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Uultima udienza Benedetto XVI: « Non abbandono la croce »

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Publié dans:PAPA BENEDETTO DIMISSIONI |on 2 mars, 2015 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto: Lo Spirito e l’«abbà» dei credenti (Gal 4, 6-7; Rm 8, 14-17) (23.5.12)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120523_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 23 maggio 2012

Lo Spirito e l’«abbà» dei credenti (Gal 4, 6-7; Rm 8, 14-17)

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso ho mostrato come san Paolo dice che lo Spirito Santo è il grande maestro della preghiera e ci insegna a rivolgerci a Dio con i termini affettuosi dei figli, chiamandolo «Abbà, Padre». Così ha fatto Gesù; anche nel momento più drammatico della sua vita terrena, Egli non ha mai perso la fiducia nel Padre e lo ha sempre invocato con l’intimità del Figlio amato. Al Getsemani, quando sente l’angoscia della morte, la sua preghiera è: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Sin dai primi passi del suo cammino, la Chiesa ha accolto questa invocazione e l’ha fatta propria, soprattutto nella preghiera del Padre nostro, in cui diciamo quotidianamente: «Padre… sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,9-10). Nelle Lettere di san Paolo la ritroviamo due volte. L’Apostolo, lo abbiamo sentito ora, si rivolge ai Galati con queste parole: «E che voi siete figli lo prova che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida in noi: Abbà! Padre!» (Gal 4,6). E al centro di quel canto allo Spirito che è il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, san Paolo afferma: «E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15). Il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama. Queste due dense affermazioni ci parlano dell’invio e dell’accoglienza dello Spirito Santo, il dono del Risorto, che ci rende figli in Cristo, il Figlio Unigenito, e ci colloca in una relazione filiale con Dio, relazione di profonda fiducia, come quella dei bambini; una relazione filiale analoga a quella di Gesù, anche se diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima; grazie a questi due sacramenti siamo immersi nel Mistero pasquale di Cristo. Lo Spirito Santo è il dono prezioso e necessario che ci rende figli di Dio, che realizza quella adozione filiale a cui sono chiamati tutti gli esseri umani perché, come precisa la benedizione divina della Lettera agli Efesini, Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).
Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola «padre» con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera, perché la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi. Da Gesù stesso, dal suo rapporto filiale con Dio, possiamo imparare che cosa significhi propriamente «padre», quale sia la vera natura del Padre che è nei cieli. Critici della religione hanno detto che parlare del «Padre», di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità. Pensiamo alla parola di Gesù nel sermone della montagna dove dice: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). È proprio l’amore di Gesù, il Figlio Unigenito – che giunge al dono di se stesso sulla croce – che ci rivela la vera natura del Padre: Egli è l’Amore, e anche noi, nella nostra preghiera di figli, entriamo in questo circuito di amore, amore di Dio che purifica i nostri desideri, i nostri atteggiamenti segnati dalla chiusura, dall’autosufficienza, dall’egoismo tipici dell’uomo vecchio.
Potremmo quindi dire che in Dio l’essere Padre ha due dimensioni. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui. Quando nel Libro della Genesi si dice che l’essere umano è creato a immagine di Dio (cfr 1,27), si vuole esprimere proprio questa realtà: Dio è il nostro padre, per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome. E una parola nei Salmi mi tocca sempre quando la prego: «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73). Ognuno di noi può dire, in questa bella immagine, la relazione personale con Dio: «Le tue mani mi hanno plasmato. Tu mi hai pensato e creato e voluto». Ma questo non basta ancora. Lo Spirito di Cristo ci apre ad una seconda dimensione della paternità di Dio, oltre la creazione, poiché Gesù è il «Figlio» in senso pieno, «della stessa sostanza del Padre», come professiamo nel Credo. Diventando un essere umano come noi, con l’Incarnazione, la Morte e la Risurrezione, Gesù a sua volta ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio. Certo il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita. E’ questa realtà fondamentale che ci viene dischiusa quando ci apriamo allo Spirito Santo ed Egli ci fa rivolgere a Dio dicendogli «Abbà!», Padre. Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti, siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova.
Ma vorrei adesso ritornare ai due brani di san Paolo che stiamo considerando circa questa azione dello Spirito Santo nella nostra preghiera; anche qui sono due passi che si corrispondono, ma contengono una diversa sfumatura. Nella Lettera ai Galati, infatti, l’Apostolo afferma che lo Spirito grida in noi «Abbà! Padre!»; nella Lettera ai Romani dice che siamo noi a gridare «Abbà! Padre!». E San Paolo vuole farci comprendere che la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un «agire nostro», ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo. Noi non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori. Quindi la prima iniziativa viene da Dio, e con il Battesimo, di nuovo Dio agisce in noi, lo Spirito Santo agisce in noi; è il primo iniziatore della preghiera perché possiamo poi realmente parlare con Dio e dire “Abbà” a Dio. Quindi la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa.
Inoltre comprendiamo, questo è il secondo punto, che la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa. Nel pregare si apre il nostro cuore, entriamo in comunione non solo con Dio, ma proprio con tutti i figli di Dio, perché siamo una cosa sola. Quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli. Chi parla con Dio non è solo. Siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza -, ma la melodia di lode è unica e in armonia. Ogni volta, allora, che gridiamo e diciamo: «Abbà! Padre!» è la Chiesa, tutta la comunione degli uomini in preghiera che sostiene la nostra invocazione e la nostra invocazione è invocazione della Chiesa. Questo si riflette anche nella ricchezza dei carismi, dei ministeri, dei compiti, che svolgiamo nella comunità. San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). La preghiera guidata dallo Spirito Santo, che ci fa dire «Abbà! Padre!» con Cristo e in Cristo, ci inserisce nell’unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto.
Un’ultima annotazione: noi impariamo a gridare «Abba!, Padre!» anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del «sì» di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: «ecco, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).
Cari fratelli e sorelle, impariamo a gustare nella nostra preghiera la bellezza di essere amici, anzi figli di Dio, di poterlo invocare con la confidenza e la fiducia che ha un bambino verso i genitori che lo amano. Apriamo la nostra preghiera all’azione dello Spirito Santo perché in noi gridi a Dio «Abbà! Padre!» e perché la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Grazie.

