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I DOMENICA di Quaresima anno B

dal sito:

http://www.camillianiroma.org/OMELIE/QUARESIMA_B/1_Quaresima-B.htm

I DOMENICA di Quaresima anno B

L’Alleanza
Il tema di questo “inizio quaresima” è l’Alleanza con Dio, questo progetto di salvezza e non di dolore che Dio propone all’uomo.

Ma vediamo come la Parola di Dio di oggi ci introduce e ci fa capire meglio questa realtà di nuova ed eterna Alleanza. Notate come in tutte e tre le letture c’è una prima parte e una seconda dell’Alleanza tra Dio e l’uomo.

La prima lettura ci parla di Noè e come, dopo il periodo in cui egli fu deriso, insultato e dopo la tristezza del grande Diluvio (la prima parte dell’Alleanza) arriva il gran finale: un arcobaleno in un cielo limpido, ecco il segno dell’Alleanza tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra, ecco la seconda parte dell’Alleanza. La Berith (alleanza in ebraico) è il concetto base di tutto l’Antico Testamento, è il criterio per capire tutto il testo. La Bibbia infatti è la storiadi questo patto tra Dio e l’uomo, Dio vuole farsi capire dall’uomo e vuole stringere con l’uomo un patto d’amore. Chi ha la costanza di superare la prima fase dell’Alleanza, quella di sacrificio arriverà alla seconda, quella di vittoria.

La seconda lettura di S. Pietro ci dice che Gesù nei tre giorni dopo la morte scese negli inferi a liberare tutti coloro che morirono prima di Noè i quali erano “cattivi sì, ma non responsabili della loro cattiveria in quanto non conoscevano ancora il Patto di Dio”, la sua Alleanza. Anche qui si nota come c’è una prima parte dell’Alleanza caratterizzata dalla sofferenza: la passione, la croce e la discesa agli inferi per arrivare poi alla resurrezione e ascensione al cielo di Cristo-Gesù il Messia e Salvatore universale che diventa sovrano sugli angeli e su tutti i poteri della terra; ecco la seconda parte dell’Alleanza, la vittoria finale sul male.

Nel Vangelo Gesù è nel deserto, segno di povertà, di sofferenza e privazioni, tentato da Satana per un lungo tempo, (i 40 giorni sono un simbolo). Ecco la prima parte dell’Alleanza. Ma arriva come sempre nei progetti di Dio la seconda parte e Gesù inizia l’attività di predicatore e guaritore dicendo che il tempo è compiuto, cioè “si è riempito”, “ha traboccato”, il Regno di Dio è arrivato, è giunta la felicità, la vita divinizzata, la vera Alleanza, quella nuova ed eterna, ora è presente, è attuale, non c’è più nulla da aspettare, “credeteci fratelli e sorelle!”, lo diceva Gesù 2.000 anni fa e lo ripetiamo noi oggi. Questa è la seconda parte dell’Alleanza.

Facciamo ora una sintesi e un’attualizzazione di queste letture. L’Alleanza è passare da una fase transitoria di tristezza, di sofferenza, a una fase eterna di gioia, di piena realizzazione, in cui è Dio a darci vittoria. Voi mi potreste obiettare: ma che c’entra questo con la quaresima, con la nostra vita di sofferenza o di confronto con il lato oscuro della vita? Vedete, la quaresima è come il ripetersi dell’Alleanza biblica in due fasi. Molti vedono la quaresima solo umanamente, come se fosse un Ramadan, cioè mettono al centro l’uomo e non Dio. C’è chi intende la quaresima così: “io mi purifico, io digiuno, io faccio penitenza, io mi perfeziono”. Oppure, ancora peggio mettono al centro questa legge, questo comando, questo divieto, come cose da fare per meritarsi premi da Dio. No! la quaresima cristiana è molto più positiva di questo Ramadan mussulmano o di questi esercizi da fachiri indiani, di questa palestra di culturismo spirituale. 

La quaresima cristiana è: partecipare alla lotta di Cristo contro il male. Cristo dopo la resurrezione continua a lavorare nella storia e nel cosmo (attraverso il suo Spirito) per vincere il male e il maligno. Cristo è vivo oggi, è presente in ogni luogo e continua la sua opera di Salvatore, di colui che lotta contro il male (la cattiveria umana e la sua conseguenza: la sofferenza). Voi mi direte: “e i risultati?” I risultati della lotta ora sono parziali, quelli veri li vedremo nei cieli nuovi e terra nuova, alla fine dei tempi che attendiamo con gioia. Tutti noi abbiamo l’onore di partecipare a questa sua lotta contro Satana, attraverso digiuni, preghiere, elemosine o “sofferenze offerte” per chi è malato. Questo è un onore, perché è prestare le nostre capacità, le nostre forze, per la più grande causa possibile, il più alto degli ideali che possano esistere: sconfiggere il male dell’universo e sappiamo che ciò avverrà definitivamente alla fine dei tempi senza il nostro aiuto, ma immaginate che onore se un giorno potremo dire (felici per la vittoria del bene in quel mondo nuovo e meraviglioso) “Dio si è servito anche di me per costruirlo, io ho contribuito con la mia sofferenza offerta, con la mia carità, a vincere il disgustoso dominio del male”. Ecco quindi che la lotta, la penitenza della quaresima non è più un dovere triste e pesante, non è una prima puntata di dolori, ma è un gesto di amore verso Dio e di grande gioia, è la seconda puntata dell’Alleanza, quella con il lieto fine.

IV settimana del Tempo ordinario, 1 febbraio 2009 : Omelia

dal sito:

http://ospiti.peacelink.it/romero/servizio%20biblico/4annumB09.htm

Omelie di Mons. Romero

IV settimana del Tempo ordinario

Dt 18,5-20: Vi susciterò un profeta in mezzo al popolo
Sal 94: Ascoltate la voce del Signore
1Cor 7,32-35: La nubile si preoccupa delle cose del Signore
Mc 1,21-28: Gesù insegnava con autorità

Commento
La parola Deuteronomio deriva da deuteros=secondo e nomos=legge. E’ la seconda versione della legislazione mosaica. La prima parte è distribuita nei primi quattro libri del Pentateuco, specialmente in Esodo, Levitico e Numeri.

Il Deuteronomio fu elaborato a partire da piccoli frammenti compilati dagli autori lungo un periodo superiore ai seicento anni. Il materiale che conosciamo ebbe origini molto diverse. Una parte appartiene alla grande tradizione orale, che la confederazione delle tribù utilizzò per regolare l’applicazione della giustizia all’interno della comunità e tra le tribù al tempo dei Giudici. Un’altra parte proviene dalle tradizioni del Regno del nord, elaborata da gruppi che si opponevano alla monarchia e proponevano legislazioni alternative per cercare di cambiare il governo dispotico installato in Samaria. Un’altra parte è composta da tradizioni orali del Regno del sud, del tempo del re Giosia. Questa diversità fu rielaborata dopo l’esilio dai sacerdoti e dai saggi, fino a raggiungere la forma che oggi conosciamo.

Questo documento ebbe varie edizioni, nelle quali fu successivamente ampliato. Insiste sulla necessità di vivere relazioni interumane giuste. In questo documento, la legge non è una farragine di decreti isolati. Ciascun precetto è in funzione della difesa della vita e della dignità di ciascuna persona nella comunità. La legge esprime la vita intima della comunità, la necessità che ciascuno abbia il minimo necessario per sopravvivere e nessuno viva in una situazione obbrobriosa e miserabile. In questo modo, la legge cessa di essere un abominevole obbligo e diventa un dono che Dio offre a tutto il popolo. Questo dono o alleanza si fonda sul diritto di ciascuna famiglia di possedere il minimo necessario, cioè un pezzo di terra da coltivare e dove possa vivere senza essere un peso per gli altri: « siccome Jahweh ha fatto dono di questo paese al tuo popolo, nessuno può appropriarsi della terra (Dt 15,4) ».

