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Card. Caffarra: Mt 13,44-52 – La parabola della perla preziosa

dal sito:

http://www.caffarra.it/om280702.php

XVII DOMENICA PER ANNUM (A)
Parrocchia di San Benedetto
28 luglio 2002

Mt 13,44-52 – La parabola della perla preziosa

1. « Trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra ». La parabola della perla preziosa narra la vicenda umana di ciascuno di noi: di voi giovani, in particolare. Così come la parabola immediatamente precedente del tesoro nascosto nel campo.

Dentro al campo della storia umana è stato nascosto un tesoro; è stata posta una perla preziosa. Quale? La persona stessa di Gesù il Cristo, Figlio di Dio fattosi uomo, posta in mezzo a noi perché – come ci ha detto S. Paolo – ognuno di noi divenisse conforme a Lui. Noi entriamo nel regno di Dio, noi scopriamo la verità intera su noi stessi ed il senso della nostra vita quando scopriamo il tesero che è Cristo, troviamo la perla che è Cristo.

Leggendo attentamente la parabola della perla preziosa , voi vedete che il « mercante va in cerca di perle preziose ». La scoperta è anche frutto di una ricerca che gli fa trovare « perle preziose » prima di trovarne « una … di grande valore ». Nella prima lettura avete sentito che il giovane Salomone poteva chiedere al Signore il possesso di tante perle: una lunga vita, la ricchezza, la morte dei suoi nemici. Ma egli ha chiesto « un cuore docile perché sappia rendere giustizia … e sappia distinguere il bene dal male ». E’ qui raffigurata in tutta la sua rischiosità la nostra vicenda umana. Essa è costruita sulla base della ricerca di quei beni – le perle preziose – che riteniamo possano soddisfare i nostri desideri. Che cosa è infatti la persona umana se non un desiderio insonne di felicità, di verità, di bontà, di giustizia, di amicizia? Occorre però che non sbagliamo in questa ricerca; che non cadiamo nell’errore di chi pensa che basti aver trovato tante perle preziose senza « la perla di grande valore ». Di chi pensa che in fondo quei beni limitati che sono alla portata delle nostre forze siano sufficienti, nel loro insieme, a dare un senso pieno alla nostra vita.

Non ha commesso questo errore il giovane Salomone; non ha commesso questo errore colui che « pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo »; quel mercante che « trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra ». Commette invece quell’errore il giovane a cui Gesù propone di vendere tutto per avere un tesoro ben più grande nel seguire Cristo [cfr. Mc 10,21].

Perché l’uomo della parabola « va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi », mentre, il giovane che incontra Cristo « se ne andò afflitto, perché aveva molti beni »? chi ha ragione? Carissimi, ci aiuta S. Paolo a rispondere: noi siamo stati creati in vista di Cristo. Ciascuno di noi è fatto in modo tale da avere in Lui e per Lui solo la vita: « mente e desiderio sono stati foggiati in funzione di Lui; per conoscere Cristo abbiamo ricevuto il pensiero, per correre verso di lui il desiderio, e la memoria per portarlo in noi … amare o pensare qualunque cosa che non sia lui significa sottrarci al necessario e deviare dalle tendenze poste originariamente nella nostra natura » [N. Cabasilas, La vita in Cristo, C.N. ed., Roma 1994, pag.309 e 312].

2. Al giovane Salomone furono però concessi in sovrappiù anche quei beni che non aveva chiesto. Un grande maestro della Chiesa antica ha scritto: « la perla di gran valore è il Cristo di Dio … una volta trovato lui, si afferrano facilmente tutte le altre realtà » [Commento al Vangelo di Matteo/1, CN ed., Roma 1998, pag. 95-96]. In Cristo noi ritroviamo centuplicati tutti i beni vari, anche se limitati, che fuori di Lui ci fanno deviare dalla via che ci porta alla perfetta beatitudine.

In Lui il possesso e l’uso del denaro non è prepotente auto-affermazione a spese dell’altro; il rapporto uomo-donna non è più reciproco uso uno dell’altro per la propria felicità individuale; il lavoro o lo studio non si limita più ad essere prezzo pagato al successo. In Lui ogni vero bene creato acquista una consistenza, un sapore insospettato.

Carissimi giovani, la vostra umanità così insidiata oggi trova in Cristo la sua salvaguardia. Partite da questa esperienza custodendo sempre nel cuore quella certezza che abbiamo espresso nel Salmo: « meravigliosa è la tua alleanza, per questo le sono fedele; la tua parola nel rivelarsi illumina ».

XXV Domenica del Tempo Ordinario , Omelia, Vescovo Paglia

dal sito:

http://www.terninarniamelia.it/omelia_dett.asp?ID=48

XXV Domenica del Tempo Ordinario  

Marco (9, 30-37)

“Gesù e i discepoli partirono di là e attraversarono tutta la Galilea”. Queste parole del Vangelo di Marco ci introducono nel viaggio appena intrapreso da Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme; un viaggio che più volte l’evangelista ricorderà nei capitoli seguenti.
La scena che ci viene presentata dal Vangelo è semplice: Gesù prende con sé i discepoli e “cammina davanti a loro” – è così del pastore che guida il suo gregge – dirigendosi verso Gerusalemme. Potremmo vedere in questa bella immagine evangelica il ritrovarsi dei cristiani ogni domenica attorno al loro Maestro e Pastore. Lungo la strada, com’è suo solito, Gesù parla con i suoi discepoli. Ma questa volta non appare anzitutto come maestro bensì come l’amico che apre il suo cuore ai suoi amici più intimi.
Sì, Gesù, che non è un eroe freddo e solitario che può fare a meno di tutti, sente invece il bisogno di confidare ai discepoli i pensieri più segreti che agitano in quel momento il suo cuore. E dice loro: “Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno”. E’ la seconda volta che ne parla. Quando lo disse la prima volta, Pietro, che aveva cercato di dissuadere Gesù dal suo cammino, fu aspramente rimproverato. Gesù sente il bisogno di confidarsi di nuovo. Evidentemente è oppresso da una grande angoscia. La stessa che sentirà nell’orto del Getsemani e che lo farà sudare sangue. Tuttavia, ancora una volta, nonostante la familiarità che pure si era creata, nessuno dei discepoli comprende il cuore e i pensieri di Gesù. Eppure non era difficile ricordare qualcuno dei brani della Scrittura dove la vita del giusto è descritta come piena di tribolazioni. Il libro della Sapienza narra, appunto, di una congiura che uomini empi e potenti tramano, con disinvoltura e sicurezza, contro il giusto: “tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo e contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta… Condanniamolo ad una morte infame, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (2, 17-20). Forse i discepoli ricorderanno queste parole solo al termine del viaggio, a Gerusalemme, quando esse si realizzeranno quasi alla lettera sulla croce. Ora, nessuno comprende. Eppure, le parole sono drammaticamente chiare.
Ma perché i discepoli non le comprendono? La risposta è semplice. Non comprendono quel che Gesù dice perché il loro cuore e la loro mente sono lontani dal cuore e dalla mente del Maestro; le loro ansie sono altre rispetto a quelle di Gesù, e il loro cuore batte per ben diverse preoccupazioni. Come possono capire stando così distanti? Gesù è angustiato per la sua morte, mentre loro sono preoccupati per il posto, per chi di loro è il primo. E’ un’esperienza che ci è molto familiare: in questo non siamo dissimili da loro, e continuiamo a comportarci come loro. Il seguito del racconto evangelico, potremmo dire, è davvero disarmante. L’evangelista fa supporre che Gesù, durante il cammino, sia restato solo davanti al gruppo dei discepoli, i quali, rimasti appunto indietro senza tener conto delle drammatiche parole confidategli dal Maestro, si sono messi a discutere su chi tra loro dovesse prendere il primo posto. E’ davvero disarmante il loro atteggiamento e incredibile la distanza da Gesù e dalle sue preoccupazioni! Arrivati in casa a Cafarnao Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo lungo la via. Ma “essi tacevano”, nota l’evangelista. Finalmente provavano almeno un po’ di vergogna per quello di cui avevano discusso. E fecero bene. La vergogna è il primo passo della conversione, essa nasce, infatti, dal riconoscersi distanti da Gesù e dal Vangelo. Il peccato è la distanza da Gesù, prima ancora che un gesto cattivo in particolare. E se la vergogna per tale distanza non c’è, dobbiamo preoccuparci. Quando non c’è vergogna del proprio peccato, quando si attutisce la coscienza del male che si compie, quando non si dà il peso al proprio peccato, ci si esclude di fatto dal perdono. E il vero dramma della nostra vita è quando non c’è nessuno che ci chiede, che ci interpella, come fece Gesù con i discepoli: “di cosa stavate discutendo?” Resteremmo prigionieri di noi stessi e delle nostre ben misere sicurezze.
La domenica è il giorno del perdono, perché possiamo accostarci ancora al Signore che ci parla, che ci interpella, che ci permette di prendere coscienza della nostra povertà e del nostro peccato. Scrive l’evangelista: “Gesù sedutosi, chiama i dodici attorno a sé” e si mette a spiegare loro ancora una volta il Vangelo e a correggere la stortura del loro cuore e dei loro atteggiamenti. E’ una scena emblematica per la comunità cristiana, potremmo dire che ne è come l’icona. Ognuno di noi, ogni comunità cristiana, deve radunarsi, e con frequenza, attorno al Vangelo per ascoltare l’insegnamento del Signore, per nutrirsi del pane disceso dal cielo, per correggere il proprio comportamento, per riempire il cuore e la mente dei sentimenti e dei pensieri del Signore. Gesù, guardando con speranza quel piccolo gruppo di discepoli, iniziò a parlare ribaltando completamente le loro concezioni: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Anche a Giacomo e Giovanni risponderà nello stesso modo: “Chi vuol essere grande tra di voi sia vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sia il servo di tutti” (Mc l0, 43-44). Gesù sembra non contestare la ricerca di un primato da parte dei discepoli. Ne rovescia però la concezione: è primo chi serve, non chi comanda. E perché comprendano bene quello che vuol dire, prende un bambino, lo abbraccia e lo mette in mezzo al gruppo dei discepoli, è un centro non è solo fisico, ma di attenzione, di preoccupazione, di cuore.
Quel bambino – vuol dire il Signore ai discepoli – deve stare al centro delle preoccupazioni delle comunità cristiane. E ne spiega immediatamente il motivo: “Chi accoglie uno di questi bambini, accoglie me”. L’affermazione è sconvolgente: nei piccoli, negli indifesi, dei deboli, nei poveri, nei malati, in coloro che la società rifiuta e allontana, è presente Gesù, anzi il Padre stesso. Tale insegnamento percorre trasversalmente ogni pagina evangelica e fa parte essenziale della spiritualità di ogni discepolo, di ogni credente. “Farsi piccoli” non significa assumere un atteggiamento umilista e remissivo (spesso questo vuol dire disinteresse, rassegnazione o fuga da responsabilità), bensì accogliere dentro le nostre preoccupazioni e dentro i nostri pensieri (il che non significa trovare sempre soluzioni) tutti i piccoli e gli indifesi. Essi continuano ad essere posti da Gesù stesso al centro di ogni comunità cristiana. Beati noi se li accogliamo e li abbracciamo come fece Gesù con quel bambino!

