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III domenica di Pasqua: La promessa portata a compimento anche per noi (omelia)

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15154

La promessa portata a compimento anche per noi

padre Gian Franco Scarpitta 

III Domenica di Pasqua (Anno B) (26/04/2009)

Vangelo: Lc 24,35-48  

Più che il racconto dell’apparizione ai discepoli, il vero culmine del brano evangelico di oggi è il commento finale di Gesù, che dopo aver dissipato ogni stupore e ogni dubbio insito nei suoi con la consumazione di una porzione di pesce arrostito, rammenta loro: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.” Un’espressione che richiama immediatamente un insegnamento precedente, sempre riportato in Luca: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste sofferenze per entrare nella gloria?” (Lc 24, 25 – 26)
Anche se Gesù deve necessariamente mostrare le mani e il costato e consumare (pur non avendone bisogno, nel suo corpo glorificato) una porzione di pesce arrostito per togliere ogni timore e dissipare ogni dubbio, egli si rivolge ai discepoli soprattutto con le espressioni suddette, perché sono proprio quelle che danno spiegazione risolutiva a quanto essi stanno vedendo: che il figlio di Dio soffrisse, fosse torturato e fosse messo a morte era necessario. Una necessità non caratterizzata dall’uomo o dalla storia, ma determinata dal volere divino di salvezza, per la quale il padre aveva impostato che il Figlio subisse patemi e venisse sottomesso alla frustrazione e alla morte di croce ai fini di resuscitare. Il Cristo Salvatore doveva passare attraverso il patibolo, spirare di morte violenta ed essere consegnato alla terra (al sepolcro) perché Dio realizzasse sugli uomini il suo piano di salvezza perché quello e non altro era sempre stato, sin dall’inizio dei tempi, il progetto divino nei riguardi dell’uomo: tutti i particolari della morte e della resurrezione erano stati preordinati e preimpostati come descrivono le Scritture; poiché infatti Mosè, Davide, i profeti e le varie prefigurazioni bibliche parlavano già di qualcosa che era in germe, ossia la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, e che adesso ha trovato compimento il mattino dopo il Sabato, nell’evento della tomba vuota.
Gesù Risorto è insomma l’adempimento delle antiche promesse messianiche, il culmine della rivelazione e il compimento di ogni profezie di cui parlava la Bibbia.
Perché allora si stupiscono i discepoli nel vedere il Signore Risorto e glorificato? Non dovrebbero piuttosto esultare e rendere gloria a Dio per un avvenimento che ci si aspettava e che ora si è definitivamente realizzato? Senza il rischio di esagerare, ci azzardiamo a dire che l’atteggiamento dei discepoli avrebbe dovuto avere le fattezze proprie dei tifosi allo stadio durante un match importantissimo, quando la squadra preferita messe a segno una rete importante e decisiva: tutti quanti si esulta di gioia incontenibile, perché ci si aspettava quel goal che finalmente è arrivato. O almeno lo si sperava con fervore.
Nei discepoli di Gesù c’è gioia, ma si tratta pur sempre di una letizia mista a stupore e a meraviglia, propria di chi crede di vedere un fantasma e il mostrare mani e piedi è la soluzione più conveniente perché finalmente si risvegli in tutti il vero sentire e sperare che è proprio della fede; la verità è che il torpore e la cecità degli apostoli avevano impedito di vedere nell’apparso maestro risorto l’adempimento delle promesse secondo quanto detto dai profeti e dalle Scritture.
Cristo dal canto suo, una volta risuscitato, appare deliberatamente e nella forma convincente e determinata ai discepoli e come dirà poi Paolo comparirà anche a più di 500 persone oltre che a lui medesimo, recando la pace, manifestando il suo innalzamento glorioso, comunicando (Giovanni) il dono dello Spirito Santo e invitando i suoi a “fare discepoli tutti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Le apparizioni, proprio perché molteplici e variegate, sono la riprova della realtà della resurrezione, l’affermazione effettiva di questo mistero indicibile di vita nel mondo degli apostoli, dei discepoli e di tutti gli uomini e hanno pertanto un valore incontrovertibile.
Ma la ragione del loro verificarsi fenomenologico è sempre la stessa: il compimento messianico di quanto descrivono le Scritture, da Abramo a Mosè fino ai profeti e quello che deve colpire nel segno è la centralità di Cristo Signore Messia Glorioso che appare non perché vuole rendere soddisfazione a uomini titubanti ed incerti, ma perché vuole affermare la propria grandezza da Risorto vincitore della morte, capace di superare la prova del supplizio con la vittoria sul sepolcro.
Infatti è proprio sui questo che fa leva il discorso aspro e recriminatorio di Pietro che rende testimonianza dell’evento: prima ancora di rendersi testimone della tomba vuota e delle apparizioni, egli esclama: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato”, e più avanti (v. 22 e ss) aggiungerà: “Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.”
e questo è sufficiente per rendere ragione sul motivo per cui Gesù non era sceso dalla croce ma aveva affrontato il patibolo: la necessità di attraversare il patimento per manifestare adesso il suo innalzamento vittorioso di Signoria vera e di gloria definitiva e pertanto è ora assodato che il vero Messia e Salvatore promesso è proprio lui.
Il tempo della Chiesa, che intercorre fra la Resurrezione – Ascensione del Signore fino alla sua venuta finale nel giorno del giudizio, è il nostro momento, caratterizzato dall’annuncio e dalla testimonianza del Signore risorto che vive immortale e che non conosce sconfitta umana se non la durezza e l’ostinazione del cuore; quello che impomne che noi davvero ci appropriamo, affascinandocene, del mistero del Risorto che sfolgora la sua gloria e che ci chiama sempre a testimoni della sua fiducia e della nostra speranza. Si tratta del tempo che deve connotare tutti i credenti come contrassegnati dalla gioia e dall’esultanza e dallo spirito fervente della missione che lo stesso Risorto ci ha affidato.

Omelia II Domenica di Pasqua (2006 Anno B) : Abbiamo visto il Signore!

dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2006/apr/230406.htm

Omelia del giorno 23 Aprile 2006

II Domenica di Pasqua (Anno B)

Abbiamo visto il Signore!
 

Ci sono momenti nella vita in cui verrebbe voglia di chiudersi in se stessi nel silenzio dell’anima, resa muta da fatti, sofferenze, tragedie che ci tolgano la stessa voglia di vivere…come se in noi ci fosse solo dolore e fallimento e la vita fosse giunta ad un insuperabile traguardo che sbarra ogni spiraglio di speranza.

Così deve essere stata, secondo il Vangelo, l’anima degli Apostoli dopo la morte del Signore. Quanta speranza avevano posto in Lui! Lo avevano seguito, abbandonando tutto, certi di avere trovato “il TUTTO”. Ma quella incredibile “resa del Maestro”, che si consegna a chi era venuto per arrestarLo, Lui, non solo l’Innocente, ma addirittura la speranza per tutti, che si lascia portare via, senza alcuna difesa!

Un andare incontro alla passione che la dice lunga sul significato dell’amore che si dona, perché l’amico, noi, diventassimo liberi, amati.

Vedere poi Gesù, depredato di tutto, dalla dignità, alla vita, fino a essere “meno che nulla sulla croce”, divenuto scherno di chi forse si meravigliava sua impotenza! Conoscevano la sua vita, fatta di miracoli, di eventi che solo Dio poteva compiere e Lo invitavano a mostrare questa sua origine divina, come un insulto. E Gesù taceva, si offriva al Padre come Agnello immolato, sapendo che questa è la legge dell’amore che si fa dono a chi ha necessità di essere liberato solo dall’amore.

Quelle mani di Gesù fermate dai chiodi e quindi impedite anche solo nel dare una carezza, di imporsi sui malati e guarirli, erano destinate a essere le nostre mani di vescovi, di sacerdoti, di fedeli, che si imporranno per farci liberi dal peccato nel Battesimo e nel sacramento della Penitenza: rivestiti della potenza di Gesù, si imporranno sul capo dei cresimati perché siano testimoni della Resurrezione e quindi, con la forza dello Spirito, vivere da risorti: sul capo di noi sacerdoti e vescovi per continuare con la Sua Potenza la missione di salvezza nel mondo.

Davvero benedette quelle mani e quei piedi fissi sulla croce e che nella Chiesa sono nei secoli mani sempre tese verso l’uomo, piedi sempre in cammino alla ricerca dell’uomo, per liberarlo dalla pericolosa solitudine senza Dio.

Gli Apostoli amavano tanto Gesù: avevano accettato senza esitazione di seguirLo, condividendo tutto con Lui, forse non sapendo inizialmente la grandezza della loro vocazione.

E per la paura di fare la stessa fine si erano nascosti.

“Ma la sera di quello stesso giorno – racconta Giovanni l’Apostolo – il primo giorno dopo il sabato (la domenica che per noi è il giorno del Signore), mentre eran chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono nel vedere il Signore. E Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. E dopo avere detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,19-31).

Deve essere stata immensa la gioia e lo stupore degli apostoli a quella improvvisa e forse incredibile apparizione. Allora, si saranno ricordati a vicenda quello che Gesù continuava a ripetere: “Il figlio dell’uomo sarà consegnato ai farisei che lo flagelleranno e lo crocifiggeranno…Ma il terzo giorno risusciterà”. Ed ora era lì circondato di una gloria immensa: una gloria che era uno schiaffo alla paura, alla stupidità degli uomini che credevano forse davvero che ci si potesse “liberare” da Dio, come se questo fosse un trionfo e non un affidarsi all’inferno senza di Lui. Aveva ragione ed ha ragione, oggi, Gesù, davanti a chi crede di oscurare o “uccidere Dio”: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

Abbiamo bisogno anche noi, tante volte soggetti a prove che sembrano il nostro venerdì di spavento, in cui tutto si fa “nero”, di guardare, alzare gli occhi al cielo e vedere la gloria del Risorto, che è la sola speranza che dà respiro alla nostra vita.

