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PAPA FRANCESCO – 34. ACCOGLIERE LO STRANIERO E VESTIRE CHI È NUDO (26.10.16)

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PAPA FRANCESCO – 34. ACCOGLIERE LO STRANIERO E VESTIRE CHI È NUDO (26.10.16)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 ottobre 2016

34. Accogliere lo straniero e Vestire chi è nudo

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo nella riflessione sulle opere di misericordia corporale, che il Signore Gesù ci ha consegnato per mantenere sempre viva e dinamica la nostra fede. Queste opere, infatti, rendono evidente che i cristiani non sono stanchi e pigri nell’attesa dell’incontro finale con il Signore, ma ogni giorno gli vanno incontro, riconoscendo il suo volto in quello di tante persone che chiedono aiuto. Oggi ci soffermiamo su questa parola di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito» (Mt 25,35-36). Nei nostri tempi è quanto mai attuale l’opera che riguarda i forestieri. La crisi economica, i conflitti armati e i cambiamenti climatici spingono tante persone a emigrare. Tuttavia, le migrazioni non sono un fenomeno nuovo, ma appartengono alla storia dell’umanità. È mancanza di memoria storica pensare che esse siano proprie solo dei nostri anni.
La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo. La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15). La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio.
Nel corso dei secoli abbiamo assistito in proposito a grandi espressioni di solidarietà, anche se non sono mancate tensioni sociali. Oggi, il contesto di crisi economica favorisce purtroppo l’emergere di atteggiamenti di chiusura e di non accoglienza. In alcune parti del mondo sorgono muri e barriere. Sembra a volte che l’opera silenziosa di molti uomini e donne che, in diversi modi, si prodigano per aiutare e assistere i profughi e i migranti sia oscurata dal rumore di altri che danno voce a un istintivo egoismo. Ma la chiusura non è una soluzione, anzi, finisce per favorire i traffici criminali. L’unica via di soluzione è quella della solidarietà. Solidarietà con il migrante, solidarietà con il forestiero …
L’impegno dei cristiani in questo campo è urgente oggi come in passato. Per guardare solo al secolo scorso, ricordiamo la stupenda figura di santa Francesca Cabrini, che dedicò la sua vita insieme alle sue compagne ai migranti verso gli Stati Uniti d’America. Anche oggi abbiamo bisogno di queste testimonianze perché la misericordia possa raggiungere tanti che sono nel bisogno. È un impegno che coinvolge tutti, nessuno escluso. Le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, come i singoli cristiani, tutti siamo chiamati ad accogliere i fratelli e le sorelle che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla violenza e da condizioni di vita disumane. Tutti insieme siamo una grande forza di sostegno per quanti hanno perso patria, famiglia, lavoro e dignità. Alcuni giorni fa, è successa una storia piccolina, di città. C’era un rifugiato che cercava una strada e una signora gli si avvicinò e gli disse: “Ma, lei cerca qualcosa?”. Era senza scarpe, quel rifugiato. E lui ha detto: “Io vorrei andare a San Pietro per entrare nella Porta Santa”. E la signora pensò: “Ma, non ha le scarpe, come farà a camminare?”. E chiama un taxi. Ma quel migrante, quel rifugiato puzzava e l’autista del taxi quasi non voleva che salisse, ma alla fine l’ha lasciato salire sul taxi. E la signora, accanto a lui, gli domandò un po’ della sua storia di rifugiato e di migrante, nel percorso del viaggio: dieci minuti per arrivare fino a qui. Quest’uomo raccontò la sua storia di dolore, di guerra, di fame e perché era fuggito dalla sua Patria per migrare qui. Quando sono arrivati, la signora apre la borsa per pagare il tassista e il tassista, che all’inizio non voleva che questo migrante salisse perché puzzava, ha detto alla signora: “No, signora, sono io che devo pagare lei perché lei mi ha fatto sentire una storia che mi ha cambiato il cuore”. Questa signora sapeva cosa era il dolore di un migrante, perché aveva il sangue armeno e conosceva la sofferenza del suo popolo. Quando noi facciamo una cosa del genere, all’inizio ci rifiutiamo perché ci dà un po’ di incomodità, “ma … puzza …”. Ma alla fine, la storia ci profuma l’anima e ci fa cambiare. Pensate a questa storia e pensiamo che cosa possiamo fare per i rifugiati.
E l’altra cosa è vestire chi è nudo: che cosa vuol dire se non restituire dignità a chi l’ha perduta? Certamente dando dei vestiti a chi ne è privo; ma pensiamo anche alle donne vittime della tratta gettate sulle strade, o agli altri, troppi modi di usare il corpo umano come merce, persino dei minori. E così pure non avere un lavoro, una casa, un salario giusto è una forma di nudità, o essere discriminati per la razza, o per la fede, sono tutte forme di “nudità”, di fronte alle quali come cristiani siamo chiamati ad essere attenti, vigilanti e pronti ad agire.
Cari fratelli e sorelle, non cadiamo nella trappola di rinchiuderci in noi stessi, indifferenti alle necessità dei fratelli e preoccupati solo dei nostri interessi. È proprio nella misura in cui ci apriamo agli altri che la vita diventa feconda, le società riacquistano la pace e le persone recuperano la loro piena dignità. E non dimenticatevi di quella signora, non dimenticate quel migrante che puzzava e non dimenticate l’autista al quale il migrante aveva cambiato l’anima.

PAPA FRANCESCO – CRISTO È LA PORTA DEL REGNO

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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

CRISTO È LA PORTA DEL REGNO

Arrampicatori, ladri o briganti sono quelli che tentano di entrare da un’altra via

Lunedì, 22 aprile 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 94, Lun. – Mart.  22-23/04/2013)

