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Le radici del pellegrinaggio (è un po’ lungo, ma molto interessante)

dal sito dell’Opera Romana Pellegrinaggi:

http://www.odpt.it/radici.htm

Le radici del pellegrinaggio

da: “PELLEGRINAGGIO”
Nostalgia e fascino del mistero – San Paolo, 1997
di Mons. Romeo Maggioni

introduzione:

Il pellegrinaggio nella vita dell’uomo viene da lontano: ha radici profonde nel suo essere e nella sua storia.

Ha radici nella sua dimensione psicologica ed esistenziale. L’uomo è in ricerca, è curioso di sapere e di conoscere: è pellegrino della verità e della felicità. Il quesito sulla sua identità, sul senso della vita e sul proprio destino lo rendono viator: ricercatore oltre gli stessi confini umani, aperto all’Assoluto, con la voglia di possederlo e divenire simile a Lui. Ma a questa ricerca – non sempre positiva e vera – un giorno ha voluto affiancarsi Dio stesso per guidare, purificare, elevare, indirizzare al punto giusto la ricerca dell’uomo verso il mistero. E’ la vicenda storica di Israele trasmessaci dalla Bibbia, dove si narra l’esporsi graduale di Dio nella vicenda umana, per manifestarsi e comunicarsi, fino a rendersi visibile fisicamente in Gesù di Nazaret, rivelazione piena di Dio e del progetto di uomo creato da Dio. E’ il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che precede e sollecita come risposta il pellegrinaggio della fede dell’uomo verso Dio. “Dio s’è fatto uno di noi per fare ognuno di noi uno di Lui” (sant’Ireneo). Da qui la terza radice del pellegrinaggio, quella teologica, che fonda il vero e puro anelito dell’uomo verso Dio. Scrive san Paolo: “Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Creati, predestinati, strutturati quali figli di Dio come l’Unigenito, è iscritto in noi – necessariamente, naturalmente – il bisogno di Dio, impastati come siamo di divino, col destino e il desiderio profondo di divenirne eredi. Qui si fonda la sete di Dio, incancellabile, che arde in ogni uomo e che lo spinge alla sua ricerca e al suo possesso. Più precisamente parliamo di “nostalgia” perché è ritorno e scoperta di una sua radice lontana. Dio si è insediato nella storia; l’evento cristiano ne è il cuore e il culmine, ma per dilatarsi e raggiungere tutti. Come un fiume d’acqua viva, da quel punto storico, scorre la realtà visibile della Chiesa, mistero e – contemporaneamente – luogo di salvezza. Lì si incontra la memoria di quell’evento, ma una memoria efficace che per l’opera dello Spirito Santo attualizza per ognuno di noi atti e frutti di trasformazione e santificazione. Il pellegrinaggio verso Dio allora sfocia nella Chiesa e nel sacramento se vuol essere davvero approdo di salvezza. A questa precisa meta sacramentale deve giungere ogni pellegrinaggio a un santuario. Infine l’ultima radice o dimensione del pellegrinaggio è quella “escatologica”, perché il nostro approdo al mistero cristiano è solo un inizio, una promessa: “Nella speranza noi siamo stati salvati…” (Rm 8,24). La nostra è una situazione del “già e non ancora”: siamo già salvati, ma in attesa del possesso pieno di una salvezza che ci sarà data come compimento, anche nel corpo, con il ritorno glorioso di Cristo. La Chiesa, nella sua indole, è “pellegrina” verso quel compimento che l’Apocalisse vede come un giorno di nozze, di totale e definitiva comunione dello sposo con la sposa, di ogni cristiano con Cristo, in Casa Trinità, dove Dio sarà tutto in tutti! Modello e primizia di questa peregrinazione e di questo compimento è Maria. Perciò ogni pellegrinaggio mariano è rievocazione e lettura della nostra stessa vicenda di uomini incamminati nella fede verso un destino di vita in cui Maria ci ha preceduti e di cui è segno e speranza.
