvera come etica, come cambiamento che viene realizzato eticamente, che fa la strada per il paradiso, che fiorisce nel paradiso. Questo è l’esito di quanto diciamo, sintetizzando il valore del vivere nella sua origine: «Io sono Tu che mi fai». Questo è il crepuscolo del mattino dell’io e della storia umana. Mentre si vive, mentre si cammina, dopo questo primo momento, l’uomo capisce sempre di più di stare attuando quello che fu all’alba, prima dell’alba, nel senso di origine, proprio quando l’alba appena inizia. Il cammino della giornata finisce in un tramonto, in un crepuscolo serale. Vale a dire, quanto più passa il tempo nell’esistenza, tanto più quello che si vede in essa diventa richiamo ad altro, a quello che viene dopo, a quello che si nasconde, ma sempre più brevemente. Il sole è presente all’inizio e alla fine nella stessa forma in cui l’apparenza appena appena lo accenna: ma l’apparenza è niente, è quello cui accenna che è vero. «Io sono Tu che mi fai» è un istante in ogni istante, si percepisce in un istante e si attua in ogni istante. Così, il cambiamento sostiene l’evidenza della Sua presenza. La percezione della Sua presenza aumenta sempre di più: inizia crepuscolarmente come mattino, ma arriva a sera che l’uomo resta pieno soltanto del desiderio di quel che viene, della verità che avverrà. In che modo la realtà umana dell’io o della società è così nuova da significare una cosa che altrimenti nessuno capirebbe e, soprattutto, nessuno potrebbe dimostrare? Si chiama «testimonianza». Il cambiamento che dimostra la presenza di Cristo si chiama «testimonianza». La testimonianza si dimostra attraverso l’atteggiamento del singolo, del singolo cambiato, come parte del grande disegno, come attore del grande disegno, e si dimostra nel suo operare, nel suo lavorare, nel suo lavoro. Lavoro: questa è l’altra parola che si introduce. Il singolo, attraverso il suo lavoro, mostra di essere fattore del grande disegno in ogni aspetto della vita sociale, che nasce così dall’individuo cambiato. Anche ogni aspetto della vita sociale diventa testimonianza a Cristo, vale a dire testimonianza di Cristo presente, della presenza di Cristo. La Sua presenza viene testimoniata dal cambiamento che avviene in me negli aspetti tutti della vita. Il cambiamento riguarda la vita, il tempo e lo spazio, l’amore, il lavoro. Queste categorie fondamentali della vita dell’uomo cambiano. Cambiano! Gli altri non capiscono « come », e dicono: «Questi sono matti!», oppure: «Non capisco!». Però, se sono sinceri e semplici, debbono dire: «Guarda quest’uomo com’è diverso! Come fa a essere così diverso?». Tutti ce lo siamo sentiti dire mentre agivamo, lavorando come bifolchi o come deputati. È la testimonianza come opera, come opera dell’io: la testimonianza del singolo, il cambiamento del singolo. Come quella nostra amica, di cui ho più volte parlato, lontana dalla sua comunità, a cui il suo Capo Dipartimento (in un prestigioso Istituto di Ricerca statunitense) ha detto: «Ma come fa lei a essere così lieta?». Tanto che, quando doveva tornare in Italia quindici giorni, il collega che mai le aveva detto una parola, che le sembrava il più arido di tutti, le dice: «Ah, va via quindici giorni? Mi spiace, perché quando vengo al mattino a lavorare guardo sempre la sua faccia, e la sua letizia mi dà speranza». Il suo lavoro diventa così carità verso quella persona. II Così nascono dalla testimonianza del singolo le opere: nascono opere dalla carità. Come Madre Teresa di Calcutta e santa Maria Cabrini hanno testimoniato al mondo. Quarant’anni fa, quando ho letto la vita di santa Maria Cabrini, non si sapeva ancora di Madre Teresa. Domani diranno: «santa Teresa di Calcutta». Lo dicono già adesso che è appena morta; non è ancora santa. Ma certamente avverrà. È importante capire, soffermarsi a scoprire, ad accorgersi che dalla carità, cioè dall’amore a Cristo, dal cambiamento che, nell’istante o nella vita, la fede e l’amore a Cristo producono in una persona, nascono opere di carità di cui tutto il mondo può parlare. Sintetizzando la questione: se la testimonianza è un cambiamento del singolo, lo è anche attraverso il fatto che il cambiamento del singolo diventa cambiamento nel mondo: opere di carità. Ma, alla fine, anche il lavoro diventa carità. San Giovanni di Dio, quattrocentocinquanta anni fa, dimostrava che dalla carità, anche solo dalla carità, nasce l’opera. L’opera di san Giovanni di Dio sono gli ospedali. Gli ospedali, che adesso rappresentano una delle cose più importanti della vita sociale, e politicamente sono decisivi, sono stati creati (come dimostra Martindale nel suo libro Santi, parlando di san Camillo De Lellis) dalla carità cristiana. Dalla carità, cioè dalla testimonianza a Cristo, viene fuori l’opera, vengono fuori opere di ogni grandezza. E così l’amore a Cristo serve la società, è fattore fondamentale del progresso sociale, della civiltà, della storia della civiltà. Ma è anche vero l’«inverso»; vale a dire, in una società che è giunta, per la carità, al livello di una civiltà sanitaria molto più grande, la testimonianza cristiana arriva a un altro punto di vantaggio: anche il lavoro, dopo tanti secoli (ecco Madre Cabrini e Madre Teresa di Calcutta), diventa carità. Madre Teresa di Calcutta, infatti, non ci insegna la modalità con cui assistere gli ammalati; in certi ospedali americani hanno una scaltrezza maggiore, con esiti più clamorosi. Ma, mentre con l’andar del tempo questi esiti clamorosi debordano e diventano violenza e assassinio (nella biogenetica, per esempio), in chi vive l’amore a Cristo la carità penetra invece anche nel lavoro. Diventa carità anche lo scaricare le merci, come per il nostro amico che fa lo scaricatore di porto. La civiltà non è esito clamoroso prodotto dall’azione, ma è frutto della coscienza dell’azione, per cui l’azione, qualsiasi