BENEDETTO XVI: L’ANNO DELLA FEDE. LE VIE CHE PORTANO ALLA CONOSCENZA DI DIO (ho scelto una catechesi…

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20121114_it.html

(ho scelto una catechesi del Papa per essere vicino a Lui che si accinge ad affrontare un diverso cammino nel silenzio e nella preghiera)

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 14 NOVEMBRE 2012

L’ANNO DELLA FEDE. LE VIE CHE PORTANO ALLA CONOSCENZA DI DIO

Cari fratelli e sorelle,

mercoledì scorso abbiamo riflettuto sul desiderio di Dio che l’essere umano porta nel profondo di se stesso. Oggi vorrei continuare ad approfondire questo aspetto meditando brevemente con voi su alcune vie per arrivare alla conoscenza di Dio. Vorrei ricordare, però, che l’iniziativa di Dio precede sempre ogni iniziativa dell’uomo e, anche nel cammino verso di Lui, è Lui per primo che ci illumina, ci orienta e ci guida, rispettando sempre la nostra libertà. Ed è sempre Lui che ci fa entrare nella sua intimità, rivelandosi e donandoci la grazia per poter accogliere questa rivelazione nella fede. Non dimentichiamo mai l’esperienza di sant’Agostino: non siamo noi a possedere la Verità dopo averla cercata, ma è la Verità che ci cerca e ci possiede.
Tuttavia ci sono delle vie che possono aprire il cuore dell’uomo alla conoscenza di Dio, ci sono dei segni che conducono verso Dio. Certo, spesso rischiamo di essere abbagliati dai luccichii della mondanità, che ci rendono meno capaci di percorrere tali vie o di leggere tali segni. Dio, però, non si stanca di cercarci, è fedele all’uomo che ha creato e redento, rimane vicino alla nostra vita, perché ci ama. E’ questa una certezza che ci deve accompagnare ogni giorno, anche se certe mentalità diffuse rendono più difficile alla Chiesa e al cristiano comunicare la gioia del Vangelo ad ogni creatura e condurre tutti all’incontro con Gesù, unico Salvatore del mondo. Questa, però, è la nostra missione, è la missione della Chiesa e ogni credente deve viverla gioiosamente, sentendola come propria, attraverso un’esistenza animata veramente dalla fede, segnata dalla carità, dal servizio a Dio e agli altri, e capace di irradiare speranza. Questa missione splende soprattutto nella santità a cui tutti siamo chiamati.
Oggi – lo sappiamo – non mancano le difficoltà e le prove per la fede, spesso poco compresa, contestata, rifiutata. San Pietro diceva ai suoi cristiani: «Siate sempre pronti a rispondere, ma con dolcezza e rispetto, a chiunque vi chiede conto della speranza che è nei vostri cuori» (1 Pt 3,15). Nel passato, in Occidente, in una società ritenuta cristiana, la fede era l’ambiente in cui si muoveva; il riferimento e l’adesione a Dio erano, per la maggioranza della gente, parte della vita quotidiana. Piuttosto era colui che non credeva a dover giustificare la propria incredulità. Nel nostro mondo, la situazione è cambiata e sempre di più il credente deve essere capace di dare ragione della sua fede. Il beato Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Fides et ratio, sottolineava come la fede sia messa alla prova anche nell’epoca contemporanea, attraversata da forme sottili e capziose di ateismo teorico e pratico (cfr nn. 46-47). Dall’Illuminismo in poi, la critica alla religione si è intensificata; la storia è stata segnata anche dalla presenza di sistemi atei, nei quali Dio era considerato una mera proiezione dell’animo umano, un’illusione e il prodotto di una società già falsata da tante alienazioni. Il secolo scorso poi ha conosciuto un forte processo di secolarismo, all’insegna dell’autonomia assoluta dell’uomo, considerato come misura e artefice della realtà, ma impoverito del suo essere creatura «a immagine e somiglianza di Dio». Nei nostri tempi si è verificato un fenomeno particolarmente pericoloso per la fede: c’è infatti una forma di ateismo che definiamo, appunto, «pratico», nel quale non si negano le verità della fede o i riti religiosi, ma semplicemente si ritengono irrilevanti per l’esistenza quotidiana, staccati dalla vita, inutili. Spesso, allora, si crede in Dio in modo superficiale, e si vive «come se Dio non esistesse» (etsi Deus non daretur). Alla fine, però, questo modo di vivere risulta ancora più distruttivo, perché porta all’indifferenza verso la fede e verso la questione di Dio.
In realtà, l’uomo, separato da Dio, è ridotto a una sola dimensione, quella orizzontale, e proprio questo riduzionismo è una delle cause fondamentali dei totalitarismi che hanno avuto conseguenze tragiche nel secolo scorso, come pure della crisi di valori che vediamo nella realtà attuale. Oscurando il riferimento a Dio, si è oscurato anche l’orizzonte etico, per lasciare spazio al relativismo e ad una concezione ambigua della libertà, che invece di essere liberante finisce per legare l’uomo a degli idoli. Le tentazioni che Gesù ha affrontato nel deserto prima della sua missione pubblica, rappresentano bene quegli «idoli» che affascinano l’uomo, quando non va oltre se stesso. Se Dio perde la centralità, l’uomo perde il suo posto giusto, non trova più la sua collocazione nel creato, nelle relazioni con gli altri. Non è tramontato ciò che la saggezza antica evoca con il mito di Prometeo: l’uomo pensa di poter diventare egli stesso «dio», padrone della vita e della morte.
Di fronte a questo quadro, la Chiesa, fedele al mandato di Cristo, non cessa mai di affermare la verità sull’uomo e sul suo destino. Il Concilio Vaticano II afferma sinteticamente così: «La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da Lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore» (Cost. Gaudium et spes, 19).
Quali risposte, allora è chiamata a dare la fede, con «dolcezza e rispetto», all’ateismo, allo scetticismo, all’indifferenza verso la dimensione verticale, affinché l’uomo del nostro tempo possa continuare ad interrogarsi sull’esistenza di Dio e a percorrere le vie che conducono a Lui? Vorrei accennare ad alcune vie, che derivano sia dalla riflessione naturale, sia dalla stessa forza della fede. Le vorrei molto sinteticamente riassumere in tre parole: il mondo, l’uomo, la fede.
La prima: il mondo. Sant’Agostino, che nella sua vita ha cercato lungamente la Verità ed è stato afferrato dalla Verità, ha una bellissima e celebre pagina, in cui afferma così: «Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria rarefatta e dovunque espansa; interroga la bellezza del cielo…, interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode. Ora queste creature così belle, ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è la bellezza in modo immutabile?» (Sermo 241, 2: PL 38, 1134). Penso che dobbiamo recuperare e far recuperare all’uomo d’oggi la capacità di contemplare la creazione, la sua bellezza, la sua struttura. Il mondo non è un magma informe, ma più lo conosciamo e più ne scopriamo i meravigliosi meccanismi, più vediamo un disegno, vediamo che c’è un’intelligenza creatrice. Albert Einstein disse che nelle leggi della natura «si rivela una ragione così superiore che tutta la razionalità del pensiero e degli ordinamenti umani è al confronto un riflesso assolutamente insignificante» (Il Mondo come lo vedo io, Roma 2005). Una prima via, quindi, che conduce alla scoperta di Dio è il contemplare con occhi attenti la creazione.
La seconda parola: l’uomo. Sempre sant’Agostino, poi, ha una celebre frase in cui dice che Dio è più intimo a me di quanto lo sia io a me stesso (cfr Confessioni III, 6, 11). Da qui egli formula l’invito: «Non andare fuori di te, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità» (De vera religione, 39, 72). Questo è un altro aspetto che noi rischiamo di smarrire nel mondo rumoroso e dispersivo in cui viviamo: la capacità di fermarci e di guardare in profondità in noi stessi e leggere quella sete di infinito che portiamo dentro, che ci spinge ad andare oltre e rinvia a Qualcuno che la possa colmare. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma così: «Con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all’infinito e alla felicità, l’uomo si interroga sull’esistenza di Dio» (n. 33).
La terza parola: la fede. Soprattutto nella realtà del nostro tempo, non dobbiamo dimenticare che una via che conduce alla conoscenza e all’incontro con Dio è la vita della fede. Chi crede è unito a Dio, è aperto alla sua grazia, alla forza della carità. Così la sua esistenza diventa testimonianza non di se stesso, ma del Risorto, e la sua fede non ha timore di mostrarsi nella vita quotidiana, è aperta al dialogo che esprime profonda amicizia per il cammino di ogni uomo, e sa aprire luci di speranza al bisogno di riscatto, di felicità, di futuro. La fede, infatti, è incontro con Dio che parla e opera nella storia e che converte la nostra vita quotidiana, trasformando in noi mentalità, giudizi di valore, scelte e azioni concrete. Non è illusione, fuga dalla realtà, comodo rifugio, sentimentalismo, ma è coinvolgimento di tutta la vita ed è annuncio del Vangelo, Buona Notizia capace di liberare tutto l’uomo. Un cristiano, una comunità che siano operosi e fedeli al progetto di Dio che ci ha amati per primo, costituiscono una via privilegiata per quanti sono nell’indifferenza o nel dubbio circa la sua esistenza e la sua azione. Questo, però, chiede a ciascuno di rendere sempre più trasparente la propria testimonianza di fede, purificando la propria vita perché sia conforme a Cristo. Oggi molti hanno una concezione limitata della fede cristiana, perché la identificano con un mero sistema di credenze e di valori e non tanto con la verità di un Dio rivelatosi nella storia, desideroso di comunicare con l’uomo a tu per tu, in un rapporto d’amore con lui. In realtà, a fondamento di ogni dottrina o valore c’è l’evento dell’incontro tra l’uomo e Dio in Cristo Gesù. Il Cristianesimo, prima che una morale o un’etica, è avvenimento dell’amore, è l’accogliere la persona di Gesù. Per questo, il cristiano e le comunità cristiane devono anzitutto guardare e far guardare a Cristo, vera Via che conduce a Dio.

