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2 FEBBRAIO : PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO; Dai « Discorsi » di san Sofronio, vescovo

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2 FEBBRAIO : PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO – CANDELORA

BIOGRAFIA
Presentazione nel TempioQuella di oggi è una celebrazione che incentra la nostra attenzione di credenti nell’umile gesto della presentazione di Gesù Bambino al Tempio e della purificazione della vergine Maria: il significato va ben oltre la storia: ammiriamo ancora l’umiltà della Vergine, la povertà della Santa famiglia di Nazareth e riascoltiamo devoti ed attoniti il cantico del santo vecchio Simeone. Proprio dalle sue parole, che definiscono il Bambino Gesù, luce delle genti, la Chiesa ha tratto il motivo per celebrare la luce con le candele benedette: è il motivo per celebrare Cristo luce, per ringraziare Dio del dono della fede e per impetrare ancora la pienezza della luce come dono dello Spirito santo.

MARTIROLOGIO
Festa della Presentazione del Signore, dai Greci chiamata Ipapànte: quaranta giorni dopo il Natale del Signore, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere la legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele.

DAGLI SCRITTI…
Presentazione nel Tempio – Dai « Discorsi » di san Sofronio, vescovo

Accogliamo la luce viva ed eterna

Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce.
La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1, 78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) é venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.
Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, é la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.(Disc. 3, sull’«Hypapante» 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293).
Nella celebrazione di oggi i fedeli vanno incontro al Signore portando ceri accesi e cantano a lui insieme a Simeone che lo riconobbe come Cristo Signore «Luce per illuminare le genti». Per ricordare il mistero di questo giorno, si compie la benedizione delle candele che può essere unita alla processione o ad ingresso solenne, secondo le indicazioni del Messale.
I fedeli si riuniscono in una chiesa minore o in qualche altro luogo adatto fuori della chiesa verso cui è diretta la processione; tengono in mano le candele accese già all?inizio del rito. Per la benedizione e la processione, il celebrante può indossare la casula o il piviale di colore bianco. Mentre la processione entra in chiesa si canta l?antifona d?ingresso della Messa, dopo di che, tralasciati i riti iniziali, si canta il Gloria e si dice la colletta. La messa prosegue come di solito.
Come la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. (San Sofronio).

Publié dans:feste del Signore, feste di Maria, Santi |on 2 février, 2015 |Pas de commentaires »

SAN TOMMASO D’AQUINO SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA – 28 GENNAIO (E 7 MARZO)

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SAN TOMMASO D’AQUINO SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

28 GENNAIO (E 7 MARZO)

ROCCASECCA, FROSINONE, 1225 CIRCA – FOSSANOVA, LATINA, 7 MARZO 1274

Domenicano (1244), formatosi nel monastero di Montecassino e nelle grandi scuole del tempo, e divenuto maestro negli studi di Parigi, Orvieto, Roma, Viterbo e Napoli, impresse al suo insegnamento un orientamento originale e sapientemente innovatore. Affidò a molti scritti impegnati e specialmente alla celebre ‘Summa’ la sistemazione geniale della dottrina filosofica e teologica raccolta dalla tradizione. Ha esercitato un influsso determinante sull’indirizzo del pensiero filosofico e della ricerca teologica nelle scuole dei secoli seguenti. (Mess. Rom.)

Patronato: Teologi, Accademici, Librai, Scolari, Studenti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall’ebraico

Emblema: Bue, Stella
Martirologio Romano: Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.
(7 marzo: Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di san Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio).

Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.
E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana.

Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli
Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi.
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta.
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore.
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore.

Domenicano; incomprensioni della famiglia
Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi.
Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi.
I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata.
Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”.
Su questa situazione i racconti della ‘Vita’, divergono, si dice che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso ricondotto a casa della madre, la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine ‘mendicante’, resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo, tanto che dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua; infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire.

Studente a Colonia con s. Alberto Magno
Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica.
Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano.
A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza.
Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”.

Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia
Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore s. Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen.
Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia.
Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”.
Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore.
Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università.
Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo.
“Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002).
A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani.

Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici
All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264.
Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici.
Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento.
Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento.
Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani.

La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo
A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”.
La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire.
Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di s. Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi.
Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò.

Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli
Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, fra le quali, oltre quelle già menzionate prima, anche “De unitate intellectus”; “De Redimine principum” (trattato politico, rimasto incompiuto); le “Quaestiones disputatae, ‘De potentia’ e ‘De anima’” e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi.
All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi.
A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio.
Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università.
Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi.

L’interruzione radicale del suo scrivere
Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli.
Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro.
Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”.
Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari.

I doni mistici
La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”.
Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé, il “bue muto di Sicilia” che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore.
Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra.
Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla.

Sempre più ammalato; in viaggio per Lione
Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose.
Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato; durante la malattia, due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo dell’ammalato e poi scomparire di nuovo, così come era venuta.
Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo.
Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato.
Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia.

La sua fine nell’abbazia di Fossanova
Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese.
Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”.
Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi.

Il suo insegnamento teologico
La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; due vastissime “Summe”, commenti a quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510 “Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli.
Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche, senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o non precisati.
Egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico e metafisico.
Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham.
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323.

Il suo culto
Nel 1567 s. Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.
La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369.
Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città.
A chiusura di questa necessariamente incompleta scheda, si riporta il bellissimo inno eucaristico, dove san Tommaso profuse tutto il suo amore e la fede nel mistero dell’Eucaristia.

Autore: Antonio Borrelli 

SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE – 21 GENNAIO

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SANT’ AGNESE VERGINE E MARTIRE

21 GENNAIO

ROMA, FINE SEC. III, O INIZIO IV

Agnese nacque a Roma da genitori cristiani, di una illustre famiglia patrizia, nel III secolo. Quando era ancora dodicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i fedeli che s’abbandonavano alla defezione. Agnese, che aveva deciso di offrire al Signore la sua verginità, fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei ma respinto. Fu esposta nuda al Circo Agonale, nei pressi dell’attuale piazza Navona. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa. Gettata nel fuoco, questo si estinse per le sue orazioni, fu allora trafitta con colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. Per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con una pecorella o un agnello, simboli del candore e del sacrificio. La data della morte non è certa, qualcuno la colloca tra il 249 e il 251 durante la persecuzione voluta dall’imperatore Decio, altri nel 304 durante la persecuzione di Diocleziano. (Avvenire)

Patronato: Ragazze
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco

Emblema: Agnello, Giglio, Palma
Martirologio Romano: Memoria di sant’Agnese, vergine e martire, che, ancora fanciulla, diede a Roma la suprema testimonianza di fede e consacrò con il martirio la fama della sua castità; vinse, così, sia la sua tenera età che il tiranno, acquisendo una vastissima ammirazione presso le genti e ottenendo presso Dio una gloria ancor più grande; in questo giorno si celebra la deposizione del suo corpo.
In data odierna, 21 gennaio, il Calendario liturgico romano fa memoria della santa vergine Agnese, la cui antichità del culto presso la Chiesa latina è attestata dalla presenza del suo nome nel Canone Romano (odierna Preghiere Eucaristica I), accanto a quelli di altre celebri martiri: Lucia, Cecilia, Agata, Anastasia, Perpetua e Felicita.
Nulla sappiamo della famiglia di origine di Sant’Agnese, popolare martire romana. La parola “Agnese”, traduzione dell’aggettivo greco “pura” o “casta”, fu usato forse simbolicamente come soprannome per esplicare le sue qualità. Visse in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana. Secondo il parere di alcuni storici Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato, durante la persecuzione di Valeriano (258-260), ma secondo altri, con ogni probabilità ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione dioclezianea nel 304. Durante la persecuzione perpetrata dall’imperatore Diocleziano, infatti, i cristiani furono uccisi così in gran numero tanto da meritare a tale periodo l’appellativo di “era dei martiri” e subirono ogni sorta di tortura.
Anche alla piccola Agnese toccò subire subire una delle tante atroci pene escogitate dai persecutori. La sua leggendaria Passio, falsamente attribuita al milanese Sant’Ambrogio, essendo posteriore al secolo V ha perciò scarsa autorità storica. Della santa vergine si trovano notizie, seppure vaghe e discordanti, nella “Depositio Martyrum” del 336, più antico calendario della Chiesa romana, nel martirologio cartaginese del VI secolo, in “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, nell’ode 14 del “Peristefhanòn” del poeta spagnolo Prudenzio ed infine in un carme del papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide originale murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura. Dall’insieme di tutti questi numerosi dati si può ricavare che Agnese fu messa a morte per la sua forte fede ed il suo innato pudore all’età di tredici anni, forse per decapitazione come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso. L’inno ambrosiano “Agnes beatae virginia” pone in rilievo la cura prestata dalla santa nel coprire il suo verginale corpo con le vesti ed il candido viso con la mano mentre si accasciava al suolo, mentre invece la tradizione riportata da Damaso vuole che ella si sia coperta con le sue abbondanti chiome. Il martirio di Sant’Agnese è inoltre correlato al suo proposito di verginità. La Passione e Prudenzio soggiungono l’episodio dell’esposizione della ragazza per ordine del giudice in un postribolo, da cui uscì miracolosamente incontaminata.
Assai articolata è anche la storia delle reliquie della piccola martire: il suo corpo venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione ed alla sua morte volle essere sepolta nei pressi della tomba. Accanto alla basilica sorse uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate e fu ripetutamente rinnovata ed ampliata. L’adiacente cimitero fu scoperto ed esplorato metodicamente a partire dal 1865. Il cranio della santa martire fu posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul luogo presunto del postribolo ove fu esposta. Tutto il resto del suo corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V.
Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nella suddetta opera “De Virginibus” scrisse al riguardo della festa della santa: “Quest’oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, immoliamo delle vittime. E’ il natale di Sant’Agnese, ammirino gli uomini, non disperino i piccoli, stupiscano le maritate, l’imitino le nubili… La sua consacrazione è superiore all’età, la sua virtù superiore alla natura: così che il suo nome mi sembra non esserle venuto da scelta umana, ma essere predizione del martirio, un annunzio di ciò ch’ella doveva essere. Il nome stesso di questa vergine indica purezza. La chiamerò martire: ho detto abbastanza… Si narra che avesse tredici anni allorché soffrì il martirio. La crudeltà fu tanto più detestabile in quanto che non si risparmiò neppure sì tenera età; o piuttosto fu grande la potenza della fede, che trova testimonianza anche in siffatta età. C’era forse posto a ferita in quel corpicciolo? Ma ella che non aveva dove ricevere il ferro, ebbe di che vincere il ferro. […] Eccola intrepida fra le mani sanguinarie dei carnefici, eccola immobile fra gli strappi violenti di catene stridenti, eccola offrire tutto il suo corpo alla spada del furibondo soldato, ancora ignara di ciò che sia morire, ma pronta, s’è trascinata contro voglia agli altari idolatri, a tendere, tra le fiamme, le mani a Cristo, e a formare sullo stesso rogo sacrilego il segno che è il trofeo del vittorioso Signore… Non così sollecita va a nozze una sposa, come questa vergine lieta della sua sorte, affrettò il passo al luogo del supplizio. Mentre tutti piangevano, lei sola non piangeva. Molti si meravigliavano che con tanta facilità donasse prodiga, come se già fosse morta, una vita che non aveva ancora gustata. Erano tutti stupiti che già rendesse testimonianza alla divinità lei che per l’età non poteva ancora disporre di sé… Quante domande la sollecitarono per sposa! Ma ella diceva: « È fare ingiuria allo sposo desiderare di piacere ad altri. Mi avrà chi per primo mi ha scelta: perché tardi, o carnefice? Perisca questo corpo che può essere bramato da occhi che non voglio ». Si presentò, pregò, piegò la testa… Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio”. (tratto da De Virginibus, 1. 1)