azione, anche la più banale, diventa documento di una coscienza che grida che «Dio è tutto in tutto», cioè imita Cristo, la coscienza di Cristo, rinnova la coscienza di Cristo. E tutto questo cambiamento realizza la testimonianza che Gesù è presente. «Cristo tutto in tutti» vuol dire che tutti devono imitare Cristo. III Vediamo ora di fare il passo che a me sta più a cuore. Abbiamo detto che la carità genera l’opera, e poi che il lavoro, richiesto dall’opera e imparato dalla carità, diventa esso stesso carità. E così prosegue la civiltà. La trasformazione, insomma, è sempre più radicale: nel grande operatore della storia che è l’uomo, il singolo cambiato – cambia il singolo! – lentamente cambia anche la società. O meglio, non «cambia anche la società»: la società è portata avanti, la civiltà è servita dalla carità come da nient’altro. Perché senza carità la civiltà, progredendo, varca una soglia, nel senso che cade, diventa violenza. La civiltà si è, infatti, sviluppata enormemente; ma si è sviluppato enormemente anche il disastro di tutto (basta vedere come viviamo adesso). La novità del mondo è se l’uomo appartiene. È una appartenenza che tutto cambia, perché la carità è matrice di cultura. È una appartenenza che tutto cambia. La società nuova, favorita dalla carità, è creata da una appartenenza. Pensavo stamattina alla differenza tra Beethoven e Rachmaninov: non tanto a che potenza, scaltrezza, o genialità abbia Rachmaninov di fronte a Beethoven, perché come genio potrebbe essere più scaltro, più sottile e più profondo Beethoven; ma dal punto di vista della parola, del colpo o dell’impressione umana, dell’esperienza insomma che si compie stando a sentirli, Rachmaninov è più completo, come emerge dalla sua « Liturgia » (la più bella degli ortodossi). Rachmaninov nasce da una società cristiana, Beethoven nasce da una civiltà scaltrita, tanto debitrice al cristianesimo del suo sviluppo quanto resa contraddittoria, piena di dolore, piena di male, dall’abbandono del cristianesimo. Perciò, per sentirmi più completo, ascolto Rachmaninov, anche dopo aver sentito tutte le sinfonie di Beethoven, le quali esaltano la mia fame e la mia sete, cioè la natura di desiderio del mio essere: Rachmaninov è il presentimento del compimento. Beethoven è il crepuscolo del mattino, ingrandisce il crepuscolo del mattino, ma Rachmaninov è il crepuscolo della sera. L’appartenenza è la coscienza dell’io. L’appartenenza a Gesù, a un Tu che mi fa («Io sono Tu che mi fai»), questo inizio, questo crepuscolo del mattino della dignità umana, diventa crepuscolo della sera, vale a dire già si attua. «Tu che mi fai»; «Io sono Tu che mi fai, io appartengo a Te»; «Dio è tutto in tutto» (1 Cor 15,28). Cristo dice: «Io appartengo al Padre. Io faccio quello che il Padre mio fa sempre, imito il Padre: questa è la legge della mia natura». E noi dobbiamo essere come Cristo, perché «Cristo è tutto in tutti» (Col 3,11). L’appartenenza ha la sua formula in: «Io sono Tu che mi fai». L’appartenenza cambia tutto. Il cambiamento che avviene nell’uomo è sempre da una appartenenza. Ma nell’appartenenza a un altro uomo o nell’appartenenza a una realtà sociale umana, noi siamo dissolti, non compiuti ma dissolti. Invece nel dire: «Io sono Tu che mi fai» al Mistero, l’uomo rinasce. Con Cristo l’uomo rinasce in modo tale che è un principio di vita nuova – ed evolve, cambia, il tempo che passa è una misura che in un certo modo porta sempre più verso una non misura: il tempo e lo spazio, come dico sempre, limitano l’uomo, lo bloccano, sono due confini, perché essendo qui io non posso essere a Milano; ma per Cristo risorto il tempo e lo spazio sono strumenti di ingrandimento, di dilatazione, di comunicazione, di presenza, rendono la Sua presenza possibile in ogni istante della storia, là dove vuole essere -. È dall’appartenenza che nasce, che può nascere, una società nuova, veramente nuova, che nasce un passo della civiltà che, se rispettato, è non invertibile. Il cambiamento cui ho accennato avviene nel singolo e nella società o in modo impercettibile (sensim sine sensu, si dice in latino) o, all’opposto, come miracolo; il cambiamento avviene sempre secondo tutta la gamma inerente a questi due versanti, a questa doppia possibilità. Avviene impercettibilmente, così che uno non se ne accorge. Dopo cinque anni che tutto sembrava identico («niente di nuovo, niente di nuovo!»), se rimane acceso il fuoco dell’io, se rimane accesa l’autocoscienza (e se tutte le mattine diciamo l’Angelus è sempre riaccesa), uno capisce di essere diverso. All’inizio ho fatto cantare «Prima che sorga l’alba», perché è un Inno che dice queste cose, tutte le mattine; perciò tutte le mattine lo recito. Non l’ho scoperto sessant’anni fa, come per l’esistenza di Dio o di Gesù, bensì due anni fa. Ma, a ben vedere, non l’ho scoperto due anni fa. Quando l’ho introdotto tra gli Inni di Vitorchiano, mentre sceglievo: «questo sì, questo no», se ho detto: «questo sì», l’ho detto perché ero già investito da quell’influsso che poi me lo ha fatto scoprire. La crescita è impercettibile; uno non ci pensa per cinque anni, ma cinque anni dopo dice: «Però, guardando indietro, sono diverso. Come sono diverso!». E a casa sua, i suoi genitori, i suoi parenti, o i suoi amici se ne accorgono. I suoi amici di un tempo sono ancora amici, più di prima, anche se il rapporto con loro è molto meno di prima espresso. E quando dicono: «Non ci vediamo più, non ci frequentiamo più…», per loro è malinconico, soltanto malinconico. Per lui no. Come è accaduto a me, in una vicenda che alcuni di voi conoscono: per quarant’anni ho cercato di rimettermi in rapporto con quella ragazza che, al mio primo anno di scuola di religione, in prima liceo, è scoppiata in singhiozzi sentendo il Concerto per Violino e Orchestra di Beethoven, nel punto giusto tra