IL TESTAMENTO DI BENEDETTO XVI: « IL SIGNORE MI CHIAMA A SALIRE SUL MONTE … NON ABBANDONO LA CROCE »

http://www.zenit.org/it/articles/il-testamento-di-benedetto-xvi

IL TESTAMENTO DI BENEDETTO XVI

« IL SIGNORE MI CHIAMA A SALIRE SUL MONTE … NON ABBANDONO LA CROCE »

ROMA, 28 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG) PADRE GIUSEPPE BUONO, PIME

Vorrei invitare a riflettere ancora sulle due ultime fortissime meditazioni di Benedetto XVI: quella dell’ultimo suo Angelus dalla finestra del suo studio a mezzogirono di domenica 24 febbraio e quella dell’ultima udienza in Piazza San Pietro la mattina del 27 febbraio.
All’Angelus ero a rappresentare la Comunità Missionaria; all’ultima Udienza Generale c’era anche Patrizia Pelosi : non POTEVAMO MANCARE! Un’ora prima dell’Angelus ero nello studio del nostro cardinale Robert Sarah: preghiamo molto per lui come lui mi ha chiesto di parteciparvi una sua benedizione particolare…
Della meditazione all’Angelus mi ha colpito al cuore, cioè ha dato sfogo alle mie lacrime, che non escono facilmente, questa affermazione di Benedetto XVI detta con voce ferma anche se emozionata: “Il Signore mi chiama a salire sul monte”. Era la seconda domenica di Quaresima e il Vangelo ricordava la Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor per ricordarci che anche noi siamo invitati a salire sul monte per incontrare nell’intimità il Dio Trinità che, solo, trasfigura tutta la nostra storia in una storia di bellezza, di luce, di gioia. Poi nella stupenda meditazione dell’ultima Udienza Generale in Piazza San Pietro, la mattina del 27 febbraio, una lunga, densa e intensa riflessione sulla Chiesa che è di Cristo, anche se affidata a Pietro e agli apostoli. Ha ricordato il motivo soprannaturale della sua rinuncia al primato petrino. La voce era fioca ma decisa e precisa e Benedetto XVI ha scandito: “Io non abbandono la Croce!”.
Noi che abbiamo in qualche modo nei convegni al Centro Internazionale di Animazione Missionaria, sul prato in alto, di fronte alla finestra dello studio di Benedetto XVI, vegliato guardando la finestra illuminata e pregato per lui e per tutta la Chiesa il Rosario, proprio noi dobbiamo accogliere queste due affermazioni come programma permanente della nostra vita cristiana realizzata nella missione comunque e dovunque si manifesti a noi giorno per giorno?
Allora la missione della Chiesa ci invita sempre a salire monte con Gesù, ad essere trasfigurati dalla sua Parola, a contemplare e pregare perché la missione è opera dello Spirito Santo e noi dobbiamo saperla discernere negli eventi quotidiani e nelle culture umane e lì innestare il Vangelo di Dio, che è Gesù Cristo.
E’ il nostro ulteriore cammino quaresimale, ma da compiere ora con la consapevolezza dell’amore di Benedetto XVI a Cristo, alla Chiesa, alle anime fino a scomparire pur restando accanto alla croce e nel cuore della Chiesa.
Le conclusione delle due meditazioni Angelus e Udienza, sotto tutte e due mariane, naturalmente!
“Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa” (Angelus).
“Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia” (Udienza Generale).

