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PAPA FRANCESCO – Contro il veleno della maldicenza (17.5.18)

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PAPA FRANCESCO – Contro il veleno della maldicenza (17.5.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 17 maggio 2018

Con la tecnica della «finta unità» si inganna da sempre il popolo per fare, anAcora oggi, i colpi di stato, condannare i giusti — a cominciare da Gesù — ma anche per distruggere la vita nelle comunità cristiane, facendo fuori le persone a colpi di chiacchiere. È da questo «atteggiamento assassino» che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata giovedì 17 maggio a Santa Marta, riproponendo l’essenza della vera unità testimoniata da Cristo stesso nella sua preghiera al Padre «perché tutti siano una sola cosa».
E proprio «nella liturgia di oggi — ha subito fatto notare il Pontefice — possiamo vedere due strade, due pesi, due misure, per arrivare all’unità». Si tratta di «due tipi di unità». E «la prima» ha spiegato Francesco riferendosi al passo del Vangelo di Giovanni (17, 20-26), è quella per cui «Gesù prega il Padre per noi, “perché tutti siano una sola cosa”, una, “come tu, Padre, sei in me e io in te, perché il mondo creda”».
È, insomma, «l’unità alla quale ci porta Gesù» ha affermato il Papa, «l’unità nel Padre, come lui è col Padre». Ed è «un’unità costruttiva, un’unità che va su, sempre; è un’unità coinvolgente, che fa la Chiesa una». E «lo Spirito Santo — ha insistito il Pontefice — ci porta sempre verso questa unità: un’unità di salvezza, perché Gesù vuol salvare tutti e ci porta a questa unità».
Questa, ha rilanciato Francesco, è anche «una unità che non finisce: andrà verso l’eternità, cioè ha dei grandi orizzonti». E «così cresce l’unità e quando noi, nella vita, nella Chiesa o nella società civile, lavoriamo per l’unità, stiamo su questa strada». Consapevoli che «ogni persona che lavora per l’unità è sulla strada che Gesù ha tracciato». Proprio «questa è la grande unità — ha aggiunto il Papa — quella che ci rivela il Padre e ci fa vedere il nocciolo proprio della rivelazione che Gesù ci ha portato».
«Ma c’è un altro tipo di unità che io chiamerei “unità finta” o unità congiunturale: quella che hanno gli accusatori di Paolo nella prima lettura» ha affermato il Pontefice, facendo riferimento al passo degli Atti degli apostoli (22,30; 23,6-11). Questi accusatori infatti, ha spiegato il Papa, «si presentano come un blocco ad accusare Paolo: “Va contro la legge, va contro questo, è un blasfemo”».
Da parte sua, «il procuratore romano vede questa gente, e dice “ma è tutto il popolo, uno”». Però, ha proseguito Francesco, «Paolo, che era svelto — perché lo Spirito Santo anche ci permette di essere umanamente svelti: ci chiede quello — e sapeva che quella unità era finta, era congiunturale soltanto, butta la pietra di divisione». Si legge infatti nella pagina degli Atti: «Paolo, sapendo che una parte era dei sadducei e una parte dei farisei, disse a gran voce nel sinedrio” — butta la pietra — “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti”». E «questa è la pietra che butta Paolo contro questa falsa unità che lo accusa».
Tanto che, «continua il testo: “Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei”. Si sciolse l’unità, disputano fra loro. Prima disputavano contro Paolo per accusarlo e condannarlo a morte; ma Paolo, con quella frase, distrugge quella unità perché era finta, non aveva consistenza. “Scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. I sadducei infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose”». Insomma, «Paolo, con la saggezza umana che aveva, e la saggezza dello Spirito Santo, riuscì a distruggere questo blocco di unità».
Del resto, ha proseguito il Papa, «lo stesso abbiamo visto nelle persecuzioni di Paolo, per esempio a Gerusalemme». Infatti «il testo degli Atti degli apostoli dice che tutti quelli che sono congregati lì gridavano contro Paolo ma nessuno sapeva né ascoltava l’altro, non sapeva cosa gridavano: erano stati convocati per fare chiasso, fare una unità che era chiasso». E «lo stesso per esempio» ha affermato Francesco, è avvenuto «con gli operatori della immagine di Artèmide degli efesini, in Efeso quando — dice il testo — nessuno sapeva il motivo per il quale gridava» come raccontano gli Atti al capitolo 19. In pratica, ha spiegato il Pontefice, così «il popolo diventa massa, anonimo: fa una unità anonima e i dirigenti dicono “devi gridare contro questo” e gridano». Anche se «poi non sanno perché gridano, cosa vogliono».
«Questa strumentalizzazione del popolo è anche un disprezzo del popolo, perché lo converti da popolo in massa» ha detto Francesco. Facendo notare che «è un elemento che si ripete tanto, dai primi tempi fino adesso. Pensiamoci su: la domenica delle Palme tutti acclamano “Benedetto sei tu, che vieni in nome del Signore”» ma il «venerdì dopo la stessa gente grida “crocifiggilo”». La risposta è che è stato lavato il cervello e così sono state cambiate le cose: in pratica «hanno convertito il popolo in massa che distrugge». Di più, ha suggerito Francesco, «pensiamo a Stefano: cercano subito due falsi testimoni e così la gente va a lapidare Stefano». E «nell’antico Testamento pensiamo alla stessa tecnica» messa in atto «dalla regina Gezabele con Nabot», secondo quanto riferito nel primo libro dei Re. È sempre «lo stesso: si creano condizioni scure, “nebbiose”, per condannare una persona». Sì, «poi quella unità» costruita finisce per sciogliersi, intanto però «la persona è condannata».
«Anche oggi questo metodo è molto usato» ha messo in guardia il Papa. «Per esempio nella vita civile, nella vita politica, quando si vuole fare un colpo di stato, i media incominciano a sparlare della gente, dei dirigenti e, con la calunnia, la diffamazione, li sporcano. Poi entra la giustizia, li condanna e, alla fine, si fa il colpo di stato. È un sistema fra i più disdicevoli». Ma proprio «con questo metodo — ha chiarito Francesco — è perseguitato Paolo» e sono stati perseguitati «Gesù, Stefano e poi tutti i martiri». Certo, ha aggiunto il Pontefice, alla fine è «la gente che andava al circo e gridava per vedere come si faceva la lotta fra i martiri e le fiere o i gladiatori, ma sempre, l’anello della catena per arrivare alla condanna, o a un altro interesse dopo la condanna, è questo ambiente di unità finta, di unità falsa».
Il Papa ha ricordato però che «in una misura più ristretta», tutto questo «succede nelle nostre comunità parrocchiali, per esempio quando due o tre incominciano a criticare un altro e incominciano a sparlare di quello e fanno una unità finta per condannarlo». Insieme, ha proseguito Francesco, «si sentono sicuri e lo condannano: lo condannano mentalmente, come atteggiamento; poi si separano e sparlano uno contro l’altro, perché sono divisi». E proprio per questo, ha rimarcato, «il chiacchiericcio è un atteggiamento assassino, perché uccide, fa fuori la gente, fa fuori la “fama” della gente». E «il chiacchiericcio è lo stesso che facevano questi con Paolo, lo stesso che hanno fatto con Gesù: screditarlo» e «una volta screditato, lo fanno fuori».
«Pensiamo alla grande vocazione alla quale siamo stati chiamati: la unità con Gesù, il Padre» ha chiesto il Pontefice. E «su questa strada dobbiamo andare, uomini e donne che si uniscano e che sempre cercano di andare avanti sulla strada dell’unità». Però, ha insistito il Papa, «non le unità finte che non hanno sostanza e che servono soltanto per dare un passo oltre e condannare la gente e portare avanti interessi che non sono i nostri: interessi del principe di questo mondo, che è la distruzione». E così Francesco ha concluso la sua omelia auspicando «che il Signore ci dia la grazia di camminare sempre sulla strada della vera unità».