Il Vescovo Paglia  

Omelia per la domanica XXV del Tempo Ordinario, Eremo San Biagio

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/16168.htmlOmelia

(20-09-2009) 

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
“Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti.”

Come vivere questa Parola?
È un linguaggio controcorrente quello di Gesù nel vangelo odierno.
La croce, che ci ha invitati a prendere e a seguirlo (vangelo di domenica scorsa) non è solo la sofferenza e la morte che comunque prima o poi arriva, ma è uno stile di vita che oggi ci invita a ‘scegliere’ ciascuno di noi in prima persona: quello del servizio e del dono completamente in perdita.
In un mondo che fin dall’adolescienza ci educa ad essere ‘premier’-primi per avere un posto di prestigio e di potere…, la parola di Gesù è un paradosso! Solo gli ingenui e gli ‘idioti’ possono intenderla!
Eppure la parola di Gesù è esplicita: « Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti ».
Di più! Il padrone stesso si faccia ‘volontariamente il servitore di tutti’!
Questa è una rivoluzione! Ma attenzione: una rivoluzione da fare all’interno dell’uomo: un cambiamento del cuore.. la rinuncia a dominare gli altri, asservendoli ai propri bisogni. Secondo il vangelo di Gesù primi si può essere solo nel servizio, nel dono di sé, nel gesto d’amore…
Gesù prende un bambino e lo pone in mezzo: ecco il bambino è l’emblema della minorità, della secondità, della debolezza. Il bambino non ha nulla da darti, chiede solo che tu lo ami, che tu lo serva… “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. Che non ci capiti, per la mania da ‘premier’ che spesso ci prende, di non accogliere Gesù nel povero che stende la mano, nel malato che attende un sorriso, nel depresso che cerca una mano amica. Facciamoci servi dei servi, forse potremo avere la fortuna di incontrare il Servo Gesù!
Nel mio rientro al cuore di oggi, chiedo allo Spirito Santo di illuminare gli angoli bui della mia coscienza, dove si annidano pensieri e sentimenti di potere, di vanagloria, di competitività.

Vieni Spirito purificatore, ridammi ogni giorno la consapevolezza della mia piccolezza e la gioia di poterla mettere a servizio del Regno dei cieli.

La voce di un grande testimone
Tutta la vita dell’uomo in altro non consiste che nel gettare via tutto, nello spogliarsi di tutto e di sé, per essere “preda” di Dio in Cristo, sicché l’uomo non abbia nel mondo più nome, più famiglia, più patria, non professione o ricchezza o sapienza o bontà – più nulla.

Divo Barsotti 

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE – OMELIA

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13601.html

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE  – OMELIA

Omelia (14-09-2008) 
padre Paul Devreux

Oggi la festa dell’Esaltazione della Croce, nata nel 335 quando Costantino ed Elena inaugurarono la basilica che sta sul Golgota e sul Santo Sepolcro.

E’ importante domandarsi se io esalto la croce, perché è il segno che ne ho capito il significato e la salvezza che ne deriva; salvezza da un’immagine di Dio che non corrisponde a quella che Gesù è venuto a rivelarci, salvezza che comincia con la conoscenza di questo Dio.

Gesù dice che è disceso dal cielo e quindi può parlare e spiegare chi è questo Dio, e per farlo bisogna che sia innalzato sulla croce.Questo è un discorso scandaloso per i Giudei e stoltezza per i pagani dice San Paolo. Scandaloso perché consideravano che il segno della benedizione di Dio è lo stare bene in tutti i sensi, mentre l’andare in croce era segno di maledizione e abbandono di Dio; questa è una mentalità che abbiamo un poco ancora oggi, tanto è vero che ci scandalizziamo se un giovane o una persona da bene si ammala, muore o subisce un’ingiustizia qualsiasi. I pagani considerano che un re è uno che va elevato su un trono, è uno che ha potere. Finire in croce è tutto il contrario.

Come facciamo noi ad esaltare una situazione che per tutti è una disgrazia? Lo facciamo chiaramente alla luce della risurrezione che ci apre la prospettiva della vita eterna, ma per ottenere questo bastava che Gesù morisse di una qualsiasi morte naturale e risorgesse dopo qualche giorno. La morte in croce invece è necessaria per rivelarci un Dio che si lascia trattare così. La sua onnipotenza si rivela proprio in questa capacità di continuare ad amare l’uomo malgrado il fatto che l’uomo da sempre lo rifiuta, lo fraintende, dice male di lui e tende ad ucciderlo. Questo smonta ogni immagine di un Dio autoritario e da tenere buono con sacrifici, pratiche religiose, ecc.

Dio ama l’uomo perché è la sua creatura e se la voleva diversa la faceva diversa.

Capire questo apre il cuore e la mente alla scoperta di un Dio veramente grande, e io mi rendo conto che esaltare questa croce e non la mia bontà, i miei sacrifici, è il segno che sto intravedendo dalla croce, la totale gratuità di Dio nei miei confronti. 