Publié dans:PAPA BENEDETTO DIMISSIONI |on 28 février, 2013 |Pas de commentaires »

« La roccia solida nella talora tempestosa risacca dello spirito dei tempi » – Predica di monsignor Robert Zollitsch…

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« La roccia solida nella talora tempestosa risacca dello spirito dei tempi »

Predica di monsignor Robert Zollitsch nella messa di ringraziamento celebrata oggi nella chiesa di Santa Maria in Traspontina

Roma, 27 Febbraio 2013 (Zenit.orgDBK PM)

Predica del Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, Arcivescovo Dr. Robert Zollitsch, nella messa di ringraziamento al termine del Pontificato di Papa Benedetto XVI, celebrata oggi nella chiesa di Santa Maria in Traspontina a Roma.
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Jer18,18-20; Mt 20,17-28

…mostrare a tutti che Dio è il Dio della pace della libertà e della concordia“

Care sorelle e cari fratelli nella comunione di fede!

1. C’era una moltitudine di persone il 19 aprile 2005 qui a Roma, ma anche in tutto il mondo davanti agli apparecchi televisivi, intente a osservare il comignolo posto sul tetto della Cappella Sistina. Tutti sentivano che stavano per assistere a un evento d’importanza mondiale. E la fumata liberatoria arrivò – prima del previsto – la sera del martedì, per annunciarci che avevamo un nuovo Papa. Molti restarono sorpresi – io pure. Non perché l’eletto era il Cardinale Joseph Ratzinger, ma perché era il primo tedesco a salire sulla cattedra di Pietro dopo 482 anni. Al contempo è stato il primo nuovo Papa del XXI secolo – un’epoca caratterizzata da grandi rivolgimenti sociali ed enormi progressi scientifici e tecnici e un avvicinamento della famiglia umana mai visto prima. Poche ore dopo l’ultima udienza generale del nostro Santo Padre e un giorno prima del suo commiato, siamo ora qui riuniti in questa funzione religiosa per ringraziare il Signore e volgere uno sguardo retrospettivo sul Pontificato di Papa Benedetto XVI.
2. Già il 24 aprile 2005, nell’omelia della messa d’insediamento in Piazza San Pietro Papa Benedetto XVI ha indicato quanto riteneva decisivo ed essenziale nello svolgimento del suo ministero di così grande responsabilità: ”mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia.” Con questo atteggiamento interiore e con grande fiducia in Dio ha risposto all’esortazione del risorto a svolgere il suo servizio “quale umile lavoratore nella vigna del Signore”, nella certezza piena di speranza che è Cristo stesso a guidare e sostenere in ogni istante lui e la Chiesa cattolica. Ispirato da questa fiducia nella vicinanza e nell’amore di Dio Joseph Ratzinger ha vissuto e operato una vita intera: per molti anni ha insegnato teologia e fino ad oggi ha scritto numerosi libri, è stato nominato Arcivescovo di Monaco e Frisinga, e dopo poco tempo fu chiamato in Vaticano, dove ha svolto il suo compito di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede con grande energia e dedizione. Poi è stato eletto al soglio pontificio: un grande teologo, ispirato e formato dal Concilio Vaticano Secondo, cui ha partecipato quale consigliere del Cardinale Frings e come teologo conciliare. È quindi comprensibile che pochi giorni fa Papa Benedetto XVI si sia congedato dal suo clero romano con un bilancio molto personale di questo Concilio, distinguendo tra un “Concilio dei Padri – il vero Concilio – e un Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questo Concilio dei media,” ha detto letteralmente Papa Benedetto XVI. “Oggi, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come il vero Concilio appaia con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito, proprio in questo Anno della fede, lavorare perché il vero Concilio con la sua forza dello Spirito Santo si realizzi e sia realmente rinnovata la Chiesa.” Care sorelle e cari fratelli, a questo compito si è dedicato negli ultimi otto anni con tutta la sua forza Papa Benedetto XVI, non solo per difendere la Chiesa di Gesù Cristo, bensì anche per rinnovarla e farla risplendere qui e oggi nella forza dello Spirito Santo.
3. I testi della Sacra Scrittura di oggi contengono affermazioni che possiamo  inaspettatamente leggere e interpretare riferendoli al servizio e all’operato del Santo Padre. Già allora – al tempo del profeta Geremia – si levava la protesta contro la parola del Signore, come abbiamo sentito nella lettura. Per quanto grandi possano essere le proteste, i rifiuti, le incomprensioni e il disinteresse che la nostra fede attualmente vive, anche Papa Benedetto XVI conosce bene tutto ciò: così come i tentativi di confinare la fede nella sfera privata, e, non per ultimo, le terribili persecuzioni dei cristiani in molti paesi della terra. Ciononostante PapaBenedetto XVI non si è mai stancato di ripetere senza sosta, al momento giusto ma anche in quello meno opportuno, la verità che viene da Dio. In un tempo di enormi rivolgimenti sociali in cui i vecchi valori cominciano a vacillare e a scomparire, il nostro Santo Padre era ed è la roccia solida nella talora tempestosa risacca dello spirito dei tempi. Egli, che si è impegnato con indomito coraggio a favore dell’inviolabilità della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali della persona, milita con determinazione per una “cultura della vita”. E quindi vale anche per Papa Benedetto XVI ciò che viene detto del Profeta Geremia: Egli è un sacerdote che, dotato di doti profetiche, grande saggezza e straordinaria fiducia in Dio, ha riconosciuto i segni dei tempi e li avvicina all’azione di Dio. Un predicatore cui riesce sempre in modo eccellente a trasportare nel qui e oggi le parole della Sacra Scrittura, perché è vicino agli uomini e al cuore di Dio.
