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Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo: (Sal 32, 29; CCL 38, 272-273)

stamattina, leggendo l’Ufficio delle Letture, come sempre, mi ha colpito e commosso e insegnato la lettura di Sant’Agostino, ve la propongo, dal sito Marananthà: 

 

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 32, 29; CCL 38, 272-273)
 

Coloro che si trovano al di fuori, lo vogliono o no, sono nostri fratelli

Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi, perché, mentre riconoscono con noi lo stesso capo, sono però separati dal corpo. Fratelli, proviamo dolore per essi, come per nostri fratelli. Cesseranno di essere nostri fratelli, quando non diranno più «Padre nostro» (Mt 6, 9).
Il Profeta ha detto ad alcuni: «A coloro che vi dicono: Non siete nostri fratelli, rispondete: Siete nostri fratelli» (Is 66, 5 sec. LXX). Riflettete di chi abbia potuto usare questa espressione: forse dei pagani? No, perché secondo il linguaggio scritturistico ed ecclesiastico non li chiamiamo fratelli. Forse dei giudei che non hanno creduto in Cristo?
Leggete l’Apostolo e noterete che quando egli dice «fratelli» senza alcuna aggiunta, vuol intendere i cristiani: «Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello?» (Rm 14, 10). E in un altro passo scrive: «Siete voi che commettete ingiustizia e rubate, e questo ai fratelli!» (1 Cor 6, 8).
Perciò costoro, che dicono: «Non siete nostri fratelli», ci chiamano pagani. Ecco perché ci vogliono ribattezzare, affermando che noi non possediamo ciò che essi danno. Ne viene di conseguenza il loro errore, di negare cioè che noi siamo loro fratelli. Ma per qual motivo il profeta ci ha detto: «Voi dite loro: siete nostri fratelli», se non perché riconosciamo in essi ciò che da loro non viene riconosciuto in noi? Essi quindi, non riconoscendo il nostro battesimo, dicono che noi non siamo loro fratelli; noi invece, non esigendo di nuovo in loro il battesimo, ma riconoscendolo nostro, diciamo loro: «Siete nostri fratelli».
Dicano pure essi: «Perché ci cercate, perché ci volete?». Noi risponderemo: «Siete nostri fratelli». Ci dicano: «Andatevene da noi, non abbiamo niente a che fare con voi». Ebbene, noi invece abbiamo assolutamente parte con voi: confessiamo l’unico Cristo, dobbiamo essere in un solo corpo, sotto un unico Capo.
Perciò vi scongiuriamo, fratelli, per le stesse viscere della carità, dal cui latte siamo nutriti, dal cui pane ci fortificheremo, per Cristo nostro Signore, per la sua mansuetudine vi scongiuriamo. E’ tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità. Ad essi è rimasta solo la debolezza dell’animosità, la quale tanto più è inferma quanto più crede di abbondare in forze. Vi scongiuriamo, dicevo, per i deboli, per i sapienti secondo la carne, per gli uomini rozzi e materiali, per i nostri fratelli che celebrano gli stessi sacramenti anche se non con noi, ma tuttavia gli stessi; per i nostri fratelli che rispondono un unico Amen come noi, anche se non con noi. Esprimete a Dio la vostra profonda carità per loro.

Responsorio   Cfr. Ef 4, 1. 3. 4
R. Comportatevi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto: * conservate l’unità dello Spirito nel vincolo della pace.
V. Un solo corpo, un solo Spirito, una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati:
R. conservare l’unità dello Spirito nel vincolo delle pace.

Orazione
O Dio, che con l’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, concedi a noi tuoi fedeli una rinnovata gioia pasquale, perché, liberati dall’oppressione della colpa, possiamo partecipare alla felicità eterna. Per il nostro Signore.

R. Amen.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 10 juillet, 2007 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: La fede nelle cose che non si vedono

mi sento come in dovere di parlare di Sant’Agostino, sto ricevendo molto conforto ed insegnamento dai suoi scritti, da suore agostiniane, da una Madonnnina che ho comperato per la mia stanza e che non sapevo che è l’immagine della famiglia agostiniana, la « Mater Boni consilii ora pro nobis », posto uno dei scritti apologetici di Agostino che mi sembra bello, e certo! ed utile:

http://www.sant-agostino.it/italiano/fede_nelle_cose/index2.htm

Sant’Agostino 


LA FEDE NELLE COSE CHE NON SI VEDONO 

  

Niente di più certo dell’interiore visione dell’animo. 

1. 1. Vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque, per confutare coloro ai quali sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono. E, in primo luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non dover credere ciò che con quelli non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi. Già nel nostro animo, che è di natura invisibile, ce ne sono innumerevoli. Per non parlare di altro, proprio la fede con la quale crediamo o il pensiero con il quale sappiamo di credere o di non credere qualcosa, sono totalmente estranei agli sguardi di codesti occhi; eppure che c’è di più manifesto, di più evidente, di più certo dell’interiore visione dell’animo? Come dunque possiamo non credere ciò che non vediamo con gli occhi del corpo, quando ci accorgiamo di credere o di non credere pur non potendo giovarci degli occhi del corpo? 

Nessuna disposizione dell’animo si può vedere con gli occhi del corpo. 