Padre Cantalamessa, omelia per domani 13 settembre 2009: Per te chi sono?, continua a chiedere Gesù a ciascuno

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=8010

Per te chi sono?, continua a chiedere Gesù a ciascuno

padre Raniero Cantalamessa

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (17/09/2006)
Vangelo: Mc 8,27-35  
Tutti e tre i Sinottici riferiscono l’episodio di Gesù che a Cesarea di Filippo chiede agli apostoli quali sono le opinioni della gente su di lui. Il dato comune a tutti e tre è la risposta di Pietro: « Tu sei il Cristo ». Matteo aggiunge: « il Figlio di Dio vivente » (Mt 16, 16) che potrebbe, però, essere una esplicitazione dovuta alla fede della Chiesa dopo la Pasqua.

Ben presto il titolo Cristo divenne un secondo nome di Gesù, quasi come noi diciamo Dante Alighieri, o Giovanni Paolo, o Pier Luigi. Lo si incontra oltre 500 volte nel Nuovo Testamento quasi sempre nella forma composta « Gesù Cristo », o « nostro Signore Gesù Cristo ». Ma all’inizio non era così. Tra Gesù e Cristo c’era sottinteso un verbo: « Gesù è il Cristo ». Dire « Cristo » non era chiamare Gesù per nome, ma fare una affermazione su di lui.

Cristo, si sa, è la traduzione greca dell’ebraico Mashiah, Messia, ed entrambi significano « unto ». Il termine deriva dal fatto che nell’Antico Testamento re, profeti e sacerdoti, al momento della loro elezione, venivano consacrati mediante una unzione con olio profumato. Sempre più chiaramente però nella Bibbia si parla di un Unto, o Consacrato, speciale che verrà negli ultimi tempi per realizzare le promesse di salvezza di Dio al suo popolo. È il cosiddetto messianismo biblico, che assume diverse colorazioni a seconda che il Messia venga visto come un futuro re (messianismo regale) o come il Figlio dell’uomo di Daniele (messianismo apocalittico).

Tutta la tradizione primitiva della Chiesa è unanime nel proclamare che Gesù di Nazareth è il Messia atteso. Lui stesso, secondo Marco, si proclamerà tale davanti al Sinedrio. Alla domanda del Sommo Sacerdote: « Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? », egli risponde: « Io lo sono » (Mc 14, 61 s.).

Tanto più quindi sconcerta il seguito del dialogo di Gesù con i discepoli a Cesarea di Filippo: « E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno ». Ma il motivo è chiaro. Gesù accetta di essere identificato con il Messia atteso, ma non con l’idea che il giudaismo aveva finito per farsi del Messia. Nell’opinione dominante, questi era visto come un capo politico e militare che avrebbe liberato Israele dal dominio pagano e instaurato con la forza il regno di Dio sulla terra.

Gesù deve correggere profondamente questa idea, condivisa dagli stessi suoi apostoli, prima di permettere che si parlasse di lui come Messia. A questo mira il discorso che segue immediatamente: « E incominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire… ». La dura parola rivolta a Pietro che cerca di distoglierlo da tali pensieri: « Lungi da me, Satana », è identica a quella rivolta al tentatore nel deserto. In entrambi i casi si tratta infatti dello stesso tentativo di distoglierlo dal cammino che il Padre gli ha indicato – quello del Servo di Jahvè sofferente – per un altro che è « secondo gli uomini, non secondo Dio ».

La salvezza verrà dal sacrificio di sé, dal « dare la vita in riscatto per molti », non dall’eliminazione del nemico. In tal modo da una salvezza temporale si passa a una salvezza eterna, da una salvezza particolare, destinata a un solo popolo, si passa a una salvezza universale.

Purtroppo dobbiamo costatare che l’errore di Pietro si è ripetuto nella storia. Anche certi uomini di Chiesa e perfino successori di Pietro si sono comportati, in certe epoche, come se il regno di Dio fosse di questo mondo e dovesse affermarsi con la vittoria (se necessario anche delle armi) sui nemici, anziché con la sofferenza e il martirio.

Tutte le parole del vangelo sono attuali, ma il dialogo di Cesarea di Filippo lo è in maniera tutta speciale. La situazione non è mutata. Anche oggi su Gesù ci sono le più diverse opinioni della gente: un profeta, un grande maestro, una grande personalità. È diventata una moda presentare Gesù, negli spettacoli e nei romanzi, nelle fogge e con i messaggi più strani. Il Codice da Vinci è solo l’ultimo episodio di una lunga serie.

Nel vangelo Gesù non sembra sorprendersi delle opinioni della gente, né si attarda a smentirle. Solo pone una domanda ai discepoli e così fa anche oggi: « Per voi, anzi per te, chi sono io? ». C’è un salto da fare che non viene dalla carne e dal sangue, ma è dono di Dio da accogliere mediante la docilità a una luce interiore da cui nasce la fede. Ogni giorno ci sono uomini e donne che fanno questo salto. A volte si tratta di persone famose – attori, attrici, uomini di cultura – e allora fanno notizia. Ma infinitamente più numerosi sono i credenti sconosciuti. Talora i non credenti scambiano queste conversioni per debolezza, crisi sentimentali, o ricerca di popolarità e può darsi che in qualche cosa ciò sia vero. Ma sarebbe mancanza di rispetto della coscienza altrui gettare il discredito su ogni storia di conversione.

Una cosa è certa: quelli che hanno fatto questo salto non tornerebbero indietro per nulla al mondo e anzi si stupiscono di aver potuto vivere tanto tempo senza la luce e la forza che vengono dalla fede in Cristo. Come S. Ilario di Poitiers che si convertì da adulto, essi sono pronti ad esclamare: « Prima di conoscerti, io non esistevo »

Omelia (10-09-2006) – Quei segni davvero rivolti a tutti

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/7930.html

Omelia (10-09-2006) 

don Bruno Maggioni
Quei segni davvero rivolti a tutti

Per comprendere il Vangelo di questa domenica (Mc 7,31-37) è anzitutto necessario osservare per esempio l’annotazione geografica che introduce l’episodio: Gesù si trova nel territorio della Decapoli, cioè in una regione pagana. Il racconto acquista in tal modo il significato di universalità. Il miracolo è in favore di una persona che, secondo la concezione del tempo, avrebbe dovuto essere esclusa dalla salvezza, o per lo meno avrebbe dovuto essere raggiunta in un secondo momento: prima gli ebrei, poi i pagani. L’evangelista ci fa comprendere che il «prima» e il «poi» appartengono alla grettezza dell’uomo, non all’amore di Dio.
Lo sguardo rivolto al cielo – lo stesso gesto che Gesù ha compiuto alla moltiplicazione dei pani (6,41) – indica la preghiera. Alle volte Gesù compie i miracoli con l’autorità della sua Parola, per così dire a nome proprio, dimostrando in tal modo di non essere semplicemente un profeta di Dio, ma Dio egli stesso. Alle volte invece, come nel nostro caso, Gesù ricorre alla preghiera, per insegnarci che la salvezza è un puro dono della grazia di Dio: un dono da chiedere, non da pretendere.
Il comando di non divulgare il fatto è nel Vangelo di Marco un tratto quasi abituale. Con questo l’evangelista ci insegna due cose: la prima è che il tempo messianico è arrivato; la seconda è che per intendere nel giusto modo la vera natura della messianità di Cristo non bastano i miracoli, occorre attendere la sua passione e la sua Croce.
Ma i fatti parlano da soli, e più Gesù vuole che rimangano segreti e più si diffondono. La reazione della folla è di immenso stupore: l’espressione greca parla di una meraviglia tanto intensa che non troviamo in nessuna altra parte del Vangelo. Una meraviglia che non sembra nascere unicamente da questo episodio particolare, ma dall’intera azione di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti». Queste parole della folla – che sono un vero e proprio giudizio sull’intero operato di Cristo – sono una citazione del profeta Isaia (35,3-6): la prima lettura della messa): «Dite agli scoraggiati: coraggio, non abbiate paura, ecco il vostro Dio, Egli viene a salvarvi; si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo e la lingua di muto griderà di gioia». La folla scorge dunque nel miracolo il segno che le profezie si sono compiute. Gesù è il salvatore atteso. Ma le parole della folla alludono anche al racconto della creazione (Gn 1,31): «Iddio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono». Il miracolo compiuto da Gesù è il segno che sta iniziando una nuova creazione. 