C’è solo una porta per entrare nel Regno di Dio. E quella porta è Gesù. Chiunque tenti di entrarvi attraverso un’altra via è «un ladro» o «un brigante»; oppure è «un arrampicatore che pensa solo al suo vantaggio», alla sua gloria, e ruba la gloria a Dio. Papa Francesco, durante la messa celebrata questa mattina, lunedì 22 aprile, nella cappella della Domus Sanctae Marthae, è tornato a proporre Gesù come centro della vicenda umana e a ricordare che la nostra non è una religione «da negozio». Ad ascoltarlo c’erano un gruppo di tecnici della Radio Vaticana e il personale della Sala Stampa della Santa Sede accompagnato dai padri Federico Lombardi e Ciro Benedettini, rispettivamente direttore e vicedirettore, che hanno concelebrato, e da Angelo Scelzo, vicedirettore per gli accrediti giornalistici. Commentando le letture della liturgia del giorno, tratte dagli Atti degli apostoli (11, 1-18) e dal vangelo di Giovanni (10, 1-10), il Pontefice ha ricordato che in esse «viene ripetuto il verbo “entrare”. Prima, quando Pietro viene a Gerusalemme è rimproverato: “Sei entrato in casa dei pagani”. Poi, Pietro racconta la storia, racconta come lui è entrato. E Gesù è molto esplicito, in questo: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, non è il pastore”». Per entrare nel regno di Dio, nella comunità cristiana, nella Chiesa, «la porta — ha spiegato il Papa — la vera porta, l’unica porta è Gesù. Noi dobbiamo entrare da quella porta. E Gesù è esplicito: “Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta — che Lui dice ‘sono io’ — ma vi sale dall’altra parte, è un ladro o un brigante”, uno che vuole fare profitto per se stesso». Questo, ha notato, accade «anche nelle comunità cristiane. Ci sono questi arrampicatori, no?, che cercano il loro. E coscientemente o incoscientemente fanno finta di entrare; ma sono ladri e briganti. Perché? Perché rubano la gloria a Gesù, vogliono la propria gloria. E questo è quello che Gesù diceva ai farisei: “Voi girate la gloria uno all’altro…”. Una religione un po’ da negozio, no? “Io do la gloria a te e tu dai la gloria a me”. Ma questi non sono entrati dalla porta vera. La porta è Gesù, e chi non entra da questa porta si sbaglia». Ma come capire che la porta vera è Gesù? «Prendi le Beatitudini e fa quello che dicono le Beatitudini» è stata la risposta del Pontefice. In questo modo «sei umile, sei povero, sei mite, sei giusto»; e quando qualcuno fa un’altra proposta, «non ascoltarla: la porta sempre è Gesù e chi entra da quella porta non si sbaglia». Gesù «non solo è la porta: è il cammino, è la strada. Ci sono tanti sentieri, forse più vantaggiosi per arrivare», ma sono ingannevoli «non sono veri: sono falsi. Soltanto Gesù è la strada. Qualcuno di voi dirà: “Padre, lei è fondamentalista?!”. No. Semplicemente questo ha detto Gesù: “Io sono la porta”, “io sono il cammino” per darci la vita. Semplicemente. È una porta bella, una porta d’amore, è una porta che non ci inganna, non è falsa. Sempre dice la verità. Ma con tenerezza, con amore.» Purtroppo, ha notato il Santo Padre, l’uomo continua a essere tentato ancora oggi da ciò che è stato all’origine il peccato originale, cioè dalla «voglia di avere la chiave di interpretazione di tutto, la chiave e il potere di fare la nostra strada, qualsiasi essa sia, di trovare la nostra porta, qualsiasi essa sia. E quella è la prima tentazione: “Conoscerai tutto”. A volte abbiamo la tentazione di voler essere troppo padroni di noi stessi e non umili figli e servi del Signore. E questa è la tentazione di cercare altre porte o altre finestre per entrare nel regno di Dio». Dove invece «si entra soltanto da quella porta che si chiama Gesù», da quella porta che ci conduce su «una strada che si chiama Gesù e ci porta alla vita che si chiama Gesù. Tutti coloro che fanno un’altra cosa — dice il Signore — che salgono per entrare dalla finestra, sono “ladri e briganti”. È semplice, il Signore. Non parla difficile: lui è semplice». In conclusione il Papa ha invitato i presenti a pregare per ottenere «la grazia di bussare sempre a quella porta» che a volte è chiusa; noi siamo tristi, desolati e «abbiamo problemi a bussare, a bussare a quella porta». Il Pontefice ha invitato a pregare proprio per trovare la forza per «non andare a cercare altre porte che sembrano più facili, più confortevoli, più alla portata di mano», e andare invece a cercare «sempre quella: Gesù. E Gesù non delude mai, Gesù non inganna, Gesù non è un ladro, non è un brigante. Ha dato la sua vita per me. Ciascuno di noi deve dire questo: “Tu che hai dato la vita per me, per favore, apri, perché io possa entrare”. Chiediamo questa grazia. Bussare sempre a quella porta e dire al Signore: “Apri, Signore, ché voglio entrare per questa porta. Voglio entrare da questa porta, non da quell’altra”».

 

PAPA FRANCESCO – IL GIORNO DEL SÌ

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PAPA FRANCESCO – IL GIORNO DEL SÌ

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il giorno del sì

Lunedì, 4 aprile 2016

«Sì»: per il cristiano non c’è altra risposta alla chiamata di Dio. E soprattutto non ci deve essere mai l’atteggiamento di chi fa finta di non capire e si gira dall’altra parte. È proprio nella solennità del’Annunciazione del Signore, lunedì mattina 4 aprile, che il Papa ha invitato a vivere una vera e propria «festa del sì», celebrando la messa nella cappella della Casa Santa Marta. E un «sì» convinto stamani lo hanno pronunciato i sacerdoti che hanno concelebrato con Francesco nel giorno del loro cinquantesimo anniversario di ordinazione. E anche le religiose vincenziane che lavorano a Santa Marta che hanno rinnovato i voti. «È tutta una storia che finisce e incomincia in questa solennità che oggi celebriamo: la storia dell’uomo, quando esce dal paradiso» ha voluto subito far notare il Papa all’inizio dell’omelia. Dopo il peccato, infatti, il Signore comanda all’uomo di camminare e riempire la terra: «Sii fecondo e vai avanti». Ma «il Signore era attento a quello che faceva l’uomo». Tanto che «alcune volte, quando l’uomo sbagliò, Lui punì l’uomo: pensiamo a Babele o al diluvio». Così Dio sempre «guardava cosa faceva l’uomo: a un certo punto, questo Dio che guardava e custodiva l’uomo, decise di fare un popolo e chiama nostro padre Abramo: “Esci dalla tua terra, dalla tua casa”». E Abramo «obbedì, ha detto “sì”» al Signore «ed è partito dalla sua terra senza sapere dove sarebbe andato». È «il primo “sì” del popolo di Dio». E proprio «con Abramo, Dio — che guardava il popolo — incominciò a “camminare con”. E camminò con Abramo: “Cammina nella mia presenza” gli ha detto».

Dio, ha spiegato il Papa, «fece poi lo stesso con Mosè, al quale a ottant’anni disse: “Fa’ questo”. E Mosè a ottant’anni — è anziano — dice “sì!”. E va a liberare il popolo».

Ma Dio, ha affermato ancora il Pontefice, «fece lo stesso con i profeti»: pensiamo per esempio a Isaia che, quando il Signore gli dice di andare a dire le cose al popolo, risponde di avere «le labbra impure». Ma «il Signore purifica le labbra di Isaia e Isaia dice “sì!”». E anche con Geremia, ha ricordato il Papa, avviene lo stesso: «Signore, io non so parlare, sono un ragazzino!» è la prima risposta del profeta. Ma Dio gli comanda di andare comunque e lui risponde «sì!». Sono «tanti, tanti» quelli «che hanno detto “sì”», è davvero una «umanità di uomini e donne anziani che hanno detto “sì” alla speranza del Signore». E nell’omelia Francesco ha voluto ricordare anche Simeone e Anna. «Oggi — ha spiegato — il Vangelo ci dice la fine di questa catena di “sì” e l’inizio di un altro “sì” che incomincia a crescere: il “sì” di Maria». Proprio «questo “sì” fa che Dio — ha affermato il Pontefice — non solo guardi come va l’uomo, non solo cammini con il suo popolo, ma che si faccia uno di noi e prenda la nostra carne». Infatti «il “sì” di Maria apre la porta al “sì” di Gesù: “Io vengo per fare la tua volontà”». E «questo “sì” che va con Gesù durante tutta la vita, fino alla croce: “Allontana da me questo calice, Padre, ma sia fatta la tua volontà”». È «in Gesù Cristo che, come dice Paolo ai corinzi, vi è il “sì” di Dio: Lui è il “sì”». «È una bella giornata — ha rimarcato il Papa — per ringraziare il Signore di averci insegnato questa strada del “sì”, ma anche per pensare alla nostra vita». Oltrettutto «alcuni di voi — ha detto rivolgendosi direttamente ai sacerdoti presenti alla messa — celebrano il cinquantesimo di sacerdozio: bella giornata per pensare ai “sì” della vostra vita». Ma «tutti noi, durante ogni giorno, dobbiamo dire “sì” o “no”, e pensare se sempre diciamo “sì” o tante volte ci nascondiamo, con la testa bassa, come Adamo e Eva, per non dire “no”» facendo finta di non capire «quello che Dio chiede». «Oggi è la festa del “sì”» ha rilanciato Francesco. Infatti «nel “sì” di Maria c’è il “sì” di tutta la storia della salvezza e incomincia lì l’ultimo “sì” dell’uomo e di Dio: lì Dio ricrea, come all’inizio con un “sì” ha fatto il mondo e l’uomo, quella bella creazione: con questo “sì” io vengo per fare la tua volontà e più meravigliosamente ricrea il mondo, ricrea tutti noi». È «il “sì” di Dio che ci santifica, che ci fa andare avanti in Gesù Cristo». Ecco perché oggi è la giornata giusta «per ringraziare il Signore e per domandarci: io sono uomo o donna del “sì” o sono uomo o donna del “no”? O sono uomo o donna che guardo un po’ dall’altra parte, per non rispondere?». Il Papa ha quindi espresso la speranza «che il Signore ci dia la grazia di entrare in questa strada di uomini e donne che hanno saputo dire il “sì”». E dopo aver avuto un pensiero per i sacerdoti, Francesco ha concluso rivolgendosi alle religiose della comunità di Santa Marta: «In questo momento, in silenzio, le suore che sono in questa Casa rinnoveranno i voti: lo fanno ogni anno, perché San Vincenzo era intelligente e sapeva che la missione che affidava loro era molto difficile, e per questo ha voluto che ogni anno rinnovassero i voti. Noi in silenzio accompagniamo la rinnovazione».