Per questo autore, l’alleanza, la legge o « dono » deve essere interiorizzata. La convivenza nel paese che Dio ha dato al popolo pellegrino esige un cambiamento di mentalità che si traduce in una organizzazione sociale dove il diritto divino prevale su tutte le istituzioni. L’aspetto centrale di questo diritto è la giustizia intraumana, intesa come fondamento della convivenza sociale. « Il re deve essere fratello e rifuggire da vantaggi e interessi personali. Questo aprirsi generosamente agli altri è ciò che dimostra l’appartenenza a Jahweh e ciò che permette l’appartenenza a questo popolo ».

Su questa stessa linea, si colloca la promessa sul profeta che deve venire. Questo profeta è paragonato a Mosé in quanto, è portatore della parola di Dio. Non viene a ricordare al popolo una cosa o l’altra. Viene per indicare quale sia la direzione che il popolo deve seguire. Il profeta si preoccuperà di mantenere vivo lo spirito della legge, sul quale insiste il Deuteronomio, in modo che non si trasformi in una mera formalità, ma che esprima le necessità vitali della comunità e di ciascun essere umano.

Il Deuteronomio da inizio ad una tendenza che Gesù porterà a perfezione. Per Gesù e in generale per tutti i profeti, l’aspetto fondamentale della legge è preservare la dignità, l’intimità ed il valore di ciascun essere umano, il diritto a vivere in una comunità di si è valorizzato per quello che è e non per quello che ha. In questo modo, la legislazione cessa di essere un precetto che dirige una cosa in particolare e si trasforma in espressione delle necessità vitali dell’uomo. La Bibbia chiama questo « portare la legge nel cuore ».

Questo nuovo modo di vedere la legge è quello che Paolo applica alla lettera ai Corinzi. Egli consiglia, suggerisce, da delle opinioni, esorta e ammonisce tendo in considerazione la situazione della comunità, nel contesto sociale e la situazione personale nel contesto comunitario. Non impone criteri rigidi che affliggano la coscienza delle persone, ma cerca che ciascuna persona stia bene nella propria situazione.

La comunità, preoccupata da opinioni contrarie al matrimonio, chiede all’apostolo Paolo: sarebbe meglio non sposarsi? Per Paolo l’importante è che ciascuna persona della comunità cristiana si senta bene e motivata a servire. Per questo il suo messaggio non da orientamenti a quelli che sono sposati, ma si preoccupa dei giudei e degli schiavi. I giudei perché non rinneghino la propria cultura e tradizione, ma perché nemmeno la impongano agli altri. Gli schiavi lì incoraggia a non abbattersi per la propria condizione e a cercare un’opportunità per liberarsi. In questo modo, nessuno può sentirsi inferiore o superiore agli altri. Tutti sono uguali perché all’interno della comunità si rispetta la differenza. Questo è il principio dell’uguaglianza.

In tutti i casi, situazioni, stati civili, posizioni sociali… Paolo insiste sull’urgenza di cercare un cammino per vivere la libertà che ci lasciò Cristo e, essendo liberi, preparare l’irruzione del Regno. Il Signore torna quando la comunità, libera da costrizioni sociali, culturali o ideologici, da testimonianza di un modo di vivere alternativo e liberatore.

Questa capacità di discernere ciascuna situazione nel particolare, fu una delle cose che la folla ammirò maggiormente in Gesù. Mentre altri maestri e leader rispondevano con spiegazioni esaustive e citando codici, precetti e dottrine, Gesù rispondeva con la verità semplice e chiara.

Gesù era interessato alla situazione particolare di ciascun essere umano: alle sue sofferenze, alle idee che lo tormentano, a quelle cose che impediscono di vivere liberamente e spontaneamente. Questo interesse non obbediva ad un interesse politico nascosto, ma ad una genuina valorizzazione di ciascuna persona che incontrava nel cammino. Molti movimenti e gruppi mostrano interesse per gli individui perché questi servono ai propri interessi di proselitismo, mentre poi quando sono diventati propri adepti si disinteressano di loro, lì ignorano o persino lì emarginano. Gesù si manifestò apertamente contro questo modo di agire e lo dichiarò pubblicamente: il sabato – ossia la legge – i costumi, tutto ciò che è prescritto sta al servizio di ciascun uomo e non vale il contrario.

In particolare la sua lotta contro i demoni fu una lotta contro le ideologie delle sinagoghe che cercavano un Messia glorioso, un militare implacabile, un riformatore religioso. Gesù non si identificò mai con questi propositi. Per questa ragione, comanda agli « spiriti immondi » o ideologie oppressive di restare in silenzio e non cercare di sedurlo con false acclamazioni e riconoscimenti.

Il popolo semplice riconosceva questa lotta contro il formalismo della legge e l’ideologia che la sosteneva. La proposta di Gesù lì liberava dal pesante carico morale, economico e culturale che supponeva il compimento dei più di 6000 precetti che erano vigenti per regolare tutti gli aspetti della vita personale e comunitaria. Molta gente si domandava: non sarà quest’uomo il nuovo legislatore? Non sarà l’uomo promesso come sostituto del profeta Mosé? Non sarà la proposta di Gesù, il Regno di Dio, la « nuova legge »? Perché le sue azioni liberatrici e la sua lotta contro il male sono tanto efficaci?

Oggi dobbiamo chiederci: abbiamo seguito la proposta di Gesù secondo cui ciascun essere umano ha un valore infinito? Crediamo che il nostro compito, come annunciatori della Buona Notizia, è quello di aiutare tutti gli uomini a liberarsi dai vincoli che non gli permettono di crescere con libertà e spontaneità? Ha carattere normativo la Buona Notizia di Gesù o la prendiamo alla leggera, come le notizie di ogni giorno?

IV setimana del Tempo Ordinario, 1 febbraio 2009 – Omelia

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090201.shtml

Omelia (01-02-2009) 
don Marco Pratesi
Profeti

La sezione 12,1-26,15 del Deuteronomio costituisce il cosiddetto « codice deuteronomico », una raccolta di leggi che regolano il culto e la vita civile. Il brano 18,9-22 riguarda la figura del profeta (ma vedi anche 13,2-6), colui che parla al popolo a nome di Dio, rendendo nota la volontà divina. Non è infatti possibile una presenza aperta e diretta di Dio, che risulterebbe temibile e addirittra devastante. Al momento dell’alleanza sul Sinai Mosè aveva svolto l’ufficio profetico (cf. Es 20,18-21). Ebbene, Dio assicura che questo ministero non finirà con Mosè: manderà alcuni, scelti in mezzo al popolo, attraverso i quali accompagnerà e illuminerà il cammino di Israele nella storia.
Al profeta si chiede prima di tutto di dire solo quanto Dio ordina e di non farsi portavoce di altri dèi. Una volta che queste due condizioni sono soddisfatte, l’eccellenza del profeta dipenderà dal suo grado di intimità con Dio: la grandezza di Mosè come rivelatore di Dio e profeta sta appunto nel suo intrattenersi « faccia a faccia » con Dio (Dt 34,10). Il profeta autentico non si attribuisce da sé questa missione, è scelto da Dio; ha esperienza di lui; è in grado di distinguere la parola di Dio da quella proveniente da altre fonti, e solo quella vuole portare.
Al popolo è affidato l’impegno di ascoltare e obbedire. Con ciò viene rifiutato ogni tentativo umano di carpire in proprio il mistero delle cose per potersi assicurare la vita con proprie tecniche, di qualunque tipo. All’epoca, l’ancestrale diffidenza nei confronti di Dio e la pretesa di assicurarsi la vita in proprio e senza di lui, assumeva soprattutto la forma del ricorso alla magia e alla divinazione, oggi tutt’altro che tramontato. In generale però qualunque tentativo di impadronirsi del segreto della vita evitando la porta stretta della consegna di sé a Dio nella fede e nell’obbedienza, è da ritenere idolatrico. Da questo punto di vista la superstizione moderna assume molteplici forme, ciascuna delle quali ha i suoi profeti: dai nuovi spiritualismi al razionalismo scientista, dal tecnologismo alla religione della salute.
La fede cristiana legge in questo passo anche una profezia di Gesù, colui che « ha visto il Padre » (cf. Gv 1,18; 6,46; 14,9) e perciò rispecchia fedelmente – non solo con la parola, ma in tutta la persona e la vita – il volto di Dio. In questa intimità unica si radica la sua stupefacente « autorità » dottrinale (cf. Mt 7,29; Mc 1,22.27; Lc 4,32.36). Nella misura in cui ci si mette in ascolto di lui, si è anche in grado, per dono battesimale, di essere veri portavoce dei progetti di Dio, non solo per sé ma anche – nella misura in cui questi ci sono affidati – per i fratelli. 