l’altro. In tutti questi anni l’ho cercata sfogliando gli elenchi telefonici di tutta Italia, e dopo quarant’anni una nostra amica l’ha trovata: nessun rapporto per quarant’anni, non ne ricordavo quasi più la fisionomia – non c’era nessun particolare oltre a quel singhiozzo in cui scoppiò in classe – e quando l’ho ritrovata è stato tale e quale come se l’avessi vista tutti i giorni. E ho detto ad alcuni di voi: pensate, un uomo che quarant’anni prima è colpito dalla profonda sensibilità di una ragazza, la cerca per quarant’anni – sembra una fiaba – e dopo quarant’anni la ritrova, tranquillo, come se si fosse accompagnato a lei tutti i giorni, come se l’avesse vista tutti i giorni. Dov’è che si trova una tensione affettiva di questo genere? Nessuno capirebbe questo, nessuno! Perché i legami che si stabiliscono sono fatti per l’eternità: in quanto si stabiliscono giusti, in quanto si vivono bene, sono per l’eternità. Ciò che c’è è per l’eternità. IV Accenniamo ora al nesso tra appartenenza e memoria. Il cambiamento in cui l’uomo produce testimonianza a Cristo è personale o sociale, impercettibile o miracoloso. Questo cambiamento, per sua natura, tende a essere presente, a realizzarsi come presente in ogni istante. In ogni istante «vegliamo nell’attesa», anche alle tre del pomeriggio, quando uno si deve mettere a lavorare con lo stomaco pieno ed è particolarmente stanco. In ogni istante uno è chiamato alla grande possibilità; la possibilità più grande e più immediata che ha per attuare se stesso vive, si produce in lui, si offre a lui in ogni istante. Perché questo accada tutti i giorni, alle tre del pomeriggio, bisogna però che alle sei della mattina o alle nove della sera ci sia qualche cosa che continuamente glielo richiami. Per questo, come la società normale, naturale, ha come fulcro la famiglia o casa – la famiglia come il luogo dove uno è concepito e nasce, la casa come luogo della famiglia (la bestia non ha casa, ha tana, covo, non casa) -; come nella società naturale il soggetto umano che costituisce e crea la società, l’io che è il fattore di quell’attività da cui nasce la società, nasce e si sviluppa nella casa; come la società naturale incomincia quindi come casa e fiorisce dalla casa (il seme della società naturale è la casa, la famiglia: concezione e nascita), così nella società nuova che Cristo ha reso possibile e che la memoria di Cristo produce, l’io nuovo che ne è il protagonista si sviluppa in quello che hanno chiamato convento o, meglio ancora, prima, monastero. Dove la parola monastero è interessante, perché monos, in greco, vuol dire «solo», mentre «monastero» implica sempre un gruppo che abbia consapevolezza di un’origine e di un destino comune. Noi, per indicare monastero o convento, usiamo la parola «casa»: per la caratteristica del nostro carisma – che indica il realizzarsi della testimonianza nel ripetere la situazione di tutti, nell’essere vicini alla situazione di tutti, nel confonderci con la vita di tutti, nel vivere la modalità di vita di tutti secondo la memoria di Cristo, con la coscienza dell’appartenenza a Cristo -, si chiama «casa». Essa è il luogo non dove la concezione e la nascita avvengono, ma si perpetuano; la nascita è un avvenimento che si perpetua, cioè vi avviene come continuità inerente all’istante precedente. Perciò, «Prima che sorga l’alba» è la formula che dobbiamo ricordarci tutte le mattine quando ci svegliamo, quando ci troviamo insieme per dire l’Angelus. Sono i piloni su cui si costruisce la casa, e perciò i piloni su cui costruiamo la nostra evoluzione (perché un bambino concepito diventa uomo soltanto se c’è la casa, se ha una casa, secondo la modalità con cui vive una casa). L’Angelus stabilisce il momento in cui lo slancio, con il quale l’uomo prosegue la vita, si riafferma, si richiama alla memoria: l’Angelus è forse la cosa più importante che facciamo nella giornata come memoria. V L’ultimo pensiero che voglio proporvi è che la casa è una ontologia che si esprime provvisoriamente. Provvisoriamente, perché dopo la casa c’è il mondo in cui andare e il paradiso a cui arrivare. La casa ha come virtù l’attuarsi tentato dell’ontologia, di ciò che si è. L’ontologia della casa ha come etica la disponibilità. Alla mattina bisogna essere disponibili (non: «se ho voglia sono disponibile», ma anche quando non ho voglia, quando mi ripugna). La disponibilità si esprime come domanda. La disponibilità è l’etica propria dell’uomo quando, di fronte a ciò che vede, di fronte a ciò in cui si imbatte, non «sa già» come operare, ma appartiene, opera secondo quello che gli dice Ciò a cui appartiene. Ciò a cui lui appartiene è anche creatore di quello che ha davanti. Ciò a cui appartengo è Ciò che crea ciò che ho davanti. Perciò sto di fronte a quello che ho davanti domandando, chiedendo, mendicando da Chi lo fa, che è Colui che mi fa e cui appartengo, domandando come devo fare e chiedendo che mi aiuti, che aiuti la mia assoluta incapacità di fronte a ciò che devo fare. Disponibilità è la parola che in questo momento descrive, per me, l’appartenenza alla casa, l’appartenenza a Cristo nella casa, e che mi detta come Colui a cui appartengo concepisce il mio atteggiamento nella casa, che cosa vuole da me nella situazione in cui sono. Perciò è sempre nuova la vita, la nostra esistenza è per natura sempre nuova (Vetera transierunt, omnia nova; il vecchio è passato, se n’è andato, resta solo il nuovo. Tutto è fatto nuovo). Questa è la sorgente di letizia, fino all’evidenza psicologica, tutti i giorni, anzi, in tutti i momenti: la letizia che rimane nonostante tutto. Come diceva la preghiera di questa mattina: «Effondi su di noi la Tua misericordia, perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare». Che questa preghiera, che sintetizza la sorgente del cambiamento, ci segua nei prossimi giorni.