ORAZIONE DAL MESSALE
Dio onnipotente ed eterno,
che scegli le creature miti e deboli per confondere le potenze del mondo,
concedi a noi, che celebriamo la nascita al cielo di sant’Agnese vergine e martire,
di imitare la sua eroica costanza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

TRIDUO A SANT’AGNESE
1. O singolare esempio di virtù, gloriosa Santa Agnese, per quella viva fede da cui fosti animata fin dalla più tenera età e che ti rese così accetta a Dio da meritare la corona del martirio, ottienici la grazia di conservare intatta la fede e di professarci sinceramente cristiani non a parole, ma con le opere, affinché confessando Gesù innanzi agli uomini, Gesù faccia di noi favorevole testimonianza innanzi all’eterno Padre.
- Gloria al Padre
2. O Santa Agnese, martire invitta, per quella ferma speranza che avesti nell’aiuto divino, quando condannata dall’empio preside romano a veder macchiato il giglio della tua purezza, non ti sgomentasti poiché eri fermamente abbandonata alla volontà di quel Dio che manda i suoi Angeli per proteggere quelli che in Lui confidano, con la tua intercessione ottienici da Dio la grazia di custodire gelosamente la purezza affinché ai peccati commessi non aggiungiamo quello abominevole della diffidenza nella Misericordia divina.
- Gloria al Padre
3. O Vergine forte, purissima Santa Agnese, per la carità ardente non offesa dalle fiamme della voluttà e del rogo con cui i nemici di Cristo cercavano di perderti, ottienici da Dio che si estingua in noi ogni fiamma non pura e arda soltanto il fuoco che Gesù Cristo venne ad accendere sopra la terra affinché, dopo aver vissuto con purezza, possiamo essere ammessi alla gloria che meritasti con la tua purezza e con il martirio.
- Gloria al Padre

PREGHIERA A SANT’AGNESE
O ammirabile Sant’Agnese,
quale grande esultanza provasti quando alla tenerissima età di tredici anni,
condannata da Aspasio ad essere bruciata viva,
vedesti le fiamme dividersi intorno a te,
lasciarti illesa ed avventarsi invece contro quelli che desideravano la tua morte!
Per la grande gioia spirituale con cui ricevesti il colpo estremo,
esortando tu stessa il carnefice a conficcarti nel petto
la spada che doveva compiere il tuo sacrificio,
ottieni a tutti noi la grazia di sostenere con edificante serenità tutte le persecuzioni
e le croci con cui il Signore volesse provarci
e di crescere sempre più nell’amore a Dio per suggellare con la morte dei giusti
una vita di mortificazione e sacrificio.
Amen.

Autore: Fabio Arduino                      

 

Publié dans:Santi |on 20 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

NON MI BASTA AMARE DIO SE ANCHE IL MIO PROSSIMO NON LO AMA – SAN VINCENZO DE PAOLI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010821_vincenzo-paoli_it.html

NON MI BASTA AMARE DIO SE ANCHE IL MIO PROSSIMO NON LO AMA – SAN VINCENZO DE PAOLI

« La nostra vocazione è di andare ad infiammare il cuore degli uomini,a fare quello che fece il Figlio di Dio, Lui che venne a portare il fuoco nel mondo per infiammarlo dell’amor suo. Che possiamo noi desiderare, se non che arda e consumi tutto?
È dunque vero che sono inviato non solo ad amare Dio, ma a farlo amare.

Non mi basta amare Dio se anche il mio prossimo non lo ama. Devo amare il mio prossimo come immagine di Dio e oggetto dell’amor suo e far di tutto perché a loro volta gli uomini amino il loro Creatore che li riconosce e li considera come suoi fratelli, che li ha salvati; e procurare che, con mutua carità, si amino tra loro per amor di Dio, il quale li ha tanto amati da abbandonare per essi il proprio Figlio alla morte. È dunque questo il mio dovere.
Orbene, se è vero che siamo chiamati a portare lontano e vicino l’amore di Dio, se dobbiamo infiammarne le nazioni, se la nostra vocazione è di andare a spargere questo fuoco divino in tutto il mondo, se così è, dico, se così è, fratelli, quanto devo ardere io stesso di questo fuoco divino!
Come daremo la carità agli altri, se non l’abbiamo tra noi? Osserviamo se vi è, non in generale, ma se ciascuno l’ha in sé, se vi è al grado dovuto; perché se non è accesa in noi, se non ci amiamo l’un l’altro come Gesù Cristo ci ha amati e non facciamo atti simili ai suoi, come potremo sperare di diffondere tale amore su tutta la terra? Non è possibile dare quello che non si ha.
L’esatto dovere della carità consiste nel fare ad ognuno quello che con ragione vorremmo fosse fatto a noi. Faccio veramente al mio prossimo quello che desidero da lui?
Osserviamo il Figlio di Dio. Non c’è che Nostro Signore che sia stato tanto rapito dall’amore per le creature da lasciare il trono del Padre suo per venire a prendere un corpo soggetto ad infermità.
E perché? Per stabilire fra noi, mediante la sua parola e il suo esempio, la carità del prossimo. È questo l’amore che l’ha crocifisso e ha compiuto l’opera mirabile della nostra redenzione.
Se avessimo un poco di questo amore, rimarremmo con le braccia conserte? Oh! no, la carità non può rimanere oziosa, essa ci spinge a procurare la salvezza e il sollievo altrui. »

Dalle “Conferenze ai Preti della Missione” di san Vincenzo de’ Paoli () (Conferenza 207).

Preghiera
O Salvatore, che ci hai dato la legge di amare il prossimo come noi stessi, che l’hai praticata tanto perfettamente verso gli uomini, sii Tu stesso, Signore, il tuo ringraziamento eterno!
O Salvatore, quanto sono fortunato di trovarmi in uno stato d’amore per il prossimo! Fammi la grazia di riconoscere la mia fortuna, di amare questo stato beato e di contribuire perché questa virtù si manifesti ora, domani e sempre. Amen (da S. Vincenzo de’ Paoli)

A cura del « Movimento dei Focolari »

Publié dans:meditazioni, Santi |on 13 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

26 NOVEMBRE: BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

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26 NOVEMBRE: BEATO GIACOMO ALBERIONE SACERDOTE

San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 – Roma, 26 novembre 1971

Giacomo Alberione nacque il 4 aprile 1884 a San Lorenzo di Fossano (Cuneo), da una povera e laboriosa famiglia di contadini. A sette anni sentì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel seminario di Bra, ma dopo quattro anni di permanenza una crisi gli fece lasciare il seminario. Nell’autunno del 1900 tornò a indossare l’abito del seminarista, questa volta nel collegio di Alba. Nella notte che segnava il passaggio al nuovo secolo, durante la veglia di adorazione solenne nel Duomo, mentre era inginocchiato a pregare una particolare luce gli venne dall’Ostia, l’invito di Gesù: “Venite ad me omnes…”(Mt 11, 28) lo incitò a fare qualcosa per gli uomini e le donne del nuovo secolo. Il 20 agosto 1914 diede inizio a quella che dapprima si chiamò “Scuola Tipografica Piccolo Operaio”, e successivamente “Pia Società San Paolo”, il primo dei dieci rami della Famiglia Paolina. La morte lo colse a Roma, all’età di 87 anni, il 26 novembre 1971. Il 26 giugno 1996 Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto le virtù eroiche dichiarandolo Venerabile.
Martirologio Romano: A Roma, beato Giacomo Alberione, sacerdote, che, sommamente sollecito per l’evangelizzazione, si dedicò con ogni mezzo a volgere gli strumenti della comunicazione sociale al bene della società, facendo dei sussidi per annunciare più efficacemente la verità di Cristo al mondo, e fondò per questo la Congregazione della Pia Società di San Paolo Apostolo.