 

PAPA FRANCESCO – PORTE APERTE ALLA CONSOLAZIONE (10.6.2013)

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PAPA FRANCESCO – PORTE APERTE ALLA CONSOLAZIONE

(non ci sono udienze, il Papa è in ritiro per la Quaresima)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 10 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 132, Lun.10 – Mart.11/06/2013)

Perché ci sono persone che hanno il cuore chiuso alla salvezza? È su questo interrogativo che Papa Francesco ha incentrato l’omelia della messa di oggi, lunedì 10 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae, concelebrata, tra gli altri, dal cardinale Stanis?aw Ry?ko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, presenti responsabili e dipendenti del dicastero. Una domanda che trova una risposta e una spiegazione nella paura, perché — ha spiegato il Pontefice — la salvezza ci fa paura. È un’attrazione che scatena i timori più nascosti nel nostro cuore. «Abbiamo bisogno» della salvezza, ma al tempo stesso ne «abbiamo paura», perché, ha detto il Santo Padre, «quando il Signore viene per salvarci, dobbiamo dare tutto» e a quel punto «comanda lui; e di questo abbiamo paura». Gli uomini infatti vogliono «comandare», vogliono essere «i padroni» di loro stessi. E così «la salvezza non arriva, la consolazione dello Spirito non arriva». Nella liturgia del giorno il brano del vangelo di Matteo (5, 1-12) sulle Beatitudini ha offerto al Papa l’occasione per una riflessione sul rapporto tra salvezza e libertà. Solo la salvezza che arriva con la consolazione dello Spirito, ha affermato, ci rende liberi: è «la libertà che nasce dallo Spirito Santo che ci salva, che ci consola, che ci dà vita». Ma per comprendere pienamente le beatitudini e cosa significhi «essere poveri, essere miti, essere misericordiosi» — tutte cose che «non sembra» ci «portino al successo» — occorre custodire «il cuore aperto» e aver «gustato bene quella consolazione dello Spirito Santo che è salvezza». Le Beatitudini, del resto, sono «la legge di quelli che sono stati salvati» e hanno aperto il cuore alla salvezza. «Questa — ha aggiunto — è la legge dei liberi, con quella libertà dello Spirito Santo». Possiamo «regolare la vita, sistemarla su un elenco di comandamenti o di procedimenti», ma è un’operazione meramente umana, ha avvertito Papa Francesco. «È una cosa limitata e alla fine non ci porta alla salvezza», poiché solo un «cuore aperto» può farlo. In proposito il Vangelo narra che, vedendo le folle, Gesù salì sul monte. «Tra le folle — ha notato il Santo Padre — c’erano tanti che avevano bisogno di salvezza. Era il popolo di Dio che seguiva Giovanni Battista prima, poi il Signore», proprio perché bisognoso di salvezza. Ma c’erano anche altri che «andavano là per esaminare questa dottrina nuova e poi litigare con Gesù. Non avevano il cuore aperto, avevano il cuore chiuso nelle loro cose». Si chiedevano cosa Gesù volesse cambiare, ma «siccome avevano il cuore chiuso, il Signore non poteva cambiarlo»; e purtroppo «avevano il cuore chiuso» ha aggiunto Papa Francesco. Perciò il Pontefice ha invitato a chiedere al Signore «la grazia di seguirlo»; ma non con la libertà dei farisei e dei sadducei, che diventarono ipocriti perché volevano «seguirlo solo con la libertà umana». L’ipocrisia è proprio questo: «Non lasciare che lo Spirito cambi il cuore con la sua salvezza. La libertà che ci dà lo Spirito è anche una sorta di schiavitù, una schiavitù al Signore che ci fa liberi. È un’altra libertà». Invece, la nostra libertà è «una schiavitù: non al Signore, ma allo spirito del mondo». Da qui l’invocazione del Papa, che ha chiesto «la grazia di aprire il nostro cuore alla consolazione dello Spirito Santo, perché questa consolazione, che è la salvezza, ci faccia capire bene» i nuovi comandamenti contenuti nel Vangelo delle beatitudini. Non a caso l’inizio della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7) nella liturgia del giorno parla per ben «nove volte di consolazione». Sembra un po’ esagerato, ha commentato il Papa. E sottolineando che Paolo «ha bisogno di sette versetti per dire questa parola: consolazione», si è chiesto: «Perché insiste in questo? Cosa è questa consolazione?». La lettera dell’apostolo è rivolta a cristiani «giovani nella fede», a quanti «hanno incominciato da poco la strada di Gesù». Paolo «insiste su ciò. Nella strada di Gesù il Padre ci offre la consolazione». Questi cristiani «non erano tutti perseguitati. Erano persone normali che avevano la loro famiglia, il loro lavoro, ma avevano trovato Gesù. E questo è un cambiamento di vita tale che era necessaria una forza speciale di Dio, dello Spirito Santo; e questa forza è la consolazione». Cosa significa consolazione? Per Papa Francesco essa «è la presenza di Dio nel nostro cuore. Ma perché il Signore sia nel nostro cuore è necessario aprire la porta». La conversione di questi pagani a cui scrive Paolo è consistita proprio nell’«aprire la porta al Signore». E per questo hanno avuto «la consolazione dello Spirito Santo». La salvezza è infatti «vivere nella consolazione dello Spirito Santo, non vivere nella consolazione dello spirito del mondo. Quello non è salvezza, è peccato». Al contrario, la salvezza è «andare avanti e aprire il cuore perché venga questa consolazione dello Spirito Santo». L’uomo corre spesso il rischio di cercare di «negoziare», di prendere quello che ci fa comodo, «un po’ di qua e un po’ di là». È come «fare una macedonia: un po’ di Spirito Santo e un po’ dello spirito del mondo». Ma con Dio non vi sono mezze misure: o si sceglie «una cosa o l’altra». Infatti, ha rimarcato il Pontefice, il «Signore lo dice chiaro: non si possono servire due padroni. O si serve il Signore o si serve lo spirito del mondo. Non si può mischiare tutto».  Questa nuova legge che «il Signore ci porta, queste nuove Beatitudini si capiscono soltanto se uno ha il cuore aperto. Si capiscono dalla consolazione dello Spirito Santo. Non si possono capire con l’intelligenza umana o con lo spirito del mondo». Dobbiamo essere aperti alla salvezza, altrimenti «non si possono capire. Sono i nuovi comandamenti, ma se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo sembreranno sciocchezze».

