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GERUSALEMME SI RICORDA DEL DONO DELLO SPIRITO – FRÉDÉRIC MANNS

http://198.62.75.1/www1/ofm/jub/JUBsymp3.html  

JERUSALEM – THE JUBILEE YEAR 2000

(SITE CREATED FOR THE FRANCISCAN CUSTODY CUSTODY OF THE HOLY LAND)

GERUSALEMME SI RICORDA DEL DONO DELLO SPIRITO

FRÉDÉRIC MANNS

STUDIUM BIBLICUM FRANCISCANUM

Secondo il volere del S. Padre il 1998 è l’anno consacrato allo Spirito Santo. La Chiesa Madre di Gerusalemme, nata nel Cenacolo il giorno della Pentecoste, non poteva ignorare questa data. Alla Chiesa Latina è stato rimproverato di aver ignorato lo Spirito per troppo lungo tempo, ma l’avvicinarsi del Giubileo del Duemila la porta a tornare alle sorgenti. E la sorgente della Chiesa è lo Spirito. Gerusalemme è un microcosmo unico nel suo genere. Non solo vi sono rappresentate tutte le Chiese, ma anche tutti i figli di Abramo. Essere Chiesa a Gerusalemme significa lavorare concretamente al dialogo ecumenico e interreligioso. Lo Spirito di Gesù è Spirito di unità, che egli ha donato morendo sulla croce per radunare i figli di Dio dispersi. L’anno scorso la Chiesa di Gerusalemme ha cercato di rispondere alla domanda di Gesù: Chi sono io per voi? Quest’anno utilizza del tempo pasquale per prepararsi in modo speciale alla Pentecoste e al dono dello Spirito. La riflessione che si farà dal 30 aprile fino al 2 maggio seguirà una triplice direzione: dopo aver interrogato le Scritture, passerà all’approfondimento patristico e quindi all’esame delle varie liturgie. Infatti nella diversità delle liturgie lo Spirito continua a pregare e a parlare alle Chiese. Tale diversità presenta inoltre l’esegesi vissuta della Chiesa Madre. Le Scritture insegnano che lo Spirito non è solo un soffio cosmico, ma è capace di ispirare i profeti e i saggi. Una lettura anche rapida della Bibbia mostra che una grande inclusione letteraria delimita il Libro sacro. All’inizio della Genesi lo Spirito di Dio aleggia sopra le acque e alla fine dell’Apocalisse risuona l’invocazione: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni, Signore Gesù”. Così la fine dell’Apocalisse corrisponde all’inizio della Genesi e tutta la Scrittura è posta sotto il patrocinio dello Spirito. Anzi tutta la storia della salvezza è illuminata dallo Spirito di Dio. E’ lo Spirito la chiave che apre le Scritture e la storia della salvezza, così come per conoscere lo Spirito bisogna scrutare le Scritture. Spirito e Parola sono legati da un rapporto speciale. La tradizione cristiana guidata dallo Spirito ha approfondito incessantemente le Scritture. Origene, fondatore della scuola biblica di Cesarea, nei suoi commenti così ricchi e istruttivi apre una linea di pensiero che sarà ripresa in Oriente, mentre Agostino è il caposcuola della tradizione occidentale. La Chiesa respira con due polmoni ed è a Gerusalemme che lo si scopre concretamente. Per la tradizione orientale lo Spirito è estasi e dono. E’ l’apertura, il dinamismo della carità divina che si manifesta nella creazione, nella profezia e nell’Incarnazione del Figlio di Dio. Il Padre è la sorgente, il Figlio la Parola uscita dal silenzio di Dio e lo Spirito è il dinamismo divino. Il Padre opera nella creazione per mezzo delle sue Due Mani che sono il Figlio e lo Spirito, secondo l’espressione di S. Ireneo (Adv. haer. 1,22,1; 5,6,1). Queste Due Mani sono inseparabili nella loro azione rivelatrice del Padre e tuttavia sono ineffabilmente distinte. Il Verbo è in qualche modo la Mano che sbozza l’opera e lo Spirito è la Mano che la perfeziona. Lo Spirito inonda la terra come un’acqua benefica che amalgama i fedeli in un’unica pasta, che rinfresca il suolo e fa crescere dappertutto il frumento di Cristo. La Chiesa diffusa su tutta la terra deve la sua coesione allo stesso Spirito che ispirò i profeti e che per mezzo dei quattro evangelisti dissemina il Vangelo ai quattro angoli della terra. Dio, gloria dell’uomo, si compiace di fare di lui il ricettacolo della sua sapienza. La vita presente non è che un