Abbiamo bisogno anche noi di vedere Gesù risorto o guardare almeno a Lui, per non cadere nella trappola delle tante illusioni che il mondo offre. “Risorgerò” è in fondo la certezza che ci è compagna sempre ed è come il respiro dell’anima.

Purtroppo “Oggi, afferma Paolo VI, tanto si fa e si parla, per dare al mondo un volto “umano”, ma spesso si sottintende un volto privo di anima umana, un volto materializzato dalla fallace speranza di trarre dalla terra quanto basta a fare l’uomo felice e completo: si crede che la soluzione dei problemi economici, l’esplorazione scientifica della natura possano liberare e redimere l’uomo; che lo sforzo umano, da solo, valga a raggiungere col possesso del mondo sensibile, la sua vera fortuna” ( Pasqua 1969).

Basterebbe , se si è onesti nella ricerca della verità dell’uomo, dare un’occhiata a questo nostro tempo, pieno di contraddizioni, in cui sembra che trionfi l’egoismo che è la vera morte dell’amore.

E quando l’amore viene messo in croce, ad andare in croce siamo noi, senza però il respiro della resurrezione.

Lo descrive bene cosa voglia dire vivere da risorti il racconto che gli Atti degli apostoli fanno della vita delle prime comunità. Vale la pena di approfondirlo e specchiarsi in loro, confrontandolo con quanto crediamo e siamo noi oggi.

“La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra di loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande stima. Nessuno infatti tra di loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case, li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 32-35).

E poco prima, sempre parlando delle prime comunità, raccontano gli Atti: “Ogni giorno frequentavano il tempio. Spezzavano il pane nelle loro case e mangiavano con gioia e semplicità di cuore. Lodavano Dio ed erano ben visti da tutta la gente. Di giorno in giorno il Signore faceva crescere il numero di quelli che giungevano alla salvezza” (At 2, 46-49).

Vivevano, in altre parole, lo stupore della Resurrezione che gli apostoli con grande forza annunciavano. Come a dire che agli occhi di tutti quelli che sentivano, sembrava aprirsi la bellezza del ritorno a casa, di avere ritrovato il senso e la bellezza della vita nella fede.

Ancora oggi, tanti, ma tanti fratelli nella fede, vivono questo stupore e questa gioia. Come sempre non fanno cronaca: ma sono quei fratelli e quelle sorelle che quando li incontri ti restituiscono quel sorriso dell’anima che il mondo cerca di spegnere con il suo rumore.

Ricordo mia mamma, che viveva davvero la semplicità dei primi cristiani, con una fede fatta vita, con un amore che era il pane della vita.

La sua vita era un vero cammino verso la Pasqua. Un giorno le feci notare la sua semplicità di vita, che sembrava provvisorietà di una veglia che attende la festa. Alla mia domanda del perché questa semplicità mi rispose: “Che vuoi? Per arrivare in Paradiso e risorgere non occorre appesantirsi di cose di questo mondo. Bisogna fare crescere le ali dell’anima per il giorno in cui Dio mi chiamerà. E quel giorno sarà la vera Pasqua che attendo”.

Quando ero parroco a Santa Ninfa in Sicilia e il terremoto mi aveva costretto a vivere in una modesta baracca, la gente si stupiva che facessi nulla per costruirmi una casa, mentre mi battevo per la ricostruzione della loro, risposi: “La mia casa me la sto costruendo giorno per giorno con la fede e la carità, non qui, ma in Paradiso”.

Non è facile entrare in questa visione pasquale della vita. Lo dimostra il Vangelo di oggi con l’episodio di Tommaso, che non vuole credere agli altri apostoli: “Abbiamo visto il Signore!”. E lui, “se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mano nel suo costato, non crederò”. Tornò Gesù, invitò Tommaso a fare quello che aveva chiesto. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” E Gesù: “Perché hai veduto, hai creduto: beati coloro che pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20, 19-31).

E noi alle volte siamo come Tommaso. Ci è difficile, guardando quello che succede in noi e attorno a noi, che ci sia un evento che supera tutto e fa pulizia di paure ed errori, Cristo Risorto.

Bisogna che il Signore ci doni quella fede forte, coerente, che ci abitui a guardare verso il cielo per non farsi attirare dalla terra. A volte basterebbe incontrare chi è testimone di questa vita da risorti.

Chi di noi non ricorda il giorno della morte e resurrezione dell’amato Giovanni Paolo II? Lui era là, nella sua semplice bara, in mezzo alla Piazza, circondato dalla ammirazione dell’intera umanità. Ma si aveva l’impressione che lui non fosse morto, era risorto, e finalmente “ha visto faccia a faccia il Signore!” I solenni funerali più che una celebrazione della morte, sembrarono la celebrazione della Pasqua. Quella che vorremmo tutti ed auguro a tutti. 

Antonio Riboldi – Vescovo –

Dall’«Omelia sulla Pasqua» di un antico autore. – Ufficio delle Letture, mercoledì 15 aprile

MERCOLEDÌ 15 APRILE – OTTAVA DI PASQUA

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dall’«Omelia sulla Pasqua» di un antico autore.
(Disc. 35, 6-9; PL 17, 696-697)

Cristo autore della risurrezione e della vita
L’apostolo Paolo ricordando la felicità per la riacquistata salvezza, dice: Come per Adamo la morte entrò in questo mondo, così per Cristo la salvezza viene nuovamente data al mondo (cfr. Rm 5, 12). E ancora: Il primo uomo tratto dalla terra, è terra; il secondo uomo viene dal cielo, ed è quindi celeste (1 Cor 15, 47). Dice ancora: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra», cioè dell’uomo vecchio nel peccato, «porteremo anche l’immagine dell’uomo celeste» (1 Cor 15, 49), cioè abbiamo la salvezza dell’uomo assunto, redento, rinnovato e purificato in Cristo. Secondo lo stesso apostolo, Cristo viene per primo perché è l’autore della sua risurrezione e della vita. Poi vengono quelli che sono di Cristo, cioè quelli che vivono seguendo l’esempio della sua santità. Questi hanno la sicurezza basata sulla sua risurrezione e possederanno con lui la gloria della celeste promessa, come dice il Signore stesso nel vangelo: Colui che mi seguirà, non perirà ma passerà dalla morte alla vita (cfr. Gv 5, 24).
Così la passione del Salvatore è la vita e la salvezza dell’uomo. Per questo infatti volle morire per noi, perché noi, credendo in lui, vivessimo per sempre. Volle diventare nel tempo quel che noi siamo, perché, attuata in noi la promessa della sua eternità, vivessimo con lui per sempre.
Questa, dico, è la grazia dei misteri celesti, questo il dono della Pasqua, questa è la festa dell’anno che più desideriamo, questi sono gli inizi delle realtà vivificanti.
Per questo mistero i figli generati nel vitale lavacro della santa Chiesa, rinati nella semplicità dei bambini, fanno risuonare il balbettio della loro innocenza. In virtù della Pasqua i genitori cristiani e santi continuano, per mezzo della fede, una nuova e innumerevole discendenza.
Per la Pasqua fiorisce l’albero della fede, il fonte battesimale diventa fecondo, la notte splende di nuova luce, scende il dono del cielo e il sacramento dà il suo nutrimento celeste.
Per la Pasqua la Chiesa accoglie nel suo seno tutti gli uomini e ne fa un unico popolo e un’unica  famiglia.
Gli adoratori dell’unica sostanza e onnipotenza divina e del nome delle tre Persone cantano con il Profeta il salmo della festa annuale: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117, 24). Quale giorno? mi chiedo. Quello che ha dato il principio alla vita, l’inizio alla luce. Questo giorno è l’artefice dello splendore, cioè lo stesso Signore Gesù Cristo. Egli ha detto di se stesso: Io sono il giorno: chi cammina durante il giorno non inciampa (cfr. Gv 8, 12), cioè: Chi segue Cristo in tutto, ricalcando le sue orme arriverà fino alle soglie della luce eterna. E’ ciò che richiese al Padre quando si trovava ancora quaggiù con il corpo: Padre, voglio che dove sono io siano anche coloro che hanno creduto in me: perché come tu sei in me e io in te, così anche essi rimangano in noi (cfr. Gv 17, 20 ss.).

Domenica delle Palme, Patriarca Angelo Scola, 13 aprile 2003 (anno B)

dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/218/2003-04/13-28/palme%202003.rtf

BASILICA PATRIARCALE DI SAN MARCO
DOMENICA DELLE PALME

PROCESSIONE DA S. MARIA FORMOSA ALLA BASILICA E S. MESSA
Processione: Mc 11,1-10
S. Messa: Is 50,4-7; Sal 22 (21), 8-9.17-18.19-20.23-24; Fil 2,6-11; Mc 14,1-1-15.47

