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BENEDETTO XVI – LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 25 maggio 2011

L’UOMO IN PREGHIERA (4)

LOTTA NOTTURNA E INCONTRO CON DIO (GEN 32,23-33)

Cari fratelli e sorelle,

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.
Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo – che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi – diventa per lui una singolare esperienza di Dio.
La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.
L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.
Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.
Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.
Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto – è l’avversario stesso ad affermarlo – ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.
Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.
La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.
Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.

BENEDETTO XVI – SAN CLEMENTE ROMANO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070307.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 7 marzo 2007

Saluto ai pellegrini presenti nella Basilica Vaticana, poi…

SAN CLEMENTE ROMANO

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo meditato nei mesi scorsi sulle figure dei singoli Apostoli e sui primi testimoni della fede cristiana, che gli scritti neo-testamentari menzionano. Adesso dedichiamo la nostra attenzione ai santi Padri dei primi secoli cristiani. E così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia.
San Clemente, Vescovo di Roma negli ultimi anni del primo secolo, è il terzo successore di Pietro, dopo Lino e Anacleto. Riguardo alla sua vita, la testimonianza più importante è quella di sant’Ireneo, Vescovo di Lione fino al 202. Egli attesta che Clemente «aveva visto gli Apostoli», «si era incontrato con loro», e «aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione, e davanti agli occhi la loro tradizione» (Contro le eresie 3,3,3). Testimonianze tardive, fra il quarto e il sesto secolo, attribuiscono a Clemente il titolo di martire.
L’autorità e il prestigio di questo Vescovo di Roma erano tali, che a lui furono attribuiti diversi scritti, ma l’unica sua opera sicura è la Lettera ai Corinti. Eusebio di Cesarea, il grande «archivista» delle origini cristiane, la presenta in questi termini: «E’ tramandata una lettera di Clemente riconosciuta autentica, grande e mirabile. Fu scritta da lui, da parte della Chiesa di Roma, alla Chiesa di Corinto … Sappiamo che da molto tempo, e ancora ai nostri giorni, essa è letta pubblicamente durante la riunione dei fedeli» (Storia Eccl. 3,16). A questa lettera era attribuito un carattere quasi canonico. All’inizio di questo testo – scritto in greco – Clemente si rammarica che «le improvvise avversità, capitate una dopo l’altra» (1,1), gli abbiano impedito un intervento più tempestivo. Queste «avversità» sono da identificarsi con la persecuzione di Domiziano: perciò la data di composizione della lettera deve risalire a un tempo immediatamente successivo alla morte dell’imperatore e alla fine della persecuzione, vale a dire subito dopo il 96.
L’intervento di Clemente era sollecitato dai gravi problemi in cui versava la Chiesa di Corinto: i presbiteri della comunità, infatti, erano stati deposti da alcuni giovani contestatori. La penosa vicenda è ricordata, ancora una volta, da sant’Ireneo, che scrive: «Sotto Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinti una lettera importantissima per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione, che da poco tempo essa aveva ricevuto dagli Apostoli» (Contro le eresie 3,3,3). Potremmo quindi dire che questa lettera costituisce un primo esercizio del Primato romano dopo la morte di san Pietro. La lettera di Clemente riprende temi cari a san Paolo, che aveva scritto due grandi lettere ai Corinti, e in particolare la dialettica teologica, perennemente attuale, tra indicativo della salvezza e imperativo dell’impegno morale. Prima di tutto c’è il lieto annuncio della grazia che salva. Il Signore ci previene e ci dona il perdono, ci dona il suo amore, la grazia di essere cristiani, suoi fratelli e sorelle. E’ un annuncio che riempie di gioia la nostra vita e dà sicurezza al nostro agire: il Signore ci previene sempre con la sua bontà, e la bontà del Signore è sempre più grande di tutti i nostri peccati. Occorre però che ci impegniamo in maniera coerente con il dono ricevuto e rispondiamo all’annuncio della salvezza con un cammino generoso e coraggioso di conversione. Rispetto al modello paolino, la novità è che Clemente fa seguire alla parte dottrinale e alla parte pratica, che erano costitutive di tutte le lettere paoline, una «grande preghiera», che praticamente conclude la lettera.
L’occasione immediata della lettera schiude al Vescovo di Roma la possibilità di un ampio intervento sull’identità della Chiesa e sulla sua missione. Se a Corinto ci sono stati degli abusi, osserva Clemente, il motivo va ricercato nell’affievolimento della carità e di altre virtù cristiane indispensabili. Per questo egli richiama i fedeli all’umiltà e all’amore fraterno, due virtù veramente costitutive dell’essere nella Chiesa: «Siamo una porzione santa», ammonisce, «compiamo dunque tutto quello che la santità esige» (30,1). In particolare, il Vescovo di Roma ricorda che il Signore stesso «ha stabilito dove e da chi vuole che i servizi liturgici siano compiuti, affinché ogni cosa, fatta santamente e con il suo beneplacito, riesca bene accetta alla sua volontà … Al sommo sacerdote infatti sono state affidate funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti è stato preordinato il posto loro proprio, ai leviti spettano dei servizi propri. L’uomo laico è legato agli ordinamenti laici» (40,1-5: si noti che qui, in questa lettera della fine del I secolo, per la prima volta nella letteratura cristiana, compare il termine greco laikós, che significa «membro del laós», cioè «del popolo di Dio»).
In questo modo, riferendosi alla liturgia dell’antico Israele, Clemente svela il suo ideale di Chiesa. Essa è radunata dall’«unico Spirito di grazia effuso su di noi», che spira nelle diverse membra del Corpo di Cristo, nel quale tutti, uniti senza alcuna separazione, sono «membra gli uni degli altri» (46,6-7). La netta distinzione tra il «laico» e la gerarchia non significa per nulla una contrapposizione, ma soltanto questa connessione organica di un corpo, di un organismo, con le diverse funzioni. La Chiesa infatti non è luogo di confusione e di anarchia, dove uno può fare quello che vuole in ogni momento: ciascuno in questo organismo, con una struttura articolata, esercita il suo ministero secondo la vocazione ricevuta. Riguardo ai capi delle comunità, Clemente esplicita chiaramente la dottrina della successione apostolica. Le norme che la regolano derivano in ultima analisi da Dio stesso. Il Padre ha inviato Gesù Cristo, il quale a sua volta ha mandato gli Apostoli. Essi poi hanno mandato i primi capi delle comunità, e hanno stabilito che ad essi succedessero altri uomini degni. Tutto dunque procede «ordinatamente dalla volontà di Dio» (42). Con queste parole, con queste frasi, san Clemente sottolinea che la Chiesa ha una struttura sacramentale e non una struttura politica. L’agire di Dio che viene incontro a noi nella liturgia precede le nostre decisioni e le nostre idee. La Chiesa è soprattutto dono di Dio e non creatura nostra, e perciò questa struttura sacramentale non garantisce solo il comune ordinamento, ma anche questa precedenza del dono di Dio, del quale abbiamo tutti bisogno.
Al termine, la «grande preghiera» conferisce un respiro cosmico alle argomentazioni precedenti. Clemente loda e ringrazia Dio per la sua meravigliosa provvidenza d’amore, che ha creato il mondo e continua a salvarlo e a santificarlo. Particolare rilievo assume l’invocazione per i governanti. Dopo i testi del Nuovo Testamento, essa rappresenta la più antica preghiera per le istituzioni politiche. Così, all’indomani della persecuzione, i cristiani, ben sapendo che sarebbero continuate le persecuzioni, non cessano di pregare per quelle stesse autorità che li avevano condannati ingiustamente. Il motivo è anzitutto di ordine cristologico: bisogna pregare per i persecutori, come fece Gesù sulla croce. Ma questa preghiera contiene anche un insegnamento che guida, lungo i secoli, l’atteggiamento dei cristiani dinanzi alla politica e allo Stato. Pregando per le autorità, Clemente riconosce la legittimità delle istituzioni politiche nell’ordine stabilito da Dio; nello stesso tempo, egli manifesta la preoccupazione che le autorità siano docili a Dio e «esercitino il potere, che Dio ha dato loro, nella pace e nella mansuetudine con pietà» (61,2). Cesare non è tutto. Emerge un’altra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma «di lassù»: è quella della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata.
Così la lettera di Clemente affronta numerosi temi di perenne attualità. Essa è tanto più significativa, in quanto rappresenta, fin dal primo secolo, la sollecitudine della Chiesa di Roma, che presiede nella carità a tutte le altre Chiese. Con lo stesso Spirito facciamo nostre le invocazioni della «grande preghiera», là dove il Vescovo di Roma si fa voce del mondo intero: «Sì, o Signore, fa’ risplendere su di noi il tuo volto nel bene della pace; proteggici con la tua mano potente … Noi ti rendiamo grazie, attraverso il Sommo Sacerdote e guida delle anime nostre, Gesù Cristo, per mezzo del quale a te la gloria e la lode, adesso, e di generazione in generazione, e nei secoli dei secoli. Amen» (60-61).