Padre Cantalamessa, prediche alla casa Pontificia : La fede in Cristo oggi e all’inizio della Chiesa

dal sito:

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=43

La fede in Cristo oggi e all’inizio della Chiesa  
 
2005-12-02- I Predica di Avvento alla Casa Pontificia

(il 2005-2006 dovrebbe essere anno B come il 2008-2009, se non sbaglio)

Santo Padre, due cose sento il bisogno di fare in questo momento: ringraziarla per la fiducia accordatami nel chiedermi di continuare nel mio incarico di Predicatore della Casa Pontificia ed esprimerle la mia totale obbedienza e fedeltà, come successore di Pietro.

Credo che non ci sia un modo più bello di salutare l’inizio di un nuovo pontificato che quello di richiamare alla mente e cercare di riprodurre l’atto di fede su cui Cristo fondò il primato di Pietro. “ Su questa pietra – così sant’Agostino parafrasa le parole di Cristo – edificherò la fede che hai professato. Sul fatto che hai detto:  » Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente « , edificherò la mia Chiesa“ [1] .

Per questo ho pensato di scegliere “la fede in Cristo”, come tema della predicazione di Avvento. In questa prima meditazione cercherò di delineare la situazione in atto nella nostra società circa la fede in Cristo e il rimedio che la Parola di Dio ci suggerisce per fronteggiarla. Nei successivi incontri mediteremo su cosa dice a noi oggi la fede in Cristo di Giovanni, di Paolo, del concilio di Nicea e la fede vissuta di Maria, sua Madre.

1. Presenza – assenza di Cristo

Che ruolo ha Gesù nella nostra società e nella nostra cultura? Penso si possa parlare, a questo riguardo, di una presenza-assenza di Cristo. A un certo livello – quello dei mass-media in generale – Gesù Cristo è molto presente, addirittura una “Superstar”, secondo il titolo di un noto musical su di lui. In una serie interminabile di racconti, film e libri, gli scrittori manipolano la figura di Cristo, a volte sotto pretesto di fantomatici nuovi documenti storici su di lui. Il Codice Da Vinci è l’ultimo e più aggressivo episodio di questa lunga serie. È diventato ormai una moda, un genere letterario. Si specula sulla vasta risonanza che ha il nome di Gesú e su quello che egli rappresenta per larga parte dell’umanità per assicurarsi larga pubblicità a basso costo. E questo è parassitismo letterario.

Da un certo punto di vista possiamo dunque dire che Gesù Cristo è molto presente nella nostra cultura. Ma se guardiamo all’ambito della fede, al quale egli in primo luogo appartiene, notiamo, al contrario, una inquietante assenza, se non addirittura rifiuto della sua persona.

In cosa credono, in realtà, quelli che si definiscono “credenti” in Europa e altrove? Credono, il più delle volte, nell’esistenza di un Essere supremo, di un Creatore; credono che esiste un “aldilà”. Questa però è una fede deistica, non ancora una fede cristiana. Tenendo conto della famosa distinzione di Karl Barth, questa è religione, non ancora fede. Diverse indagini sociologiche rilevano questo dato di fatto anche in paesi e regioni di antica tradizione cristiana, come la regione in cui io stesso sono nato, nelle Marche. Gesù Cristo è in pratica assente in questo tipo di religiosità.

Anche il dialogo tra scienza e fede, tornato ad essere così attuale, porta, senza volerlo, a una messa tra parentesi di Cristo. Esso ha infatti per oggetto Dio, il Creatore. La persona storica di Gesú di Nazaret non vi ha alcun posto. Succede lo stesso anche nel dialogo con la filosofia che ama occuparsi di concetti metafisici, più che di realtà storiche.

Si ripete insomma, su scala mondiale, quello che avvenne all’Areopago di Atene, in occasione della predicazione di Paolo. Finché l’Apostolo parlò del Dio “che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene” e del quale “stirpe noi siamo”, i dotti ateniesi lo ascoltarono con interesse; quando iniziò a parlare di Gesú Cristo “risuscitato dai morti”, risposero con un educato “ti sentiremo su questo un’altra volta” (Atti 17, 22-32).

Basta un semplice sguardo al Nuovo Testamento per capire quanto siamo lontani, in questo caso, dal significato originale della parola “fede” nel Nuovo Testamento. Per Paolo, la fede che giustifica i peccatori e conferisce lo Spirito Santo (Gal 3,2), in altre parole, la fede che salva, è la fede in Gesù Cristo, nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Anche per Giovanni la fede “che vince il mondo” è la fede in Gesú Cristo. Scrive: “Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? (1 Gv 5,4-5)

Di fronte a questa nuova situazione, il primo compito è quello di fare, noi per primi, un grande atto di fede. “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33), ci ha detto Gesú. Non ha vinto solo il mondo di allora, ma il mondo di sempre, in ciò che ha in sé di refrattario e resistente al vangelo. Dunque, nessuna paura o rassegnazione. Fanno sorridere le ricorrenti profezie sull’inevitabile fine della Chiesa e del cristianesimo nella società tecnologica del futuro. Noi abbiamo una profezia ben più autorevole cui attenerci: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35).

Non possiamo però rimanere inerti; ci dobbiamo dare da fare per rispondere in modo adeguato alle sfide che la fede in Cristo affronta nel nostro tempo. Per ri-evangelizzare il mondo post-cristiano, è indispensabile, io credo, conoscere la via seguita dagli apostoli per evangelizzare il mondo pre-cristiano! Le due situazioni hanno molto in comune. Ed è questo che vorrei ora cercare di mettere in luce: come si presenta la prima evangelizzazione? Quale via seguì la fede in Cristo per conquistare il mondo?

2. Kerygma e didachè

Tutti gli autori del Nuovo Testamento mostrano di presupporre l’esistenza e la conoscenza, da parte dei lettori, di una tradizione comune (parado sis) risalente al Gesù terreno. Questa tradizione pre senta due aspetti, o due componenti: una componente chiamata “predicazione” , o annuncio (kerygma) che proclama ciò che Dio ha operato in Gesù di Nazaret, e una componente chiamata “ insegnamento” (didaché) che presenta norme etiche per un retto agire da parte dei credenti [2] . Varie lettere paoline riflettono que sta ripartizione, perché contengono una prima parte kerigmatica, dalla quale discende una seconda parte di carattere parenetico, o pratico.