OMELIA DI S. E. MONS. ANGELO SCOLA, PATRIARCA

Venezia, 13 aprile 2003

1. « Concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a Lui per portare frutti di opere buone ». Con questa preghiera abbiamo iniziato, poco fa, nella Chiesa di S. Maria Formosa, la Settimana Santa. La Settimana cioè in cui in tutto il mondo i cristiani – uomini che sperano in Dio Padre – invocano con fede umile e sincera il dono di permanere in unità con l’Artefice della loro salvezza per poter realizzare, a livello personale e sociale, una vita buona.
A partire da oggi noi, attraverso la liturgia sacramentale, vivremo tutte le tappe della Passione, della Croce e della Risurrezione di Nostro Signore. Radunandoci in questa splendida Basilica cattedrale, dopo aver fisicamente lasciato le nostre abitazioni o, se non ci sarà possibile, attraverso la Radio, o provenendo da ogni parte del globo parteciperemo in modo reale ai fatti di cui ci ha parlato il Vangelo di Marco, così caro a noi veneziani. Al trionfo delle palme seguirà l’arresto di Gesù, il processo prima davanti ai giudei e poi davanti ai romani, fino all’epilogo tragico e glorioso del Calvario. Infine, passando attraverso la pietas della deposizione e del sepolcro, la vicenda terrena del Nazareno culminerà nello splendore della risurrezione. La memoria eucaristica – qualitativamente diversa dal semplice ricordo – alimenta la nostra speranza di cristiani, che non ha mai origine da un possesso ma piuttosto da un essere posseduti: afferrati da Cristo vogliamo permanere a Lui uniti.
La processione con le palme benedette e con l’ulivo, simbolo di Cristo nostra pace, ci ha fatto rivivere – sulla scorta della sobria descrizione del Vangelo di Marco – il gesto dell’ingresso del Messia in Gerusalemme dal monte degli Ulivi. E la preghiera iniziale ha parlato di Cristo trionfante. Di quale trionfo si tratta? François Mauriac, nella sua Vita di Gesù, arriva a definirlo un « trionfo derisorio di un Rabbì estenuato, già promesso al patibolo, d’un fuorilegge… in mezzo a una marmaglia imbecille. Ben possono stendere i loro vestiti e acclamarlo: ciascuno di quegli osanna aggiunge una spina alla Sua corona, una punta alle corregge degli staffili che lo flagelleranno » . L’acuto giudizio dello scrittore sembrerebbe trovare una conferma nella narrazione, scarna ma rigorosa, dei fatti portati ancora una volta all’evidenza della nostra mente e del nostro cuore dal Passio marciano che abbiamo ascoltato. Ed invece sono proprio questi stessi fatti – così come la Chiesa nostra madre ci propone di leggerli oggi alla luce del Salmo 121 (Salmo responsoriale), del Terzo canto del Servo di Jahvé propostoci da Isaia (Prima Lettura: Is 50, 4-7) e, soprattutto, nella della paradossale prospettiva indicataci dal celebre inno di Filippesi (Seconda Lettura: Fil 2,6-11) – a smentire Mauriac, mostrandoci perché l’ingresso di Gesù in Gerusalemme fu solo l’inizio di un trionfo completo. Infatti, siccome si è abbassato fino a salire sul palo dell’ignominia, il Figlio di Dio viene esaltato. Questa esaltazione, questo trionfo si documenta nel fatto che il Crocifisso risorto vince l’enigma dell’uomo e della sua storia, mentre potenzia il dramma della libertà di ogni singolo.

2. « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? » Il trionfo di Cristo passa attraverso questo grido. Il grido dell’Innocente, che muore sulla croce. Il Padre che lo ha mandato e a cui egli si è totalmente affidato sembra non rispondere più. A rafforzare l’urto già di per sé insostenibile di questa atroce sofferenza, sopraggiunge l’insulto e lo scherno dei nemici: « Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo » (Salmo 21,8). Né manca la provocazione volgare, espressione della pretesa umana di ergere il proprio limite a misura del divino: « Ha salvato altri e non può salvare se stesso! » (Mc 15, 31). Noi possiamo solo debolmente intravvedere la profondità dei patimenti del Figlio di Dio fatto uomo, tuttavia giustamente da sempre l’umanità vi riconosce il più potente sostegno a ogni sorta di implorazione che senza sosta, lungo la storia, si sprigiona dalle atroci prove di uomini di ogni etnia, cultura e religione. Il grido di Gesù Cristo è figura del nostro grido di fronte all’ingiustizia, al dolore, alla malattia, alla morte. Anche quando, sfiniti dalla delusione, in noi si insinua il veleno dello scetticismo che conduce alla disperazione. Al grido di Gesù consegnamo anche oggi la nostra umanità ferita. Riconosciamo che ad esso, anzitutto, fa eco il grido straziante dei nostri fratelli segnati nella loro carne dalla tragedia della guerra. Quella atroce che è in Iraq ed anche quelle troppo spesso dimenticate che non cessano di insanguinare il pianeta.

3. Il Figlio di Dio ha preso su di sé ogni invocazione dell’umana sofferenza. Ma il Suo non è stato un subire passivo, né l’arrendersi ad una necessità crudele. Il Suo – ecco il paradosso inaudito – è stato un assenso positivo. « Egli si offre liberamente alla morte » – come ci viene ricordato ogni giorno nella celebrazione dell’Eucaristia – perché anche nel momento in cui la prova sfiora l’angoscia prevale in lui l’abbandono: « Abbà, Padre… non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu » (Mc 14, 36). Il Canto del Servo ce lo aveva preannunziato: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi » (Is 50, 6). Quella di Gesù Cristo è una libertà che si avvia al trionfo proprio perché accetta lo svuotamento. Non teme di perdersi uscendo da sé. L’inno di Filippesi lo documenta con espressioni inarrivabili: « Pur essendo di natura divina… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2, 6.8). Gesù corre il rischio totale dell’amore, che sempre ha il timbro della gratuità e della libertà. Davanti alla nostra misura così spesso ottusa ed insipiente si spalanca l’abisso dell’amore di Dio e si offre come forma compiuta del nostro amore, quasi sempre affannato e meschino. Gesù prende sul serio la nostra libertà fino ad esinanirsi sulla croce per noi. E noi? Avremo ancora l’orgoglio di resistere a questa impotenza dell’Onnipotente, accampando magari la nostra impossibilità al cambiamento e alla conversione? Abbandoniamoci all’amore misericordioso accogliendo umili e grati il dono del Crocefisso che trionfa del nostro peccato. Gesù ci rassicura ripetendoci con Pascal: « La tua conversione è compito mio; non temere, e prega con fiducia » (Pensieri, 736).

4. Noi sentiamo che questo abisso di amore, il trionfo del Crocefisso che vince la debolezza e il peccato, corrisponde totalmente al nostro cuore, eppure ne abbiamo una strana paura. Come i tre discepoli che, dopo averlo accompagnato fino all’Orto degli Ulivi, sopraffatti dall’angoscia, si addormentarono. I fatti erano talmente più grandi di loro che, nonostante tutto l’amore e le innumerevoli prove date loro da quell’uomo singolare, i suoi ne rimasero schiacciati. E man mano che la vicenda terrena del nostro Salvatore andava verso il suo acme – il ludibrio della croce -, non resistettero alla tentazione di disertare: « Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono » (Mc 14, 50). Noi non siamo diversi da loro. Eppure Colui che ci ha amati per primo, Colui che è l’amore in se stesso, non ci abbandona neppure a questo punto. Proprio in questo sta il Suo trionfo: Egli conosce i nostri cuori e sa che disertando da Lui disertiamo da noi stessi. Per questo continuamente ci riprende. Anche sulla soglia di questa Settimana Santa, che interrompe il racconto della Passione al pesante « rotolare del masso contro l’entrata del sepolcro » (Mc 15,46) sono già vividi i segni del trionfo con cui Cristo consente alla nostra libertà di risorgere, se accetta di aderire con fede. Le donne, sia pur tremanti, lo seguono da lontano. Pietro non ce la fa a non tradirlo ma, quando incrocia il Suo sguardo di misericordia, scoppia in pianto. Non un’incrollabile coerenza, impossibile all’umana fragilità, ma la ripresa in fede, speranza e carità è la figura compiuta del cristiano. Nonostante tutto non si riesce a rinunciare alla vicinanza amorosa del Signore. Anche quando « tutti, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però, lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo » (Mc 14, 50-51). Tra gli esegeti non mancano quanti identificano questo giovanetto col nostro venerato evangelista Marco. Ed in effetti solo il Vangelo di Marco cita questo episodio. Ebbene, a noi è chiesto lo stesso semplice gesto di questo oscuro ragazzino. Noi tutti abbiamo bisogno della stessa purità che non oppone nulla tra sé e il vero, che non si lascia bloccare neppure dalla propria fragilità e dal proprio peccato. La via per riconoscerci peccatori è semplice. La percorreremo, fratelli carissimi, accostandoci con devozione questa settimana, individualmente, al sacramento della Riconciliazione per partecipare, nella Eucaristia della solenne Veglia pasquale, al trionfo di Cristo sulla morte e sul peccato. Amen

Omelia V domanica di quaresima (anno 2000 B)

dal sito:

http://www.scourmont.be/homilies/1999-2000/b-lent-5-2000-ita.htm

9 aprile 2000 –Vª domenica di Quaresima « B »
Jr 31,31-34; He 5,7-9; Jn 12,20-33


O M E L I A
           

Il testo di Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa è uno dei più belli della Bibbia sulla conversione.  Prima di tutto egli la descrive non come un semplice cambiamento di comportamento, o come la sostituzione di un “ego” con un altro “ego”, ma come un cambiamento profondo del cuore. E per questo cambiamento del cuore bisogna intendere non soltanto un cuore più puro, un cuore che desidera cose migliori, bensì un cuore che sia tanto profondamente impregnato dello Spirito di Dio da desiderare spontaneamente tutto ciò che Dio stesso desidera. “ Porrò la mia Legge  nel più profondo del loro animo; la scriverò nel loro cuore… Essi non avranno più bisogno di istruirsi reciprocamente…Tutti infatti mi conosceranno, dai più piccoli ai più grandi.”

Si tratta di una obbedienza “radicale” a Dio. Radicale, perché radicale è l’obbedienza che parte dalla radice (radix)  stessa del nostro essere.

Ma come Dio realizza questo cambiamento?  Come ci insegna la sua legge? Come impariamo noi l’obbedienza? – Non vi è altra via che quella che Cristo ci ha insegnato, quella che lui stesso ha utilizzato.