4. Nei numerosi incontri con il Santo Padre sono stato io stesso colpito dal modo con cui egli si rivolge alle persone, da come le ascolta, con una totale presenza verso il suo interlocutore. Su cosa poggia questo atteggiamento di attenzione e stima? Ne troviamo una chiave nel dialogo di Gesù con i figli di Zebedeo che abbiamo appena sentito nel Vangelo: „Voi sapete che i capi delle nazioni le governano da padroni, e i grandi esercitano il potere sopra di esse. Ma tra voi non sarà così; al contrario, chi vorrà tra voi diventare grande, sarà vostro servo; perché anche il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire.” Oggi possiamo ascoltare queste parole di Gesù riferendole al papato, così come lo intende e lo ha vissuto per otto anni il nostro Santo Padre. Esse indirizzano il nostro sguardo alla dimensione del servizio. Il papato non è mai stato un obiettivo della carriera di Joseph Ratzinger. Anzi,  nel voto dei cardinali egli ha riconosciuto il suggerimento di Dio e fin dall’inizio si è considerato servitore della Chiesa in un ministero che gli era stato affidato. Questo ufficio petrino è stato donato alla nostra Chiesa a servizio della vita, affinché siamo al servizio degli altri dentro la nostra comunione di fede. Attraverso il Papa, la sua vita e il suo operato veniamo tutti preparati e incoraggiati ad adempiere al nostro servizio. Ciò significa che ognuno di noi è un membro del corpo di Cristo e dentro la Chiesa svolge quindi un servizio, occupa un posto e assolve un compito, al fine di costruire la comunione di fede.
5. Al Papa è stata affidata in modo speciale la cura di questa comunione, care sorelle e cari fratelli, di questa communio. Questa communio diventa visibile nell’ufficio di Papa. Il Papa è simbolo della comunione e strumento dell’unità; egli è garante dell’unità di una Chiesa grande, universale e in sé multiforme. Questo mandato si estende oltre la Chiesa cattolica al dialogo con i cristiani di altre confessioni. Nel suo pontificato Papa Benedetto XVI ha lasciato intendere che uno dei compiti irrinunciabili del suo pontificato è stato quello di preparare nello spirito ecumenico il terreno per ricevere il dono della comunione tra cristiani, nonché quello di impegnarsi per perseguire instancabilmente il grande obiettivo dell’unità dei cristiani. La ricerca di communio tra noi cristiani, ma anche di comunione tra tutti gli uomini, è un atteggiamento di fondo che si estende in cerchi concentrici attraverso tutti i livelli: all’interno della Chiesa cattolica; all’interno della cristianità, nel dialogo interreligioso, nel confronto politico e nella difesa degli uomini e dei loro interessi, a favore della dignità persona. E communio può nascere e crescere innanzitutto là dove le persone s’incontrano su un piano di parità e di stima reciproca. Che cosa ciò significhi per la nostra fede, Papa Benedetto XVI l’ha così formulato in occasione della consacrazione della chiesa “Sagrada Familia” a Barcellona: “Cerchiamo insieme di mostrare al mondo il volto di Dio, che è l’amore ed è l’unico che può rispondere all’anelito di pienezza dell’uomo. Questo è il grande compito: mostrare a tutti che Dio è il Dio di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia.”
6. Care sorelle e cari fratelli, per mostrare ciò a tutti gli uomini, cioè che Dio è un Dio di pace e di concordia, Papa Benedetto XVI ha ripetutamente ricordato le radici cristiane dell’Europa al fine di ricavarne nuova forza per un ragionevole ordinamento del nostro continente. Parliamo del profondo legame che l’intelletto umano e la fede religiosa hanno in Europa. Parliamo della disponibilità alla conciliazione e dell’atteggiamento di amore verso il prossimo. Il nostro Santo Padre si è impegnato per la cura dell’uomo, che è una creatura di Dio e la cui dignità pone un freno ad ogni razionalità unilaterale finalizzata ad uno scopo. E Papa Benedetto XVI ci esorta a confidare che Gesù Cristo, il Dio di pace, cammina con noi e che noi trasmettiamo la sua pace se non cerchiamo di opprimerci e dominarci a vicenda ma se siamo al servizio gli uni degli altri.
Questa era ed è la posizione di Papa Benedetto XVI nella nostra società attuale, una società nella quale i media hanno già formulato e pubblicato diversi servizi su un evento prima che esso sia accaduto; egli difende il valore di ciò che ci è stato donato e affidato, il valore della tradizione. Non come una persona nostalgica rivolta al passato e lontana dalla realtà, ma come un realista che sa dove si trovano le radici veramente portanti della nostra vita e della convivenza. Il nostro Santo Padre ha sottolineato instancabilmente la bellezza della fede, della fede che è il rimedio contro il diktat dell’autorealizzazione egoistica, che strumentalizza e tiene in scarsa considerazione il prossimo, della fede che è il rimedio contro l’illusione di poter – e dover – fare tutto da soli. Il suo convinto “sì” a Dio, a una vita con Dio confidando nel suo amore, offre il necessario orientamento, soprattutto quando l’umanità ha nostalgia di orientamento.
7. Forse è questa finora la cosa più affascinante di Papa Benedetto XVI: il suo termine di riferimento è chiaro, egli è rimasto fedele a se stesso come raramente un uomo –semplicemente perché è rimasto fedele a Cristo e al suo Vangelo. Per questo ha potuto parlare con impressionante franchezza del declino delle forze, che non gli permettono più un completo esercizio del suo servizio petrino e che lo hanno costretto alle dimissioni. Questa testimonianza ha suscitato il turbamento e il rispetto di milioni di persone in tutto il mondo. Il nostro Santo Padre ha potuto prendere questa decisione perché è una persona dedita alla preghiera, un uomo di profonda sensibilità mistica che sa rinunciare a se stesso e accettare interamente di essere chiamato da Dio e guidato dal suo Spirito. Confidando nella guida di Dio egli può anche lasciare il suo ufficio e il suo servizio. 
Ringraziamo in questa ora il Signore che ci ha donato il Papa Joseph Ratzinger e preghiamo affinché possiamo sentire la sua vicinanza e il suo amore anche oltre gli anni del suo Pontificato. Amen.

