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IL SIMBOLISMO DELLE API, IL CERO PASQUALE E PIO XII.

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IL SIMBOLISMO DELLE API, IL CERO PASQUALE E PIO XII.

 La Pasqua è il culmine della vita cristiana e la solennità più grande di tutta la vita liturgica della Chiesa. La celebrazione della Veglia Pasquale si divide in quattro momenti ugualmente importanti e ricchi di significato: la liturgia della Luce, la liturgia della Parola, la liturgia Battesimale e la liturgia Eucaristica. Il termine “Pasqua” – così come indica l’ebraico Pesach – significa “passaggio”: è la festa del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce. E’ per questo che – nella ricchezza di simboli pieni di significati – quello del cero pasquale assume un significato primordiale: è il simbolo di Cristo, “nostra luce”, che illumina le tenebre del peccato in cui il mondo viveva prima della sua Incarnazione e in cui spesso si trovano i nostri cuori. La luce del cero pasquale illuminerà ogni celebrazione durante i cinquanta giorni di Pasqua (la cinquantina pasquale) e verrà spento solennemente terminata la veglia di Pentecoste. LE API NELLA “LAUS CEREI” L’importanza del cero pasquale, solennemente acceso nella Notte Santa, si evince anche dall’ampio spazio che gli dedica l’antico inno dell’Exultet – riportato nel Messale Romano – che annuncia il glorioso evento della Risurrezione di Gesù. E’ per questo che, nella storia, questi inni pasquali venivano anche chiamati Laus Cerei. In questa notte di grazia accogli, Padre santo, il sacrificio di lode, che la Chiesa ti offre per mano dei suoi ministri, nella solenne liturgia del cero, frutto del lavoro delle api, simbolo della nuova luce. Riconosciamo nella colonna dell’Esodo gli antichi presagi di questo lume pasquale che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio. Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore, ma si accresce nel consumarsi della cera che l’ape madre ha prodotto per alimentare questa preziosa lampada. Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero, offerto in onore del tuo nome per illuminare l’oscurità di questa notte, risplenda di luce che mai si spegne. Salga a te come profumo soave, si confonda con le stelle del cielo. Lo trovi acceso la stella del mattino, questa stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. In questo brano dell’Exultet (o Preconio Pasquale) per ben due volte si fa riferimento alle api che producono la cera con la quale si confeziona il cero e si alimenta la simbolica fiamma. LE API NELL’ANTICO EGITTO E NELLA GRECIA Nella mitologia e nella religione dell’antico Egitto, così come nella letteratura classica greca, le api e il miele hanno un significato misterioso legato al mondo delle divinità. Il miele è il cibo degli dei, dolce al palato, che scende dal cielo creando un ponte tra il cielo e la terra; è segno di purezza, di castità e di dolcezza. Le api sono il simbolo del culto a diverse divinità di Corinto, Efeso e Creta. Sia in Egitto che in Grecia si trovano testimonianze della presenza del miele in alcuni riti funebri come alimento destinato alla vita ultraterrena. LE API NELLA BIBBIA Nella Bibbia (soprattutto nell’AT) l’ape è un archetipo dal significato polivalente, come molti simboli (oggetti, elementi naturali o esseri animali). L’ape è il simbolo dell’operosità, del lavoro instancabile, dello zelo come si legge nel testo greco dei Proverbi: “Va verso l’ape e osserva com’è laboriosa e quanto è nobile l’opera che essa compie. Re e cittadini, per la loro salute, usano i suoi prodotti; è ricercata e famosa presso tutti, benché debole sotto l’aspetto della forza, i distingue per aver onorato la sapienza” (LXX. Prov. 6,8) L’ape è anche simbolo di organizzazione e di metodo nel lavoro per costruire il nido e produrre il miele e la cera; è anche il simbolo della bontà che va al di là delle apparenze: “L’ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto è il migliore tra le cose dolci” (Sir 11,3), per questo è stata anche interpretata come immagine di Israele o della Vergine Maria. Ma d’altra parte l’ape è anche il simbolo dei nemici che attaccano il giusto da ogni parte: “Mi hanno circondato come api” (Sal 117,12). I popoli nemici sono paragonati a insetti fastidiosi: “In quel giorno il Signore farà un fischio alle mosche che sono all’estremità dei canali d’Egitto e alle api che si trovano in Assiria” (Is 7,18). Il miele, frutto del lavoro delle api, è un dono della bontà e predilezione di Dio: “Lo sazierei con miele dalla roccia” (Sal 81,17); simbolo della dolcezza dei giudizi di Dio che sono “più dolci del miele e di un favo stillante” (Sal 19,11b);  simbolo dell’amore: “Le tue labbra stillano nettare, c’è miele e latte sotto la tua lingua” (Ct 4,11); simbolo della terra promessa, una “terra dove scorrono latte e miele” (Es 3,8; 3,17; 13,5 Et al.); anche la “manna”, cibo sceso dal cielo per alleviare il cammino di Israele nel deserto, “aveva il sapore di una focaccia con miele” (Es 16,31); Il miele è il cibo dei consacrati a Dio come Giovanni (Mt 3,4) e come il bambino-Messia annunciato da Isaia che “mangerà panna e miele” (Is 7,15). LE API E I PADRI DELLA CHIESA I Padri della Chiesa, sempre sensibili alle metafore tratte dalla vita quotidiana e dalla natura, hanno più volte fatto riferimento alle api nelle loro omelie o catechesi. L’operosità e l’efficacia dell’ape è lodata da Clemente Alessandrino: “L’ape succhia dai fiori di un intero prato per trarne un unico miele”. Teoletto di Filadelfia cita le api come un esempio da seguire, un modello per la vita delle comunità monastiche: “Imitate la saggezza dell’ape!”. Sant’Ambrogio di Milano compara la Chiesa a un arnia dove le api (i cristiani) lavorano con zelo e fedeltà ricercando, ed ottenendo, il meglio da ogni fiore: il miele. Anche Bernardo di Chiaravalle parlò delle api considerandole simbolo della Spirito Santo che vola e si alimenta del profumo dei fiori. L’ape è anche considerata immagine di Cristo per il suo miele ma anche per il suo pungiglione: è la misericordia (dolcezza) unita alla giustizia (forza). Per Origene l’acqua disseta il pellegrino durante il cammino nel deserto, ma, giunti alla meta, il miele è l’alimento della ricchezza e della vittoria, è il nutrimento dei mistici, il dolce cibo promesso. IL PAPA PIO XII SUL RUOLO DELLE API Anche il papa Pio XII ha dedicato elogi alle api, alla loro organizzazione e ai frutti del loro lavoro; lo ha fatto il 22 settembre del 1958 in un discorso ai partecipanti del 17° Congresso Internazionale di Apicoltori convenuti a Roma per l’evento. In quella occasione il papa definiva il mondo delle api come un mondo sorprendente per la mente umana che, fin dai tempi antichi,espresse interesse e curiosità per questi laboriosi insetti. Dall’attività delle api – sottolineava papa Pacelli – gli uomini ricavano innumerevoli benefici.  Prima ancora di parlare del miele (“il prodotto più caratteristico” dalle “preziose proprietà nutritive”), il papa parlò dell’importanza della cera opera di queste “infaticabili lavoratrici”. “Se consideriamo che le candele, destinate all’uso liturgico, devono essere confezionate – interamente o per la maggior parte – con questa cera, dobbiamo ammettere che le api aiutano in qualche modo l’uomo a compiere il suo dovere supremo: quello della religione”. La perfetta organizzazione della società dell’alveare (una “città industriale dove si lavora in modo assiduo e ordinato”) offriva a Pio XII l’occasione per una riflessione sulla saggezza e intelligenza divina. Se la scienza riconosce nella società delle api una straordinaria capacità organizzativa e una imparagonabile precisione matematica, la filosofia deve escludere che l’intelligenza che rende possibile questa sorprendente realtà sia quella delle api (incapaci di capire e di progredire ma solo di obbedire a un istinto innato): l’origine è da ricercare altrove. “Cosa concludere se non che l’intelligenza che dirige l’organizzazione dell’alveare e la vita delle api è quella di Dio, che ha creato cielo e terra, che ha fatto germogliare le erbe e i fiori e ha dotato di istinto gli animali? Noi vi invitiamo, cari figli, a vedere l’opera del Signore nell’alveare, davanti al quale rimaniamo meravigliati. Adoratelo, dunque, e lodatelo per questo riflesso della sua divina saggezza; per il cero che si consuma sugli altari, simbolo delle anime che desiderano ardere e consumarsi per Lui; lodatelo per il miele, che è dolce, ma meno delle sue parole, che il salmista definisce ‘più dolci del miele’ (Sal 119,103). Alla fine del discorso, il papa incoraggiava agli apicoltori a rinforzare la loro fede augurandogli di arrivare a gustare la dolcezza del miele promesso dal Signore: “Cari figli, che studiate il mondo misterioso e meraviglioso delle api, gustate e vedete, per quanto è possibile qui sotto, la dolcezza di Dio. Un giorno gusterete e vedrete in cielo che l’oceano della sua luce e del suo amore eterno è infinitamente più dolce del miele”.