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI, 2009 (sul tema della Sapienza)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20091217_vespri-universitari.html

(propongo questa lettura – anche è tema natalizio – perché parla della « Sapienza »)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI CON LA PARTECIPAZIONE DEGLI UNIVERSITARI ROMANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 17 dicembre 2009

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

Quale sapienza nasce a Betlemme? Questa domanda vorrei porre a me e a voi in questo tradizionale incontro pre-natalizio con il mondo universitario romano. Oggi, invece della Santa Messa, celebriamo i Vespri, e la felice coincidenza con l’inizio della novena di Natale ci farà cantare tra poco la prima delle Antifone dette Maggiori:

« O Sapienza, che esci dalla bocca dell’Altissimo,
ti estendi ai confini del mondo,
e tutto disponi con soavità e con forza:
vieni, insegnaci la via della saggezza » (Liturgia delle Ore, Vespri del 17 dicembre).

Questa stupenda invocazione è rivolta alla « Sapienza », figura centrale nei libri dei Proverbi, della Sapienza e del Siracide che da essa sono detti appunto « sapienziali » e nei quali la tradizione cristiana scorge una prefigurazione del Cristo. Tale invocazione diventa davvero stimolante e, anzi, provocante, quando ci poniamo di fronte al Presepe, cioè al paradosso di una Sapienza che, uscita « dalla bocca dell’altissimo », giace avvolta in fasce dentro una mangiatoia (cfr Lc 2,7.12.16).
Possiamo già anticipare la risposta alla domanda iniziale: quella che nasce a Betlemme è la Sapienza di Dio. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, usa questa espressione: « la sapienza di Dio, che è nel mistero » (1 Cor 2,7), cioè in un disegno divino, che è rimasto a lungo nascosto e che Dio stesso ha rivelato nella storia della salvezza. Nella pienezza dei tempi, questa Sapienza ha assunto un volto umano, il volto di Gesù, il quale – come recita il Simbolo apostolico – « fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di là verrà a giudicare i vivi e i morti ». Il paradosso cristiano consiste proprio nell’identificazione della Sapienza divina, cioè il Logos eterno, con l’uomo Gesù di Nazaret e con la sua storia. Non c’è soluzione a questo paradosso se non nella parola « Amore », che in questo caso va scritta naturalmente con la « A » maiuscola, trattandosi di un Amore che supera infinitamente le dimensioni umane e storiche. Dunque, la Sapienza che questa sera invochiamo è il Figlio di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità; è il Verbo, che, come leggiamo nel Prologo di Giovanni, « era in principio presso Dio », anzi, « era Dio », che con il Padre e lo Spirito Santo ha creato tutte le cose e che « si è fatto carne » per rivelarci quel Dio che nessuno può vedere (cfr Gv 1,2-3.14.18).
Cari amici, un professore cristiano, o un giovane studente cristiano, porta dentro di sé l’amore appassionato per questa Sapienza! Legge tutto alla sua luce; ne coglie le tracce nelle particelle elementari e nei versi dei poeti; nei codici giuridici e negli avvenimenti della storia; nelle opere artistiche e nelle espressioni matematiche. Senza di Lei niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (cfr Gv 1,3) e dunque in ogni realtà creata se ne può intravedere un riflesso, evidentemente secondo gradi e modalità differenti. Tutto ciò che viene recepito dall’intelligenza umana può esserlo perché, in qualche modo e misura, partecipa della Sapienza creatrice. Qui, in ultima analisi, sta anche la possibilità stessa dello studio, della ricerca, del dialogo scientifico in ogni campo del sapere.
A questo punto non posso evitare una riflessione forse un po’ scomoda ma utile per noi che siamo qui e che apparteniamo per lo più all’ambiente accademico. Domandiamoci: chi c’era – la notte di Natale – alla grotta di Betlemme? Chi ha accolto la Sapienza quando è nata? Chi è accorso per vederla, l’ha riconosciuta e adorata? Non dottori della legge, scribi o sapienti. C’erano Maria e Giuseppe, e poi i pastori. Che significa questo? Gesù un giorno dirà: « Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza » (Mt 11,26): hai rivelato il tuo mistero ai piccoli (cfr Mt 11,25). Ma allora non serve studiare? O addirittura è nocivo, controproducente per conoscere la verità? La storia di duemila anni di cristianesimo esclude quest’ultima ipotesi, e ci suggerisce quella giusta: si tratta di studiare, di approfondire le conoscenze mantenendo un animo da « piccoli », uno spirito umile e semplice, come quello di Maria, la « Sede della Sapienza ». Quante volte abbiamo avuto paura di avvicinarci alla Grotta di Betlemme perché preoccupati che ciò fosse di ostacolo alla nostra criticità e alla nostra « modernità »! Invece, in quella Grotta, ciascuno di noi può scoprire la verità su Dio e quella sull’uomo. In quel Bambino, nato dalla Vergine, esse si sono incontrate: l’anelito dell’uomo alla vita eterna ha intenerito il cuore di Dio, che non si è vergognato di assumere la condizione umana.
Cari amici, aiutare gli altri a scoprire il vero volto di Dio è la prima forma di carità, che per voi assume la qualifica di carità intellettuale. Ho appreso con piacere che il cammino di quest’anno della pastorale universitaria diocesana avrà per tema: « Eucaristia e carità intellettuale ». Una scelta impegnativa ma appropriata. Infatti, in ogni Celebrazione eucaristica Dio viene nella storia in Gesù Cristo, nella sua Parola e nel suo Corpo, donandoci quella carità che ci permette di servire l’uomo nella sua concreta esistenza. Il progetto « Una cultura per la città », poi, offre una promettente proposta di presenza cristiana nell’ambito culturale. Mentre auspico che sia fruttuoso tale vostro itinerario, non posso non invitare tutti gli Atenei ad essere luoghi di formazione di autentici operatori della carità intellettuale. Da essi dipende largamente il futuro della società, soprattutto nell’elaborazione di una nuova sintesi umanistica e di una nuova capacità progettuale (cfr Enc. Caritas in veritate, 21). Incoraggio tutti i responsabili delle istituzioni accademiche a proseguire insieme, collaborando alla costruzione di comunità in cui tutti i giovani possano formarsi ad essere uomini maturi e responsabili per realizzare la « civiltà dell’amore ».
Al termine di questa Celebrazione, la delegazione universitaria australiana consegnerà a quella africana l’icona di Maria Sedes Sapientiae. Affidiamo alla Vergine Santa tutti gli universitari del continente africano e l’impegno di cooperazione che in questi mesi, dopo il Sinodo Speciale per l’Africa, si va sviluppando tra gli Atenei di Roma e quelli africani. Rinnovo il mio incoraggiamento a questa nuova prospettiva di cooperazione ed auguro che da essa possano nascere e crescere progetti culturali capaci di promuovere un vero sviluppo integrale dell’uomo. Possa, cari amici, il prossimo Natale portare gioia e speranza a voi, alle vostre famiglie e a tutto l’ambiente universitario, a Roma e nel mondo intero. 

LA SPERANZA DEL PAPA (SULLA SPE SALVI) (2008)

http://www.tracce.it/?id=266&id2=275&id_n=8285

LA SPERANZA DEL PAPA (SULLA SPE SALVI)