1. 2. Ma, essi dicono, queste cose che sono nell’animo, poiché le possiamo percepire con l’animo stesso, non c’è bisogno di conoscerle mediante gli occhi del corpo; quelle, invece, che ci proponete di credere, non le mostrate all’esterno in modo che le conosciamo mediante gli occhi del corpo, né sono interiormente, nel nostro animo, in modo che le vediamo con il pensiero. Questo è quanto dicono: come se si ordinasse a qualcuno di credere nel caso in cui potesse vedere davanti a sé l’oggetto del credere. Di certo, dunque, siamo tenuti a credere ad alcune realtà temporali che non vediamo, per meritarci di vedere anche quelle eterne nelle quali crediamo. Ma, chiunque tu sia , tu che non vuoi credere se non ciò che vedi, ecco, tu vedi con gli occhi del corpo i corpi presenti e vedi con l’animo, poiché sono nel tuo animo, le tue volontà e i tuoi pensieri del momento; ora dimmi, ti prego, la buona disposizione del tuo amico verso di te con quali occhi la vedi? Nessuna disposizione, infatti, si può vedere con gli occhi del corpo. O vedi forse con il tuo animo anche ciò che avviene nell’animo altrui? Ma se non lo vedi, come ricambi a tua volta la benevolenza dell’amico, dal momento che non credi ciò che non sei in grado di vedere? O, per caso, stai per dire che vedi la disposizione altrui dalle sue opere? Dunque, vedrai i fatti e sentirai le parole, ma, circa la disposizione dell’amico, tu sarai costretto a credere ciò che non si può né vedere né sentire. Quella disposizione, infatti, non è né un colore né una forma che si imponga agli occhi, non è un suono o una melodia che penetri negli orecchi, e non una tua disposizione, che sia percepita da un moto del tuo cuore. Non ti resta, pertanto, che credere ciò che non è né visto, né udito, né percepito dentro di te, affinché la tua vita non rimanga vuota, senza alcuna amicizia, o l’amore che hai ricevuto non sia, a tua volta, da te ricambiato. Dove è dunque quel che dicevi, e cioè che non devi credere se non ciò che vedi, all’esterno con il corpo o, all’interno, con il cuore? Ecco, a partire dal tuo cuore tu credi ad un cuore non tuo, e là dove non drizzi lo sguardo della carne e della mente, ci destini la fede. Tu, con il tuo corpo, scorgi il volto dell’amico, con il tuo animo discerni la tua fede: ma la fede dell’amico tu non puoi amarla se, a tua volta, non hai in te quella fede con la quale credi ciò che in lui non vedi. Sebbene l’uomo possa anche ingannare col fingere benevolenza o col nascondere la malvagità o, se non ha intenzione di nuocere, con l’aspettarsi da te qualche vantaggio, tuttavia egli simula perché manca di amore. 

Nelle avversità si prova il vero amico. 

1. 3. Ma, secondo quanto dici, tu credi all’amico, del quale non puoi vedere il cuore, perché lo hai sperimentato nelle tue situazioni difficili e hai conosciuto quale fosse la sua disposizione d’animo verso di te in occasione dei pericoli in cui non ti ha abbandonato. Forse dunque, a tuo parere, dobbiamo augurarci delle disgrazie per avere la prova dell’amore degli amici verso di noi? E nessuno proverà la felicità che proviene da amici fidatissimi, se non sarà stato infelice per le avversità, ovvero non potrà mai godere dell’amore collaudato di un altro, se non è stato tormentato dal proprio dolore o timore? E allora come si può desiderare, e non piuttosto temere, quella felicità che si prova nell’avere veri amici, quando solo l’infelicità può renderla certa? E tuttavia è indubbio che si può avere un amico anche nelle prosperità, sebbene è nelle avversità che ne abbiamo la prova più certa. 

Crediamo al cuore degli amici anche prima di metterlo alla prova. 

2. 3. Ma, comunque, per metterlo alla prova, tu non ti affideresti alle tue verifiche, se non credessi. Perciò, siccome tu lo fai per metterlo alla prova, tu credi prima di averne la prova. Di certo infatti, se non dobbiamo credere alle cose non viste, dal momento che crediamo ai cuori degli amici anche quando non ne abbiamo ancora prove certe, e dal momento che, anche quando abbiamo prove – a prezzo dei nostri mali – che sono buoni, anche allora, piuttosto che vedere, crediamo alla loro benevolenza verso di noi, tutto ciò accade soltanto perché in noi è così grande la fede che, in maniera del tutto conseguente, pensiamo di vedere, se si può dire, con i suoi occhi ciò che crediamo. E dobbiamo appunto credere, proprio perché non possiamo vedere. 

Se scomparirà la fede, finirà del tutto l’amicizia. 