Publié dans:meditazioni, poesie |on 27 février, 2014 |Pas de commentaires »

GIBRAN KHALIL GIBRAN

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GIBRAN KHALIL GIBRAN

di Isabella Farinelli

L’ardore di cogliere la verità profonda in un personaggio e, al tempo stesso, di specchiarvi se stesso e l’umana universale vicenda anima la produzione poetica dell’autore libanese, al cui centro regna un Gesù trasfigurato.
  «Un uomo venuto dal Libano diciannove secoli dopo» è l’ultimo in una sequenza di personaggi che narrano, gridano, tacciono, intessono congetture e sogni sulla figura, l’opera e la fama di Gesù di Nazaret, ciascuno secondo la propria esperienza o prospettiva. È il tema di Gesù Figlio dell’uomo, l’opera che Kahlil Gibran pubblicò, in inglese, nell’autunno del 1928, cinque anni dopo Il profeta e sull’onda di quel successo. Se il resto degli ottanta monologhi è posto sulle labbra di personaggi coevi, documentati o immaginari (Pietro, la Maddalena, una vicina di Maria, Tommaso, la sposa di Cana, Barabba, la mamma di Giuda), nell’epilogo parla lui stesso, il poeta pittore nato all’ombra dei cedri nel 1883 ed emigrato bambino in America, che, come certi artisti in ritratti corali, svela tra i personaggi il proprio volto.
«Sette volte sono nato e sette volte sono morto / e ora nuovamente vivo, e ti guardo, / guerriero tra i guerrieri, / poeta dei poeti, / re al di sopra dei re, / nudo fino alla cintola a fianco dei compagni di viaggio. / … / Vengono crocifissi, e nessuno assiste alla loro agonia. / Volgono il viso verso sinistra e verso destra, / e non trovano nessuno che prometta l’ingresso in un regno. / Ma un’altra volta e un’altra ancora si farebbero crocifiggere / perché il tuo Dio fosse il loro Dio, / e Padre loro il Padre tuo».
Posto a confronto con il canone, questo Gesù risulta eterodosso, se non altro per l’insistita volontà, da parte dell’autore, di sfatare i fraintendimenti o addirittura i tradimenti che sarebbero stati perpetrati a danno della sua dottrina da alcuni interpreti, san Paolo in primis. Sfogandosi con l’amico e più tardi biografo Mikhail Naimy, Gibran contestava che la tradizione ne avesse fatto «una dolce signora con la barba». Se dal canto suo lo definisce «poeta dei poeti», non è per allinearsi a chi ne sottolinea la mitezza, ma il contrario: il massimo dell’energia coincide per Gibran con il massimo della poesia, in quanto aderenza al dettato primario della natura e di Dio. Il Gesù che emerge dai monologhi va visto infatti, e in primo luogo, come soggetto poetico, e la stessa chiave può aprire, al di là delle tante letture che ne sono state fatte, un efficace spiraglio interpretativo sia dell’opera sia della vita di Kahlil, nel loro intimo intreccio.
Se il Gesù di Gibran è fantastico ancorché suggestivo, come viene giustamente notato dalla critica cattolica (tra i nomi più illustri Castelli e Ravasi), il Gibran di Gesù Figlio dell’uomo è invece scopertamente vero, forse al di là delle intenzioni. Quanto più si appassiona nel cercare di restituire al personaggio la dimensione etica e insieme estetica che crede essergli stata sottratta, tanto più si lascia prendere la mano da questa tentazione di bellezza, con una densità di paradossi, ossimori, endiadi e parallelismus membrorum che in altre opere (e nel canone scritturale!) sono piuttosto simmetrie alluse, sapientemente sospese.
Si stava allontanando, in quegli anni, la cometa della sua vita: l’amica, agente, mentore, mecenate Mary Haskell, che dal 1904 lo aveva seguito, portandolo a quel sereno approdo, anche formale, che è Il profeta. Nel 1929, a una festa per il suo quarantaseiesimo compleanno organizzata presso l’amico artista messicano José Clemente Orozco, Gibran dichiarò di rimpiangere l’irruenza creativa degli esordi. In realtà siamo nella fase ultramatura della sua produzione, che suddivisa tra due idiomi, l’arabo madrelingua e l’angloamericano di adozione, era iniziata nel primo con un saggio poetico sulla musica (1905) e nel secondo con una raccolta di parabole dal significativo titolo, Il folle (1918), raggiungendo nel Profeta (1923) sia l’equilibrio tra le due culture, sia quello tra il dire e l’evocare.
Sempre nel 1929, Gibran sottopose a Naimy il progetto di un libro composto di quattro storie: su Michelangelo, Shakespeare, Spinoza e Beethoven. «Che ne diresti se ciascuna delle storie fosse l’inevitabile esito del dolore, dell’ambizione, del senso di distacco e, infine, della speranza che sempre agita il cuore umano?». L’ardore di cogliere la verità profonda di un personaggio noto, e al tempo stesso di specchiarvi se stesso e l’umana universale vicenda, anima Gibran sin dalla fase giovanile, ma solo in Gesù Figlio dell’uomo assume forma di un’opera compiuta. Più volte, ai suoi confidenti, Kahlil racconta di avere incontrato il Nazareno in sogno, sempre in situazioni di grande prossimità (Gesù gli si avvicina con i sandali impolverati, condivide con gusto il crescione selvatico, discorre con lui di argomenti qualsiasi); addirittura Kahlil ci si è immedesimato quando, bambino, ha subito una brutta frattura della scapola ed è rimasto ancorato per quaranta giorni a una specie di barra orizzontale, alla quale si è sentito crocifisso. Se anche non lo dichiarasse esplicitamente, il suo modo di esprimersi, sia nelle opere sia nell’eloquio, ricalca l’andamento delle Scritture, peraltro inseparabile dai moduli espressivi della letteratura semitica. Il « ma » che ricorre, oltre che nel lessico, nella tendenza di Gibran all’antitesi, riecheggia l’espressione secondo lui più significativa di Gesù ai discepoli: «Ma io vi dico». Così il Nazareno annunciava la propria novità rispetto ai luoghi comuni.
Dal canto suo Gibran, nato da famiglia maronita, educato in contesto musulmano e, più tardi, eclettico, ha sempre rifiutato di apporsi una qualsiasi etichetta, ribellandosi quando altri ci hanno provato, non solo in ambito religioso, ma anche politico, culturale e, addirittura, metrico. Se nella formazione, tanto letteraria quanto artistica, ciò lo ha portato a scegliere la libertà di proposte flessibili (a Parigi l’Académie Julian, a Beirut certi corsi del Madrasat al-Hikmat),nell’età adulta, refrattario alla « cristallizzazione » di formule e man-made laws, vittima forse a sua volta di fraintendimenti e di filtri non suoi, ma consapevole di cosa significassero nella storia i fondamentalismi, non ha mai voluto « ismi » di alcun genere. Neanche il buddismo: lo dicono i biografi, lo ammettono autorevoli studiosi che, confrontando i suoi scritti con la dottrina del Nirvana, giungono alla stessa conclusione a cui giunge chi analizza il suo Gesù o le sue assonanze sufite, bahai, induiste o altro.
Nelle elaborazioni sulla trascendenza che Kahlil condivide con Mary Haskell si legge un credo in Dio penetrante e radicato, ma dottrinalmente innominato; e le sue allusioni letterarie alle molteplici « nascite », come il famoso finale del Profeta, traducono anzitutto la fiducia nel potere vitale e unificante – e con ciò sacro – della parola poetica.
«Un ponte tra Oriente e Occidente»: così lo vede, non senza una sfumatura autobiografica, il critico libanese Suheil Bushrui; ma forse Gibran troverebbe limitante anche questa definizione. Barbara Young, che gli fu vicina negli ultimi anni, dedicandogli a sua volta una biografia, sceglie di intitolarla con le sue stesse parole, sigla di appartenenza e insieme di alterità: This Man from Lebanon. L’uomo venuto dal Libano diciannove secoli dopo non ha ancora concluso la sua appassionata ricerca sul Figlio dell’uomo e su se stesso. È forse questo, a 77 anni dalla morte (avvenuta a New York nel 1931), a garantirne la non comune vitalità, attraverso e nonostante le molte edizioni e ristampe. Una divulgazione talvolta a suo sfavore, che tra l’altro contribuisce a perpetuare su di lui e sui suoi aforismi, citati talvolta in modo distorto, curiosi equivoci e luoghi comuni. Errori anche banali, emblematici del suo detachment: la vicenda erratica dell’acca (sono corretti l’originario Gibran Khalil Gibran o l’anglicizzato Kahlil Gibran, ma non l’ibrido Gibran Kahlil Gibran), le inesattezze sulla sua età e l’errore sulla sua data di nascita, che è il sei gennaio e non il sei dicembre come alcuni continuano a scrivere. Per non parlare delle credenze, fedi e filosofie che gli vengono attribuite, proprio in forza della sua capacità polisemica.