(Il testo tratto dal sito della Conferenza episcopale tedesca)

«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

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«È Cristo che tiè er timone»: poesia di un parroco romano

Padre Lucio Zappatore, carmelitano della Capitale, saluta il Papa dimissionario con dei versi in romanesco

Roma, 21 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Salutare il Papa in romanesco, nel dialetto della città di cui è stato – ed è, fino al 28 febbraio – vescovo. Padre Lucio Maria Zappatore, settant’anni nel prossimo agosto, carmelitano, dal 2000 alla guida dela comunità parrocchiale di Santa Maria Regina Mundi a Torre Spaccata, ma soprattutto un poeta nela lingua di Trilussa, ha dedicato una poesia al Santo Padre. Un saluto affettuoso da un sacerdote romano, che ben interpreta i sentimenti anche degli altri presbiteri.

Il titolo: «Ar Papa uscente Benedetto XVI». Di seguito la poesia composta da padre Zappatore:

So’ rimasto de stucco, che sconforto,
ner sentì ch’ha deciso de mollà.

A Roma, er Papa, o è vivo o è morto
Nun ce so’ vie de mezzo da ‘nventà.

«Morto un Papa se ne fa ‘n’antro»: è duro,
ma mo nun vale più: come faremo?

«Ogni morte de Papa» …t’assicuro
che qui sta vivo: come la mettemo?

Ma er core poi me dice de fidasse,
che ‘sto Papa, lui sa quello che fa:

prima ch’er tempo suo lo buggerasse,
s’è aritirato solo e in umirtà.

E la fede me dice da che esisto,
che la barca de Pietro nun vacilla,

ché, Papa dopo Papa, è sempre Cristo,
che tiè er timone e la fa annà tranquilla!

IL PAPA AUSPICA LA VITTORIA DEL « VERO CONCILIO » SU QUELLO « VIRTUALE » – BENEDETTO XVI SI CONGEDA DAL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

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IL PAPA AUSPICA LA VITTORIA DEL « VERO CONCILIO » SU QUELLO « VIRTUALE »

CON UNA « CHIACCHIERATA » SUL VATICANO II, BENEDETTO XVI SI CONGEDA DAL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

CITTA’ DEL VATICANO, 14 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). LUCA MARCOLIVIO