GIOVANNA PARRAVICINI

ECUMENISMO

Maggio 2008

«La Spe salvi? Fondamentale pure per noi ortodossi, perché parla di una certezza: la vita in Cristo è piena di felicità da condividere». Parola del vicerettore dell’Accademia teologica di Mosca. Che il 25 marzo ha presentato l’enciclica accanto all’arcivescovo Paolo Pezzi. E ora spiega a Tracce perché quel documento è un passo fatto assieme
Padre Vladimir Šmalij, vicerettore dell’Accademia teologica di Mosca e segretario della Commissione teologica sinodale del Patriarcato di Mosca, il 25 marzo ha presentato al Centro Biblioteca dello Spirito, insieme all’arcivescovo Paolo Pezzi, l’enciclica Spe salvi. Una serata ricchissima, che gli abbiamo chiesto – in qualche modo – di proseguire, riprendendo e approfondendo il suo intervento alla luce dell’enciclica nel contesto della vita della Chiesa e della società in Russia.
L’enciclica Spe salvi mette a tema una virtù teologale, ma anche un bisogno profondissimo, sostanziale dell’uomo di tutti i tempi. Come lei ha sottolineato nella presentazione, il Papa cerca di unire le risposte al “perché del vivere” che dà il cristianesimo con le ricerche del mondo del senso della vita. È una grossa apertura al dialogo, e nel contempo un forte riconoscimento che la fede, l’avvenimento di Cristo è in grado di rispondere non solo alla cerchia dei fedeli, ma all’uomo come tale. Non è esattamente questo che la cultura laica di oggi contesta, cioè la pretesa della Chiesa di uscire dal ghetto, sia pure dorato, in cui è posta?
A parer mio l’enciclica tocca un tema attualissimo, cruciale, perché il tema della caduta delle speranze sembra il tratto distintivo della nostra civiltà, che, apparentemente così sazia, paga di sé, mostra in realtà a ogni passo la propria disperazione e assenza di prospettive. L’indice più significativo di questo fenomeno non è neppure l’alta percentuale di suicidi, bensì il gran numero di palliativi che la gente cerca di trovare per compensare il vuoto spirituale: la cultura di massa, il consumismo… Si cerca di tenersi su comprando, riempiendo la vita di cose. Come sacerdote, mi capita di incontrare molte persone che bussano alla Chiesa perché sono smarrite, disorientate, spesso non si rendono nemmeno conto che i problemi con cui si scontrano dipendono dal fatto che non sperano più in niente. La speranza – è molto giusto quello che rileva il Papa – è il motore dell’esistenza stessa della persona umana, non solo per il cristiano, ma per ogni persona. Per questo il dialogo con la società, con il mondo, sui fondamenti della speranza è fondamentale.
A me sembra inoltre che la speranza sia una cosa molto personale, intima. Al contrario, nel nostro mondo ciascuno cerca di compensare attraverso l’aspetto esteriore ciò che gli manca dentro, e non lascia valicare a nessuno il confine che introduce al cuore della persona, a cui invece fa appello il Papa. Mi ha colpito la delicatezza di Benedetto XVI, che non si pone come un giudice severo, non impartisce insegnamenti dall’alto, con durezza, ma propone con estrema delicatezza alla singola persona delle risposte, mostrando al tempo stesso con grande lucidità e certezza gli errori o i fraintendimenti in cui incorriamo nel modo di intendere la speranza. Ad esempio, mette in guardia da riduzioni psicologiche della speranza: la speranza è una realtà concreta, oggettiva.
In questo senso Joseph Ratzinger mette chiaramente in luce i rischi di un soggettivismo che è una tentazione costante in Occidente, penetrando anche nella coscienza dei cristiani. Anzi, il Papa richiama fortemente a un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve tornare alle proprie radici. Che cosa significa oggi questo cammino per i cristiani, secondo lei?
Con la delicatezza e il rispetto dell’interlocutore che lo contraddistinguono, il Papa fa notare che gli stessi cristiani hanno operato una riduzione soggettivista, citando significativamente un esempio di interpretazione che nasce attraverso Lutero ma si è affermata anche nell’esegesi cattolica. Ed è interessante osservare il metodo del Papa, che si serve di questo esempio in funzione costruttiva, ecumenica, quasi invitando gli stessi protestanti a ritornare alle fonti della propria identità, a recuperare la certezza di essere stati salvati.
Quali aspetti dell’enciclica le sembrano particolarmente interessanti per la situazione russa?
A parer mio non vi sono elementi specifici riguardanti la Russia: Benedetto XVI si rivolge all’uomo in quanto tale, ai cristiani di tutte le tradizioni e ai non cristiani. I contenuti della Spe salvi forse sono particolarmente importanti per noi ortodossi in Russia, proprio per il fatto che si parla della speranza come certezza, come obiettiva caparra di vita eterna, da cui discende anche una posizione di impegno missionario: in forza della fede, e della speranza certa che essa suscita, siamo chiamati a testimoniare che la vita in Cristo è una vita piena di certezza, di felicità, che abbiamo il dovere di condividere. Mi ha colpito molto il passaggio sulla condivisione della sofferenza, che è propria dei santi. Quanti esempi di sofferenza abbiamo davanti agli occhi, che grande compito di com-passione abbiamo… noi cristiani non possiamo stare alla finestra, guardare con sufficienza alle sofferenze del mondo, accontentandoci di una salvezza individuale, egoistica.
I santi sono in primo luogo dei testimoni…
Anche qui, dobbiamo ritornare all’unica tradizione della Chiesa indivisa: sant’Atanasio dice che se qualcuno non crede alla Resurrezione, bisogna citargli l’esempio dei martiri che non hanno tenuto in nessun conto la vita, ma l’hanno data con semplicità, testimoniando con eloquenza la loro certezza nella nuova vita portata da Cristo. Anche oggi, quanti testimoni abbiamo davanti agli occhi! Non mi riferisco solo ai “santi” canonizzati, ma ai tanti che vivono la propria vocazione con letizia, testimoniando la loro certezza nelle prove quotidiane, nella prova… Penso a chi ha il coraggio di far famiglia e non ha paura di una famiglia numerosa, a tanti che vivono la malattia come un’offerta, alle persone consacrate; ho avuto la fortuna di incontrare moltissime persone che vivono la speranza in maniera oggettiva, sostanziale. Noi dobbiamo imparare a guardare, ad accorgerci del gran numero di testimoni che ci circonda, non dobbiamo vergognarci di citarli, di ricordare come la fede aiuta a vivere nella speranza le circostanze più diverse della vita.
Secondo lei, di che cosa è più carente, di che cosa ha più bisogno oggi la coscienza dei cristiani per ridestarsi?
C’è un aspetto che mi colpisce e mi piace particolarmente nella figura di papa Benedetto XVI, e cioè la sua simpatia, il suo apprezzamento della razionalità, della ragionevolezza, un aspetto che per l’appunto oggi manca sovente a noi ortodossi. Anche in Occidente non se ne comprende il senso, l’importanza, e ci sentiamo dire da occidentali che credono così di farci un elogio: «Ecco, da noi è tutto ridotto a razionalismo, non c’è spazio per sentimenti ed emozioni, mentre voi ortodossi avete la mistica». In realtà, questa pretesa «mistica» si riduce spesso alla rinuncia alla propria ragione, alla propria responsabilità, per delegare a un “padre spirituale” scelte di vita che implicano una decisione personale. No, il cristiano deve tornare a comprendere che la ragione è un dono che ci è stato fatto e un dovere che abbiamo, dobbiamo vivere e trasfigurare la vita alla sua luce. Non è un caso che nella liturgia ortodossa Cristo sia definito «luce della ragione»! Questa è una verità comune alle due tradizioni cristiane, d’Oriente e d’Occidente. L’accento su un misticismo che è in realtà rinuncia alla propria ragione è un fenomeno tipico dell’ortodossia solo in epoca tarda, mentre se prendiamo ad esempio Giovanni Damasceno con il suo aristotelismo, o i Padri cappadoci, ci troviamo davanti a un’esaltazione della ragione umana. Così pure il pensiero filosofico-religioso russo della fine del XIX-inizio del XX secolo implica un ritorno ai Padri e all’integralità della loro visione antropologica. Non stupisce che anche un ortodosso conservatore come padre Georgij Florovskij invitasse a leggere gli autori cattolici medioevali, oltre che i Padri: proprio perché lì è possibile ritrovare le stesse radici, lo stesso impeto cristiano, identico all’Est e all’Ovest, che si identifica nella trasfigurazione dell’uomo nella sua interezza, in tutti gli aspetti del suo essere, compresa la ragione, mentre gli influssi delle ideologie inducono a pensare che il cristianesimo non sia ragionevole, ma confinato alle sfere più periferiche, emotive e sentimentali, sia una cura “palliativa” di disagi esistenziali per cui, in caso di bisogno, si può far ricorso al prete come si andrebbe da uno psicoterapeuta.
La fede quindi è un cammino di conoscenza?
Certamente, come essere ragionevole non posso non prendere in considerazione la realtà, cioè prenderne coscienza e darne un giudizio morale. Se rinuncio alla ragione, per ciò stesso rinuncio anche alla mia coscienza, alla mia responsabilità e libertà adulta. Interessante che il rifiuto della ragione come fattore della personalità cristiana conduca a due estremi che si toccano: in Oriente all’infantilismo di chi demanda all’autorità spirituale ogni responsabilità, in Occidente alla pretesa autonomia di alcune sfere della persona umana. In entrambi i casi si tratta di un dualismo, di una contraddizione che è appunto irragionevole, che è anticristiana, ma anche e soprattutto disumana, perché contravviene alla caratteristica dell’essere umano che è la sua ragione. Io credo che stia qui uno dei compiti educativi fondamentali che abbiamo: insegnare alla nostra gente, ai nostri ragazzi, a essere responsabili, e la responsabilità non può sussistere che alla luce della ragione. Se la ragione non governa e giudica sentimenti ed emozioni, chi potrebbe perseverare nella propria vocazione, nella propria missione, nel compimento di un’opera?
Perché la Chiesa è sovente guardata come un luogo di divieti, di regole che tentano di imbrigliare i desideri, e non invece come il luogo della loro realizzazione?
Non è facile rispondere, ma credo che occorra anche il coraggio di riconoscere, innanzitutto, che gran parte dei desideri che la nostra società induce e coltiva si rivelano come dannosi per l’uomo. Basta guardare la pubblicità, gli stereotipi sociali che ci propinano alla televisione. Non possiamo esimerci dal domandarci, se è veramente questo ciò che il nostro cuore desidera, oppure se è quello che ci vogliono inculcare e che in ultima analisi risulta negativo, dannoso per noi. Quello che dico può sembrare amaro, impopolare, ma è una diagnosi necessaria per guarire dalla nostra malattia esistenziale: anche nel campo del desiderio non possiamo fare a meno della ragione, davanti al desiderio immediato che mi si para dinnanzi devo dare un giudizio, esaminarlo alla luce della ragione. Non è un caso, tra l’altro, che nella Spe salvi il Papa descriva Cristo come «pastore» e come «filosofo», cioè come maestro di vita sulla base della propria esperienza, del proprio esempio e dello strumento umano per eccellenza che è la ragione.
È interessante seguire la riflessione di Benedetto XVI sul superamento dell’ideologia, che costituisce un altro tema comune per l’Occidente e la Russia; si noti bene che il Papa si riferisce all’ideologia soprattutto in quanto forma di «ingegneria sociale», progressismo, e cita il marxismo semplicemente come una sua esemplificazione. Con la caduta del marxismo, l’ideologia progressista non è affatto sparita e continua a mostrarsi pericolosa per la civiltà umana; qui forse noi in Russia siamo più “vaccinati” contro determinate forme ideologiche, ma siamo inermi di fronte ad altre. Il problema, ripeto ancora una volta, oggi è il medesimo, sia pure nel variare di forme e modalità attraverso cui il fenomeno può emergere.
Spesso si indica come sfera privilegiata di dialogo tra cristiani di Chiese diverse quella sociale e caritativa, che sembra la più neutrale. Non esiste però il rischio di dissolvere la specificità del fatto cristiano, equiparandolo a una dottrina etica? Su che cosa, secondo lei, può fondarsi un reale dialogo e una reale collaborazione tra cristiani, in particolare tra cattolici e ortodossi, al fine di riproporre al mondo la vera speranza?
Monsignor Ilarion Alfeev, vescovo ortodosso russo di Vienna, ha parlato più volte della necessità per cattolici e ortodossi di unirsi per cercare e proporre insieme risposte a problemi di carattere morale, sociale e politico; ma questa discussione interconfessionale non può non accompagnarsi al dibattito più ampio, in campo sociale, sul ruolo che il cristianesimo deve rivestire all’interno della società nella sua interezza. Il Papa opera una delicata, ma netta formulazione della proposta della Chiesa di prendere in esame i problemi che dilaniano la società di oggi, invitando la società a partecipare alla discussione. Le comunità cristiane devono attivarsi soprattutto nel campo della condivisione della sofferenza, testimoniare al mondo l’alternativa che il cristianesimo costituisce alla disperazione della società attuale. Qui torna alla ribalta come fondamentale il problema dell’educazione, che può avvenire solo attraverso un incontro, attraverso una testimonianza. Non possono essere delle pure parole, dei clichè a convincere i giovani: solo dei testimoni viventi della bellezza sono convincenti. Il cristianesimo è una vita, e spetta a noi cristiani testimoniare che la speranza è ciò di cui viviamo. Il cristianesimo ha vinto il mondo come nuova vita, e non come ideologia. Una verità «performativa», e non puramente «informativa», esattamente come dice il Papa. Anche nella nostra Chiesa oggi si pone il problema della testimonianza dei laici, che per il momento non ancora fissata, codificata come nella dottrina della Chiesa cattolica, ma certamente è una questione di primaria importanza per la vita della Chiesa in futuro. Come dite voi, «laico cioè cristiano». Per la trasfigurazione del mondo.