Miguel Cuartero

COSÌ PAPA PIO XII NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI E MARTIRI PIETRO E PAOLO DEL 1941

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NELLA TEMPESTA, LA TENEREZZA DEL SIGNORE PER I SUOI FANCIULLI – COSÌ PAPA PIO XII NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI E MARTIRI PIETRO E PAOLO DEL 1941

«Il Padre celeste continua e continuerà a guidare i loro passi di fanciulli con fermezza e tenerezza, solo che si lascino condurre da Lui e confidino nella potenza e nella saggezza del suo amore per loro». Così papa Pio XII nella solennità dei santi apostoli e martiri Pietro e Paolo del 1941

In questa solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, il vostro devoto pensiero e affetto, diletti figli della Chiesa cattolica universa, si rivolge a Roma con la strofa trionfale: «O Roma felix, quae duorum Principum – es consecrata glorioso sanguine! / O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso di questi due Principi!». Ma la felicità di Roma, che è felicità di sangue e di fede, è pure la vostra; perché la fede di Roma, qui sigillata sulla destra e sulla sinistra sponda del Tevere col sangue dei Principi degli apostoli, è la fede che fu annunziata a voi, che si annunzia e si annunzierà nell’universo mondo. Voi esultate nel pensiero e nel saluto di Roma, perché sentite in voi il balzo della universale romanità della vostra fede.
Da diciannove secoli nel sangue glorioso del primo Vicario di Cristo e del Dottore delle Genti la Roma dei Cesari fu battezzata Roma di Cristo, a eterno segnale del principato indefettibile della sacra autorità e dell’infallibile magistero della fede della Chiesa; e in quel sangue si scrissero le prime pagine di una nuova magnifica storia delle sacre lotte e vittorie di Roma.
Vi siete voi mai domandati quali dovevano essere i sentimenti e i timori del piccolo gruppo di cristiani sparsi nella grande città pagana, allorché, dopo aver frettolosamente sepolti i corpi dei due grandi martiri, l’uno al piede del Vaticano e l’altro sulla via Ostiense, si raccolsero i più nelle loro stanzette di schiavi o di poveri artigiani, alcuni nelle loro ricche dimore, e si sentirono soli e quasi orfani in quella scomparsa dei due sommi apostoli? Era il furore della tempesta poco prima scatenata sulla Chiesa nascente dalla crudeltà di Nerone; davanti ai loro occhi si levava ancora l’orribile visione delle torce umane fumanti a notte nei giardini cesarei e dei corpi lacerati palpitanti nei circhi e nelle vie. Parve allora che l’implacabile crudeltà avesse trionfato, colpendo e abbattendo le due colonne, la cui sola presenza sosteneva la fede e il coraggio del piccolo gruppo di cristiani. In quel tramonto di sangue, come i loro cuori dovevano provare la stretta del dolore al trovarsi senza il conforto e la compagnia di quelle due voci potenti, abbandonati alla ferocia di un Nerone e al formidabile braccio della grandezza imperiale romana!
Ma contro il ferro e la forza materiale del tiranno e dei suoi ministri essi avevano ricevuto lo Spirito di forza e di amore, più gagliardo dei tormenti e della morte. E a Noi sembra di vedere, alla susseguente riunione, nel mezzo della comunità desolata, il vecchio Lino, colui che per primo era stato chiamato a sostituire Pietro scomparso, prendere fra le sue mani tremanti di emozione i fogli che conservavano preziosamente il testo della Lettera già inviata dall’apostolo ai fedeli dell’Asia Minore e rileggervi lentamente le frasi di benedizione, di fiducia e di conforto: «Benedetto Dio, Padre del Signore Nostro Gesù Cristo, il quale secondo la sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza, mediante la risurrezione di Gesù Cristo… Allora voi esulterete, se per un poco adesso vi conviene di essere afflitti con varie tentazioni… Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio… gettando in Lui ogni vostra sollecitudine, poiché Egli ha cura di voi… Il Dio di ogni grazia, il quale ci ha chiamati all’eterna sua gloria in Cristo Gesù, con un po’ di patire vi perfezionerà, vi conforterà e vi renderà saldi. A Lui la gloria e l’impero per i secoli dei secoli!» (1Pt 1, 3.6; 5, 6-7.10-11).
Anche Noi, cari figli, che per un inscrutabile consiglio di Dio, abbiamo ricevuto, dopo Pietro, dopo Lino e cento altri santi pontefici, la missione di confermare e consolare i nostri fratelli in Gesù Cristo (cfr. Lc 22, 32), Noi, come voi, sentiamo il nostro cuore stringersi al pensiero del turbine di mali, di sofferenze e di angosce, che imperversa oggi sul mondo. […]

Davanti a un tale cumulo di mali, di cimenti di virtù, di prove di ogni sorta, pare che la mente e il giudizio umano si smarriscano e si confondano, e forse nel cuore di più d’uno tra voi è sorto il terribile pensiero di dubbio, che per avventura già, dinanzi alla morte dei due apostoli, tentò o turbò alcuni cristiani meno fermi: Come può Dio permettere tutto questo? Come è possibile che un Dio onnipotente, infinitamente saggio e infinitamente buono, permetta tanti mali a Lui così facili a impedire? E sale alle labbra la parola di Pietro, ancora imperfetto, all’annunzio della passione: «Non sia mai vero, o Signore» (Mt 16, 22). No, mio Dio – essi pensano –, né la vostra sapienza, né la vostra bontà, né il vostro stesso onore possono lasciare che a tal segno il male e la violenza dominino nel mondo, si prendano giuoco di Voi, e trionfino del vostro silenzio. Dov’è la vostra potenza e provvidenza? Dovremo dunque dubitare o del vostro divino governo o del vostro amore per noi?
«Tu non hai la sapienza di Dio, ma quella degli uomini» (Mt 16, 23), rispose Cristo a Pietro, come aveva fatto dire al popolo di Giuda dal profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55, 8).
Tutti gli uomini sono quasi fanciulli dinanzi a Dio, tutti, anche i più profondi pensatori e i più sperimentati condottieri dei popoli.
Essi vorrebbero la giustizia immediata e si scandalizzano dinanzi alla potenza effimera dei nemici di Dio, alle sofferenze e alle umiliazioni dei buoni; ma il Padre celeste, che nel lume della sua eternità abbraccia, penetra e domina le vicende dei tempi, al pari della serena pace dei secoli senza fine, Dio, che è Trinità beata, piena di compassione per le debolezze, le ignoranze, le impazienze umane, ma che troppo ama gli uomini, perché le loro colpe valgano a stornarlo dalle vie della sua sapienza e del suo amore, continua e continuerà a far sorgere il suo sole sopra i buoni e i cattivi, a piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5, 45), a guidare i loro passi di fanciulli con fermezza e tenerezza, solo che si lascino condurre da Lui e confidino nella potenza e nella saggezza del suo amore per loro.
Che significa confidare in Dio?
Aver fiducia in Dio significa abbandonarsi con tutta la forza della volontà sostenuta dalla grazia e dall’amore, nonostante tutti i dubbi suggeriti dalle contrarie apparenze, all’onnipotenza, alla sapienza, all’amore infinito di Dio. È credere che nulla in questo mondo sfugge alla sua Provvidenza, così nell’ordine universale, come nel particolare; che nulla di grande o di piccolo accade se non previsto, voluto o permesso, diretto sempre da Essa ai suoi alti fini, che in questo mondo sono sempre fini di amore per gli uomini. […]

Per la fede che si è illanguidita nei cuori umani, per l’edonismo che informa e affascina la vita, gli uomini sono portati a giudicare come mali, e mali assoluti, tutte le sventure fisiche di questa terra. Hanno dimenticato che il dolore sta all’albore della vita umana come via ai sorrisi della culla; hanno dimenticato che il più delle volte esso è una proiezione della Croce del Calvario sul sentiero della risurrezione; hanno dimenticato che la croce è spesso un dono di Dio, dono necessario per offrire alla divina giustizia anche la nostra parte di espiazione; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende Dio; hanno dimenticato ciò che dice l’Apostolo: «I patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la futura gloria che si manifesterà in noi» (Rm 8, 18); che dobbiamo mirare all’autore e consumatore della fede, Gesù, il quale, propostosi il gaudio, sostenne la croce (cfr. Eb 12, 2).
A Cristo crocifisso sul Golgota, virtù e sapienza che converte a sé l’universo, guardarono nelle immense tribolazioni della diffusione del Vangelo, vivendo confitti alla croce con Cristo, i due Principi degli apostoli, morendo Pietro crocifisso, Paolo curvando il capo sotto il ferro del carnefice, quali campioni, maestri e testimoni che nella croce è conforto e salvezza e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore. A questa croce, fulgente di via, di verità e di vita, guardarono i protomartiri romani e i primi cristiani nell’ora del dolore e della persecuzione. Guardate anche voi, o diletti figli, così nelle vostre sofferenze; e troverete la forza non solo di accettarle con rassegnazione, ma di amarle, ma di gloriarvene, come le amarono e se ne gloriarono gli apostoli e i santi, nostri padri e fratelli maggiori, che pure furono plasmati della medesima vostra carne e vestiti della stessa vostra sensibilità. Guardate le vostre sofferenze e gli affanni vostri attraverso i dolori del Crocifisso, attraverso i dolori della Vergine, la più innocente delle creature e la più partecipe della divina Passione, e saprete comprendere che la conformità all’immagine del Figlio di Dio, Re dei dolori, è la più augusta e sicura via del cielo e del trionfo. Non guardate solo le spine, onde il dolore vi affligge e vi fa soffrire, ma ancora il merito che dal vostro soffrire fiorisce come rosa di celeste corona; e troverete allora con la grazia di Dio il coraggio e la fortezza di quell’eroismo cristiano, che è sacrificio e insieme vittoria e pace superante ogni senso; eroismo, che la vostra fede ha il diritto di esigere da voi.
«Finalmente [ripeteremo con le parole di san Pietro] siate tutti unanimi, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendendo male per male, né maledizione per maledizione, ma al contrario benedicendo…: affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo: a cui è gloria e impero nei secoli dei secoli» (1Pt 3, 8-9; 4, 11).