Il dialogo con le anime
È il 17 giugno 1895. Un ragazzino di dodici anni fa la fila a Ellis Island. In una babele di rumori, pacchi, odori, ansie, Kahlil lancia richiami per non perdere la mamma Kamila, il fratello maggiore Boutros e le due sorelline Mariana e Sultana; comunica in qualche modo con i funzionari portuali; ma soprattutto dialoga con se stesso, con le ombre profonde della Valle Sacra, con i cespugli del monastero di Mar Sarkis, con i fiumi incassati nelle gole, con le cime coperte di neve e di cedri che, ancora presenti, erano già mito. Mentre lo sottopongono ai controlli sanitari, lui corre incontro alla pioggia impetuosa dei suoi monti, al Mediterraneo appena scorto in cima all’erta salita a dorso di mulo, alle stelle che «lassù proiettano ombre»… Quelle ombre ridisegna sulla bruma di « Al-Nayurk », iniziando così a trasfigurarla in mist, simbolo ricorrente nei suoi scritti, intraducibile forse anche per l’assonanza con misticismo e mistero. Così comincia ad amare la terra nuova, alla quale riconoscerà sempre il merito di averlo sostenuto e fatto crescere.
È difficile trovare una vicenda esposta quanto la sua a interferenze sociali e culturali, ed è difficile enumerarle tutte; ma è nel monologo interiore, avviato in età precocissima, che si innestano le successive esperienze, e non viceversa. Nel dialogo con le anime, dolente ma rasserenante, trovano un solco familiare anche i lutti che ben presto lo colpiscono. Quando Kahlil racconta alla Haskell – incontrata subito dopo – la morte di Sultana, di Boutros e della mamma, il tono, più che di tragedia, è di trasfigurazione, sia degli eventi, sia delle figure, sia del contesto domestico. Non a caso il ritratto a memoria della madre morente – colei che, stando al racconto, lo introdusse a Leonardo e a san Tommaso d’Aquino – è intitolato Verso l’infinito. A vent’anni, nei primi timidi colloqui con la direttrice di scuola che lo invitava a esporre nel proprio istituto, traspare già il riconoscimento della poesia e dell’arte come crinale tra nostalgia e futuro. Fu Mary a sua volta, per Kahlil, lo spartiacque tra i salotti neoplatonici di Boston e la crescita in forme espressive anche tecnicamente più mature, quando lo mandò a Parigi a studiare belle arti come primo atto di amorosa pedadogia.
Nella capitale francese, com’era stato a Boston e come continuerà a essere dopo il trasferimento a New York, Kahlil continua a dar prova di un singolare approccio alle idee e alle persone: più che l’acquisizione di una conoscenza, spesso la sorpresa di un riconoscimento, un’intuizione, quasi un’agnizione, sia in positivo (Rodin, i romantici, Nietzsche, con cui tuttavia non si va oltre una parentela di simboli) sia in negativo (ad esempio Tagore, alla cui opera rimproverò la scarsa «coscienza mondiale»). Significativo anche il modo di relazionarsi alle presenze femminili: i rapporti più stabili saranno quello con la Haskell, che trascende il piano della fisicità, e con May Ziadah, con la quale corrispose diciannove anni nella madrelingua senza mai incontrarla di persona, e alla quale scrisse che la vera comunicazione avviene tra i nostri «doppi invisibili». Kahlil parla anche di anima, nella cui immortalità crede fermamente, come crede alla verità che si svela al di là della soglia terrena: ma nei suoi contesti sfumati questa e altre parole, che pure usa in traslato (resurrezione, incarnazione), perdono la consistenza teologica loro propria.
Sul piano letterario, la preminenza del dialogo interiore lo portò molto presto a elaborare una sequela originale, benché ovviamente non asettica, di personaggi e personificazioni riconducibili sia a moltiplicazioni di identità e di « maschere » (Folli, Eretici, Precursori, Scavatori di Fosse, Greater Self e Pigmy Selves) sia alla fiducia nel congiungersi e ricongiungersi degli esseri e di tutto l’Essere: due movimenti solo apparentemente contraddittori, evidentissimi nella sua pittura. Se ogni cosa è visibile in due o più aspetti, d’altro canto Gioia e Dolore, come molte coppie di opposti, sono due aspetti dello stesso volto. Mentre, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la letteratura occidentale propone modelli di frantumazione dell’io che sfociano tra problematicità e incomunicabilità, in lui (che conobbe e ritrasse anche Jung) prevale il moto della conciliazione, nell’emblema dinamico di un half-embrace. Ciò è evidente – talora più nella forma che nel contenuto – in quasi tutte le raccolte di aforismi e parabole, ma soprattutto nel poemetto Il profeta, nel quale l’esile cornice narrativa è pretesto per la ricomposizione dei vari aspetti enunciati nei sermons, e la partenza del protagonista Almustafa prelude a un più grande ritorno.
Esperienza forte dovette essere il riapprodare in Libano nell’adolescenza: in una terra dove, quindici chilometri a nord di Beirut, è presente una rupe con diciannove iscrizioni in quasi altrettante lingue, il paesaggio stesso suggerisce il dialogo con «i fantasmi delle ere», come scrive in una poesia. Più avanti, tornato in America per rimanervi, Gibran ambienterà in quel Libano la scena culminante del suo unico romanzo, Le ali infrante, pubblicato nel 1912, ispirato a una frase della madre. Un antichissimo tempietto conserva i resti di due affreschi: in una parete Venere-Astarte di ascendenza fenicia, nell’altra una Crocifissione bizantina; proprio davanti a quest’ultima l’eroina rinuncia all’amore terreno in vista di un più sublime amore, quello che veramente unisce.