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 3 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – BASTA UNA PAROLA (Gesù: «mai dialogare col diavolo»)

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PAPA FRANCESCO – BASTA UNA PAROLA (Gesù: «mai dialogare col diavolo»)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 25 novembre 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.272, 26/11/2016)

Dio è sempre pronto a salvarci, sempre lì, come un padre, che aspetta solo che gli diciamo «Signore»: basta questa parola «e lui farà il resto», aiutandoci a evitare la superbia di cadere nella «dannazione eterna» per l’orgoglio di volersela «cavare da soli». Nella messa celebrata venerdì mattina, 25 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta, Papa Francesco ha messo in guardia dalle «seduzioni del diavolo» e ha ricordato che «la dannazione eterna non è una sala di tortura» ma proprio il volersi «allontanare» da Dio dando ascolto, appunto, alle «bugie» del diavolo.
«Il regno di Dio è vicino, Gesù ci aveva detto che il regno di Dio è in mezzo a noi, ma si sviluppa e cammina verso la sua maturità, verso la sua fine», ha affermato il Papa, facendo subito notare che «la Chiesa, in questi due giorni ultimi dell’anno liturgico, oggi e domani, ci fa riflettere sull’ultima giornata del mondo, prima della fine o come sarà la fine nell’ultima giornata».
L’apostolo Giovanni, nella prima lettura tratta dal libro dell’Apocalisse (20, 1-4.11-21, 2), «ci parla del giudizio universale: tutti saremo giudicati». E «prima di tutto il diavolo, lui sarà il primo giudicato». C’è «quell’angelo», ha proseguito Francesco riferendosi al brano dell’Apocalisse, «che viene e afferrò il drago, il serpente antico, che è il diavolo e il Satana — chiaro, perché si capisca bene di chi sta parlando — e lo incatenò e lo gettò nell’abisso». Dunque, ecco «il diavolo, il serpente antico, incatenato perché non seducesse più le nazioni, perché lui è il seduttore».
Ma il diavolo, ha detto il Pontefice, è il seduttore «dall’inizio: pensiamo ad Adamo ed Eva, come ha incominciato a parlarle con quella voce dolce», dicendo che il frutto «è buono» da mangiare. È proprio quello della «seduzione» il suo linguaggio: «lui è un bugiardo; di più, è il padre della menzogna, lui genera menzogne, è un truffatore» ha affermato il Papa. Il diavolo «ti fa credere che se mangi questa mela sarai come un Dio; te la vende così, e tu la compri e alla fine ti truffa, ti inganna, ti rovina la vita».
A questo punto però occorre chiedersi «come possiamo fare noi per non lasciarci ingannare dal diavolo». L’atteggiamento giusto ce lo insegna proprio Gesù: «mai dialogare col diavolo». E infatti, ha spiegato Francesco, «cosa ha fatto Gesù col diavolo? Lo cacciava via, gli domandava il nome», ma non si metteva a fare «il dialogo». Si potrebbe obiettare che «nel deserto, nella tentazione, ci fu un dialogo»; ma, ha aggiunto il Papa, «badate bene, Gesù non ha mai usato una parola propria perché era ben consapevole del pericolo». E così «nelle risposte, nelle tre risposte che ha dato al diavolo, ha preso le parole dalla Bibbia, dalla parola di Dio: si è difeso con la parola di Dio». Così facendo, «Gesù ci dà l’esempio: mai dialogare con lui; non si può dialogare con questo bugiardo, con questo truffatore che cerca la nostra rovina». E, per questo, «il seduttore sarà gettato nell’abisso».
«La narrazione di Giovanni continua», ha spiegato il Pontefice riprendendo il filo del brano dell’Apocalisse. E così appaiono «le anime dei martiri, quelli che hanno dato testimonianza di Gesù Cristo e non hanno adorato la bestia — cioè il diavolo e i suoi seguaci — non hanno adorato il denaro, non hanno adorato la mondanità, non hanno adorato la vanità, non si sono immischiati nell’orgoglio». Sono «gli umili», che «hanno dato la vita pure per questo e per questo appaiono davanti». E poi ecco «il trono dove sarà il Signore a giudicarci: i vivi e i morti, grandi e piccoli in piedi davanti al trono». E quindi «i libri furono aperti», scrive ancora san Giovanni, perché «il giudizio incomincia: “I morti vennero giudicati secondo le loro opere in base a ciò che era scritto in quei libri”». Dunque, ha ribadito il Papa, «ognuno di noi sarà giudicato secondo le nostre opere».
E Giovanni prosegue ancora: «Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco». Si tratta di «quelli dannati». Il Papa ha voluto soffermarsi proprio su questa frase dell’Apocalisse: «Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco». In realtà, ha spiegato, «la dannazione eterna non è una sala di tortura, questa è una descrizione di questa seconda morte: è una morte». E «quelli che non saranno ricevuti nel regno di Dio — ha spiegato — è perché non si sono avvicinati al Signore: sono quelli che sono sempre andati per la loro strada, allontanandosi dal Signore e passano davanti al Signore e si allontanano da soli». Perciò «la dannazione eterna è questo allontanarsi continuamente da Dio, è il dolore più grande: un cuore insoddisfatto, un cuore che è stato fatto per trovare Dio ma per la superbia, per essere stato troppo sicuro di se stesso, si è allontanato da Dio».
Invece Gesù ha cercato di attrarre i superbi «con parole di mitezza» dicendo: «Vieni». E lo dice per perdonare. «Ma i superbi — ha proseguito Francesco — si allontanano, vanno per la loro strada e questa è la dannazione eterna: lontani per sempre dal Dio che dà la felicità, dal Dio che ci vuole tanto bene». In realtà «non sappiamo» se «sono tanti», ma «sappiamo soltanto che questa è la strada della dannazione eterna». L’allontanamento, dunque, è «il fuoco di non potersi avvicinare a Dio perché non voglio». È l’atteggiamento di coloro «che ogni volta che il Signore si avvicinava loro dicevano: “va’ via, me la cavo da solo”. E continuano a cavarsela da soli nell’eternità: questo è tragico».
Il passo dell’Apocalisse si conclude così: «E vidi il cielo, un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova». In queste parole, ha annotato il Papa, «c’è proprio la fine, la gioia finale, dove tutti saremo salvati se apriamo il nostro cuore alla salvezza di Gesù». Il Signore, infatti, «ci chiede soltanto questo: aprire il cuore».
Magari qualcuno potrebbe confidarsi e riconoscere: «Se lei, padre, sapesse le cose che ho fatto…». Ma «Gesù le sa», ha assicurato Francesco. Perciò, ha suggerito, «apri il cuore e lui perdona»; però «non andare per conto tuo, non andartene per la tua strada, lasciati carezzare da Gesù, lasciati perdonare». Basta «soltanto una parola, “Signore”, lui fa il resto, lui fa tutto». Invece «i superbi, gli orgogliosi, vanno per la loro strada e non riescono a dire parola, e l’unica parola che dicono è: “me la cavo da solo”». E «così finiscono nell’orgoglio e fanno tanto male nella vita». Ma per loro, ha insistito il Papa, tutto è iniziato proprio ascoltando e seguendo «le seduzioni del serpente antico, del diavolo, del bugiardo, del padre della menzogna».
In conclusione Francesco, anticipando la liturgia di sabato, ha annunciato: «Domani, ultimo giorno dell’anno liturgico, Gesù ci ammonirà» — come riporta Luca nel suo Vangelo (21, 34-26) — con queste parole: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». In pratica Gesù ci dice: «Contemplate quello che vi aspetta, che il vostro cuore non si appesantisca con gli affanni e le preoccupazioni della vita; guardate avanti e abbiate speranza»: quella «speranza che apre i cuori all’incontro con Gesù». Proprio «questo ci aspetta, l’incontro con Gesù: è bello, è molto bello!». E «lui ci chiede soltanto di essere umili e di dire: “Signore”. Basterà quella parola e lui farà il resto».