tirocinio della vita incorruttibile data dallo Spirito. Per la tradizione occidentale, rappresentata da S. Agostino, lo Spirito è vincolo di unità tra l’amato e l’amante, essendo lui stesso l’amore. E’ il silenzio della comunione divina. Il Padre e il Figlio sono l’uno per l’altro, relativi l’uno all’altro, mentre lo Spirito è colui che li unisce. La tradizione orientale gli ha riconosciuto un ruolo creatore e dinamico. Lo Spirito apre la comunione dinamica a chi non è divino; è abitazione di Dio là dove Dio si trova in qualche modo fuori di se stesso. Per questo è chiamato amore. E’ l’estasi di Dio verso il suo altro, la creatura. Lo Spirito è in Dio il termine della comunicazione sostanziale. Queste diverse teologie dello Spirito sono vissute nelle liturgie delle Chiese orientali e occidentali. La liturgia utilizza la simbolica dei colori quando prega lo Spirito; La veste liturgica secondo la tradizione armena richiama che “il culto esteriore è l’immagine di un ornamento spirituale luminoso” (Nerses Shorali). Lo Spirito riveste colui che si avvicina a Dio. Il cristianesimo medievale ha costruito intorno al colore rosso una teologia popolare dello Spirito. Il colore è anzitutto luce tanto sul piano teologico che su quello della sensibilità. Il rosso è il colore del sangue e del vino, che è il sangue della vite. E’ anche il colore del fuoco che arde e divampa nella notte. Suggerisce la passione di Cristo e insieme simboleggia lo Spirito. In qualche modo è lo stesso mistero che si comunica col colore rosso. Cristologia e pneumatologia sono associate, benché lo Spirito sia oltre il Verbo. “Il Cristo si è offerto in uno Spirito eterno”, afferma l’autore della lettera agli Ebrei (9,14). Nel mistero della Pentecoste il rosso evoca le lingue di fuoco che scesero sui discepoli. Così lo Spirito li rende capaci di parlare. Il rosso è insieme luce e soffio, potenza e calore; brilla, illumina e purifica. Le liturgie orientali che celebrano la divinizzazione dell’uomo, evocano un altro simbolo dello Spirito: quello dell’acqua. Nel Cristo Dio ha radunato l’umanità dispersa la quale diviene il corpo di Cristo. Il sangue sgorgato dal costato del Cristo inebria l’uomo di questo grande amore. All’unità del sangue fa riscontro la diversità del fuoco; ma di fatto il fuoco brucia già nel sangue. Il sangue è caldo; lo Spirito è fuoco. Ecco perché il diacono prima della comunione versa nel vino un po’ di acqua calda per simbolizzare il fuoco dllo Spirito. La riflessione della Chiesa di Gerusalemme vuole essere ecumenica dato che ne fanno parte vescovi greci, armeni, latini, copti, siriani e melchiti. Vuole essere ugualmente interreligiosa e per questo un ebreo e un musulmano parteciperanno alle tavole rotonde. Il giudaismo conosce una teologia dello Spirito molto varia mentre l’Islam somiglia in parte al giudeo-cristianesimo. Lo Spirito è la memoria della Chiesa e anche il Maestro che la istruisce. Il dono messianico dello Spirito è stato annunciato sotto forma di unzione. Questa unzione viene fatta su ogni cristiano al momento della confermazione e su chi accetta a nome della Chiesa il sacerdozio ministeriale. Il cristiano fa parte di un popolo sacerdotale che per mezzo del Cristo può offrire sacrifici spirituali a Dio graditi. È lo Spirito che gli assegna il compito di annuniare le meraviglie che Dio ha realizzato facendolo passare alla vera libertà dei figli di Dio. Lo Spirito conferito per mezzo del simbolo dell’unzione fa del cristiano un lottatore che annuncia il Vangelo anche in mezzo ai più grandi ostacoli. Cirillo di Gerusalemme nella Catechesi 18,3 richiama che “come il pane eucaristico dopo l’epiclesi non è più pane ordinario ma il cropo di Cristo, così il santo crisma non è più un olio ordinario”. Come ricorda lo stesso Cirillo, “la grazia dello Spirito è necessaria se vogliamo parlare dello Spirito Santo. Poiché non possiamo parlare di lui in modo adeguato, possiamo farlo senza degenerare limitandoci a quello che ne dicono le divine Scritture” (Catechesi 16,1).