2. 4. Se questa fede fosse eliminata dalle vicende umane, chi non si avvede di quanto scompiglio si determinerebbe in esse e di quale orrenda confusione ne seguirebbe? Se non devo credere a ciò che non vedo, chi infatti sarà riamato da un altro, dal momento che in se stesso l’amore è invisibile ? Pertanto finirà del tutto l’amicizia, perché essa non consiste in altro che nell’amore reciproco. Quale amore infatti si potrà ricevere da un altro, se non si crede affatto che sia stato dato? Con la fine dell’amicizia poi non resteranno saldi nell’animo né i vincoli matrimoniali né quelli di consanguineità né quelli di parentela, poiché anche in essi vi è senz’altro un comune modo di sentire basato sull’amicizia. I coniugi dunque non potranno amarsi a vicenda, quando, non potendo vedere l’amore come tale, l’uno non crederà di essere amato dall’altro. Essi non desidereranno avere figli, poiché non credono che saranno da essi ricambiati. E costoro, se nascono e crescono, ameranno molto di meno i loro genitori, non vedendo nel loro cuore l’amore verso di sé, dato che è invisibile; naturalmente, però, qualora il credere le cose che non si vedono è segno di colpevole impudenza e non di lodevole fede. Che dire poi degli altri vincoli familiari – tra fratelli, tra sorelle, tra generi e suoceri, tra congiunti di qualsivoglia grado di consanguineità e affinità – se l’amore è incerto e la volontà è sospetta, tanto da parte dei genitori verso i figli quanto da parte dei figli verso i genitori, e quindi finché la dovuta benevolenza non è ricambiata, perché non la si ritiene dovuta quando, non vedendola, non si crede che vi sia nell’altro? D’altra parte, se non è ingenua, è quanto meno odiosa questa cautela per la quale noi non crediamo di essere amati per il fatto che non vediamo l’amore di chi ci ama, e pertanto non ricambiamo a nostra volta coloro che non ci riteniamo in dovere di ricambiare. Fino a tal punto perciò le cose umane sono sconvolte, non credendo ciò che non vediamo, da essere distrutte fino alle fondamenta, se non crediamo a nessuna volontà d’uomo, che di certo non possiamo vedere. Tralascio di dire quante cose della pubblica opinione, della storia ovvero di luoghi in cui non sono mai stati credano coloro che ci riprendono per il fatto che crediamo ciò che non vediamo, e come essi non dicano  » non crediamo perché non abbiamo visto « . Se dicessero ciò, infatti, sarebbero costretti a confessare di non avere alcuna certezza sull’identità dei loro genitori, poiché, anche in questo caso, hanno creduto a quanto altri gli raccontavano, senza peraltro essere capaci di mostrarglielo perché era ormai passato; e, pur non conservando alcun ricordo del tempo della loro nascita, tuttavia hanno dato il pieno consenso a coloro che in seguito gliene hanno parlato. Se così non fosse, inevitabilmente si incorrerebbe in un’irriguardosa mancanza di rispetto nei confronti dei genitori, nel momento stesso in cui si cerca di evitare la temerità di credere in quelle cose che non possiamo vedere. 

La presenza di indizi chiari ci sprona a credere. 

3. 4. Se, dunque, con il non credere ciò che non possiamo vedere crollerà la stessa umana società, perché verrebbe a mancare la concordia, quanto più è necessario prestare fede alle realtà divine, sebbene siano realtà che non si vedono? Se non si prestasse loro fede, non l’amicizia di un uomo qualsiasi ma la stessa suprema religione sarebbe violata, in modo che ne consegue la somma infelicità. 

3. 5. Ma, tu dirai, la benevolenza di un amico nei miei confronti, malgrado non possa vederla, tuttavia la posso ricercare attraverso molti indizi; voi, invece, non potete mostrare con nessun indizio le cose che volete che crediamo pur senza averle viste. Intanto, non è di poco conto che tu concedi che si debbano credere alcune cose, anche se non si vedono, quando si è in presenza di chiari indizi; già questo, infatti, è sufficiente per concludere che non ogni cosa che non si vede non deve essere creduta. Ed è così completamente screditato quel presupposto per cui si dice che non dobbiamo credere le cose che non vediamo. Però sbagliano di molto quelli che ritengono che noi crediamo in Cristo senza nessun indizio su di Lui. Quali indizi, infatti, sono più chiari delle cose che ora constatiamo che sono state predette e si sono realizzate?. Voi, dunque, che escludete l’esistenza di indizi perché dobbiate credere, relativamente a Cristo, quelle cose che non avete viste, considerate quelle che vedete.
La Chiesa stessa, con parole di materno amore, vi conforta :  » Io, che vedete con meraviglia fruttificare e crescere per tutto il mondo
1, un tempo non fui quale ora mi ravvisate ». Ma, nel tuo seme saranno benedette tutte le genti 2. Quando Dio benediceva Abramo, prometteva me: io infatti mi diffondo fra tutte le genti nella benedizione di Cristo. Che Cristo è il seme di Abramo 3 lo attesta l’ordine di successione delle generazioni. Per riassumere in breve, Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò dodici figli, dai quali è scaturito il popolo di Israele. Giacobbe stesso, anzi, ebbe il nome di Israele. Tra questi dodici figli generò Giuda, da cui è derivato il nome dei Giudei, fra i quali è nata
la Vergine Maria, che partorì il Cristo
4. Ed ecco, in Cristo, cioè nel seme di Abramo, vedete che sono benedette tutte le genti e ne restate stupiti; eppure esitate ancora a credere in lui, nel quale piuttosto avreste dovuto temere di non credere. Mettete in dubbio o rifiutate di credere che una vergine abbia partorito, quando piuttosto dovreste credere che così si addiceva a Dio di nascere come uomo? Sappiate, infatti, che anche questo fu predetto mediante il profeta: Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiameranno Emmanuele, che vuol dire  » Dio è con noi  » 5. Non metterete, dunque, più in dubbio che una vergine possa partorire, se volete credere in un Dio che nasce e, senza abbandonare il governo del mondo, viene tra gli uomini nella carne, e che possa concedere alla madre la fecondità, senza toglierle l’integrità verginale. Così bisognava che nascesse come uomo, pur restando sempre Dio, perché nascendo sarebbe divenuto per noi Dio. Per questo il Profeta dice di nuovo di Lui: Il tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro di rettitudine lo scettro del tuo regno! Tu hai amato la giustizia e hai detestato l’iniquità; per questo Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali 6. Questa è l’unzione spirituale con la quale Dio unse Dio, cioè il Padre il Figlio: donde sappiamo che Cristo prende il nome da crisma, che significa unzione. Io sono
la Chiesa, della quale si parla in quel medesimo salmo, preannunziando come già avvenuto ciò che doveva avvenire: Stette la regina alla tua destra, in abiti d’oro, ornata di vari colori
7, cioè nel segno della sapienza, adornata dalla varietà delle lingue. Ivi mi si dice: Ascolta, o figlia, e guarda, porgi l’orecchio, e dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, perché al re piacque la tua bellezza; poiché Egli è il Signore Dio tuo. A Lui si prostreranno dinanzi le figlie di Tiro con doni, tutti i ricchi del popolo supplicheranno il tuo volto. Tutta la gloria della figlia del re è all’interno; la avvolge un vestito dalle frange d’oro dai vari colori. Le vergini, al suo seguito, saranno condotte al re; a te saranno condotte le sue compagne; saranno condotte in gioia ed esultanza, saranno condotte nel tempio del re. Al posto dei tuoi padri ti sono nati i figli, li farai capi di tutta la terra. Si ricorderanno del tuo nome, di generazione in generazione. Perciò i popoli ti renderanno lode in eterno, nei secoli dei secoli 8