 

PAPA FRANCESCO – IMPORTANZA DEL CONGEDO (Paolo, Atti 20, 17-27)

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PAPA FRANCESCO – IMPORTANZA DEL CONGEDO (Paolo, Atti 20, 17-27)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 19 maggio 2015

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.112, 20/05/2015)

Papa Francesco ha ricordato le sofferenze dei rohingya del Myanmar, abbandonati in mezzo al mare e respinti, e dei profughi cristiani e yazidi «cacciati dalle loro case» in Iraq: tragedie che stanno avvenendo oggi sotto gli occhi di tutti. Celebrando la messa martedì 19 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta, il Pontefice ha proposto una riflessione sul senso ultimo che ha ogni congedo, grande o piccolo, con la parola «addio» che esprime sempre un atto di affidamento al Padre. E non ha mancato di raccontare il dolore e l’apprensione di tutte le mamme che vedono partire il loro figlio per il fronte della guerra.
Del resto, ha fatto subito notare il Papa, «l’atmosfera in questi ultimi giorni del tempo pasquale è un’atmosfera di congedo». E «la Chiesa nella liturgia prende il discorso di Gesù nell’ultima cena, dove si congedava prima della Passione, e lo fa rileggere: Gesù si congeda per andare dal Padre e mandarci lo Spirito Santo» (Giovanni, 17, 1-11).
Oggi, ha affermato ancora Francesco, «questa atmosfera di congedo si concentra anche nella prima lettura, una di quelle belle pagine degli Atti degli apostoli: il congedo di Paolo» (20, 17-27). Lui «era a Milèto» e «mandò a chiamare ad Efeso gli anziani della Chiesa» per «una riunione di piccole chiese, grandi come parrocchie». E così «incomincia quel discorso che finirà nella liturgia di domani, dove Paolo ricorda il suo lavoro, cosa ha fatto: “Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile al fine di predicare a voi e di istruirvi”». Quindi «ricorda loro come ha lavorato, ma non si vanta». È, appunto, un ricordo: «Questa è stata la mia vita fra voi». Poi aggiunge: «Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme».
Paolo «se ne va», ha spiegato il Papa, con «un congedo anche un po’ drammatico». Difatti precisa di non sapere «ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo in nessun modo preziosa la vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore». E «cioè dare testimonianza al Vangelo della grazia di Dio».
Paolo, poi, «fa un discorso un po’ più lungo, fraterno, e quando finisce incomincia a piangere». E dice: «E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, ma io so anche che non vedrò più il vostro». Poi «piangendo tutti vanno sulla spiaggia, si inginocchiano, pregano piangendo, e congedano Paolo» accompagnandolo «fino alla nave».
Insomma, ha riepilogato il Papa riferendosi alle due letture, «Gesù si congeda, Paolo si congeda e questo ci aiuterà a riflettere sui nostri congedi». Infatti «nella nostra vita ci sono tanti congedi: ci sono i piccoli congedi — si sa che torno, oggi o domani — e ci sono i grandi congedi e non si sa come finirà questo viaggio».
Francesco ha riconosciuto che fa «bene pensare a questo», perché «la vita è piena di congedi» e «c’è anche tanta sofferenza, tante lacrime» in alcune situazioni. E ha invitato a pensare «a quei poveri rohingya del Myanmar. Al momento di lasciare la loro terra per fuggire dalle persecuzioni non sapevano cosa sarebbe accaduto loro. Da mesi sono in barca, lì… Arrivano in una città dove, dopo aver dato loro acqua e cibo, gli dicono: “Andatevene via”: è un congedo».
E poi ha ricordato «il congedo dei cristiani e degli yazidi che prevedono di non tornare più nella loro terra perché cacciati via dalle loro case. Oggi!».
Il Pontefice ha quindi fatto presente che «ci sono anche piccoli, ma grandi congedi nella vita: penso al congedo della mamma che saluta, dà l’ultimo abbraccio al figlio che va in guerra, e tutti i giorni si alza col timore che venga un officiale a annunciarle: “Ringraziamo tanto la generosità di suo figlio che ha dato la vita per la patria”». Perché «non si sa come finiranno questi grandi congedi». E poi «c’è anche l’ultimo congedo, che tutti noi dobbiamo fare, quando il Signore ci chiama all’altra riva: io penso a questo».
«Questi grandi congedi della vita, anche l’ultimo, non sono i congedi» che si risolvono dicendo «a presto, a dopo, arrivederci». Congedi, insomma, «nei quali uno sa che torna o subito o dopo una settimana». Nei grandi congedi, invece, «non si sa né quando né come» avverrà il ritorno. E proprio «quell’ultimo congedo lo raffigura anche l’arte, nelle canzoni per esempio». E in proposito Francesco ha ricordato il tradizionale canto degli alpini Il testamento del capitano, che racconta «quando quel capitano si congeda dai suoi soldati». Così ha proposto questo interrogativo: «Penso al grande congedo, al mio grande congedo» e cioè «non quando devo dire “a dopo”, “a più tardi”, “arrivederci”, ma “addio”?».
I due testi della liturgia di oggi «dicono la parola “addio”: Paolo affida a Dio i suoi e Gesù affida al Padre i suoi discepoli, che rimangono nel mondo». Ma proprio «affidare al Padre, affidare a Dio è l’origine della parola “addio”». Infatti «noi diciamo “addio” soltanto nei grandi congedi, siano quelli della vita, sia l’ultimo».
Davanti all’icona «di Paolo che piange in ginocchio sulla spiaggia» e all’icona di «Gesù triste perché andava alla Passione, con i suoi discepoli, piangendo nel suo cuore» il Pontefice ha invitato a «riflettere su noi stessi: ci farà bene». E a domandarci «chi sarà la persona che chiuderà i miei occhi? Cosa lascio?». Il Papa ha fatto notare, infatti, che «Paolo e Gesù, tutti e due, in questi brani fanno una sorta di esame di coscienza: “Io ho fatto questo, questo, questo”». E così è bene chiedere a se stessi, in una sorta di esame di coscienza: «Io cosa ho fatto?». Con la consapevolezza che «mi fa bene immaginarmi in quel momento, quando sarà non si sa, nel quale “a dopo”, “a presto”, “a domani”, “arrivederci” diventerà “addio”». E, dunque ha domandato ancora invitando a riflettere, «io sono preparato per affidare a Dio tutti i miei? Per affidare me stesso a Dio? Per dire quella parola che è la parola dell’affidamento del figlio al Padre?».
Francesco ha anche suggerito un consiglio «se avete un po’ di tempo oggi e, se non l’avete, cercatelo!»: leggere il capitolo 16 del vangelo di Giovanni o il capitolo 19 degli Atti degli apostoli. E cioè «il congedo di Gesù e il congedo di Paolo». Proprio alla luce di questi testi, è importante «pensare che un giorno anche io dovrò dire quella parola: “addio”». Sì, ha aggiunto, «a Dio affido la mia anima; a Dio affido la mia storia; a Dio affido i miei; a Dio affido tutto».
«Adesso — ha concluso il Papa — facciamo il memoriale dell’addio di Gesù, della morte di Gesù». E ha auspicato «che Gesù, morto e risorto, ci invii lo Spirito Santo perché noi impariamo quella parola, impariamo a dirla esistenzialmente, con tutta la forza: l’ultima parola, “addio”».