Il costruttore di aquiloni
Settembre 1922. Gibran e Mary, ritrovandosi al solito dopo l’estate, si raccontano come hanno trascorso le vacanze. Lei, tornata dal Sud, gli confida la corte pressante dell’uomo che di lì a quattro anni diventerà suo marito; lui, tornato dal mare, la rassicura comunque vada: «La relazione tra te e me è la cosa più bella della mia vita. È la più splendida che io abbia conosciuto in qualsiasi vita. È eterna».
Forse proprio Nantasket, la spiaggia di Boston dove Kahlil trascorse alcune estati con la sorella – sempre più spesso negli ultimi anni, quando la salute declinava – gli ispirò una splendida affermazione di poetica, riferita nel diario di Mary allo stile del Profeta: «I poeti dovrebbero prestare orecchio al ritmo del mare. È il ritmo del libro di Giobbe e di tutte le parti magnifiche del Vecchio Testamento. Quel duplice modo di esprimere un’idea che era tipico degli ebrei. Si dice, e poi si dice nuovamente, in modo solo un poco diverso. Come accade per le onde del mare. Sai quando arriva una grande onda, frusciando, e porta con sé i sassolini con il loro caratteristico rumore. Poi alcuni dei ciottoli ruzzolano indietro, con un rumore più lieve, una specie di sottocorrente di suono; e arriva frusciando una seconda ondata, minore della prima… Poi, pausa. E ben presto, ecco un’altra onda, e tutto si ripete».
Dinanzi al ritmo puro, lo stesso delle forme arcaiche di poesia, Gibran, che stringendo una meteorite disse di percepire la vita dell’intero universo, somiglia al protagonista di 2001 Odissea nello spazio, quando, scartati il teatro e la lirica che pure ha a disposizione nell’astronave, si fa accompagnare da una musica « senza architetture », e la spoliazione va di pari passo con lasemplicità dell’infinito. Racconta Kahlil a Mary: «Sì, le persone che stavano in spiaggia devono aver capito che cercavo la solitudine… perché gli adulti raramente si avvicinavano. Ma ci sono novantasette bambini su quella collina. E devo aver fabbricato, per loro, qualcosa come… sessanta o settanta aquiloni! Tutti i tipi di aquiloni: grandi, piccoli, colorati, bianchi. E aquiloni siriani. Hai mai visto gli aquiloni siriani?».
Facile visualizzare, su quella spiaggia, molti pronunciamenti del Profeta: «Vorrei che andaste incontro al sole e al vento più con la pelle e meno col vestito…». Oppure: «Se è Dio che vuoi conoscere, non essere per questo solutore di enigmi; guardati intorno, invece, e lo vedrai giocare con i tuoi figli». I bambini, notando la sua perizia nel fabbricare aquiloni, gli chiesero di essere giudice nella gara finale; e il trofeo, un enorme aquilone-segnale, andò al ragazzone grassoccio di una famiglia numerosa che viveva là tutto l’anno. Forse il poeta aveva letto nei suoi occhi l’anelito che era anche suo: «Non c’è desiderio più profondo del desiderio di rivelarsi. Tutti vogliamo che la piccola luce che è in noi sia tratta da sotto il moggio. Il primo poeta deve aver sofferto intensamente quando gli abitatori delle caverne si mettevano a ridere delle sue folli parole. Avrebbe dato arco e frecce e pelle di leone, tutto ciò che possedeva, solo per comunicare ai suoi compagni di umanità l’intensa emozione e il trasporto che il tramonto gli creava nell’anima. E tuttavia, non è questa oscura pena – la pena di non essere compresi – che genera l’arte e gli artisti?».
I ragazzi si allontanano uno a uno dalla spiaggia: comincia a far freddo, è la stagione del ritorno a scuola. Molti anni più tardi, le gare tra aquiloni, che nelle biografie di Gibran costituiscono un episodio marginale se mai menzionato, saranno al centro di un famoso struggente romanzo. Gibran non poteva prevederlo, ma è qualcosa del genere che intende quando dice: «Ancora un poco, una pausa tra gli aliti dell’aria, e un’altra donna mi darà alla luce». Più che il ritorno in una terra definita, è l’unione trascendente, quella tra Goccia e Oceano, tra Sabbia e Schiuma (titolo del 1926) il richiamo del mare al quale Almustafa obbedisce, non senza lasciarne l’invito alla donna che ha creduto in lui: «Quando Amore ti chiama, segui il segno».
Altro non spiegherebbe, se lo si intervistasse oggi. Ripeterebbe forse, lanciando un aquilone o, come nel giugno 1912, guardando il Cambridge Street Bridge: «Costruire un ponte… ecco cosa voglio fare: costruirne uno così robusto e solido che lo si possa attraversare per sempre».