BENEDETTO XVI UDIENZA 19 OTTOBRE 2011: L’AMORE DI DIO È PER SEMPRE

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L’AMORE DI DIO È PER SEMPRE

L’immagine del Mar Rosso « diviso » in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini...

UDIENZA GENERALE DI BENEDETTO XVI DI MERCOLEDÌ 19 OTTOBRE 2011

Cari fratelli e sorelle,
oggi vorrei meditare con voi un Salmo che riassume tutta la storia della salvezza di cui l’Antico Testamento ci dà testimonianza. Si tratta di un grande inno di lode che celebra il Signore nelle molteplici, ripetute manifestazioni della sua bontà lungo la storia degli uomini; è il Salmo 136 – o 135 secondo la tradizione greco-latina.
Solenne preghiera di rendimento di grazie, conosciuto come il « Grande Hallel », questo Salmo è tradizionalmente cantato alla fine della cena pasquale ebraica ed è stato probabilmente pregato anche da Gesù nell’ultima Pasqua celebrata con i discepoli; ad esso sembra infatti alludere l’annotazione degli Evangelisti: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (cfr Mt 26,30; Mc 14,26). L’orizzonte della lode illumina così la difficile strada del Golgota. Tutto il Salmo 136 si snoda in forma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale «perché il suo amore è per sempre». Lungo il componimento, vengono enumerati i molti prodigi di Dio nella storia degli uomini e i suoi continui interventi in favore del suo popolo; e ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore risponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amore eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato, implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza. È questo il motivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale, mentre cambiano le sue manifestazioni puntuali e paradigmatiche: la creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvidente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni creatura.
Dopo un triplice invito al rendimento di grazie al Dio sovrano (vv. 1-3), si celebra il Signore come Colui che compie «grandi meraviglie» (v. 4), la prima delle quali è la creazione: il cielo, la terra, gli astri (vv. 5-9). Il mondo creato non è un semplice scenario su cui si inserisce l’agire salvifico di Dio, ma è l’inizio stesso di quell’agire meraviglioso. Con la creazione, il Signore si manifesta in tutta la sua bontà e bellezza, si compromette con la vita, rivelando una volontà di bene da cui scaturisce ogni altro agire di salvezza. E nel nostro Salmo, riecheggiando il primo capitolo della Genesi, il mondo creato è sintetizzato nei suoi elementi principali, insistendo in particolare sugli astri, il sole, la luna, le stelle, creature magnifiche che governano il giorno e la notte. Non si parla qui della creazione dell’essere umano, ma egli è sempre presente; il sole e la luna sono per lui – per l’uomo – per scandire il tempo dell’uomo, mettendolo in relazione con il Creatore soprattutto attraverso l’indicazione dei tempi liturgici.
Ed è proprio la festa di Pasqua che viene evocata subito dopo, quando, passando al manifestarsi di Dio nella storia, si inizia conil grande evento della liberazione dalla schiavitù egiziana, dell’esodo, tracciato nei suoi elementi più significativi: la liberazione dall’Egitto con la piaga dei primogeniti egiziani, l’uscita dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso, il cammino nel deserto fino all’entrata nella terra promessa (vv. 10-20). Siamo nel momento originario della storia di Israele. Dio è intervenuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà; attraverso Mosè, suo inviato, si è imposto al faraone rivelandosi in tutta la sua grandezza ed, infine, ha piegato la resistenza degli Egiziani con il terribile flagello della morte dei primogeniti. Così Israele può lasciare il Paese della schiavitù, con l’oro dei suoi oppressori (cfr Es 12,35-36), «a mano alzata» (Es 14,8), nel segno esultante della vittoria. Anche al Mar Rosso il Signore agisce con misericordiosa potenza. Davanti ad un Israele spaventato alla vista degli Egiziani che lo inseguono, tanto da rimpiangere di aver lasciato l’Egitto (cfr Es 14,10-12), Dio, come dice il nostro Salmo, «divise il Mar Rosso in due parti […] in mezzo fece passare Israele […] vi travolse il faraone e il suo esercito» (vv. 13-15). L’immagine del Mar Rosso « diviso » in due, sembra evocare l’idea del mare come un grande mostro che viene tagliato in due pezzi e così reso inoffensivo. La potenza del Signore vince la pericolosità delle forze della natura e di quelle militari messe in campo dagli uomini: il mare, che sembrava sbarrare la strada al popolo di Dio, lascia passare Israele all’asciutto e poi si richiude sugli Egiziani travolgendoli. «La mano potente e il braccio teso» del Signore (cfr Deut 5,15; 7,19; 26,8) si mostrano così in tutta la loro forza salvifica: l’ingiusto oppressore è stato vinto, inghiottito dalle acque, mentre il popolo di Dio « passa in mezzo » per continuare il suo cammino verso la libertà.
A questo cammino fa ora riferimento il nostro Salmo ricordando con una frase brevissima il lungo peregrinare di Israele verso la terra promessa: «Guidò il suo popolo nel deserto, perché il suo amore è per sempre» (v. 16). Queste poche parole racchiudono un’esperienza di quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, nell’obbedienza e nella docilità alla legge di Dio. Sono anni difficili, segnati dalla durezza della vita nel deserto, ma anche anni felici, di confidenza nel Signore, di fiducia filiale; è il tempo della « giovinezza », come lo definisce il profeta Geremia parlando a Israele, a nome del Signore, con espressioni piene di tenerezza e di nostalgia: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata» (Ger 2,2). Il Signore, come il pastore del Salmo 23 che abbiamo contemplato in una catechesi, per quarant’anni ha guidato il suo popolo, lo ha educato e amato, conducendolo fino alla terra promessa, vincendo anche le resistenze e l’ostilità di popoli nemici che volevano ostacolarne il cammino di salvezza (cfr vv. 17-20).
Nello snodarsi delle «grandi meraviglie» che il nostro Salmo enumera, si giunge così al momento del dono conclusivo, nel compiersi della promessa divina fatta ai Padri: «Diede in eredità la loro terra, perché il suo amore è per sempre; in eredità a Israele suo servo, perché il suo amore è per sempre» (vv. 21-22). Nella celebrazione dell’amore eterno del Signore, si fa ora memoria del dono della terra, un dono che il popolo deve ricevere senza mai impossessarsene, vivendo continuamente in un atteggiamento di accoglienza riconoscente e grata. Israele riceve il territorio in cui abitare come « eredità », un termine che designa in modo generico il possesso di un bene ricevuto da un altro, un diritto di proprietà che, in modo specifico, fa riferimento al patrimonio paterno. Una delle prerogative di Dio è di « donare »; e ora, alla fine del cammino dell’esodo, Israele, destinatario del dono, come un figlio, entra nel Paese della promessa realizzata. È finito il tempo del vagabondaggio, sotto le tende, in una vita segnata dalla precarietà. Ora è iniziato il tempo felice della stabilità, della gioia di costruire le case, di piantare le vigne, di vivere nella sicurezza (cfr Dt 8,7-13). Ma è anche il tempo della tentazione idolatrica, della contaminazione con i pagani, dell’autosufficienza che fa dimenticare l’Origine del dono. Perciò il Salmista menziona l’umiliazione e i nemici, una realtà di morte in cui il Signore, ancora una volta, si rivela come Salvatore: «Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, perché il suo amore è per sempre; ci ha liberati dai nostri avversari, perché il suo amore è per sempre» (vv. 23-24).
A questo punto nasce la domanda: come possiamo fare di questo Salmo una preghiera nostra, come possiamo appropriarci, per la nostra preghiera, di questo Salmo? Importante è la cornice del Salmo, all’inizio e alla fine: è la creazione. Ritorneremo su questo punto: la creazione come il grande dono di Dio del quale viviamo, nel quale Lui si rivela nella sua bontà e grandezza. Quindi, tener presente la creazione come dono di Dio è un punto comune per noi tutti. Poi segue la storia della salvezza. Naturalmente noi possiamo dire: questa liberazione dall’Egitto, il tempo del deserto, l’entrata nella Terra Santa e poi gli altri problemi, sono molto lontani da noi, non sono la nostra storia. Ma dobbiamo stare attenti alla struttura fondamentale di questa preghiera. La struttura fondamentale è che Israele si ricorda della bontà del Signore. In questa storia ci sono tante valli oscure, ci sono tanti passaggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono e può sopravvivere in questa valle oscura, in questa valle della morte, perché si ricorda. Ha la memoria della bontà del Signore, della sua potenza; la sua misericordia vale in eterno. E questo è importante anche per noi: avere una memoria della bontà del Signore. La memoria diventa forza della speranza. La memoria ci dice: Dio c’è, Dio è buono, eterna è la sua misericordia. E così la memoria apre, anche nell’oscurità di un giorno, di un tempo, la strada verso il futuro: è luce e stella che ci guida. Anche noi abbiamo una memoria del bene, dell’amore misericordioso, eterno di Dio. La storia di Israele è già una memoria anche per noi, come Dio si è mostrato, si è creato un suo popolo. Poi Dio si è fatto uomo, uno di noi: è vissuto con noi, ha sofferto con noi, è morto per noi. Rimane con noi nel Sacramento e nella Parola. E’ una storia, una memoria della bontà di Dio che ci assicura la sua bontà: il suo amore è eterno. E poi anche in questi duemila anni della storia della Chiesa c’è sempre, di nuovo, la bontà del Signore. Dopo il periodo oscuro della persecuzione nazista e comunista, Dio ci ha liberati, ha mostrato che è buono, che ha forza, che la sua misericordia vale per sempre. E, come nella storia comune, collettiva, è presente questa memoria della bontà di Dio, ci aiuta, ci diventa stella della speranza, così anche ognuno ha la sua storia personale di salvezza, e dobbiamo realmente far tesoro di questa storia, avere sempre presente la memoria delle grandi cose che ha fatto anche nella mia vita, per avere fiducia: la sua misericordia è eterna. E se oggi sono nella notte oscura, domani Egli mi libera perché la sua misericordia è eterna.
Ritorniamo al Salmo, perché, alla fine, ritorna alla creazione. Il Signore – così dice – «dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre» (v. 25). La preghiera del Salmo si conclude con un invito alla lode: «Rendete grazie al Dio del cielo, perché il suo amore è per sempre». Il Signore è Padre buono e provvidente, che dà l’eredità ai propri figli ed elargisce a tutti il cibo per vivere. Il Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti, che entra nella storia degli uomini per portare alla salvezza tutti i suoi figli è il Dio che colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane. L’invisibile potenza del Creatore e Signore cantata nel Salmo si rivela nella piccola visibilità del pane che ci dà, con il quale ci fa vivere. E così questo pane quotidiano simboleggia e sintetizza l’amore di Dio come Padre, e ci apre al compimento neotestamentario, a quel « pane di vita », l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo.
Fratelli e sorelle, la lode benedicente del Salmo 136 ci ha fatto ripercorrere le tappe più importanti della storia della salvezza, fino a giungere al mistero pasquale, in cui l’azione salvifica di Dio arriva al suo culmine. Con gioia riconoscente celebriamo dunque il Creatore, Salvatore e Padre fedele, che «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Nella pienezza dei tempi, il Figlio di Dio si fa uomo per dare la vita, per la salvezza di ciascuno di noi, e si dona come pane nel mistero eucaristico per farci entrare nella sua alleanza che ci rende figli. A tanto giunge la bontà misericordiosa di Dio e la sublimità del suo « amore per sempre ».
Voglio perciò concludere questa catechesi facendo mie le parole che San Giovanni scrive nella sua Prima Lettera e che dovremmo sempre tenere presenti nella nostra preghiera: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1Gv 3,1). Grazie.