Omelia per domenica 30 agosto, XXII del Tempo Ordinario

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090830.shtml

Omelia (30-08-2009) 

mons. Roberto Brunelli
Le labbra e il cuore

La legge di Dio: questo è il tema che accomuna le letture di oggi. Nella prima (Deuteronomio 4,1-8), costituita da un brano dei discorsi attribuiti a Mosè, egli che aveva trasmesso la legge divina al popolo d’Israele gli raccomanda di mantenerla intatta, senza aggiungervi né togliervi nulla, perché è costituita da norme giuste, e osservarle è segno e fonte di saggezza. Il salmo scelto a commento della prima lettura è il 14, in cui tra l’altro si dice che chi osserva i precetti divini “abiterà nella tenda” di Dio, “resterà saldo per sempre”: avrà insomma la vita eterna.
Per una fortuita combinazione anche la seconda lettura, di solito tematicamente sganciata dalle altre, oggi parla dello stesso argomento: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi” (Lettera di Giacomo 1,21-22). Le leggi, e a maggior ragione la Legge suprema, non esistono per fare bella figura in un Codice, o per dimostrare l’acume di chi le ha formulate, o per essere studiate e discusse, ma perché si traducano nella vita: parole chiarissime, che non richiedono commento.
Un chiarimento invece è utile a capire il passo evangelico, che riporta una delle controversie di Gesù con i suoi avversari, i quali non perdevano occasione per cercare di metterlo in difficoltà. Era accaduto, nel popolo ebraico, che i “sapienti” studiosi della Legge l’avevano corredata di norme pratiche, tanto discutibili quanto numerose e minuziose, sino a diventare soffocanti e far perdere di vista la ragione stessa per cui dovevano essere osservate. Un esempio è dato proprio dall’episodio del brano odierno: era prescritto di mantenersi puri davanti a Dio, e allora “i farisei e tutti i giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti”.
La pulizia è buona cosa, naturalmente, purché non diventi una mania, un’ossessione, e soprattutto non si creda che basti per essere “puliti dentro”, cioè agli occhi di Dio. Per questo, quando alcuni scribi e farisei rimproverano a Gesù di non impedire ai suoi discepoli di prendere cibo senza prima essersi lavati le mani, egli dà loro degli ipocriti, preoccupati delle apparenze e non della sostanza, e applica a loro un severo monito del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Anche tra i cristiani si corre un simile rischio. In duemila anni si sono introdotte nella vita cristiana usanze e tradizioni di cui non c’è traccia nel vangelo, e può accadere di perdere di vista quest’ultimo, credendosi a posto solo perché si osservano appunto quelle usanze e tradizioni. E’ importante allora ricordare che tra i compiti della Chiesa è anche quello di vigilare e vagliare, di distinguere tra gli insegnamenti di Dio e quelli introdotti dagli uomini; tra questi ultimi, poi, segnalare quelli pseudo-religiosi che in realtà allontanano da Dio perché gli sono contrari o estranei (si pensi alle eresie, o a tante presunte apparizioni della Madonna) e richiamare quelli positivi (ad esempio il rosario, i pellegrinaggi) alla loro finalità, che è quella di portare a Dio o sostenere la vita con lui e per lui. Occorre stare attenti a non credersi “a posto” solo con l’osservanza esteriore dei riti e delle usanze: formule vuote, se non esprimono l’adesione della mente e del cuore. 

OMELIA – XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (23/08/2009)

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=1905

OMELIA – XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (23/08/2009)

Il cuore dei discepoli messo alla prova

a cura dei Carmelitani 

Vangelo: Gv 6,60-69  
1. Orazione iniziale

Signore, la tua Parola è dolce, è come un favo di miele; non è dura, non è amara. Anche se brucia come fuoco, anche se è martello che spacca la roccia, anche se è spada affilata che penetra e separa l’anima… Signore, la tua Parola è dolce! Fa’ che io la ascolti così, come musica soave, come canzone d’amore; ecco le mie orecchie, il mio cuore, la mia memoria, la mia intelligenza. Ecco tutto di me, qui davanti a te fammi ascoltatore fedele, sincero, forte; fammi rimanere, Signore, con le orecchie del cuore fisse sulle tue labbra, sulla tua voce, su ognuna delle tue parole, perché neppure una di esse cada a vuoto. Manda, ti prego, il tuo santo Spirito con abbondanza, che sia come acqua viva che irriga tutto il mio campo, perché dia frutto, ove il 30, ove il 60, ove il 100 per uno. Signore. Attirami; fa’ che io venga a te, perché, tu lo sai… dove mai potrei andare, verso chi, su questa terra, se non da te??!

2. Lettura: Giovanni 6, 60-69

a) Per inserire il brano nel suo contesto:
Questi versetti costituiscono la conclusione del grande capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, nel quale l’evangelista presenta la sua « teologia eucaristica ». Questa chiusa è l’apice di tutto il capitolo, perché la Parola ci conduce sempre più in profondità, sempre più al centro: dalla folla, che appare all’inizio, ai Giudei che discutono con Gesù nella sinagoga di Cafarnao, ai discepoli, ai dodici, fino a Pietro, quell’unico, che rappresenta ciascuno di noi, da soli, faccia a faccia con il Signore Gesù. Qui sboccia la risposta all’insegnamento di Gesù, alla sua Parola seminata così abbondantemente nel cuore degli ascoltatori. Qui si verifica se il terreno del cuore produce spine e cardi, o erba verde, che diventa spiga e poi grano buono nella spiga.
b) Per aiutare nella lettura del brano:
v. 60: Giudizio di condanna da parte di alcuni discepoli contro la Parola del Signore e quindi contro Gesù stesso, che è il Verbo di Dio. Dio è considerato non come un Padre buono, che parla ai suoi figli, ma come un padrone duro (Mt 25, 24), col quale non è possibile dialogare.
vv. 61-65: Gesù smaschera l’incredulità e la durezza di cuore dei suoi discepoli e rivela i suoi misteri di salvezza: la sua ascensione al cielo e il dono dello Spirito santo, la nostra partecipazione alla vita divina. Ma questi misteri possono essere compresi e accolti solamente attraverso la sapienza di un cuore docile, capace di ascoltare e non con l’intelligenza della carne.
v. 66: Primo grande tradimento da parte di molti discepoli, che non hanno saputo apprendere la vera scienza di Gesù. Invece di volgere lo sguardo al Maestro, gli volgono le spalle; interrompono, così, la comunione e non camminano più con lui.
vv. 67-69: Gesù parla ora con i Dodici, i suoi più intimi e li pone davanti alla scelta definitiva, assoluta: rimanere con lui o andarsene. Pietro risponde per tutti e proclama la fede della Chiesa in Gesù come Figlio di Dio e nella sua Parola, che è la vera fonte della Vita.
c) Il testo:
60: Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: « Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo? ».
61-65: Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: « Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono ».Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: « Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio ».
66: Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67-69: Disse allora Gesù ai Dodici: « Forse anche voi volete andarvene? ». Gli rispose Simon Pietro: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio ».