Isabella Farinelli

«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

http://www.zenit.org/it/articles/e-cristo-che-tie-er-timone-poesia-di-un-parroco-romano

«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

Padre Lucio Zappatore, carmelitano della Capitale, saluta il Papa dimissionario con dei versi in romanesco

Roma, 21 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Salutare il Papa in romanesco, nel dialetto della città di cui è stato – ed è, fino al 28 febbraio – vescovo. Padre Lucio Maria Zappatore, settant’anni nel prossimo agosto, carmelitano, dal 2000 alla guida dela comunità parrocchiale di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata, ma soprattutto un poeta nela lingua di Trilussa, ha dedicato una poesia al Santo Padre. Un saluto affettuoso da un sacerdote romano, che ben interpreta i sentimenti anche degli altri presbiteri.

Il titolo: «Ar Papa uscente Benedetto XVI». Di seguito la poesia composta da padre Zappatore:

So’ rimasto de stucco, che sconforto,
ner sentì ch’ha deciso de mollà.

A Roma, er Papa, o è vivo o è morto
Nun ce so’ vie de mezzo da ‘nventà.

«Morto un Papa se ne fa ‘n’antro»: è duro,
ma mo nun vale più: come faremo?

«Ogni morte de Papa» …t’assicuro
che qui sta vivo: come la mettemo?

Ma er core poi me dice de fidasse,
che ‘sto Papa, lui sa quello che fa:

prima ch’er tempo suo lo buggerasse,
s’è aritirato solo e in umirtà.

E la fede me dice da che esisto,
che la barca de Pietro nun vacilla,

ché, Papa dopo Papa, è sempre Cristo,
che tiè er timone e la fa annà tranquilla!

L’amore non svanisce mai (Charles Peguy)

dal sito:

http://spery.splinder.com/post/7099385/lamore-non-svanisce-mai-charles-peguy

L’amore non svanisce mai.

(Charles Peguy)

La morte non è niente,
io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io.Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
Parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non usate un tono diverso.
Non abbiate un’aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva
ridere insieme.
Sorridete,pensate a me,pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa
come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi,senza alcuna ombra
di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non si è spezzato.
Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perché sono fuori dalla
vostra vista?
Io non sono lontano,
sono solo dall’altro lato del cammino.

Publié dans:poemi, poesie |on 23 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

1 ottobre: Santa Teresa di Lisieux (poesia-preghiera)

dal sito:

http://www.steresa.org/Santa/poesie.htm#Vivere%20d’amore

Santa Teresa di Lisieux

(poesie)

Vivere d’amore

1. Nella sera d’amore Gesù, fuor di parabole, disse: Chi vuole amarmi osservi la mia parola fedelmente, ed io e il Padre mio verremo a visitarlo: prenderemo dimora nel suo cuore, ne faremo la nostra reggia, il nostro vivente soggiorno, perché voglianto ch’egli resti nel nostro amore.

2. Vivere d’amore è custodirti, Verbo increato! Parola del mio Dio! Io t’amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d’amore m’incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore.

3. Vivere d’amore è vivere della tua vita, Re glorioso, delizia degli eletti! Tu vivi per me nascosto in un’ostia… Ed io voglio nascondermi per te, Gesù mio! Occorre solitudine agli amanti, un cuore a cuore che duri notte e giorno: il solo tuo sguardo mi fa beata: io vivo d’amore!

4. Viver d’amore non è già piantar sulla terra, sulla vetta del Tabor, la propria tenda: ma salire con Gesù sul Calvario, ed ambire il tesoro della Croce! Vivrò in cielo esultante quando ogni prova sarà per sempre trascorsa. Ma quaggiù voglio viver d’amore nella sofferenza.

5. Vivere d’amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chieder salario; senza far conti io mi dò, sicura come sono che quando s’ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino che trabocca di tenerezza! e corro leggermente… Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d’amore.