Per l’ultima volta Benedetto XVI, in qualità di Vescovo di Roma, ha incontrato il clero della sua diocesi. I parroci romani sono stati ricevuti stamattina dal Papa in Aula Paolo VI, accompagnati dal cardinale vicario, Agostino Vallini, e dai vescovi ausiliari.
Il Santo Padre è stato accolto sulle note del Tu es Petrus di Pierluigi da Palestrina, il più appassionato inno mai scritto in onore del Romano Pontefice.
“Grazie per il vostro affetto, il vostro amore per la Chiesa e per il Papa”: sono state queste le prime parole rivolte da Benedetto XVI ai sacerdoti della Diocesi di Roma, il cui ultimo incontro è stato definito dal Papa un “dono della provvidenza”.
Il clero romano, ha proseguito il Papa, è “un clero realmente cattolico, universale” e ciò “risponde all’essenza della Chiesa di Roma in sé”. La capitale della cristianità, ha affermato il Papa, è chiamata ad essere una città dalla “robusta fede”, in grado di produrre numerose vocazioni.
“Anche se mi ritiro adesso, in preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche tutti voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto”, ha detto il Pontefice prima di introdurre il proprio discorso sul Concilio Vaticano II, vissuto dal giovane sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. Un discorso a braccio, ha precisato il Santo Padre, quasi una “piccola chiacchierata” sull’evento conciliare.
Benedetto XVI ha ricordato che la sua convocazione come perito conciliare avvenne per iniziativa del cardinale di Colonia, Josef Frings, il quale, prima ancora dell’apertura del Concilio, aveva invitato il giovane Ratzinger a seguirlo a Genova, per assisterlo in un ciclo di conferenze organizzato dal cardinale Siri.
L’esperienza conciliare, accompagnata in tutta la Chiesa da una “aspettativa incredibile”, fu vissuta da Joseph Ratzinger “con gioia” e “con entusiasmo”. Il mondo cattolico sperava seriamente in una “nuova Pentecoste”: sebbene la Chiesa dei primi anni ’60 fosse “ancora abbastanza robusta” e con una “prassi domenicale ancora buona”, le vocazioni già iniziavano a ridursi e si aveva la sensazione di una Chiesa che “non andava avanti”, che doveva rinnovarsi.
Il Santo Padre ha ricordato gli incontri tra le personalità ecclesiastiche del tempo, i confronti e gli approcci con “grandi figure come padre de Lubac, Danielou, Congar”. Si trattò, ha sottolineato, di “un’esperienza della universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non semplicemente riceve imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida – naturalmente – del Successore di Pietro”.
Dal momento che “mai era stato realizzato un Concilio di queste dimensioni”, gli episcopati mondiali si mostravano più che mai motivati a portare avanti ciascuno le proprie riforme, il particolare la cosiddetta “Alleanza Renana” dei vescovi francesi, tedeschi, belgi e olandesi.
Tra i principali obiettivi e temi di discussione figuravano la “riforma della liturgia”, la “ecclesiologia”, la “Parola di Dio”, la “Rivelazione” e l’“ecumenismo”.
La questione liturgica risiedeva soprattutto nella divaricazione allora esistente tra i sacerdoti che celebravano secondo il Messale Romano e i fedeli laici che “pregavano nella Messa con i loro libri di preghiera”. Si cercava, dunque, una sintesi che mettesse in atto “un dialogo tra sacerdote e popolo”, in modo che la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo divenissero “un’unica liturgia, una partecipazione attiva”.
La preminenza della liturgia nelle discussioni conciliari fu un fatto “molto positivo”, quasi un “atto di Provvidenza”, ha affermato Benedetto XVI, poiché in questo modo “appare il primato di Dio”.
Altra idea essenziale sviluppata dal Concilio fu “il mistero pasquale come centro dell’essere cristiano”, espresso “nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Resurrezione”. È un “peccato”, quindi, ha proseguito il Santo Padre, che “oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è il primo giorno, è l’inizio”.
Venendo al tema specifico della liturgia, Benedetto XVI ha sottolineato che la “partecipazione attiva” in una lingua parlata quotidianamente e la “intelligibilità” non devono scadere nella “banalità”, poiché la liturgia deve aiutare il cristiano ad entrare “sempre più nella profondità del mistero” e a comprenderlo.
Non basta, quindi, che la Parola di Dio, per essere compresa da qualcuno, sia “nella propria lingua”: è necessaria una “formazione permanente del cuore e della mente” che renda la partecipazione liturgica una vera trasposizione del fedele nella “comunione della Chiesa” e nella “comunione con Cristo”.
Sul piano ecclesiologico fu importante la riscoperta del concetto di “corpo mistico di Cristo”, ovvero la Chiesa intesa non come “organizzazione” istituzionale ma come una “realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale”.
Sul tema della successione apostolica di Pietro, e sul controverso argomento della “collegialità”, Benedetto XVI ha spiegato che “solo un vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato apostolo, di Pietro”, mentre tutti gli altri, “diventano successori degli apostoli entrando nel corpo che continua il corpo degli apostoli”. Il “collegio”, pertanto, è “la continuazione del corpo dei Dodici”.
Il Santo Padre ha poi concluso con l’auspicio che, con l’aiuto dello Spirito Santo, “questo Concilio vinca”. Un augurio non scontato, dal momento in cui, come ha sottolineato Benedetto XVI, da cinquant’anni sussiste la dialettica tra il “Concilio reale” e il “Concilio virtuale”, tra il “Concilio dei padri” e il “Concilio dei media”.
Il mondo, infatti, “ha percepito quello dei media, e non quello dei padri”. Il vero Concilio fu infatti un “Concilio della fede” che cercò di “comprendere i segni di Dio e di rispondere alle sfide”, mentre il Concilio ‘parallelo’, quello dei giornalisti si prestò alla “banalizzazione” dell’evento, riducendo il Concilio a una “lotta politica” e “di potere” tra i diversi poteri della Chiesa.

Tale fenomeno “ha creato tante calamità, problemi, miserie. Seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata”. Tuttavia, sebbene finora “il Concilio virtuale è stato più forte del Concilio reale”, quest’ultimo è sempre stato presente e “sempre più si realizza come vero rinnovamento della Chiesa”.

BENEDETTO XVI : UDIENZA GENERALE 13 FEBBRAIO 2013

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 13 FEBBRAIO 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

LE TENTAZIONI DI GESÙ E LA CONVERSIONE PER IL REGNO DEI CIELI

Cari fratelli e sorelle,
oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

http://www.zenit.org/it/articles/e-stato-un-papa-che-ha-svelato-la-carita-come-contenuto-della-fede

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

IL MESSAGGIO DI MONSIGNOR MASSIMO CAMISASCA, VESCOVO DI REGGIO EMILIA, SULLA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI

REGGIO EMILIA, 13 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG).

Riportiamo di seguito il messaggio diffuso da monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, in occasione della rinuncia di papa Benedetto XVI.
***
La prima parola che voglio dire è di ringraziamento a Dio per averci concesso questo Papa, per averci donato la sua profondità intellettuale e spirituale, la sua finezza d’animo, la sua umiltà. Io personalmente devo molto a lui. Gli sono grato per l’affetto che ha sempre dimostrato per la mia persona.
L’annuncio delle dimissioni che il Papa ha dato questa mattina al concistoro dei Cardinali mi riempie di silenzio e di preghiera. Di silenzio perché sono consapevole di partecipare a un momento grande della storia della Chiesa. Essa infatti è segnata soprattutto dal rapporto di ogni uomo con Dio, dall’adesione alla sua volontà.
Il Papa, nella profondità della sua coscienza cristiana, ha percepito che rispondere oggi a Dio significava per lui ritirarsi. È una scelta drammatica e, nello stesso tempo – ne sono sicuro – apportatrice di pace per il suo animo credente. Esce così dalla scena del governo della Chiesa un grande Papa, che verrà ricordato per tante ragioni.
Alla morte di Giovanni Paolo II, dopo 27 anni di magistero incisivo e planetario, tutti ci chiedevamo: “Chi potrà succedere a un simile Papa? Chi potrà imprimere un suo stile dopo una tale altezza di presenza e di parola?” Benedetto XVI, con grande umiltà, ha saputo disegnare una sua linea di interpretazione del sommo pontificato. Una linea che è passata attraverso la catechesi. Egli verrà ricordato nei secoli, a mio parere, come un nuovo Leone Magno, un nuovo Gregorio Magno, un vescovo che ha saputo introdurre i cristiani in una visione profonda e sintetica dell’esperienza della Chiesa, mettendo al centro di essa la liturgia e la preghiera.
Benedetto XVI è stato un Papa che ha svelato la carità come contenuto della fede. Lo ha detto nel messaggio per la Quaresima e mostrato con questo suo ultimo atto di governo. Egli ha espresso ciò che è essenziale nel cristianesimo: il legame con la Tradizione, la centralità della liturgia, la necessità della grazia che salva, la superiorità della vita personale di fronte ad ogni burocrazia o sovrastruttura.
Nello stesso tempo egli ha parlato a tutti gli uomini, mostrando la grande stima che il cristianesimo ha della ragione umana e combattendo contro ogni riduzione di essa. Il Logos è il cuore del cristianesimo: è questo il principio che combatte ogni assolutizzazione politica della religione. Ha posto continuamente sul tappeto il tema della convivenza tra i popoli e le religioni.
Inizia ora un tempo di preghiera nella Chiesa, affinché sia concesso dallo Spirito di Dio un nuovo Papa che sappia continuare l’opera dei suoi predecessori con la santità che i papi del Novecento hanno saputo incarnare in modo così mirabile.