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII … CENTRI DELL’APOSTOLATO DELLA PREGHIERA – 1942

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/speeches/1943/documents/hf_p-xii_spe_19430117_apostolato-preghiera_it.html

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII AD UNA RAPPRESENTANZA DI CENTRI DELL’APOSTOLATO DELLA PREGHIERA*

Domenica, 17 gennaio 1942

Nel contemplarvi qui riuniti intorno a Noi, cari Crociati dell’Eucaristia, diletti Zelatori, Zelatrici, Direttori e membri dell’Apostolato della preghiera, Ci sembra di far Nostra, quasi rivivendola, una scena grandiosa e commossa che ci presenta la Sacra Scrittura. Noi vediamo, salito sulla vetta del monte Horeb, mentre il popolo di Dio combatteva nel piano, Mosè orante con le braccia e le mani alzate, preludente e inconscia immagine del gran Mediatore dalle braccia distese sulla croce. Ai fianchi del pregante Condottiero, per timore che gli venissero meno le forze in quell’implorante atto faticoso, ecco due dei suoi più fidi sorreggergli le braccia con filiale sollecitudine, pieni di fede nella efficacia della preghiera del loro Capo (Exod. 17).
Anche Noi da questo colle del Vaticano assistiamo ad una grande contesa, incomparabilmente più vasta e più fiera di quella, pur immane, che mette in conflitto, gli uni contro gli altri, i popoli della terra; contesa spirituale, la quale altro non è che un episodio della lotta permanente e intima del male contro il bene, di Satana contro Cristo.
Noi, le mani tese verso il cielo, sentiamo gravare sulle Nostre spalle il peso di una indicibile responsabilità, premere il Nostro cuore un dolore profondo, che trova in voi, fedelissimi, un conforto nel tenervi che fate a Noi dappresso, unendo la vostra preghiera alla Nostra, i vostri sacrifici alle Nostre pene, le vostre opere alle Nostre fatiche. Non siete voi forse che nel corso di ciascun mese « tutte le vostre preghiere, le vostre opere, le vostre sofferenze della giornata » dirigete alle grandi intenzioni generali della Vittima divina, alla riparazione dei peccati e alle intenzioni particolari che Noi stessi vi diamo per consegna?
1. Il mondo troppo spesso ha o si fa una idea ben meschina della forza della preghiera e di coloro che pregano; non vi vede se non una occupazione tranquillamente pia, o ansiosamente sollecita, o liricamente esaltata di anime assenti dalla terra e dalla vita comune e sociale, anime che chiama mistiche, senza comprendere la bellezza, la grandezza, il significato profondo di questa parola.
Era dunque assente dalla terra e si disinteressava del mondo la grande mistica Teresa di Avila, la cui opera era mossa e guidata dalla brama di strappare le regioni cattoliche all’errore invadente e dilacerante il grembo della Sposa di Cristo? (cfr. Sta. Teresa de Jesus, Camino de perfección c. I). Del resto, uno dei corifei del libero pensiero nel secolo scorso diede alla disdegnosa concezione di frivoli filosofanti una vigorosa smentita dicendo : « Teresa fu il vero avversario della Riforma: ella fonda un Ordine per combatterla con la preghiera, con le lagrime e con l’amore. Non si erano mai intesi simili gemiti dopo il Golgota ».
La preghiera, le lagrime, l’amore, sono in realtà grandi cose: sono i doni che ogni mattina voi presentate al Cuore di Gesù per mezzo del Cuore immacolato di Maria nella vostra offerta quotidiana dell’Apostolato della preghiera; sono i doni del cuor vostro al Cuore di Cristo, perché conforti voi e il mondo nei travagli e affanni di quaggiù.
Voi li offrite in unione col sacrificio che Gesù stesso da secoli offre continuamente sull’altare. Uniti come siete a Lui, anche la vostra preghiera deve salire verso l’Eterno Padre, da questa terra di cui voi prendete in mano e fate vostri tutti gli interessi.
Non si può infatti comprendere pienamente il carattere e il vigore della Chiesa né misurare adeguatamente i benefici effetti della sua azione, se non si tengono in conto e in particolare pregio le preghiere e i sacrifici in tal guisa offerti dai fedeli. La investigazione storica suole proporsi l’ardua impresa di esaminare e determinare, fino a qual segno e in quale grado la Chiesa, nei vari periodi della sua esistenza, sia pervenuta a compiere la missione affidatale. Noi non intendiamo qui di ponderare le difficoltà di ordine generale che una simile valutazione incontra, come pure prescindiamo dalla considerazione che sembra quasi impossibile di racchiudere in qualche modo entro i confini di formule storiche il tranquillo, ma, anche nei tempi di procella e di declinamento, sempre vigoroso torrente della quotidiana vita ed opera della Chiesa. In un punto però tale ricerca storica necessariamente fallisce. Il fine proprio di tutta l’azione della Chiesa è soprannaturale; perciò soltanto nell’altro mondo apparirà con luminosa chiarezza quali ingenti benefici essa ha apportati alla umana famiglia, quante anime, per virtù della preghiera e del sacrificio di Cristo e dei fedeli a Lui uniti, essa condusse a Dio e alla loro eterna felicità. Voi però, diletti figli e figlie, potete avere la lieta e sicura coscienza di appartenere, come seguaci del passato, come avanguardie del presente e dell’avvenire, all’esercito di coloro che, mediante quotidiani sacrifici e preghiere hanno cooperato, cooperano e coopereranno con Cristo al raggiungimento di quell’altissimo fine.
2. La vera preghiera del cristiano, da Gesù insegnata a tutti, ma che è, a titolo speciale, la vostra, è preghiera essenzialmente di apostolato. Essa assomma in sé la santificazione del nome di Dio, l’avvento e la diffusione del suo regno, la filiale adesione alle disposizioni della sua amorosa Provvidenza e alla sua volontà redentrice e beatificante; quindi, tutti gli interessi, materiali e spirituali, degli uomini : il pane quotidiano, il perdono dei peccati, l’unione fraterna che non conosce odi né rancori, il soccorso nelle tentazioni per non soccombervi, la liberazione da ogni male. Un così gran cumulo di favori da quale altra pienezza può venire se non dai tesori di Dio, di quel Dio che si degna di accordarli alla nostra preghiera? Ecco perché, nell’immensa sciagura e crisi del genere umano, Noi confidiamo nell’aiuto delle vostre orazioni più ancora che nell’abilità dei più saggi Uomini di Stato e nel valore dei più strenui combattenti. Davanti a Dio l’arma della preghiera e della fede è più potente che non le armi di acciaio e di bronzo.
Di ciò la storia non rende forse in ognuna delle sue pagine aperta testimonianza? Le grandi gesta della Sposa di Cristo sono state sempre avviate e sostenute dalla preghiera e dal sacrificio dei fedeli. La restaurazione ecclesiastica nel secolo undecimo fu preparata dal movimento dì Cluny, iniziato già cento anni prima: movimento di vita interiore, di preghiera, di più puri e severi costumi, che solcò il terreno all’opera dei grandi Uomini di Chiesa con a capo Gregorio VII. Date un rapido sguardo al secolo decimo sesto, così grave per la Cattolicità. Nei suoi primi decenni si odono da ogni parte alti lamenti di decadimento morale. Verso la fine del secolo ecco la Chiesa rifiorire in una forza giovanile, in una prosperità e santità, quali si conoscono soltanto nei suoi tempi più fortunosi e felici. Chi ha fatto un così mirabile cambiamento? La storia lo attribuisce al lavoro potente di riforma ecclesiastica, in modo particolare ai decreti del Concilio di Trento. Ma a che cosa sarebbero valsi tutti i programmi e i decreti di riforma senza la preparazione, la collaborazione e le preghiere dei grandi Santi, di cui quel secolo fu ricco come pochi altri nei fasti della Chiesa? Si è domandato con un senso di stupore in qual modo la Francia cattolica sia potuta sopravvivere alla tempesta della grande rivoluzione, che sembrava aver distrutto quasi ogni traccia di vita ecclesiastica. L’indagine storica ha risposto che il merito principale si deve ascrivere alla pietà e alla fede intrepida della donna cattolica. Ma questi sono soltanto pochi esempi fra mille.
Se ora la Chiesa si trova dinanzi a doveri immani e a molteplici cure: azione in favore della pace; opere di carità e di soccorso ai sofferenti; lavoro missionario; riconducimento degli increduli alla fede, dei fratelli separati alla unità della Chiesa, della civiltà odierna alla onestà del costume cristiano: come potrebbe essa sperare di portar a termine così formidabile impresa senza una falange dì oranti e di penitenti, le suppliche e i sacrifici dei quali ogni giorno salgono a Dio? A questa falange voi vi siete incorporati colla vostra promessa di fedeltà al Cuore del Salvatore divino. Domandate e riceverete.
3. Immensa nella sua brevità, l’orazione domenicale compendia e abbraccia la universalità dei bisogni del mondo : e tutti questi bisogni il Salvatore guarda e raccomanda al suo Padre celeste nei minimi particolari, perché ognuno singolarmente è a Lui presente e gli preme come se non ve ne fossero altri sulla terra. Ecco il vostro modello. Che se la povera natura umana non vale a tanto, né lo sguardo vostro arriva a vedere nell’insieme ogni minimo bisogno, ecco l’Apostolato della Preghiera che propone al vostro zelo non soltanto gli stessi interessi generali del Cuore di Gesù, che sono i veri interessi del mondo, ma inoltre successivamente qualche interesse particolare e preciso dell’ora presente.
Guardate i vostri piccoli « biglietti mensili »! Quale ampiezza e quale valore essi hanno per chi sa usarne come si conviene e si meritano! Essi fanno passare a vicenda e ritornare al vostro sguardo gli affanni e le angosce soprannaturali o naturali, fisiche o morali, personali o sociali; vi raccomandano per turno tutti i paesi, tutte le stirpi, tutte le condizioni della vita privata o pubblica; fanno sfilare sotto i vostri occhi e davanti al vostro pensiero e al vostro cuore le opere che, nella loro varietà, si studiano di rimediare a tutti i mali, di rispondere a tutte le necessità, di soddisfare tutte le giuste e nobili aspirazioni. Tocca a voi ogni mese di fissare il vostro spirito su queste intenzioni, affine di meglio comprenderne l’importanza e l’urgenza, di conoscere con maggior perspicacia ed amore le miserie che invocano il soccorso, le dedizioni che attendono a provvedervi. Quanto atte sono queste intenzioni ad allargare gli orizzonti del vostro spirito, a elevare e nobilitare le affezioni del vostro cuore!
Così voi non vi contenterete del vostro piccolo biglietto mensile. Santamente curiosi vorrete, grazie al vostro bel « Messaggero », seguire le vicissitudini della lotta spirituale, che si combatte nel mondo fra le due città, quella dell’amore e quella dell’odio. All’odio o all’amore spetterà la vittoria e il trionfo? Quale incertezza! Quale impressionante contemplazione! Quale studio angoscioso! E quando per trenta giorni voi avrete pregato, lavorato, sofferto, la nuova intenzione, che vi si proporrà per il mese seguente, non seppellirà come scomparsa quella che vi sarà costata tanta pena e tanto amore. Allora, anzi, modellandosi progressivamente su quella di Gesù, la vostra preghiera si farà più e più universale, ma non meno precisa, non meno intensa; in quei momenti vi sentirete irresistibilmente sospinti dall’amore al sacrificio attivo che non si tranquilla nella preghiera, finché la pena e la sofferenza non abbiano quasi toccato il limite delle forze; in quei momenti, secondo la scultorea espressione di un ignoto scrittore dell’antichità cristiana, consumati dall’ardore della carità, dalla veemenza del desiderio, voi non sarete più dei preganti, ma preghiere viventi (cfr. S. Gregorii M. in I Reg. 13, 2 – Migne PL t. 79 col. 338).
Noi non possiamo formare per voi, né per Noi stessi, voto più caro; la speranza che si effettui di giorno in giorno più perfettamente, esalta il Nostro animo in voi.
In cotesta Pia Associazione dell’Apostolato della preghiera ammiriamo infatti un pacifico esercito di preganti con Noi, di milioni di fedeli, che dietro al labaro di Cristo intuonano la divina orazione domenicale, la più potente invocazione che dalla terra si elevi al trono di Dio per la sua gloria, per i nostri bisogni e per quelli del mondo intiero. Con questa orazione sale al cielo anche il vostro ricco tesoro spirituale, aggiunto alle vostre preghiere e ai vostri sacrifici, cui nei mesti, gravosi e dolorosi tempi che volgono avete offerti a conforto e sostegno Nostro; salgono a quel Dio che è Padre delle misericordie, e da cui invochiamo su tutti voi, quale espressione del riconoscente animo Nostro, quell’abbondanza di favori spirituali, che corona grazia con grazia, e sublima nell’atmosfera dello spirito anche l’Obolo presentatoCi così generosamente, per il quale vi siamo pure gratissimi. Onde con tutto il Nostro affetto paterno al benemerito Direttore generale della vostra santa e immensa Associazione, allo zelantissimo ed eloquente Direttore Nazionale per l’Italia, ai Direttori diocesani e locali, a tutti i membri qui presenti e a quelli che da lungi sono uniti e si uniscono a voi, sparsi per il mondo, Crociati piccoli e grandi, Famiglie del Sacro Cuore, Zelatori e Zelatrici di ogni Nazione e di ogni grado, impartiamo l’Apostolica Nostra Benedizione.