La Lettera agli Ebrei ci parla delle sue preghiere “con forti grida e lacrime”, aggiungendo che “imparò…l’obbedienza  dalle cose che patì”. Non abbiamo fatto tutti l’esperienza che le cose più importanti della vita si apprendono dalla sofferenza molto più che da una vita di studio? Il testo aggiunge anche che il Cristo è divenuto una fonte di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono. Noi siamo dunque chiamati a obbedirgli, come egli stesso ha obbedito al Padre, con la stessa obbedienza radicale, cioè mediante la consegna radicale di tutto il nostro essere nelle sue mani. E come possiamo noi apprendere l’obbedienza, se non come lo ha fatto lui stesso, cioè  attraverso la sofferenza?

Per questo ci dice nel Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;  se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde; e chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.”

Qual è il senso di questa piccola frase enigmatica che ritroviamo un certo numero di volte nel Vangelo (sotto forme leggermente differenti): “chi ama la sua vita la perde; chi perde la sua vita in questo mondo la salva per la vita eterna?” Salvare la propria vita significa tenere ad essa,  aggrapparvisi per paura della morte: perdere la vita vuol dire: mollare la presa, distaccarsi, accettare di morire. Il paradosso è che colui che teme la morte è già morto, mentre colui che non ha più paura della morte, ha già cominciato a vivere in pienezza. Ma perché mai qualcuno dovrebbe essere pronto a soffrire e a morire? Forse questo ha un senso? La parola-chiave qui è “compassione” (soffrire con). La cosa che Gesù voleva assolutamente eliminare era la sofferenza e la morte: la sofferenza del povero e dell’oppresso, la sofferenza dell’ammalato, la sofferenza e la morte di tutte le vittime dell’ingiustizia.  Il solo modo di distruggere la sofferenza è  di rinunciare a tutti i valori di questo mondo e di soffrirne le conseguenze. Solo l’accettazione della sofferenza può vincere nel mondo la sofferenza. La compassione può distruggere la sofferenza soffrendo con coloro che soffrono e al posto loro. Una simpatia per il povero che non fosse pronta a condividere le sue sofferenze, sarebbe una sterile emozione. Non si può avere parte alle benedizioni dei poveri, senza essere pronti a condividere le loro sofferenze. Si può dire la stessa cosa della morte.

E’ precisamente questo che Gesù ha fatto per noi. E’ ciò di cui faremo memoria nelle prossime settimane. Attingiamo nell’Eucaristia la forza di seguire i suoi passi. 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)

Omelia 26.3.2006 – era, come domani, la quarta di quaresima B

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090322.shtml

Omelia (26-03-2006) 
mons. Ilvo Corniglia

Nei testi biblici di questa domenica domina il tema della « grazia », cioè dell’amore gratuito e misericordioso di Dio verso il suo popolo Israele e verso l’umanità.
Nella parte finale del libro delle Cronache (Cr. 36: I lettura) l’autore sacro offre una riflessione malinconica e amara sulla fine del regno di Giuda (587 – 586 A.C.), provocata dall’infedeltà dei capi e del popolo all’alleanza con Dio. Il Signore, ostinatamente fedele, « amava il suo popolo e la sua dimora ». Per questo, aveva « mandato premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli ». Ma essi si presero gioco dei profeti, scatenando così il giudizio punitivo di Dio, cioè la distruzione della città e del tempio e la deportazione in Babilonia.
Ma la misericordia di Dio è inesauribile e la sua fedeltà eterna. Il brano termina riportando l’editto di Ciro, re dei Persiani, che permetteva agli esuli di ritornare in patria (538 A.C.).
Alla luce di questo testo, siamo in grado di riconoscere la successione dei momenti in cui si articola la storia della salvezza, fin dall’inizio dell’umanità, come pure la storia personale di ciascuno: grazia (l’amore di Dio prende l’iniziativa e ricolma di doni), peccato (l’uomo è infedele alla grazia e si allontana da Dio), giudizio (la separazione da Dio produce tragiche conseguenze), misericordia (l’amore di Dio prevale, suscitando il pentimento e rinnovando col suo perdono). Viene così ripristinata la condizione di « grazia ». Un ciclo che si ripete – chissà quante volte! – nella vita dei singoli e dell’umanità.

San Paolo in Ef 2, 4-10 (II lettura) riprende questo schema, richiamando con espressioni colme di entusiasmo e di riconoscenza la redenzione operata da Dio attraverso Gesù: « Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci fa fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati ». Il passaggio dalla morte, frutto del peccato, alla vita nuova di comunione piena con Dio in Gesù ha la sua ragione e il suo fondamento nell’amore gratuito e fedele di Dio, oceano di misericordia. Paolo, anticipando – potremmo dire – la celebre definizione « Dio è amore » che si incontra negli scritti di Giovanni (1Gv 4, 8. 16), non si limita qui a esprimere la sua gioia per la salvezza. Ma sottolinea con una forza unica l’assoluta gratuità di tale salvezza e la libertà sovrana e amante di Dio.
Se la fede è il cuore della conversione quaresimale, credere è la capacità di riconoscere in profondità nello snodarsi delle vicende storiche, e anche personali, la misericordia di Dio in azione. Questa lettura di fede avrà come frutto una fiducia consolidata in Dio, un impegno e coinvolgimento concreto, una lode gioiosa. Come quella di Maria che nel Magnificat canta la « sua misericordia che si estende di generazione in generazione. » Credere è riconoscere, con uno stupore e una gioia che non si esauriscono mai, che la misericordia di Dio ha un nome e un volto concreto: Gesù.

A vivere pienamente tale sperienza di fede ci insegna Gesù stesso nel Vangelo di oggi. Questo brano costituisce l’ultima parte del dialogo notturno di Gesù con Nicodèmo. In tale dialogo Gesù rivela che, per passare dall’incredulità o dalla fede imperfetta alla fede autentica, occorre una trasformazione radicale, una nuova nascita che non è opera dell’uomo, ma di Dio. E’ lo Spirito l’artefice di questa nuova nascita, Colui che suscita l’esperienza di fede vera e l’alimenta incessantemente.
Ma che cos’è questa fede? Gesù la descrive con alcune espressioni estremamente dense di significato: tale fede ha come oggetto la persona di Gesù Figlio di Dio, è adesione incondizionata al Cristo morto e risorto.
Anzitutto Gesù evoca la scena di Mosè che nel deserto innalza sopra un’asta un serpente di rame, guardando il quale quanti erano stati morsicati dai serpenti velenosi non morivano, ma venivano risanati (Nm. 21, 8ss.; Sap. 16,7). Allo stesso modo, « bisogna che sia innalzato (sulla croce e nella gloria della risurrezione) il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna ». L’evento della morte e risurrezione di Gesù è una necessità, cioè è il cuore del progetto di Dio, in favore degli uomini. Lo sguardo di fede fisso su di Lui ci ottiene la salvezza. La ragione? Nel Crocifisso – risorto Dio manifesta e dona se stesso supremamente come Amore a coloro che credono:
« Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ». E’ una di quelle confidenze che mozzano il fiato e lasciano muti per lo stupore, se la forza dell’abitudine, una certa assuefazione e una inspiegabile incoscienza non ci impedissero di prendere in tutta la sua serietà questa dichiarazione d’amore.
Prova a vedere cosa ti succede se, creando uno spazio di silenzio dentro di te, lasci che Gesù ripeta anche a te personalmente la stessa dichiarazione: Colui che è nel seno del Padre, l’oggetto della sua infinita compiacenza, Dio lo ha donato al mondo, lo ha donato a noi, a te con tutte le conseguenze tragiche di tale dono (lo ha consegnato alla morte).
Gesù rivela a Nicodemo e a ciascuno di noi di essere il dono, il regalo superiore a ogni attesa e previsione che Dio ci offre. Attraverso la sua persona, la sua presenza tra gli uomini e soprattutto il sacrificio della croce, Gesù è la manifestazione concreta e palpabile di Dio Amore che si fa visibile e si comunica. Questo amore sconvolge ogni schema, ogni logica. Supera i dati della nostra esperienza. E’ qualcosa di scandaloso per la sapienza puramente umana. La fede genuina – quella richiesta da Gesù – è appunto accettazione senza riserve, resa incondizionata, abbandono fiducioso e totale a questo « incredibile » amore di Dio che in Cristo si manifesta e si dona. Per mezzo della fede l’uomo si lascia invadere e afferrare da questo incomparabile amore.
Tale amore è vita e salvezza per l’uomo. Ma non si impone. Chi lo respinge si condanna da sé.
Il Figlio di Dio è venuto non per condannare, « ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui ».
Chi crede permette all’amore di Dio di trasformarlo e salvarlo.
Chi invece non crede si autocondanna, cioè si chiude ostinatamente alla luce e alla vita che gli vengono offerte da Gesù. Davanti alla rivelazione di Dio in Cristo è possibile il rifiuto tragico e irragionevole dell’uomo: « la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce ». Sembra incredibile, ma succede: persone che muoiono di fame e non vedono la tavola lautamente imbandita per loro, persone che muoiono di sete e non si avvicinano alla sorgente che può dissetarli, persone che si dibattono nel buio e nel dubbio e si ostinano a tenere sprangate porte e finestre alla luce che chiede di entrare.
Perché accade? Gesù ne dà la spiegazione: « perché le loro opere erano malvage ». C’è un legame stretto fra il rapporto con Cristo e le nostre scelte di fondo. Il rifiutare la luce, cioè Cristo, o l’accoglierla parte da un compromesso di fondo e colpevole dell’uomo con il male o da una sua disponibilità sempre aperta alla verità e all’onestà.(vv.19-21) E’ essenziale la vigilanza a questo riguardo. E’ essenziale la fedeltà alla verità appena intravista. E’ essenziale il coraggio della verità, il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, il coraggio di una vita in sintonia con la verità. « Se tu non vivi come credi, finirai per credere come vivi ».
La presenza di Gesù divide inevitabilmente gli uomini in due categorie: « quelli che vengono alla luce », perché si decidono per Dio e per il suo Inviato, e « quelli che preferiscono le tenebre », rigettando Dio e il suo Inviato.
E’ in questo atteggiamento nei confronti di Cristo che oggi, ogni giorno, anche in questo momento ciascuno di noi è chiamato a decidere della sua vita, a giocarsi il suo destino eterno.

« Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ». Non stancarti di lasciartelo ripetere da Gesù. Nessuna notizia è paragonabile a questa, nessuna è buona e sorprendente come questa.

Hai intuito la portata vertiginosa di tale avvenimento e il suo significato, che ci viene rivelato da Gesù in questa pagina di Vangelo?

Che cosa manca alla tua fede, perché abbia la qualità e la misura voluta da Gesù? 

I DOMENICA di Quaresima anno B

dal sito:

http://www.camillianiroma.org/OMELIE/QUARESIMA_B/1_Quaresima-B.htm

I DOMENICA di Quaresima anno B

L’Alleanza
Il tema di questo “inizio quaresima” è l’Alleanza con Dio, questo progetto di salvezza e non di dolore che Dio propone all’uomo.

Ma vediamo come la Parola di Dio di oggi ci introduce e ci fa capire meglio questa realtà di nuova ed eterna Alleanza. Notate come in tutte e tre le letture c’è una prima parte e una seconda dell’Alleanza tra Dio e l’uomo.

La prima lettura ci parla di Noè e come, dopo il periodo in cui egli fu deriso, insultato e dopo la tristezza del grande Diluvio (la prima parte dell’Alleanza) arriva il gran finale: un arcobaleno in un cielo limpido, ecco il segno dell’Alleanza tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra, ecco la seconda parte dell’Alleanza. La Berith (alleanza in ebraico) è il concetto base di tutto l’Antico Testamento, è il criterio per capire tutto il testo. La Bibbia infatti è la storiadi questo patto tra Dio e l’uomo, Dio vuole farsi capire dall’uomo e vuole stringere con l’uomo un patto d’amore. Chi ha la costanza di superare la prima fase dell’Alleanza, quella di sacrificio arriverà alla seconda, quella di vittoria.

La seconda lettura di S. Pietro ci dice che Gesù nei tre giorni dopo la morte scese negli inferi a liberare tutti coloro che morirono prima di Noè i quali erano “cattivi sì, ma non responsabili della loro cattiveria in quanto non conoscevano ancora il Patto di Dio”, la sua Alleanza. Anche qui si nota come c’è una prima parte dell’Alleanza caratterizzata dalla sofferenza: la passione, la croce e la discesa agli inferi per arrivare poi alla resurrezione e ascensione al cielo di Cristo-Gesù il Messia e Salvatore universale che diventa sovrano sugli angeli e su tutti i poteri della terra; ecco la seconda parte dell’Alleanza, la vittoria finale sul male.

Nel Vangelo Gesù è nel deserto, segno di povertà, di sofferenza e privazioni, tentato da Satana per un lungo tempo, (i 40 giorni sono un simbolo). Ecco la prima parte dell’Alleanza. Ma arriva come sempre nei progetti di Dio la seconda parte e Gesù inizia l’attività di predicatore e guaritore dicendo che il tempo è compiuto, cioè “si è riempito”, “ha traboccato”, il Regno di Dio è arrivato, è giunta la felicità, la vita divinizzata, la vera Alleanza, quella nuova ed eterna, ora è presente, è attuale, non c’è più nulla da aspettare, “credeteci fratelli e sorelle!”, lo diceva Gesù 2.000 anni fa e lo ripetiamo noi oggi. Questa è la seconda parte dell’Alleanza.

Facciamo ora una sintesi e un’attualizzazione di queste letture. L’Alleanza è passare da una fase transitoria di tristezza, di sofferenza, a una fase eterna di gioia, di piena realizzazione, in cui è Dio a darci vittoria. Voi mi potreste obiettare: ma che c’entra questo con la quaresima, con la nostra vita di sofferenza o di confronto con il lato oscuro della vita? Vedete, la quaresima è come il ripetersi dell’Alleanza biblica in due fasi. Molti vedono la quaresima solo umanamente, come se fosse un Ramadan, cioè mettono al centro l’uomo e non Dio. C’è chi intende la quaresima così: “io mi purifico, io digiuno, io faccio penitenza, io mi perfeziono”. Oppure, ancora peggio mettono al centro questa legge, questo comando, questo divieto, come cose da fare per meritarsi premi da Dio. No! la quaresima cristiana è molto più positiva di questo Ramadan mussulmano o di questi esercizi da fachiri indiani, di questa palestra di culturismo spirituale. 

La quaresima cristiana è: partecipare alla lotta di Cristo contro il male. Cristo dopo la resurrezione continua a lavorare nella storia e nel cosmo (attraverso il suo Spirito) per vincere il male e il maligno. Cristo è vivo oggi, è presente in ogni luogo e continua la sua opera di Salvatore, di colui che lotta contro il male (la cattiveria umana e la sua conseguenza: la sofferenza). Voi mi direte: “e i risultati?” I risultati della lotta ora sono parziali, quelli veri li vedremo nei cieli nuovi e terra nuova, alla fine dei tempi che attendiamo con gioia. Tutti noi abbiamo l’onore di partecipare a questa sua lotta contro Satana, attraverso digiuni, preghiere, elemosine o “sofferenze offerte” per chi è malato. Questo è un onore, perché è prestare le nostre capacità, le nostre forze, per la più grande causa possibile, il più alto degli ideali che possano esistere: sconfiggere il male dell’universo e sappiamo che ciò avverrà definitivamente alla fine dei tempi senza il nostro aiuto, ma immaginate che onore se un giorno potremo dire (felici per la vittoria del bene in quel mondo nuovo e meraviglioso) “Dio si è servito anche di me per costruirlo, io ho contribuito con la mia sofferenza offerta, con la mia carità, a vincere il disgustoso dominio del male”. Ecco quindi che la lotta, la penitenza della quaresima non è più un dovere triste e pesante, non è una prima puntata di dolori, ma è un gesto di amore verso Dio e di grande gioia, è la seconda puntata dell’Alleanza, quella con il lieto fine.

IV settimana del Tempo ordinario, 1 febbraio 2009 : Omelia

dal sito:

http://ospiti.peacelink.it/romero/servizio%20biblico/4annumB09.htm

Omelie di Mons. Romero

IV settimana del Tempo ordinario

Dt 18,5-20: Vi susciterò un profeta in mezzo al popolo
Sal 94: Ascoltate la voce del Signore
1Cor 7,32-35: La nubile si preoccupa delle cose del Signore
Mc 1,21-28: Gesù insegnava con autorità

Commento
La parola Deuteronomio deriva da deuteros=secondo e nomos=legge. E’ la seconda versione della legislazione mosaica. La prima parte è distribuita nei primi quattro libri del Pentateuco, specialmente in Esodo, Levitico e Numeri.

Il Deuteronomio fu elaborato a partire da piccoli frammenti compilati dagli autori lungo un periodo superiore ai seicento anni. Il materiale che conosciamo ebbe origini molto diverse. Una parte appartiene alla grande tradizione orale, che la confederazione delle tribù utilizzò per regolare l’applicazione della giustizia all’interno della comunità e tra le tribù al tempo dei Giudici. Un’altra parte proviene dalle tradizioni del Regno del nord, elaborata da gruppi che si opponevano alla monarchia e proponevano legislazioni alternative per cercare di cambiare il governo dispotico installato in Samaria. Un’altra parte è composta da tradizioni orali del Regno del sud, del tempo del re Giosia. Questa diversità fu rielaborata dopo l’esilio dai sacerdoti e dai saggi, fino a raggiungere la forma che oggi conosciamo.

Questo documento ebbe varie edizioni, nelle quali fu successivamente ampliato. Insiste sulla necessità di vivere relazioni interumane giuste. In questo documento, la legge non è una farragine di decreti isolati. Ciascun precetto è in funzione della difesa della vita e della dignità di ciascuna persona nella comunità. La legge esprime la vita intima della comunità, la necessità che ciascuno abbia il minimo necessario per sopravvivere e nessuno viva in una situazione obbrobriosa e miserabile. In questo modo, la legge cessa di essere un abominevole obbligo e diventa un dono che Dio offre a tutto il popolo. Questo dono o alleanza si fonda sul diritto di ciascuna famiglia di possedere il minimo necessario, cioè un pezzo di terra da coltivare e dove possa vivere senza essere un peso per gli altri: « siccome Jahweh ha fatto dono di questo paese al tuo popolo, nessuno può appropriarsi della terra (Dt 15,4) ».

Per questo autore, l’alleanza, la legge o « dono » deve essere interiorizzata. La convivenza nel paese che Dio ha dato al popolo pellegrino esige un cambiamento di mentalità che si traduce in una organizzazione sociale dove il diritto divino prevale su tutte le istituzioni. L’aspetto centrale di questo diritto è la giustizia intraumana, intesa come fondamento della convivenza sociale. « Il re deve essere fratello e rifuggire da vantaggi e interessi personali. Questo aprirsi generosamente agli altri è ciò che dimostra l’appartenenza a Jahweh e ciò che permette l’appartenenza a questo popolo ».

Su questa stessa linea, si colloca la promessa sul profeta che deve venire. Questo profeta è paragonato a Mosé in quanto, è portatore della parola di Dio. Non viene a ricordare al popolo una cosa o l’altra. Viene per indicare quale sia la direzione che il popolo deve seguire. Il profeta si preoccuperà di mantenere vivo lo spirito della legge, sul quale insiste il Deuteronomio, in modo che non si trasformi in una mera formalità, ma che esprima le necessità vitali della comunità e di ciascun essere umano.