Paolo VI lo ha definito «una meraviglia del nostro secolo», altri un «industriale del Vangelo». Sicuramente è stato un grande personaggio della storia sociale italiana e della storia della Chiesa. Grazie a lui il mondo cattolico si è affacciato sul mercato dei mass media con strumenti e prodotti culturali competitivi. Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, è stato un genio organizzativo nella caotica e insidiosa giungla della comunicazione sociale.
Alberione fu uomo solo, senza amici. La sua vita fu avvolta da un alone di mistero. Nessuno, credo, è mai riuscito a sollevare tutto il velo che coprì l’identità di quest’uomo, così alieno alle confessioni intime e dalle effusioni spontanee. Anche per questo egli non conobbe amici nel senso comune della parola. Eppure fu sempre ammirato e un suo sorriso era cercato come quello della mamma, così come «le sue lavate di capo, che regalava qualche volta, assumevano il tono di un Savonarola in formato tascabile», come scrisse di lui un suo scomodo quanto appassionato figlio paolino.
Don Alberione nasce, figlio di contadini, in uno squallido stanzone di un rustico a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). È il 4 aprile 1884. E morirà il 26 novembre 1971, in una semplice stanzetta dai gusti francescani nella Casa generalizia della Pia Società San Paolo di Roma senza aver riconosciuto il Papa. Paolo VI si era infatti recato al suo capezzale per rendere l’ultimo omaggio a chi aveva fondato, a soli 30 anni, una congregazione religiosa ed ora ne lasciava ben cinque, più quattro istituti aggregati all’Unione Cooperatori Paolini. Nessuno ha ancora lasciato, nella millenaria storia delle congregazioni e degli ordini religiosi, un così alto numero di fondazioni.
Il 26 novembre del 1904 rimane orfano di padre: lo stesso giorno in cui lui morirà. Tra padre e figlio non c’era mai stata intesa, come d’altra parte con il resto della famiglia. Sull’immaginetta stampata in occasione della sua ordinazione sacerdotale fece scrivere: «Quoniam pater meus dereliquit me… Dominus autem suscepit me» («Il padre mi ha abbandonato ma il Signore si è preso cura di me»).
Don Alberione è stato anche uno dei fondatori più longevi della storia della Chiesa. È vissuto 87 anni costantemente proteso a diffondere la Parola. Giacomo preferiva il libro al gioco, così come preferiva il libro alla zappa, con le conseguenti lamentele e i rimbrotti del padre. Leggiamo in un suo scritto di quando aveva vent’anni e già aveva inteso l’essenza della sua missione: «La vera forza reggitrice degli affetti del cuore, motrice del regno invisibile del pensiero, nell’unione intellettuale e morale, individuale e sociale, che scorre in tutti i secoli, che si dilata in tutte le nazioni è la potenza della parola. Parla l’uomo e parla Dio; quello con pochi mezzi manifesta i suoi verbi mentali, questi con mezzi infiniti, come infinito è Egli stesso. Ei parlò stampando il suo verbo nella natura; onde l’uomo studiando la natura studia il Verbo di Dio».
La sua attività pubblicistica inizia nel 1913 con la direzione della «Gazzetta d’Alba». L’anno dopo nasce la Scuola Tipografica Piccolo Operaio, primo nucleo della futura Pia Società San Paolo. Nel 1915 don Alberione dà vita alla prima comunità femminile della Pia Società Figlie di San Paolo.
Gracile nel fisico, don Alberione aveva una volontà granitica. Si svegliava fra le 3 e le 3,15; alle 4,45 celebrava la messa. Verso le 7 raggiungeva il tavolo di lavoro, rispondendo personalmente alle molte lettere che giungevano da tutte le parti del mondo. Antesignano della comunicazione globale, veniva interrotto dalle visite, per le quali, generalmente, non era necessario fissare un appuntamento: si bussava alla sua porta e si entrava. Lavoratore infaticabile, ma anche organizzatore perfetto e manager d’eccezione. Ha scritto «Famiglia Cristiana», sua straordinaria creatura che nacque il 25 dicembre 1931: «L’intuizione di don Alberione non sta tanto nell’aver utilizzato i mezzi più celeri ed efficaci della comunicazione sociale come strumenti di apostolato, quanto nell’aver adottato integralmente il metodo industriale, che si tira dietro, per sua natura, l’obbligo di aggiornamento continuo e la complementarità di molti settori. È l’industria al servizio della Chiesa; è la rinunzia definitiva a un certo tipo di artigianato; è soprattutto la rinunzia all’arrangiamento. Libri, giornali, ecc., oltre che fatti a scopo di bene, devono essere fatti secondo tutte le regole». La professionalità a dispetto del pressappochismo che molta parte della cosiddetta «buona stampa» perseguiva. Ma tali risultati don Alberione li pagò a caro prezzo. Le travagliate vicende sono ampiamente registrate e documentate negli atti della causa di beatificazione che si è aperta nel 1981 e che lo ha già portato, nel 1996, al titolo di venerabile.
Nel 1931 invia i primi missionari all’estero: Brasile, Argentina, Stati Uniti, India, Cina, Giappone e Isole Filippine. Pur maneggiando molto denaro, fra pretese di creditori e saldi di debiti, don Alberione rimane ben ancorato al voto di povertà. Fra le tante definizioni che gli sono state date c’è anche quella di «manager di Dio». Questo piccolo e fragile uomo ha fondato un impero editoriale di dimensioni intercontinentali, sempre con il rosario alla mano e contro tutti. «L’unica sconfitta nella vita», lascia scritto, «è cedere alle difficoltà, anzi l’abbandono della lotta. L’uomo se muore lottando, vince, se abbandona la lotta è un vinto».
Autore: Cristina Siccardi

Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 nella cascina delle « Nuove Peschiere » a San Lorenzo di Fossano (Cuneo). Presso la cappella dedicata a San Lorenzo riceve il Battesimo il giorno successivo, 5 aprile. La famiglia Alberione è guidata da papà Michele e benevolmente curata da mamma Teresa Allocco. Ci sono già i fratelli: Giovenale, Francesco, Giovanni; seguiranno la sorellina che morirà entro un anno e l’ultimo fratello Tommaso. Famiglia di poveri contadini, profondamente cristiana e laboriosa, che trasmette ai figli con la fede una forte educazione al lavoro e una fiducia incrollabile nella Provvidenza.
Il progetto di Dio su Giacomo comincia ad evidenziarsi molto presto: in prima elementare, interrogato dalla maestra Rosa Cardona su cosa farà da grande, egli risponde con chiarezza: « Mi farò prete! ».
Seguono gli anni della fanciullezza orientati in questa direzione.
Nella nuova abitazione della famiglia nella regione di Cherasco, parrocchia San Martino, diocesi di Alba, il parroco don Montersino aiuta l’adolescente a prendere coscienza e a rispondere alla chiamata del Signore. A 16 anni Giacomo è accolto nel Seminario di Alba e subito si incontra con colui che gli sarà padre, guida, amico, consigliere per 46 anni: il can. Francesco Chiesa.
Fare « qualcosa » per il Signore e gli uomini del nuovo secolo
Al termine dell’Anno Santo 1900, già fortemente interpellato dall’enciclica di Papa Leone XIII « Tametsi futura », Giacomo asseconda l’invito potente della grazia divina: nella notte del 31 dicembre 1900, che divide i due secoli, sosta per quattro ore in adorazione davanti al SS. mo Sacramento solennemente esposto nella Cattedrale di Alba. Una « particolare luce », come testimonia egli stesso, gli viene dall’Ostia e da quel giorno si sente « profondamente obbligato a far qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo », « obbligato a servire la Chiesa », con i mezzi nuovi offerti dall’ingegno umano.
E’ in seguito a tale esperienza che don Alberione ricorda senza fine a tutti i suoi figli e figlie: « Siete nati dall’Ostia, dal Tabernacolo! ».
L’itinerario del giovane Alberione prosegue molto intensamente negli anni dello studio della filosofìa e teologia. Il 29 giugno 1907 viene ordinato sacerdote. Segue una breve ma decisiva esperienza pastorale in Narzole (Cuneo), nella parrocchia di S. Bernardo, in qualità di vice parroco. Nei pochi mesi di apostolato pastorale diretto incontra il giovinetto Giuseppe Giaccardo che per lui sarà ciò che fu Timoteo per l’Apostolo Paolo. E sempre a Narzole don Alberione matura una maggior comprensione di ciò che può fare la donna coinvolta nell’apostolato.
Seguono gli anni vissuti nel Seminario ad Alba, dove svolge il compito di Padre Spirituale dei seminaristi maggiori e minori, e d’insegnante in varie materie.
Il giovanissimo sacerdote prega molto, studia, si presta per predicazione, catechesi, conferenze nelle parrocchie della diocesi. Dedica pure molto tempo allo studio, approfondendo particolarmente testi che lo illuminano e lo aggiornano sulla situazione della società civile ed ecclesiale del suo tempo e sulle necessità dell’uomo d’oggi: verso dove cammina questa umanità?
Ma il Signore lo vuole e lo guida in una missione nuova, multiforme nei mezzi e nelle strutture, per predicare il Vangelo a tutti i popoli, nello spirito dell’Apostolo San Paolo: portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini, utilizzando i mezzi moderni di comunicazione. Testimoniano tale orientamento due libri di notevole importanza, maturati in quegli anni: « Appunti di teologia pastorale » (1912) e « La donna associata allo zelo sacerdotale » (iniziato nel 1911 e pubblicato nel 1915).
Maggior luce e maggior comprensione per un nuovo passo avviene nel 1910, quando don Alberione prende coscienza che la missione di dare Gesù Cristo al mondo deve essere assunta e realizzata da persone consacrate: « Le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio », amerà ripetere spesso.
La missione si concretizza: evangelizzare con i mezzi moderni
Per obbedire a Dio e alla Chiesa, il 20 agosto 1914, mentre a Roma muore il santo pontefice Pio X, ad Alba don Alberione dà inizio alla « Famiglia Paolina » con la fondazione della Pia Società San Paolo. Tutto avviene in forma semplice e dimessa: don Alberione si sente strumento di Dio, mosso dalla pedagogia divina che ama « iniziare sempre da un presepio », nel silenzio e nel nascondimento.
La famiglia umana – alla quale don Alberione si ispira – è composta di… fratelli e sorelle. Don Alberione è ben consapevole del ruolo importante che la donna, esercita nel « fare del bene » a gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli. La prima donna che segue don Alberione è una ragazza ventenne di Castagnito (Cuneo): Teresa Merlo. Con il suo contributo, Alberione dà inizio alla congregazione delle Figlie di San Paolo (1915). Lentamente, ma decisamente, tra difficoltà di ogni genere, la « Famiglia » si sviluppa, le vocazioni maschili e femminili aumentano, l’apostolato si delinea e prende forma.
Nel 1918 (dicembre) avviene una prima partenza (quante ne seguiranno?) di « figlie » verso Susa: inizia una coraggiosa storia ricca di fede e di giovanile entusiasmo, che genera anche uno stile caratteristico, denominato « alla paolina ».
È abbastanza semplice seguire la cronologia di questi anni: ma quanto cammino, quanto progresso! Dio è presente e dà segni evidenti che è Lui solo a volere la Famiglia Paolina.
Però, nel luglio 1923 una nube oscura sembra troncare sul nascere tutti i sogni. Don Alberione si ammala gravemente; e il responso dei medici non lascia speranze. Ma ecco che, contrariamente ad ogni previsione, don Alberione riprende miracolosamente il cammino: « San Paolo mi ha guarito », commenterà in seguito. Da quel periodo appare nelle cappelle Paoline la scritta che in sogno o in rivelazione il Divin Maestro rivolge al Fondatore: « Non temete – Io sono con voi – Di qui voglio illuminare – Abbiate il dolore dei peccati ».
Nel 1924 prende vita la seconda congregazione femminile: le Pie Discepole del Divin Maestro, per l’apostolato eucaristico, sacerdotale, liturgico. A guidarle nella nuova vocazione don Alberione chiama la giovane Orsola Rivata.
Intanto don Alberione, sempre bruciato dallo « zelo » per le anime, va individuando le forme più rapide per raggiungere con il messaggio evangelico ogni uomo, soprattutto i lontani e le masse. Intuendo che, accanto ai libri, un mezzo molto efficace poteva risultare la pubblicazione di periodici, eccolo …buttarsi massicciamente in questa forma di apostolato. Nel 1912 era già nata la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci, al fine « che ogni pastore sia un Pastor Bonus, modellato sopra Gesù Cristo… »; adesso (1931) nasce Famiglia Cristiana, rivista settimanale con lo scopo di alimentare la vita cristiana delle famiglie. Seguiranno: La Madre di Dio (1933), « per svelare alle anime le bellezze e le grandezze di Maria »; Pastor bonus (1937), rivista mensile in lingua latina, nella quale si trattavano problemi di cura pastorale e venivano offerte profonde meditazioni biblico-teologiche; Via, Verità e Vita (1952), rivista mensile per la conoscenza e l’insegnamento della dottrina cristiana; La Vita in Cristo e nella Chiesa (1952), con lo scopo di far « conoscere i tesori della Liturgia, diffondere tutto quello che serve alla Liturgia, vivere la Liturgia secondo la Chiesa… ». Don Alberione pensa anche ai ragazzi: per loro fa pubblicare Il Giornalino.
Si pone pure mano alla costruzione del grandioso Tempio a San Paolo, prima chiesa dedicata a una delle devozioni fondamentali della Famiglia Paolina. Seguiranno i due Templi a Gesù Maestro (Alba e Roma) e il Santuario alla Regina degli Apostoli (Roma).
Don Alberione si preoccupa di guidare, formare, orientare fratelli e sorelle precedendoli nella vita – vocazione – missione paolina.
Da Alba al mondo: come Paolo sempre in cammino
Nel 1926 si concretizza la fondazione della prima Casa « filiale » a Roma, seguita negli anni successivi da molte fondazioni in Italia e all’Estero.
Intanto cresce l’edificio spirituale: si segue con una maggiore comprensione e quindi più facilmente l’insegnamento del « Primo Maestro » sulla « devozione » fondamentale e qualificante: « Gesù Maestro e Pastore, Via e Verità e Vita », sulla devozione a Maria Madre, Maestra e Regina degli Apostoli; e sulla devozione a San Paolo, che ci specifica nella Chiesa e per cui siamo « i Paolini ».
La meta che il Fondatore indica a tutti e che vuole sia assunta come il primo « impegno » è la conformazione piena a Cristo: accogliere tutto il Cristo Via e Verità e Vita in tutta la persona, mente, volontà, cuore, forze fisiche. Orientamento codificato in un volumetto composto intorno agli anni ’30 e al quale dà il titolo paolino: « Donec formetur Christus in vobis ».
Nell’ottobre 1938 don Alberione fonda la terza congregazione femminile: le Suore di Gesù Buon Pastore o « Pastorelle », destinate all’apostolato pastorale diretto in ausilio ai Pastori.
La seconda guerra mondiale (1940-1945) segna una battuta d’arresto; ma il Primo Maestro, forzatamente fermo a Roma, non si arresta nel suo itinerario spirituale. Mentre attende il ritorno di condizioni migliori per operare, egli va accogliendo in misura sempre più radicale la luce di Dio in un clima di adorazione e contemplazione ogni giorno crescente.
Frutto di tale attitudine adorante sono gli scritti che il Fondatore continua a regalare ai suoi figli, tutti di grande rilievo per la Famiglia Paolina. Ricordiamo solo la « Via humanitatis » (1947), altissima rilettura del cammino dell’umanità in ottica mariana (« per Mariam, in Christo et in Ecclesia »), e quello che è il suo sogno incompiuto: il Progetto di un’enciclopedia su Gesù Maestro (1959).
Per don Alberione l’attività piena riprende alla fine del 1945, con i grandi viaggi intorno al mondo, allo scopo di incontrare e confermare fratelli e sorelle. Rimane « folgorato » dall’Oriente (India, Cina, Filippine…): le moltitudini, i miliardi di persone… Ma quanti conoscono Gesù Cristo? « Mi protendo in avanti! Non pensare a quel che si è fatto, ma piuttosto a quanto rimane da fare ».
Gli anni 1950-1960 sono gli anni d’oro del consolidamento della Famiglia Paolina: tutto fiorisce con vocazioni, fondazioni, edizioni, iniziative molteplici, impegno nella formazione, nello studio, nella povertà.
Nel 1954 si celebra il quarantesimo di fondazione, documentato in un volume pubblicato nella circostanza: « Mi protendo in avanti ». E’ esattamente in questa occasione che don Alberione riesce a vincere la sua naturale ritrosia nel parlare di se stesso e consegna ai suoi figli lo scritto che sarà pubblicato con il titolo: « Abundantes divitiae gratiae suae » e che viene considerato ora come la « storia carismatica della Famiglia Paolina ».
Con la fondazione della quarta congregazione femminile: l’Istituto Regina degli Apostoli per le vocazioni (Suore Apostoline), dedite all’apostolato vocazionale (1959) e con gli Istituti aggregati: San Gabriele Arcangelo, Maria SS.ma Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, si completa il grande « albero » della Famiglia Paolina, pensata e voluta da Dio.
Don Alberione è ora la guida di circa diecimila persone, inclusi pure i Cooperatori Paolini, tutte unite tra loro dallo stesso ideale di santità e di apostolato: l’avvento di Cristo, Via, Verità, Vita, nelle anime e nel mondo, mediante gli strumenti della comunicazione sociale.