QUARESIMA DI TRANSIZIONE: LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

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QUARESIMA DI TRANSIZIONE

LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

ROMA, 12 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). GIUSEPPE ADERNÒ

La notizia delle dimissioni del Santo Padre ha sconvolto, quasi un fulmine a ciel sereno, tutto il mondo cattolico e politico. Non era mai capitato e non era neanche immaginabile che potesse esistere un “papa emerito”.
La quaresima che inizia sarà una prolungata pausa di riflessione e di cambiamento nella Chiesa e le forti innovazioni come questa produrrà un effetto d’urto del quale non si possono prevedere le conseguenze.
Il numero speciale di Zenit dell’11 febbraio, storica ricorrenza dei Patti Lateranensi e festa della Madonna di Lourdes che ha annunciato la notizia delle dimissioni del Papa, con il titolo rinuncia al ministero petrino ha collocato come aforisma del giorno l’espressione di Thomas Mann: “Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un’azione attiva, un trionfo positivo”.
Quella di Benedetto XVI è stata una “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”. Le mie forze, per l’età avanzata non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
L’opinione pubblica appare divisa nel registrare che alcuni apprezzano il gesto di umiltà e di coraggio che dovrebbe essere fatto anche dai tanti politici che non vogliono lasciare la loro poltrona, da altri letto con sospetto immaginando congiure, costrizioni, complotti e manovre segreti e da altri ancora con sfiducia nel non vedere ferma e salda la nave di Pietro ed il capitano che scende dalla nave e si dimette dall’incarico evocando un gesto di abbandono, incerta testimonianza e mancanza di fede nello Spirito Santo, che guida e protegge la Chiesa in particolare in questo speciale Anno della Fede.
Chiedersi il perché è legittimo e le risposte, ancorché numerose, restano pur sempre incomplete e inadeguate, specie seguendo la logica umana.
Il dado è tratto, la notizia che ha fatto il giro del mondo in poche ore ha tracciato un solco profondo nella vita della Chiesa monolitica e adamantina.
Ora si rileggono gli otto anni del Pontificato del Papa Teologo, Magister veritatis, che ha saputo risolvere con la saggezza della razionalità questioni scabrose e delicate della vita della Chiesa e dei cristiani coinvolti.
Sono stati anni difficili e carichi di complessità che hanno vista la Chiesa in dialogo con la società contemporanea intrisa di relativismo, di profonda crisi di valori e di economia sempre più fragile e insicura.
La complessa questione dei matrimoni omosessuali, fenomeno che si allarga a macchia d’olio in diverse Nazioni costituisce uno dei punti caldi e delicati dalla morale cristiana.
La consapevolezza del venir meno delle forze per amministrare “bene” la Chiesa ha sollecitato questo gesto che passa alla storia come lezione non del “gran rifiuto” nella memoria di Celestino V, bensì dell’umiltà e della responsabilità che si rapporta anche alle forze fisiche e all’età.
La dimensione temporale del “Sì” pronunziato al termine del Conclave del 19 aprile del 2005, costituisce una novità nella cultura della fedeltà fino alla morte, che non ha mai consentito a nessuno scrivere la parola “fine” per propria volontà.
Nel Codice di Diritto Canonico al n. 332  al secondo paragrafo è descritta la norma delle dimissioni ed il gesto di Benedetto XVI viene considerato come “esempio di grande coraggio” e di  “profonda libertà interiore”, in risposta ad una legge spirituale intima e personale.
E’ stato inoltre annunciato che il Papa continuerà a dare le sue magistrali lezioni di saggezza e di santità ed il corale grazie che si eleva da ogni parte del mondo, mentre Egli è ancora in vita, costituisce un insolito nella storia ordinaria.
Diciamo anche noi Grazie Benedetto XVI per tutti i doni e gli insegnamenti che ci hai trasmesso e come non si perde la memoria del proprio maestro, rimarranno sempre vivi gli insegnamenti saggi e razionali di Joseph Ratzinger, maestro del buon governo.
Egli è stato ed è “Un dono per tutta la Chiesa – ha scritto il portavoce vaticano Padre Lombardi  in occasione del 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Benedetto XVI – e in particolare per tutti i sacerdoti, a cui giustamente non si stanca di ricordare, con la sua parola e soprattutto il suo esempio, che il rapporto personale con Gesù – l’amico – è la sorgente permanente della vitalità e della fecondità della loro chiamata e del loro servizio”.
Il cammino paziente che ha accompagnato Papa Ratzinger dal giorno della sua ordinazione sacerdotale (29 giugno 1951) in una Germania distrutta dalla guerra, con un’economia in crisi e una diffusa povertà materiale e spirituale, ‘sotto il sole e la pioggia, nella serenità e nella difficoltà, nelle diverse fasi della purificazione e della prova, come anche nella gioia evangelica’ e lo ha portato all’inaspettata elezione al soglio di Pietro, è stato segnato da numerosi cambiamenti anche nello stile di relazione e di comunicazione, ma è rimasta intatta la fedeltà del Signore, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. “Con il suo aiuto andiamo avanti”.
Nella Quaresima che ci accompagna con il sacrificio penitenziale e la preghiera alla Pasqua radiosa  si fa ancor più intenso il bisogno di pregare per la Chiesa perché il Signore la sostenga in questo momento di indubbia difficoltà e di fronte ad un evento così straordinario.

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