 

PAPA FRANCESCO – QUELLI CHE SCANDALIZZANO

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(ho avuto una forte influenza spero di poter lavorare ora)

PAPA FRANCESCO – QUELLI CHE SCANDALIZZANO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 13 novembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.261, 14/11/2017)

Dalle piccole e grandi «incoerenze di tutti i giorni» — quelle che si vedono anche nelle chiese o sono commesse da cristiani che nel mondo del lavoro danno «scandalo» — Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì 13 novembre a Santa Marta.
«Gesù incomincia questo passo del Vangelo — ha subito fatto presente riferendosi al brano liturgico del vangelo di Luca (17, 1-6) — con una constatazione di buon senso: “È inevitabile che vengano scandali”». E in effetti «è inevitabile», ha rilanciato Francesco: di scandali «ce ne sono, ce ne saranno». Però Gesù fa «un avvertimento che è constatazione e avvertimento» allo stesso tempo: «Ma guai a colui a causa del quale vengono» gli scandali.
Dunque il Signore lancia «un avvertimento forte» e va anche «oltre», aggiungendo: «È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli».
Ma non finisce qui, ha annotato il Pontefice. Il Signore infatti «rivolgendosi ai suoi dice: “State attenti a voi stessi!”; cioè state attenti a non scandalizzare». Infatti, ha spiegato il Papa, «lo scandalo è brutto perché ferisce la vulnerabilità del popolo di Dio, ferisce la debolezza del popolo di Dio, e tante volte queste ferite si portano per tutta la vita». Di più: lo scandalo, ha spiegato il Papa, «non solo ferisce» ma «è capace di uccidere: uccidere speranze, uccidere illusioni, uccidere famiglie, uccidere tanti cuori».
Lo scandalo è «un tema sul quale Gesù tornava» spesso, ha precisato il Pontefice. Ad esempio «dopo una predica aveva detto: “Beati coloro che non si scandalizzano di me”». Perché «lui aveva cura di non scandalizzare». E, ancora, «quando era il tempo di pagare le tasse, per non “scandalizzare” dice a Pietro: “Vai al mare, pesca un pesce, prendi la moneta che ha in bocca e paga per te e per me”». Sempre «per non scandalizzare», Gesù avverte anche: «Se la tua mano è motivo di scandalo, tagliala». E poi, di nuovo, «a Pietro, quando davanti alla croce, al progetto della croce, cerca di convincerlo di prendere un’altra via, non fa tante sfumature: “Allontanati da me, tu sei di inciampo per me, tu sei motivo di scandalo”».
«Gesù in questo è molto preciso» ha spiegato Francesco. E «a noi, a tutti» dà «questo avvertimento: “State attenti a voi stessi!”». Perché «c’è lo scandalo del popolo di Dio, dei cristiani, quando un cristiano, dicendosi cristiano, vive come pagano». Del resto, ha affermato il Papa, «quante volte nelle nostre parrocchie abbiamo sentito gente che dice: “No, io in Chiesa non vado perché quello o quella che sta tutto il giorno leccando le candele lì dentro, poi esce, sparla degli altri, semina la zizzania…”».
E «quanti cristiani — ha constatato il Pontefice — allontanano la gente con il loro esempio, con la loro incoerenza: l’incoerenza dei cristiani è una delle armi più facili che ha il diavolo per indebolire il popolo di Dio e per allontanare il popolo di Dio dal Signore». È lo stile di «dire una cosa e farne un’altra», insomma. Proprio «quello che Gesù diceva al popolo sui dottori della legge: “Fate quello che loro dicono, ma non fate quello che fanno”». Ecco «l’incoerenza».
A questo proposito il Papa non ha mancato di suggerire di «domandarsi oggi, ognuno di noi: come è la mia coerenza di vita?». Nella mia vita c’è «coerenza col Vangelo, coerenza col Signore?». Domandarsi, dunque, «se per la mia incoerenza sono motivo di scandalo per gli altri».
E incoerente, ha spiegato il Pontefice, è anche il cristiano che dice: «Io vado tutte le domeniche a messa, sono dell’azione cattolica o di questa associazione o dell’altra, ma pago in nero i miei dipendenti o faccio loro un contratto da settembre a giugno” — “E luglio e agosto?” — “Arrangiati caro!”». Proprio queste sono le «incoerenze di tutti i giorni». Ma sono motivo di scandalo anche «i cristiani imprenditori che non pagano il giusto» e approfittano «della gente per arricchirsi».
Certo, ha proseguito Francesco, «poi possiamo domandarci sullo scandalo dei pastori, perché nella Chiesa ci siamo anche noi pastori». Il profeta Geremia «parlava di questo “guai a voi!”», riferendosi proprio ai «pastori che sfruttano la gente, sfruttano le pecore, per arricchirsi cercano il latte o la lana, così dice Geremia, per vestirsi e per la vanità, ma non curano la pecora».
Poi c’è anche «lo scandalo del pastore che incomincia, per esempio, ad allontanarsi dalla gente: il pastore lontano». Invece «Gesù ci insegna che il pastore deve essere vicino e quando il pastore si allontana scandalizza: è un “signore”». Infatti «Gesù ci dice che non si possono servire due signori, Dio e i soldi: quando il pastore è uno attaccato ai soldi, scandalizza». E «la gente si scandalizza» vedendo «il pastore attaccato ai soldi», ha rilanciato il Pontefice. Per questa ragione «ogni pastore deve chiedersi: come è la mia amicizia con i soldi?».
C’è, inoltre, lo scandalo del «pastore che cerca di andare su: la vanità lo porta ad arrampicarsi, invece di essere mite, umile, perché la mitezza e l’umiltà favoriscono la vicinanza al popolo». O anche lo scandalo del «pastore che si sente “signore” e comanda tutti, orgoglioso, e non il pastore servitore del popolo di Dio».
Si potrebbe continuare su queste cose, ha affermato Francesco. Lo ricorda «Geremia, e anche sant’Agostino prende questo» pensiero «di Geremia e fa un lungo discorso sui pastori». E così si potrebbe andare ancora avanti, ha detto il Papa, «ma questo, credo, per oggi sarà sufficiente per domandarci, ognuno di noi: scandalizzo come cristiano, come cristiana, come pastore? Scandalizzo? Ferisco la vulnerabilità del mio popolo? Invece di attrarre il popolo, di farlo uno, di farlo felice, di dare la pace, la consolazione, lo caccio via perché io mi sento un pastore “signore” o mi sento un cristiano più importante di te?».
Non bisogna dimenticare l’avvertimento di Gesù ai discepoli: «State attenti a voi stessi!». Ecco che, ha concluso Francesco, «oggi può essere una bella giornata per fare un esame di coscienza su questo: scandalizzo o no e come?». E «così possiamo rispondere al Signore e avvicinarci un po’ di più a lui».

 

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PAPA FRANCESCO – IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO

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PAPA FRANCESCO – IL MISTERO DELLA PAZIENZA DI DIO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 28 giugno 2013

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 148, Sab. 29/06/2013)