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV,
Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 

Publié dans:Papa Pio XII, preghiera (sulla) |on 6 mars, 2014 |Pas de commentaires »

PREGHIERA DI SUA SANTITÀ PIO XII ALLA VERGINE ASSUNTA IN CIELO*

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/prayers/documents/hf_p-xii_19501101_prayer-assunta_it.html

PREGHIERA DI SUA SANTITÀ PIO XII ALLA VERGINE ASSUNTA IN CIELO*

O Vergine Immacolata, Madre di Dio e Madre degli uomini.

1. — Noi crediamo con tutto il fervore della nostra fede nella vostra assunzione trionfale in anima e in corpo al cielo, ove siete acclamata Regina da tutti i cori degli Angeli e da tutte le schiere dei Santi;
e noi ad essi ci uniamo per lodare e benedire il Signore, che vi ha esaltata sopra tutte le altre pure creature, e per offrirvi l’anelito della nostra devozione e del nostro amore.
2. — Noi sappiamo che il vostro sguardo, che maternamente accarezzava l’umanità umile e sofferente di Gesù in terra, si sazia in cielo alla vista della umanità gloriosa della Sapienza increata, e che la letizia dell’anima vostra nel contemplare faccia a faccia l’adorabile Trinità fa sussultare il vostro cuore di beatificante tenerezza;
e noi, poveri peccatori, noi a cui il corpo appesantisce il volo dell’anima, vi supplichiamo di purificare i nostri sensi, affinchè apprendiamo, fin da quaggiù, a gustare Iddio, Iddio solo, nell’incanto delle creature.
3. Noi confidiamo che le vostre pupille misericordiose si abbassino sulle nostre miserie e sulle nostre angosce, sulle nostre lotte e sulle nostre debolezze; che le vostre labbra sorridano alle nostre gioie e alle nostre vittorie; che voi sentiate la voce di Gesù dirvi di ognuno di noi, come già del suo discepolo amato: Ecco il tuo figlio;
e noi, che vi invochiamo nostra Madre, noi vi prendiamo, come Giovanni, per guida, forza e consolazione della nostra vita mortale.
4. — Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli ;
e noi, fra le tenebre di questa valle di lacrime, attendiamo dal vostro celeste lume e dalla vostra dolce pietà sollievo alle pene dei nostri cuori, alle prove della Chiesa e della nostra Patria.
5. — Noi crediamo infine che nella gloria, ove voi regnate, vestita di sole e coronata di stelle, voi siete; dopo Gesù, la gioia e la letizia di tutti gli Angeli e di tutti i Santi;
e noi, da questa terra, ove passiamo pellegrini, confortati dalla fede nella futura risurrezione, guardiamo verso di voi, nostra vita, nostra dolcezza, nostra speranza; attraeteci con la soavità della vostra voce, per mostrarci un giorno, dopo il nostro esilio, Gesù, frutto benedetto del vostro seno, o clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XII,
 Dodicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1950 – 1° marzo 1951, pp. 281 – 282
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 A.A.S., vol. XXXXII (1950), n. 15, pp. 781 – 782.