Dalla Chiesa del Concilio a quella celeste
Negli anni 1962-1965 il Primo Maestro è protagonista silenzioso, ma molto attento del Concilio Vaticano II, alle cui quattro « sessioni » partecipa quotidianamente con vivo impegno. Giorno di particolare giubilo è il 4 dicembre 1963, in cui viene emanato il Decreto conciliare « Inter Mirifica » sugli strumenti della comunicazione sociale da assumersi come mezzi di evangelizzazione. Egli così commentò: « Ora non potete più avere dubbi. La Chiesa ha parlato ». E ancora: « Vi ho dato il meglio. Se avessi trovato qualcos’altro di meglio, ve lo darei ora, ma non l’ho trovato ».
Nel frattempo, non mancano tribolazioni e sofferenze al padre comune. Tra le più acute, la morte dei suoi primi figli e figlie. Il 24 gennaio 1948 torna al padre don Timoteo Giaccardo, che egli considera « fedelissimo tra i fedeli ». Quindi, il 5 febbraio 1964, don Alberione è colpito da un nuovo, profondo dolore per la morte della Prima Maestra Teda (Teresa Merlo), la donna che non dubitò mai e vide in Lui l’Uomo trasmettitore della Volontà di Dio. In quell’occasione don Alberione non si preoccupò di nascondere le lacrime.
Ormai verso la fine del cammino terreno, si può affermare che il segreto di tanta multiforme attività fu la sua vita interiore, per la quale egli realizzò l’adesione totale alla Volontà di Dio, e compì in sé la parola dell’Apostolo San Paolo: « La mia vita è Cristo ». Il Cristo Gesù, in particolare il Cristo Eucaristico, fu la grande, l’unica passione di don Alberione: « La nostra pietà è in primo luogo eucaristica. Tutto nasce, come da fonte vitale, dal Maestro Divino. Così è nata dal tabernacolo la Famiglia Paolina, così si alimenta, così vive, così opera, così si santifica. Dalla Messa, dalla Comunione, dalla Visita, tutto: santità e apostolato ».
Il Venerabile don Giacomo Alberione rimase sulla terra 87 anni. Compiuta l’opera che il Padre Celeste gli aveva dato da fare, il 26 novembre 1971, lasciò la terra per prendere il suo posto nella Casa del Padre. Le ultime ore di don Alberione furono confortate dalla visita e dalla benedizione del Papa Paolo VI, che non nascose mai la sua ammirazione e venerazione per don Alberione. Ad ogni membro della Famiglia Paolina è oltremodo cara la testimonianza che volle lasciare il Papa Paolo VI, nella memorabile Udienza concessa al Primo Maestro e a una folta rappresentanza di membri della Famiglia Paolina, il 28 giugno 1969 (il Primo Maestro aveva 85 anni): « Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera, sempre intento a scrutare i « segni dei tempi », cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro Don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con i mezzi moderni. Lasci, caro Don Alberione, che il Papa goda di codesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa ».
Il 25 giugno 1996 il Santo Padre Giovanni Paolo II firma il Decreto con il quale vengono riconosciute le virtù eroiche e il conseguente titolo di Venerabile.
E’ stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 27 aprile 2003.

Autore: Don Luigi Valtorta, ssp – Postulatore Generale

 

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22 NOVEMBRE: FESTA DI SANTA CECILIA (metto questa Omelia del 2003)

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccatheduc/documents/rc_con_ccatheduc_doc_20031122_musica-sacra_it.html

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA

SANTA MESSA IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE

DELL’ANNO ACCADEMICO DEL PONTIFICIO ISTITUTO DI MUSICA SACRA

OMELIA DEL CARD. ZENON GROCHOLEWSKI

FESTA DI SANTA CECILIA

Sabato, 22 novembre 2003

1. Ho accolto con gioia l’invito a celebrare la S. Messa in occasione dell’inizio del nuovo Anno Accademico, nella suggestiva festa di santa Cecilia che quest’anno è anche ricorrenza del primo centenario del celebre Motu proprio di san Pio X Tra le sollecitudini « de restauratione musicae sacrae », del 22 novembre 1903 (ASS 36 [1903-1904] 329-359; cfr anche pp. 387-395), in cui è stato messo in rilievo il nesso profondo tra la musica sacra e la liturgia, anzi la partecipazione della musica sacra al fine generale della liturgia, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli (cfr ivi, art. 1). Queste affermazioni sono state successivamente tante volte ricordate ed approfondite sia nel Magistero della Chiesa che nelle opere di autori.
In questa solenne celebrazione rivolgo, pertanto, il mio cordiale e affettuoso saluto al Preside, ai docenti, agli studenti e al personale amministrativo del Pontificio Istituto di Musica Sacra qui riuniti per invocare l’aiuto del Signore sulle attività accademiche del nuovo anno.

Santa Cecilia
2. Santa Cecilia martire è stata sepolta in un posto d’onore, accanto alla cosiddetta « Cripta dei Papi » nelle catacombe di san Callisto; il suo nome è ricordato negli antichi martirologi ed anche nel Canone Romano; a lei è stata dedicata l’omonima basilica in Trastevere, che come luogo di culto risale al IV secolo; la sua memoria è già celebrata nell’anno 546, come attesta il Liber pontificalis del VI secolo; la sua immagine la troviamo già nei celebri mosaici del VI secolo a Ravenna nella chiesa di san Apollinare Nuovo. Quindi una figura di spicco nella agiografia cristiana.
La vita di santa Cecilia, però, è pressoché sconosciuta. Non sappiamo esattamente neppure quando è vissuta e quando ha subito il martirio. La famosa Passione del V secolo, che la riguarda, è piuttosto leggendaria. Si pone, quindi, la domanda come mai dalla fine del medioevo essa sia stata considerata musicista e patrona della musica e del canto, quale è ormai universalmente nota. Probabilmente la risposta sta nell’interpretazione che la pietà popolare ha dato all’espressione che si trova nella menzionata Passione, in cui si legge che « mentre gli organi suonavano ella cantava nel suo cuore soltanto al Signore ».
Comunque, siamo certi che essa, scelta come Patrona, intercede per quanti si dedicano con passione alla musica e al canto sacro, e che soprattutto la sua persona contiene per noi un impegnativo e vitale messaggio, quello della santità, sigillata con il martirio.