Non esiste «un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita», ma possiamo esser certi che, prima o poi, egli interviene «a modo suo». Per questo non dobbiamo farci prendere dall’impazienza o dallo scetticismo, anche perché quando ci scoraggiamo e «decidiamo di scendere dalla croce, lo facciamo sempre cinque minuti prima della rivelazione». È questo invito a saper accettare e a riconoscere i tempi di Dio quello che il Papa ha rivolto durante la messa celebrata questa mattina, venerdì 28 giugno, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Tra i presenti, personale della Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, guidato dal direttore Patrizio Polisca.
Dio cammina sempre con noi «e questo è sicuro» ha detto il Pontefice. «Dal primo momento della creazione — ha spiegato — il Signore si è coinvolto con noi. Non ha creato il mondo, l’uomo, la donna, e li ha lasciati. Ci ha creati a sua immagine e somiglianza». Dunque fin dall’inizio dei tempi c’è «questo coinvolgimento del Signore nella nostra vita, nella vita del suo popolo», perché «il Signore è vicino al suo popolo, molto vicino. Lui stesso lo dice: quale popolo sulla terra ha un Dio tanto vicino come voi?».
«Questa vicinanza del Signore — ha affermato Papa Francesco — è un segno del suo amore: lui ci ama tanto che ha voluto camminare con noi. La vita è un cammino che lui ha voluto fare insieme a noi. E sempre il Signore entra nella nostra vita e ci aiuta ad andare avanti». Ma, ha precisato, «quando il Signore viene, non sempre lo fa alla stessa maniera. Non esiste un protocollo dell’azione di Dio sulla nostra vita. Una volta lo fa in una maniera, un’altra volta lo fa in un’altra maniera. Ma lo fa sempre. Sempre c’è questo incontro fra noi e il Signore».
Nel passo del vangelo di Matteo (8, 1-4) della liturgia del giorno «abbiamo visto — ha evidenziato il Santo Padre — come il Signore entra subito nella vita di questo lebbroso». Racconta l’evangelista che «quando Gesù scese dal monte molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Tese la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio!”». Dunque Gesù interviene «subito: la preghiera e il miracolo».
Al contrario, nella prima lettura, tratta dal libro della Genesi (17, 1.9-10.15-22), «vediamo — ha spiegato il Papa — come il Signore entra nella vita di Abramo passo dopo passo, lentamente. Quando Abramo aveva ottantanove anni», Dio gli aveva assicurato la nascita di un figlio. «Oggi abbiamo letto che a novantanove anni, dieci anni dopo, gli promette un figlio. Sono passati dieci anni. I saggi ci dicono: per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno» ha sottolineato il Pontefice.
«Il Signore — ha proseguito — segue sempre il suo modo di entrare nella nostra vita. Tante volte lo fa tanto lentamente che noi siamo nel rischio di perdere un po’ la pazienza: “ma, Signore, quando?”. E preghiamo e preghiamo, ma non viene il suo intervento sulla nostra vita». Altre volte, invece, «pensiamo a quello che il Signore ci ha promesso, ma è tanto grande che siamo un po’ increduli, un po’ scettici, e come Abramo un po’ di nascosto sorridiamo».
Infatti il brano della Genesi «ci dice che Abramo nasconde la sua faccia e sorride. Un po’ di scetticismo: “Ma come io, a cent’anni quasi, avrò un figlio e mia moglie a novant’anni avrà un figlio!”». E «lo stesso — ha aggiunto il Pontefice — farà Sara alle Querce di Mamre, quando i tre angeli» ripetono l’annuncio «ad Abramo mentre lei era un po’ nascosta dietro la porta della tenda: spiava sicuro per sentire di cosa parlavano gli uomini, ma questo è sempre successo… E lei, quando ha sentito questo, sorrise. Sorrise di scetticismo».
Lo stesso accade anche a noi, come ha fatto notare Papa Francesco: «Quante volte, quando il Signore non viene, non fa il miracolo e non ci fa quello che noi vogliamo che lui faccia, diventiamo o impazienti — “ma non lo fa!” — o scettici: “non può farlo!”».
«Il Signore prende il suo tempo — ha continuato il Pontefice — ma anche lui, in questo rapporto con noi, ha tanta pazienza. Non soltanto noi dobbiamo avere pazienza. Lui ne ha, lui ci aspetta. E ci aspetta fino alla fine della vita, insieme al buon ladrone che proprio alla fine ha riconosciuto Dio. Il Signore cammina con noi, ma tante volte non si fa vedere, come nel caso dei discepoli di Emmaus».
«Il Signore — ha detto ancora il Santo Padre — è coinvolto nella nostra vita, questo è sicuro, ma tante volte non lo vediamo. E questo ci chiede pazienza. Ma il Signore, che cammina con noi, anche lui ha tanta pazienza con noi: il mistero della pazienza di Dio che, nel camminare, cammina al nostro passo»
«Alcune volte — ha spiegato Papa Francesco — nella vita le cose diventano tanto oscure. C’è tanto buio. E noi abbiamo voglia, se siamo in difficoltà, di scendere dalla croce. E questo è il momento preciso: la notte è più buia quando è prossima l’aurora. E sempre, quando noi scendiamo dalla croce, lo facciamo cinque minuti prima che venga la rivelazione. È il momento dell’impazienza più grande». Qui ci viene in aiuto l’insegnamento di Gesù, che «sulla croce sentiva che lo sfidavano: “scendi, scendi, vieni!”». Ci vuole perciò «pazienza fino alla fine, perché lui ha pazienza con noi. Lui entra sempre. Lui è coinvolto con noi. Ma lo fa a modo suo e quando lui pensa che sia meglio, ci dice soltanto quello che ha detto ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii perfetto, sii irreprensibile”: è proprio la parola giusta».
Il Pontefice ha concluso l’omelia pregando il Signore perché conceda a tutti la grazia di «camminare sempre nella sua presenza cercando di essere irreprensibili. Questo è il cammino con il Signore e lui interviene, ma dobbiamo aspettare: aspettare il momento camminando sempre nella sua presenza e cercando di essere irreprensibili».

PAPA FRANCESCO – DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE

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PAPA FRANCESCO – DIO SI ARRANGIA PER ENTRARE

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 12 giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.135, 13/06/2017)