6. Vivere d’amore è sbandire ogni tema, ogni ricordo dei passati errori. Non vedo nemmeno l’impronta d’uno dei peccati, ciascuno è svanito nel fuoco divino. Fiamma sacra, dolcissima fornace, del tuo focolare io fo la mia stanza. E qui a mio piacere canto, Gesù, e vivo d’amore!

7. Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di sé un tesoro. Mio Benamato! debolissima io sono! E tutt’altro che un angelo del cielo. Ma se cado a ogni passo tu mi raggiungi, di volta in volta mi sollevi, mi avvolgi nel tuo abbraccio, e mi dai la tua grazia. Io vivo d’amore!

8. Vivere d’amore è un navigare incessante, seminando nei cuori la gioia e la pace. Pilota amato! M’incita la carità, perché ti vedo in tutte le anime mie sorelle. La carità, ecco la sola mia stella; alla sua luce vogo diritta; e sulla vela è scritto il mio motto: Vivere d’amore!

9. Vivere d’amore, quando assopito è Gesù, è il riposo sui flutti in tempesta; ah non temere, Gesù, che ti svegli, io aspetto in pace l’approdo dei Cieli. Presto la fede squarcerà il suo velo, la mia speranza sarà d’un giorno solo: la carità gonfia e sospinge la mia vela. Ed io vivo d’amore!

10. Vivere d’amore, o mio Divino Maestro, è supplicarti di spandere i tuoi raggi nell’anima eletta e santa del sacerdote ch’egli sia più che un celeste serafino. Proteggi la tua Chiesa immortale, te ne scongiuro ad ogni attimo. Io, figlia sua, m’immolo per lei, e vivo d’amore!

11. Vivere d’amore è rasciugarti il volto e ottenere perdono ai peccatori: che rientrino nella tua grazia, o Dio di amore, e sempre benedicano il tuo nome! Ogni bestemmia mi rintocca nel cuore; e per cancellarla ridico ogni giorno: T’amo e t’adoro, o Nome sacro! e vivo d’amore.

12. Vivere d’amore è imitare Maria Maddalena che bagna di pianti e di preziose essenze i tuoi piedi divini, e li bacia rapita, li asciuga coi lunghi capelli, poi con santa audacia levandosi, anche il dolce tuo volto cosparge d’aroma… Per me, quell’olezzo che innalzo al tuo volto è il mio amore.

13. Vivere d’amore, che strana pazzia! Mi dice il mondo: smettila di cantare! e bada a non sprecare i tuoi aromi, la tua vita, impiegali utilmente! Ma amarti, Gesù, che feconda perdita! Ogni mio aroma è tuo, per sempre. E voglio cantare, lasciando il mondo: Io muoio d’amore!

14. Morir d’amore è il ben dolce martirio di cui vorrei soffrire. Cherubini, accordate i liuti, ché il mio esilio, lo sento, sta per finire… Dardo di fuoco, consumami senza tregua, e feriscimi il cuore in questo triste soggiorno. Divino Gesù, avvera il mio sogno, morir d’amore!

15. Morir d’amore, ecco la mia speranza: quando vedrò spezzati i miei lacci, Dio sarà la mia gran ricompensa: non voglio altri beni. Son tutta presa del suo amore, e venga, dunque, a stringermi a sé per sempre. Ecco il mio cielo, il mio destino: Vivere d’amore!

Publié dans:poesie, preghiere |on 30 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

La mangiatoia

dal sito:

http://www.lestagioni.altervista.org/8poesia.htm

La mangiatoia

Ai Qing
 

Per l’anniversario della nascita di un Nazareno
Perché nevica ancora?
I passeri sulla staccionata guardano il cielo
il cielo è così buio
qualcuno passa oltre la mangiatoia
alla mangiatoia, il pianto di una donna
come se le lacrime di dolore e vergogna
di tutta una notte
ancora non bastassero a inumidire
la terra inaridita dell’inverno!
Qualcuno passa oltre la mangiatoia
dalla mangiatoia vengono lamenti che strappano il cuore
ah , con innumerevoli dita
la folla segna la fanciulla-madre
sprezzata come immondizia
nessuno è disposto a portarle un catino per il sangue
a versarle un secchio di acqua calda.
II vento penetra nelle crepe del muro di terra
è il ghigno del freddo invernale
lei lotta lotta lotta
la testa appoggiata alla staccionata
guardate, tra i capelli scarmigliati
scintillano febbri citanti gli occhi luminosi
questa donna di Betlemme scacciata,
esposta alla pubblica infamia
vittima del disprezzo della folla
tutto il corpo in un bagno di sudore
Vento soffia ancora con forza
perché ti sei placato?
Ascoltate i teneri vagiti
il sangue della puerpera
la mangiatoia mai prima fiorita
ha cosparso di splendidi fiori
la piccola vita
dà nuova forza alla madre
nella paglia di riso quattro membra si muovono
qualcuno passa oltre la mangiatoia
rivolge sguardi obliqui
qualcuno passa oltre la mangiatoia
si allontana sdegnoso
qualcuno passa oltre la mangiatoia
muove gelide risa
il bimbo primogenito
col suo pianto spaurito
viene a conoscere questo mondo straniero
dalla nebbia del malessere
Maria si risveglia
china il viso di cenere
e parla tra le lacrime
che scorrono ininterrotte
«Bambino mio
a Betlemme
noi saremo scacciati
noi andiamo
raminghi a farti crescere
Oggi ci incamminiamo
ricordati che sei
nato nella mangiatoia
figlio di una donna reietta
che ti ha dato la vita nel dolore e nell’ oppressione
quando ne avrai le forze
dovrai con le tue lacrime
lavare i peccati degli uomini».
Dolorosamente si leva
avvolge il neonato nel suo petto
e desolata lascia la mangiatoia
fiocchi di neve turbinano sui suoi capelli sparsi
in silenzio
va via.

Natale 1936

12

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