Le letture
3. Penso che le letture dell’odierna liturgia contengono lo stesso messaggio. Nella prima di esse, tratta dal Libro di Osea (Os 2, 16-17.21-22), viene presentata la riconquista della sposa-Israele con un atto unilaterale di amore dello sposo Yhwh (Yahveh). Dopo aver compreso che è Dio colui dal quale ha ricevuto ogni bene, Israele intraprenderà il cammino di ritorno a Lui nel deserto (v. 16), il luogo che ricorda quello dove il popolo accettò l’alleanza offertagli da Dio.
Nonostante le ripetute infedeltà, Israele riceve da Dio la possibilità di un nuovo inizio pieno di speranza, e innalza il suo canto gioioso (v. 17). L’amore passionale, intimo e coinvolgente, di un uomo per la sua donna, offre a Osea l’immagine più evocativa della relazione tra Dio e Israele. Israele, profondamente rigenerato dall’amore e dalla tenerezza di Yhwh, può rispondere vivendo la comunione con il suo Signore per sempre (vv. 21s.).
Questa lettura è ovviamente per noi un invito alla conersione, al ritorno al Signore, a dare risposta d’amore all’amore di Dio, infinito e fedele.
4. Il brano del Vangelo (Mt 25, 1-13), scelto per celebrare la memoria di santa Cecilia, ci racconta, invece, la parabola delle vergini che fanno parte del corteo nuziale e che attendono lo sposo. Questa parabola è inserita nel contesto del « Discorso escatologico » (Mt 24, 1-25.46), nel quale, a più riprese, viene dichiarata l’indeterminatezza del momento in cui il Figlio dell’uomo verrà.
La parabola mette in evidenza la dilazione di questa venuta e insiste sulla necessità di essere, comunque, sempre vigilanti e pronti (v. 13). Tutte le vergini fanno parte dello stesso corteo nuziale, ma alcune sono previdenti e altre no; ciò dipende dal significato che ciascuna attribuisce all’evento atteso. L’esito diverso è inappellabile: chi non è pronto non potrà ricevere soccorso in extremis (vv. 8-10); ciascuno dovrà assumersi le conseguenze della scelta operata (vv. 11s.).
Anche in questa immagine – di cui il momento focale e più desiderabile sono le nozze con lo Sposo, ossia una comunione ed intimità gioiosa con il Signore, di cui sono divenute partecipi le vergini sagge – è un pressante invito alla vigilanza con le lampade accese della fede e della carità viva nella prospettiva dell’incontro con il Signore.
La musica e il canto sacro
5. Sono convinto che il medesimo messaggio ad aspirare alla santità, rivolto a chi coltiva il canto e la musica sacra, è insito nello stesso concetto di tale musica, come essa è stata delineata nel Motu proprio di san Pio X Tra le sollecitudini e nei documenti posteriori. Evidentemente, in essi sono messi in luce soprattutto le finalità e le necessarie qualità della musica sacra, che certamente vi sono ben note. Vorrei, quindi, limitarmi soltanto ad un solo aspetto, quello cioè che si pone nella stessa linea fin qui tracciata, nel presentare santa Cecilia e nell’interpretazione delle letture, ossia quella dell’impegno della santità, che è intimamente richiesto anche dalla natura stessa della musica che vuol chiamarsi sacra.
La bellezza della musica sacra dipende da tante cose, lo sapete bene. Non c’è alcun dubbio, però, che affinché una sua concreta esecuzione sia intimamente armonizzata con la liturgia, partecipi efficacemente al suo fine, e soprattutto sia veramente gradita al Signore, dipende in primo luogo dalla fede e dall’amore di Dio da cui promana, dal fatto cioè se e in quanto essa sia un genuino linguaggio del nostro autentico amore e della nostra santità personale, se e in quanto sia sincronizzata con la lode al Signore che esprimiamo con la nostra vita cristiana di ogni giorno.
Per questo probabilmente la Chiesa ci fa leggere oggi nel breviario, per la festa di santa Cecilia, il seguente commento di san Agostino al terzo versetto del salmo 32, « cantate al Signore un canto nuovo »: « Spogliatevi di ciò che è vecchio ormai; avete conosciuto il nuovo canto. Un uomo nuovo, un testamento nuovo, un canto nuovo. Il nuovo canto non si addice agli uomini vecchi. Non lo imparano se non gli uomini nuovi, uomini rinnovati, per mezzo della grazia, da ciò che è vecchio, uomini appartenenti ormai al nuovo testamento, che è il regno dei cieli. Tutto il nostro amore ad esso sospira e canta un canto nuovo non con la lingua, ma con la vita ».
Nella stessa linea, il Santo Padre, parlando a questo Pontificio Istituto nel novantesimo anniversario di fondazione, il 19 gennaio 2001, ha auspicato: « che tutti voi – docenti, discepoli e cultori di musica sacra – possiate crescere di giorno in giorno nell’amore di Dio « cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore » (Ef 5, 19) » (L’Osservatore Romano, 20 gennaio 2001, p. 5, n. 1d). E quasi venti anni fa, benedicendo questa nuova sede del nostro Istituto, Giovanni Paolo II, avendo presente la stessa prospettiva, ha esortato: « La Liturgia, vissuta con la partecipazione globale della persona sia perciò la preoccupazione primaria nel cammino formativo di quanti vogliono divenire musicisti di chiesa » (21 novembre 1985, n. 2d, in AAS 78 [1986] 421: il corsivo è aggiunto).
La musica sacra, infatti, anche la più bella, se non fosse sostenuta da un impegno di santità degli esecutori, se non fosse vera preghiera del cuore, rischierebbe di essere paragonabile ai sepolcri imbiancati, che « all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume », ai quali Gesù ha rassomigliato gli scribi e farisei ipocriti (Mt 23, 27); rischierebbe di essere ipocrisia agli occhi di Dio.
6. Nella Lettera Apostolica Novo Millennio ineunte (6 gennaio 2001), il Santo Padre, tracciando il programma pastorale per il futuro, al primo posto e quasi in senso onnicomprensivo, pone la santità. « E in primo luogo – scrive – non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità [...] Finito il Giubileo, ricomincia il cammino ordinario, ma additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale. Occorre allora – continua il Santo Padre – riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il capitolo V della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, dedicato alla « vocazione universale alla santità »" (n. 30a-c). Giovanni Paolo II osserva anche che per un battezzato « sarebbe un controsenso accontentarsi di una vita mediocre, vissuta all’insegna di una etica minimalistica e di una religiosità superficiale » (n. 31b); che è ora di riproporre a tutti con convinzione la via della santità adatta alla vocazione di ciascuno nella sua vita cristiana ordinaria (cfr n. 31c).
Penso che questo invito alla santità debba risuonare con particolare vigore per quanti si dedicano alla musica e al canto sacro, affinché la loro operosità non sia segnata dal sapore dell’ipocrisia, ma sia autentica lode al Signore, parte intimamente integrante della liturgia.
La musica sacra non unita con lo sforzo e l’impegno di santificazione certamente sarebbe un controsenso. In tal caso si tratterebbe della musica sacra coltivata male, in modo non conforme alla sua stessa natura e finalità.

Conclusione
7. Chiediamo al Signore – che presente nell’Eucaristia ci sostiene e nello stesso tempo ci interpella – di aiutarci a coltivare, insieme allo studio e alla ricerca, un’autentica e profonda spiritualità, uno sforzo continuo e coraggioso nell’impegno della santità personale, affinché l’operato di questo Pontificio Istituto si inserisca in modo efficace nella nuova evangelizzazione, rendendo sempre di più la musica sacra espressione della Chiesa orante, della preghiera del cuore, della fede e dell’autentico amore di Dio.

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SAN GIOSAFAT KUNCEWICZ – VESCOVO E MARTIRE (CA. 1580-1623) 12 NOVEMBRE

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SAN GIOSAFAT KUNCEWICZ – VESCOVO E MARTIRE (CA. 1580-1623) 12 NOVEMBRE

Jozafat Kuncewicz

Fu il primo santo orientale a essere preso in esame dalla Congregazione dei riti. Alla ricchezza e ad un buon matrimonio preferì il monastero. Lottò fino alla fine per l’unione della chiesa orientale con Roma.
Giosafat fu un grande ecumenico tre secoli prima che si iniziasse a parlare seriamente di ecumenismo; il suo nome di battesimo era Joann Kuncewycz e nacque probabilmente nel 1580 ca., a Vladimir, nell’attuale Ucraina nord-occidentale.