Basta tenere la porta del cuore socchiusa che «Dio si arrangia per entrare», salvandoci dal finire nella schiera degli «in-meriscordi»: neologismo per intendere coloro che senza misericordia mettono in pratica le beatitudini al contrario. È proprio dalla tentazione «narcisista dell’autoreferenzialità» — l’opposto dell’«alterità» cristiana che «è dono e servizio» — che Papa Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata lunedì mattina, 12 giugno, a Santa Marta.
Riferendosi al passo della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (1, 1-7), proposto dalla liturgia come prima lettura, il Pontefice ha fatto subito notare che in appena «diciannove righe per otto volte Paolo parla di consolazione, di lasciarsi consolare per consolare gli altri». La consolazione, dunque, «ricorre per otto volte in diciannove righe: è troppo forte, qualcosa vuol dirci». E «per questo credo — ha aggiunto — che questa sia un’opportunità, un’occasione per riflettere sulla consolazione: cosa è la consolazione della quale parla Paolo». Ma «prima di tutto dobbiamo vedere che la consolazione non è autonoma, non è una cosa chiusa in se stessa».
Infatti, ha fatto presente il Papa, «l’esperienza della consolazione, che è un’esperienza spirituale, ha bisogno sempre di un’alterità per essere piena: nessuno può consolare se stesso, nessuno». E «chi cerca di farlo, finisce guardandosi allo specchio: si guarda allo specchio, cerca di truccare se stesso, di apparire; si consola con queste cose chiuse che non lo lasciano crescere e l’aria che respira è quell’aria narcisista dell’autoreferenzialità». Ma «questa è la consolazione truccata che non lascia crescere, non è consolazione perché è chiusa, le manca un’alterità».
«Nel Vangelo troviamo tanta gente che è così» ha spiegato Francesco. «Per esempio — ha detto — i dottori della legge che sono pieni della propria sufficienza, chiusi, e questa è la “loro consolazione” tra virgolette». Il Papa ha voluto fare esplicito riferimento al «ricco Epulone, che viveva di festa in festa e con questo pensava di essere consolato». Però, ha affermato, sono forse le parole della preghiera del fariseo, del pubblicano, davanti all’altare, a esprimere meglio questo atteggiamento: «Ti ringrazio Dio perché non sono come gli altri». Insomma, quell’uomo «si guardava allo specchio, guardava la propria anima truccata da ideologie e ringraziava il Signore». È Gesù stesso che «ci fa vedere questa possibilità di questa gente che, con questo modo di vivere, mai arriverà alla pienezza» ma «al massimo alla “gonfiezza”, ossia vanagloria».
«La consolazione, per essere vera, per essere cristiana, ha bisogno di un’alterità» ha continuato Francesco, perché «la vera consolazione si riceve». Per questa ragione «Paolo Incomincia con quella benedizione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione!”». Ed «è proprio il Signore, è Dio che ci consola, è Dio che ci dà questo dono: noi col cuore aperto, lui viene e ci dà». Questa è «l’alterità che fa crescere la vera consolazione; e la vera consolazione dell’anima matura anche in un’altra alterità, perché noi possiamo consolare gli altri». Ecco, allora, che «la consolazione è uno stato di passaggio dal dono ricevuto al servizio donato», tanto che «la vera consolazione ha questa doppia alterità: è dono e servizio».
«Così — ha rilanciato il Pontefice — se io lascio entrare la consolazione del Signore come dono è perché ho bisogno di essere consolato: sono bisognoso». Infatti «per essere consolato è necessario riconoscere di essere bisognoso: soltanto così il Signore viene, ci consola e ci dà la missione di consolare gli altri». Certo, ha riconosciuto Francesco, «non è facile avere il cuore aperto per ricevere il dono e fare il servizio, le due alterità che fanno possibile la consolazione».
«È proprio Gesù che spiega come posso fare che il mio cuore sia aperto» ha affermato il Papa: «Un cuore aperto, è un cuore felice e nel Vangelo abbiamo sentito chi sono i felici, chi sono i beati: i poveri». Così «il cuore si apre con un atteggiamento di povertà, di povertà di spirito: quelli che sanno piangere, quelli miti, la mitezza del cuore; quelli affamati di giustizia, che lottano per la giustizia; quelli che sono misericordiosi, che hanno misericordia nei confronti degli altri; i puri di cuore; gli operatori di pace e quelli che sono perseguitati per la giustizia, per amore alla giustizia». E «così il cuore si apre e il Signore viene con il dono della consolazione e la missione di consolare gli altri».
Ma ci sono però, ha avvertito Francesco, anche coloro che «hanno un cuore chiuso: non sono felici perché non può entrare il dono della consolazione e darlo agli altri». Non seguono le beatitudini, insomma, e «si sentono ricchi di spirito, ossia sufficienti». Sono «quelli che non hanno bisogno di piangere perché si sentono giusti; quelli violenti che non sanno cosa sia la mitezza; quelli ingiusti che vivono dell’ingiustizia e fanno ingiustizia; quelli “in-misericordi” — ossia senza misericordia — che mai perdonano, mai hanno bisogno di perdonare perché non si sentono con il bisogno di essere perdonati; quelli sporchi di cuore; quelli operatori di guerre, non di pace; e quelli che mai sono criticati o perseguitati perché lottano per la giustizia perché non importa loro le ingiustizie delle altre persone: questi sono chiusi».
Proprio di fronte a queste beatitudini al contrario, ha suggerito il Pontefice, «ci farà bene oggi pensare» a «come è il mio cuore: è aperto? So ricevere il dono della consolazione, lo chiedo al Signore, e poi so darlo agli altri come un dono del Signore e servizio mio?». E «così, con questi pensieri durante giornata, tornare e ringraziare il Signore che è tanto buono e sempre cerca di consolarci». Ricordando che Dio «ci chiede soltanto che la porta del cuore sia aperta o almeno un pochettino, così lui poi si arrangia per entrare».

NELLA TENDA DI ABRAMO – PAPA FRANCESCO

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MEDITAZIONI DEL SANTO PADRE FRANCESCO NELLE MESSE QUOTIDIANE

NELLA TENDA DI ABRAMO – LUNEDÌ, 26 GIUGNO 2017

Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vista cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta.
La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile». Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo».
E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo.
Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni».
«Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato».
«Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità».
«A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare».
È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano».
«Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti».
Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?».
Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».

PAPA FRANCESCO – TUTTI ABBIAMO UN ANGELO (2014)

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PAPA FRANCESCO – TUTTI ABBIAMO UN ANGELO (2014)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 2 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.225, Ven. 03/10/2014)

Tutti abbiamo un angelo sempre accanto, che non ci lascia mai soli e ci aiuta a non sbagliare strada. E se sapremo essere come bambini riusciremo a evitare la tentazione di bastare a noi stessi, che sfocia nella superbia e anche nel carrierismo esasperato. È proprio il ruolo decisivo degli angeli custodi nella vita dei cristiani che Papa Francesco ha ricordato, nel giorno della loro festa, durante la messa celebrata giovedì 2 ottobre a Santa Marta.
Sono due le immagini — l’angelo e il bambino — che, ha fatto subito notare Francesco, «la Chiesa ci fa vedere nella liturgia di oggi». Il libro dell’Esodo (23.20-23a), in particolare, ci propone «l’immagine dell’angelo», che «il Signore dà al suo popolo per aiutarlo nel suo cammino». Si legge infatti: «Io mando un angelo davanti a te per custodirti nel tuo cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato». Dunque, ha commentato il Papa, «la vita è un cammino, la nostra vita è un cammino che finisce in quel luogo che il Signore ci ha preparato».
Ma, ha puntualizzato, «nessuno cammina da solo: nessuno!». Perché «nessuno può camminare da solo». E «se uno di noi credesse di poter camminare da solo, sbaglierebbe tanto» e «cadrebbe in quello sbaglio, tanto brutto, che è la superbia: credersi di essere grande». Finendo anche per avere quell’atteggiamento di «sufficienza» che porta a dire a se stessi: «Io posso, io ce la faccio» da solo.
Invece il Signore dà una chiara indicazione al suo popolo: «Vai, tu farai quello che io ti dirò. Tu camminerai la tua vita, ma ti darò un aiuto che ti ricorderà continuamente quello che tu devi fare». E così «dice al suo popolo come dev’essere l’atteggiamento con l’angelo». La prima raccomandazione è: «Abbi rispetto della sua presenza». E poi: «Dai ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui». Perciò oltre a «rispettare» si deve anche saper «ascoltare» e «non ribellarsi».
In fondo, ha spiegato il Papa, «è quell’atteggiamento docile, ma non specifico, dell’obbedienza dovuta al padre, che è proprio dell’obbedienza del figlio». Si tratta in sostanza di «quell’obbedienza della saggezza, quell’obbedienza dell’ascoltare i consigli e scegliere il meglio secondo i consigli». E bisogna, ha aggiunto, «avere il cuore aperto per chiedere e ascoltare consigli».
Il passo del Vangelo di Matteo (18, 1-5.10) propone invece la seconda immagine, quella del bambino. «I discepoli — ha detto il vescovo di Roma commentando il brano — litigavano su chi fosse il più grande tra loro. C’era disputa interna: il carrierismo. Questi che sono i primi vescovi avevano questa tentazione del carrierismo» e dicevano tra loro: «Io voglio diventare più grande di te!». In proposito Francesco ha rimarcato: «Non è un buon esempio che i primi vescovi abbiano fatto questo, ma è la realtà».
Da parte sua «Gesù insegna loro il vero atteggiamento»: chiama a sé un bambino, lo pone in mezzo a loro — riferisce Matteo — e così facendo indica espressamente «la docilità, il bisogno di consiglio, il bisogno di aiuto, perché il bambino è proprio il segno del bisogno di aiuto, di docilità per andare avanti».
«Questa è la strada», ha assicurato il Pontefice, e non quella di stabilire «chi è più grande». In realtà, ha ribadito ripetendo le parole di Gesù, «sarà più grande» colui che diventerà come un bambino. E qui il Signore «fa quel collegamento misterioso che non si può spiegare, ma è vero». Dice infatti: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
In pratica, ha suggerito Francesco, «è come se dicesse: se voi avete questo atteggiamento di docilità, questo atteggiamento di stare a sentire i consigli, di cuore aperto, di non voler essere il più grande, quell’atteggiamento di non volere camminare da solo il cammino della vita, sarete più vicini all’atteggiamento di un bambino e più vicini alla contemplazione del Padre».
«Tutti noi secondo la tradizione della Chiesa — ha spiegato ancora il Papa — abbiamo un angelo con noi, che ci custodisce, ci fa sentire le cose». Del resto, ha confidato, «quante volte abbiamo sentito: “Ma, questo… dovrei fare così… questo non va… stai attento!”». È proprio «la voce di questo nostro compagno di viaggio». E possiamo essere «sicuri che lui ci porterà alla fine della nostra vita con i suoi consigli». Per questo bisogna «dare ascolto alla sua voce, non ribellarci». Invece «la ribellione, la voglia di essere indipendente, è una cosa che tutti noi abbiamo: è la stessa superbia, quella che ha avuto il nostro padre Adamo nel paradiso terrestre». Di qui l’invito del Papa a ciascuno: «Non ribellarti, segui i suoi consigli!».
In realtà, ha confermato il Pontefice, «nessuno cammina da solo e nessuno di noi può pensare che è solo: c’è sempre questo compagno». Certo, capita che «quando noi non vogliamo ascoltare il suo consiglio, ascoltare la sua voce, gli diciamo: “Ma vai via!”». Ma «cacciare via il compagno di cammino è pericoloso, perché nessun uomo, nessuna donna può consigliare se stesso: io posso consigliare un altro, ma non consigliare me stesso». Infatti, ha ricordato Francesco, «c’è lo Spirito Santo che mi consiglia, c’è l’angelo che mi consiglia» e per questo ne «abbiamo bisogno».
Il Papa ha invitato a non considerare «questa dottrina sugli angeli un po’ fantasiosa». Si tratta invece di una «realtà». È «quello che Gesù, che Dio ha detto: “Io mando un angelo davanti a te per custodirti, per accompagnarti nel cammino, perché non sbagli”».
In conclusione Francesco ha proposto una serie di domande perché ciascuno possa fare un esame di coscienza con se stesso: «Com’è il rapporto con il mio angelo custode? Lo ascolto? Gli dico buongiorno, al mattino? Gli dico: custodiscimi durante il sonno? Parlo con lui? Gli chiedo consiglio? È al mio fianco?». A questi interrogativi, ha detto, «possiamo rispondere oggi»: ciascuno di noi può farlo per verificare «com’è il rapporto con quest’angelo che il Signore ha mandato per custodirmi e accompagnarmi nel cammino, e che vede sempre la faccia del Padre che è nei cielo».