Adempiute le profezie sulla Chiesa. 

3. 6. Se non vedeste questa regina, ormai anche feconda di prole regale; se colei, alla quale fu detto: Ascolta, o figlia, e guarda, non vedesse realizzata la promessa un tempo udita; se colei, alla quale fu detto: Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, non avesse abbandonato le antiche consuetudini del mondo; se colei alla quale fu detto: Al re piacque la tua bellezza, poiché egli è il Signore Dio tuo, non riconoscesse ovunque che Cristo è Signore; se non vedesse che le città levano preghiere a Cristo ed offrono doni a Lui, del quale le fu detto: A lui si prostreranno dinanzi le figlie di Tiro con i doni; se anche i ricchi non deponessero la loro superbia e non supplicassero l’aiuto della Chiesa, a cui fu detto: Tutti i ricchi del popolo supplicheranno il tuo volto; se non riconoscesse la figlia del re, al quale le fu comandato di dire: Padre nostro, che sei nei cieli 9; e se colei della quale fu detto: Tutta la gloria della figlia del re è all’interno, non si rinnovasse di giorno in giorno nell’intimo 10 attraverso i suoi santi, sebbene colpisca sfavillando anche gli occhi di gente estranea con la fama dei suoi predicatori, che si esprimono in diverse lingue, paragonabili alle frange dorate di un vestito dai vari colori; se, dopoché il suo buon profumo l’ha resa famosa in ogni luogo, giovani vergini non venissero condotte a Cristo per essere consacrate a Lui, del quale e al quale si dice: Le vergini, al suo seguito saranno condotte al re, a te saranno condotte le sue compagne; e, affinché non sembrasse che fossero condotte come prigioniere in un carcere, dice: Saranno condotte in gioia ed esultanza, saranno condotte nel tempio del re; se essa non desse alla luce figli, dai quali avere come dei padri, da farli ovunque suoi reggitori, lei alla quale si dice: Al posto dei tuoi padri ti sono nati i figli, li farai capi di tutta la terra; lei, madre, sovrana e suddita insieme, che confida nelle loro preghiere, per cui fu aggiunto: Si ricorderanno del tuo nome, di generazione in generazione; se, per la predicazione di questi padri, nella quale il suo nome è stato ricordato senza interruzione, moltitudini così grandi non si riunissero in essa e non rendessero incessantemente lode, ciascuna nella sua lingua, alla gloria di colei alla quale si dice: Perciò i popoli ti renderanno lode in eterno, nei secoli dei secoli 11

Le cose che vedete sono state predette molto tempo prima e si sono compiute con tanta chiarezza. Altrettanto sarà per le cose future. 

4. 6. Se queste cose non si rivelassero così evidenti che gli occhi dei nemici non trovano in quale parte volgersi per evitare di essere colpiti da tale evidenza e di essere da essa costretti ad ammetterle manifestamente; allora forse a buon diritto potreste dire che non vi vengono mostrati indizi di sorta, visti i quali possiate credere anche quelle cose che non vedete. Ma se queste cose che vedete sono state predette molto tempo prima e si sono compiute con tanta chiarezza; se la verità stessa vi si mostra sia con i suoi effetti antecedenti sia con quelli che ne sono seguiti, perché crediate quello che non vedete, o resti dell’infedeltà, vergognatevi per le cose che vedete. 