Il Deuteronomio da inizio ad una tendenza che Gesù porterà a perfezione. Per Gesù e in generale per tutti i profeti, l’aspetto fondamentale della legge è preservare la dignità, l’intimità ed il valore di ciascun essere umano, il diritto a vivere in una comunità di si è valorizzato per quello che è e non per quello che ha. In questo modo, la legislazione cessa di essere un precetto che dirige una cosa in particolare e si trasforma in espressione delle necessità vitali dell’uomo. La Bibbia chiama questo « portare la legge nel cuore ».

Questo nuovo modo di vedere la legge è quello che Paolo applica alla lettera ai Corinzi. Egli consiglia, suggerisce, da delle opinioni, esorta e ammonisce tendo in considerazione la situazione della comunità, nel contesto sociale e la situazione personale nel contesto comunitario. Non impone criteri rigidi che affliggano la coscienza delle persone, ma cerca che ciascuna persona stia bene nella propria situazione.

La comunità, preoccupata da opinioni contrarie al matrimonio, chiede all’apostolo Paolo: sarebbe meglio non sposarsi? Per Paolo l’importante è che ciascuna persona della comunità cristiana si senta bene e motivata a servire. Per questo il suo messaggio non da orientamenti a quelli che sono sposati, ma si preoccupa dei giudei e degli schiavi. I giudei perché non rinneghino la propria cultura e tradizione, ma perché nemmeno la impongano agli altri. Gli schiavi lì incoraggia a non abbattersi per la propria condizione e a cercare un’opportunità per liberarsi. In questo modo, nessuno può sentirsi inferiore o superiore agli altri. Tutti sono uguali perché all’interno della comunità si rispetta la differenza. Questo è il principio dell’uguaglianza.

In tutti i casi, situazioni, stati civili, posizioni sociali… Paolo insiste sull’urgenza di cercare un cammino per vivere la libertà che ci lasciò Cristo e, essendo liberi, preparare l’irruzione del Regno. Il Signore torna quando la comunità, libera da costrizioni sociali, culturali o ideologici, da testimonianza di un modo di vivere alternativo e liberatore.

Questa capacità di discernere ciascuna situazione nel particolare, fu una delle cose che la folla ammirò maggiormente in Gesù. Mentre altri maestri e leader rispondevano con spiegazioni esaustive e citando codici, precetti e dottrine, Gesù rispondeva con la verità semplice e chiara.

Gesù era interessato alla situazione particolare di ciascun essere umano: alle sue sofferenze, alle idee che lo tormentano, a quelle cose che impediscono di vivere liberamente e spontaneamente. Questo interesse non obbediva ad un interesse politico nascosto, ma ad una genuina valorizzazione di ciascuna persona che incontrava nel cammino. Molti movimenti e gruppi mostrano interesse per gli individui perché questi servono ai propri interessi di proselitismo, mentre poi quando sono diventati propri adepti si disinteressano di loro, lì ignorano o persino lì emarginano. Gesù si manifestò apertamente contro questo modo di agire e lo dichiarò pubblicamente: il sabato – ossia la legge – i costumi, tutto ciò che è prescritto sta al servizio di ciascun uomo e non vale il contrario.

In particolare la sua lotta contro i demoni fu una lotta contro le ideologie delle sinagoghe che cercavano un Messia glorioso, un militare implacabile, un riformatore religioso. Gesù non si identificò mai con questi propositi. Per questa ragione, comanda agli « spiriti immondi » o ideologie oppressive di restare in silenzio e non cercare di sedurlo con false acclamazioni e riconoscimenti.

Il popolo semplice riconosceva questa lotta contro il formalismo della legge e l’ideologia che la sosteneva. La proposta di Gesù lì liberava dal pesante carico morale, economico e culturale che supponeva il compimento dei più di 6000 precetti che erano vigenti per regolare tutti gli aspetti della vita personale e comunitaria. Molta gente si domandava: non sarà quest’uomo il nuovo legislatore? Non sarà l’uomo promesso come sostituto del profeta Mosé? Non sarà la proposta di Gesù, il Regno di Dio, la « nuova legge »? Perché le sue azioni liberatrici e la sua lotta contro il male sono tanto efficaci?

Oggi dobbiamo chiederci: abbiamo seguito la proposta di Gesù secondo cui ciascun essere umano ha un valore infinito? Crediamo che il nostro compito, come annunciatori della Buona Notizia, è quello di aiutare tutti gli uomini a liberarsi dai vincoli che non gli permettono di crescere con libertà e spontaneità? Ha carattere normativo la Buona Notizia di Gesù o la prendiamo alla leggera, come le notizie di ogni giorno?

IV setimana del Tempo Ordinario, 1 febbraio 2009 – Omelia

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090201.shtml

Omelia (01-02-2009) 
don Marco Pratesi
Profeti

La sezione 12,1-26,15 del Deuteronomio costituisce il cosiddetto « codice deuteronomico », una raccolta di leggi che regolano il culto e la vita civile. Il brano 18,9-22 riguarda la figura del profeta (ma vedi anche 13,2-6), colui che parla al popolo a nome di Dio, rendendo nota la volontà divina. Non è infatti possibile una presenza aperta e diretta di Dio, che risulterebbe temibile e addirittra devastante. Al momento dell’alleanza sul Sinai Mosè aveva svolto l’ufficio profetico (cf. Es 20,18-21). Ebbene, Dio assicura che questo ministero non finirà con Mosè: manderà alcuni, scelti in mezzo al popolo, attraverso i quali accompagnerà e illuminerà il cammino di Israele nella storia.
Al profeta si chiede prima di tutto di dire solo quanto Dio ordina e di non farsi portavoce di altri dèi. Una volta che queste due condizioni sono soddisfatte, l’eccellenza del profeta dipenderà dal suo grado di intimità con Dio: la grandezza di Mosè come rivelatore di Dio e profeta sta appunto nel suo intrattenersi « faccia a faccia » con Dio (Dt 34,10). Il profeta autentico non si attribuisce da sé questa missione, è scelto da Dio; ha esperienza di lui; è in grado di distinguere la parola di Dio da quella proveniente da altre fonti, e solo quella vuole portare.
Al popolo è affidato l’impegno di ascoltare e obbedire. Con ciò viene rifiutato ogni tentativo umano di carpire in proprio il mistero delle cose per potersi assicurare la vita con proprie tecniche, di qualunque tipo. All’epoca, l’ancestrale diffidenza nei confronti di Dio e la pretesa di assicurarsi la vita in proprio e senza di lui, assumeva soprattutto la forma del ricorso alla magia e alla divinazione, oggi tutt’altro che tramontato. In generale però qualunque tentativo di impadronirsi del segreto della vita evitando la porta stretta della consegna di sé a Dio nella fede e nell’obbedienza, è da ritenere idolatrico. Da questo punto di vista la superstizione moderna assume molteplici forme, ciascuna delle quali ha i suoi profeti: dai nuovi spiritualismi al razionalismo scientista, dal tecnologismo alla religione della salute.
La fede cristiana legge in questo passo anche una profezia di Gesù, colui che « ha visto il Padre » (cf. Gv 1,18; 6,46; 14,9) e perciò rispecchia fedelmente – non solo con la parola, ma in tutta la persona e la vita – il volto di Dio. In questa intimità unica si radica la sua stupefacente « autorità » dottrinale (cf. Mt 7,29; Mc 1,22.27; Lc 4,32.36). Nella misura in cui ci si mette in ascolto di lui, si è anche in grado, per dono battesimale, di essere veri portavoce dei progetti di Dio, non solo per sé ma anche – nella misura in cui questi ci sono affidati – per i fratelli. 

Padre Cantalamessa, prediche alla casa Pontificia : La fede in Cristo oggi e all’inizio della Chiesa

dal sito:

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=43

La fede in Cristo oggi e all’inizio della Chiesa  
 
2005-12-02- I Predica di Avvento alla Casa Pontificia

(il 2005-2006 dovrebbe essere anno B come il 2008-2009, se non sbaglio)

Santo Padre, due cose sento il bisogno di fare in questo momento: ringraziarla per la fiducia accordatami nel chiedermi di continuare nel mio incarico di Predicatore della Casa Pontificia ed esprimerle la mia totale obbedienza e fedeltà, come successore di Pietro.

Credo che non ci sia un modo più bello di salutare l’inizio di un nuovo pontificato che quello di richiamare alla mente e cercare di riprodurre l’atto di fede su cui Cristo fondò il primato di Pietro. “ Su questa pietra – così sant’Agostino parafrasa le parole di Cristo – edificherò la fede che hai professato. Sul fatto che hai detto:  » Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente « , edificherò la mia Chiesa“ [1] .

Per questo ho pensato di scegliere “la fede in Cristo”, come tema della predicazione di Avvento. In questa prima meditazione cercherò di delineare la situazione in atto nella nostra società circa la fede in Cristo e il rimedio che la Parola di Dio ci suggerisce per fronteggiarla. Nei successivi incontri mediteremo su cosa dice a noi oggi la fede in Cristo di Giovanni, di Paolo, del concilio di Nicea e la fede vissuta di Maria, sua Madre.

1. Presenza – assenza di Cristo

Che ruolo ha Gesù nella nostra società e nella nostra cultura? Penso si possa parlare, a questo riguardo, di una presenza-assenza di Cristo. A un certo livello – quello dei mass-media in generale – Gesù Cristo è molto presente, addirittura una “Superstar”, secondo il titolo di un noto musical su di lui. In una serie interminabile di racconti, film e libri, gli scrittori manipolano la figura di Cristo, a volte sotto pretesto di fantomatici nuovi documenti storici su di lui. Il Codice Da Vinci è l’ultimo e più aggressivo episodio di questa lunga serie. È diventato ormai una moda, un genere letterario. Si specula sulla vasta risonanza che ha il nome di Gesú e su quello che egli rappresenta per larga parte dell’umanità per assicurarsi larga pubblicità a basso costo. E questo è parassitismo letterario.