Il padre era un ricco mercante cittadino e Joann frequentò la scuola in quella città, ma quando fu abbastanza grande, fu mandato a lavorare come apprendista presso un mercante di Vilna (l’odierna Vilnius, in Lituania); anche se lavorava duramente, non era particolarmente interessato al commercio e trascorreva il suo tempo libero imparando il linguaggio ecclesiale slavo per poter partecipare più attivamente al culto e recitare parte dell’Ufficio ogni giorno. Fece amicizia con Petrus Arcudis, allora rettore del collegio orientale a Vilna, e con due gesuiti, Valentino Fabrizio e Gregorio Gruzevsky, che gli diedero s_giosafat_biografiatutto il loro appoggio.
All’inizio il mercante presso cui lavorava pensò che questo interesse per la religione fosse incompatibile con il lavoro; ad ogni modo, il giovane era così abile che alla fine gli offrì una sorta di società e una delle sue figlie in matrimonio, ma Joann, già deciso a diventare monaco, rifiutò entrambe le offerte e nel 1604 entrò nel monastero della Santa Trinità a Vilna.
Nell’ottobre 1595, mentre Joann era ancora adolescente, il metropolitano ortodosso di Kiev e altri cinque vescovi, rappresentanti di milioni di ruteni (bielorussi e ucraini), si radunarono a Brest per prendere in considerazione un riavvicinamento alla Chiesa di Roma, azione che causò una controversia lunga, spiacevole e talvolta violenta che chiaramente stimolò l’immaginazione di Joann.
Al momento del suo ingresso in monastero Joann aveva persuaso a fare altrettanto un altro giovane, Venyam Rutsky, studioso in precedenza calvinista, ordinato da papa Clemente VIII (1592-1605) e obbligato, suo malgrado, all’osservanza del rito bizantino; insieme i due amici iniziarono a cercare un modo per favorire la comunione con Roma e riformare S. GIOSAFATl’osservanza monastica in Rutenia, dando origine perciò al movimento monastico di quel paese chiamato alla fine Ordine di S. Basilio, i cui membri sono stati chiamati basiliani di San Giosafat nel 1932.
Joann, che scelse il nome di Giosafat, fu ordinato diacono e poi sacerdote, guadagnandosi subito la fama di predicatore; in particolare sull’argomento della comunione con Roma, e diventando famoso per il suo stile di vita austero. Quando Rutsky divenne abate al monastero della Santa Trinità, al posto di un separatista, vi fu un improvviso aumento del numero dei postulanti che chiedevano di entrare in quel convento, perciò Giosafat dovette abbandonare gli studi per contribuire alla fondazione di nuovi monasteri in Polonia; poi, nel 1614, Rutsky divenne metropolita di Kiev, e Giosafat, che assunse al suo posto l’incarico di abate del monastero della Santa Trinità, approfittò della posizione dell’amico per visitare il monastero della Cava, vicino a Kiev, una congregazione composta da duecento monaci, che trascuravano per certi aspetti la disciplina. Giosafat, pur fallendo nel tentativo di far condividere ai monaci il suo punto di vista riguardo la comunione e rischiando di essere gettato nel fiume Dniepr, riuscì invece, grazie alla semplice forza della sua personalità, a mutare il loro atteggiamento, rinforzando la loro volontà.
Nel 1617 Giosafat fu nominato vescovo di Vitebsk, con il diritto di succedere al vecchio arcivescovo di Polotsk, che morì alcuni mesi dopo, e dovette affrontare tutti i problemi di una diocesi grande e divisa. Il popolo più devoto temendo l’interferenza di Roma nel culto e nella devozione, era favorevole allo scisma; inoltre le chiese erano state molto trascurate, i benefici erano in possesso dei laici e il livello della vita monastica era decaduto. I sacerdoti secolari si sposavano due o tre volte (un uomo sposato può essere ordinato nella Chiesa ortodossa, ma non si può risposare se la moglie muore).
Nei due anni successivi, con l’aiuto dei monaci del suo monastero di Vilna, Giosafat s’impegnò molto per riportare l’eparchia (diocesi) a un buon livello: tenne alcuni sinodi in tutte le principali città, pubblicò un catechismo e ordinò di usarlo, diede al clero un codice di comportamento e contrastò l’interferenza dei signori del luogo nelle questioni ecclesiastiche; allo stesso tempo, offrì un esempio personale con il duro lavoro, la predicazione, l’amministrazione dei sacramenti, l’assistenza ai malati e ai detenuti, anche nei villaggi più remoti.
Nel 1620, appena l’ordine fu ripristinato, fu istituita una gerarchia rivale di vescovi accanto a quella esistente, nel territorio soggetto all’Unione di Brest; al ritorno da Varsavia, Giosafat scoprì di essere stato tradito da un certo Melizio Smotritsky, che era stato mandato come arcivescovo di Polotsk. La nobiltà, e in molti luoghi, incluso Polotsk, il popolo, rimasero fedeli a Giosafat e alla comunione con Roma, ma alcune città, come Vitebsk, Mogilev e Orcha, e alcune zone rurali, erano tendenzialmente favorevoli a Smotritskj, che insisteva che il cattolicesimo non era la religione tradizionale della Rutenia. Sfortunatamente Giosafat, inflessibile nel dare il suo appoggio a Roma, cominciò a perdere i suoi naturali alleati; i vescovi polacchi non lo sostenevano più come avrebbero potuto fare a causa della sua decisa insistenza sul diritto del clero e del culto bizantino di essere alla pari di quello romano. Leone Sapieha, inoltre, il cancelliere cattolico della Lituania, temendo una sommossa in conseguenza dei possibili risultati politici, credette troppo facilmente ai dissidenti che sostenevano che proprio la politica di Giosafat era la vera causa dei disordini; nel 1622, accusò Giosafat di essere ricorso alla violenza per mantenere l’unione.
D’allora, Giosafat fu attaccato da entrambe le parti, ma non si lasciò scoraggiare; alla fine di ottobre del 1623, decise ancora una volta di andare di persona a Vitebsk, un focolaio della protesta contro Roma; sebbene sapesse di affrontare un grande pericolo, rifiutò la scorta militare e per una quindicina di giorni, trascorsi insieme alla sua scorta tra le minacce, predicò pubblicamente nelle strade e fece visita al popolo nelle case.
Senza alcun dubbio, l’unico scopo di Smotritsky nel sollevare il malcontento era quello di cacciare il suo rivale da Polotsk, ma come spesso avviene, i suoi seguaci spinsero gli avvenimenti all’estremo e complottarono l’assassinio di Giosafat. Il 12 novembre, cadendo nella trappola, Giosafat permise ai suoi servitori di ospitare in casa sua un sacerdote di nome Elia; al segnale convenuto, si San Giosafatpresentò un gruppo di persone chiedendo che l’uomo fosse liberato e l’arcivescovo punito; ma al ritorno di Giosafat, che decise di lasciare andare Elia, la folla delusa entrò nel monastero e attaccò i suoi servitori. Giosafat protestò, usando le parole di Beckett:
«Miei figli, cosa state facendo ai miei servi? Se avete qualcosa contro di me, eccomi qua, ma lasciateli stare»; fu subito trafitto da un’alabarda e gettato nel fiume Ovina.
Dopo la morte di Giosafat vi fu una reazione positiva nei confronti dell’unione con Roma, ma questo amaro conflitto continuò e i dissidenti ebbero il loro martire nel vescovo Atanasio di Brest, ucciso nel 1648; in ogni caso, l’arcivescovo Smotritsky alla fine si riconciliò con Roma.
Quando Giosafat fu canonizzato da papa Pio IX, nel 1867, fu il primo santo orientale a essere preso in esame dalla Congregazione dei riti; nel 1892 papa Leone XIII estese la sua festa a tutta la Chiesa d’Occidente il 14 novembre, sebbene in Ucraina, e in altri luoghi, continuasse a essere festeggiata il 12 novembre (festa che è stata ripristinata in Occidente).

Fonte: Il primo grande dizionario dei santi di Alban Butler

 

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SAN CARLO BORROMEO VESCOVO – 4 NOVEMBRE

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SAN CARLO BORROMEO VESCOVO

4 NOVEMBRE

Arona, Novara, 1538 – Milano, 3 novembre 1584

Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant’Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all’interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un’opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentanto. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584. (Avvenire)

Patronato: Catechisti, Vescovi
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.
(3 novembre: A Milano, anniversario della morte di san Carlo Borromeo, vescovo, la cui memoria si celebra domani).
Nella storia civile e anche in quella della Chiesa troviamo vari personaggi cui i posteri hanno decretato il titolo di Magno. Non li enumero qui perché sono facili da ricordare e poi non sono moltissimi. Al santo che vi presento, San Carlo Borromeo, non è stato dato il titolo di Grande, ma secondo me lo meriterebbe, almeno nell’ambito della storia ecclesiastica. È un personaggio centrale del 1500, una delle figure più eminenti, la cui opera, specialmente per Milano, ha superato la forza dell’oblio.
Carlo nacque ad Arona, sul Lago Maggiore, nel 1538, in una nobile e ricca famiglia. Il padre, Gilberto, era noto per la profonda religiosità e per la sua generosità verso i poveri. Anche la madre, Margherita, era piissima: purtroppo morì quando Carlo aveva solo nove anni. Questo influsso dei genitori rimarrà fondamentale nella sua educazione.
A 12 anni, Carlo fu nominato commendatario di un’abbazia benedettina di Arona, che fruttava una rendita di 2000 scudi.
Una cifra considerevole. Nonostante l’età, però, il ragazzo aveva già le idee chiare.
Infatti, appena ricevuta l’investitura, corse dal padre per dirgli che aveva deciso di spendere quei soldi in aiuto dei poveri. Non c’è male per un dodicenne. I suoi pari di oggi sono anni luce lontano da lui.
Arrivati i 14 anni si recò a studiare prima a Milano poi a Pavia, portando con sé solo un piccola somma di denaro. Ma a lui questa condizione di strettezza economica (relativamente al suo rango) non pesava più di tanto. Nella condizione di studente rivelò ben presto i suoi numerosi talenti: grande intelligenza, carattere tenace e riflessivo, era portato all’essenziale, a non perdersi cioè in tante banalità ed esperienze superficiali, non infrequenti a quell’età. Nel 1559, diventò dottore “in utroque jure” ed aveva solo 21 anni.
A Roma, intanto, alla fine dello stesso anno ci fu il cambio di guardia in Vaticano. Era stato eletto un nuovo Papa, Pio IV, nella persona di Gianangelo de’ Medici, suo zio materno. Questo fatto impresse una svolta alla sua vita. Fu infatti chiamato dallo stesso Papa nella Città Eterna insieme al fratello Federico.

Carriera ecclesiastica a Roma
Nel caso di Pio IV ci troviamo davanti ad un raro caso di nepotismo positivo per la Chiesa. Il Papa promosse immediatamente i due nipoti: Federico (1561) ebbe la carica di capitano generale della Chiesa, Carlo non ancora ventiduenne, fu nominato cardinale con un incarico che oggi potremmo chiamare di Segretario di Stato. Poco dopo gli affidò anche l’amministrazione della diocesi di Milano con l’obbligo di restare però… a Roma. E questa non era l’unica carica. Ne ebbe parecchie altre con l’inevitabile cumulo anche dei rispettivi benefici economici. Gli storici dicono che l’accordo tra Papa e nipote fu sempre perfetto. Carlo nonostante le cariche rimaneva sempre un uomo di cultura.
Al tal fine fondò un’accademia a carattere umanistico-letterario, composta da amici, chiamata Notti Vaticane. Si era anche comprato un fastoso palazzo con servitù a seguito, in cui organizzava fastosi e festosi ricevimenti. Erano i tempi: il tutto non per vanità ma perché lo riteneva opportuno per la carica che ricopriva e per la fama e decoro della famiglia da cui proveniva.

L’evento decisivo
L’improvvisa morte del fratello Federico (1562) gli fece cambiare radicalmente vita. La interpretò come un segno da parte di Dio per riformare la propria vita ancor più in senso evangelico. Così cambiò radicalmente: addio ai festosi ricevimenti, addio ai divertimenti anche moralmente leciti, addio alle Notti Vaticane che divennero un cenacolo di cultura religiosa. Ridusse il proprio tenore di vita, intensificando la penitenza, i digiuni e le rinunce. Riprese inoltre, con più impegno, la propria formazione teologica e pastorale. Era pur sempre vescovo di una diocesi anche se non esercitava direttamente.
Il Papa vide perplesso la trasformazione in senso ascetico del prezioso nipote (che qualche volta chiamava “il mio occhio destro”). Scosse la testa: il tutto gli sembrava esagerato. Giunse persino a sgridarlo (addebitando l’eccessivo zelo ascetico ai consigli dei suoi direttori spirituali e all’influsso di personaggi contemporanei del calibro di Ignazio di Loyola, Gaetano da Thiene, Filippo Neri: guarda caso tutti Santi dichiarati tali dalla Chiesa). Il Papa lo scoraggiò, lo rimproverò, ma lo lasciò fare, e alla fine lo… imitò.
Ma il più grande merito di Carlo Borromeo fu che convinse il Papa a riconvocare il Concilio di Trento sospeso nel 1555. Se questo lavorò tanto e bene e se finì gloriosamente e proficuamente per la Chiesa (1563) il grande merito fu di Carlo. Egli ne fu la mente organizzatrice e l’ispiratore.
Nel luglio 1563, fu ordinato sacerdote e poco tempo dopo vescovo. Voleva fare il pastore di anime nella sua diocesi di Milano e ne aspettava l’occasione.
Il Concilio era finito ma bisognava assicurarsi che anche il successore di Pio IV avesse l’intenzione di continuare la riforma che ne era scaturita. Carlo credeva nell’azione dello Spirito Santo nella direzione della Chiesa, ma, nello stesso tempo, faceva umanamente quello che lui stesso pensava utile. Al vecchio e ammalato zio infatti suggerì i nomi dei nuovi cardinali del futuro conclave: doveva promuovere solo quelli favorevoli alla riforma della Chiesa voluta dal Concilio di Trento. Fatto questo gli chiese di poter presiedere, come legato papale, il consiglio provinciale che si teneva a Milano (la sua diocesi) per attuare le disposizioni conciliari. Lo zio Papa acconsentì. E Carlo partì. Ma poco tempo dopo dovette in tutta fretta fare ritorno a Roma (in compagnia di Filippo Neri) perché il Papa era ormai alla fine. Pio IV infatti morì tra le sue braccia il 9 dicembre 1565.
Morto un Papa, se ne fa un altro, così dice il proverbio. E così fu. Il 7 gennaio 1566, il Nostro avrebbe potuto farsi eleggere Papa con facilità, la sua “lobby” infatti era fortissima. Ed inoltre, era degnissimo. Ma lo Spirito Santo e lui non vollero. Fu eletto il Card. Michele Ghislieri, domenicano, favorevole all’attuazione del Concilio di Trento. E Carlo fu uno dei suoi “sponsor”.

