Archive pour la catégorie 'Padri del deserto'

APOFTEGMI DEI PADRI DEL DESERTO: DELL’ORAZIONE

dal sito: 

http://www.esicasmo.it/PADRI/padri.htm#

DELL’ORAZIONE

APOFTEGMI DEI PADRI DEL DESERTO

<APOTÈGMA dal greco: APÒFTEGMA, composto di apo-ftéggo (mai) parlo con brevità, precisione, enfasi, composto di apò part. intens. e fthèggo emetto suono, discorro, della stessa famiglia di phemi o femi parlo (Fama e cfr. Dittongo). – Sentenza breve, precisa, enfatica di oracolo, di filosofo, che esprime argutamente quanche importante ed utile verità

dal sito:

http://www.etimo.it/?term=apotegma&find=Cerca

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DELL’ORAZIONE

Non appena ti levi dopo il sonno, subito, in primo luogo, la tua bocca renda gloria a Dio e intoni cantici e salmi poichè la prima preoccupazione alla quale lo spirito si apprende fin dall’aurora, esso continua a macinarla come una mola per tutto il giorno, sia grano, sia zizzania. Perciò sii sempre il primo a gettar grano, prima che il tuo nemico getti zizzania.

Accadde un giorno che gli anziani si recassero dall’abate Abraham il profeta della regione. Lo interrogarono sull’abate Banè, dicendo: « Ci siamo intrattenuti con abba Banè sulla clausura nella quale egli si trova adesso; ci ha detto queste gravi parole: Egli stima tutta l’ascesi e tutte le elemosine che ha fatto nel suo passato come una profanazione». E il santo vegliardo Abraham rispose loro e disse: «Ha parlato rettamente». Gli anziani si rattristarono per via della loro vita che era anch’essa a quel modo. Ma l’abate Abraham disse loro: « Perché affliggervi? Durante il tempo, in effetti, nel quale abba Banè distribuiva le elemosine, sarà arrivato a nutrire forse un villaggio, una città, una contrada. Ma ora è possibile a Banè levare le sue due mani affinché l’orzo cresca in abbondanza nel mondo intero. Gli è anche possibile, ora, chiedere a Dio di rimettere i peccati di tutta questa generazione ». E gli anziani, dopo averlo udito, si rallegrarono che vi fosse un supplice che intercedeva per loro.

Un fratello si recò presso un anziano che abitava al Monte Sinai e gli domandò: «Padre, dimmi come si deve pregare, perchè ho molto irritato Iddio». L’anziano gli disse: «Figliuolo, io quando prego parlo così: Signore, accordami di servirti come ho servito Satana e di amarti come ho amato il peccato».

Se sei lento ad alzarti la notte per la liturgia, non dare nutrimento al tuo corpo, perché la Scrittura dice: « Il pigro non mangi neppure ». E io ti dico: come nel mondo colui che ruba incorre in una severa condanna, uguale condanna è riservata da Dio a chiunque non si alzi per la sua liturgia, salvo nel caso di malattia o di grande lavoro, benché dal malato come dal lavoratore Dio esiga una liturgia spirituale, perché essa può essere offerta a Dio facendo a meno del corpo.

L’abate Evagrio diceva: « Se ti vien meno il coraggio, prega. Prega con timore e tremore, con ardore, sobrietà e vigilanza. Così bisogna pregare, soprattutto a motivo dei nostri nemici invisibili che sono malvagi e accurati nel male, perché principalmente su questo punto essi ci porranno ostacoli ».

L’abate Macario, interrogato su come si debba pregare, rispose: «Non è necessario parlare molto nella preghiera, ma stendiamo sovente le mani e diciamo: « Signore abbi pietà di noi, come tu vuoi e come tu sai ». Quando la tua anima è in angustiata, di’: « »Aiutami ». E Dio ci farà misericordia, perché sa quello che a noi conviene ».