Publié dans:feste di Maria, Papa Pio XII, preghiere |on 14 août, 2013 |Pas de commentaires »

PIO XII E PIETRO MASCAGNI

http://www.zenit.org/it/articles/pio-xii-e-pietro-mascagni

PIO XII E PIETRO MASCAGNI

Papa Pacelli protagonista umanissimo in una intricata vicenda sentimentale nella vita dello storico musicista italiano

Roma, 02 Luglio 2013 (Zenit.org) Renzo Allegri

La sera di giovedì 4 maggio, a Bagnara di Romagna, in provincia di Ravenna, si terrà un grande concerto  lirico per ricordate i 150 anni della nascita di Pietro Mascagni, il famoso musicista italiano autore tra l’altro di “Cavalleria rusticana”, una della opere più amate ed eseguite nel mondo.
Il concerto è organizzato dal Circolo musicale Pietro Mascagni, sorto intorno al “Museo storico Pietro Mascagni” fondato a Bagnara nel 1975 e che conserva un preziosissimo epistolario del musicista, costituito da 4800 lettere manoscritte, e da molti oggetti e cimeli a lui appartenuti. Il museo ha sede nella casa parrocchiale e presidente del Museo e del Circolo musicale è il parroco, don Francesco Bonello.
Mascagni nacque a Livorno, studiò al Conservatorio di Milano, compose “Cavalleria rusticana” mentre viveva a Cerignola, in Puglia, e dopo il grande successo si stabilì definitivamente a Roma.  Come mai a Bagnara di Romagna, nella casa parrocchiale,  vi è un museo mascagnano con così straordinari e privatissimi documenti, come le 4800 lettere manoscritte.
Qui si inserisce una storia che pochi conoscono ma che è di fondamentale importanza per la comprensione vera e profonda della vita del musicista. Ma Mascagni scrisse quella 4800 lettere negli ultimi 35 anni della sua esistenza,  e le scrisse alla stessa persona Anna Lolli, nativa di Bagnara di Romagna,  che era la sua amante segreta.
Mascagni aveva visto Anna Lolli la prima volta nel 1907. La giovane aveva 19 anni, il maestro 44.  Anna era dotata di una bella voce di soprano leggero, aveva studiato conto ed era diventa corista. Quell’anno era stata scritturata per cantare a Li­vorno, in un’opera diretta da Mascagni. Non appena la vide, il maestro rimase colpito dai suoi occhi verdi e confidò al librettista Illica: « Se rivedo ancora quegli occhi non li la­scio ».   
Il secondo incontro avvenne a Roma, due anni dopo, cioè nel 1909, e questa volta la passione per la ragazza scoppiò focosa. Comin­ciarono gli incontri fur­tivi, gli appuntamenti segre­ti, le lettere appassionate.
“Una banale vicenda di gossip”, verrebbe da dire. Ma non fu così. Si trattò di una storia  complicata e  aggrovigliata, che i due protagonisti vissero in grande segretezza, e nel tormento della consapevolezza di essere nell’errore. Mascagni aveva moglie e quattro figli.  Era notissimo. A quel tempo le separazioni erano un grosso scandalo.
Anna, cresciuta con una educazione profondamente cristiana, per nessuna ragione al mondo voleva distruggere la famiglia del maestro. Cercò in varie occasioni di troncare la relazione. I due si separavano per brevi periodi e poi riprendevano a frequentarsi. Il loro fu sempre un amore tormentato,  in un certo senso doloroso. Un amore clandestino, che si esprimeva soprattutto per lettera.
E ad un certo punto di questa storia, durata 35 anni, si verifica un risvolto assolutamente sconosciuto e impensabile, che vede addirittura  Papa Pio XII coinvolto nella vicenda e umanissimo regista di una soluzione nella verità cristiana.
E’ noto che Papa Pacelli era un intenditore di musica classica. Sapeva suonare bene  il violino ed era un appassionato di opere liriche che ascoltava alla radio.  Non si sa “come”, “quando” e “quante volte” Mascagni  abbia incontrato Papa Pacelli. Ma si sa che il Papa conosceva Mascagni e aveva per lui una particolare stima. Conosceva anche la sua situazione sentimentale  privata. Certamente gliene aveva parlato lo stesso musicista. E Pio XII,  che era un vero pastore e un autentico santo, non ha giudicato, non ha condannato, non ha allontanato da sé quel figlio peccatore per paura delle critiche dei benpensanti. Ha atteso, come il padre del Figliol Prodigo di cui si parla nel Vangelo. E quando gli parve che la situazione fosse maturata, che quel suo figlio avesse riflettuto profondamente sulla propria vicenda e fosse sulla via del ritorno alla casa paterna, gli è corso  incontro  per abbracciarlo.
Tutto questo lo si ricava da una delle 4800 lettere che Mascagni scrisse ad Anna Lolli. Una  delle ultime, che porta la data del 20 luglio 1943, due anni prima che il maestro morisse. Egli viveva in un appartamento  dell’Hotel Plaza a Roma, e le sue condizioni di salute erano precarie. Soffriva per gravi disturbi cardiocircolatori. Le gambe non lo sostenevano. Era praticamente costretto a stare sempre in poltrona. Non usciva più, non aveva più alcuna attività pubblica. E come succede spesso in simili casi, era un po’ dimenticato, anche dagli amici più cari. Ma non da Pio XII. Il Papa si teneva in contatto.
Soprattutto attraverso un suo sacerdote di fiducia, che andava a trovare il maestro all’Hotel Plaza. E qui, a poco a poco è maturata la riconciliazione.  Il 20 luglio 1943,  Pietro Mascagni scrisse ad Anna Lolli: « Annuccia mia adorata… sono in un meraviglioso ed eccezionale stato  di gioia dello spirito….La gioia divina me l’ha concessa il Papa, il quale mi offre sempre il modo di far­mi sapere quanto bene mi vuole. Pensa che mi ha man­dato  un monsi­gnore di sua fiducia, una persona di prim’ordine. Io mi sono sentito preso da un grande entusiasmo religioso. Mi sono confessato ed ho ri­cevuto la Santa Ostia Consa­crata… Ho provato una commozione indicibile, ho pianto molto e mi a sembrato di vivere una nuova vita…. ».
La grafia della lettera è incerta. La mano dello scrivente non era più ferma e decisa come si vede nelle altre lettere. Il testo, su tre facciate, palesa una grande gioia e una profonda serenità. Il musicista che, come compositore di opere liriche, era abituato a “pesare” il preciso significato delle parole per poter rivestirle di musica,  dice di trovarsi in « un meraviglioso ed eccezionale stato  di gioia dello spirito ». E questa gioia proviene dal fatto di « essersi confessato » e di aver « ri­cevuto la Santa Ostia Consa­crata ». Ha fatto cioè la Comunione e dice « ho provato una commozione indicibile, ho pian­to molto e mi è sembrato di vivere una nuova vita… ».
Espressioni che rivelano fede e devozione per ciò che era accaduto e cioè l’incontro “reale” con il Cristo nel mistero dell’Eucaristia. E in questo suo “rinnovamento” Mascagni non dimentica Anna. « An­nuccia mia », le scrive « ho detto tutto a questo monsignore, tutta la mia vita, ho parlato di te con vera venerazione. II mon­signore si è commosso e mi ha detto che vuole conoscer­ti; e mi ha già promesso che tu sarai perdonata dal Si­gnore, e lo stesso sacerdote ti farà la confessione e la comunione come ha fatto a me. Credo di aver compiuto il più sacro dei miei doveri verso di te, Annuccia adora­ta, e son felice, come sarò più felice ancora il giorno in cui avrai anche tu ricevuto il perdono del buon Dio come l’ho ricevuto io con immensa commozione ».
Dopo la morte di Mascagni, Anna tornò a vivere in Romagna, dove morì nel 1973. « La storia è sempre rimasta segreta », dice il parroco di Bagnara, don Francesco Bonello. « Solo poche persone, amici intimi del maestro e di Anna ne erano al corrente. E se Anna, dopo la morte del maestro, avesse bruciato tutte le lettere, nessuno avrebbe mai saputo niente di quella vicenda sentimentale. Ma Anna sapeva che in quelle lettere c’era un autentico patrimonio culturale. Mascagni, infatti, insieme ai propri sentimenti d’amore, le confidava anche i progetti artistici, le battaglie che doveva superare per scrivere le opere, le invidie e le calunnie dei colleghi, le idee politiche. Un materiale preziosissimo. Per questo, Anna Lolli, nel 1972, quando era una vecchietta di 84 anni,  decise  di affidare tutte le lettere, che aveva conservato con tanta cura e tanto amore, al parroco rivelando in questo modo la sua storia d’amore. Disse al parroco che desiderava non si parlasse di lei, ma che quelle lettere erano troppo importanti per andare perdute. E insieme alle lettere volle consegnare tutti i cimeli che aveva conservato e che riguardavano il grande compositore. Il parroco d’allora, che era il mio predecessore, monsignor Alberto Mongardi,  si rese subito conto di aver ricevuto un materiale preziosissimo, e decise di conservarlo costituendo questo piccolo museo che ora è un autentico vanto per il nostro paese ».
Il museo, che porta il nome del suo fondatore, monsignor Alberto Mongardi, si trova al terzo piano della casa parrocchiale e occupa alcune stanze, bene ordinate e piene di luce. Le lettere si trovano dentro grossi contenitori. Ogni lettera in una busta plastificata.  Pagine fitte, scritte con una calligrafia ordinata e chiara. Ogni lettera è composta di almeno quattro facciate e le date si susseguono al ritmo di una ogni due, tre giorni. Ma qualche volta Mascagni ne scriveva anche due al giorno. Oltre alle lettere, il museo contiene anche altri cimeli mascagnani.
« Ci sono studiosi, musicologi, storici che vengono di tanto in tanto a consultare questo materiale », dice don Francesco Bonello. « Ma si limitano a cercare qualche cenno intorno a fatti specifici di cui conoscono la data. Per avere un’idea concreta di ciò che è contenuto in queste lettere, bisognerebbe trascrivere tutto, catalogare, fare un indice di nomi e argomenti, ma per tutto questo lavoro occorrerebbe un patrimonio e io sono soltanto un povero parroco di campagna ».