La predicazione, o il kerygma, è chiamata 1′ “evangelo” [3] ; l’insegnamen to, o didaché, invece, è chiamato la “ legge” , o il co­mandamento, di Cristo, che si riassume nella carità [4] . Di queste due cose, la prima – il kerygma, o vangelo – è ciò che dà origine alla Chiesa; la secon da – la legge, o la carità – che scaturisce dalla prima, è ciò che traccia alla Chiesa un ideale di vita morale, che “ forma” la fede della Chiesa. In questo senso, l’Apo stolo distingue la sua opera di “ padre” nella fede, nei confronti dei corinzi, da quella dei “ pedagoghi” venu ti dopo di lui. Dice: “Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo” (1 Cor 4, 15 ).

La fede, dunque, come tale, sboccia solo in presenza del kerygma, o dell’annuncio. “Come potranno credere – scrive l’Apostolo parlando della fede in Cristo -, senza averlo ascoltato? E come potranno ascoltarlo, senza che nessuno lo annunci?” (Rom 10,14). Alla lettera: “senza che qualcuno proclami il kerygma (choris keryssontos). E conclude: “La fede dipende dunque dall[’ascolto dell]a predicazione” (Rom 10,17), dove per “predicazione” si intende la stessa cosa, e cioè il “vangelo” o il kerygma.

Nel libro Introduzione al cristianesimo, il Santo Padre Benedetto XVI, allora professore di teologia, ha messo in luce le profonde implicazioni di questo fatto. Scrive: “Nella formula ‘la fede proviene dall’ascolto’…viene chiaramente messa a fuoco la distinzione fondamentale tra fede e filosofia…Nella fede si ha una precedenza della parola sul pensiero…Nella filosofia il pensiero precede la parola; essa è quindi un prodotto della riflessione, che poi si cerca di rendere a parole… La fede invece s’accosta sempre all’uomo dall’esterno…non è un elemento pensato dal soggetto, bensì a lui detto, che gli proviene sotto forma di non pensato e non pensabile, chiamandolo direttamente in causa e impegnandolo” [5] .

La fede viene dunque dall’ascolto della predicazione. Ma qual è, esattamente, l’oggetto della “predicazione”? Si sa che sulla bocca di Gesú esso è la grande notizia che fa da sfondo alle sue parabole e da cui scaturiscono tutti i suoi insegnamenti: “È venuto a voi il Regno di Dio!”. Ma qual è il contenuto della predicazione sulla bocca degli apostoli? Si risponde: l’opera di Dio in Gesù di Nazaret! È vero, ma c’è qualcosa di ancora più ristretto, che è il nucleo germinativo di tutto e che, rispetto al resto, è come il vomere, quella spe cie di spada davanti all’aratro che rompe per primo il terreno e permette all’aratro di tracciare il solco e rivoltare la terra.

Questo nucleo più ristretto è l’esclamazione: “Gesù è il Signore!”, pro­nunciata e accolta nello stupore di una fede “statu nascenti”, cioè nell’atto stesso di nascere. Il mistero di questa parola è tale che essa non può essere detta “se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3 ). Da sola, essa fa entrare nella salvezza chi crede nella sua risurrezione: “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti sarai salvo” (Rm 10, 9).

“Come la scia di un bel vascello – direbbe Ch. Péguy – va allargandosi fino a sparire e a perdersi, ma comin cia con una punta che è la punta stessa del vascello”, così – aggiungo io – la predicazione della Chiesa va allargandosi, fino a costituire un immenso edificio dottrinale, ma comin cia con una punta e questa punta è il kerygma: “Gesù è il Signore!“ .

Quello dunque che nella predicazione di Gesù era l’esclamazione: “È venuto il regno di Dio!”, nella predicazione degli apostoli è l’esclamazione: “ Gesù è il Signore!“. E tuttavia nessuna opposi zione, ma continuità perfetta tra il Gesú che predica e il Cristo predicato, perché dire: “Gesù è il Signore!“ è come dire che in Gesù, crocifisso e risor to, si è realizzato il regno e la sovranità di Dio sul mondo.

Dobbiamo intenderci bene per non cadere in una ricostruzione irreale della predicazione apostolica. Do po la Pentecoste, gli apostoli non vanno in giro per il mondo, ripetendo sempre e soltanto: “ Gesù è il Signo re! “. Quello che facevano, quando si trovavano ad annunciare per la prima volta la fede in un certo am biente, era, piuttosto, di andare dritti al cuore del vangelo, proclamando due fatti: Gesù è morto – Ge sù è risorto, e il motivo, di questi due fatti: è morto “per i nostri peccati” ; è risor to “ per la nostra giustificazione” (cf. 1 Cor 15, 4; Rm 4, 25).

Paolo ricorda così ai corinzi quello che aveva loro annunciato nella sua prima venuta presso di loro: “Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto…Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15.1-4). Questo è ciò che egli chiama “il vangelo”. Questo è anche il nocciolo dei discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli: “Voi avete ucciso Gesù di Nazaret, Dio lo ha risusci tato, e lo ha costituito Signore e Cristo” [6] .

L’annuncio: “Gesù è il Signo re! “ non è altro, come si vede, che la conclu­sione, ora implicita ora esplicita, di questa breve sto ria, narrata in forma sempre viva e nuova, anche se sostanzialmente identica, ed è, nello stesso tempo, ciò in cui tale storia si riassume e diventa operante per chi l’ascolta. “Cristo Gesù … spogliò se stesso… facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato… perché ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore” (Fi1 2, 6-11).

La proclamazione: “Gesù è il Signore!“ non costitui sce dunque, da sola, l’intera predicazione, ne è però l’anima e, per così dire, il sole che la illumina. Essa stabilisce una specie di comunione con la storia di Cristo attraverso la “ particola” della parola e fa pensare, per analogia, alla comunione che si opera con il corpo di Cristo attraverso la particola di pane nell’Eucaristia.

Venire alla fede è l’improvviso e stupito apri re gli occhi a questa luce. Rievocando il momento della sua conversione, Tertulliano lo descrive come un uscire dal grande utero buio dell’ignoranza, trasalendo alla luce della Verità [7] . Era come il dischiudersi di un mondo nuovo; la Prima Lettera di Pietro lo definisce un passare “dalle tenebre all’ammirabile luce” (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ).

3. Riscoprire il kerygma

Richiamiamo alcune caratteristiche essenziali del kerygma. Esso, come ha spiegato bene l’esegeta Heinrich Schlier, ha un carattere assertivo e autoritati vo, non discorsivo o dialettico. Non ha bisogno, cioè, di giustificarsi con ragionamenti filosofici o apologetici: lo si accetta, o non lo si accetta e basta. Non è qualcosa di cui si possa disporre, perché è esso che dispone di tutto; non può essere fondato da qualcuno, perché è Dio stesso che lo fonda ed è esso che fa poi da fondamento all’esistenza [8] . È un parlare profetico nel senso più forte del termine.

Il pagano Celso, nel II secolo, scrive infatti indignato: “I cristiani si comportano come coloro che credono senza ragione. Alcuni di essi non vogliono neppure dare o ricevere ragione intorno a ciò che credono e usano formule come queste: « Non discutere ma credi; la fe de ti salverà. La sapienza di questo secolo è un male e la stoltezza è un bene » [9] .

Celso (che qui ci appare straordinariamente vicino ai moderni fautori del pensiero debole”) vorrebbe, in so stanza, che i cristiani presentassero la loro fede in modo dialettico, sottomettendola, cioè, in tutto e per tutto, alla ricerca e alla discussione, di modo che essa possa rientrare nel quadro generale, accettabile anche filosoficamente, di uno sforzo di autocomprensione dell’uomo e del mondo che rimarrà sempre provvisorio e aperto.