 

PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

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PAPA FRANCESCO – UNA LUCE MITE, UMILE E PIENA D’AMORE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una luce mite, umile e piena d’amore

Martedì, 3 settembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 201, Merc. 4/09/2013)

L’umiltà, la mitezza, l’amore, l’esperienza della croce sono i mezzi attraverso i quali il Signore sconfigge il male. E la luce che Gesù ha portato nel mondo vince la cecità dell’uomo, spesso abbagliato dalla falsa luce del mondo, più potente ma ingannevole. Sta a noi saper discernere quale luce viene da Dio. È questo il senso della riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata questa mattina, martedì 3 settembre, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Commentando la prima lettura, il Santo Padre si è soffermato sulla «bella parola» che san Paolo rivolge ai Tessalonicesi: «Voi fratelli non siete nelle tenebre… siete tutti figli della luce e figli del giorno, non della notte. Noi non apparteniamo alla notte né alle tenebre» (1 Ts 5,1-6, 9-11). È chiaro, ha spiegato il Papa, quello che vuole dire l’apostolo: «l’identità cristiana è identità della luce, non delle tenebre». E Gesù ha portato questa luce nel mondo. «San Giovanni — ha precisato Papa Francesco — nel primo capitolo del suo Vangelo ci dice “la luce è venuta nel mondo”, lui, Gesù». Una luce che «non è stata ben voluta dal mondo», ma che tuttavia «ci salva dalle tenebre, dalle tenebre del peccato». Oggi, ha proseguito il Pontefice, si pensa che sia possibile ottenere questa luce che squarcia le tenebre attraverso tanti ritrovati scientifici e altre invenzioni dell’uomo, grazie ai quali «si può conoscere tutto, si può avere scienza di tutto». Ma «la luce di Gesù — ha avvertito Papa Francesco — è un’altra cosa. Non è una luce di ignoranza, no, no! È una luce di sapienza, di saggezza; ma è un’altra cosa. La luce che ci offre il mondo è una luce artificiale. Forse forte, più forte di quella di Gesù, eh?. Forte come un fuoco di artificio, come un flash della fotografia. Invece la luce di Gesù è una luce mite, è una luce tranquilla, è una luce di pace. È come la luce della notte di Natale: senza pretese. È così: si offre e dà pace. La luce di Gesù non fa spettacolo; è una luce che viene nel cuore. È vero che il diavolo, e questo lo dice san Paolo, tante volte viene travestito da angelo di luce. A lui piace imitare la luce di Gesù. Si fa buono e ci parla così, tranquillamente, come ha parlato a Gesù dopo il digiuno nel deserto: “se tu sei il figlio di Dio fa’ questo miracolo, buttati giù dal tempio” fa’ lo spettacolo! E lo dice in una maniera tranquilla» e perciò ingannevole. Per questo Papa Francesco ha raccomandato di «chiedere tanto al Signore la saggezza del discernimento per riconoscere quando è Gesù che ci dà la luce e quando è proprio il demonio travestito da angelo di luce. Quanti credono di vivere nella luce ma sono nelle tenebre e non se ne accorgono!». Ma com’è la luce che ci offre Gesù? «Possiamo riconoscerla — ha spiegato il Santo Padre — perché è una luce umile. Non è una luce che si impone, è umile. È una luce mite, con la forza della mitezza; è una luce che parla al cuore ed è anche una luce che offre la croce. Se noi, nella nostra luce interiore, siamo uomini miti sentiamo la voce di Gesù nel cuore e guardiamo senza paura alla croce nella luce di Gesù». Ma se, al contrario, ci lasciamo abbagliare da una luce che ci fa sentire sicuri, orgogliosi e ci porta a guardare gli altri dall’alto, a sdegnarli con superbia, certamente non ci troviamo in presenza della «luce di Gesù». È invece «luce del diavolo travestito da Gesù — ha detto il Vescovo di Roma — da angelo di luce. Dobbiamo distinguere sempre: dove è Gesù c’è sempre umiltà, mitezza, amore e croce. Mai troveremo infatti Gesù senza umiltà, senza mitezza, senza amore e senza la croce. Lui ha fatto per primo questa strada di luce. Dobbiamo andare dietro a lui senza paura», perché «Gesù ha la forza e l’autorità per darci questa luce». Una forza descritta nel brano del Vangelo della liturgia odierna, nel quale Luca narra l’episodio della cacciata, a Cafarnao, del demonio dall’uomo posseduto (cfr. Lc 4, 16-30). «La gente — ha sottolineato il Papa commentando la lettura — era presa dal timore e, dice il Vangelo, si domandava: “che parola è mai questa che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?”. Gesù non ha bisogno di un esercito per scacciare via i demoni, non ha bisogno della superbia, non ha bisogno della forza, dell’orgoglio». Qual è questa parola «che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?», si è chiesto il Pontefice. «È una parola — è stata la sua risposta — umile, mite, con tanto amore». È una parola che ci accompagna nei momenti di sofferenza, che ci avvicinano alla croce di Gesù. «Chiediamo al Signore — è stata l’esortazione conclusiva di Papa Francesco — che ci dia oggi la grazia della sua luce e ci insegni a distinguere quando la luce è la sua luce e quando è una luce artificiale fatta dal nemico per ingannarci».

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 22 février, 2016 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – PER NON LASCIARSI CONTAGIARE DALLA TENTAZIONE

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PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

PER NON LASCIARSI CONTAGIARE DALLA TENTAZIONE

Martedì, 18 febbraio 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.040, Merc. 19/02/2014)