 

CHIAMATI AD ESSERE FIGLI DELLA LUCE – di padre Frédéric Manns

http://www.terrasanta.net/tsx/articolo-rivista.jsp?wi_number=3180&wi_codseq=TS1104

ALLE PORTE DI SION

CHIAMATI AD ESSERE FIGLI DELLA LUCE

di padre Frédéric Manns ofm | luglio-agosto 2011

Senza l’Antico Testamento non si capisce il Nuovo. Questo vale anche per la trasfigurazione di Gesù sulla montagna. Mosè fu il primo a fare l’esperienza della trasfigurazione. Rimase quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai a parlare con Dio. Questo contatto con Dio gli valse un’esperienza unica: «Il suo volto era raggiante», dice la Scrittura. La salita alla montagna prepara alla trasfigurazione. Non si tratta soltanto di una salita fisica, ma di una salita spirituale.
Ma serve qualche elemento in più per capire questa pagina evangelica. Adamo ed Eva, secondo la tradizione rabbinica, non erano stati creati nudi, ma con un vestito di luce (’or). Dovevano essere trasparenti l’uno all’altro. Questa trasparenza doveva essere fonte di gioia e di luce. Dopo il peccato, persero questo vestito di luce che si trasformò in pelle. Adamo ed Eva conobbero la sensualità, la volontà di dominarsi l’un l’altro e di trarre gioia l’uno dell’altro. Il loro itinerario spirituale consisterà così nel ritrovare la luce nonostante la sensualità. L’uomo si troverà a combattere una tensione interiore. Dovrà partire dall’eros per raggiungere l’agapê: questa è la difficile vocazione dell’uomo.
Questa lotta è però illuminata dalla speranza messianica. Il Messia, quando verrà – affermano le fonti rabbiniche – riporterà il vestito di luce di Adamo. I cristiani che accettano Gesù come Messia ricevono un vestito bianco nel battesimo. Sono chiamati ad essere figli della luce.
L’episodio della trasfigurazione indica che anche l’uomo è chiamato a ritrovare la trasparenza primitiva. Mosè ci indica la strada che porta alla trasfigurazione: l’uomo è chiamato ad entrare nel deserto, a spogliarsi di tutto quello che non serve. Deve poi salire sulla montagna, parlare con Dio. La preghiera rende possibile la trasfigurazione. Il volto dell’orante diventa raggiante. Non ha più paura del volto dell’altro, perché non si sente giudicato, ma amato da Dio.
Il realismo cristiano sa che dopo l’uscita dall’Egitto e il dono della Torah comincia la traversata del deserto. E la vita è la traversata del deserto con l’esperienza della sete. La scoperta del pozzo d’acqua nel deserto significa la scoperta dell’acqua viva della Parola di Dio che permette di traversare questa distesa ostile.
Accanto a Mosè appare Elia, il profeta. Elia era fuggito all’Horeb dopo aver ucciso i falsi profeti di Baal. La traversata del deserto fu difficile. Dio gli mandò un angelo che gli portò pane ed acqua per continuare la strada. Arrivato all’Horeb, entrò in una grotta. Dio non si manifestò nell’uragano, né nel terremoto, ma nel silenzio della voce (Qol demamah). Entrare in sé, ascoltare la voce del silenzio, è un altro modo di prepararsi alla trasfigurazione. La vocazione di Abramo è identica: Lek leka («Rientra in te. Va verso di te»).
La trasparenza di Adamo e di Eva ha una dimensione personale, ma anche sociale e, addirittura, politica. Paolo di Tarso ricordava ai cristiani che mangiavano il pane azzimo una responsabilità in più: dovevano mangiare a maggior ragione gli azzimi di sincerità e di verità.
Il fermento che fa gonfiare la pasta è simbolo dell’orgoglio umano: l’uomo si gonfia, vuol essere più importante di quello che è in realtà. Gli azzimi e il mistero pasquale ci introducono alla trasfigurazione. Sono la strada che permette all’uomo di ritrovare la sua vocazione iniziale: quella di essere figlio della luce.

Publié dans:Padre Fréderic Manns, STUDI |on 14 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

Il biblista Manns: è il Sinodo della luce

dal sito:

http://www.terrasanta.net/tsx/articolo.jsp?wi_number=2566&wi_codseq=MO002%20&language=it

Il biblista Manns: è il Sinodo della luce

di Manuela Borraccino | 22 ottobre 2010

 Padre Frédéric Manns, frate minore e biblista a Gerusalemme.

(Roma) – È un Sinodo «della luce» e non «della paura» per i cristiani del Medio Oriente. È la riflessione del biblista francescano Frédéric Manns, che partecipa ai lavori in qualità di esperto. Per rafforzare l’unità tra le Chiese orientali e con la Chiesa di Roma, suggerisce il frate, si potrebbe lanciare un «Anno giovanneo».