MESSA ESEQUIALE PER IL DEFUNTO ROMANO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II (8 aprile 2005) OMELIA CARD. RATZINGER

http://www.vatican.va/gpII/documents/homily-card-ratzinger_20050408_it.html

MESSA ESEQUIALE PER IL DEFUNTO ROMANO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II (8 aprile 2005)

OMELIA DELL’EM.MO CARD. JOSEPH RATZINGER

Piazza San Pietro

Venerdì, 8 aprile 2005

« Seguimi » dice il Signore risorto a Pietro, come sua ultima parola a questo discepolo, scelto per pascere le sue pecore. « Seguimi » – questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II, le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme di immortalità – il cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza e di profonda gratitudine.
Questi sono i sentimenti del nostro animo, Fratelli e Sorelle in Cristo, presenti in Piazza S. Pietro, nelle strade adiacenti e in diversi altri luoghi della città di Roma, popolata in questi giorni da un’immensa folla silenziosa ed orante. Tutti saluto cordialmente. A nome anche del Collegio dei Cardinali desidero rivolgere il mio deferente pensiero ai Capi di Stato, di Governo e alle delegazioni dei vari Paesi. Saluto le Autorità e i Rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane, come pure delle diverse religioni. Saluto poi gli Arcivescovi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli tutti giunti da ogni Continente; in modo speciale i giovani, che Giovanni Paolo II amava definire futuro e speranza della Chiesa. Il mio saluto raggiunge, inoltre, quanti in ogni parte del mondo sono a noi uniti attraverso la radio e la televisione in questa corale partecipazione al solenne rito di commiato dall’amato Pontefice.
Seguimi – da giovane studente Karol Wojtyła era entusiasta della letteratura, del teatro, della poesia. Lavorando in una fabbrica chimica, circondato e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del Signore: Seguimi! In questo contesto molto particolare cominciò a leggere libri di filosofia e di teologia, entrò poi nel seminario clandestino creato dal Cardinale Sapieha e dopo la guerra poté completare i suoi studi nella facoltà teologica dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Tante volte nelle sue lettere ai sacerdoti e nei suoi libri autobiografici ci ha parlato del suo sacerdozio, al quale fu ordinato il 1° novembre 1946. In questi testi interpreta il suo sacerdozio in particolare a partire da tre parole del Signore. Innanzitutto questa: « Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga » (Gv 15, 16). La seconda parola è: « Il buon pastore offre la vita per le pecore » (Gv 10, 11). E finalmente: « Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore » (Gv 15, 9). In queste tre parole vediamo tutta l’anima del nostro Santo Padre. E’ realmente andato ovunque ed instancabilmente per portare frutto, un frutto che rimane. « Alzatevi, andiamo! », è il titolo del suo penultimo libro. « Alzatevi, andiamo! » – con queste parole ci ha risvegliato da una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi. « Alzatevi, andiamo! » dice anche oggi a noi. Il Santo Padre è stato poi sacerdote fino in fondo, perché ha offerto la sua vita a Dio per le sue pecore e per l’intera famiglia umana, in una donazione quotidiana al servizio della Chiesa e soprattutto nelle difficili prove degli ultimi mesi. Così è diventato una sola cosa con Cristo, il buon pastore che ama le sue pecore. E infine « rimanete nel mio amore »: Il Papa che ha cercato l’incontro con tutti, che ha avuto una capacità di perdono e di apertura del cuore per tutti, ci dice, anche oggi, con queste parole del Signore: Dimorando nell’amore di Cristo impariamo, alla scuola di Cristo, l’arte del vero amore.
Seguimi! Nel luglio 1958 comincia per il giovane sacerdote Karol Wojtyła una nuova tappa nel cammino con il Signore e dietro il Signore. Karol si era recato come di solito con un gruppo di giovani appassionati di canoa ai laghi Masuri per una vacanza da vivere insieme. Ma portava con sé una lettera che lo invitava a presentarsi al Primate di Polonia, Cardinale Wyszyński e poteva indovinare lo scopo dell’incontro: la sua nomina a Vescovo ausiliare di Cracovia. Lasciare l’insegnamento accademico, lasciare questa stimolante comunione con i giovani, lasciare il grande agone intellettuale per conoscere ed interpretare il mistero della creatura uomo, per rendere presente nel mondo di oggi l’interpretazione cristiana del nostro essere – tutto ciò doveva apparirgli come un perdere se stesso, perdere proprio quanto era divenuto l’identità umana di questo giovane sacerdote. Seguimi – Karol Wojtyła accettò, sentendo nella chiamata della Chiesa la voce di Cristo. E si è poi reso conto di come è vera la parola del Signore: « Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà » (Lc 17, 33). Il nostro Papa – lo sappiamo tutti – non ha mai voluto salvare la propria vita, tenerla per sé; ha voluto dare se stesso senza riserve, fino all’ultimo momento, per Cristo e così anche per noi. Proprio in tal modo ha potuto sperimentare come tutto quanto aveva consegnato nelle mani del Signore è ritornato in modo nuovo: l’amore alla parola, alla poesia, alle lettere fu una parte essenziale della sua missione pastorale e ha dato nuova freschezza, nuova attualità, nuova attrazione all’annuncio del Vangelo, proprio anche quando esso è segno di contraddizione.
Seguimi! Nell’ottobre 1978 il Cardinale Wojtyła ode di nuovo la voce del Signore. Si rinnova il dialogo con Pietro riportato nel Vangelo di questa celebrazione: « Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecorelle! » Alla domanda del Signore: Karol mi ami?, l’Arcivescovo di Cracovia rispose dal profondo del suo cuore: « Signore, tu sai tutto: Tu sai che ti amo ». L’amore di Cristo fu la forza dominante nel nostro amato Santo Padre; chi lo ha visto pregare, chi lo ha sentito predicare, lo sa. E così, grazie a questo profondo radicamento in Cristo ha potuto portare un peso, che va oltre le forze puramente umane: Essere pastore del gregge di Cristo, della sua Chiesa universale. Non è qui il momento di parlare dei singoli contenuti di questo Pontificato così ricco. Vorrei solo leggere due passi della liturgia di oggi, nei quali appaiono elementi centrali del suo annuncio. Nella prima lettura dice San Pietro – e dice il Papa con San Pietro – a noi: « In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è Signore di tutti » (Atti 10, 34-36). E, nella seconda lettura, San Paolo – e con San Paolo il nostro Papa defunto – ci esorta ad alta voce: « Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi » (Fil 4, 1).
Seguimi! Insieme al mandato di pascere il suo gregge, Cristo annunciò a Pietro il suo martirio. Con questa parola conclusiva e riassuntiva del dialogo sull’amore e sul mandato di pastore universale, il Signore richiama un altro dialogo, tenuto nel contesto dell’ultima cena. Qui Gesù aveva detto: « Dove vado io voi non potete venire ». Disse Pietro: « Signore, dove vai? ». Gli rispose Gesù: « Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi » (Gv 13, 33.36). Gesù dalla cena va alla croce, va alla risurrezione – entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. Adesso – dopo la risurrezione – è venuto questo momento, questo « più tardi ». Pascendo il gregge di Cristo, Pietro entra nel mistero pasquale, va verso la croce e la risurrezione. Il Signore lo dice con queste parole, « … quando eri più giovane… andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi » (Gv 21, 18). Nel primo periodo del suo pontificato il Santo Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle parole: « Un altro ti cingerà… ». E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla fine (cf Gv 13, 1).
Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: Il limite imposto al male « è in definitiva la divina misericordia » (« Memoria e identità », pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: « Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore…E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene » (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo.
Divina Misericordia: Il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina. Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente: « Ecco tua madre! ». Ed ha fatto come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere (eis ta idia: Gv 19, 27) – Totus tuus. E dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo.
Per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua della sua vita, il Santo Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed un’ultima volta ha dato la benedizione « Urbi et orbi ». Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre. Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen. 