Un pastore “di ferro” che dà la sua vita
Nell’aprile del 1566, raggiunse Milano, dove iniziò subito la grande opera di riforma secondo il Concilio di Trento. Fu un organizzatore geniale e un lavoratore instancabile tanto che Filippo Neri esclamò: “Ma quest’uomo è di ferro”.
Organizzò la sua diocesi in 12 circoscrizioni, curò la revisione della vita della parrocchia obbligando i parroci a tenere i registri di archivio, con le varie attività e associazioni parrocchiali. Si impegnò molto nella formazione del clero creando il seminario maggiore e minore. Fu soprattutto instancabile nel visitare le popolazioni affidate alla sua cura pastorale e spirituale, iniziando la sua prima visita nel 1566 subito dopo l’arrivo a Milano.
La sua visita in una parrocchia era preparata spiritualmente con la preghiera e con la predicazione che doveva portare ai sacramenti. Il vescovo all’inizio faceva una riunione con i notabili del paese ai quali chiedeva tra l’altro: “Come si comportano in chiesa i parrocchiani? Ci sono eretici, usurai, concubini, banditi o criminali? Ci sono seminatori di discordia, parrocchiani che non osservano la Quaresima?… I padri di famiglia educano bene i propri figli? Non c’è lusso esagerato nel vestire da parte degli uomini e delle donne? Se ci sono delle istituzioni di beneficenza e di aiuto sociale, sono ben amministrate?”. E altre domande simili. Come si vede concrete.
Tutto bene quindi nella sua opera di riforma? Non proprio. Incontrò difficoltà e talvolta anche ostilità. Come nel caso dell’attentato che subì il 26 ottobre 1569 ad opera di quattro frati dell’Ordine degli Umiliati. Uno di questi gli sparò mentre era in preghiera nella sua cappella privata. Motivo? Il Borromeo voleva riformare quell’ordine religioso ormai decaduto. Ma le riforme proposte furono viste dagli Umiliati come umiliazioni. La pallottola gli forò il rocchetto, ma lui rimase illeso miracolosamente ed il popolo lo interpretò come un segno dall’alto della bontà delle sue riforme. E gli Umiliati, di nome, furono umiliati anche di fatto e per sempre con la loro cancellazione definitiva.
Ma lo spessore della sua personalità di pastore e del suo amore più grande che “dona la vita per i suoi amici”, la mostrò in occasione della peste del 1576. Assente dalla città perché in visita pastorale, rientrò subito, mentre il governatore spagnolo e il gran cancelliere fuggivano via.
Fece subito testamento sapendo che la peste non aveva riguardo per nessuno, nemmeno per l’alto clero: organizzò l’opera di assistenza, visitò personalmente e coraggiosamente i colpiti dal terribile morbo, aiutò tutti instancabilmente fino al punto da meritarsi un rimprovero dal Papa di Roma.
Nonostante tutta l’attività pastorale, il Borromeo fece quattro viaggi a Roma e quattro a Torino. Era molto devoto della sacra Sindone. Fu proprio nel 1578 che i duchi di Savoia la portarono a Torino perché al vescovo di Milano, che aveva chiesto di venerarla personalmente, fosse risparmiato il difficile e pericoloso attraversamento delle Alpi (motivo ufficiale), ma anche per difenderla dalle brame dei Francesi (motivo politico). L’esposizione della reliquia fatta a Torino nel 1978 fu per ricordare questo suo arrivo nella città.
A causa della sua attività pastorale senza sosta, dei frequenti viaggi, delle continue penitenze, la sua salute peggiorò rapidamente. La morte lo colse preparatissimo il 3 novembre del 1584, ed il suo culto si diffuse rapidamente fino alla canonizzazione fatta nel 1610 da Paolo V.
Carlo Borromeo moriva fisicamente ma la sua eredità, fatta di santità personale e di azione instancabile per la Chiesa era più viva che mai, e sarebbe continuata nei secoli. Fino ad oggi.

Autore: Mario Scudu sdb 

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SAN GIOVANNI PAOLO II – 22 OTTOBRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90026

SAN GIOVANNI PAOLO II (KAROL WOJTYLA) PAPA

22 OTTOBRE – MEMORIA FACOLTATIVA

Wadowice, Cracovia, 18 maggio 1920 – Vaticano, 2 aprile 2005

(Papa dal 22/10/1978 al 02/04/2005 ).
Nato a Wadovice, in Polonia, è il primo papa slavo e il primo Papa non italiano dai tempi di Adriano VI. Nel suo discorso di apertura del pontificato ha ribadito di voler portare avanti l’eredità del Concilio Vaticano II. Il 13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima, fu ferito gravemente con un colpo di pistola dal turco Alì Agca. Al centro del suo annuncio il Vangelo, senza sconti. Molto importanti sono le sue encicliche, tra le quali sono da ricordare la « Redemptor hominis », la « Dives in misericordia », la « Laborem exercens », la « Veritatis splendor » e l’ »Evangelium vitae ». Dialogo interreligioso ed ecumenico, difesa della pace, e della dignità dell’uomo sono impegni quotidiani del suo ministero apostolico e pastorale. Dai suoi numerosi viaggi nei cinque continenti emerge la sua passione per il Vangelo e per la libertà dei popoli. Ovunque messaggi, liturgie imponenti, gesti indimenticabili: dall’incontro di Assisi con i leader religiosi di tutto il mondo alla preghiere al Muro del pianto di Gerusalemme. Così Karol Wojtyla traghetta l’umanità nel terzo millennio. La sua beatificazione ha luogo a Roma il 1° maggio 2011.
Karol Józef Wojtyla, eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Cracovia, il 18 maggio 1920.
Era il secondo dei due figli di Karol Wojtyla e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.
A nove anni ricevette la Prima Comunione e a diciotto anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del « Teatro Rapsodico », anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946. Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowic, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.
Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Paolo VI che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.
Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyla prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.
Viene eletto Papa il 16 ottobre 1978 e il 22 ottobre segue l’inizio solenne del Suo ministero di Pastore Universaledella Chiesa.
Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo – espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese – sono stati 104.
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esorta-zioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. A Papa Giovanni Paolo II si ascrivono anche 5 libri: « Varcare la soglia della speranza » (ottobre 1994); « Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio » (novembre 1996); « Trittico romano », meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); « Alzatevi, andiamo! » (maggio 2004) e « Memoria e Identità » (febbraio 2005).
Papa Giovanni Paolo II ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione – nelle quali ha proclamato 1338 beati – e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha tenuto 9 concistori, in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali. Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Dal 1978 ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).
Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose (più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000), nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.
Muore a Roma, nel suo alloggio nella Città del Vaticano, alle ore 21.37 di sabato 2 aprile 2005. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane seguono l’8 aprile.
La festa liturgica è iscritta nel Calendario Romano generale al 22 ottobre, con il grado di memoria facoltativa.

Fonte:
www.karol-wojtyla.org

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SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