Publié dans:Papa Pio XII |on 2 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

PIO XII – LETTERA ENCICLICA : DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_11101954_ad-caeli-reginam_it.html

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD CAELI REGINAM(1)

DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA

Fin dai primi secoli della chiesa cattolica il popolo cristiano ha elevato supplici preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re divino, Gesù Cristo, mai s’illanguidì la fede, dalla quale abbiamo imparato che la vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, come è coronata di gloria nella beatitudine celeste.
Ora, dopo le grandi rovine che, anche sotto i Nostri occhi, hanno distrutto fiorenti città, paesi e villaggi; davanti al doloroso spettacolo di tali e tanti mali morali, che si avanzano paurosamente in limacciose ondate, mentre vediamo scalzare le basi stesse della giustizia e trionfare la corruzione, in questo incerto e spaventoso stato di cose, Noi siamo presi da sommo dispiacere e perciò ricorriamo fiduciosi alla Nostra regina Maria, mettendo ai piedi di lei, insieme col Nostro, i sentimenti di devozione di tutti i fedeli, che si gloriano del nome di cristiani.
È gradito e utile ricordare che Noi stessi, il 1° novembre dell’anno santo 1950, abbiamo decretato, dinanzi a una grande moltitudine di em.mi cardinali, di venerandi vescovi, di sacerdoti e di cristiani, venuti da ogni parte del mondo, il dogma dell’assunzione della beatissima vergine Maria in cielo,(2) dove, presente in anima e corpo, regna tra i cori degli angeli e dei santi, insieme al suo unigenito Figlio. Inoltre, ricorrendo il centenario della definizione dogmatica fatta dal Nostro predecessore, Pio IX, di imm. mem., sulla Madre di Dio concepita senza alcuna macchia di peccato originale, abbiamo indetto l’anno mariano,(3) nel quale con gran gioia vediamo che non solo in questa alma città – specialmente nella Basilica Liberiana, dove innumerevoli folle continuano a professare apertamente la loro fede e il loro ardente amore alla Madre celeste – ma anche in tutte le parti del mondo la devozione verso la Vergine, Madre di Dio, rifiorisce sempre più; mentre i principali santuari di Maria hanno accolto e accolgono ancora pellegrinaggi imponenti di fedeli devoti.
Tutti poi sanno che Noi, ogni qualvolta Ce n’è stata offerta la possibilità, cioè quando abbiamo potuto rivolgere la parola ai Nostri figli, venuti a trovarci, e quando abbiamo indirizzato messaggi anche ai popoli lontani per mezzo delle onde radiofoniche, non abbiamo cessato di esortare tutti coloro, ai quali abbiamo potuto rivolgerCi, ad amare la nostra benignissima e potentissima Madre di un amore tenero e vivo, come conviene a figli. In proposito, ricordiamo particolarmente il radiomessaggio, che abbiamo indirizzato al popolo portoghese, nell’incoronazione della taumaturga Madonna di Fatima,(4) da Noi stessi chiamato radiomessaggio della «regalità» di Maria.(5)
Pertanto, quasi a coronamento di tutte queste testimonianze della Nostra pietà mariana, cui il popolo cristiano ha risposto con tanta passione, per concludere utilmente e felicemente l’anno mariano che volge al termine e per venire incontro alle insistenti richieste, che Ci sono pervenute da ogni parte, abbiamo stabilito di istituire la festa liturgica della «beata Maria vergine regina».
Non si tratta certo di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia.
Ora vogliamo richiamarle nella presente enciclica per rinnovare le lodi della nostra Madre celeste e per renderne più viva la devozione nelle anime, con vantaggio spirituale.

I
Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che «regnerà eternamente nella casa di Giacobbe» (Lc 1, 32), (sarà) «Principe della pace» (Is 9, 6), «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose.
Si comprende quindi facilmente come già gli antichi scrittori della chiesa, avvalendosi delle parole dell’arcangelo san Gabriele, che predisse il regno eterno del Figlio di Maria (cf. Lc 1, 32-33), e di quelle di Elisabetta, che s’inchinò davanti a lei, chiamandola «madre del mio Signore» (Lc 1, 43), abbiano, denominando Maria «madre del Re» e «madre del Signore», voluto significare che dalla regalità del Figlio dovesse derivare alla Madre una certa elevatezza e preminenza.
Pertanto sant’Efrem, con fervida ispirazione poetica, così fa parlare Maria: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di esso. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!».(6) E altrove così egli prega Maria: «… vergine augusta e padrona, regina, signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario».(7)
San Gregorio di Nazianzo chiama Maria madre del Re di tutto l’universo», «madre vergine, [che] ha partorito il Re di tutto il mondo»,(8) mentre Prudenzio ci parla della Madre, che si meraviglia «di aver generato Dio come uomo sì, ma anche come sommo re».(9)
La dignità regale di Maria è poi chiaramente asserita da coloro che la chiamano «signora», «dominatrice», «regina». Secondo un’omelia attribuita a Origene, Elisabetta apostrofa Maria «madre del mio Signore», e anche: «Tu sei la mia signora».(10)
Lo stesso concetto si può dedurre da un testo di san Girolamo, nel quale espone il suo pensiero circa le varie interpretazioni del nome di Maria: «Si deve sapere che Maria, nella lingua siriaca, significa Signora».(11) Ugualmente si esprime, dopo di lui, san Pietro Crisologo: «Il nome ebraico Maria si traduce « Domina » in latino: l’angelo dunque la saluta « Signora » perché sia esente da timore servile la madre del Dominatore; che per volontà del Figlio nasce e si chiama Signora».(12)
Sant’Epifanio, vescovo di Costantinopoli, scrive al sommo pontefice Ormisda, che si deve implorare l’unità della chiesa «per la grazia della santa e consostanziale Trinità e per l’intercessione della nostra santa signora, gloriosa vergine e Madre di Dio, Maria».(13)
Un autore di questo stesso tempo si rivolge con solennità alla beata Vergine seduta alla destra di Dio, invocandone il patrocinio, con queste parole: «Signora dei mortali, santissima Madre di Dio».(14)
Sant’Andrea di Creta attribuisce spesso la dignità regale alla Vergine; ne sono prova i seguenti passi: «(Gesù Cristo) portà in questo giorno come regina del genere umano dalla dimora terrena (ai cieli) la sua Madre sempre vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne».(15) E altrove: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose».(16)
San Germano poi così si rivolge all’umile Vergine: «Siedi, o signora: essendo tu regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»;(17) e la chiama. «Signora di tutti coloro che abitano la terra».(18)
San Giovanni Damasceno la proclama «regina, padrona, signora»(19) e anche «signora di tutte le creature»;(20) e un antico scrittore della chiesa occidentale la chiama «regina felice», «regina eterna, presso il Figlio Re», della quale «il bianco capo è ornato di aurea corona».(21)
Sant’Ildefonso di Toledo riassume tutti i titoli di onore in questo saluto: «O mia signora, o mia dominatrice: tu sei mia signora, o madre del mio Signore… Signora tra le ancelle, regina tra le sorelle».(22)
I teologi della chiesa, raccogliendo l’insegnamento di queste e di molte altre testimonianze antiche, hanno chiamato la beatissima Vergine regina di tutte le cose create, regina del mondo; signora dell’universo.
I sommi pastori della chiesa non mancarono di approvare e incoraggiare la devozione del popolo cristiano verso la celeste Madre e Regina con esortazioni e lodi. Lasciando da parte i documenti dei papi recenti, ricorderemo che già nel secolo settimo il Nostro predecessore san Martino I, chiamò Maria «Nostra Signora gloriosa, sempre vergine»;(23) sant’Agatone, nella lettera sinodale, inviata ai padri del sesto concilio ecumenico, la chiamò «Nostra Signora, veramente e propriamente Madre di Dio»;(24) e nel secolo VIII, Gregorio II, in una lettera inviata al patriarca san Germano, letta tra le acclamazioni dei padri del settimo concilio ecumenico, proclamava Maria «signora di tutti e vera Madre di Dio» e «signora di tutti i cristiani».(25)
Ricorderemo parimenti che il Nostro predecessore di immortale memoria Sisto IV, nella lettera apostolica Cum praeexcelsa,(26) in cui accenna con favore alla dottrina dell’immacolata concezione della beata Vergine, comincia proprio con le parole che dicono Maria «regina, che sempre vigile intercede presso il Re, che ha generato». Parimenti Benedetto XIV, nella lettera apostolica Gloriosae Dominae, chiama Maria «regina del cielo e della terra», affermando che il sommo Re ha, in qualche modo, affidato a lei il suo proprio impero.(27)
Onde sant’Alfonso, tenendo presente tutta la tradizione dei secoli che lo hanno preceduto, poté scrivere con somma devozione: «Poiché la vergine Maria fu esaltata ad essere la Madre del Re dei re, con giusta ragione la chiesa l’onora col titolo di Regina».(28)