4. 7. Guardate me, vi dice
la Chiesa; guardateme, che vedete, ancorché non vogliate vedere. Coloro, infatti, che in quei tempi, in terra di Giudea, furono fedeli, appresero direttamente, come realtà presenti, la meravigliosa nascita da una vergine, la passione, la resurrezione, l’ascensione di Cristo, e tutte le cose divine da Lui dette e fatte. Tutto ciò voi non l’avete visto; è per questo che vi rifiutate di credere. Guardate dunque queste cose, prestate attenzione a queste cose, pensate a queste cose che vedete, che non vi sono narrate come fatti del passato, che non vi sono preannunziate come eventi del futuro, ma vi sono mostrate come realtà del presente. Vi pare una cosa vana o insignificante, e ritenete che non sia un miracolo divino o che lo sia ma di poco conto che, nel nome di un crocifisso, accorre tutto il genere umano? Non avete visto ciò che fu predetto e si è avverato della nascita umana di Cristo: Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un figlio
12; ma vedete compiuto ciò che la parola di Dio predisse ad Abramo: Nel tuo seme saranno benedette tutte le genti 13. Non avete visto ciò che fu predetto dei miracoli di Cristo: Venite e vedete le opere del Signore, che ha compiuto prodigi sulla terra 14, ma vedete ciò che fu predetto: Il Signore mi disse: Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato: chiedimi e ti darò le genti in eredità, e i confini della terra come tuo possesso 15. Non avete visto ciò che fu predetto e si è avverato della passione di Cristo: Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa; essi mi hanno osservato e guardato; si sono divise le mie vesti e hanno tirato a sorte sulla mia tunica 16, ma vedete ciò che nello stesso Salmo fu predetto, e che ora appare avverato: Si ricorderanno del Signore e a Lui ritorneranno tutti i confini della terra e lo adoreranno, prostrati davanti a Lui, tutte le stirpi dei popoli, poiché del Signore è il regno ed Egli dominerà sulle genti 17. Non avete visto ciò che fu predetto e si è avverato della resurrezione di Cristo, secondo quanto il Salmo gli fa dire anzitutto riguardo al suo traditore e poi ai suoi persecutori: Uscivano fuori e tutti insieme sparlavano di uno solo; tutti i miei nemici contro di me mormoravano, contro di me meditavano il mio male; una parola iniqua contro di me hanno fatto circolare 18. Ove, per far vedere che nulla valse loro uccidere chi sarebbe risorto, continuò dicendo: Chi dorme non potrà forse rialzarsi? 19 E poco dopo, avendo predetto, mediante la stessa profezia, del suo stesso traditore ciò che sta scritto anche nel Vangelo 20: Chi mangiava il mio pane, alzò sopra di me il calcagno 21, cioè, mi calpestò, subito aggiunse: Ma tu, o Signore, abbi pietà di me e resuscitami, e io li ripagherò 22. Ciò si è avverato: Cristo dormì e si risvegliò, ossia resuscitò; egli che, nella medesima profezia ma in un altro Salmo, dice: Io ho dormito e ho preso sonno; e mi sono levato su, poiché il Signore mi sosterrà 23. È vero, tutto ciò voi non lo avete visto, ma vedete la sua Chiesa, della quale fu detto in modo simile e si è avverato: O Signore mio Dio, a te le genti verranno dall’estremità della terra e diranno:  » In verità i nostri padri adorarono gli idoli menzogneri, che però non sono di nessuna utilità  » 24. Di certo ciò voi lo constatate, sia che lo vogliate sia che non lo vogliate, e, se ancora pensate che gli idoli siano o siano stati di qualche utilità, nondimeno di certo avete sentito che innumerevoli popoli, dopo aver abbandonato, rifiutato o distrutto simili vanità, dicono: In verità i nostri padri adorarono gli idoli menzogneri, che però non sono di nessuna utilità: se l’uomo può fabbricarsi i suoi dèi, ecco, essi non sono dèi 25. E poiché fu detto: A te le genti verranno dall’estremità della terra, non crediate che le genti predette sarebbero venute in un qualche luogo di Dio: capite, se vi riesce, che al Dio dei cristiani, che è sommo e vero Dio, le schiere dei popoli non vengono camminando ma credendo. La stessa cosa infatti fu così predetta da un altro profeta: Il Signore prevarrà su di loro e sterminerà tutti gli dèi dei popoli della terra; e tutte le isole della terra Lo adoreranno, ciascuna nel suo luogo 26. Come quello dice: A te verranno tutte le genti, questo dice: Lo adoreranno, ciascuna nel suo luogo. Dunque, verranno a Lui senza lasciare il loro luogo, perché chi crede in Lui lo troverà nel proprio cuore. Non avete visto ciò che fu predetto e si è avverato dell’ascensione di Cristo: Innalzati, o Dio, sopra i cieli, ma vedete ciò che viene subito dopo: e su tutta la terra sia la tua gloria 27. Tutto quel che, riguardo a Cristo, è avvenuto ed è passato, voi non lo avete visto, ma queste cose, che sono presenti nella sua Chiesa, non potete dire di non vederle. Le une e le altre noi ve le mostriamo come preannunciate, ma non possiamo presentarvele come avvenute e che è possibile vedere, perché non siamo capaci di riportare dinanzi agli occhi le cose passate. 

Tanto le cose passate che quelle presenti e future le sentiamo o le leggiamo preannunciate prima che accadano. 

5. 8. Ma, come per gli indizi che si vedono crediamo nelle volontà degli amici che non si vedono, così
la Chiesa, che ora si vede, di tutte quelle cose che non si vedono ma che sono mostrate in quegli scritti in cui essa stessa è preannunciata, è segno di quelle passate, profezia di quelle future. Perché tanto delle cose passate, che ormai non si possono più vedere, quanto delle cose presenti, che non si possono vedere tutte, non si poteva vedere nulla quando furono preannunciate. Allorché, dunque, le cose preannunziate cominciarono ad accadere, da quelle già accadute a queste che stanno accadendo, tutte le cose predette riguardo a Cristo e alla Chiesa si sono susseguite in una serie ordinata. A questa serie appartengono quelle sul giorno del giudizio, sulla resurrezione dei morti, sull’eterna dannazione degli empi con il diavolo e sull’eterna ricompensa dei giusti con Cristo, cose che, anch’esse preannunciate, accadranno. Perché, dunque
, non dovremmo credere le cose passate e quelle future che non vediamo, quando abbiamo come testimoni delle une e delle altre le cose presenti che vediamo e quando, nei libri dei profeti, tanto quelle passate che quelle presenti e future le sentiamo o le leggiamo preannunciate prima che accadano ? A meno che per caso gli infedeli non ritengano che siano state scritte dai cristiani in modo che queste cose, che essi già credevano, avessero un peso maggiore in fatto di autorità, col ritenere che fossero state promesse prima che accadessero. 

I Giudei nelle Scritture sono nostri sostenitori, nei cuori nemici, nei libri testimoni. 