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2012)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120405_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.
Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.
Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.
Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.
Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.
Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.
Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

IL CUORE (Benedetto XVI/Dentro la realtà, citazioni e commento)

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=262&id_n=7723

IL CUORE

LORENZO ALBACETE

Tracce N.3, Marzo 2007

Benedetto XVI/Dentro la realtà

Si presenta come sicuro e autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi quest’uomo del secolo ventunesimo. (…) Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto? (…) Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. È proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il “cuore”, che egli ha sempre necessità di essere “salvato”. E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perché più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale.
(Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2006)

Nel cuore di ogni uomo c’è, amici miei, il desiderio di una casa. Tanto più in un cuore giovane c’è il grande anelito a una casa propria, che sia solida, nella quale non soltanto si possa tornare con gioia, ma anche con gioia si possa accogliere ogni ospite che viene. È la nostalgia di una casa nella quale il pane quotidiano sia l’amore, il perdono, la necessità di comprensione, nella quale la verità sia la sorgente da cui sgorga la pace del cuore. È la nostalgia di una casa di cui si possa essere orgogliosi, di cui non ci si debba vergognare e della quale non si debba mai piangere il crollo. Questa nostalgia non è che il desiderio di una vita piena, felice, riuscita. Non abbiate paura di questo desiderio! Non lo sfuggite! Non vi scoraggiate alla vista delle case crollate, dei desideri vanificati, delle nostalgie svanite. Dio Creatore, che infonde in un giovane cuore l’immenso desiderio della felicità, non lo abbandona poi nella faticosa costruzione di quella casa che si chiama vita.
(Incontro coi giovani in Polonia, 27 maggio 2006)

È stato in occasione del messaggio Urbi et Orbi del Natale di quest’anno che papa Benedetto XVI ha sottolineato l’importanza del concetto biblico di “cuore”, concetto essenziale per comprendere il dramma della vita umana all’inizio di questo terzo millennio. La Chiesa proclama Gesù Cristo “Salvatore” del mondo, ma il Papa si chiedeva se gli uomini e le donne di oggi sperimentino o anche solo comprendano il bisogno di un Salvatore. Comprendere il concetto biblico di cuore è essenziale per intendere correttamente l’insegnamento del Papa riguardo al modo in cui la Chiesa prende parte al dramma dell’esistenza umana, così come viene vissuto ai nostri giorni.
Già in Deus caritas est Benedetto XVI aveva scritto: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia». Il contributo della fede cattolica è di determinare quell’«allargamento della ragione», ovvero «l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene» che permette a tutti di cogliere i bisogni umani in relazione alla totalità del reale. Senza questo contributo, le risposte ai bisogni umani – seppur animate dalle migliori intenzioni – degenerano in un’ideologia che «umilia l’uomo e disconosce proprio ciò che è più specificamente umano» (Deus caritas est, 28).
Come ha ripetutamente insegnato don Giussani fin dall’inizio, la pretesa cristiana non verrà compresa né darà alcun contributo culturale finché non saremo persuasi che «per incontrare Cristo [...] dobbiamo innanzitutto impostare seriamente il nostro problema umano» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano 2006, p. 84). Senza la consapevolezza di ciò che costituisce il cuore dell’uomo, in particolare il suo bisogno d’infinito – che è ciò che ci definisce come umani -, Gesù Cristo resta solo un nome. Le “soluzioni” al dramma della vita si trasformano presto in ideologie.
Di recente un amico ha osservato come qui «negli Stati Uniti sia più facile dire Gesù che dire cuore». Per quanto riguarda l’attuale campagna politica, per esempio, è chiaro come la religione continui a essere una delle sue componenti principali. Il “voto di Dio” continuerà a giocare un ruolo fondamentale per il suo esito finale. Da un lato, il Partito Repubblicano cerca di fare in modo di non perdere il sostegno della “destra cristiana”, dall’altro, i candidati del Partito Democratico ingaggiano società di consulenza che li facciano apparire in profonda sintonia con il linguaggio e coi valori delle comunità religiose. In questo contesto, è facile appellarsi agli insegnamenti di Gesù lasciando che la discussione rimanga sul piano moralistico. L’unico punto di riferimento che può aprire un varco in questa riduzione della proposta cristiana è il “cuore”, dove si sperimenta la natura e la vastità dell’umano bisogno di salvezza. È al livello più profondo dell’esistenza umana che umano e divino si incontrano, che la ragione trionfa sul sentimentalismo, la politica tocca la fede e nasce un’autentica cultura umana.

Publié dans:meditazioni, Papa Benedetto XVI |on 25 mars, 2015 |Pas de commentaires »

EROS, AGAPE, CARITAS: IL PAPA BENEDETTO SPIEGA L’AMORE

http://www.toscanaoggi.it/Dossier/Speciali/Benedetto-XVI/Enciclica-Deus-Caritas-est/Eros-agape-caritas-il-Papa-spiega-l-amore

EROS, AGAPE, CARITAS: IL PAPA SPIEGA L’AMORE

«Deus Caritas est» (Dio è amore) è il titolo della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, resa nota mercoledì 25 gennaio in Vaticano. Presentata in una edizione di 74 pagine, sin dal titolo si qualifica come «Enciclica sull’amore cristiano» ed è strutturata in due parti: nella prima («L’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza») il tema viene affrontato a partire dall’esperienza ed essenza dell’amore umano in rapporto a quello divino, che viene donato in maniera particolare in Cristo.

Eros, agape, caritas: il Papa spiega l’amore
26/01/2006 di Archivio Notizie

di Luigi Crimella
«Deus Caritas est» (Dio è amore) è il titolo della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, resa nota mercoledì 25 gennaio in Vaticano. Presentata in una edizione di 74 pagine, sin dal titolo si qualifica come «Enciclica sull’amore cristiano» ed è strutturata in due parti: nella prima («L’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza») il tema viene affrontato a partire dall’esperienza ed essenza dell’amore umano in rapporto a quello divino, che viene donato in maniera particolare in Cristo; nella seconda parte, dal titolo «L’esercizio dell’amore da parte della Chiesa quale Comunità d’amore», si analizzano la carità e l’impegno per la giustizia messi in atto dalla Chiesa sin dai primi secoli, quali forme concrete e comunitarie di risposta al comandamento di Gesù di amare tutti come fratelli.
Nella parte conclusiva, Benedetto XVI evidenzia alcuni insigni esempi di amore cristiano ad opera di Santi e Beati, che si sono tradotti in iniziative di promozione umana e di formazione cristiana.