La tentazione si presenta a noi in modo subdolo, contagia tutto l’ambiente che ci circonda, ci spinge a cercare sempre una giustificazione. E alla fine ci fa cadere nel peccato, chiudendoci in una gabbia dalla quale è difficile uscire. Per resisterle bisogna ascoltare la parola del Signore, perché «lui ci aspetta», ci dà sempre fiducia e apre davanti a noi un nuovo orizzonte. È questo in sintesi il senso della riflessione proposta da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta questa mattina, martedì 18 febbraio. Il Pontefice ha preso lo spunto, come di consueto, dalla liturgia del giorno, in particolare dalla Lettera di san Giacomo (12-18), nella quale l’apostolo «dopo averci parlato ieri della pazienza — ha fatto notare — ci parla oggi della resistenza. Resistenza alle tentazioni. E ci spiega che ciascuno è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono. Poi le passioni concepiscono, generano il peccato. E il peccato una volta commesso, genera la morte». Ma da dove viene la tentazione? Come agisce dentro di noi? Per rispondere a questi interrogativi il Papa ha fatto nuovamente ricorso al testo della lettera di Giacomo. «L’apostolo — ha osservato — ci dice che non viene da Dio ma dalle nostre passioni, dalle nostre debolezze interiori, dalle ferite che ha lasciato in noi il peccato originale. Da lì vengono le tentazioni». E al riguardo si è soffermato sulle caratteristiche della tentazione, che, ha detto, «cresce, contagia e si giustifica». Inizialmente, dunque, la tentazione «comincia con un’aria tranquillizzante», ma «poi cresce. Gesù stesso lo diceva quando ha raccontato la parabola del grano e della zizzania (Matteo, 13, 24-30). Il grano cresceva, ma cresceva anche la zizzania seminata dal nemico. E così anche la tentazione cresce, cresce, cresce. E se uno non la ferma, occupa tutto». Poi avviene il contagio. La tentazione «cresce ma — ha spiegato il vescovo di Roma — non ama la solitudine»; dunque «cerca un altro per farsi fare compagnia, contagia un altro e così accumula persone». E la terza caratteristica è la giustificazione, perché noi uomini «per essere tranquilli ci giustifichiamo». A questo proposito il Pontefice ha osservato che la tentazione si giustifica da sempre, «sin dal peccato originale», quando Adamo incolpa Eva per averlo convinto a mangiare il frutto proibito. E in questo suo crescere, contagiare e giustificarsi, essa «ci chiude in un ambiente da dove non si può uscire con facilità». Per spiegarlo il Papa si è riferito al brano del Vangelo di Marco (8, 14,21): «È quello che è successo agli apostoli che erano sulla barca: avevano dimenticato di prendere dei pani» e si erano messi a discutere incolpandosi a vicenda per averli dimenticati. «Gesù li guardava. Io penso — ha commentato — che lui sorrideva mentre li guardava. E dice loro: Ma ricordate del lievito di farisei, di Erode? Fate attenzione, guardatevi!». Eppure essi «non capivano niente, perché erano talmente presi a incolparsi che non avevano più spazio per altro, non avevano più luce per la parola di Dio». Lo stesso accade «quando cadiamo in tentazione. Non sentiamo la parola di Dio. Non capiamo. E Gesù ha dovuto ricordare la moltiplicazione dei pani per aiutare i discepoli a uscire da quell’ambiente». Questo accade, ha spiegato il Pontefice, perché la tentazione ci chiude ogni orizzonte «e così ci porta al peccato». Quando siamo in tentazione, «soltanto la parola di Dio, la parola di Gesù ci salva. Sentire quella parola ci apre l’orizzonte», perché «lui è sempre disposto a insegnarci come uscire dalla tentazione. Gesù è grande perché non solo ci fa uscire dalla tentazione ma ci dà più fiducia». Al riguardo Papa Francesco ha ricordato l’episodio raccontato dal Vangelo di Luca (22, 31-32) a proposito del colloquio tra Gesù e Pietro, durante il quale il Signore «dice a Pietro che il diavolo voleva passarlo al setaccio»; ma nello stesso tempo gli confida di aver pregato per lui e gli affida una nuova missione: «Quando sei convertito, conferma i tuoi fratelli». Dunque Gesù, ha sottolineato il Santo Padre, non solo ci aspetta per aiutarci a uscire dalla tentazione, ma si fida di noi. E «questa è una grande forza», perché «lui ci apre sempre nuovi orizzonti», mentre il diavolo con la tentazione «chiude e fa crescere l’ambiente in cui si litiga», cosicché «si cercano giustificazioni accusandosi l’un l’altro». «Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione» è stata l’esortazione del vescovo di Roma. Dal cerchio in cui ci costringe la tentazione «si esce soltanto ascoltando la Parola di Gesù» ha ricordato, concludendo: «Chiediamo al Signore che sempre, come ha fatto con i discepoli, con la sua pazienza, quando siamo in tentazione ci dica: Fermati. Stai tranquillo. Alza gli occhi, guarda l’orizzonte, non chiuderti, vai avanti. Questa parola ci salverà dal cadere nel peccato nel momento della tentazione».  

SANTA MESSA PAPA FRANCESCO – XIV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

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SANTA MESSA PER L’APERTURA DELLA XIV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

XXVII Domenica del Tempo Ordinario, 4 ottobre 2015

«Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1 Gv 4,12).

Le Letture bibliche di questa domenica sembrano scelte appositamente per l’evento di grazia che la Chiesa sta vivendo, ossia L’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema della famiglia che con questa celebrazione eucaristica viene inaugurata.
Esse sono incentrate su tre argomenti: il dramma della solitudine, l’amore tra uomo-donna e la famiglia.

La solitudine
Adamo, come leggiamo nella prima Lettura, viveva nel Paradiso, imponeva i nomi alle altre creature esercitando un dominio che dimostra la sua indiscutibile e incomparabile superiorità, ma nonostante ciò si sentiva solo, perché «non trovò un aiuto che gli corrispondesse» (Gen 2,20) e sperimentò la solitudine.
La solitudine, il dramma che ancora oggi affligge tanti uomini e donne. Penso agli anziani abbandonati perfino dai loro cari e dai propri figli; ai vedovi e alle vedove; ai tanti uomini e donne lasciati dalla propria moglie e dal proprio marito; a tante persone che di fatto si sentono sole, non capite e non ascoltate; ai migranti e ai profughi che scappano da guerre e persecuzioni; e ai tanti giovani vittime della cultura del consumismo, dell’usa e getta e della cultura dello scarto.
Oggi si vive il paradosso di un mondo globalizzato dove vediamo tante abitazioni lussuose e grattacieli, ma sempre meno il calore della casa e della famiglia; tanti progetti ambiziosi, ma poco tempo per vivere ciò che è stato realizzato; tanti mezzi sofisticati di divertimento, ma sempre di più un vuoto profondo nel cuore; tanti piaceri, ma poco amore; tanta libertà, ma poca autonomia… Sono sempre più in aumento le persone che si sentono sole, ma anche quelle che si chiudono nell’egoismo, nella malinconia, nella violenza distruttiva e nello schiavismo del piacere e del dio denaro.
Oggi viviamo, in un certo senso, la stessa esperienza di Adamo: tanta potenza accompagnata da tanta solitudine e vulnerabilità; e la famiglia ne è l’icona. Sempre meno serietà nel portare avanti un rapporto solido e fecondo di amore: nella salute e nella malattia, nella ricchezza e nella povertà, nella buona e nella cattiva sorte. L’amore duraturo, fedele, coscienzioso, stabile, fertile è sempre più deriso e guardato come se fosse roba dell’antichità. Sembrerebbe che le società più avanzate siano proprio quelle che hanno la percentuale più bassa di natalità e la percentuale più alta di aborto, di divorzio, di suicidi e di inquinamento ambientale e sociale.