6. 9. Se hanno questo sospetto, esaminino attentamente i libri dei Giudei, nostri nemici. Vi leggeranno tutte le cose che abbiamo ricordato e troveranno che sono state preannunciate riguardo a Cristo, nel quale crediamo, e alla Chiesa, che vediamo dall’inizio faticoso della fede fino alla beatitudine sempiterna del regno. Ma, quando leggono, non si meraviglino se coloro che detengono questi libri non comprendono tali cose a causa delle tenebre dell’inimicizia. Che essi non avrebbero capito, infatti, era stato predetto dagli stessi profeti; e dunque era necessario che questo, come tutto il resto, si avverasse e che, secondo un segreto ma giusto giudizio di Dio, subissero la pena che avevano meritato. È vero, colui che crocifissero e al quale diedero fiele e aceto, benché pendesse dal legno, per coloro che avrebbe condotto dalle tenebre alla luce avrebbe detto al Padre: Perdona loro, perché non sanno quello che fanno 28; tuttavia per gli altri che, per più occulte ragioni, avrebbe abbandonato per bocca del profeta tanto tempo prima predisse: Hanno messo fiele nel mio cibo e quando avevo sete mi hanno fatto bere aceto. La loro mensa divenga per essi una trappola, come ricompensa e come motivo di scandalo. Si offuschino i loro occhi, affinché non vedano, e piegato per sempre sia il loro dorso 29. Così, benché i loro occhi siano offuscati, vanno in tutte le parti del mondo con le più illustri testimonianze della nostra causa, di modo che, per mezzo loro, sono confermate queste cose nelle quali invece essi sono smentiti. Ciò fu fatto per evitare che fossero distrutti e che della stessa setta non restasse nulla; ma essa fu dispersa per il mondo, affinché, portando le profezie della grazia a noi riservata, ci fosse dovunque di aiuto per convincere più fermamente gli infedeli. E ciò stesso che dico, sentite come è stato annunciato dal profeta: Non li uccidere – dice – perché non abbiano un giorno a dimenticare la tua legge; disperdili con la tua potenza 30. Dunque non furono uccisi in quanto non dimenticarono quelle cose che presso di loro si leggevano e si udivano. Se infatti, anche senza comprenderle, dimenticassero completamente le Sacre Scritture, verrebbero uccisi nello stesso rito giudaico, perché, non conoscendo nulla delle leggi e dei profeti, i Giudei non sarebbero stati di nessun giovamento. Costoro, dunque, non furono uccisi ma dispersi, affinché, pur non avendo la fede che li salverebbe, tuttavia conservassero la memoria dalla quale ci proviene l’aiuto: nelle Scritture sono sostenitori, nei cuori sono nostri nemici, nei libri testimoni. 


La Chiesa si è diffusa mirabilmente in tutto il mondo. 

7. 10. Del resto, anche se riguardo a Cristo e alla Chiesa non vi fossero state tante testimonianze precedenti, chi non dovrebbe sentirsi spinto a credere che la divina chiarezza all’improvviso ha cominciato a risplendere per il genere umano quando vediamo che, abbandonati i falsi dèi e distrutte dappertutto le loro statue, demoliti i templi o destinati ad altri usi ed estirpati tanti vani riti dalla ben radicata consuetudine umana, un solo vero Dio è invocato da tutti? E tutto ciò è accaduto per mezzo di un uomo deriso dagli uomini, catturato, legato, flagellato, schiaffeggiato, vituperato, crocefisso, ucciso. Per diffondere il suo insegnamento scelse come discepoli uomini semplici e senza esperienza, pescatori e pubblicani: essi annunziarono la sua resurrezione e ascensione, affermando di averla vista, e, riempiti di Spirito Santo, fecero risuonare questo messaggio in tutte le lingue, pur senza averle imparate. E tra quanti li ascoltarono alcuni credettero, altri non credettero, opponendosi ferocemente alla loro predicazione. In tal modo, in presenza di credenti capaci di lottare per la verità fino alla morte, non contraccambiando con i mali ma sopportandoli, e di vincere non con l’uccidere ma con il morire, il mondo si è talmente mutato in questa religione, i cuori dei mortali, uomini e donne, piccoli e grandi, dotti e ignoranti, sapienti e stolti, potenti e deboli, nobili e non nobili, di rango elevato e umili, si sono così ben convertiti a questo Vangelo e
la Chiesa si è diffusa tra tutte le genti ed è cresciuta in modo tale che contro la stessa fede cattolica, non spunta nessuna setta perversa, nessun genere di errore che sia così ostile alla verità cristiana da non aspirare e ambire a gloriarsi del nome di Cristo. Di certo, non si consentirebbe a tale errore di diffondersi sulla terra, se la stessa opposizione non servisse da stimolo per la sana disciplina. Quel crocifisso come avrebbe potuto realizzare cose così grandi, se non fosse Dio fattosi uomo? E tutto ciò, anche se non avesse predetto mediante i Profeti nessuna di queste cose future. Ma, dal momento che un così
grande mistero di amore è stato preceduto dai suoi profeti e araldi, dalle cui voci divine fu preannunciato ed è avvenuto così come è stato preannunciato, chi sarebbe così folle da dire che gli Apostoli hanno mentito su Cristo, quando ne annunciarono la venuta così come era stata predetta dai profeti, i quali non tacquero neppure gli eventi che sarebbero veramente accaduti riguardo agli Apostoli? Di essi infatti avevano detto: Non vi è idioma e non vi è discorso in cui non si senta la loro voce; in tutta la terra si sparge il loro strepito e sino ai confini del mondo le loro parole 31. Ciò di certo lo vediamo avverato in tutto il mondo, anche se non abbiamo ancora visto Cristo in carne. Chi pertanto, a meno che non sia accecato da una strana pazzia o non sia duro e inflessibile per una singolare caparbietà, si rifiuterà di credere alle Sacre Scritture, che predissero la fede di tutto il mondo? 