DALL’«EROS» ALL’«AGAPE»
«Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in Lui»: queste parole del Vangelo di Giovanni aprono la prima, attesa Enciclica di Benedetto XVI; discussa in anticipo sull’uscita, in quanto alcune indiscrezioni della scorsa settimana ne avevano già fatto trapelare passaggi significativi, tra i quali quelli sul rapporto tra «eros» e «agape». «Nella mia prima Enciclica – scrive il Papa – desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri». Nella prima parte dell’Enciclica, il Papa ricorda ai fedeli e a tutti i suoi lettori la molteplicità di significati, e quindi la ricchezza semantica della parola «amore». Cita così l’amor di patria, l’amore tra amici, l’amore per il lavoro, quello tra genitori e figli, l’amore per il prossimo fino all’amore per Dio. Si sofferma, in particolare, sull«amore tra uomo e donna» in quanto – scrive – «archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono».
È a questo punto che Benedetto XVI richiama le critiche che vengono talora rivolte alla Chiesa: «La Chiesa – scrive, riferendosi tra l’altro anche al filosofo Nietzsche – con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?». Per Benedetto XVI, la risposta è molto profonda, e va oltre una limitata visione emozionale ed egoistica del sentimento umano più diffuso: «L’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende».

CORPO E ANIMA
L’uomo, composto «di corpo e di anima» diventa «veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità». Da ciò – per Benedetto XVI – deriva che «l’eros degradato a puro sesso diventa merce, una semplice cosa che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce». L’amore vero ha, quindi, necessità di «un cammino di ascesa e di purificazione»; necessità di «esclusività» e del suo essere «per sempre» in quanto «mira all’eternità». «L’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività (…) all’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa». L’amore è definito «estasi», intesa come«cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé».
Da questa dimensione di «agape», l’amore può poi scalare le vette dell’offerta totale e assoluta non solo a una persona, come è nella normalità del rapporto di coppia, ma a più persone fino all’intera umanità, come avviene nelle famiglie aperte alla vita e all’accoglienza e anche, in altro ambito, nella vocazione presbiterale o religiosa, facendosi «tutto a tutti». L’amore esige una intima compenetrazione e un profondo equilibrio tra corpo e anima, tra l’eros e l’agape, tra l’umano e il divino. Scrive il Papa: «L’uomo non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono». E la «sorgente» primordiale dell’amore è Dio.

LA DIMENSIONE DELLA CARITA’
L’esercizio della carità da parte della Chiesa poggia sulla verità – ricorda Benedetto XVI – che l’amore «è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma». Da qui sono venute, nel corso della storia, le varie forme di intervento caritativo ecclesiale, definite «espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo», con la sottolineatura che «la Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola». Benedetto XVI richiama – in un breve excursus storico – il sorgere della questione sociale, il nascere negli ultimi due secoli della «dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa», fino al confronto con il marxismo e alle Encicliche sociali. «L’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta», annota poi il Pontefice.

GLI ESEMPI DA SEGUIRE
I Santi sono coloro che hanno creduto che Dio è amore e che Lui «tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince». Ne ricorda diversi, da San Martino di Tours, che condivise il suo mantello con un povero, fino a Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, San Vincenzo de Paoli, Cottolengo, don Bosco, don Orione, Teresa di Calcutta. «I Santi – scrive il Papa – sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore».
Cos’è un enciclica
Quando si parla di enciclica si intende la «lettera circolare apostolica che il Papa indirizza ai vescovi e ai prelati di tutta la chiesa su argomenti di fede o di morale». Voce dotta, deriva dal latino ecclesiale epistola encyclica, «lettera circolare», dall’aggettivo greco enkyklios, «circolare» composto di en, «in» e kyklos, «cerchio»). La raccolta di queste lettere episcopali veniva chiamata Encyclia o Enkyclia: così ci riferisce Pelagio II in una sua lettera ai vescovi dell’Istria. Solo molto tardivamente il vocabolo enciclica ha ricevuto un significato specifico, indicando solo le più importanti comunicazioni che il Romano Pontefice indirizza a tutta la cristianità.
Nella Chiesa greca ancora oggi si chiamano encicliche le lettere che il Patriarca indirizza a tutto il patriarcato, quando riguardano questioni attinenti la propria chiesa e il proprio rito. Il primo Papa che riservò questa denominazione ad una determinata forma di lettera pontificia fu Benedetto XIV nella «Ubi primum» del 3 dicembre 1740 (Epistola encyclica et commonitoria ad omnes episcopos) riguardante i doveri e la funzione dei vescovi. Solitamente tutte le encicliche portano come titolo le parole iniziali del testo in lingua latina (che ancora oggi è la lingua ufficiale della Chiesa).
Lorella Pellis

Parola per parola
Eros
Dal greco éros. Nel mondo antico eros è l’amore inteso nella sua manifestazione diretta e passionale. È l’impulso d’amore che i Greci impersonarono in Eros, figlio di Afrodite, il dio che incarna il desiderio e la gioia che scaturisce dal desiderio stesso. La voce fu introdotta nelle lingue moderne da Freud (1856-1939) che utilizza correntemente eros come sinonimo di pulsione di vita.
Nella lingua dei cristiani il sostantivo conserva il suo significato in relazione all’amore fisico ma entra in rapporto anche con altri tipi di amore e di realtà dell’amore caratteristici dei Vangeli e poi della riflessione dei Padri della Chiesa. Le realtà fisiche vengono così sorpassate da quelle spirituali e la pulsione sessuale viene superata anche in direzione dell’agape.

Agape
Voce dotta dal latino agape, è il «banchetto collettivo e fraterno degli antichi cristiani». In realtà il termine è greco (agàpe) e si riferisce all’offerta che viene da Dio e che i cristiani devono condividere nell’amore fraterno. Il verbo greco agapao è il rispetto fraterno basato su benevolenza, sollecitudine e protezione. È piuttosto il verbo latino diligo che non l’amo.
In un primo tempo l’agape è il «pasto con eucarestia» ma dopo si differenzia e diventa il «pasto che si offre a chi non ne ha» ed è anche un momento conviviale che diventa l’occasione di riconoscersi fratelli.

Caritas
È l’affetto che si prova verso qualcun altro. In realtà il sostantivo significa in prima battuta il «prezzo alto» di qualcosa ed è perfettamente logico se si pensa che in genere rivolgiamo il nostro amore, affetto, tenerezza verso chi per noi vale molto. Il termine caritas non va reso in italiano con «carità» a differenza di quello che molti pensano. La parola italiana carità (dal latino caritate, «benevolenza, amore», da carus, «caro») è l’«amore di Dio e del prossimo, una delle tre virtù teologali», la «disposizione caratteristica di chi tende a comprendere e aiutare ogni persona», la «beneficenza» e l’«elemosina», la «cortesia» e il «favore».
Una curiosità riguarda la locuzione «carità pelosa», «carità non disinteressata». Non è chiara l’origine dell’espressione ma alcuni ipotizzano che alla base di tale «motto» ci sia il soccorso spirituale che intese prestare il pontefice a Giuliano il Bastardo, mentre guerreggiava, e consisteva in un anello con dentro la reliquia di alcuni peli della barba di San Pietro. Ovviamente si tratta di un’invenzione a posteriori. La locuzione «carità pelosa» va invece accostata al modo di dire «avere il cuore con tanto di pelo».
Lorella Pellis

 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120304_torrino.html

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN GIOVANNI BATTISTA DE LA SALLE AL TORRINO

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – II DOMENICA DI QUARESIMA ANNO B

Domenica, 4 marzo 2012

Cari fratelli e sorelle della Parrochia di San Giovanni Battista de La Salle!