3. Un momento di silenzio orante

Ho ricevuto il Dono, la grazia, ho ascoltato la Parola del Signore; ora non voglio mormorare (v. 61), non voglio lasciarmi scandalizzare (v. 61), né voglio lasciarmi offuscare dall’incredulità (v. 64). Non voglio tradire il mio Maestro (v. 64), non voglio tirarmi indietro e non andare più con lui (v. 66)… voglio stare con il Signore sempre!! Nel silenzio del cuore gli ripeto infinite volte: « Signore, da chi mai potrei andare, se non da te?! ». Ecco, Signore, io vengo…

4. Alcune domande

Che mi aprano il cuore e che lavorino la mia terra interiore come un aratro, capace di togliere da me le radici dell’indurimento e dell’incredulità.
a) Mi soffermo innanzitutto sulla figura del discepolo e mi lascio interrogare, mi lascio sfidare, quasi come se fossi portato davanti a uno specchio, nel quale vedo riflessa la verità del mio essere e del mio agire. Io che discepolo sono? Davvero ogni giorno accetto di imparare alla scuola di Gesù, di ricevere il suo insegnamento, che non è dottrina di uomini, ma sapienza di Spirito santo? « Tutti saranno ammaestrati da Dio » (Is 54, 13; Ger 31, 33ss), ripetono in vario modo i profeti, indicando quell’unica conoscenza veramente necessaria, che è il rapporto d’amore col Padre, la vita con lui. Ma chi è il mio Maestro? Sono anch’io nel numero dei discepoli che continuano a chiedere a Gesù: « Signore, insegnaci a pregare! » (Lc 11, 1)? O fra quelli che gli camminano dietro, lungo le rive della vita, delle giornate e insistono nel domandargli: « Maestro, dove abiti? » (Gv 1, 39), spinti dal desiderio di rimanere con lui? O sono anch’io come Maria Maddalena, che continua a ripetere quel nome, anche dopo le più terribili esperienze di morte, di annientamento: « Rabbuni! » (Gv 20, 10)? Sottolineo i verbi che Giovanni riferisce ai discepoli: « dopo aver ascoltato », « mormoravano », « vi scandalizza », « non credevano », « si tirarono indietro e non andavano più con lui ». Li medito uno ad uno, li rumino, li ripeto, li confronto con la mia vita…
b) « Questa parola è dura: chi può ascoltarla? ». È davvero dura la Parola del Signore, o è duro il mio cuore, che sa solo chiudersi e non vuole più ascoltare? Perché non è dolce, per me, la Parola del Signore, più del miele alla mia bocca (Sal 119, 103)? Perché non amo conservarla nel cuore (Sal 119, 9. 11. 57), ricordarla di giorno e di notte? Perché non è la mia lucerna, ancora accesa quando viene la sera, non è la luce che rischiara le mie notti e la lampada per tutti i miei passi (Sal 119, 105)? Perché, o mio cuore, non ti apri, lasciandoti ferire da questa spada a doppio taglio, che sa penetrarti fino in fondo, per fare in te distinzione su distinzione, chiarezza su chiarezza? Perché non la lasci entrare come Parola di salvezza e d’amore? E allora saprai che la Parola del tuo Signore non è dura, non è amara, né severa, ma diventerà, per te, un canto di gioia e ripeterai: « La mia lingua canti le tue parole, Signore! » (Sal 119, 172).
c) « Gesù, conoscendo dentro di sé… ». Il Signore mi conosce fino in fondo, Lui sa, Lui scruta; Lui mi ha intessuto (Sal 139), mi ha costituito fin dal principio, dall’eternità (Pr 8, 23). Lui conosce il mio cuore e sa quello che c’è in ogni uomo (Gv 1, 48; 2, 25; 4, 29; 10, 15). Ma davanti al suo sguardo, davanti alla sua voce che pronuncia il mio nome, davanti alla sua venuta nella mia vita, al suo continuo bussare (Ap 3, 20), io come reagisco? Che scelte faccio? Quali risposte gli offro? Forse comincio anch’io a mormorare, a tradirlo, ad allontanarmi, a dimenticarlo?
d) « È lo Spirito che dà la vita ». Apro il mio cuore, la mia mente, tutta la mia persona alla Presenza dello Spirito santo, al suo soffio, al suo fuoco, alla sua acqua che zampilla in eterno. E mi pongo a confronto con lui, mi faccio compagno di quei personaggi della Bibbia, che hanno completamente affidato la loro esistenza all’opera dello Spirito santo.Vado vicino alla Vergine Maria: « Ecco, lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo » (Lc 1, 35); ma io, insieme a lei, so ripetere con forza, con convinzione: « Eccomi, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1, 38)? Vado vicino a Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che « mosso dallo Spirito, si recò al tempio » (Lc 2, 27); ma io mi lascio condurre così, mi lascio portare dove il Signore vuole, dove lui mi aspetta, o voglio sempre decidere io la direzione da dare alla mia vita? Vado vicino a Gesù, a Pietro, a Paolo o agli altri apostoli ed evangelizzatori di cui ci parlano gli Atti e mi metto in discussione: che posto occupa lo Spirito santo nella mia vita di cristiano, di fratello tra i fratelli? Se è lo Spirito che dà la vita, il mio essere vivo o morto dipende da lui, dalla sua presenza in me, dalla sua azione; forse dovrei approfondire, intensificare il rapporto con lo Spirito del mio Signore…
e) In questo pochi versetti Giovanni ci parla anche di un mistero molto bello e profondo che Egli racchiude nei verbi « andare » o « venire », riferiti a Gesù. Comprendo, ancora una volta, che la mia vita trova il suo senso vero, la sua ragione di essere, di continuare ogni giorno, proprio in rapporto a questo movimento di amore e di salvezza. « Venire a me » (v. 65), « non andavano più con lui » (v. 66), « volete andarvene? » (v. 67), « da chi andremo? » (v. 68). La domanda di Pietro, che è, in verità, un’affermazione fortissima di fede e di adesione al Signore Gesù, significa questo: « Signore, io non andrò da nessun altro, s e non da te solo! »; è così davvero la mia vita? Sento mie queste parole così appassionate? Rispondo, ogni giorno, ogni momento, nelle situazioni più diverse della mia vita, negli ambienti, davanti alle persone, all’invito che Gesù mi fa personalmente: « Venite a me! Vieni a me! Seguimi! »? Da chi vado, io? Verso dove corro? Quali orme sto seguendo?  » fa’ che io venga a te, Signore »!