Esortazione ad alimentare e accrescere la fede. 

8. 11. Quanto a voi, o carissimi, questa fede che avete o che avete cominciato ad avere da poco, si alimenti e cresca in voi. Come infatti sono accaduti gli eventi temporali predetti tanto tempo prima, così accadranno anche le promesse sempiterne. Non vi ingannino né i vani pagani né i falsi Giudei né gli ingannevoli eretici e neppure, all’interno stesso della Chiesa cattolica, i cattivi cristiani, che sono nemici tanto più nocivi quanto più intimi. Perché neppure su questo punto, per non lasciare i deboli nel turbamento, la profezia divina tacque, laddove, nel Cantico dei Cantici, lo sposo parlando alla sposa, cioè Cristo Signore alla Chiesa, dice: Come un giglio in mezzo alle spine, così la mia amata in mezzo alle figlie 32. Non disse in mezzo alle estranee, ma in mezzo alle figlie: chi ha orecchi per intendere, intenda 33. E, quando la rete gettata in mare e piena di pesci di ogni genere, come dice il santo Vangelo, viene tratta a riva, cioè alla fine del mondo, essa si separi dai pesci cattivi col cuore non con il corpo, cioè cambiando i cattivi costumi e non rompendo le sante reti. In modo che i giusti, che ora sembrano mescolati con i reprobi, non ricevano una pena ma una vita eterna, quando sulla spiaggia comincerà la separazione 34.

Publié dans:Padri della Chiesa e Dottori |on 1 juillet, 2007 |2 Commentaires »

Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, XIII, 1; XLIX,1 – L, 1.

dal sito Vaticano:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010627_clemente_it.html

L’ umiltà 

XIII, 1. « Coltiviamo, dunque, fratelli, sentimenti di umiltà mettendo da parte (Gc 1,21) ogni sorte di baldanza, boria, stoltezza ed ira e facciamo ciò che è scritto nella Bibbia. Dice infatti lo Spirito Santo: «Il saggio non si glori della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco della sua ricchezza, ma chi si gloria, si glori nel Signore, di ricercarlo e di praticare il diritto e la giustizia» (Cf. Ger. 9,23-24; 1Sam 2, 10; 1Cor. 1, 31; 2Cor. 10,17). Ricordiamo soprattutto le parole che il Signore Gesù disse quando insegnava la mitezza e la magnanimità. 2. Così infatti disse: «Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate per essere perdonati; come farete, così sarà fatto a voi; come date, così sarà dato a voi; come giudicate, così sarete giudicati; come praticate la benevolenza, così sarà praticata a voi; la misura con la quale misurate, con la stessa sarà misurato a voi» (Cf. Mt. 6,14-15; 7,1-2,12; Lc. 6,31,36-38). 3. Rafforziamoci in questo comandamento e in questi precetti, per procedere umili ed ubbidienti alle sue sante parole. Dice infatti la sua santa parola: 4. «A chi volgerò il mio sguardo, se non al mite, al pacifico e a chi teme le mie parole?» (Is. 66,2).«  

La carità 

XLIX, 1, « Chi ha la carità in Cristo pratichi i suoi comandamenti. 2. Chi può descrivere il vincolo della carità (Cf. Col. 3,14) di Dio? 3. Chi è capace di esprimere la maestà della sua bellezza? 4. L’altezza, cui conduce la carità, è ineffabile. 5. La carità ci unisce saldamente a Dio: «La carità copre una moltitudine di peccati» (Cf. 1Pt. 4,8; Giac. 5,20). La carità tutto soffre, tutto sopporta. Nulla di banale, nulla di superbo nella carità. La carità non separa, la carità non fomenta ribellioni, la carità compie tutto nell’armonia. Nella carità arrivarono alla perfezione tutti gli eletti di Dio. Senza la carità nulla è gradito a Dio. 6. Nella carità il Signore ci ha accolto. Per la carità, che ebbe verso di noi, Gesù Cristo nostro Signore, secondo la volontà di Dio, ha dato per noi il suo sangue, la sua carne per la nostra carne, la sua anima per la nostra anima.  

L, 1. Vedete, carissimi, che cosa grande e meravigliosa è la carità, e la sua perfezione supera ogni commento. 2. Chi merita di trovarsi in essa, se non colui che Dio ha reso degno? Preghiamo dunque e chiediamo alla sua misericordia di essere trovati nella carità, senza umane preferenze, irreprensibili. 3. Sono passate tutte le generazioni da Adamo sino ad oggi, ma quelli che con la grazia di Dio sono perfetti nella carità, raggiungono la schiera di coloro che saranno manifestati all’avvento del regno di Cristo. 4. Infatti è scritto: «Entrate nelle vostre stanze per pochissimo tempo, finché passi la mia ira e il mio sdegno; mi ricorderò del giorno buono e vi farò uscire dai vostri sepolcri». 5. Siamo beati, o carissimi, se continuiamo a osservare i comandamenti di Dio nella concordia della carità, affinché per la carità ci siano rimessi i peccati. 6. E’ scritto: «Beati coloro, le cui iniquità sono state rimesse e i cui peccati sono stati coperti; beato l’uomo, del cui peccato il Signore non tiene conto e nella cui bocca non c’è 1′inganno» (Cf. Sal. 32(31),1-2; Rom. 4,7-8). 7. Questa beatitudine (Rm 4,9) è per coloro che Dio ha eletto per mezzo dì Gesù Cristo nostro Signore. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen!«   

Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, XIII, 1; XLIX,1 – L, 1. 