Naturalmente, il rifiuto dei cristiani di dare prove e di accettare discussioni non riguardava l’intero itinerario della fede, ma solo il suo inizio. Essi non rifuggivano, nemmeno in quest’epoca apostolica, dal confronto e dal “dare ragione della loro speranza” anche ai greci (cf. 1 Pt 3, 15 ). Gli apologisti del II-III secolo ne sono la riprova. Solamente, pensavano che la fede stessa non poteva scaturire da quel confronto, ma do veva precederlo come opera dello Spirito e non della ragione. Questa poteva, al massimo, prepararla e, una volta accolta, mostrarne la “ragionevolezza”.

Altra caratteristica. Esso ha, per così dire, un carattere esplosivo, o germinativo; somiglia più al seme che dà origine all’albero, che non al frutto maturo che sta in cima all’albero e che, nel cristianesimo, è costituito piuttosto dalla carità. Non è ottenuto per concentrazione, o per riassunto, quasi fos se il midollo della tradizione; ma sta a parte, o, me­glio, all’inizio di tutto. Da esso si sviluppa tutto il resto, compresi i quattro vangeli che furono scritti in seguito proprio per illustrare il kerygma.

Su questo punto si ebbe una evoluzione dovuta alla situazione generale della Chiesa. Nella misura in cui si va verso un regime di cristianità, in cui tutto intorno è cristiano, o si considera tale, si avverte meno l’importanza della scelta iniziale con cui si diventa cristiani, tanto più che il battesi mo è ormai somministrato normalmente ai bambini, i quali non sono in grado di fare tale scelta propria. Ciò che più si accentua, della fede, non è tanto il momento iniziale, il miracolo del venire alla fede, quanto piuttosto la completezza e l’ortodossia dei con tenuti della fede stessa.

Questa situazione incide oggi fortemente sull’evangelizzazione. Le Chiese con una forte tradizione dogmatica e teologica (come è, per eccellenza, la Chiesa Cattolica) rischiano di trovarsi svantaggiate, se al di sotto dell’immenso patrimonio di dottrina, leggi e istituzioni non ritrovano quel nucleo primordiale capace di suscitare per se stesso la fede.

Presentarsi all’uomo d’oggi, digiuno spesso di ogni conoscenza di Cristo, con tutto il ventaglio di questa dottrina è come mettere uno di quei pesanti piviali di broccato di una volta sulle spalle di un bambino. Siamo più preparati dal nostro passato ad essere “pastori” che ad essere “pescatori” di uomini; cioè, meglio preparati a nutrire la gente che viene in chiesa che portare persone nuove alla Chiesa, o ripescare quelli che si sono allontanati e ne vivono ai margini.

È questo una delle cause per cui in certe parti del mondo tanti cattolici abbandonano la Chiesa cattolica per altre realtà cristiane; sono attratti da un annuncio semplice ed efficace che le mette in diretto contatto con Cristo e fa loro sperimentare la potenza del suo Spirito.

Se da una parte c’è da rallegrarsi che queste persone abbiano ritrovato una fede vissuta, dall’altra è triste che per farlo abbiano abbandonato la loro Chiesa. Con tutto il rispetto e la stima che dobbiamo avere per queste comunità cristiane che non sono tutte delle sette (con alcune di esse la Chiesa cattolica mantiene da anni un dialogo ecumenico, cosa che non farebbe certo con delle sette!), bisogna dire che esse non hanno i mezzi che ha la Chiesa cattolica di portare le persone alla perfezione della vita cristiana.

Presso molti di loro tutto continua a ruotare, dall’inizio alla fine, intorno alla prima conversione, alla cosiddetta nuova nascita, mentre per noi cattolici questo è solo l’inizio della vita cristiana. Dopo di esso deve venire la catechesi e il progresso spirituale che passa attraverso il rinnegamento di se, la notte della fede, la croce, fino alla risurrezione. La Chiesa cattolica ha una ricchissima spiritualità, innumerevoli santi, il magistero e soprattutto i sacramenti.

Bisogna dunque che l’annuncio fonda mentale, almeno una volta, sia proposto tra noi, nitido e scar no, non solo ai catecumeni, ma a tutti, dal momento che la maggioranza dei credenti di oggi non è passata attraverso il catecumenato. La grazia che alcuni dei nuovi movimenti ecclesiali costituiscono oggi per la Chiesa consiste proprio in questo. Essi sono il luogo dove persone adulte hanno finalmente l’occasione di ascoltare il kerygma, rinnovare il proprio battesimo, scegliere consapevolmente Cristo come proprio Signore e salvatore personale e di impegnarsi attivamente nella vita della loro Chiesa.

La proclamazione di Gesù come Signore dovrebbe trovare il suo posto d’onore in tutti i momenti forti della vita cristiana. L’occasione più propizia sono forse i funerali perché di fronte alla morte l’uomo si interroga, ha il cuore aperto, è meno distratto che in altre occasioni. Niente come il kerygma cristiano ha da dire all’uomo, sulla morte, una parola a misura del problema”.

4. Riscegliere Gesú come Signore

Siamo partiti dalla domanda: “che posto occupa Cristo nella società attuale?”; ma non possiamo terminare senza porci la domanda più importante in un contesto come questo: “che posto occupa Cristo nella mia vita?”. Richiamiamo alla mente il dialogo di Gesú con gli apostoli a Cesarea di Filippo: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?…Ma voi chi dite che io sia?” (Mt 16 13-15). La cosa più importante per Gesú non sembra essere cosa pensa di lui la gente, ma cosa pensano di lui i suoi più intimi discepoli.

Ho accennato sopra alla ragione oggettiva che spiega l’importanza della proclamazione di Cristo come Signore nel Nuovo Testamento: essa rende presenti e operanti in chi la pronuncia gli eventi salvifici che ricorda. C’è però anche una ragione soggettiva, ed esistenziale. Dire “Gesù è il Signore!” significa prendere una decisione di fatto. È come dire: Gesù Cristo è il “mio” Signore; gli riconosco ogni diritto su di me, gli cedo le redini della mia vita; io non voglio vivere più “per me stesso”, ma “per lui che è morto e risorto per me” (cf. 2 Cor 5,15).

Proclamare Gesù come proprio Signore, significa sottomettere a lui ogni zona del nostro essere, far penetrare il vangelo in tutto ciò che facciamo. Significa, per ricordare una frase del venerato Giovanni Paolo II, “aprire, anzi spalancare le porte a Cristo”.

Mi è capitato a volte di trovarmi ospite di qualche famiglia e ho visto cosa succede quando suona il citofono e si annuncia una visita inattesa, La padrona di casa si affretta a chiudere le porte delle stanze in disordine, con il letto non rifatto, in modo da guidare l’ospite nel locale più accogliente. Con Gesù bisogna fare esattamente il contrario: aprirgli proprio le “stanze in disordine” della vita, soprattutto la stanza delle intenzioni… Per chi lavoriamo e per che cosa lo facciamo? Per noi stessi o per Cristo, per la nostra gloria o per quella di Cristo? È il modo migliore per preparare in questo Avvento una culla accogliente a Cristo che viene a Natale.

[1] S. Agostino, Sermo 295,1 (PL 38,1349).

[2] Cf. C. H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia, Paideia, 1976, pp. 42 ss.

[3] Cf., per esempio, Mc 1, 1; Rm 15, 19; Gal 1, 7.

[4] Cf. Gal 6, 2; 1 Cor 7, 25; Gv 15, 12; 1 Gv 4, 21.

[5] J.Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Brescia, Queriniana, 1969, pp. 56 s.

[6] Cf. At 2, 22-36; 3, 14-19; 10, 39-42.

[7] Tertulliano, Apologeticum, 39, 9: “ad lucem expa vescentes véritatis” .

[8] H. Schlier, Kerygma e sophia, in Il tempo della Chiesa, Bologna 1968, pp. 330-372.

[9] In Origene, Contra Celsum, I, 9. 