Da un certo punto di vista possiamo dunque dire che Gesù Cristo è molto presente nella nostra cultura. Ma se guardiamo all’ambito della fede, al quale egli in primo luogo appartiene, notiamo, al contrario, una inquietante assenza, se non addirittura rifiuto della sua persona.

In cosa credono, in realtà, quelli che si definiscono “credenti” in Europa e altrove? Credono, il più delle volte, nell’esistenza di un Essere supremo, di un Creatore; credono che esiste un “aldilà”. Questa però è una fede deistica, non ancora una fede cristiana. Tenendo conto della famosa distinzione di Karl Barth, questa è religione, non ancora fede. Diverse indagini sociologiche rilevano questo dato di fatto anche in paesi e regioni di antica tradizione cristiana, come la regione in cui io stesso sono nato, nelle Marche. Gesù Cristo è in pratica assente in questo tipo di religiosità.

Anche il dialogo tra scienza e fede, tornato ad essere così attuale, porta, senza volerlo, a una messa tra parentesi di Cristo. Esso ha infatti per oggetto Dio, il Creatore. La persona storica di Gesú di Nazaret non vi ha alcun posto. Succede lo stesso anche nel dialogo con la filosofia che ama occuparsi di concetti metafisici, più che di realtà storiche.

Si ripete insomma, su scala mondiale, quello che avvenne all’Areopago di Atene, in occasione della predicazione di Paolo. Finché l’Apostolo parlò del Dio “che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene” e del quale “stirpe noi siamo”, i dotti ateniesi lo ascoltarono con interesse; quando iniziò a parlare di Gesú Cristo “risuscitato dai morti”, risposero con un educato “ti sentiremo su questo un’altra volta” (Atti 17, 22-32).

Basta un semplice sguardo al Nuovo Testamento per capire quanto siamo lontani, in questo caso, dal significato originale della parola “fede” nel Nuovo Testamento. Per Paolo, la fede che giustifica i peccatori e conferisce lo Spirito Santo (Gal 3,2), in altre parole, la fede che salva, è la fede in Gesù Cristo, nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Anche per Giovanni la fede “che vince il mondo” è la fede in Gesú Cristo. Scrive: “Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? (1 Gv 5,4-5)

Di fronte a questa nuova situazione, il primo compito è quello di fare, noi per primi, un grande atto di fede. “Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33), ci ha detto Gesú. Non ha vinto solo il mondo di allora, ma il mondo di sempre, in ciò che ha in sé di refrattario e resistente al vangelo. Dunque, nessuna paura o rassegnazione. Fanno sorridere le ricorrenti profezie sull’inevitabile fine della Chiesa e del cristianesimo nella società tecnologica del futuro. Noi abbiamo una profezia ben più autorevole cui attenerci: “I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35).

Non possiamo però rimanere inerti; ci dobbiamo dare da fare per rispondere in modo adeguato alle sfide che la fede in Cristo affronta nel nostro tempo. Per ri-evangelizzare il mondo post-cristiano, è indispensabile, io credo, conoscere la via seguita dagli apostoli per evangelizzare il mondo pre-cristiano! Le due situazioni hanno molto in comune. Ed è questo che vorrei ora cercare di mettere in luce: come si presenta la prima evangelizzazione? Quale via seguì la fede in Cristo per conquistare il mondo?

2. Kerygma e didachè

Tutti gli autori del Nuovo Testamento mostrano di presupporre l’esistenza e la conoscenza, da parte dei lettori, di una tradizione comune (parado sis) risalente al Gesù terreno. Questa tradizione pre senta due aspetti, o due componenti: una componente chiamata “predicazione” , o annuncio (kerygma) che proclama ciò che Dio ha operato in Gesù di Nazaret, e una componente chiamata “ insegnamento” (didaché) che presenta norme etiche per un retto agire da parte dei credenti [2] . Varie lettere paoline riflettono que sta ripartizione, perché contengono una prima parte kerigmatica, dalla quale discende una seconda parte di carattere parenetico, o pratico.

La predicazione, o il kerygma, è chiamata 1′ “evangelo” [3] ; l’insegnamen to, o didaché, invece, è chiamato la “ legge” , o il co­mandamento, di Cristo, che si riassume nella carità [4] . Di queste due cose, la prima – il kerygma, o vangelo – è ciò che dà origine alla Chiesa; la secon da – la legge, o la carità – che scaturisce dalla prima, è ciò che traccia alla Chiesa un ideale di vita morale, che “ forma” la fede della Chiesa. In questo senso, l’Apo stolo distingue la sua opera di “ padre” nella fede, nei confronti dei corinzi, da quella dei “ pedagoghi” venu ti dopo di lui. Dice: “Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo” (1 Cor 4, 15 ).

La fede, dunque, come tale, sboccia solo in presenza del kerygma, o dell’annuncio. “Come potranno credere – scrive l’Apostolo parlando della fede in Cristo -, senza averlo ascoltato? E come potranno ascoltarlo, senza che nessuno lo annunci?” (Rom 10,14). Alla lettera: “senza che qualcuno proclami il kerygma (choris keryssontos). E conclude: “La fede dipende dunque dall[’ascolto dell]a predicazione” (Rom 10,17), dove per “predicazione” si intende la stessa cosa, e cioè il “vangelo” o il kerygma.

Nel libro Introduzione al cristianesimo, il Santo Padre Benedetto XVI, allora professore di teologia, ha messo in luce le profonde implicazioni di questo fatto. Scrive: “Nella formula ‘la fede proviene dall’ascolto’…viene chiaramente messa a fuoco la distinzione fondamentale tra fede e filosofia…Nella fede si ha una precedenza della parola sul pensiero…Nella filosofia il pensiero precede la parola; essa è quindi un prodotto della riflessione, che poi si cerca di rendere a parole… La fede invece s’accosta sempre all’uomo dall’esterno…non è un elemento pensato dal soggetto, bensì a lui detto, che gli proviene sotto forma di non pensato e non pensabile, chiamandolo direttamente in causa e impegnandolo” [5] .

La fede viene dunque dall’ascolto della predicazione. Ma qual è, esattamente, l’oggetto della “predicazione”? Si sa che sulla bocca di Gesú esso è la grande notizia che fa da sfondo alle sue parabole e da cui scaturiscono tutti i suoi insegnamenti: “È venuto a voi il Regno di Dio!”. Ma qual è il contenuto della predicazione sulla bocca degli apostoli? Si risponde: l’opera di Dio in Gesù di Nazaret! È vero, ma c’è qualcosa di ancora più ristretto, che è il nucleo germinativo di tutto e che, rispetto al resto, è come il vomere, quella spe cie di spada davanti all’aratro che rompe per primo il terreno e permette all’aratro di tracciare il solco e rivoltare la terra.

Questo nucleo più ristretto è l’esclamazione: “Gesù è il Signore!”, pro­nunciata e accolta nello stupore di una fede “statu nascenti”, cioè nell’atto stesso di nascere. Il mistero di questa parola è tale che essa non può essere detta “se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3 ). Da sola, essa fa entrare nella salvezza chi crede nella sua risurrezione: “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti sarai salvo” (Rm 10, 9).

“Come la scia di un bel vascello – direbbe Ch. Péguy – va allargandosi fino a sparire e a perdersi, ma comin cia con una punta che è la punta stessa del vascello”, così – aggiungo io – la predicazione della Chiesa va allargandosi, fino a costituire un immenso edificio dottrinale, ma comin cia con una punta e questa punta è il kerygma: “Gesù è il Signore!“ .

Quello dunque che nella predicazione di Gesù era l’esclamazione: “È venuto il regno di Dio!”, nella predicazione degli apostoli è l’esclamazione: “ Gesù è il Signore!“. E tuttavia nessuna opposi zione, ma continuità perfetta tra il Gesú che predica e il Cristo predicato, perché dire: “Gesù è il Signore!“ è come dire che in Gesù, crocifisso e risor to, si è realizzato il regno e la sovranità di Dio sul mondo.

Dobbiamo intenderci bene per non cadere in una ricostruzione irreale della predicazione apostolica. Do po la Pentecoste, gli apostoli non vanno in giro per il mondo, ripetendo sempre e soltanto: “ Gesù è il Signo re! “. Quello che facevano, quando si trovavano ad annunciare per la prima volta la fede in un certo am biente, era, piuttosto, di andare dritti al cuore del vangelo, proclamando due fatti: Gesù è morto – Ge sù è risorto, e il motivo, di questi due fatti: è morto “per i nostri peccati” ; è risor to “ per la nostra giustificazione” (cf. 1 Cor 15, 4; Rm 4, 25).

Paolo ricorda così ai corinzi quello che aveva loro annunciato nella sua prima venuta presso di loro: “Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto…Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15.1-4). Questo è ciò che egli chiama “il vangelo”. Questo è anche il nocciolo dei discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli: “Voi avete ucciso Gesù di Nazaret, Dio lo ha risusci tato, e lo ha costituito Signore e Cristo” [6] .

L’annuncio: “Gesù è il Signo re! “ non è altro, come si vede, che la conclu­sione, ora implicita ora esplicita, di questa breve sto ria, narrata in forma sempre viva e nuova, anche se sostanzialmente identica, ed è, nello stesso tempo, ciò in cui tale storia si riassume e diventa operante per chi l’ascolta. “Cristo Gesù … spogliò se stesso… facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato… perché ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore” (Fi1 2, 6-11).

La proclamazione: “Gesù è il Signore!“ non costitui sce dunque, da sola, l’intera predicazione, ne è però l’anima e, per così dire, il sole che la illumina. Essa stabilisce una specie di comunione con la storia di Cristo attraverso la “ particola” della parola e fa pensare, per analogia, alla comunione che si opera con il corpo di Cristo attraverso la particola di pane nell’Eucaristia.