PAPA FRANCESCO – INNO ALLA GIOIA

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PAPA FRANCESCO – INNO ALLA GIOIA

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 23 maggio 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.117, 23-24/05/2016)

«La carta d’identità del cristiano è la gioia»: lo «stupore» di fronte alla «grandezza di Dio», al suo «amore», alla «salvezza» che ha donato all’umanità non può che portare il credente a una gioia che neanche le croci della vita possono scalfire, perché anche nella prova c’è «la sicurezza che Gesù è con noi».
Un vero e proprio inno alla gioia è stata la meditazione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta lunedì 23 maggio. Lo spunto è venuto dalla liturgia del giorno. In particolare, il Pontefice ha voluto rileggere l’incipit del brano tratto dalla prima Lettera di Pietro (1, 3-9) che — ha detto — per il «tono esultante», l’«allegria», il modo dell’apostolo di intervenire «a tutta forza» ricorda l’inizio «dell’Oratorio di Natale di Bach». Scrive, infatti, Pietro: «Sia benedetto il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, ricreati, mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce; essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rilevata nell’ultimo tempo».
Sono parole in cui si percepisce «lo stupore davanti alla grandezza di Dio», davanti alla «rigenerazione che il Signore — “in Gesù Cristo e per Gesù Cristo” — ha fatto in noi». Ed è «uno stupore pieno di giubilo, allegro»: subito dopo, ha fatto notare il Papa, nel testo della lettera s’incontra la «parola chiave», ovvero: «Perciò siete ricolmi di gioia».
La gioia di cui parla l’apostolo è duratura. Per questo, ha spiegato Francesco, egli aggiunge nell’epistola che, anche se per un po’ di tempo si è costretti a essere «afflitti dalle prove», quella gioia dell’inizio «non sarà tolta». Infatti essa scaturisce da «quello che Dio ha fatto in noi: ci ha rigenerati in Cristo e ci ha dato una speranza». Una speranza — «quella che i primi cristiani dipingevano come un’àncora in cielo» — che, ha detto il Papa, è anche la nostra. Da lì viene la gioia. E infatti Pietro concludendo il suo messaggio invita tutti: «Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».
Da tutto ciò, ha sottolineato il Pontefice, si capisce come la gioia sia davvero la «virtù del cristiano». Un cristiano, ha specificato, «è un uomo e una donna con gioia nel cuore». Di più: «Non esiste un cristiano senza gioia». Qualcuno potrebbe obbiettare: «Ma, Padre, io ne ho visti tanti!», intendendo dire con ciò che «non sono cristiani: dicono di esserlo, ma non lo sono, gli manca qualcosa». Ecco perché secondo il Papa «la carta di identità del cristiano è la gioia, la gioia del Vangelo, la gioia di essere stati eletti da Gesù, salvati da Gesù, rigenerati da Gesù; la gioia di quella speranza che Gesù ci aspetta». E anche «nelle croci e nelle sofferenze di questa vita», ha aggiunto, il cristiano vive quella gioia, esprimendola in un altro modo, ovvero con la «pace» che viene dalla «sicurezza che Gesù ci accompagna, è con noi». Il cristiano, infatti, vede «crescere questa gioia con la fiducia in Dio». Egli sa bene che «Dio lo ricorda, che Dio lo ama, che Dio lo accompagna, che Dio lo aspetta. E questa è la gioia».
A fare da contraltare a questo inno alla gioia, la liturgia del giorno propone «un’altra parola», quella legata all’episodio del Vangelo di Marco (10, 17-27) nel quale si narra del giovane «che si è avvicinato a Gesù per seguirlo»: un «bravo giovane» tanto da riuscire «a conquistare il cuore di Gesù» il quale, si legge, «fissò lo sguardo su di lui» e «lo amò». A quel giovane Gesù fece una proposta: «Una sola cosa ti manca: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni con me»; ma a queste parole egli «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».
Il giovane, ha notato Francesco, «non è stato capace di aprire il cuore alla gioia e ha scelto la tristezza». Ma perché? La risposta è chiara: «Perché possedeva molti beni. Era attaccato ai beni». Del resto, Gesù stesso aveva avvisato «che non si può servire due padroni: o servi il Signore o servi le ricchezze». Tornando su questo tema già affrontato in un’omelia pochi giorni fa, il Pontefice ha spiegato: «le ricchezze non sono cattive in se stesse», la cattiveria è «servire la ricchezza». Fu così, insomma, che il giovane se ne andò triste: «Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».
È questo un episodio che getta luce anche sulla vita quotidiana «nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, nelle nostre istituzioni»: qui infatti, ha sottolineato il Papa, se «troviamo gente che si dice cristiana e vuole essere cristiana ma è triste», vuol dire che succede qualcosa «che non va». Ed è compito di ognuno aiutare questa gente «a trovare Gesù, a togliere quella tristezza, perché possa gioire del Vangelo, possa avere questa gioia che è propria del Vangelo».
Francesco ha voluto approfondire ancora questo concetto centrale e legare la gioia allo stupore che scaturisce — come ricordato da san Pietro nella sua lettera — «davanti alla rivelazione, davanti all’amore di Dio, davanti alle emozioni dello Spirito Santo». Perciò si può ben dire che «il cristiano è un uomo, una donna di stupore».
Una parola — “stupore” — che ritorna anche alla fine del brano evangelico del giorno, «quando Gesù spiega agli apostoli che quel ragazzo tanto bravo non è riuscito a seguirlo, perché era attaccato alle ricchezze e dice che è molto difficile che un ricco, uno che è attaccato alle ricchezze, entri nel regno dei Cieli». Si legge infatti che loro, «più stupiti», dicevano: «E chi può essere salvato?».
L’uomo, il cristiano — ha spiegato il Papa — può essere talmente stupito di fronte a tanta grandezza e tanta bellezza, da pensare: «Io non ce la faccio. Non so come si fa!». La risposta che Gesù dà guardando in faccia i suoi discepoli è consolante: «Impossibile agli uomini — non ce la facciamo… — ma non a Dio!». Possiamo, cioè, vivere la «gioia cristiana», lo «stupore della gioia», e salvarci «dal vivere attaccati ad altre cose, alle mondanità», soltanto «con la forza di Dio, con la forza dello Spirito Santo».
Perciò, ha invitato il Pontefice al termine dell’omelia, «chiediamo oggi al Signore che ci dia lo stupore davanti a lui, davanti a tante ricchezze spirituali che ci ha dato; e con questo stupore ci dia la gioia, la gioia della nostra vita e di vivere in pace nel cuore le tante difficoltà; e ci protegga dal cercare la felicità in tante cose che alla fine ci rattristano: promettono tanto, ma non ci daranno niente!». Questa la conclusione: «Ricordatevi bene: un cristiano è un uomo e una donna di gioia, di gioia nel Signore; un uomo e una donna di stupore».