OGGI. GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO – OMELIA

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20081123.shtml

Omelia (23-11-2008) 
padre Paul Devreux

Oggi l’anno liturgico finisce proclamando Gesù Cristo Re dell’universo.

Gesù, poco prima di affrontare la sua passione, dove sarà trattato come un povero schiavo, fa quest’affermazione: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore…”; questo significa che ha una piena coscienza di sè e della sua identità! Il Figlio dell’uomo, titolo che Gesù si attribuisce, era considerato un personaggio misterioso, di natura celeste, che è descritto come il giudice del giudizio universale.

Festa di un re, che non ha sudditi ma solo figli, che deve difendere da molti nemici, come dice San Paolo. Il più grosso di questi è la morte e tutti quelli che tramite la paura della morte cercano di influenzare la nostra vita e la nostra fede negativamente, distruggendo la speranza.

Gesù viene a chiedere giustizia e solidarietà e, a mo’ di ammonimento e d’incoraggiamento, ci lascia questa bellissima pagina di vangelo nella quale parla del giudizio universale e ci dà delle indicazioni chiarissime sui suoi criteri di discernimento. E’ bello scoprire che sono criteri del tutto laici, infatti, non ci domanderà a che religione abbiamo aderito, né se siamo stati buoni osservanti. Niente di tutto questo. Tant’è vero che molti giusti si stupiranno di sentirsi chiamare benedetti del Padre suo. Ci domanderà solo se abbiamo usato i nostri talenti a fin di bene. Giudizio di un Dio incarnato e concreto, che c’invita a regnare con lui facendo del bene. Ecco perché il suo regno non è di questo mondo, ma è il cuore pulsante e discreto di questo mondo, è quello che dà vita e senso a tutte le cose, e che la morte cerca di distruggere, ma Gesù promette che la vita vincerà e la sua risurrezione e intronizzazione ne sono il primo segno.

E’ bene pensare a quel giorno, anche perché arriva presto, e in quel giorno tutte le nostre cose di quaggiù assumeranno una connotazione diversa. E’ bene cercare di considerare sin da oggi ciò che ha importanza e cosa è relativo.

Tutte le nazioni vi saranno riunite, quindi ci saranno tutti i miei cari, ma anche tutti gli altri: amici, nemici, stranieri, credenti e non. Tutti davanti al medesimo re pastore, per essere giudicati sull’amore. 

Padre Cantalamessa, omelia domenica 12 ottobre: L’importante e l’urgente

PADRE CANTALAMESSA, COMMENTO ALLA LITURGIA DI DOMENICA XXVIII DEL TEMPO ORDINARIO – 12 OTTOBRE 2008

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=395

Limportante e lurgente

XXVIII Domenica
A – 2008-10-12 Isaia 25, 6-10a; Filippesi 4, 12-14.19-20; Matteo 22, 1-14


È istruttivo osservare quali sono i motivi per cui gli invitati della parabola rifiutano di venire al banchetto. Matteo dice che essi non si curarono dellinvito e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari. Il Vangelo di Luca, su questo punto, è più dettagliato e presenta così le motivazioni del rifiuto: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli Ho preso moglie e perciò non posso venire (Lc 14, 18-20).

Coshanno in comune questi diversi personaggi? Tutti e tre hanno qualcosa di urgente da fare, qualcosa che non può aspettare, che reclama subito la loro presenza. E cosa rappresenta invece il banchetto nuziale? Esso indica i beni messianici, la partecipazione alla salvezza recata da Cristo, quindi la possibilità di vivere in eterno. Il banchetto rappresenta dunque la cosa importante nella vita, anzi lunica cosa importante. È chiaro allora in che consiste lerrore commesso dagli invitati; consiste nel tralasciare limportante per lurgente, lessenziale per il contingente! Ora questo è un rischio così diffuso e così insidioso, non solo sul piano religioso, ma anche su quello puramente umano, che vale la pena riflettervi sopra un poco.

Anzitutto, appunto, sul piano religioso. Tralasciare limportante per lurgente, sul piano spirituale, significa rimandare continuamente il compimento dei doveri religiosi, perché ogni volta si presenta qualcosa di urgente da fare. È Domenica ed è ora di andare alla Messa, ma c’è da fare quella visita, quel lavoretto in giardino, il pranzo da preparare. La Messa può aspettare, il pranzo no; allora si rimanda la Messa e ci si mette intorno ai fornelli.

Ho detto che il pericolo di tralasciare limportante per lurgente è presente anche nellambito umano, nella vita di tutti i giorni, e vorrei accennare anche a questo. Per un uomo è certamente importantissimo dedicare del tempo alla famiglia, a stare con i figli, dialogare con essi se sono grandi, giocarci se sono piccoli. Ma ecco che allultimo momento si presentano sempre cose urgenti da sbrigare in ufficio, straordinari da fare sul lavoro, e si rimanda a unaltra volta, finendo per tornare a casa troppo tardi e troppo stanchi per pensare ad altro.

Per un uomo o una donna è cosa importantissima andare ogni tanto a far visita allanziano genitore che vive solo in casa o in qualche ospizio. Per chiunque è cosa importantissima far visita a un conoscente malato per mostragli il proprio sostegno e rendergli forse qualche servizio pratico. Ma non è urgente, se rimandi, apparentemente non casca il mondo, forse nessuno se ne accorge. E così si rinvia.

La stessa cosa si realizza anche nella cura della propria salute che è anchessa tra le cose importanti. Il medico, o semplicemente il fisico, avverte che ci si deve riguardare, prendere un periodo di riposo, evitare quel tipo di stress…Si risponde: sì, sì, lo farò senzaltro, appena avrò portato termine quel lavoro, quando avrò sistemato la casa, quando avrò estinto tutti i debiti…Finché ci si accorge che è troppo tardi. Ecco dove sta linsidia: si passa la vita a rincorrere le mille piccole faccende da sbrigare e non si trova mai tempo per le cose che incidono davvero sui rapporti umani e possono fare la vera gioia (e, trascurate, la vera tristezza) nella vita. Così vediamo come il Vangelo, indirettamente, è anche scuola di vita; ci insegna a stabilire delle priorità, a tendere allessenziale. In una parola, a non perdere limportante per lurgente, come successe agli invitati della nostra parabola.

Predicatore del Papa: « non basta credere nella divinità di Cristo » (domenica XXI T.O.)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15211?l=italian

Predicatore del Papa: « non basta credere nella divinità di Cristo »


Il commento di padre Cantalamessa al Vangelo della XXI domenica

ROMA, venerdì, 22 agosto 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, XXI del tempo ordinario.

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XXI Domenica del tempo ordinario

Isaia 22, 19-23; Romani 11, 33-36; Matteo 16, 13-20

« Voi, chi dite che io sia? »


C’è, nella cultura e nella società di oggi, un fatto che ci può introdurre alla comprensione del Vangelo di questa domenica, ed è il sondaggio di opinioni. Lo si pratica un po’ dappertutto, ma soprattutto in ambito politico e commerciale. Anche Gesù un giorno volle fare un sondaggio di opinioni, ma per fini, vedremo, diversi: non politici, ma educativi. Giunto nella regione di Cesarea di Filippo, cioè nella regione più a nord d’Israele, in una pausa di tranquillità, in cui era solo con gli apostoli, Gesù rivolse loro a bruciapelo la domanda: « La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo? »

Sembra che gli apostoli non aspettassero altro per poter finalmente dare la stura a tutte le voci che circolavano sul suo conto. Rispondono: « Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti ». Ma a Gesù non interessava misurare il livello della sua popolarità o il suo indice di gradimento presso la gente. Il suo scopo era ben altro. Incalza perciò chiedendo: « Voi chi dite che io sia? »

Questa seconda domanda, inattesa, li spiazza completamente. Silenzio e sguardi che si incrociano. Se alla prima domanda si legge che gli apostoli « risposero », tutti insieme, in coro, questa volta il verbo è al singolare; uno solo « rispose », Simon Pietro: « Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente! »

Tra le due risposte c’è un salto abissale, una « conversione ». Se prima, per rispondere, era bastato guardarsi intorno, aver ascoltato le opinioni della gente, ora devono guardarsi dentro, ascoltare una voce ben diversa, che non viene dalla carne e dal sangue, ma dal Padre che sta nei cieli. Pietro è stato oggetto di una illuminazione « dall’alto ».