La radice esistenziale Camminare verso una meta è ciò che qualifica l’intima condizione dell’uomo viator, segnato già nella sua crescita fisica e psichica da una tensione verso una maturità. Così si può dire anche della sua aspirazione a una rilevanza sociale sempre più vasta. Ma l’itinerario della sua crescita è più interiore, assetato com’egli è di curiosità, di conoscenze, di possesso. Si potrebbe affermare che a ogni assaggio di bellezza si dilata in lui il senso e il gusto di una bellezza maggiore. Così è della verità. Una molla interiore lo spinge alla totalità, all’infinità, all’eternità perché non esistono limiti che riesca a sopportare, se non quelli sentiti come innaturali e costringenti la sua libertà che egli vuole e ipotizza come totale e assoluta. L’intima psicologia dell’uomo lo spinge verso un pellegrinaggio oltre ogni frontiera, uno scavalcamento costante di barriere per naufragare in un mare dagli spazi infiniti.
E qui che si colloca la radice di quel quesito esistenziale che fa dell’uomo il vero pellegrino verso l’assoluto e verso il mistero! Essenzialmente sono tre le angosce che avvelenano l’esistenza dell’uomo: la paura della morte, l’incertezza sul senso della vita, il peso interiore del rimorso col bisogno urgente di perdono. Sono esigenze insopprimibili dell’anima, interrogativi e problemi di limite, là dove la ragione sfiora l’assurdo e il cuore teme la disperazione. Spinto da questi bisogni l’uomo parte alla ricerca di una soluzione, perché l’uomo vuol essere uomo!E l’uomo cerca nella cultura: miti, letteratura, arte, poesia. Valori umani certamente elevati, ma parziali. Qualcuno, infatti, s’accontenta ancora soltanto d’estetismo! L’uomo cerca nella scienza e nella tecnologia: è già arrivato fin sulla luna. Ma non ha risolto i guai della sua quotidianità. Questo della scienza e del progresso è un idolo ancora tenace. L’uomo cerca nella sua libertà. Si scatena al massimo del suo capriccio individuale: non gli mancano oggi né possibilità né stimoli. Ma la natura si ribella, la società diventa invivibile. C’è un vincolo comunque tra libertà e verità. L’uomo cerca nella solidarietà. L’amore però, anche il più fortunato, non sazia fino in fondo. O cerca nella rivoluzione; ma s’imbatte spesso in una dittatura di segno opposto. L’uomo infine cerca nel mistero, oltre se stesso. Asseconda il senso religioso e s’affida a un richiamo che viene dal profondo dell’essere, dal creato, dall’anima. Dentro l’uomo c’è un qualcosa che grida un bisogno di pienezza che travalica l’esperienza dei suoi limiti. L’uomo è una creatura aperta che invoca nella frammentarietà l’unità, nel tempo l’eterno, nel piccolo il tutto e l’infinito. Sono desti nell’uomo un anelito e una nostalgia di Dio. In fondo al cuore d’ognuno si erge un altare dedicato a un dio ancora ignoto, ma di cui siamo alla ricerca come a tentoni nel buio. L’uomo avverte un bisogno naturale, “creaturale” di Dio; sperimenta un vuoto che grida di essere riempito. Soffocare tale bisogno è chiudersi alla razionalità e condannarsi all’assurdo, rinunciare a essere uomini!

E nasce la religione.