Classe 1942, nato in Croazia ma di origini francesi, padre Manns  vive a Gerusalemme da 38 anni, dal 1984 insegna esegesi del Nuovo Testamento allo Studium biblicum franciscanum e ha diretto l’istituto stesso, la facoltà di Scienze bibliche di Gerusalemme, dal 1996 al 2001. Specialista del rapporto tra ebraismo e cristianesimo nei primi secoli e delle sue implicazioni esegetiche, egli ha in particolare scandagliato tale rapporto nel Vangelo secondo Giovanni, che in questa intervista indica come centrale per l’attuazione del Sinodo quando i padri sinodali saranno rientrati in patria.

Padre Manns, si è parlato di emigrazione e delle difficoltà in tutti i Paesi a maggioranza islamica. Che cosa resterà di questo Sinodo?
Io penso che questo non sia il Sinodo della paura dei cristiani, che cercano scampo alle difficoltà con l’emigrazione, ma è il Sinodo della luce: la luce che viene dall’Oriente e vince le tenebre. Penso che quello che rimarrà di questa assise è la consapevolezza che Gerusalemme è la madre di tutti i popoli, come dice il salmo 87: «Là tutti sono nati». E che il Signore ha chiesto di rimanere in questa città, perché è lì che i discepoli riceveranno lo Spirito. Dunque, affinché la Chiesa possa restare e continuare ad avere questa missione di pace, tutti i fedeli sono invitati a riprendere i pellegrinaggi sui passi del loro Maestro: tutti sono chiamati a riprendere i pellegrinaggi non solo in Israele e Palestina ma anche nei Luoghi Santi in Siria, in Libano, in Giordania, in Egitto. Tutto questo permetterà di ritrovare le comunità e ristabilire forme di conoscenza e di collaborazione con questi fratelli nella fede.

Si è parlato di rafforzare la comunione in primis fra le Chiese cattoliche orientali. Come potrà avvenire questo?
Le Chiese cattoliche d’Oriente riconoscono il carisma di Pietro. Riconoscono che egli è lo strumento nell’esercizio del primato: Pietro è colui che ha il primato nella carità, il compito di rafforzare l’unità che non è l’uniformità. Sarebbe importante a questo punto un approfondimento della figura e dell’insegnamento dell’apostolo Giovanni, visto che gli orientali sono molto più vicini di noi a Giovanni. Bisognerebbe suggerire alle autorità vaticane di lanciare un anno giovanneo: per permettere a tutti di rileggere l’apostolo Giovanni, visto che dalle parole bisogna passare ai fatti, altrimenti se tutto deve restare sulla carta non c’era necessità di venire fino a Roma. Per riscoprire il carisma di Pietro, il primato petrino, dobbiamo rileggere l’apostolo Giovanni.

Su quali elementi puntare per lavorare all’unità?
Quello che permetterà di ritrovare l’unità è la stella d’Oriente: Maria era nel Cenacolo, lei era l’unica persona che era il trait d’union fra gli apostoli e Gesù. E penso che Maria sia l’unica donna che può dare a tutte le donne orientali il coraggio di sopportare il dolore: quante donne nei nostri Paesi piangono un figlio perso in guerra! La stella di Maria può essere un segno di speranza e un segno di evangelizzazione nel nostro mondo globalizzato e che ha bisogno di testimoni autentici.

Dopo tante voci diverse e opinioni contrastanti risuonate in aula, come arrivare a una sintesi finale?
Anche i patriarchi e i vescovi sono uomini, la grazia di stato del sacramento non distrugge la natura umana. La prima settimana si è verificata una certa cacofonia, come prima di un concerto quando tutti accordano gli strumenti. Ma con il passare dei giorni si è visto che la verità è sinfonica, è fatta dall’insieme, da tutte le note positive. E allora, da un vociare dal quale emergevano solo problemi e difficoltà, alla fine si è fatta strada la voce dello Spirito. È emersa una visione più ecclesiale, più soprannaturale, dove la forza della luce prevale nettamente sulle ombre.

Frédéric Manns: Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo

dal sito:

http://www.christusrex.org/www1/ofm/pope/40GPit/44/44GPar04.html

Il Verbo si è fatto carne

Perché Dio s’è fatto uomo? L’Incarnazione secondo il Giudaismo e l’Islamismo. – Dio comunica con l’uomo, perché è in comunione con sé stesso.

Vi é una fede semplice alla quale non manca niente. Ma la semplicità non si riceve in anticipo: va conquistata. La fede si può anche meditare e approfondire. La fede si considera intelligente: cerca di comprendere. Il cristiano ha bisogno di lucidità di fronte alle domande che incontra ogni momento. Benché il vissuto abbia più importanza del cammino intellettuale, la ricerca teologica è gelosa del suo diritto di cittadinanza.