Venire alla fede è l’improvviso e stupito apri re gli occhi a questa luce. Rievocando il momento della sua conversione, Tertulliano lo descrive come un uscire dal grande utero buio dell’ignoranza, trasalendo alla luce della Verità [7] . Era come il dischiudersi di un mondo nuovo; la Prima Lettera di Pietro lo definisce un passare “dalle tenebre all’ammirabile luce” (1 Pt 2, 9; Col 1, 12 ss. ).

3. Riscoprire il kerygma

Richiamiamo alcune caratteristiche essenziali del kerygma. Esso, come ha spiegato bene l’esegeta Heinrich Schlier, ha un carattere assertivo e autoritati vo, non discorsivo o dialettico. Non ha bisogno, cioè, di giustificarsi con ragionamenti filosofici o apologetici: lo si accetta, o non lo si accetta e basta. Non è qualcosa di cui si possa disporre, perché è esso che dispone di tutto; non può essere fondato da qualcuno, perché è Dio stesso che lo fonda ed è esso che fa poi da fondamento all’esistenza [8] . È un parlare profetico nel senso più forte del termine.

Il pagano Celso, nel II secolo, scrive infatti indignato: “I cristiani si comportano come coloro che credono senza ragione. Alcuni di essi non vogliono neppure dare o ricevere ragione intorno a ciò che credono e usano formule come queste: « Non discutere ma credi; la fe de ti salverà. La sapienza di questo secolo è un male e la stoltezza è un bene » [9] .

Celso (che qui ci appare straordinariamente vicino ai moderni fautori del pensiero debole”) vorrebbe, in so stanza, che i cristiani presentassero la loro fede in modo dialettico, sottomettendola, cioè, in tutto e per tutto, alla ricerca e alla discussione, di modo che essa possa rientrare nel quadro generale, accettabile anche filosoficamente, di uno sforzo di autocomprensione dell’uomo e del mondo che rimarrà sempre provvisorio e aperto.

Naturalmente, il rifiuto dei cristiani di dare prove e di accettare discussioni non riguardava l’intero itinerario della fede, ma solo il suo inizio. Essi non rifuggivano, nemmeno in quest’epoca apostolica, dal confronto e dal “dare ragione della loro speranza” anche ai greci (cf. 1 Pt 3, 15 ). Gli apologisti del II-III secolo ne sono la riprova. Solamente, pensavano che la fede stessa non poteva scaturire da quel confronto, ma do veva precederlo come opera dello Spirito e non della ragione. Questa poteva, al massimo, prepararla e, una volta accolta, mostrarne la “ragionevolezza”.

Altra caratteristica. Esso ha, per così dire, un carattere esplosivo, o germinativo; somiglia più al seme che dà origine all’albero, che non al frutto maturo che sta in cima all’albero e che, nel cristianesimo, è costituito piuttosto dalla carità. Non è ottenuto per concentrazione, o per riassunto, quasi fos se il midollo della tradizione; ma sta a parte, o, me­glio, all’inizio di tutto. Da esso si sviluppa tutto il resto, compresi i quattro vangeli che furono scritti in seguito proprio per illustrare il kerygma.

Su questo punto si ebbe una evoluzione dovuta alla situazione generale della Chiesa. Nella misura in cui si va verso un regime di cristianità, in cui tutto intorno è cristiano, o si considera tale, si avverte meno l’importanza della scelta iniziale con cui si diventa cristiani, tanto più che il battesi mo è ormai somministrato normalmente ai bambini, i quali non sono in grado di fare tale scelta propria. Ciò che più si accentua, della fede, non è tanto il momento iniziale, il miracolo del venire alla fede, quanto piuttosto la completezza e l’ortodossia dei con tenuti della fede stessa.

Questa situazione incide oggi fortemente sull’evangelizzazione. Le Chiese con una forte tradizione dogmatica e teologica (come è, per eccellenza, la Chiesa Cattolica) rischiano di trovarsi svantaggiate, se al di sotto dell’immenso patrimonio di dottrina, leggi e istituzioni non ritrovano quel nucleo primordiale capace di suscitare per se stesso la fede.

Presentarsi all’uomo d’oggi, digiuno spesso di ogni conoscenza di Cristo, con tutto il ventaglio di questa dottrina è come mettere uno di quei pesanti piviali di broccato di una volta sulle spalle di un bambino. Siamo più preparati dal nostro passato ad essere “pastori” che ad essere “pescatori” di uomini; cioè, meglio preparati a nutrire la gente che viene in chiesa che portare persone nuove alla Chiesa, o ripescare quelli che si sono allontanati e ne vivono ai margini.

È questo una delle cause per cui in certe parti del mondo tanti cattolici abbandonano la Chiesa cattolica per altre realtà cristiane; sono attratti da un annuncio semplice ed efficace che le mette in diretto contatto con Cristo e fa loro sperimentare la potenza del suo Spirito.

Se da una parte c’è da rallegrarsi che queste persone abbiano ritrovato una fede vissuta, dall’altra è triste che per farlo abbiano abbandonato la loro Chiesa. Con tutto il rispetto e la stima che dobbiamo avere per queste comunità cristiane che non sono tutte delle sette (con alcune di esse la Chiesa cattolica mantiene da anni un dialogo ecumenico, cosa che non farebbe certo con delle sette!), bisogna dire che esse non hanno i mezzi che ha la Chiesa cattolica di portare le persone alla perfezione della vita cristiana.

Presso molti di loro tutto continua a ruotare, dall’inizio alla fine, intorno alla prima conversione, alla cosiddetta nuova nascita, mentre per noi cattolici questo è solo l’inizio della vita cristiana. Dopo di esso deve venire la catechesi e il progresso spirituale che passa attraverso il rinnegamento di se, la notte della fede, la croce, fino alla risurrezione. La Chiesa cattolica ha una ricchissima spiritualità, innumerevoli santi, il magistero e soprattutto i sacramenti.

Bisogna dunque che l’annuncio fonda mentale, almeno una volta, sia proposto tra noi, nitido e scar no, non solo ai catecumeni, ma a tutti, dal momento che la maggioranza dei credenti di oggi non è passata attraverso il catecumenato. La grazia che alcuni dei nuovi movimenti ecclesiali costituiscono oggi per la Chiesa consiste proprio in questo. Essi sono il luogo dove persone adulte hanno finalmente l’occasione di ascoltare il kerygma, rinnovare il proprio battesimo, scegliere consapevolmente Cristo come proprio Signore e salvatore personale e di impegnarsi attivamente nella vita della loro Chiesa.

La proclamazione di Gesù come Signore dovrebbe trovare il suo posto d’onore in tutti i momenti forti della vita cristiana. L’occasione più propizia sono forse i funerali perché di fronte alla morte l’uomo si interroga, ha il cuore aperto, è meno distratto che in altre occasioni. Niente come il kerygma cristiano ha da dire all’uomo, sulla morte, una parola a misura del problema”.

4. Riscegliere Gesú come Signore

Siamo partiti dalla domanda: “che posto occupa Cristo nella società attuale?”; ma non possiamo terminare senza porci la domanda più importante in un contesto come questo: “che posto occupa Cristo nella mia vita?”. Richiamiamo alla mente il dialogo di Gesú con gli apostoli a Cesarea di Filippo: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?…Ma voi chi dite che io sia?” (Mt 16 13-15). La cosa più importante per Gesú non sembra essere cosa pensa di lui la gente, ma cosa pensano di lui i suoi più intimi discepoli.

Ho accennato sopra alla ragione oggettiva che spiega l’importanza della proclamazione di Cristo come Signore nel Nuovo Testamento: essa rende presenti e operanti in chi la pronuncia gli eventi salvifici che ricorda. C’è però anche una ragione soggettiva, ed esistenziale. Dire “Gesù è il Signore!” significa prendere una decisione di fatto. È come dire: Gesù Cristo è il “mio” Signore; gli riconosco ogni diritto su di me, gli cedo le redini della mia vita; io non voglio vivere più “per me stesso”, ma “per lui che è morto e risorto per me” (cf. 2 Cor 5,15).

Proclamare Gesù come proprio Signore, significa sottomettere a lui ogni zona del nostro essere, far penetrare il vangelo in tutto ciò che facciamo. Significa, per ricordare una frase del venerato Giovanni Paolo II, “aprire, anzi spalancare le porte a Cristo”.

Mi è capitato a volte di trovarmi ospite di qualche famiglia e ho visto cosa succede quando suona il citofono e si annuncia una visita inattesa, La padrona di casa si affretta a chiudere le porte delle stanze in disordine, con il letto non rifatto, in modo da guidare l’ospite nel locale più accogliente. Con Gesù bisogna fare esattamente il contrario: aprirgli proprio le “stanze in disordine” della vita, soprattutto la stanza delle intenzioni… Per chi lavoriamo e per che cosa lo facciamo? Per noi stessi o per Cristo, per la nostra gloria o per quella di Cristo? È il modo migliore per preparare in questo Avvento una culla accogliente a Cristo che viene a Natale.

[1] S. Agostino, Sermo 295,1 (PL 38,1349).

[2] Cf. C. H. Dodd, Storia ed Evangelo, Brescia, Paideia, 1976, pp. 42 ss.

[3] Cf., per esempio, Mc 1, 1; Rm 15, 19; Gal 1, 7.

[4] Cf. Gal 6, 2; 1 Cor 7, 25; Gv 15, 12; 1 Gv 4, 21.

[5] J.Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Brescia, Queriniana, 1969, pp. 56 s.

[6] Cf. At 2, 22-36; 3, 14-19; 10, 39-42.

[7] Tertulliano, Apologeticum, 39, 9: “ad lucem expa vescentes véritatis” .

[8] H. Schlier, Kerygma e sophia, in Il tempo della Chiesa, Bologna 1968, pp. 330-372.

[9] In Origene, Contra Celsum, I, 9. 

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