Induismo, buddismo, islam… le grandi religioni storiche raccolgono questo anelito, lo cristallizzano in forme sociali e l’incanalano verso una certa visione di Dio e dell’uomo.
Va dato atto e stima a tale sforzo umano di ricerca, alle grandi costruzioni unitarie di sistemi morali e religiosi atti a pacificare il cuore dell’uomo sul tema soprattutto dell’aldilà. Penso a tutta la cultura dell’antico Egitto e al suo anelito alla sopravvivenza espresso in templi, tombe e piramidi. Il senso religioso allora è la prima radice del pellegrinaggio dell’uomo e la religione resta la strada di un esistenziale anelito verso la vita e la sua pienezza. Ma con quali risultati? Il bisogno di verità è bisogno di certezza, non di ipotesi; necessita di chiarezza, non di immagini nebulose e confuse. La vera pacificazione del cuore sta anche in una risposta razionale. Per questo, oggi, una religiosità che si frantuma in sètte irrazionali e alla moda non è una risposta degna dell’uomo!

E un pellegrinaggio che manca di traguardo rende schiavo l’uomo.

La radice biblica Un giorno Dio chiamò Abramo e gli disse: “Esci dalla tua terra e va’ nel paese che io ti indicherò” (Gn 12,1). E Abramo inizia il pellegrinaggio della sua vita guidato da Dio stesso. Dopo di lui Mosè è chiamato dal roveto ardente e inviato a condurre il suo popolo fuori dalla schiavitù d’Egitto. E’ il braccio potente di Dio a far passare Israele per le acque del Mar Rosso; è Dio a convocarlo al Sinai per offrirgli un’alleanza; è Lui a guidarlo e a metterlo alla prova nel deserto per 40 anni. Mosè ne avrà coscienza: “Se tu non cammini con noi, io non mi muoverò!” (Es 33,15). Tutta la Bibbia è la storia di questo graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli sempre più il suo volto preciso, per comunicarsi a lui con una solidarietà che diviene salvezza, e invitarlo ad accogliere un’alleanza che mira a portare l’uomo a una partecipazione più piena al suo mistero. Il lungo pellegrinaggio dell’uomo verso il mistero della vita incrocia il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che viene incontro ai suoi passi incerti, per purificarne gli aneliti e dirigerlo verso esperienze che svelino una vicenda di Dio e dell’uomo che li accomuna. Più precisamente: l’esperienza dell’Esodo segna il paradigma dell’itinerario che Dio fa compiere all’uomo perché possa raggiungere la salvezza. L’iniziativa è di Dio che “ha compassione del suo popolo” e si muove a liberarlo da una schiavitù, di cui l’uomo a volte ha nostalgia! Per la mediazione di un suo inviato, Mosè, che agisce non per forza propria ma per poteri ricevuti, Dio libera il suo popolo per portarlo a un’esperienza e a una comunione con Lui: è il momento solenne dell’alleanza al Sinai. Ma il dono di Dio va stimato e fatto proprio, anche negli avvenimenti difficili della prova: il deserto rappresenta il momento educativo robusto di questo Dio che conduce alla fine il suo popolo nella terra promessa. Altra immagine emblematica del pellegrinaggio che Dio disegna con il suo popolo è la vicenda personale di Osea: parabola dell’alleanza che i profeti leggono in chiave sponsale. Quest’uomo, Osea, aveva sposato una donna cui voleva un gran bene e dalla quale aveva avuto tre bei bambini. Dopo dieci anni di matrimonio, questa donna abbandona marito e figli e se ne va con altri amanti. Osea rimane sconcertato. Dio interviene a dirgli: Va’ a fare il profeta a mio nome e racconta l’angoscia che ti ha preso, perché tale è anche il mio sconcerto e la mia angoscia; il mio popolo mi ha abbandonato e tradito con altri amanti, con altre divinità, e ha disprezzato tutte le tenerezze e le premure di sposo che io ho sempre avuto nei suoi confronti. E Dio si lamenta: “Che altro potevo fare di più alla mia vigna che io non abbia fatto?” (Is 5,4). Dio farà di tutto per richiamare il suo popolo alla fedeltà, anche con castighi. Ma alla fine dirà a Osea: “Ama la tua donna, anche se ti tradisce con un amante. Amala, come il Signore ama gli Israeliti anche se si rivolgono ad altre divinità” (Os 3,1). In questa coppia difficile, quando il partner umano viene meno, al partner divino non resta altra scelta che la misericordia e il perdono! E alla fine sarà proprio Dio a venire a rimetterci la pelle per riscattare l’uomo dai suoi mali più profondi: il peccato e la morte. L’incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo in Gesù di Nazaret segna la condivisione più piena di Dio con la vicenda umana, fino a divenirne cosí solidale da “portare lui il peccato di tutti noi, per le cui piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53). E’ appunto lì che deve sfociare l’itinerario dell’uomo verso la propria salvezza e vita. Cristo è il culmine della storia umana, dove il Dio invisibile s’è reso accessibile e consanguineo all’uomo così da condividerne tutta la vicenda e portarla a pieno riscatto. Potremmo riassumere questo aspetto del pellegrinaggio dell’uomo nell’icona dei Magi. Li muove una ricerca, certamente quella di Dio. Una stella interviene e li guida. Il creato già dice molto su Dio! Ma quella stella li indirizza a Gerusalemme, dove Dio da tempo s’è reso vicino e dove le Scritture parlano di una sua imminente apparizione. E vengono indirizzati a Betlemme, dove il cielo ha toccato la terra, dove l’Assoluto ha preso volto di uomo e l’Eterno s’è fatto bambino! La Bibbia indirizza la ricerca verso il posto giusto fissato da Dio per l’incontro vero e definitivo tra umanità e divinità. I Magi, che cercavano sinceramente Dio, lo hanno trovato e adorato in quel bambino posto nella mangiatoia. Il cristianesimo non è un’incantevole favola sentimentale, o una teoria filosofica, né una religione inventata da uomini saggi: è semplicemente un fatto, un evento – documentabile e certo dell’unico ed eterno Dio che s’è mescolato come uomo tra gli uomini per incontrare l’uomo che da sempre ne è in ricerca. Da allora non è più ipotizzabile un altro volto del mistero, di Dio. “In lui – dirà san Paolo di Gesù – abita la pienezza della divinità in un modo fisico” (Col 2,9). Questo in sostanza è l’unico sbocco salvifico del pellegrinaggio dell’uomo!