 

PAPA FRANCESCO – CATTOLICI MA NON TROPPO (ANCHE PAOLO)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2014/documents/papa-francesco-cotidie_20141028_cattolici-ma-non-troppo.html

PAPA FRANCESCO – CATTOLICI MA NON TROPPO (ANCHE PAOLO)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 28 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.247, Merc. 29/10/2014)

Ci sono cristiani che si fermano alla “reception” della Chiesa e restano fermi sulla porta, senza entrare dentro, per non compromettersi. È l’atteggiamento di chi si dichiara “cattolico, ma non troppo”, dal quale Papa Francesco ha messo in guardia durante la messa celebrata martedì mattina, 28 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Nel giorno della festa dei santi apostoli Simone e Giuda, ha fatto subito notare il Pontefice, «la Chiesa ci fa riflettere su se stessa», invitandoci a considerare «come è la Chiesa, cosa è la Chiesa». Nella lettera agli Efesini (2.19-22) «la prima cosa che ci dice Paolo è che noi non siamo stranieri né ospiti: non siamo di passaggio, in questa città che è la Chiesa, ma siamo concittadini». Dunque «il Signore ci chiama alla sua Chiesa con il diritto di un cittadino: non siamo di passaggio, siamo radicati lì. La nostra vita è lì».
E Paolo «fa l’icona del palazzo o del tempio» scrivendo: «Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Gesù Cristo». Esattamente «questa è la Chiesa», ha confermato il Papa. Perché noi «siamo edificati sulle colonne degli apostoli: la pietra d’angolo, la base, è lo stesso Cristo Gesù, e noi siamo dentro».
San Paolo prosegue spiegando che «in Cristo tutta la costruzione cresce ben ordinata, per essere tempio santo del Signore. In lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito». Ecco dunque «la definizione della Chiesa che oggi ci dà Paolo: un tempio edificato». E così «anche noi siamo edificati per diventare abitazione dello Spirito»: siamo «edificati — ha precisato Francesco — sulle colonne degli apostoli e sopra questa pietra d’angolo che è Gesù Cristo».
Questa stessa visione della Chiesa, ha proseguito il Pontefice, «possiamo anche vederla un po’ più sviluppata nel passo del Vangelo» di Luca (6, 12-19) che racconta come Gesù ha scelto gli apostoli. L’evangelista «dice che Gesù se ne andò sul monte a pregare. E poi chiamò questi dodici, li scelse». Quindi Gesù scese insieme con loro dal monte, trovando ad attenderlo nella pianura «una gran folla di suoi discepoli, che invierà», e «una gran moltitudine di gente che cercava di toccarlo» per essere guarita.
Insomma, ha spiegato il Papa, «Gesù prega, Gesù chiama, Gesù sceglie, Gesù invia i discepoli, Gesù guarisce la folla». E «dentro a questo tempio Gesù, che è la pietra d’angolo, fa tutto questo lavoro: è lui che porta avanti la Chiesa così». Proprio come scrive Paolo, «questa Chiesa è edificata sul fondamento degli apostoli che lui ha scelto». Lo conferma il passo evangelico quando ricorda che il Signore «ne scelse dodici: tutti peccatori, tutti». Giuda — ha osservato il vescovo di Roma — «non era il più peccatore» e «non so chi fosse stato il più peccatore». Ma «Giuda, poveretto, è quello che si è chiuso all’amore e per questo diventò traditore». Resta il fatto che «tutti gli apostoli sono scappati nel momento difficile della passione e hanno lasciato solo Gesù: tutti sono peccatori». E nonostante ciò, li ha scelti Gesù stesso.
Così, ha proseguito Francesco, «la Chiesa la fa Gesù con la sua preghiera; la fa con l’elezione degli apostoli; la fa con la scelta dei discepoli che poi invia; la fa con l’incontro con la gente». Gesù non è «mai staccato dalla gente: è sempre in mezzo alla folla che cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti» come sottolinea Luca nel suo Vangelo.
«Noi siamo cittadini, concittadini, di questa Chiesa» ha precisato il Pontefice. Perciò «se noi non entriamo in questo tempio e facciamo parte di questa costruzione affinché lo Spirito Santo abiti in noi, noi non siamo nella Chiesa». Piuttosto «siamo alla porta e guardiamo», magari dicendo: «Ma che bello, sì, questo è bello!». E così finiamo per essere «cristiani che non vanno più avanti della “reception” della Chiesa. Sono lì, alla porta», nell’atteggiamento proprio di chi pensa: «Ma sì, sono cattolico, sì, ma troppo no, così!».
Secondo Francesco, «la cosa forse più bella che si possa dire di come si costruisce la Chiesa è la prima e l’ultima parola del brano del Vangelo: “Gesù prega”, “se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio”». Dunque «Gesù prega e Gesù guarisce», proprio perché «da lui usciva una forza che guariva tutti». Precisamente «in questa cornice — Gesù che prega e Gesù che guarisce — c’è tutto quello che si può dire della Chiesa: Gesù che prega per i suoi, per le colonne, per i discepoli, per il popolo; e Gesù che guarisce, che mette a posto la gente, che dà la salute dell’anima e del corpo».
A questo proposito, il Papa ha riproposto il dialogo di Gesù con Pietro, «la colonna». Il Signore «lo aveva scelto, in quel momento» e lo rassicura dicendogli: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno». È Gesù che prega per Pietro. «Questo dialogo — ha affermato il Papa — finisce dopo che Pietro rinnega Gesù». E così, a Tiberiade, il Signore gli domanda: «Pietro, tu mi ami più di costoro?».
In questo dialogo si vede bene, ha spiegato il Pontefice, «Gesù che prega e Gesù che guarisce il cuore di Pietro ferito da un tradimento». E comunque «lo fa colonna». Ciò significa che «a Gesù non importò il peccato di Pietro: cercava il cuore». Ma «per trovare questo cuore, e per guarirlo, pregò».
La realtà di «Gesù che prega e Gesù che guarisce» vale anche oggi per tutti noi. Perché «noi — ha ribadito il Papa — non possiamo capire la Chiesa senza questo Gesù che prega e questo Gesù che guarisce». Così Francesco ha concluso la sua meditazione con la preghiera allo Spirito Santo, perché «ci faccia capire a tutti noi questa Chiesa che ha la forza nella preghiera di Gesù per noi e che è capace di guarire tutti noi».

 

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