  

Preghiera 

Ti preghiamo, o Signore,
d’essere nostro soccorso e nostro sostegno.
Salva quelli tra noi che sono nella tribolazione,
rialza i caduti,
mostrati ai bisognosi,
guarisci gli infermi,
riconduci i traviati del tuo popolo,
sazia gli affamati,
libera i nostri prigionieri,
solleva i deboli,
consola i pusillanimi;
conoscano tutte le genti che tu sei l’unico Dio
e che Gesù Cristo è il tuo servo,
e noi tuo popolo e pecore del tuo pascolo.  

Non contare ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve,
ma purificaci nella purificazione della verità
e dirigi i nostri passi
per camminare nella santità del cuore
e fare ciò che è buono e gradito al tuo cospetto
e al cospetto dei nostri capi.  

Sì, o Signore, fa’ splendere il tuo volto su di noi
per godere il bene nella pace,
per proteggerci con la tua mano potente
e scamparci da ogni peccato con il tuo braccio eccelso,
e salvarci da coloro che ci odiano ingiustamente.  

Tu solo puoi compiere questi beni
e altri più grandi per noi,
a Te noi diamo lode per mezzo del gran sacerdote
e patrono delle anime nostre, Gesù Cristo,
per il quale a Te sia la gloria e la magnificenza
e ora e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. 

Amen. 

Clemens I, Papa, sec. I. 

 

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato – Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

dal sito liturgico « Maranathà » la seconda lettura dell’Ufficio delle letture di domani per la festa di Pietro e Paolo:

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0629letPage.htm

 

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo 
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)
 

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta
la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata
la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Responsorio 
R. Paolo, apostolo del vangelo e maestro dei popoli, * sei degno di tutta la nostra lode.
V. Tu hai fatto conoscere ai popoli il mistero di Dio:
R. sei degno di tutta la nostra lode.

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote

Dal sito Maranathà

 Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

«L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l’eternità.
Magnifica il Signore l’anima di colui che volge a lode e gloria del Signore tutto ciò che passa nel suo mondo interiore, di colui che, osservando i precetti di Dio, dimostra di pensare sempre alla potenza della sua maestà.
Esulta in Dio suo salvatore, lo spirito di colui che solo si diletta nel ricordo del suo creatore dal quale spera la salvezza eterna.
Queste parole, che stanno bene sulle labbra di tutte le anime perfette, erano adatte soprattutto alla beata Madre di Dio. Per un privilegio unico essa ardeva d’amore spirituale per colui della cui concezione corporale ella si rallegrava. A buon diritto ella poté esultare più di tutti gli altri santi di gioia straordinaria in Gesù suo salvatore. Sapeva infatti che l’autore eterno della salvezza, sarebbe nato dalla sua carne, con una nascita temporale e in quanto unica e medesima persona, sarebbe stato nello stesso tempo suo figlio e suo Signore.
«Cose grandi ha fatto a me l’onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono. Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).
Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l’inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell’incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.
 

La leggiadria del campo fiorito – Sant’Ambrogio

 c’è nel sito Vaticano un settore dedicato alla spiritualità, vi sto attingendo dei testi belli e di grande aiuto per noi nel cammino verso sia questa Pasqua sia nel cammino della vita, ho scelto Sant’Ambrogio un bell’invito alla bellezza di Dio, l’omelia del Papa la metto domani :

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030110_ambrogio_it.html

La leggiadria del campo fiorito  « Che bell’aspetto presenta un «campo pieno»! Quale profumo, quale gioia per l’agricoltore! come potremmo esporlo convenientemente, se dovessimo far affidamento solo sulle nostre parole? Ma noi abbiamo la testimonianza della Scrittura, ove troviamo che la bellezza del campo è equiparata alla bellezza di grazia e benedizione dei santi. Dice il santo Isacco: il profumo di mio figlio è come il profumo di un campo pieno (Gen 27,27). 

A che dunque ricordare le viole purpuree, i gigli candidi, le rose rutilanti, i prati rilucenti di fiori, ora variopinti, ora d’oro splendente, ora azzurrini, dei quali tu non sai se più ti rallegra la magnificenza del colore o la fragranza dell’olezzo. Si pascono gli occhi del dolce spettacolo, e il profumo si diffonde in lungo e in largo e ci riempie di soavità. Perciò è divina la parola del Signore: E la bellezza del campo è con me (Sal 49,11).  È con lui, perché egli l’ha creata. E quale artista sarebbe stato capace di produrre una bellezza tanto eccelsa in una semplice cosa? Osservate i gigli del campo (Mt 6,28): quale candore splende nei loro petali, e come i petali stessi, stretti l’un l’altro, tendono in su, da assumere la forma di un calice, nel cui interno splende l’oro, sicuro da ogni oltraggio, perché la corolla lo circonda come un vallo? E se si volesse sfogliare un fiore, e privarlo dei suoi petali, quale mano d’artista mai saprebbe ridonare al giglio la sua leggiadria? 

Quale maestro saprebbe imitare la natura tanto fedelmente da poter osare la ricostruzione di questo fiore, di cui il Signore stesso ci ha dato splendida testimonianza assicurando che neppure Salomone, in tutta la sua magnificenza, non era vestito come uno di essi (Mt 6,29)? Il re più saggio e più ricco, dunque, è giudicato inferiore alla bellezza di questo fiore.«   Ambrogio, Esamerone, 3,36 

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