Publié dans:Padri del deserto |on 23 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

I PADRI DEL DESERTO

dal sito:

http://www.padrideserto.netsons.org/page2.html

I PADRI DEL DESERTO

Con la definizione

padri del deserto si indicano quei monaci, eremiti e anacoreti che nei secoli IV e V, dopo la pace costantiniana, abbandonarono le città per vivere in solitudine nei deserti dEgitto, di Palestina, di Siria. Uno dei primi di questi anacoreti fu SantAntonio abate, detto Antonio il Grande. Nell’ascesi solitaria, i padri (abba) e le madri (amma) del deserto cercavano la via che conduce a Dio e alla pace interiore. Testimoni di una fede cristiana vissuta con radicalità, ebbero numerosi discepoli e i loro detti o apoftegmi, in cui traspaiono sapienza evangelica e arguzia umana, furono raccolti e tradotti in varie lingue.
Accanto alla Vita di Antonio, scritta dal vescovo di Alessandria, Atanasio il Grande, e alla Historia Lausiaca di Palladio, le varie raccolte di Apoftegmi restano le fonti pi
ù importanti per accostarsi alla spiritualità di questi asceti.
All
inizio, questi uomini, che intendevano condurre una vita cristiana in purezza, erano solo un gruppetto: Antonio, Macario, Sisoes Ben presto, però, il loro genere di vita stupì e attrasse molte altre persone, ed essi furono così raggiunti da diversi discepoli provenienti da ogni parte del mondo. Alcuni, come Arsenio, avevano occupato le più alte cariche alla corte imperiale; altri, i più, erano di origine modesta. Un certo Mosè si era convertito, grazie al Signore, quando era capo di una banda di briganti; Zaccaria vi era giunto ancora ragazzino; altri lasciavano dietro di sé città, mestiere e figli In alcuni decenni, le capanne e le grotte in cui si stabilirono i primi eremiti attrassero così tanti uomini desiderosi di condividere la loro vita che, nei deserti, furono costituite vere e proprie colonie monastiche. Sono rimasti celebri i nomi di Sceti, Nitri e quella colonia detta delle Celle, in cui si installarono coloro che nel deserto non trovavano più la solitudine cercata.
Si possono immaginare facilmente tutti i problemi sollevati dall
aumento di popolazione di queste colonie monastiche. Occorreva anzitutto trovare ritmi di vita che conciliassero le esigenze di una vita vissuta nel deserto, a fianco a fianco, e il bisogno di solitudine che aveva spinto questi uomini e donne di Dio a lasciare i centri abitati.
Dopo molte esitazioni fu deciso, in comune, di passare la settimana ciascuno nel proprio eremo, e di ritrovarsi insieme in chiesa e negli edifici annessi, il sabato e la domenica, per la Santa Eucaristia, l
ufficio delle preghiere e regolare i pochi problemi gestionali che dovevano essere risolti.
Il principio, infatti, era generalmente che ciascuno dovesse vivere del proprio lavoro manuale, non importa quale, purch
è fosse compatibile con le caratteristiche del deserto e con le esigenze della preghiera continua e del raccoglimento. Si fabbricavano dunque, con mezzi offerti dalla Divina Provvidenza, ceste, funi, stuoie, che leconomo della colonia sincaricava dio vendere per poter acquistare altri prodotti.
Tuttavia il problema pi
ù importante da risolvere era di un altro tipo. Questi uomini, che avevano preso le distanze dalla vita delle città e che, comunque, non intendevano condurre unesistenza conventuale, in cui si vive insieme seguendo una regola, come potevano vivere secondo il Santo Vangelo? Poiché non vi erano norme prestabilite, come formare i numerosi adepti che continuavano ad affluire? È questo uno dei grandi interrogativi che si posero e si pongono tuttora uomini di tutte le epoche, a partire dalla predicazione del Vangelo.
Dai detti o apoftegmi
è possibile farsi unidea di come i padri del deserto vennero a capo della questione. Si possono delineare alcune linee guida. Innanzitutto grande autorità riconosciuta è la Parola di Dio. Poi viene la parola degli anziani, presso cui vivevano i discepoli. In seguito si ebbe anche lapporto dei primi grandi dottori della spiritualità monastica, come Giovanni Cassiano, Isaia di Sceti, Dorotea di Gaza ed altri. Uno dei meriti di questi uomini e donne è di aver consolidato le basi della spiritualità monastica usufruendo di una tradizione sperimentata.

Tratto da: I padri del deserto. Così dissero così vissero.