II
La sacra liturgia, che è lo specchio fedele dell’insegnamento tramandato dai Padri e affidato al popolo cristiano, ha cantato nel corso dei secoli e canta continuamente sia in Oriente che in Occidente le glorie della celeste Regina.
Fervidi accenti risuonano dall’Oriente: «O Madre di Dio, oggi sei trasferita al cielo sui carri dei cherubini, i serafini si onorano di essere ai tuoi ordini, mentre le schiere dei celesti eserciti si prostrano dinanzi a te».(29)
E ancora: «O giusto, beatissimo (Giuseppe), per la tua origine regale sei stato fra tutti prescelto a essere lo sposo della Regina immacolata, la quale darà alla luce in modo ineffabile il re Gesù».(30) E inoltre: «Scioglierò un inno alla Madre regina, alla quale mi rivolgo con gioia, per cantare lietamente le sue glorie. … O Signora, la nostra lingua non ti può celebrare degnamente, perché tu, che hai dato alla luce Cristo, nostro Re, sei stata esaltata al di sopra dei serafini. … Salve, o regina del mondo, salve, o Maria, signora di tutti noi».(31)
Nel «Messale» etiopico si legge: « O Maria, centro di tutto il mondo … tu sei più grande dei cherubini pluriveggenti e dei serafini dalle molte ali. … Il cielo e la terra sono ricolmi della santità della tua gloria».(32)
Fa eco la liturgia della chiesa latina con l’antica e dolcissima preghiera «Salve, regina», le gioconde antifone «Ave, o regina dei cieli», «Regina del cielo, rallégrati, alleluia» e altri testi, che si recitano in varie feste della beata vergine Maria: «Come regina stette alla tua destra con un abito dorato, rivestita di vari ornamenti»;(33) «La terra e il popolo cantano la tua potenza, o regina»;(34) «Oggi la vergine Maria sale al cielo: godete, perché regna con Cristo in eterno».(35)
A tali canti si devono aggiungere le Litanie lauretane, che richiamano i devoti a invocare ripetutamente Maria regina; e nel quinto mistero glorioso del santo rosario, la mistica corona della celeste regina, i fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra.
Infine l’arte ispirata ai principi della fede cristiana e perciò fedele interprete della spontanea e schietta devozione popolare, fin dal Concilio di Efeso, è solita rappresentare Maria come regina e imperatrice, seduta in trono e ornata delle insegne regali, cinta il capo di corona e circondata dalle schiere degli angeli e dei santi, come colei che domina non soltanto sulle forze della natura, ma anche sui malvagi assalti di satana. L’iconografia, anche per quel che riguarda la dignità regale della beata vergine Maria, si è arricchita in ogni secolo di opere di grandissimo valore artistico, arrivando fino a raffigurare il divin Redentore nell’atto di cingere il capo della Madre sua con fulgida corona.
I pontefici romani non hanno mancato di favorire questa devozione del popolo, decorando spesso di diadema, con le proprie mani o per mezzo di legati pontifici, le immagini della vergine Madre di Dio, già distinte per singolare venerazione.

III
Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: « Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato » (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché « Cristo a caro prezzo » (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?».(44) E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli».(45) San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre».(46)
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere».(47)
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita».(48) A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie;(49) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno».(50)
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
Però in queste e altre questioni, che riguardano la beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del bene infinito, che è Dio».(51)
Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il magistero vivo della chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente».(52)

IV
Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere della liturgia, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo raccolto espressioni e accenti; secondo i quali la vergine Madre di Dio primeggia per la sua dignità regale; e abbiamo anche mostrato che le ragioni, che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede divina, confermano pienamente questa verità. Di tante testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente, per celebrare il sommo fastigio della dignità regale della Madre di Dio e degli uomini, la quale è stata «esaltata ai regni celesti, al di sopra dei cori angelici ».(53)
EssendoCi poi fatta la convinzione dopo mature ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla chiesa se questa verità solidamente dimostrata risplenda più evidente davanti a tutti, quasi lucerna più luminosa sul suo candelabro, con la Nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente che indetto giorno sia rinnovata la consacrazione del genere umano al cuore immacolato della beata vergine Maria. In questo gesto infatti è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della religione.
Procurino dunque tutti di avvicinarsi ora con maggior fiducia di prima, quanti ricorrono al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e, ciò che conta più di tutto, si sforzino di liberarsi dalla schiavitù del peccato, per poter presentare un ossequio immutabile, penetrato dalla fragrante devozione di figli, allo scettro regale di sì grande Madre. I suoi templi siano frequentati dalle folle dei fedeli, per celebrarne le feste; la pia corona del Rosario sia nelle mani di tutti per riunire insieme, nelle chiese, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, sia i piccoli gruppi, sia le grandi adunanze di fedeli, a cantare le sue glorie. Sia in sommo onore il nome di Maria, più dolce del nettare, più prezioso di qualunque gemma; e nessuno osi pronunciare empie bestemmie, indice di animo corrotto, contro questo nome ornato di tanta maestà e venerando per la grazia materna; e neppure si osi mancare in qualche modo di rispetto ad esso.
Tutti si sforzino di imitare, con vigile e diligente cura, nei propri costumi e nella propria anima, le grandi virtù della Regina celeste e nostra Madre amantissima. Ne deriverà di conseguenza che i cristiani, venerando e imitando sì grande Regina e Madre, si sentano infine veramente fratelli, e, sprezzanti dell’invidia e degli smodati desideri delle ricchezze, promuovano l’amore sociale, rispettino i diritti dei poveri e amino la pace, Nessuno dunque si reputi figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se sull’esempio di lei non si dimostrerà mite, giusto e casto, contribuendo con amore alla vera fraternità, non ledendo e nuocendo, ma aiutando e confortando.
In molti paesi della terra vi sono persone ingiustamente perseguitate per la loro professione cristiana e private dei diritti umani e divini della libertà: per allontanare questi mali nulla valgono finora le giustificate richieste e le ripetute proteste. A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi, sicché servendo la causa dell’evangelo, con opera concorde e con egregie virtù, che nelle asprezze rifulgono ad esempio, giovino anche alla solidità e al progresso della città terrena.
Pensiamo anche che la festa istituita con questa lettera enciclica, affinché tutti più chiaramente riconoscano e con più cura onorino il clemente e materno impero della Madre di Dio, possa contribuire assai a che si conservi, si consolidi e si renda perenne la pace dei popoli, minacciata quasi ogni giorno da avvenimenti pieni di ansietà. Non è ella l’arcobaleno posto sulle nubi verso Dio, come segno di pacifica alleanza? (cf. Gn 9, 13). «Mira l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto; esso è molto bello nel suo splendore, abbraccia il cielo nel suo cerchio radioso e le mani dell’Altissimo lo hanno teso» (Eccli 43, 12-13). Chiunque pertanto onora la Signora dei celesti e dei mortali – e nessuno si creda esente da questo tributo di riconoscenza e di amore – la invochi come regina potentissima, mediatrice di pace; rispetti e difenda la pace, che non è ingiustizia impunita né sfrenata licenza, ma è invece concordia bene ordinata sotto il segno e il comando della volontà di Dio: a fomentare e accrescere tale concordia spingono le materne esortazioni e gli ordini di Maria vergine.
Desiderando moltissimo che la Regina e Madre del popolo cristiano accolga questi Nostri voti e rallegri della sua pace le terre scosse dall’odio, e a noi tutti mostri, dopo questo esilio, Gesù, che sarà la nostra pace e la nostra gioia in eterno, a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione, come auspicio dell’aiuto di Dio onnipotente e in testimonianza del Nostro amore.
Roma, presso San Pietro, nella festività della maternità di Maria vergine, l’11 ottobre 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

(1) PIUS PP. XII, Litt. enc. Ad caeli Reginam de regali Beatae Mariae Virginis dignitate eiusque festo instituendo, [Ad venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 11 octobris 1954: AAS 46(1954), pp. 625-640.
Istituzione della festa della regalità di Maria s.ma. La devozione costante dei popoli per Maria s.ma, culminata con la proclamazione del dogma della sua assunzione. Coronare l’opera istituendo la festa di Maria Regina, in realtà non nuova, ma già espressa in ogni età: dalla sacra Scrittura, dai padri e scrittori ecclesiastici con dottrina profonda e poetici accenti, dai sommi pontefici, dalla liturgia romana e orientale e infine dall’arte d’ogni tempo. Principali argomenti dogmatici e di convenienza. È giusto perciò che tutti riconoscano questo potere regale: la festa al 31 maggio; ricorrere alla Madre di Dio, imitandone le virtù, impetrando la forza nelle tribolazioni, la pace fra i popoli e la visione eterna del suo divin Figlio.