L’amore tra uomo e donna
Leggiamo ancora nella prima Lettura che il cuore di Dio rimase come addolorato nel vedere la solitudine di Adamo e disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (Gen 2,18). Queste parole dimostrano che nulla rende felice il cuore dell’uomo come un cuore che gli assomiglia, che gli corrisponde, che lo ama e che lo toglie dalla solitudine e dal sentirsi solo. Dimostrano anche che Dio non ha creato l’essere umano per vivere in tristezza o per stare solo, ma per la felicità, per condividere il suo cammino con un’altra persona che gli sia complementare; per vivere la stupenda esperienza dell’amore: cioè amare ed essere amato; e per vedere il suo amore fecondo nei figli, come dice il salmo che è stato proclamato oggi (cfr Sal 128).
Ecco il sogno di Dio per la sua creatura diletta: vederla realizzata nell’unione di amore tra uomo e donna; felice nel cammino comune, feconda nella donazione reciproca. È lo stesso disegno che Gesù nel Vangelo di oggi riassume con queste parole: «Dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne» (Mc 10,6-8; cfr Gen 1,27; 2,24).
Gesù, di fronte alla domanda retorica che Gli è stata fatta – probabilmente come un tranello, per farLo diventare all’improvviso antipatico alla folla che lo seguiva e che praticava il divorzio come realtà consolidata e intangibile –, risponde in maniera schietta e inaspettata: riporta tutto all’origine, all’origine della creazione, per insegnarci che Dio benedice l’amore umano, è Lui che unisce i cuori di un uomo e una donna che si amano e li unisce nell’unità e nell’indissolubilità. Ciò significa che l’obiettivo della vita coniugale non è solamente vivere insieme per sempre, ma amarsi per sempre! Gesù ristabilisce così l’ordine originario ed originante.

La famiglia
«Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,9). E’ una esortazione ai credenti a superare ogni forma di individualismo e di legalismo, che nascondono un gretto egoismo e una paura di aderire all’autentico significato della coppia e della sessualità umana nel progetto di Dio.
Infatti, solo alla luce della follia della gratuità dell’amore pasquale di Gesù apparirà comprensibile la follia della gratuità di un amore coniugale unico e usque ad mortem.
Per Dio il matrimonio non è utopia adolescenziale, ma un sogno senza il quale la sua creatura sarà destinata alla solitudine! Infatti la paura di aderire a questo progetto paralizza il cuore umano.
Paradossalmente anche l’uomo di oggi – che spesso ridicolizza questo disegno – rimane attirato e affascinato da ogni amore autentico, da ogni amore solido, da ogni amore fecondo, da ogni amore fedele e perpetuo. Lo vediamo andare dietro agli amori temporanei ma sogna l’amore autentico; corre dietro ai piaceri carnali ma desidera la donazione totale.
Infatti, «ora che abbiamo pienamente assaporato le promesse della libertà illimitata, cominciamo a capire di nuovo l’espressione “tristezza di questo mondo”. I piaceri proibiti hanno perso la loro attrattiva appena han cessato di essere proibiti. Anche se vengono spinti all’estremo e vengono rinnovati all’infinito, risultano insipidi perché sono cose finite, e noi, invece, abbiamo sete di infinito» (Joseph Ratzinger, Auf Christus schauen. Einübung in Glaube, Hoffnung, Liebe, Freiburg 1989, p. 73).
In questo contesto sociale e matrimoniale assai difficile, la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella fedeltà, nella verità e nella carità. Vivere la sua missione nella fedeltà al suo Maestro come voce che grida nel deserto, per difendere l’amore fedele e incoraggiare le numerosissime famiglie che vivono il loro matrimonio come uno spazio in cui si manifesta l’amore divino; per difendere la sacralità della vita, di ogni vita; per difendere l’unità e l’indissolubilità del vincolo coniugale come segno della grazia di Dio e della capacità dell’uomo di amare seriamente.
La Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella verità che non si muta secondo le mode passeggere o le opinioni dominanti. La verità che protegge l’uomo e l’umanità dalle tentazioni dell’autoreferenzialità e dal trasformare l’amore fecondo in egoismo sterile, l’unione fedele in legami temporanei. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 3).
E la Chiesa è chiamata a vivere la sua missione nella carità che non punta il dito per giudicare gli altri, ma – fedele alla sua natura di madre – si sente in dovere di cercare e curare le coppie ferite con l’olio dell’accoglienza e della misericordia; di essere “ospedale da campo”, con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, di uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza.
Una Chiesa che insegna e difende i valori fondamentali, senza dimenticare che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27); e che Gesù ha detto anche: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Una Chiesa che educa all’amore autentico, capace di togliere dalla solitudine, senza dimenticare la sua missione di buon samaritano dell’umanità ferita.
Ricordo san Giovanni Paolo II quando diceva: «L’errore e il male devono essere sempre condannati e combattuti; ma l’uomo che cade o che sbaglia deve essere compreso e amato […] Noi dobbiamo amare il nostro tempo e aiutare l’uomo del nostro tempo» (Discorso all’Azione Cattolica Italiana, 30 dicembre 1978: Insegnamenti I [1978], 450). E la Chiesa deve cercarlo, accoglierlo e accompagnarlo, perché una Chiesa con le porte chiuse tradisce sé stessa e la sua missione, e invece di essere un ponte diventa una barriera: «Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11).
Con questo spirito chiediamo al Signore di accompagnarci nel Sinodo e di guidare la sua Chiesa per l’intercessione della Beata Vergine Maria e di san Giuseppe, suo castissimo sposo.

 

PAPA FRANCESCO – CONTEMPLARE GESÙ MITE E SOFFERENTE (2013)

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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

CONTEMPLARE GESÙ MITE E SOFFERENTE

Giovedì, 12 settembre 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 209, Ven. 13/09/2013)

Non è facile per i cristiani vivere secondo i principi e le virtù ispirati da Gesù. «Non è facile, ma — ha detto Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì mattina, 12 settembre, nella cappella di Santa Marta — è possibile»: basta «contemplare Gesù sofferente e l’umanità sofferente» e vivere «una vita nascosta in Dio con Gesù».
La riflessione del Santo Padre è stata ispirata dalla ricorrenza della memoria liturgica del nome di Maria. «Oggi — ha esordito — festeggiamo l’onomastico della Madonna. Il santo nome di Maria. Una volta questa festa si chiamava il dolce nome di Maria e oggi nella preghiera abbiamo chiesto la grazia di sperimentare la forza e la dolcezza di Maria. Poi è cambiato, ma nella preghiera è rimasta questa dolcezza del suo nome. Abbiamo bisogno oggi della dolcezza della Madonna per capire queste cose che Gesù ci chiede. È un elenco non facile da vivere: amate i nemici, fate del bene, prestate senza sperare nulla, a chi ti percuote sulla guancia offri anche l’altra, a chi ti strappa il mantello non rifiutare anche la tunica. Sono cose forti. Ma tutto questo, a suo modo, è stato vissuto dalla Madonna: la grazia della mansuetudine, la grazia della mitezza».
«L’apostolo Paolo — ha proseguito — insiste sullo stesso tema: “Fratelli, scelti da Dio, santi e amati. Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri” se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato così fate anche voi (Colossesi 3, 12-17)». Certo, ha notato il Pontefice, ci viene chiesto molto e per questo la prima domanda che sorge spontanea è: «Ma come posso fare questo? Come mi preparo per fare questo? Cosa devo studiare per fare questo?». La risposta per il Papa è chiara: «Noi, con il nostro sforzo, non possiamo farlo. Soltanto una grazia può farlo in noi. Il nostro sforzo aiuterà; è necessario ma non sufficiente».
«L’apostolo Paolo In questi giorni — ha proseguito il Pontefice — ci ha parlato spesso di Gesù. Gesù come la totalità del cristiano, Gesù come il centro del cristiano, Gesù come la speranza del cristiano, perché è lo sposo della Chiesa e porta speranza per andare avanti; Gesù come vincitore sul peccato, sulla morte. Gesù vince ed è andato in cielo con la sua vittoria». A questo proposito l’apostolo ci insegna qualcosa, «ci dice: “Fratelli, se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù dove è Cristo trionfatore; è là, seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra… Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”».
È questa «la strada per fare quello che il Signore ci chiede: nascondere la nostra vita con Cristo in Dio» ha ripetuto il Papa. E ciò deve rinnovarsi in ognuno dei nostri atteggiamenti quotidiani, poiché, ha spiegato il Vescovo di Roma, solo se abbiamo il cuore e la mente rivolti al Signore, «trionfatore sul peccato e sulla morte», possiamo fare quello che egli ci chiede.
Mitezza, umiltà, bontà, tenerezza, mansuetudine, magnanimità sono tutte virtù che servono per seguire la strada indicata da Cristo. Riceverle è «una grazia. Una grazia — ha specificato il Santo Padre — che viene dalla contemplazione di Gesù». Non a caso, ha ricordato ancora, i nostri padri e le nostre madri spirituali ci hanno insegnato quanto sia importante guardare alla passione del Signore.«Solo contemplando l’umanità sofferente di Gesù — ha ripetuto il Pontefice — possiamo diventare miti, umili, teneri così come lui. Non c’è altra strada». Certo, dovremo fare lo sforzo di «cercare Gesù; di pensare alla sua passione, a quanto ha sofferto; di pensare al suo silenzio mite». Questo, ha ribadito, sarà il nostro sforzo; poi «al resto ci pensa lui, e farà tutto quello che manca. Ma tu devi fare questo: nascondere la tua vita in Dio con Cristo».
Dunque per essere buoni cristiani è necessario contemplare sempre l’umanità di Gesù e l’umanità sofferente. «Per rendere testimonianza? Contempla Gesù. Per perdonare? Contempla Gesù sofferente. Per non odiare il prossimo? Contempla Gesù sofferente. Per non chiacchierare contro il prossimo? Contempla Gesù sofferente. Non c’è altra strada» ha ripetuto il Papa ricordando poi che queste virtù sono le stesse del Padre, «che è buono, mite e magnanimo, che ci perdona sempre», e le stesse della Madonna nostra madre. Non è facile ma è possibile. «Affidiamoci alla Madonna. E quando oggi — ha concluso — le diamo gli auguri per il suo onomastico, chiediamole che ci dia la grazia di sperimentare la sua dolcezza».