Le Scritture testimoniano la rivelazione di Dio nel corso dei secoli e soprattutto in Gesù Cristo. A questa testimonianza fondamentale bisogna aggiungere le confessioni della fede ecclesiale. Alla domanda: « Chi è Gesù Cristo? », la comunità cristiana non poteva sfuggire.

Dio fatto uomo
Il Cristo non è l’uomo divino celebrato dalla mitologia greca. E neanche è il simbolo dell’umanità, esaltato fino al punto da divenire Dio. Egli è Dio che si fa uomo. Lo scandalo cristiano è l’umanizzazione di Dio, la sua kenosis, il suo annientamento. « Da Nazareth può uscire mai qualcosa di buono? » Ecco la domanda che da secoli scandalizza l’umanità.

Il messaggio di un Dio che si umilia è già contenuto nel Vangelo dell’infanzia. Mentre il Vangelo di Marco si apre sulla proclamazione del Regno di Dio, Matteo e Luca hanno sentito il bisogno d’insistere sul mistero dell’Incarnazione di Dio. Il Dio che si fa uomo viene a
realizzare le Scritture d’Israele: « Se tu potessi squarciare i cieli e discendere! » (Is 64,1). Un Dio che condivide la condizione dell’uomo, che soffre con il suo popolo, che interviene per liberarlo: ecco una novità stupefacente.

L’Emmanuele
La Bibbia aveva celebrato l’efficacia della Parola come strumento della creazione del mondo: « Per la sua Parola furono fatti i cieli » (Sir 42,15). Questa Parola non è altro che la Sapienza di Dio. Ben Sira è arrivato a questa conclusione dopo lunghe meditazioni. Il Nuovo Testamento, che completa l’Antico, superandolo, afferma nel prologo del Vangelo di S. Giovanni: « Il Verbo s’è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi ». La Parola diviene una Persona in cui si manifesta la gloria di Dio. Betlemme, la città del re David, accoglie questo messaggio rivelato ai piccoli e non ai sapienti. La sapienza ha alzato la sua tenda in mezzo agli uomini. Dio si è rivelato come Emmanuele, come Dio con gli uomini.

I Padri della Chiesa, colpiti da una tale novità, hanno voluto mettere in musica le note di questa partitura. Una buona notizia di tale vastità non può essere che cantata, perché rallegra il cuore. Essa apre le porte a una speranza illimitata.

Ireneo di Lione, erede della tradizione giovannea, celebra la novità assoluta dell’Incarnazione. Dio fa nuove tutte le cose. La nascita del Verbo spacca la scorza della vecchiaia del mondo. Tutto ciò che è vecchio e usato indietreggia davanti alla nascita di Gesù. Colui che viene da Dio porta con sé tutta la novità. Cieli nuovi e terra nuova », aveva annunziato il profeta Isaia. Cioè, la nascita del Bambino di Betlemme ha una dimensione cosmica. Tutta la creazione attende la liberazione, perché era stata sottomessa al peccato.

Con l’Incarnazione la Parola di Dio si fa ciò che noi siamo, perché noi diventiamo ciò che essa è. La terra trasformata in cielo al momento dell’Incarnazione per mezzo di colui che si fa « il coltivatore di Dio », secondo l’espressione di Clemente d’Alessandria. Dio s’è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio, ripeteranno i Padri della Chiesa.

Si è fatto povero per arricchirci. Si è fatto piccolo per farci grandi.
L’Incarnazione del Figlio di Dio dice la vocazione dell’uomo a essere divinizzato. « Figli di Dio noi lo siamo realmente », afferma S. Giovanni nella sua prima Lettera. Riconoscere questa dignità è rinunziare a proclamare l’assurdità del mondo. La condizione umana è stata talmente nobilitata che una scintilla divina risplende in ogni creatura. Lo Spirito di Dio che ha coperto Maria della sua ombra è ancora capace di ripetere lo stesso miracolo.

Agostino commenta con il suo abituale acume e il suo senso pastorale: « Dio che aveva fatto l’uomo è divenuto sua opera, affinché la sua opera non perisse. Senza l’Incarnazione l’opera di Dio sarebbe rimasta incompiuta e incompleta. La Parola si è incarnata prendendo ciò che non aveva, senza perdere ciò che era ».