Publié dans:Padri del deserto |on 23 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

DETTI DEI PADRI DEL DESERTO – DELL’ORAZIONE – DELL’UMILTÀ

DETTI DEI PADRI DEL DESERTO

dal sito:

http://www.esicasmo.it/PADRI/padri.htm#

DELL’ORAZIONE – DELL’UMILTÀ

Un fratello interrogò un anziano: « Che devo fare, poiché la vanagloria mi attanaglia?». L’anziano gli rispose: « Hai ragione, perché sei tu che hai fatto il cielo e la terra » Il fratello, toccato dalla compunzione, disse: « Perdonami, non ho fatto nulla »

Un fratello domandò all’abate Poemen se era meglio vivere in disparte o con il prossimo. Il vecchio rispose: « Colui che biasima sempre e solo se stesso può vivere in qualsiasi luogo. Ma se glorifica se stesso, allora non reggerà in nessun luogo ».

Un anziano disse: «Non colui che denigra se stesso è umile, ma colui che riceve con gioia le ingiurie, gli affronti e le critiche del prossimo ».

L’abate Pastor disse: « L’uomo deve respirare incessantemente l’umiltà e il timor di Dio, come il soffio che inala ed espelle attraverso le narici ».

L’arcivescovo Teofilo si recò un giorno al Monte di Nitria e l’abate del Monte gli venne incontro. « Abba », gli chiese l’arcivescovo, « che hai trovato di più vantaggioso in questa via?». L’anziano rispose: « Accusarmi e riprendermi senza tregua ». « Non vi è in effetti, altra via», replicò l’arcivescovo.

L’abate Antonio disse all’abate Pastor: « La grande opera dell’uomo è di gettare la colpa su se stesso dinanzi a Dio e attendersi la tentazione sino all’ultimo soffio della sua vita».

Un fratello interrogo’ l’abate Sisoe: « Vedo, esaminandomi, che il ricordo di Dio non mi lascia mai ». L’anziano gli disse: « Non è una gran cosa che la tua anima sia con Dio. Sarebbe grande se tu ti accorgessi che sei inferiore a tutte le creature. Questo pensiero unito al lavoro corporale: ecco ciò che corregge e conduce all’umiltà ».

Un anziano diceva: « Se noi ci applichiamo all’umiltà, non avremo bisogno del castigo. Molti mali ci vengono causa l’orgoglio. Difatti, se l’angelo di Satana è stato dato all’Apostolo per castigarlo, per paura che egli si sollevi, a

maggior ragione, a noi che viviamo nell’orgoglio, è Satana stesso che sarà dato, per farci calpestare sino a che ci umiliamo ».

L’abate Antonio scrutava la profondità dei giudizi di Dio; e domandò: «Signore perchè alcuni muoiono dopo breve vita, mentre altri giungono all’estrema vecchiezza? Perché alcuni mancano di tutto, e altri abbondano di ogni bene? Perchè i malvagi sono ricchi, e i buoni schiacciati dalla povertà? ». Una voce gli rispose: « Antonio, occupati di te stesso: questi sono i giudizi di Dio e non ti è utile capirli

L’abate Evagrio disse: «Il principio della salvezza è condannare se stessi ».

L’abate Mosè disse al fratello Zaccaria: « Dimmi che cosa devo fare». A queste parole, l’altro si gettò ai suoi piedi dicendo: « Padre proprio tu mi interroghi? ». L’anziano riprese: « Credi, Zaccaria, figlio mio, ho visto lo Spirito Santo discendere su di te; per questo sono costretto a interrogarti ». Si tolse allora Zaccaria il cappuccio, lo mise sotto i piedi, e calpestandolo disse: « Se non si è così calpestati non si può essere monaci».

Una volta l’abate Teodoro mangiava con i fratelli. Prendevano le coppe con rispetto e senza nulla dire, neanche il consueto « Perdonatemi ». Allora l’abate ‘Teodoro disse: «I monaci hanno perduto il loro titolo di nobiltà (eugenia): la parola « Perdonatemi».

L’abate Pastor ha detto: « Prosternarsi davanti a Dio, non darsi alcuna importanza, mandare a spasso la propria volontà: ecco gli attrezzi con i quali l’anima può lavorare».

L’abate Pastor ha detto: «Non darti importanza ma legati a colui che si comporta bene».