IL MARTIRIO NON APPARTIENE SOLO AL PASSATO – PAPA FRANCESCO

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IL MARTIRIO NON APPARTIENE SOLO AL PASSATO – PAPA FRANCESCO

· MESSA A SANTA MARTA · 04 MARZO 2014

La persecuzione dei cristiani non è un fatto che appartiene al passato, agli albori del cristianesimo. È una triste realtà dei nostri giorni. Anzi, «ci sono più martiri oggi che nei primi tempi della Chiesa». Ne è convinto Papa Francesco e lo ha ribadito questa mattina, martedì 4 marzo, durante la messa celebrata a Santa Marta, chiedendo di riflettere sulla testimonianza di questi fratelli e di queste sorelle nella fede. Ma, ha ricordato il Papa, Gesù ci aveva avvertito: seguirlo significa godere della sua generosità ma anche «subire persecuzioni nel suo nome», come scrive Marco nel passo del Vangelo proposto dalla liturgia (10, 28-31).
«Gesù — ha esordito il Pontefice — aveva finito di parlare del pericolo delle ricchezze, di quanto era difficile che un ricco entrasse nel regno dei cieli. E Pietro gli fa questa domanda: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Quale sarà il nostro guadagno?”. Gesù è generoso e comincia a dire a Pietro: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madri o padri o campi per causa mia e per causa del Vangelo che non riceva già ora in questo tempo cento volte, e fratelli e sorelle e madri e figli e campi…”».
Forse, ha proseguito il Pontefice, Pietro pensava: «Questa è una bella attività commerciale, andare dietro Gesù ci fa guadagnare tanto, cento volte tanto». Ma Gesù «aggiunge tre paroline: “insieme a persecuzioni”. E poi avrà la vita eterna». In sostanza intende: «Sì, voi avete lasciato tutto e riceverete qui nella terra tante cose, ma con la persecuzione». È «come — ha commentato il Santo Padre — un’insalata con l’olio della persecuzione. Questo è il guadagno del cristiano e questa è la strada di chi vuole andare dietro Gesù. Perché è la strada che ha fatto lui: lui è stato perseguitato».
È la strada dell’abbassamento, la stessa che — ha ricordato il vescovo di Roma — san Paolo indica ai Filippesi quando dice che Gesù, facendosi uomo, si abbassò sino alla morte di croce. «Questa è proprio la tonalità della vita cristiana», che è anche gioia. Infatti «seguire Gesù è una gioia. Nelle beatitudini Gesù dice: beati voi quando vi insulteranno, quando sarete perseguitati a causa del mio nome»
Dunque la persecuzione, ha precisato il Pontefice, è una delle beatitudini. Tanto che «i discepoli, subito dopo la venuta dello Spirito Santo, hanno cominciato a predicare e sono cominciate le persecuzioni. Pietro è andato in carcere, Stefano ha testimoniato con la morte, così come Gesù, con falsi testimoni. E poi ci sono stati ancora tanti altri testimoni, sino al giorno d’oggi. La croce è sempre sulla strada cristiana».
Certo, ha continuato Papa Francesco, noi potremo avere tanti religiosi, tante religiose, «tante madri, tanti padri, tanti fratelli nella Chiesa, nella comunità cristiana. E questo — ha fatto notare — è bello. Ma avremo anche la persecuzione, perché il mondo non tollera la divinità di Cristo, non tollera l’annuncio del Vangelo, non tollera le beatitudini». Proprio da qui scaturisce la persecuzione, che passa anche attraverso le parole, le calunnie. Così avveniva ai cristiani dei primi secoli, che subivano le diffamazioni e pativano il carcere.
«Ma noi — ha osservato il Santo Padre — dimentichiamo facilmente. Pensiamo ai tanti cristiani che sessant’anni fa erano rinchiusi nei campi, nelle prigioni dei nazisti, dei comunisti: tanti, solo perchè erano cristiani». E questo è ciò che accade «anche oggi», ha lamentato, nonostante la nostra convinzione di aver raggiunto un grado di civiltà diversa e una cultura più matura.
«Io vi dico — ha affermato il Papa — che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle nostre che offrono la loro testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Sono condannati perchè posseggono una Bibbia. Non possono portare il segno della croce». Questa è «la strada di Gesù. Ma è una strada gioiosa perchè mai il Signore ci mette alla prova più di quello che noi possiamo sopportare».
Certamente «la vita cristiana non è un vantaggio commerciale», ha puntualizzato il Pontefice. È semplicemente «seguire Gesù. Quando seguiamo Gesù succede questo. Pensiamo se noi abbiamo dentro di noi la voglia di essere coraggiosi nella testimonianza di Gesù». E, ha aggiunto, «pensiamo anche — ci farà bene — ai tanti fratelli e sorelle che oggi non possono pregare insieme perché sono perseguitati, non possono avere il libro del Vangelo o una Bibbia perchè sono perseguitati. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che non possono andare a messa perchè è vietato. Quante volte giunge un prete di nascosto fra loro e fanno finta di essere a tavola a prendere un tè e celebrano la messa di nascosto. Questo succede oggi». Da qui l’invito conclusivo: «Pensiamo: sono disposto a portare la croce come Gesù? A sopportare persecuzioni per dare testimonianza a Gesù come fanno questi fratelli e sorelle che oggi sono umiliati e perseguitati? Questo pensiero ci farà bene a tutti».