Paolo, nella sua Lettera ai Colossesi, aveva affermato che tutto è stato creato per il Cristo. Il grande movimento di « umanizzazione », per prendere un’espressione di Teilhard de Chardin, culmina nell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Nozze di Dio e dell’uomo
Bisognerebbe a questo punto citare le Omelie di S. Leone sulla Natività, per godere l’orchestrazione della stupefacente alleanza tra Dio e l’uomo. S. Leone fu il cantore incontestabile della grande sinfonia in cui si celebrano le nozze fra l’eterno e il temporaneo, lo spirituale e il corporeo, il terrestre e il celestiale, poiché l’uno non può crescere e prosperare senza radicarsi profondamente nell’altro.

S. Gregorio Magno, nelle sue omelie sui Vangeli mette in rilievo un altro elemento dell’Incarnazione: « Non è nella casa dei suoi genitori che avviene la sua nascita, ma in viaggio. Egli voleva mostrare che nel prendere in prestito la natura umana, nasceva per così dire in un luogo straniero. Straniero non alla sua potenza, ma soltanto alla sua natura, poiché, per quanto concerne la sua potenza, è scritto: – Egli è venuto in mezzo ai suoi -. Nella sua natura egli è nato prima del tempo; è nella nostra che egli è venuto nel corso del tempo. Se dunque Colui che rimane l’Eterno ha ben voluto mostrarsi nel tempo, il luogo in cui è disceso gli è certamente straniero ». Gesù è non solamente Dio fatto uomo, ma è il Verbo di Dio fatto povero, inserito nella storia di un popolo oppresso, pronto a condividere la vita della piccola gente del suo popolo.

Verbum abbreviatum
Dal canto loro i maestri di spirito, nel meditare il mistero del Verbo incarnato, hanno parlato spesso del Verbo abbreviato. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme. E questa Parola chiede di nascere nel cuore dei credenti. S. Francesco ne prenderà spunto per dire che il predicatore deve parlare brevemente, poiché Cristo è la Parola breve del Padre, quella che riassume la legge e i profeti. Il Cristo, Parola breve, riassume il suo insegnamento in un solo comandamento, quello dell’amore. E’ sufficiente che il predicatore centri il suo discorso su questo tema fondamentale.

Il Natale evoca una triplice nascita:

la nascita del Figlio unico generato dal Padre celeste nell’essenza divina;
la nascita che si compie per una Madre che, nella fecondità, conserva l’assoluta purezza della sua castità;
la vera nascita di Dio in coloro che lo accolgono.

Ciò significa che la sinfonia del Natale resta una sinfonia incompiuta finché il cuore del credente rimane chiuso.

Primato di Cristo
Il B. Giovanni Duns Scoto ha scrutato il mistero dell’Incarnazione alla luce dei testi paolini. La principale intuizione della sua teologia è l’affermazione del primato universale del Cristo, punto di vista che si ricollega alla Lettera di Paolo ai Colossesi. Curiosamente la teologia cristiana sembrava averlo dimenticato.

L’Incarnazione di Gesù era generalmente presentata come una riparazione del peccato. Diventava così un evento accidentale, una sorta di progetto di seconda mano, una reazione di Dio alla caduta iniziale dell’uomo. Anche nel recente Catechismo della Chiesa Cattolica il capitolo sul Cristo si snoda nel paragrafo sulla caduta di Adamo. La Cristologia sembra ridotta a Soteriologia, teologia della salvezza.

Duns Scoto contesta che il peccato d’origine sia la pietra angolare del dogma cristiano. L’Incarnazione del Figlio di Dio non può essere tributaria del peccato degli uomini. Anche se l’uomo non avesse peccato, il Cristo sarebbe venuto tra noi. L’uomo, creato a immagine di Dio, è già l’uomo destinato ad essere identificato, incorporato al Cristo per partecipare con Lui alla vita stessa di Dio. E’ l’amore il motivo predominante dell’Incrnazione. E poiché il Cristo è il capo di tutta la creazione, l’amore è la sorgente stessa di tutto il creato.

Il B. Scoto si ricollega qui al pensiero giudaico. Secondo la tradizione sinagogale il primo versetto della Genesi: « In principio Dio ha creato il cielo e la terra », era interpretato così: « E’ nel principio, che è la Sapienza, che Dio ha creato. La creazione dunque esiste in vista di quel medesimo principio. La Lettera di Paolo ai Colossesi s’ispira a queste affermazioni: « Tutto è stato creato in Lui e per Lui ».

Il Vaticano II nella Gaudium et spes n. 45 ritrova degli accenti di Duns Scoto e di T. de Chardin per celebrare il Cristo come « punto verso il quale convergono i desideri della storia e della civilizzazione ».

La Parola che s’incarna chiede di metter via tutto ciò che è disincarnato, ristretto, contorto. Essa non è più semplicemente oggetto di studio e di approfondimento intellettuale. Poiché si è fatta persona, esige adorazione, contemplazione e rispetto.