http://christusveritas.altervista.org/san_paolo_della_croce.htm

SAN PAOLO DELLA CROCE – 19 OTTOBRE

Il motto paolino “noi predichiamo Cristo Crocifisso” fu alla base della spiritualità del nostro Santo e costituisce anche il segreto del suo apostolato, caratterizzato da un ardente desiderio di vedere distrutto il regno di Satana e riconquistare le anime a Dio, anche a costo della vita.
Un giorno rapitolo in estasi, Gesù lo nascose nelle sue piaghe adorabili e dopo averlo investito della Sua luce celeste, gli svelò l’orribile trama dei peccati del genere umano e fu allora che il cuore di S. Paolo si infiammò al punto che quando predicava la passione di Gesù, sembrava che da un momento all’altro la sua anima dovesse staccarsi dal corpo. Nessuno sapeva parlare della Passione di Cristo come il padre Paolo.
Spesso diceva: “Vorrei, se mi fosse possibile, attaccar fuoco di carità per bruciare non solo chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani, perché tutti amino e conoscano il Sommo Bene”. Il suo modo di vivere è già una testimonianza viva del Mistero, ma quando alza il dito in segno di ammirazione e indica il Crocifisso dicendo: “Un Dio morto per me…” si sente il pianto della gente che ascolta commossa. S. Paolo della Croce aveva ricevuto da Dio il dono di sapere entrare in sintonia psicologica e spirituale con chi lo ascoltava e se piangeva lui, non poteva non piangere chi sentiva le sue parole.
S. Paolo della Croce nasce ad Ovada (Alessandria) il 3 gennaio 1694 e si chiama Paolo Francesco Danei. Ricevette i primi insegnamenti della fede dalla mamma Anna Maria che ebbe, su questo bambino, particolari intuizioni spirituali, fin dalla gestazione. Gli insegnò ad amare la Passione di Gesù e ad affezionarsi alla preghiera e alla mortificazione. Sempre i Santi si formano sulle ginocchia della madre. Paolo cresce in santità e, ancora ragazzo, piano piano si alza dal letto, sale in soffitta e davanti ad un altarino, prega, nascosto. Poi dorme su due assi, il capo su mattoni. Là in un angolino c’è una boccettina di fiele. Paolo lo sa e ogni venerdì ne beve un po’, perché anche Gesù lo ha bevuto. Tutte queste cose le sa solo il fratello Giovanni Battista che si unisce con lui in quegli esercizi di mortificazione.
S. Paolo compirà i suoi primi studi dai padri Carmelitani e sarà particolarmente attratto dalla dottrina e dalla spiritualità dal “dottore mistico” S. Giovanni della Croce. Nel 1714 Paolo ha quella che lui chiamerà la “seconda conversione”. Ascoltando l’omelia di un parroco, decide di fare una confessione generale e di arruolarsi nell’esercito per combattere contro il Turco, ma un giorno mentre prega davanti all’Eucaristia riceve l’ispirazione di lasciare l’esercito e di “indossare una povera tonaca nera, andare scalzo e vivere in povertà, radunando compagni per promuovere nelle anime il santo timore di Dio”.
Una sera, in una via solitaria, la Vergine gli appare e gli parla. È vestita di nero: scalzi i piedi, una cinta di cuoio e una corona pendente ai fianchi, un cuore bianco in petto con la scritta “La Passione di Gesù”. Gli disse: “Figlio, tu dovrai fondare una congregazione in cui si faccia memoria della Passione del mio Gesù” e gli mostrò un flagello su cui stava scritto «Amore». Poi scomparve.
Un punto fermo nelle peregrinazioni di Paolo è rappresentato dalla permanenza sul monte Argentario, anche se percorse in lungo e in largo l’Italia Centro-Occidentale per predicare la Parola della Croce, spingendo intere popolazioni ad un serio rinnovamento spirituale.
Nel romitorio del Monte Argentario Paolo condusse vita ascetica col fratello Giovanni Battista. Dormivano quasi quattro ore, di notte, sulle nude assi e la loro mensa era sempre piena di radici di piante condite con aceto. Trascorrevano giornate intere a parlare con Dio e di Dio. Scendeva dal ritiro solo quando doveva andare a predicare o per assistere i malati di lebbra nell’ospedale di Gallicano, dove stava tra le corsie e quando posava la sua mano sui malati, il suo cuore si apriva e il suo pianto si mescolava con quello degli sventurati. Di notte lo si vedeva passare leggero come un angelo. Era dovunque.
Nel suo primo ritiro si aggiunsero otto compagni, ma ressero poco alla vita di penitenze e il Santo rimase ancora solo con il fratello. Col tempo ne vennero altri ardenti d’amore per il Crocifisso, come li voleva lui. Fu stabilita la regolare osservanza: privazioni senza misura, una penitenza straordinaria e preghiera continua. Mangiava pochissimo e mescolava al suo cibo cenere e acqua e questo cibo era senza condimento, persino senza sale. Viene difficile pensare che un uomo possa vivere a lungo in simili condizioni. Eppure S. Paolo della Croce visse 81 anni.
Egli amava quelle penitenze, perché erano il prezzo delle anime che il suo Gesù Crocifisso aveva redento. S. Paolo sapeva che la Maremma era infestata dai briganti e proprio per questo passava per le macchie dove si annidavano.
Un giorno col fratello andava in missione, quand’ecco, ad un tratto alcuni briganti a cavallo passarono accanto a loro. Il padre Paolo li salutò e parlò loro soavemente di Dio. Commossi i briganti invitarono i missionari a salire sui loro cavalli, tanto più che i piedi di quei padri erano insanguinati dagli sterpi che ostacolavano la via. Padre Paolo sorrise, ma non accettò. Fu un lampo: scesi da cavallo, i due banditi stesero a terra i loro mantelli, affinché i servi di Dio vi potessero passare sopra. La sera, in fondo alla Chiesa, padre Paolo, mentre predicava, scorse i due briganti e, dopo la predica, li andò ad abbracciare e li condusse al Crocifisso.
Un giorno, invece, si scatenò un tremendo naufragio che fece temere il popolo per la vita dei pescatori che erano in mare con le loro barche; il padre Paolo uscì dal suo ritiro dell’Argentario e benedisse col Crocifisso il mare. Allora la tempesta cessò immediatamente e il mare tornò calmo.
La prima cosa che S. Paolo della Croce insegna a chi vuole giungere alla perfezione della carità evangelica è il distacco da tutto e da tutti. Bisogna scendere, egli dice, nel fondo dell’anima, dove tutte le energie spirituali sono raccolte e protese alla ricerca e all’esperienza di Dio. Il fondo dell’anima è il punto dove l’Essere creativo di Dio si incontra con l’essere della creatura.
L’anima percepisce così di essere tempio di Dio. Per giungere a tanto occorre morire a tutto quello che non sia Dio e la sua gloria. Scopo della morte mistica è, quindi, la nascita ad una vita nuova (divina natività). Con una vita completamente divinizzata si compie gioiosamente la divina volontà, si vive nell’eterna comunione trinitaria già su questa terra. Ma per giungere a tanto occorre affidarsi completamente a Gesù Cristo, figlio di Dio fatto uomo, morto in Croce per redimere l’umanità da tutti i peccati e per rivelare l’infinito amore di Dio misericordioso. Nella Passione c’è tutto: «essa è la più grande e stupenda opera del Divino Amore». Nella Passione di Gesù si sono riversati e mescolati per sempre due mari: il mare dell’amore di Dio e quello del dolore dell’uomo. Per questo anche il dolore ha acquisito un valore infinito.
La conformazione e l’imitazione di Gesù Cristo (e questo è un dato caratteristico ed originale di S. Paolo della Croce) è possibile realizzarla in pienezza nella Chiesa, il mistico corpo di Cristo, il cui cuore pulsante è costituito dall’Eucaristia. Si può morire a se stessi e vivere solo conformandosi e ad imitazione di Gesù eucaristico.
«Operare, patire e tacere» era la sua massima continua. Fare tutto per il Signore era il costante desiderio. A tutti consigliava la preghiera. State a casa vostra, diceva e per casa intendeva il santuario dell’anima dove abita Dio. Se ne stava sempre assorto, in contemplazione e quando, camminando, vedeva i fiori dei campi, li percuoteva leggermente col suo bastone e, scoppiando in pianto, diceva: «Tacete, voi mi rimproverate di non amare abbastanza il Signore».
Un giorno, pazzo di gioia, abbracciò un alberello scheletrito, perché vide in quei tronchi l’immagine della sua anima. Tutto lo portava a Dio e ogni cosa gli parlava di Lui. Se vedeva un campanile si commuoveva perché pensava che lì vicino Gesù si celava nel Tabernacolo e, allora, si metteva in ginocchio e pregava.
Quando gli uomini lo accusavano e lo ingiuriavano egli guardava il suo Gesù e pregava per i suoi persecutori. A tutti raccomandava silenzio, disinvoltura e il fare finta di non capire, come unico mezzo per mettere a tacere i maligni.
Tantissime furono le guarigioni e i miracoli che il Signore operò, servendosi di padre Paolo, quando era ancora in vita e la fama di santità del padre Paolo si era talmente diffusa che la gente accorreva da ogni parte per poterlo toccare o per strappargli un lembo della tonaca. Una volta una donna che soffriva di sordità riuscì a strappargli la tunica con i denti, il padre accortosi della cosa le disse, in tono di benevolo rimprovero: “Che denti! E adesso che avete guadagnato?”. «L’udito, padre Paolo» rispose la donna che in quello stesso istante era stata miracolata.
La brevità delle composizioni, quali risultano dal manoscritto, ci confermano che il Santo aveva solo dei pro-memoria, da cui traspare l’ardente amore che sente per Gesù Crocifisso, al punto che ne porta i segni tangibili nel corpo; gli si sollevarono tre costole e un giorno Gesù abbassando le braccia dalla Croce, lo stringe al costato, tenendolo per tre ore immerso in questa sorgente dell’Amore. Il Santo confiderà ad un’anima di essersi sentito in Paradiso.
L’apostolato del Santo fece sbocciare tante conversioni e una incredibile abbondanza di frutti spirituali. La teologia della Passione di S. Paolo si può riassumere nella frase “Nella Passione vi è tutto”.
La salvezza è opera di amore e di dolore: Amore di Dio che perdona l’uomo; amore di Gesù che placa Dio e redime l’uomo; amore dell’uomo che, in Gesù, si riconcilia con Dio.
Dolore voluto dal Padre nel sacrificio del Figlio; dolore del Figlio per l’offesa al Padre e per la miseria dell’uomo; dolore dell’uomo che partecipa alla Passione di Gesù; dolore che purifica e trasforma in Cristo. Amore e dolore che ripara e s’immola, secondo la vocazione di ognuno.
S. Paolo afferma nei suoi scritti la “Grande” e “Segreta Santità della Croce” affermando che “il mezzo più efficace per farci santi è la virtù della Croce e Passione di Gesù”, infatti “se la Croce del nostro dolce Gesù pone profonde radici nel nostro cuore” veniamo trasformati nel “divino beneplacito”. La perdita di sé, il vivere ignorati dal mondo, nascosti in Gesù Cristo, nel tempio interiore dell’anima è la santità più preziosa.
Alle anime Paolo augurava sempre di lasciarsi imprimere nell’anima questo “sigillo d’amore” che stimola ad una continua memoria del Mistero di Cristo.
La vera sapienza si impara solo se illuminati dal Crocifisso, così come hanno fatto i Santi; l’unica via che insegna la strada del Paradiso. Tale speranza si apprende solo “meditando”, immergendosi, cioè, nel cuore della contemplazione della Santissima Passione, dove le anime umili possono pescare i tesori delle sante virtù.
Partecipare alla Passione è mezzo di purificazione e possibilità di fare crescere la grazia battesimale che incorpora al Cristo. In Lui dobbiamo morire e rinascere, per la gloria del Padre e la salvezza del mondo.
Allora si comincia ad essere veri discepoli di Gesù, perciò quanto la vita offre di amaro, bisogna prenderlo “nel calice amoroso di Gesù. Soffrendo tutto per amore di Dio, in unione a quanto patì per noi Gesù Cristo, nostro vero bene”. “Questa è la vita di Cristo, questa è la vita dei servi del Signore. Abbracciamo dunque di buon cuore la Santa Croce” diceva S. Paolo.
La Passione fa scoprire l’amore, nell’umile nascondimento in Gesù, riposando nel suo Divin Cuore, come bambini. Il dolore, provocato e pervaso dall’amore, non è amaro, perché quando si ama non si sente la sofferenza.
La prima immagine del Crocifisso fissata dal Santo fu quella offertagli dalla mamma, immagine che ispirò tutta la sua formazione spirituale.
Ad una parete dell’eremo di S. Stefano, tiene appeso il Crocifisso e, nella sua lunga vita di missionario lo porterà sul petto e talvolta lo alzerà con la mano destra per mostrarlo ai fedeli.
L’austerità della sua vita, le numerose malattie, gli abbandoni interni sperimentati, le vessazioni diaboliche cui sempre i Santi sono sottoposti, la fondazione dell’istituto, l’azione missionaria sono il suo “restare ai piedi della Croce”.
Fino alla morte non sarà altra la sua ambizione e sia che predicasse, parlasse o scrivesse sempre eseguiva quel suo gran proponimento: di predicare Gesù Cristo Crocifisso.
La Croce è per Paolo allo sfondo della contemplazione della natura, all’orizzonte dei misteri di Cristo ed è il principio regolatore di un’ascesi.
Paolo dalla Passione intendeva far ricavare alle anime la carica più potente per risorgere dal peccato.
Ancor oggi la dottrina di S. Paolo può essere attuale in un mondo che sembra avere rinunziato alla speranza e ancor oggi il suo messaggio può aprire i cuori e incamminare le anime all’infinito amore di Dio.
Fu un insigne mistico e asceta che si impose le più aspre rinunce e mortificazioni e come S. Paolo poteva dire “Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me”.
Paolo della Croce morì il 18 ottobre 1775, tra indicibili sofferenze: le piaghe coprivano tutto il suo corpo.

Per le vie di Roma si sparse la notizia “È morto il Santo” dicevano e un fiume di persone si riversò alla Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, chiedendo reliquie e toccando quel sacro corpo, da cui esalava un soavissimo profumo. Verrà canonizzato il 29 Giugno del 1867.

Solo persone profondamente imbevute di un concreto ideale di vita possono aspirare ad avere con sé altri compagni di cordata. Fin dall’inizio troviamo attorno a Paolo una eletta schiera di «uomini forti». Divennero passionisti e perseverarono fino alla fine in un genere di vita molto impegnativo, perché la proposta di un ideale si era concretizzata in una autentica compagnia di amici, con i quali vivere e con i quali spendere le migliori energie per annunciare il Vangelo della Passione.

La Congregazione fondata da Paolo della Croce, è sparsa in più di 50 nazioni e conta quasi 3.000 membri del ramo maschile. Vi sono circa 25 monasteri di clausura e vari istituti di vita consacrata che si rifanno al Carisma di S. Paolo della Croce.

Concludiamo la meditazione di questa sera con la lettura di una lettera del Santo in cui si rivela in particolar modo l’ardente amore per il Crocifisso che infiammava la sua anime.

Publié dans:Santi |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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