(le altre note sul sito)

Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22650?l=italian

Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei

Documenti e testimonianze evidenziano gli sforzi di Pio XII

di Gary S. Krupp

NEW YORK, venerdì, 28 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation ha avviato un progetto di recupero di documenti per mostrare tutte le informazioni e le testimonianze possibili sul pontificato di Pio XII, il Papa della Seconda Guerra Mondiale, così da porre fine all’“impasse” accademica provocata dalla mancanza di informazioni pubbliche.

Nuove scoperte hanno portato alla luce documenti e testimonianze che mostrano chiaramente che il 16 ottobre 1943 fu la scelta del Papa di non denunciare pubblicamente l’arresto degli ebrei romani a salvare la vita di molti membri della comunità ebraica di Roma.

Esiste una dichiarazione giurata del 1972 del generale Karl Wolff, comandante delle SS per l’Italia e vice di Heinrich Himmler, che afferma che nel settembre 1943 Adolf Hitler ordinò di predisporre un piano per invadere il Vaticano, sequestrare il Papa, incamerare i beni vaticani e uccidere la Curia Romana. Il piano sarebbe stato messo in pratica tempestivamente.

Il generale Wolff sapeva che se l’invasione fosse stata attuata si sarebbero verificati gravi disordini in tutta Europa, il che avrebbe rappresentato un disastro militare per lo sforzo bellico tedesco. Il generale dichiarò di essere riuscito a convincere Hitler a rinviare l’invasione. Qusto punto di vista di un potenziale disastro militare era condiviso dal governatore militare di Roma, il generale comandante Rainer Stahel, e dall’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Ernst von Weizsacker.

Pio XII era a conoscenza del piano di invasione ed era conscio che la sua esecuzione avrebbe portato a grandi disordini, che avrebbero potuto provocare migliaia di vittime innocenti. Inoltre la neutralità vaticana sarebbe stata violata, permettendo così alle forze tedesche di entrare in tutte le proprietà del Vaticano. Esistono atti manoscritti secondo cui il 6 settembre 1943 Pio XII riunì segretamente i Cardinali per comunicare loro che il Vaticano avrebbe potuto essere invaso, e che egli sarebbe stato portato al nord e probabilmente assassinato. I Cardinali dovevano prepararsi a fuggire subito in un Paese neutrale, non appena il territorio del Vaticano fosse stato invaso.

Firmò anche una lettera di rinuncia e la pose sulla sua scrivania. Diede istruzioni ai Cardinali perché, una volta in salvo, formassero un Governo in esilio e scegliessero un nuovo Papa. C’è una lettera manoscritta del Segretario di Stato che ordinava alle Guardie Svizzere di non resistere alle forze d’invasione tedesche con la forza delle armi, e molti documenti spiegano come avrebbero dovuto proteggere la Biblioteca Vaticana e il contenuto del museo.

Durante questo periodo, von Weizsäcker inviò a Berlino messaggi positivi ingannevoli sul Papa per calmare Hitler, per non giustificare un ordine di invasione. Alcuni critici di Pio XII hanno basato erroneamente le proprie teorie relative alla complicità e alla collaborazione del Papa su questi cablogrammi, che l’assistente di von Weizsäcker, Albrecht von Kessel, definì in seguito “bugie tattiche”.

Esiste una testimonianza del tenente Nikolaus Kunkel, un ufficiale tedesco della sede del governatore militare di Roma, che corrobora le prove documentate e le testimonianze su come Pio XII abbia salvato direttamente la comunità ebraica romana, e che rivela come si attendesse da un giorno all’altro l’ordine di invasione da Berlino.

Quando iniziarono gli arresti la mattina del 16 ottobre 1943, Pio XII venne avvertito dalla principessa Enza Pignatelli Aragona Cortes. Si mise subito in azione per costringere i tedeschi a fermare le detenzioni. Chiamò il Segretario di Stato vaticano, il Cardinal Maglione, e gli diede istruzioni per lanciare una decisa protesta contro gli arresti. Il porporato avvertì von Weizsäcker quella mattina stessa del fatto che il Papa non poteva restare in silenzio, visto che gli ebrei venivano arrestati proprio sotto le sue finestre, nella sua Diocesi. Pio XII inviò allora suo nipote, Carlo Pacelli, a incontrare un simpatizzante della Germania, il Vescovo Alois Hudal, ordinandogli di scrivere una lettera ai suoi contatti tedeschi per fermare immediatamente gli arresti.

Anche questa mossa risultò priva di efficacia. L’ultimo sforzo di Pio XII, quello che ebbe maggior successo, fu inviare il suo confidente, il Superiore Generale dei Salvatoriani, padre Pankratius Pfeiffer, perché incontrasse direttamente il governatore militare di Roma, il generale Stahel. Padre Pfeiffer avvertì Stahel che il Papa avrebbe lanciato una protesta forte e pubblica contro questi arresti se non si fossero fermati. Il timore che la protesta pubblica provocasse l’ordine di Hitler di invadere la Santa Sede spinse Stahel ad agire.

Il generale telefonò subito a Heinrich Himmler e inventò delle ragioni militari per fermare gli arresti. Confidando nelle valutazioni di Stahel, Himmler avvisò Hitler di bloccare le detenzioni. L’ordine di fermare gli arresti venne comunicato a mezzogiorno del 16 ottobre, e divenne effettivo alle 14.00 di quello stesso giorno.

Questa sequenza di fatti è stata confermata in modo indipendente dal generale Dietrich Beelitz, ufficiale di collegamento con l’ufficio del maresciallo da campo Albert Kesselring e il comando di Hitler. Beelitz ascoltò personalmente la conversazione tra  Stahel e Himmler. Quando emerse l’inganno di Stahel, Himmler punì il generale inviandolo sul fronte orientale.

Si sa che in Vaticano c’erano delle spie infiltrate. Il Papa poteva inviare solo sacerdoti di fiducia e confidenti per Roma e l’Italia, con ordini verbali e scritti del Papa di permettere a uomini e donne di entrare nei conventi e nei monasteri cattolici, e ordinando che tutte le istituzioni ecclesiastiche nascondessero gli ebrei dove potevano.

Secondo il celebre storico britannico sir Martin Gilbert, il Vaticano nascose migliaia di ebrei letteralmente in un giorno. Dopo averli nascosti, continuò a nutrire e a mantenere i suoi “ospiti” fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944.

Documenti di Berlino e del processo ad Eichmann in Israele mostrano anche che gli 8.000 ebrei romani che dovevano essere arrestati non sarebbero stati spediti ad Auschwitz ma nel campo di lavoro di Mauthausen, dove sarebbero rimasti come ostaggi. Quest’ordine venne tuttavia revocato in seguito da persone sconosciute, e 1.007 ebrei vennero mandati a morire ad Auschwitz. Ne sopravvissero solo 17. Ci sono persone che criticano Pio XII per non aver salvato quelle 1.007 persone, ma tacciono sulle sue azioni dirette, che portarono al salvataggio di una comunità ebraica, quella romana, vecchia di oltre 2.000 anni.

Di recente è stato scoperto negli archivi nordamericani che gli Alleati avevano decifrato i codici tedeschi e sapevano con una settimana d’anticipo dell’intenzione di arrestare gli ebrei di Roma. Decisero di non avvisare i romani perché questo avrebbe potuto mettere in guardia i tedeschi su questa falla nel loro servizio di intelligence. Qusta “decisione militare” lasciò Pio XII solo, senza avvisi previ, a cercare di porre fine agli arresti.

Parlando di Papa Pio XII, il maggiore esperto ebreo sull’Olocausto in Ungheria, Jeno Levai, ha dichiarato che è “particolarmente deplorevole il fatto che l’unica persona in tutta l’Europa occupata che agì più di tutti gli altri per frenare il terribile crimine e mitigarne le conseguenze sia diventata oggi il capro espiatorio degli insuccessi altrui”.

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*Gary Krupp è il fondatore della Pave the Way Foundation (PTWF), un’organizzazione la cui missione è quella di individuare e cercare di eliminare gli ostacoli tra le religioni e di avviare azioni positive per migliorare le relazioni interreligiose.

Publié dans:Papa Pio XII |on 29 mai, 2010 |Pas de commentaires »

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