Natale è l’inizio
Ricordare l’Incarnazione alla luce dei Vangeli è ridire l’originalità del pensiero cristiano. Il Figlio di Dio che condivide la condizione dell’uomo è il nuovo Adamo, colui che realizza pienamente la vocazione dell’uomo. E’ la Sapienza di Dio annunziata nel Vecchio Testamento che stabilisce la sua dimora fra gli uomini. E’ l’Emmanuele che soffre e si unisce all’umanità e la riconduce verso il Padre. Dio è venuto in modo tale che non gli è più possibile ritrovare lo splendore della sua gloria senza il mondo e senza l’uomo. Iniziando dal Natale tutto s’incammina sotto la spinta dell’amore verso il Volto del Padre. Il tempo è già avvolto di eternità, perché l’eternità si è impegnata nel tempo. La notte del mondo si trasforma progressivamente in chiarore.

Quando il Figlio di Dio diventa figlio della terra si lascia contenere in un punto dello spazio e del tempo. Più ancora si lascia incasellare in una lingua e in una cultura. In realtà è Lui che contiene l’universo. Attraverso il suo corpo Egli non vuole appropiarsi del mondo come di una preda, ma lo fa corpo d’unità, carne cosmica ed eucaristica. In Lui il mondo diventa corporeità spirituale, vivificata dallo Spirito. Egli infonde la sua corporeità luminosa nel nostro corpo sofferente, affinché sulla croce tutto s’illumini: non solamente l’universo, ma anche tutto lo sforzo dell’uomo per trasformarlo.

L’uomo non separi ciò che Dio ha unito
Scrive S. Cirillo: « La bellezza del Figlio è maturata nel tempo perché noi siamo condotti come per mano verso la bellezza di Colui che lo genera ». Tale bellezza è maturata nel tempo dell’Incarnazione e della Passione, bellezza di un Volto insanguinato e risorto, vincitore della Morte. L’uomo dei dolori, senza bellezza nè splendore, si rivela come il trasfigurato. La croce, in cui la ricerca è placata per l’epifania dell’Amore, ci svela l’icona del suo Volto. Soltanto il Volto di Dio nell’uomo ci permette di decifrare il volto di tutto l’uomo in Dio e di decodificare nella comunione dei santi l’enigma dei volti che circondano l’uomo contemporaneo. Non è il Volto di Dio senza l’uomo che Mosè ha contemplato sul Sinai. Non è il volto dell’uomo senza Dio che svanisce nel nulla. E’ il Volto dell’Emmanuele, Dio con noi.

Il Giudaismo e l’Islam rifiutano l’incarnazione del Figlio di Dio in ragione della trascendenza di Dio. Un Dio non può mischiarsi con la sua creatura che a rischio di perdere la propria divinità, dicono loro. Il Cristianesimo insegna che Dio ama gli uomini fino a farsi uomo. L’Incarnazione non è un’umiliazione della ragione dell’uomo, ma il riconoscimento della vera dignità dell’uomo. Origene, nel Commentario al Vangelo di Matteo (14,7), sottolinea che il corpo del Cristo non è affatto qualcosa a fianco della Chiesa, che è il suo corpo. Dio non li ha uniti come due, ma come una sola carne, impedendo che l’uomo separi ciò che Dio ha unito, la Chiesa e Dio. In maniera invisibile il mistero dell’Incarnazione si prolunga nella Chiesa.

La vita che Dio ci ha comunicato è un’irradiazione del suo amore trinitario. Il fine dell’Incarnazione del Figlio di Dio è stato quello di rendere possibile la comunione con Dio e tra gli uomini. Un Dio che non è trinitario non fa condivisione. Ora tale condivisione comincia per noi a Natale, ed è la salvezza. « Oggi è nato per voi il Salvatore ».

Frédéric Manns
SBF – Jerusalem

Publié dans:Padre Fréderic Manns |on 1 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

Frédéric Manns, ofm: Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

 dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article3795&lang=fr

SBF Letture bibliche : Se è vero che la Terra Santa è il quinto Vangelo…

Frédéric Manns, ofm

Mis en ligne le samedi 30 août 2008 à 10h16
Par
Eugenio

In preparazione al sinodo sulla parola di Dio

Il concilio di Trento vedeva nella celebrazione del sacrificio della messa la funzione principale del sacerdote. Vaticano II nel Decreto Presbyterorum Ordinis, 4 dà invece allannuncio della Parola il primo posto.