L’abate Olimpo di Scete era schiavo. Scendeva ogni anno ad Alessandria a portare il suo guadagno ai padroni. Questi gli venivano incontro per salutarlo, ma l’anziano metteva dell’acqua in una bacinella e la presentava per lavar loro i piedi. « No, Padre, non darti pena! », gli dicevano i suoi padroni. « So di essere vostro schiavo », rispondeva, « e vi ringrazio di lasciarmi libero di servire Dio. In cambio, vi laverò i piedi, e voi riceverete ciò che ho guadagnato » G1i altri insistevano, e poiché non volevano cedere, Olimpo diceva loro: « Credetemi: se non volete prendere il mio danaro, rimango qui a servirvi». Allora i padroni, pieni di deferenza, gli lasciavano fare quello che voleva; e alla sua partenza lo riaccompagnavano con onore e gli donavano il necessario perché distribuisse in vece loro delle elemosine. Tutto questo lo rese celebre a Scete.

L’abate Pastor disse: « Un fratello domandò all’abate Alonio che cosa fosse il disprezzo di sé. L’anziano rispose: « Consiste nell’abbassarsi al di sotto degli animali, e sapere che essi non saranno condannati »

L’abate Pastor ha detto: « L’umiltà è la terra che il Signore ha richiesto per compiere il sacrificio ».

MESSI IL 3.5.08 NOTTE

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DA POSTARE

Un anziano disse: « Da qualunque prova tu sia colto, non incriminare se non te solo, dicendo: « M’è accaduto per mia colpa, causa i miei peccati »».

Un giorno alcune persone se ne andarono in Tebaide a visitare un anziano. Portavano con loro un uomo tormentato dal demonio, affinché l’anziano lo guarisse. Dopo essersi fatto a lungo pregare l’anziano disse al demonio: «Esci da questa creatura di Dio! ». Il demonio rispose: «Me ne vado, ma voglio farti una domanda: « Dimmi: chi sono i capri e chi gli agnelli? »». L’anziano gli rispose: «I capri, sono io; quanto agli agnelli, lo sa Iddio ». A queste parole il demonio urlò: « Mi ritiro a causa della tua umiltà!». E subito se ne andò.

Un fratello domandò a un anziano: « Indicami una sola cosa da custodire, perché io ne viva! ». L’anziano gli disse: « Se puoi essere ingiuriato e sopportarlo, è una gran cosa, che supera tutte le virtù».

Un anziano ha detto: « La terra sulla quale il Signore ha comandato di lavorare è l’umiltà »

Un anziano ha detto: « Sei giunto a serbare il silenzio? Non credere, tuttavia, di aver compiuto un atto di virtù. Di’ piuttosto: « Sono indegno di parlare » ».

Un anziano ha detto: « Se il mugnaio non copre gli occhi dell’animale che gira la macina, questi si volterà e mangerà il frutto del suo lavoro. Così, per una disposizione divina, noi abbiamo ricevuto un velo che ci impedisce di vedere il bene che facciamo, di beatificare noi stessi e di perdere così la nostra ricompensa. E’ anche per questo che di tanto in tanto siamo abbandonati ai pensieri impuri e non vediamo più che questi; ci condanniamo così ai nostri stessi occhi, e questi pensieri sono per noi un velo che copre il poco bene che facciamo. In effetti, quando l’uomo si accusa, non perde la sua ricompensa».

Un fratello disse a un anziano: « Se un fratello mi rivolge parole profane, mi permetti tu, Abba, di dirgli di non farlo? ». L’anziano gli disse: « No ». E il fratello disse: « Perché? ». L’anziano disse: « Poiché neppur noi siamo capaci di osservare questo, e c’è da temere che, dicendo al prossimo di non farlo, siamo trovati noi in procinto di farlo». Il fratello disse: « Che si deve dunque fare? ». L’anziano gli disse: « Se sappiamo tacere, l’esempio basta al prossimo ».

Fu domandato a un anziano: « Che cosa è l’umiltà? ». Egli disse: « Che, se tuo fratello pecca contro di te, tu lo perdoni prima che egli ti testimoni il suo pentimento».

Un fratello era assalito da molto tempo dal demone dell’impurità e malgrado molti sforzi non riusciva a sbarazzarsene. Una volta, mentre era alla Sinassi, si sentì come d’abitudine tormentato dalla passione; decise dunque di trionfare sulla macchinazione del demonio e di chiedere ai fratelli di pregare per lui affinché fosse liberato. E, sprezzando ogni vergogna, si mise nudo davanti a tutti i fratelli e mostrò l’azione di Satana: «Pregate per me, padri e fratelli miei», disse, «perché sono quattordici anni che sono così combattuto »; e subito il combattimento si allontanò da lui, grazie all’umiltà che aveva mostrato.