È il primo chiaro riconoscimento, stando ai vangeli, della vera identità di Gesù di Nazareth. Il primo atto pubblico di fede in Cristo della storia! Pensiamo alla scia prodotta in mare da un bel vascello. Essa va allargandosi a misura che il vascello avanza, fino a perdersi all’orizzonte. Ma comincia con una punta che è la punta stessa del vascello. Così è della fede in Gesù Cristo. Essa è una scia che è andata allargandosi nella storia, fino a raggiungere « gli estremi confini della terra ». Ma comincia con una punta. E questa punta è l’atto di fede di Pietro: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». Gesù usa un’altra immagine, che, più che il movimento, fa risaltare la stabilità; un’immagine in verticale, anziché in orizzontale: roccia, pietra: « Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ».

Gesù cambia il nome a Simone, come si fa nella Bibbia quando uno riceve una nuova importante missione: lo chiama Kefa, Roccia. La vera roccia, la « pietra angolare » è, e resta, lui stesso, Gesù. Ma, una volta risorto e asceso al cielo, questa « pietra angolare », pur se presente e operante, è invisibile. Occorre un segno che la rappresenti, che renda visibile ed efficace nella storia questo « fondamento inconcusso » che è Cristo. E questo sarà appunto Pietro e, dopo di lui, colui che ne farà le veci, il papa, successore di Pietro, come capo del collegio degli apostoli.

Ma torniamo all’idea del sondaggio. Il sondaggio di Gesù, abbiamo visto, si svolge in due tempi, comporta due quesiti fondamentali: primo: « Chi dice la gente che io sia? »; secondo, « Voi chi dite che io sia? ». Gesù non sembra dare molta importanza a quello che pensa la gente di lui; gli interessa sapere cosa pensano i suoi discepoli. Li incalza con quel « ma voi chi dite che io sia? ». Non permette che si trincerino dietro le opinioni altrui, vuole che dicano la loro opinione.

La situazione si ripete, quasi identica, al giorno d’oggi. Anche oggi « la gente », l’opinione pubblica, ha le sue idee su Gesù. Gesù è di moda. Guardiamo a quello che avviene nel mondo della letteratura e dello spettacolo. Non passa anno che non esca un romanzo o un film con una propria visione distorta e dissacratoria di Cristo. Il caso del Codice da Vinci di Dan Brown è stato il più clamoroso e sta avendo tanti imitatori.

Poi ci sono quelli che sono a metà strada. Come la gente del suo tempo, ritiene Gesù « uno dei profeti ». Una persona affascinante, lo si colloca accanto a Socrate, Gandhi, Tolstoj. Sono sicuro che Gesù non disprezza queste risposte, perché di lui si dice che « non spegne il lucignolo fumigante e non spezza la canna incrinata », cioè sa apprezzare ogni sforzo onesto da parte dell’uomo. Ma è una risposta che non regge, neppure alla logica umana. Gandhi o Tolstoj non hanno mai detto: « Io sono la via, la verità e la vita », oppure « Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me ».

Con Gesù non ci si può fermare a metà strada: o è quello che dice di essere, o non è un grande uomo, ma il più grande pazzo esaltato della storia. Non ci sono vie di mezzo. Esistono edifici e strutture metalliche (una credo sia la torre Eiffel di Parigi) così fatti che se si tocca un certo punto, o si asporta un certo elemento, crolla tutto. Tale è l’edificio della fede cristiana, e questo punto nevralgico è la divinità di Gesù Cristo.

Ma lasciamo le risposte della gente e veniamo a noi credenti. Non basta credere nella divinità di Cristo, bisogna anche testimoniarla. Chi lo conosce e non da testimonianza di questa fede, anzi la nasconde, è più responsabile davanti a Dio di chi non ha la stessa fede. In una scena del dramma « Il padre umiliato » di Claudel, una fanciulla ebrea, bellissima ma cieca, alludendo al duplice significato di luce, chiede al suo amico cristiano: « Voi che ci vedete, che uso avete fatto della luce? ». È una domanda rivolta a tutti noi che ci professiamo credenti.

Padre Camtalamessa, Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini!”

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14755?l=italian

“Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini!”

Padre Raniero Cantalamessa commenta la liturgia domenicale

ROMA, venerdì, 20 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima.

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XII Domenica del tempo ordinario

Geremia 20, 10-13; Romani 5, 12-15; Matteo 10, 26-33

Abbiate timore, ma non abbiate paura!

Il vangelo di questa domenica contiene diversi spunti, ma tutti si possono riassumere in questa frase apparentemente contraddittoria: « Abbiate timore, non abbiate paura ». Dice Gesù: « Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna ». Degli uomini non dobbiamo avere né timore, né paura; di Dio dobbiamo avere timore, ma non paura.

C’è dunque differenza tra paura e timore e cerchiamo in questa occasione di capire perché e in che consiste. La paura è una manifestazione del nostro istinto fondamentale di conservazione. È la reazione a una minaccia portata alla nostra vita, la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti, che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o la incolumità fisica, o il nostro mondo affettivo. A seconda che si tratti di pericoli reali, o immaginari, si parla di

paure giustificate e di paure ingiustificate e patologiche. Come le malattie, le paure possono essere o acute o croniche. Le paure acute sono stati determinati da una situazione di pericolo straordinario. Se io sto per essere investito da un’auto, o comincio a sentire la terra tremarmi sotto i piedi per il terremoto, queste sono paure acute. Questi spaventi, come sorgono improvvisamente e senza preavviso, così scompaiono con il cessare del pericolo, lasciando semmai solo un brutto ricordo. Le paure croniche sono quelle che vivono con noi, che ci portiamo dietro dalla nascita o dall’infanzia che crescono con noi, che diventano parte del nostro essere, e alle quali finiamo a volte perfino per affezionarci. Li chiamiamo complessi o fobie: claustrofobia, agorafobia e via dicendo.

Il vangelo ci aiuta a liberarci da tutte queste paure rivelando il carattere relativo, non assoluto, dei pericoli che le causano. C’è qualcosa di noi che niente e nessuno al mondo può veramente toglierci o danneggiare: per i credenti è l’anima immortale, per tutti la testimonianza della propria coscienza. Ben diverso dalla paura

è il timore di Dio. Il timore di Dio si deve imparare: « Venite, figli, ascoltatemi, dice un salmo; vi insegnerò il timore del Signore » (Sal 33,12); la paura invece, non c’è bisogno di impararla a scuola; sopraggiunge d’improvviso davanti al pericolo; le cose si incaricano da sole di incuterci paura.

Ma è il senso stesso del timore di Dio che è diverso dalla paura. Esso è una componente della fede: nasce dal sapere chi è Dio. È lo stesso sentimento che ci coglie davanti a uno spettacolo grandioso e solenne della natura. È il sentirsi piccoli di fronte a qualcosa di immensamente più grande di noi; è stupore, meraviglia, misti ad ammirazione. Di fronte al miracolo del paralitico che si alza in piedi e cammina, si legge nel vangelo, « tutti rimasero stupiti e davano lode a Dio; pieni di timore dicevano: Oggi abbiamo visto cose prodigiose » (Lc 5, 26). Il timore è qui semplicemente un altro nome dello stupore e della lode.Questo genere di timore

è compagno e alleato dell’amore: è la paura di dispiacere all’amato che si nota in ogni vero innamorato anche nell’esperienza umana. È chiamato spesso « principio della sapienza » perché porta a fare le scelte giuste nella vita. È addirittura uno dei sette doni dello Spirito Santo (cf. Is 11, 2)!