Non ha senso di opporre la Parola allEucaristia. Una lunga tradizione che risale ad Origene sottolinea lunità delle due tavole : la parola crea leucaristia e leucaristia proclama la Parola. « Quando ricevete il corpo del Signore lo conservate con venerazione affinché nessuna briciola cada. Se siete prudenti per conservare il suo corpo, sappiate che trascurare la parola di Dio non è una colpa meno importante che trascurare il suo corpo » In Exod. hom. XIII, 3. La Parola proclamata include l

annuncio della morte e risurrezione celebrata nelleucaristia. Leucaristia spiega che il corpo dato e il sangue versato ricordano il sacrificio di Cristo : « Ogni volta che mangiate questo pane e bevete a questa coppa annunciate la morte del Signore fino al suo ritorno ». Non esiste celebrazione delleucaristia senza proclamazione della Parola e non esiste celebrazione della Parola senza riferimento allalleanza. La proclamazione della parola ha come scopo di creare la comunione degli uomini con Dio e il loro ingresso nellalleanza damore di cui leucaristia è il pegno. Ma c’è di più : leucaristia è già presente nella storia della salvezza ; è prefigurata nellagnello pasquale e nella manna. Nel Nuovo Testamento diventa un evento nella morte e risurrezione di Gesù. I discepoli di Emmaus aprono i loro cuori quando sentono la spiegazione delle Scritture, ma lo riconoscono solo nella frazione del pane.

Gesù rimane presente in due forme : nelleucaristia sotto forma di cibo e nella parola sotto forma di luce e di verità.Esistono vari modi di leggere la parola. La tendenza attuale

è di privilegiare la lectio divina. Benché il cristiano possa adorare ovunque Dio in Spirito e Verità, egli dimentica alcune volte che la parola letta in Terra Santa al posto dove fu proclamata acquista una densità che molti pellegrini hanno potuto esperimentare. Per questo motivo alcuni pellegrini hanno definito la Terra Santa come il quinto Vangelo.

Un pellegrinaggio in Terra Santa permette prima di tutto di sperimentare la densità del Primo Testamento. Senza il ricordo dellalleanza del Sinai, molte parole di Cristo rimangono oscure.Camminare nei passi di Ges

ù in Terra Santa fa scoprire la dimensione giudaica del messaggio di Gesù e dei Vangeli.

Una peregrinazione in Terra Santa proclama il Kerygma che è invito alla conversione. Il gesto del cardinale Martini che voleva ritornare a Gerusalemme dopo essersi ritirato dalla diocesi di Milano voleva essere profetico.Se quello che abbiamo detto

è vero, i futuri sacerdoti e i sacerdoti che già celebrano leucaristia devono scoprire la Terra Santa con il suo messaggio ; Primo e Nuovo Testamento. Lesperienza mostra che i vescovi che hanno avuto il coraggio di portare i loro seminaristi per un mese in Terra Santa hanno potuto organizzare la loro pastorale sulla Parola in modo da dare un cibo solido ai loro fedeli. Grazie a Dio alcuni vescovi italiani lhanno capito questi ultimi anni. Sono da lodare i movimenti che chiedono una formazione prolungata dei seminaristi in Terra Santa. I futuri sacerdoti dovranno essere in grado domani di discutere con i rabbini sullinterpretazione della Scrittura.

Una conseguenza di questo discorso è che le agenzie di viaggio devono preparare guide competenti non solo in archeologia, ma anzi tutto esperti in Sacra Scrittura. E inconcepibile che certe agenzie cattoliche non pensano altro che allaspetto economico quando si tratta di portare sacerdoti in Terra Santa e non propongono programmi alternativi per sacerdoti. Per di più non vedono nemmeno lurgenza di proporre corsi di aggiornamento per le loro guide. Se il sinodo sulla Parola di Dio si vuole pastorale deve proporre nuove soluzioni per la formazione dei formatori, Il vescovo ha un triplice ufficio : quello di amministrare, di insegnare e di santificare. Per dedicarsi alla preghiera e allinsegnamento gli apostoli avevano istituito i diaconi che dovevano aiutarli nellamministrazione. Per insegnare anche i vescovi devono studiare e mettere in pratica la parola, perché si conosce solo quello che si vive e mette in pratica. Incontri di vescovi di vari continenti sono stati organizzati in Terra Santa nella Domus Galilaeae. Hanno permesso ad alcuni di scoprire che lignoranza delle Scritture significa lignoranza di Cristo. La pubblicazione recente del libro del papa Benedetto XVI su Gesù di Nazaret dovrebbe aiutarli a fare un aggiornamento nel campo del Nuovo Testamento, con la speranza che un studio approfondito del Nuovo Testamento apra al Primo Testamento

Publié dans:Padre Fréderic Manns |on 4 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

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