5. Una chiave di lettura

Chiedo alle sante Scritture di farmi da guida, di illuminare ogni mio passo, ogni movimento, perché voglio andare da Gesù. Chiedo ai verbi che lui usa, alle espressioni che ripete, ai silenzi delle parole non dette, di rivelarmi la strada da percorrere… per trovare lui e non un altro.
La Parola del Signore e il rapporto d’amore con essa
In questo brano Giovanni mi mostra la Parola del Signore quale punto di incontro, luogo santo dell’appuntamento con Lui; mi accorgo che essa è il luogo della decisione, delle separazioni sempre più profonde nel mio cuore e nella mia coscienza. Mi accorgo ancora di più che la Parola è una Persona, è il Signore stesso, presente davanti a me, donato proprio a me, aperto per me. Tutta la Bibbia, pagina dopo pagina, è un invito, dolce e forte al tempo stesso, all’incontro con la Parola, a conoscere la Fidanzata, la Sposa, che è, appunto, la Parola, che esce, come bacio d’amore, dalla bocca del Signore. L’incontro, che qui viene donato, non è superficiale, non è vuoto, né fuggevole o sporadico, ma è intenso, pieno, costante, ininterrotto, perché è come l’incontro fra lo sposo e la sua sposa; così il Signore mi ama e si dona a me. Occorre l’ascolto attento e premuroso, tanto che neppure una delle sue parole cada a vuoto (1 Sam 3, 19); occorre un ascolto col cuore, con l’anima (Sal 94, 8; Bar 2, 31); occorre l’obbedienza dei fatti, di tutta la vita (Mt 7, 24-27; Gc 1, 22-25); occorre una scelta vera e decisa, che mi fa preferire la Paola del Signore, fino a decidere di prenderla come sorella (Pr 7, 1-4) o come sposa nella mia casa (Sap 8, 2).
La mormorazione e la chiusura del cuore
Questa tematica della mormorazione, della ribellione mi scuote ancora di più, mi mette in crisi; ripercorrendo la Bibbia, anche solo nella mia memoria, mi accorgo che la mormorazione contro il Signore e il suo agire nei nostri confronti è la realtà più terribile e distruttiva che possa mai venire ad abitare il mio cuore, perché mi allontana da Lui, mi separa fortemente e mi rende cieco, sordo, insensibile. Mi fa dire che Lui non c’è, mentre è vicinissimo; che Lui mi odia, mentre mi ama di amore eterno e fedele (Dt 1, 27)! È la più grande e profonda stoltezza! Nei libri dell’Esodo, dei Numeri o nei Salmi, incontro il popolo del Signore che piange, si lamenta, si arrabbia, mormora, si chiude, si ribella, se ne va, muore (Es 16, 7ss; Num 14, 2; 17, 20ss; Sal 105, 25)); un popolo senza più speranza, senza vita. Capisco che questa situazione si crea quando non c’è più il dialogo con il Signore, quando il contatto con Lui è interrotto, quando, invece di ascoltarlo e di interrogarlo, rimane solo la mormorazione: questa specie di ronzio continuo dentro l’anima, dentro i pensieri, che mi fa dire: « Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto? » (Sal 77, 19). Se mormoro contro mio Padre, se smetto di credere al suo Amore per me, alla sua tenerezza, che mi ricolma di ogni bene, io rimango senza vita, senza nutrimento per il cammino di ogni giorno. O se mi arrabbio, se mi ingelosisco perché Lui è buono, perché dà via il suo amore a tutti, senza misura, e faccio come i farisei (Lc 15, 2; 19, 7), allora rimango completamente solo e oltre a non essere più figlio, non sono neanche più fratello di nessuno. Infatti alla mormorazione contro Dio è strettamente legata la mormorazione contro i fratelli e le sorelle (Fil 2, 14; 1 Pt 4, 9). Tutto questo imparo seguendo le tracce di questo verbo…
Il Dono del Figlio dell’uomo: lo Spirito Santo
Mi sembra di intravedere una strada di luce, tracciata dal Signore Gesù e quasi nascosta in questi versetti così densi e traboccanti di ricchezza spirituale. Il punto di partenza sta nell’ascolto vero e profondo delle sue Parole e nell’accoglienza di esse; da qui alla purificazione del cuore, che da cuore di pietra, indurito e chiuso, diventa, nella tenerezza del Padre, cuore di carne, morbido, che Egli può ferire, plasmare, che può prendere fra le mani e stringere a sé, come un dono. Sì, tutto questo compiono le Parole di Gesù, quando mi raggiungono ed entrano in me! È solo così che posso proseguire il cammino, vincendo le mormorazioni e lo scandalo, fino a giungere a poter vedere Gesù con occhi diversi, occhi anch’essi rinnovati dalla Parola, che non si fermano alla superficie, alla durezza della scorza, ma imparano, ogni giorno di più, ad andare oltre, a guardare in alto. « E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? » (v. 62). È l’accoglienza dello Spirito, dono del Risorto, dono dell’asceso alla destra del Padre, dono dall’alto, dono perfetto (Gc 1, 17); Lui l’aveva detto: « Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12, 32) e mi attira con lo Spirito, mi fa suo con lo Spirito, mi manda nello Spirito (Gv 20, 21s), mi rende forte grazie allo Spirito (At 1, 8). Se faccio un percorso lungo le pagine dei Vangeli vedo come lo Spirito del Signore sia la forza che investe ogni persona, ogni realtà, perché è lui l’amore eterno del Padre, è la vita stessa di Dio comunicata a noi. Mi faccio attento, mi chino sulle espressioni, sui verbi usati, sulle parole che si rincorrono e si illuminano, arricchendosi vicendevolmente: sento che veramente vengo come immerso dentro quest’Acqua viva, che zampilla e gorgoglia, sento che ricevo un nuovo battesimo e ne ringrazio con tutto il cuore il Signore. « Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco » (Mt 3, 11), grida Giovanni e, mentre leggo, questa Parola si realizza su di me, dentro di me, in tutto il mio essere. Sento lo Spirito che parla in me (Mt 10, 20); che, con la sua potenza, allontana da me lo spirito del male (Mt 12, 28); che mi riempie, come già ha fatto con Gesù (Lc 4,1), con Giovanni Battista (Lc 1, 15), con la vergine Maria (Lc 1, 28. 35), con Elisabetta (Lc 1, 41), con Zaccaria (Lc 1, 67), con Simeone (Lc 2, 26), con i discepoli (At 2, 4), con Pietro (At 4, 8) e con tantissimi altri. Sento e incontro lo Spirito che mi insegna cosa devo dire (Lc 12, 10); che mi fa nascere veramente, per non morire mai (Gv 3, 5); che mi insegna ogni cosa e mi ricorda tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14, 26); che mi guida alla verità (Gv 16, 13); che mi dà la forza per essere testimone del Signore Gesù (At 1, 8), del suo amore per me e per ogni uomo.
Il combattimento della fede: nel Padre o nel maligno?
Questo brano di Giovanni mi mette di fronte a una grande lotta, a un combattimento corpo a corpo tra lo Spirito e la carne, tra la sapienza di Dio e l’intelligenza umana, tra la Parola e i ragionamenti della mente, tra Gesù e il mondo. Capisco bene che Giobbe aveva ragione, quando diceva che la vita dell’uomo sulla terra è tempo di tentazione, è una milizia (Gb 7, 1), perché sperimento anch’io che il maligno tenta di scoraggiarmi, facendomi dubitare delle promesse divine e spingendomi ad allontanarmi da Gesù. Mi vorrebbe mandare via, tenta in tutti i modi di indurirmi il cuore, di chiudermi, di spezzare la mia fede, il mio amore. Lo sento, come un leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare (1 Pt 5, 8), come tentatore, divisore, accusatore, come schernitore beffardo che ripete continuamente: « Dov’è la promessa della sua venuta? » (2 Pt 3, 3s). Io so che solo con le armi della fede posso vincere (Ef 6, 10-20; 2 Cor 10, 3-5), solo con la forza che mi viene dalle Parole stesse di mio Padre; per questo io le scelgo, le amo, le studio, le scruto, le imparo a memoria, le ripeto e dico: « Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia! » (Sal 26, 3).
La confessione della fede in Gesù, Figlio di Dio
La comparsa di Simon Pietro, alla fine di questo brano, è come una perla incastonata su un gioiello prezioso, perché è proprio lui che ci grida la verità, la luce, la salvezza, attraverso la sua confessione di fede. Raccolgo, dai Vangeli, altri passi, altre confessioni di fede, che aiutino la mia incredulità, perché anch’io voglio credere e poi conoscere, voglio credere e avere stabilità (Is 7, 9): Mt 16, 16; Mc 8, 29; Lc 9, 20; Gv 11, 27.

6. Un momento di preghiera: Salmo 18

Inno di lode per la Parola del Signore,
che dona saggezza e allieta il cuore
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice.
Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi.
Rit. Signore, tu hai parole di vita eterna!
Il timore del Signore è puro, dura sempre;
i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,
più preziosi dell’oro, di molto oro fino,
più dolci del miele e di un favo stillante.
Anche il tuo servo in essi è istruito,
per chi li osserva è grande il profitto.
Rit. Signore, tu hai parole di vita eterna!
Le inavvertenze chi le discerne?
Assolvimi dalle colpe che non vedo.
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato.
Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore.
Signore, mia rupe e mio redentore.
Rit. Signore, tu hai parole di vita eterna!

7. Orazione finale

Signore, grazie per le tue parole, che hanno risvegliato in me lo spirito e la vita; grazie, perché tu parli e la creazione continua, tu mi plasmi ancora, imprimi ancora in me la tua immagine, la tua somiglianza insostituibili. Grazie, perché tu, con amore e pazienza, mi aspetti anche quando mormoro, quando mi lascio scandalizzare, quando mi lascio prendere dall’incredulità, o quando ti volto le spalle. Perdonami, Signore, per tutto questo e continua a guarirmi, a rendermi forte e felice nel seguire te, te solo!
Signore, tu sei salito là dov’eri prima, ma sei ancora con noi e non smetti di attirarci, uno ad uno. Attirami, Signore e io correrò, perché ho creduto davvero e ho conosciuto che tu sei il Santo di Dio! Ma, ti prego, fa’ che mentre corro per venire a te, io non sia solo, ma mi apra sempre più alla compagnia dei fratelli e delle sorelle; insieme a loro, infatti, io ti troverò e sarò tuo discepolo tutti i giorni della mia vita. Amen.