Innanzitutto vorrei dire, con tutto il mio cuore, grazie per questa accoglienza così cordiale, calorosa. Grazie al buon Parroco per le sue belle parole, grazie per questo spirito di familiarità che trovo. Siamo realmente famiglia di Dio e il fatto che vedete nel Papa anche il papà, è per me una cosa molto bella che mi incoraggia! Ma adesso dobbiamo pensare che anche il Papa non è l’ultima istanza: l’ultima istanza è il Signore e guardiamo al Signore per percepire, per capire – in quanto possibile – qualcosa del messaggio di questa seconda Domenica della Quaresima.
La liturgia di questo giorno ci prepara sia al mistero della Passione – lo abbiamo sentito nella prima Lettura – sia alla gioia della Risurrezione.
La prima Lettura ci riferisce l’episodio in cui Dio mette alla prova Abramo (cfr Gen 22,1-18). Egli aveva un unico figlio, Isacco, natogli in vecchiaia. Era il figlio della promessa, il figlio che avrebbe dovuto portare poi la salvezza anche ai popoli. Ma un giorno Abramo riceve da Dio il comando di offrirlo in sacrificio. L’anziano patriarca si trova di fronte alla prospettiva di un sacrificio che per lui, padre, è certamente il più grande che si possa immaginare. Tuttavia non esita neppure un istante e, dopo aver preparato il necessario, parte insieme ad Isacco per il luogo stabilito. E possiamo immaginare questa camminata verso la cima del monte, che cosa sia successo nel suo cuore e nel cuore del figlio. Costruisce un altare, colloca la legna e, legato il ragazzo, afferra il coltello per immolarlo. Abramo si fida totalmente di Dio, da essere disposto anche a sacrificare il proprio figlio e, con il figlio, il futuro, perché senza figlio la promessa della terra era niente, finisce nel niente. E sacrificando il figlio sacrifica se stesso, tutto il suo futuro, tutta la promessa. È realmente un atto di fede radicalissimo. In questo momento viene fermato da un ordine dall’alto: Dio non vuole la morte, ma la vita, il vero sacrificio non dà morte, ma è la vita e l’obbedienza di Abramo è diventa fonte di una immensa benedizione fino ad oggi. Lasciamo questo, ma possiamo meditare questo mistero.
Nella seconda Lettura, san Paolo afferma che Dio stesso ha compiuto un sacrificio: ci ha dato il suo proprio Figlio, lo ha donato sulla Croce per vincere il peccato e la morte, per vincere il maligno e per superare tutta la malizia che esiste nel mondo. E questa straordinaria misericordia di Dio suscita l’ammirazione dell’Apostolo e una profonda fiducia nella forza dell’amore di Dio per noi; afferma, infatti san Paolo: «[Dio], che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?» (Rm 8,32). Se Dio dà se stesso nel Figlio, ci dà tutto. E Paolo insiste sulla potenza del sacrificio redentore di Cristo contro ogni altro potere che può insidiare la nostra vita. Egli si chiede: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi ci condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!» (vv. 33-34). Noi siamo nel cuore di Dio, questa è la nostra grande fiducia. Questo crea amore e nell’amore andiamo verso Dio. Se Dio ha donato il proprio Figlio per tutti noi, nessuno potrà accusarci, nessuno potrà condannarci, nessuno potrà separarci dal suo immenso amore. Proprio il sacrificio supremo di amore sulla Croce, che il Figlio di Dio ha accettato e scelto volontariamente, diventa fonte della nostra giustificazione, della nostra salvezza. E pensiamo che nella Sacra Eucaristia è sempre presente questo atto del Signore che nel suo cuore rimane in eterno, e questo atto del suo cuore ci attira, ci unisce con se stesso.
Finalmente, il Vangelo ci parla dell’episodio della trasfigurazione (cfr Mc 9,2-10): Gesù si manifesta nella sua gloria prima del sacrificio della Croce e Dio Padre lo proclama suo Figlio prediletto, l’amato, e invita i discepoli ad ascoltarlo. Gesù sale su un alto monte e prende con sé tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni –, che gli saranno particolarmente vicini nell’estrema agonia, su un altro monte, quello degli Ulivi. Da poco il Signore aveva annunciato la sua passione e Pietro non era riuscito a capire perché il Signore, il Figlio di Dio, parlasse di sofferenza, di rifiuto, di morte, di croce, anzi si era opposto con decisione a questa prospettiva. Ora Gesù prende con sé i tre discepoli per aiutarli a comprendere che la strada per giungere alla gloria, la strada dell’amore luminoso che vince le tenebre, passa attraverso il dono totale di sé, passa attraverso lo scandalo della Croce. E il Signore sempre di nuovo deve prendere con sé anche noi, almeno per cominciare a capire che questo è il cammino necessario. La trasfigurazione è un momento anticipato di luce che aiuta anche noi a guardare alla passione di Gesù con lo sguardo della fede. Essa, sì, è un mistero di sofferenza, ma è anche la «beata passione» perché è – nel nucleo – un mistero di amore straordinario di Dio; è l’esodo definitivo che ci apre la porta verso la libertà e la novità della Risurrezione, della salvezza dal male. Ne abbiamo bisogno nel nostro cammino quotidiano, spesso segnato anche dal buio del male!
Cari fratelli e sorelle! Come ho già detto, sono molto lieto di essere in mezzo a voi, oggi, per celebrare il Giorno del Signore. Saluto cordialmente il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, il vostro Parroco, don Giampaolo Perugini, che ringrazio, ancora una volta, per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi e anche per i graditi doni che mi avete offerto. Saluto i Vicari Parrocchiali. E saluto le Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, qui presenti da tanti anni, particolarmente benemerite per la vita di questa parrocchia, che ha trovato pronta e generosa ospitalità nella loro casa nei primi tre anni di vita. Estendo poi il mio saluto ai Fratelli delle Scuole Cristiane, naturalmente affezionati a questa chiesa parrocchiale che porta il nome del loro Fondatore. Saluto, inoltre, quanti sono attivi nell’ambito della Parrocchia: mi riferisco ai catechisti, ai membri delle Associazioni e dei Movimenti, come pure dei diversi gruppi parrocchiali. Vorrei infine estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà.
Venendo oggi in mezzo a voi, ho notato la particolare posizione di questa chiesa, posta nel punto più alto del quartiere, e dotata di un campanile slanciato, quasi un dito o una freccia verso il cielo. Mi pare sia questa una indicazione importante: come i tre apostoli del Vangelo, anche noi abbiamo bisogno di salire sul monte della trasfigurazione per ricevere la luce di Dio, perché il suo Volto illumini il nostro volto. Ed è nella preghiera personale e comunitaria che noi incontriamo il Signore non come un’idea, o come una proposta morale, ma come una Persona che vuole entrare in rapporto con noi, che vuole essere amico e vuole rinnovare la nostra vita per renderla come la sua. E questo incontro non è solo un fatto personale; questa vostra chiesa posta nel punto più alto del quartiere vi ricorda che il Vangelo deve essere comunicato, annunciato a tutti. Non aspettiamo che altri vengano a portare messaggi diversi, che non conducono alla vera vita, fatevi voi stessi missionari di Cristo ai fratelli là dove vivono, lavorano, studiano o soltanto trascorrono il tempo libero. Conosco le tante e significative opere di evangelizzazione che state attuando, in particolare attraverso l’oratorio chiamato «Stella polare», – sono felice di portare anche questa camicia [la maglietta dell’oratorio] – dove, grazie al volontariato di persone competenti e generose e con il coinvolgimento delle famiglie, si favorisce l’aggregazione dei ragazzi attraverso l’attività sportiva, senza trascurare però la formazione culturale, attraverso l’arte e la musica, e soprattutto si educa al rapporto con Dio, ai valori cristiani e ad una sempre più consapevole partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale.
Mi rallegro che il senso di appartenenza alla comunità parrocchiale sia venuto sempre più maturando e consolidandosi nel corso degli anni. La fede va vissuta insieme e la parrocchia è un luogo in cui si impara a vivere la propria fede nel «noi» della Chiesa. E desidero incoraggiarvi affinché cresca anche la corresponsabilità pastorale, in una prospettiva di autentica comunione fra tutte le realtà presenti, che sono chiamate a camminare insieme, a vivere la complementarietà nella diversità, a testimoniare il «noi» della Chiesa, della famiglia di Dio. Conosco l’impegno che mettete nella preparazione dei ragazzi e dei giovani ai Sacramenti della vita cristiana. Il prossimo «Anno della fede» sia un’occasione propizia anche per questa parrocchia per far crescere e consolidare l’esperienza della catechesi sulle grandi verità della fede cristiana, in modo da permettere a tutto il quartiere di conoscere e approfondire il Credo della Chiesa, e superare quell’«analfabetismo religioso» che è uno dei più grandi problemi del nostro oggi.
Cari amici! La vostra è una comunità giovane – si vede -costituita da famiglie giovani, e tanti sono, grazie a Dio, i bambini e i ragazzi che la popolano. A questo proposito, vorrei ricordare il compito della famiglia e dell’intera comunità cristiana di educare alla fede, aiutati in ciò dal tema del corrente anno pastorale, dagli orientamenti pastorali proposti dalla Conferenza Episcopale Italiana e senza dimenticare il profondo e sempre attuale insegnamento di san Giovanni Battista de La Salle. In particolare, care famiglie, voi siete l’ambiente di vita in cui si muovono i primi passi della fede; siate comunità in cui si impara a conoscere ed amare sempre di più il Signore, comunità in cui ci si arricchisce a vicenda per vivere una fede veramente adulta.
Vorrei, infine, richiamare a voi tutti l’importanza e la centralità dell’Eucaristia nella vita personale e comunitaria. La santa Messa sia al centro della vostra Domenica, che va riscoperta e vissuta come giorno di Dio e della comunità, giorno in cui lodare e celebrare Colui che è morto e risorto per la nostra salvezza, giorno in cui vivere insieme nella gioia di una comunità aperta e pronta ad accogliere ogni persona sola o in difficoltà. Riuniti attorno all’Eucaristia, infatti, avvertiamo più facilmente come la missione di ogni comunità cristiana sia quella di recare il messaggio dell’amore di Dio a tutti gli uomini. Ecco perché è importante che l’Eucaristia sia sempre il cuore della vita dei fedeli, come lo è quest’oggi.
Cari fratelli e sorelle! Dal Tabor, il monte della Trasfigurazione, l’itinerario quaresimale ci conduce fino al Golgota, monte del supremo sacrificio di amore dell’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza. In quel sacrificio è racchiusa la più grande forza di trasformazione dell’uomo e della storia. Assumendo su di sé ogni conseguenza del male e del peccato, Gesù è risorto il terzo giorno come vincitore della morte e del Maligno. La Quaresima ci prepara a partecipare personalmente a questo grande mistero della fede, che celebreremo nel Triduo della passione, morte e risurrezione di Cristo. Alla Vergine Maria affidiamo il nostro cammino quaresimale, come quello della Chiesa intera. Ella, che ha seguito il suo Figlio Gesù fino alla Croce, ci aiuti ad essere discepoli fedeli di Cristo, cristiani maturi, per poter partecipare insieme con Lei alla pienezza della gioia pasquale. Amen!

 

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