Uno dei padri ha detto: «I Padri entravano nell’interiore attraverso l’austerità, e noi, se possiamo, entriamo nel bene attraverso l’umiltà ».

Un anziano che abitava in Egitto diceva sempre: « Non c’è strada più breve che quella dell’umiltà».

L’abate Sisoe ha detto: «Colui che lavora e pensa aver fatto qualche cosa, riceve quaggiù la sua ricompensa ».

Disse un anziano: « L’umiltà non è uno dei piatti del festino, ma il condimento che insaporisce tutti i piatti ».

Ho udito riferire di un anziano che diceva: « A chi possiede l’umiltà di spirito, è data una corona sulla propria dimora e un coperchio sulla propria marmitta ».

L’abate Poemen ha detto: « L’anima non è umiliata in niente se tu non le razioni il pane, cioè se tu non la riduci a nutrirsi solamente del necessario».

Si raccontava di un anziano che viveva nell’esicasmo nelle parti basse del paese e che aveva al suo servizio un laico cristiano. Accadde che il figlio di costui si ammalò. Il padre supplicò per molto tempo l’anziano d’andare a pregare per suo figlio e l’anziano partì con lui. Correndo avanti, il laico entrò nella sua casa e gridò: « Venite incontro all’anacoreta ». Quando l’anziano li vide venire da lontano con le fiaccole, gli venne l’idea di togliersi i vestiti, di tuffarsi nel fiume e di mettersi a lavarli restando nudo. Quando il suo servitore lo vide, pieno di vergogna disse alla gente: « Andatevene, perché l’anziano ha perduto il senno ». Poi andò da lui e gli domandò: « Abba, perché hai fatto questo? Tutti dicono: « L’anziano ha il diavolo in corpo » ». L’altro rispose: « Ecco precisamente quello che volevo ».

Un vescovo d’una certa città cadde nella fornicazione per opera del demonio. Un giorno in cui cui si riuniva in chiesa e nessuno era a conoscenza del suo peccato, egli lo confessò davanti a tutto il popolo e disse: « Ho peccato ». Poi depose il suo pallio sull’altare e disse: « Non posso più essere il vostro vescovo». Tutti piansero e gridarono: «Che questo peccato ricada su di noi, ma conserva l’episcopato ». Egli rispose: « Voi volete che conservi l’episcopato, fate dunque ciò che vi dico ». Fece chiudere le porte della chiesa, poi si distese faccia a terra davanti a una porta laterale e disse: « Colui che passerà senza calpestarmi con i piedi non partecipera’ a Dio ». Fecero come lui chiedeva, e quando l’ultimo fu uscito, una voce venne dal cielo e disse: «Per la sua grande umiltà, gli ho rimesso il suo peccato ».

L’abate Giovanni, discepolo dell’abate Giacomo, disse: « Mio fratello Macario mi ha detto, mentre moriva: « Due cose che ho fatto in questo mondo mi tormentano: ho comprato una stuoia per un fratello e ne ho preteso su due piedi il prezzo, e tessendo ho fatto due paia di tovaglioli che ho lasciato inferiori alla misura, perché mancava un po’ di filo » ».

Un fratello interrogò uno dei padri su un pensiero blasfemo: « Abba, la mia anima è oppressa da un pensiero blasfemo, abbi pietà di me e dimmi da dove esso mi viene e ciò che devo fare ». L’anziano rispose: « Questo pensiero ci viene perché noi sparliamo, disprezziamo e critichiamo; esso è soprattutto una conseguenza dell’orgoglio, della volontà propria, della negligenza nella preghiera, della collera e del furore, tutte cose che sono, precisamente, i segni dell’orgoglio. Difatti l’orgoglio ci fa entrare nelle passioni che ho enumerato, e da esse nasce il pensiero blasfemo. E se questo pensiero indugia nell’anima, il demone della blasfemia lo consegna al demone dell’impurità. Sovente lo conduce sino allo smarrimento dei sensi, e se l’uomo non li ritrova è perduto »

Si domandò ad abba Elia: « Con che cosa saremo salvati in questi tempi? ». Egli rispose: « Ci salveremo per il fatto di non aver stima di noi stessi».

Publié dans:Padri del deserto |on 3 mai, 2008 |Pas de commentaires »
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