La radice teologica Ritorniamo indietro a scoprire le primissime fila di queste nostre radici.

Avvenne che un giorno, in Casa Trinità, si tenne consiglio di famiglia e si prese una prima sorprendente decisione. Viveva da sempre lì un Figlio profondamente in sintonia col Padre, era l’Unigenito, goccia del tutto simile a Lui, “della stessa sostanza del Padre”. Ebbene, si decise di allargare famiglia e di avere come figlio proprio un uomo: quel Figlio Unigenito avrebbe assunto anche una natura umana, diventando uomo-Dio, il Figlio di Dio che è anche uomo. E’ Gesù Cristo, inizio e fine di tutta la successiva creazione dell’uomo e delle cose. Così si esprime san Paolo: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” (Col 1,15-17). Appunto “in vista di lui” si prese la seconda impensabile decisione: creare, cioè, ogni uomo su quel modello, quasi sua espansione e prolungamento, diventando Lui non il caso unico, ma “il primogenito di molti fratelli”. Lo afferma ancora san Paolo: “Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Ogni uomo quindi è progettato, creato, strutturato, “stampato” secondo quel prototipo: cioè uomo-figlio di Dio, chiamato a diventare come l’Unigenito figlio proprio di Dio e suo erede: “Vedete come ci ha voluto bene il Padre? Egli ci ha chiamati a essere suoi figli. E noi lo siamo realmente” (1 Gv 3,1). Questo significa che dentro ogni uomo, impastato com’è di divino, è inscritto un bisogno assoluto di Dio; la sua più intima struttura tende a realizzare in pieno quella sua destinazione a essere “simile a Lui”, a raggiungere quella intimità e quel possesso di Dio che l’Unigenito da sempre ha col Padre. Per usare un’immagine: ogni uomo è come nella condizione di un fidanzato promesso a un matrimonio grande e alto, quello con la divinità, nel cammino di una sua progressiva identificazione a quel Figlio di Dio incarnato sul quale è stato predestinato, fino a trasformarsi “in un uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). E’ qui che si fonda in verità l’anelito dell’uomo verso Dio, il suo cercarlo senza sosta, in forme diverse, ma incessanti. E’ quello che propriamente qui si chiama “nostalgia” di Dio. Sant’Agostino ne ha colto in profondità tutta la ripercussione psicologica ripensando alla sua lunga e appassionata ricerca di Dio: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Qui si fonda l’impulso profondo del pellegrinaggio: in una natura e quindi in un cuore assetato di Dio perché bramoso della riuscita della sua unica identità e del destino che gli è dato fin dall’atto creativo! La radice ecclesiale Nel pellegrinaggio di Dio verso l’uomo, in una prima tappa Egli ha come voluto scavalcare i cieli e rendersi presente sulla terra, nella nostra storia; è l’evento cristiano come fatto. Ma la fantasia di Dio è andata oltre: ha voluto valicare anche il tempo e rendersi contemporaneo a ogni uomo, entro le successive generazioni e dentro il cuore e la libertà di ognuno. E’ quello che noi chiamiamo il dono dello Spirito Santo. Sant’Ireneo dice che il Padre agisce con due mani: il Verbo e lo Spirito. Alla “missione” del Verbo succede ora la “missione” dello Spirito, che prolunga e porta a destinazione definitiva l’opera iniziata da Gesù. Cristo rimase fisicamente tra noi fino all’ascensione dopo essere risuscitato dai morti; ma poi cambia il suo tipo di presenza: da quella fisica (limitata nel tempo-spazio) a quella “pneumatica”, mediante cioè il suo Spirito che invia continuamente nel mondo. E’ il suo nuovo modo di essere tra noi; l’aveva pur promesso: “Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18); “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14,16). E’ ciò che chiamiamo, in termine tecnico, l’evento cristiano come mistero, più precisamente come sacramento. Si tratta dell’agire dello Spirito nella storia mediante segni che fanno memoria dell’opera di Cristo e ne rendono presenti nella loro sostanza atti e frutti salvifici. Certo, lo Spirito – datoci da Gesù in croce (cfr. Gv 19,30) – è quale rugiada e acqua feconda che scende come pioggia su tutti gli uomini. Ma dal giorno di Pentecoste Gesù ha voluto che quest’acqua viva scorresse fino a noi, fino alla fine del mondo, come in un canale sicuro, quasi un frammento divino, non manipolabile, esterno, visibile, riferimento e indirizzo preciso cui ogni uomo potesse rivolgersi per attingere direttamente all’azione efficace di Dio. Si tratta della Chiesa, sacramento primordiale di salvezza; o meglio sacramento nel tempo di Cristo, che a sua volta è sacramento del Padre. E’ nella Chiesa allora l’approdo concreto di chi vuol incontrare efficacemente l’azione di Dio oggi. “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre” (san Cipriano). La Chiesa è costituita essenzialmente da tre elementi, stabiliti da Gesù come “deposito del sacro” e strumenti efficaci di santificazione: la parola di Dio scritta, la grazia dei sacramenti e il ministero apostolico. E in particolare, come fonte e culmine di questa presenza/azione di Cristo in forma sacramentale, l’eucaristia. La divina liturgia è come il vestito entro il quale si cala e si comunica l’azione di Cristo che agisce interiormente mediante l’azione dello Spirito, che noi chiamiamo grazia santificante. Il sacramento allora è come l’ultima tappa raggiunta dal pellegrinaggio di Dio per incontrare l’uomo; ed è quindi lì la stazione di contatto in cui il pellegrinaggio dell’uomo in cerca di Dio deve approdare. Ogni pellegrinaggio che non voglia fallire il suo appuntamento non può non avere questa dimensione ecclesiale e sacramentale. Se l’incerto sentiero personale dell’uomo non sfocia in questa strada maestra stabilita da Dio succederà – come spesso capita – di incontrare un volto sbagliato di Dio, che invece di liberare rende più schiavo l’uomo e lo distrugge! E’ cronaca quotidiana in clima di inflazione di sètte!