Come sempre, il vangelo non illumina solo la nostra fede, ma ci aiuta anche a capire la nostra realtà quotidiana. La nostra è stata definita un’epoca di angoscia (W. H. Auden). L’ansia, figlia della paura, è diventata la malattia del secolo ed è, dicono, una delle cause principali del moltiplicarsi degli infarti. Come spiegare questo fatto dal momento che noi abbiamo oggi, rispetto al passato, tante maggiori sicurezze economiche, assicurazioni sulla vita, mezzi per fronteggiare le malattie e ritardare la morte?Il motivo

è che è diminuito, se non scomparso del tutto, nella nostra società il santo timore di Dio. « Non c’è più timor di Dio! », lo ripetiamo a volte come battuta scherzosa, ma contiene una tragica verità. Più diminuisce il timore di Dio, più cresce la paura degli uomini! È facile da capire il perché di ciò. Dimenticando Dio, noi riponiamo ogni fiducia nelle cose di quaggiù, cioè in quelle cose che, a dire di Cristo, « il ladro può portare via e la tignola consumare ». Cose aleatorie che ci possono venir meno da un momento all’altro, che il tempo (la tignola!) inesorabilmente consuma. Cose che tutti ambiscono e che scatenano perciò concorrenza e rivalità (il famoso « desiderio mimetico » di cui parla René Girard), cose che bisogna difendere a denti stretti e a volte con il fucile in mano.

La caduta del timore di Dio, anziché più liberi dalla paure, ci ha resi impastati di esse. Guardiamo cosa succede nel rapporto tra genitori e figli nella nostra società. I padri hanno abbandonato il timore di Dio e i figli hanno abbandonato il timore dei padri! Il timore di Dio ha il suo riflesso e il suo equivalente in terra nel timore riverenziale dei figli verso i genitori. La Bibbia associa continuamente le due cose. Ma il fatto di non avere più nessun timore o rispetto dei genitori, rende forse i ragazzi e gli adolescenti di oggi più liberi e sicuri di sé? Sappiamo bene che è vero esattamente il contrario.

La via per uscire dalla crisi è riscoprire la necessità e la bellezza del santo timore di Dio. Gesú ci spiega proprio nel vangelo di domani che compagna inseparabile del timore è la fiducia in Dio. « Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! ». Dio non vuole incuterci timore, ma fiducia. Il contrario di quell’imperatore romano che diceva: « Oderint dum metuant« : mi odino pure, perché mi temano! Così dovrebbero fare anche i padri terreni: non incutere timore, ma fiducia. È proprio così che si alimenta il rispetto, l’ammirazione, la confidenza, tutto ciò che va sotto il nome di « sano timore ».

Padre Cantalamessa – Omelia per il Corpus Domini

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=324

sollenità del « Corpus Domini » 25 maggio 2008

Padre Cantalamessa

Nella seconda lettura san Paolo ci presenta l’Eucaristia come mistero di comunione: « Il calice che benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? » Comunione significa scambio, condivisione. Ora la regola fondamentale della condivisione è questa: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Proviamo ad applicare questa regola alla comunione eucaristica e ci renderemo conto della « enormità » della cosa.

Che cosa ho io di propriamente « mio »? La miseria, il peccato: questo solo è esclusivamente mio. E che cosa ha di « suo » Gesú se non santità, perfezione di tutte le virtù? Allora la comunione consiste nel fatto che io do a Gesú il mio peccato e la mia povertà, e lui mi da la sua santità. Si realizza il « meraviglioso scambio », come lo definisce la liturgia.

Conosciamo diversi tipi di comunione. Una comunione assai intima è quella tra noi e il cibo che mangiamo, perché questo diventa carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Ho sentito delle mamme dire alla loro creatura, mentre se la stringevano al petto e la baciavano: « Ti voglio così bene che ti mangerei! ».

È vero che il cibo non è una persona vivente e intelligente con la quale possiamo scambiarci pensieri e affetti, ma supponiamo, per un momento, che il cibo sia esso stesso vivente e intelligente, non si avrebbe, in tal caso, la perfetta comunione? Ma questo è precisamente ciò che avviene nella comunione eucaristica. Gesù, nel brano evangelico, dice: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo…La mia carne è vero cibo…Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna ». Qui il cibo non è una semplice cosa, ma è una persona vivente. Si ha la più intima, anche se la più misteriosa, delle comunioni.

Guardiamo cosa avviene in natura, nell’ambito della nutrizione. È il principio vitale più forte che assimila quello meno forte. È il vegetale che assimila il minerale; è l’animale che assimila il vegetale. Anche nei rapporti tra l’uomo e Cristo si attua questa legge. È Cristo che assimila noi a sé; noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Un famoso materialista ateo ha detto: « L’uomo è ciò che mangia ». Senza saperlo ha dato un’ottima definizione dell’Eucaristia. Grazie ad essa, l’uomo diventa davvero ciò che mangia, cioè corpo di Cristo!

Ma leggiamo il seguito del testo iniziale di S. Paolo: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane ». È chiaro che in questo secondo caso la parola « corpo » non indica più il corpo di Cristo nato da Maria, ma indica « tutti noi », indica quel corpo di Cristo più grande che è la Chiesa. Questo vuol dire che la comunione eucaristica è sempre anche comunione tra noi. Mangiando tutti dell’unico cibo, noi formiamo un solo corpo.

Quale la conseguenza? Che non possiamo fare vera comunione con Cristo, se siamo divisi tra noi, ci odiamo, non siamo pronti a riconciliarci. Se tu hai offeso un tuo fratello, diceva S. Agostino, se hai commesso un’ingiustizia contro di lui, e poi vai a ricevere la comunione come niente fosse, magari pieno di fervore nei confronti di Cristo, tu somigli a una persona che vede venire verso di sé un amico che non vede da molto tempo. Gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e si alza in punta di piedi per baciarlo sulla fronte…Ma, nel fare questo, non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate. I fratelli infatti, specie i più poveri e derelitti, sono le membra di Cristo, sono i suoi piedi posati ancora sulla terra. Nel darci l’ostia il sacerdote dice: « Il corpo di Cristo », e noi rispondiamo: « Amen! ». Adesso sappiamo a chi diciamo « Amen », cioè sì, ti accolgo: non solo a Gesù, il Figlio di Dio, ma anche al prossimo.

Nella festa del Corpus Domini non posso nascondere una tristezza. Ci sono delle forme di malattia mentale che impediscono di riconoscere le persone che sono accanto. Continuano a gridare per ore: « Dov’è mio figlio? Dove mia moglie? Perché non si fa vivo? » e, magari, il figlio o la moglie sono lì che gli stringono la mano e gli ripetono: « Sono qui, non mi vedi? Sono con te! ». Succede così anche a Dio. Gli uomini nostri contemporanei cercano Dio nel cosmo o nell’atomo; discutono se ci fu o meno un creatore all’inizio del mondo. Continuiamo a domandare: « Dov’è Dio? » e non ci accorgiamo che è con noi e si è fatto cibo e bevanda per essere ancora più intimamente unito a noi.

Giovanni Battista dovrebbe ripetere mestamente: « In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete ». La festa del Corpus Domini è nata proprio per aiutare i cristiani a prendere coscienza di questa presenza di Cristo in mezzo a noi, per tenere desto quello che Giovanni Paolo II chiamava « lo stupore eucaristico ».

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