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA: CHIESA DI MARTIRI

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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

CHIESA DI MARTIRI

Martedì, 21 aprile 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.091, 22/04/2015)

«Oggi la Chiesa è Chiesa di martiri». E tra questi ci sono «i nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano; quei migranti che in alto mare sono buttati in mare perché cristiani; quegli etiopi, assassinati perché cristiani». Richiamando la storia del protomartire santo Stefano, Papa Francesco, nella messa celebrata martedì 21 aprile nella cappella della Casa Santa Marta, ha ricordato i tanti martiri di oggi: anche quelli di cui non conosciamo i nomi, che soffrono nelle carceri o vengono calunniati e perseguitati «da tanti sinedri moderni» o, ancora, vivono ogni giorno «la fedeltà nella propria famiglia».
Il Pontefice ha iniziato l’omelia indicando proprio ciò che accomuna tutti i martiri: sono coloro, ha spiegato, «che nella storia della Chiesa hanno dato testimonianza di Gesù» senza avere «bisogno di altri pani: per loro era sufficiente soltanto Gesù, perché avevano fede in Gesù». E «oggi — ha sottolineato — la Chiesa ci fa riflettere e ci propone, nella liturgia della parola, il primo martire cristiano», santo Stefano appunto, del quale parlano gli Atti degli apostoli (7, 51-8, 1).
«Quest’uomo non aveva fame, non aveva bisogno di andare al negoziato, ai compromessi con altri pani, per sopravvivere» ha affermato il Papa. E con questo stile «dà testimonianza di Gesù» fino al martirio. Già «ieri — ha ricordato riferendosi alla liturgia della parola del giorno precedente — la Chiesa ha incominciato a parlare di lui: alcuni della sinagoga, i “liberti”, si alzarono a discutere con Stefano ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo spirito con cui egli parlava». Infatti, ha spiegato, «Stefano era pieno dello Spirito Santo e parlava con la saggezza dello Spirito: era forte». E così queste persone «istigarono alcuni perché dicessero di averlo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio, e dare falsa testimonianza». Con queste accuse «sollevarono il popolo, gli anziani, gli scribi: gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio».
«È curioso» — ha fatto notare il Papa — come «la storia di Stefano» segua «gli stessi passi di quella di Gesù», e cioè lo schema dei «falsi testimoni» per «sollevare il popolo e portarlo a giudizio. E oggi abbiamo sentito come finisce questa storia, perché Stefano nel sinedrio spiega la dottrina di Gesù, fa una lunga spiegazione». In realtà i suoi accusatori «non volevano ascoltare, avevano il cuore chiuso». Così «alla fine Stefano, con la forza dello Spirito, dice loro la verità: “Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie”, cioè pagani, “non avete il cuore e le orecchie della fede in Dio”». Con quel «siete pagani, incirconcisi» Stefano proprio «vuol dire quello». E aggiunge: «Voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo».
«Una delle caratteristiche della testardaggine davanti alla parola di Dio» è costituita, appunto, dalle «resistenze allo Spirito Santo», ha spiegato il Papa, ripetendo le parole di Stefano: voi siete «come i vostri padri. Quali dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?». Stefano, dunque, «ricorda tanti profeti che sono stati perseguitati e uccisi per essere stati fedeli alla parola di Dio». Poi «quando lui confessa la sua visione di Gesù, quello che Dio gli fa vedere in quel momento, lui, pieno di Spirito Santo, loro si scandalizzano e gridano a gran voce, fanno uno strepito, si turano le orecchie». E questo è un «bel segno», ha commentato il Papa, perché «non volevano ascoltare». E così «si scagliano tutti insieme contro di lui, lo trascinano fuori dalla città e si mettono a lapidarlo».
E questa è sempre «la storia dei martiri», anche «quelli dell’Antico Testamento, dei quali parlava Stefano nel sinedrio». La questione è che la «parola di Dio dispiace sempre a certi cuori; la parola di Dio dà fastidio quando tu hai il cuore duro, quando tu hai il cuore pagano, perché la parola di Dio ti interpella ad andare avanti, cercando e sfamandoti con quel pane del quale parlava Gesù».
«Nella storia della rivelazione» ha affermato Francesco, ci sono «tanti martiri che sono stati uccisi per fedeltà alla parola di Dio, alla verità di Dio». Così «il martirio di Stefano assomiglia tanto al sacrificio di Gesù». E mentre lo lapidavano Stefano pregava dicendo: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Come non ricordare che Gesù aveva detto sulla croce: «Padre, nelle tue mani lascio il mio spirito»?. E, ancora, gli Atti degli apostoli ci raccontano che Stefano «poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”». Di nuovo, Gesù aveva detto: «Perdona loro, Signore, Padre: non sanno cosa fanno». Qui c’è tutta «quella magnanimità cristiana del perdono, della preghiera per i nemici».
Ma «questi che perseguitavano i profeti, questi che hanno perseguitato e ucciso Stefano e tanti martiri, questi — Gesù lo aveva detto — credevano di dare gloria a Dio, credevano che» così facendo «erano fedeli alla dottrina di Dio». E, ha affermato il Papa, «oggi io vorrei ricordare che la storia della Chiesa, la vera storia della Chiesa, è la storia dei santi e dei martiri: i martiri perseguitati» e tanti anche «uccisi da quelli che credevano di dare gloria a Dio, da quelli che credevano di avere la verità: cuore corrotto, ma la verità».
Anche «in questi giorni quanti “Stefano” ci sono nel mondo!» ha esclamato il Papa. E ha di fatto richiamato storie recenti di persecuzione: «Pensiamo ai nostri fratelli sgozzati sulla spiaggia della Libia; pensiamo a quel ragazzino bruciato vivo dai compagni perché cristiano; pensiamo a quei migranti che in alto mare sono buttati in mare dagli altri perché cristiani; pensiamo — l’altro ieri — quegli etiopi, assassinati perché cristiani». E ancora, ha aggiunto, «tanti altri che noi non conosciamo, che soffrono nelle carceri perché cristiani».
Oggi, ha affermato Francesco, «la Chiesa è Chiesa di martiri: loro soffrono, loro danno la vita e noi riceviamo la benedizione di Dio per la loro testimonianza». E «ci sono anche i martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza dello Spirito Santo, alla voce dello Spirito, che fanno strade, che cercano strade nuove per aiutare i fratelli e amare meglio Dio». E per questa ragione «vengono sospettati, calunniati, perseguitati da tanti sinedri moderni che si credono padroni della verità». Oggi, ha detto il Pontefice, ci sono «tanti martiri nascosti» e tra loro ce ne sono numerosi «che per essere fedeli nella loro famiglia soffrono tanto per fedeltà».
«La nostra Chiesa è Chiesa di martiri» ha ribadito Francesco prima di proseguire la celebrazione, durante la quale, ha detto, «verrà da noi il “primo martire”, il primo che ha dato testimonianza e, più, salvezza a tutti noi». Dunque, ha esortato il Papa, «uniamoci a Gesù nell’Eucaristia, e uniamoci a tanti fratelli e sorelle che soffrono il martirio della persecuzione, della calunnia e dell’uccisione per essere fedeli all’unico pane che sazia, cioè a Gesù».

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