La radice escatologica La speranza è il caso serio della vita. E’ la speranza a muovere l’uomo; è sempre l’ultima a morire.

La speranza è il presagio di un possesso. Ma spesso si rivela un miraggio, un’illusione. E il cuore si ostina, diventando così, la speranza, una bambina dagli occhi bendati. Cioè solo… fortuna. E siamo all’irrazionalità subumana! La speranza dev’essere un’attesa di ciò che è garantito, magari come caparra di un contratto stipulato. E’ questa l’unica speranza razionale, degna dell’uomo. Ed è la speranza cristiana. “Nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,24). In che consiste dunque? Uno dei temi più classici del Nuovo Testamento è quello degli “ultimi tempi”. E cioè: con la morte e la risurrezione di Cristo il tempo è giunto al suo “colmo”, al suo compimento; la vicenda umana è giunta al vertice, ha realizzato in pieno quei sogni di vittoria, di riuscita e di felicità che si attendeva. Un uomo, Gesù di Nazaret, ha vinto il peccato e la morte, ha raggiunto come uomo quel pieno possesso di Dio che è sempre stata aspirazione di tutti; siede ora alla destra del Padre, anche col suo corpo glorificato. Non solo è possibile vincere, ma di fatto uno di noi ha vinto, ha scavalcato la morte e già vive in pienezza una nuova e perenne vita in Dio. E, naturalmente, non come caso unico, ma con dichiarata promessa d’essere primizia e primogenito di altri risorti. Tutto il cristianesimo è incentrato in questa promessa. O, più precisamente, in questo anticipo che noi chiamiamo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita”. Lui, lo Spirito, un giorno “darà vita anche ai vostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). La speranza cristiana è un “già e non ancora”: “Già fin d’ora noi siamo figli di Dio; ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Qualcosa di nuovo e di definitivo è già avvenuto nel mondo con la risurrezione di Cristo; qualcosa di divino è già in noi col battesimo e la vita di grazia; qualcosa di eterno è già stato gettato nel tempo con la Chiesa, sposa di Cristo. E l’immagine della sposa è quella che sigla la Bibbia: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! – Sì, vengo presto! – Amen. Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,17-20). E di ogni cristiano san Paolo dirà: “Io vi ho promesso in matrimonio a un solo sposo, a Cristo, e intendo presentarvi a lui come una vergine pura” (2Cor 11,2). Noi cristiani in questo mondo siamo “ospiti e pellegrini”.. incamminati verso una patria definitiva (cfr. Eb 19,14). In questo senso allora tutta la Chiesa è pellegrina verso la sua definitiva realizzazione e tiene viva in ogni credente questa fedele e vigilante attesa di “Cieli nuovi e terra nuova”, e a essi li prepara. E’ il pellegrinaggio della fede, “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1). Maria, primizia e modello della Chiesa, questa dimensione pellegrinante della fede l’ha vissuta fino in fondo, anche nelle prove del sabato santo! E non è rimasta delusa. Anche lei ha già ottenuto “la risurrezione della carne e la vita eterna”. E qui che trova spazio privilegiato ogni pellegrinaggio a un santuario mariano: lì la Madonna ci sta davanti come lettura autentica dell’esperienza umana di cammino, come certa speranza di un pellegrinaggio riuscito della vita, e nelle apparizioni ci squarcia quel lembo di cielo che lei, come madre, è andata avanti a preparare per noi!

Publié dans:pellegrinaggio |on 7 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

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