Gesù pane per la vita del mondo (2003, anno B)

dal sito:

http://www.pddm.it/vita/vita_03/n_07/2agosto.htm

Gesù pane per la vita del mondo

19a del t.o. – 10 agosto 2003 – anno B

 Donatella Scaiola

Prima lettura: 1Re 19,4-8
Salmo responsoriale: Sal 33,2-9
Seconda lettura: Ef 4,30-5,2
Vangelo: Gv 6,41-51

Lo scandalo dell’incarnazione

 La prima lettura è tratta dal ciclo del profeta Elia, colto in un momento di grande difficoltà e tristezza. Elia opera una sorta di ritorno alle sorgenti della tradizione e della fede del suo popolo perché si reca alla montagna sulla quale Dio si è fatto conoscere ad Israele proponendogli di entrare in alleanza con lui. Questo ritorno alle fonti sarà per Elia il luogo di una nuova missione al servizio di Dio che si svela a lui come a un nuovo Mosè. Il racconto segue l’itinerario di Elia che lascia il regno d’Israele per il paese di Giuda e il deserto. Come già è avvenuto in passato, anche adesso il profeta è invitato a riscoprire Dio, ma, a differenza di quanto era avvenuto a Sarepta di Sidone, dove una vedova aveva mediato il suo incontro con Dio, qui l’incontro avverrà direttamente, senza intermediari umani.

Il racconto si dilunga sulla sollecitudine di Dio che circonda il profeta: per due volte l’angelo lo invita a mangiare pane e a bere acqua, un cibo che altri inviati di Dio avevano già fornito a Elia in precedenza: i corvi (17,6) e la vedova di Sarepta (17,10.15). Questo cibo era stato condiviso dal popolo dell’Esodo durante il cammino nel deserto (Es 15,22-17,7). Alle porte del deserto Elia mangia questo cibo, segno che vuole vivere e attraversare la prova. Ma mangiare non basta. Elia nella sua preghiera si era assimilato agli Israeliti del deserto, infedeli al Signore perché lo avevano messo alla prova: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri ».

Adesso, nutrito come loro di pane e di acqua dal Signore, Elia riprende il loro stesso cammino verso l’Oreb. In questo contesto, quaranta giorni e quaranta notti evocano non solamente i quarant’anni passati dal popolo nel deserto, ma anche il tempo che Mosè trascorse sul monte Sinai (Es 24,18).

Si tratta di un ritorno alle sorgenti al quale il Signore guida il profeta allontanandolo dal proprio ambiente, condizione che prelude all’incontro con Dio. Questo cammino non è solo fisico, ma anche interiore, dal momento che il profeta deve spogliarsi del suo passato, deve rompere con le sue evidenze, per poter fare il suo esodo e incontrare Dio. In realtà, se Elia va verso Dio è solo perché il Signore va all’uomo e così ne anima il cammino con forza attrattiva. In altri termini, si potrebbe dire che l’incontro dell’uomo con Dio dipende dalla grazia e non dallo sforzo dell’uomo, il quale si deve solo aprire al dono.

In questo senso si esprime anche il Vangelo, là dove Gesù parla di sé come di pane di vita, dono che Dio fa ad ogni uomo che sia disposto ad accoglierlo. Ma questo dono della vita si scontra con la mormorazione degli uomini. Come era già avvenuto in passato, lungo tutta la storia della salvezza, le vie di Dio suscitano lo scandalo degli uomini. Qui lo scandalo sorge dalla disparità tra l’origine celeste proclamata da Gesù e l’evidenza della sua condizione umana. L’ostacolo che impedisce la fede è sottolineato dal fatto che Gesù ha dei genitori ben noti. Questa difficoltà viene presentata anche dagli altri evangelisti (Mc 6,3; Mt 13,55; Lc 4,22), e in fondo è la difficoltà che il mistero dell’incarnazione suscita anche in noi. L’obiezione dei Galilei concentra l’attenzione del lettore sul paradosso della Parola che ha preso un corpo, del Logos che è diventato un uomo.

 Ambone della chiesa parrocchiale S. Giuseppe a Manfredonia (FG). La Parola qui proclamata ha pieno compimento nella liturgia sacramentale.

Gli uditori di Gesù non reagiscono apertamente, ma « mormorano tra loro ». Il richiamo va all’episodio della manna (Es 16), e mediante questo termine gli uditori di Gesù vengono assimilati alla generazione del deserto. Come i loro antenati, anch’essi resistono alla rivelazione di Dio, e, così facendo, mancano di fede. Forse Giovanni ha scelto questo verbo per suggerire l’idea che rifiutare di credere in Gesù (questo è il senso della mormorazione), significa rifiutare di aderire al disegno di Dio. La vita dell’uomo, la nostra, è chiamata a scegliere tra mormorazione e abbandono, tra cecità e interiorizzazione dell’insegnamento di Dio, tra morte e vita. È una scelta che si gioca e si conferma o smentisce nella vita concreta dell’uomo. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Efesini, applica questo discorso, che può apparire teorico, all’esistenza quotidiana della comunità. L’inizio della pericope: « Non vogliate contristare lo Spirito Santo di Dio », riecheggia un testo del profeta Isaia: « Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo Spirito » (Is 63,10), che fa riferimento alle ostinazioni di Israele durante la peregrinazione nel deserto.
  »Contristare lo Spirito », un’espressione difficile da comprendere, allude forse ad ogni forma di ricaduta nell’uomo vecchio. Tra questi atteggiamenti viene ricordata, mediante l’accumulo di una serie di termini sinonimi, una situazione morale di rottura dei rapporti fraterni fra i membri della comunità, che è incompatibile con lo status di uomo nuovo.
Il vocabolario suggerisce l’idea che tra i cristiani deve esistere la stessa generosità e magnanimità che Dio ha dimostrato verso di loro in Cristo. In particolare, l’autore chiede ai suoi lettori di « camminare nell’amore », cioè di fare dell’amore l’ambito vitale e distintivo della propria vita. Dietro questa esortazione si sente l’eco del famoso inno alla carità di 1Cor 13, che celebra l’agape come « la via migliore di tutte », sintesi e compendio di tutta la Legge (Rom 13,8-10; Gal 5,13-14). Il nostro passo è però l’unico del Nuovo Testamento in cui si parla esplicitamente di una « imitazione di Dio ». Paolo propone come ideale l’amore con cui Dio ama. L’agape deve essere il tratto distintivo del cristiano, perché essa lo è di Dio, come ricorda anche l’apostolo Giovanni (1Gv 4,7-21).
Ma l’insistenza maggiore del brano è sulla dimensione cristologica dell’amore. Infatti è l’amore dimostrato da Cristo che « vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore », che rivela Dio.
Il linguaggio sacrificale che qui è usato viene dall’Antico Testamento, ma il suo significato non va frainteso. La morte di Cristo non è un fatto rituale, ma esistenziale, non subito, ma voluto da Cristo (« diede se stesso ») e per amore (« ci amò »).
È questo tipo di amore, totalmente altruista e senza riserve, che viene richiesto ai cristiani come metro della loro condotta, via pratica da seguire per superare lo scandalo della fede e accedere alla vita eterna.

FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE NEL 30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PAPA PAOLO VI – OMELIA DI TARCISIO BERTONE

dal sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2008/documents/rc_seg-st_20080806_trasfigurazione_it.html

FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE
NEL 30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI PAPA PAOLO VI

OMELIA DEL CARD. TARCISIO BERTONE, SEGRETARIO DI STATO

Parrocchia di Castel Gandolfo, 6 agosto 2008 

Cari fratelli e sorelle,

Nel racconto della Trasfigurazione mi colpiscono sempre queste parole di san Pietro: “Signore, è bello per noi restare qui!”. E’ come se l’apostolo invitasse pure noi a rivivere le stesse indescrivibili emozioni provate in quell’incontro celestiale avvenuto sul “monte santo”, secondo la tradizione identificato nel monte Tabor; è come se, per rinvigorirci nella fede,  rendesse anche noi spettatori di ciò che Pietro provò insieme agli altri attoniti e fortunati suoi amici Giacomo e Giovanni. In effetti per i tre discepoli fu un’esperienza unica, che compresero però appieno solo dopo gli eventi salvifici della passione, morte, risurrezione e ascensione al Cielo. Sul Tabor sperimentarono in una certa misura il mistero della gloria divina di Cristo, il cui fulgore li avvolse all’improvviso; sentirono ripetere dall’Alto le stesse parole proclamate al momento del Battesimo al Giordano: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!”. Pregustarono così la gioia del paradiso – meta di tutti i redenti – e sia pure per qualche istante contemplarono faccia a faccia il Signore che apparve loro con il volto luminoso “come il sole” e con le vesti “candide come la luce”.

La Trasfigurazione è mistero di luce! La luce di Cristo risorto che rischiara la nostra vita, la luce eterna e inestinguibile della nostra Pasqua definitiva che ci viene qui anticipata, in frammento, mentre camminiamo nell’oscurità delle prove durante il pellegrinaggio terreno. L’odierna festa è allora un invito a vivere con lo sguardo costantemente fisso in Dio. L’incontro definitivo con Lui, al termine della nostra “corsa”, fugherà ogni tenebra perché, come afferma san Pietro nella seconda lettura, “ spunterà il giorno e la stella del mattino si leverà per sempre nei nostri cuori”. Fin d’ora, pertanto, è necessario impegnarci a “vivere nella luce”; è necessario che ci sforziamo di fuggire le tenebre del peccato e ci lasciamo pervadere dal mistero dell’illuminazione divina: siamo stati trasfigurati a immagine di Cristo nel Battesimo, e nostro impegno dunque sia “camminare nella luce” sino al giorno in cui anche noi saremo totalmente illuminati e trasfigurati dal Signore della Vita, nella gloria eterna del Cielo.

Ogni anno, il 6 agosto, la liturgia ci offre l’opportunità di rivivere spiritualmente questo mistero di luce, di gloria e di santità. Gli Orientali chiamano questa festa la “Pasqua dell’estate” perché nella sua Trasfigurazione Gesù manifesta ai discepoli lo splendore della vita divina che è in Lui, splendore che anticipa quello della sua risurrezione. Dopo la comunione, i nostri fratelli dell’Oriente cantano quest’oggi una bella ed espressiva antifona che inizia così: “idomen tò phòs – abbiamo visto la luce”. Parole che echeggiano quelle del Salmista: Signore, “è in te la sorgente della vita, nella tua luce vediamo la luce” (Sal. 30, 10).  Noi vediamo la luce se restiamo in comunione con il Cristo risorto. La luce è la forma più perfetta di comunione perché permette la conoscenza reciproca e la compenetrazione più totale: proprio per questo essa viene vista come il segno dell’Eucaristia, sommo mistero della nostra salvezza.

In ogni celebrazione eucaristica il fulgore di Cristo risorto illumina le nostre anime, illumina la nostra attesa del giorno beato della venuta del Signore alla fine dei tempi. E questa attesa di Lui che è “nostra Pasqua e nostra sicura pace” (cf. Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I) dà senso e valore a tutto ciò che siamo e a tutto ciò che facciamo. La festa della Trasfigurazione del Signore ci spinge pertanto a pensare alla nostra personale trasfigurazione. Nel libro dell’Apocalisse l’Autore sacro racconta la visione degli eletti “vestiti di bianco” e viene chiesto chi essi siano e donde vengano. Essi sono – è la risposta – quelli che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’Agnello”. Sono dunque i “trasfigurati”, quelli che, raggiunta la meta, “stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario” (cf 7, 13 – 15). Sono i santi che contemplano Dio in eterno, nella gloria del Cielo. A questo siamo chiamati anche noi, cari fratelli e sorelle! Il Cielo è la nostra meta; meta a cui però potremo giungere solo dopo aver percorso, seguendo Gesù, il cammino della croce.

Mentre scendono dal monte Gesù avverte i tre apostoli di non parlare a nessuno della visione avuta  “finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. Queste sue parole suonano come ammaestramento anche per noi ad accogliere il mistero della Croce. Tra poco canteremo nel prefazio: Cristo “rivelò la sua gloria…per preparare i discepoli a sostenere lo scandalo della croce e anticipare, nella trasfigurazione, il destino meraviglioso della Chiesa, suo mistico corpo”. Guardando a Cristo trasfigurato, la Chiesa si rende conto di essere in cammino verso la sua gloria, ed, al tempo stesso, prende coscienza che prima però deve condividerne la dolorosa passione. “Se qualcuno vuol venire dietro a me – dirà agli apostoli Gesù – rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Quest’oggi, nella festa della Trasfigurazione, Gesù ci invita a prendere di nuovo ognuno la nostra croce, a rafforzarci nella via della croce, disponibili ad accettare tutto dalle sue mani, con piena fiducia nelle sue promesse.

In questo contesto di fede e di docile ascolto delle parole del Signore ben s’inserisce il ricordo del Servo di Dio, il Papa Paolo VI, il quale fece ritorno alla casa del Padre, al tramonto del giorno della festa della Trasfigurazione. Era il 6 agosto del 1978 e proprio qui, a Castel Gandolfo, nel palazzo Apostolico egli terminò il suo pellegrinaggio terreno. Sono trascorsi trent’anni da quel momento e quest’anniversario viene giustamente sottolineato con varie manifestazioni. Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha ricordato domenica scorsa all’Angelus a Bressanone, dove si trova per alcuni giorni di riposo, e ne ha sottolineato l’amore fedele per Cristo, amore  che lo ha ispirato e guidato nel suo lungo e non facile ministero pastorale. Anche noi questa sera vogliamo farne memoria in questa celebrazione eucaristica, rendendo grazie al Signore per il fedele servizio reso alla Chiesa e all’umanità da questo grande Pontefice, apprezzato ancor più proprio a partire dal giorno della sua morte. Il momento della sua morte fu infatti per l’opinione pubblica l’occasione per conoscerlo meglio e per riconoscere l’opera straordinaria da lui compiuta con paziente saggezza e indomita fedeltà al Vangelo.

Che dire di lui? E’ veramente ricco il patrimonio spirituale che ha lasciato alla Chiesa e all’umanità del secolo XX. Il suo nome è legato ad eventi che hanno profondamente segnato la vita della Chiesa, primo fra tutti il Concilio Vaticano II, ma anche la storia contemporanea. Eletto il 21 giugno del 1963, dopo la morte del beato Giovanni XXIII mentre era in pieno svolgimento l’Assemblea conciliare, Papa Montini raccolse la non facile eredità del suo predecessore. Con coraggiosa prudenza, con illuminata sapienza e saldo discernimento seppe guidare la “Barca di Pietro” e dialogò con il mondo contemporaneo senza lasciarsi condizionare da remore conservatrici e né cedere a pericolose e affrettate fughe in avanti. La bussola che ne guidò le scelte e le decisioni fu sempre ed unicamente l’amore fedele ed appassionato per Cristo, il cui volto – ha ricordato domenica scorsa Sua Santità – egli ricercò e contemplò incessantemente.

A trent’anni di distanza è più facile oggi riconoscerne con ammirazione le doti umane, spirituali e pastorali come pure valutare l’importanza di alcune sue scelte profetiche, che lo portarono in alcuni momenti – si pensi ad esempio alla pubblicazione  40 anni fa dell’Enciclica Humanae vitae, il 25 luglio del 1968 – a ritrovarsi quasi isolato, non compreso, persino ingiustamente osteggiato dalla pubblica opinione dominante. Nella catechesi di mercoledì 31 luglio 1968 egli confidò come un padre ai fedeli che su un tema tanto delicato e importante per la vita della società, qual è appunto “la moralità coniugale in ordine alla sua missione d’amore e di fecondità nella visione integrale dell’uomo” egli, dopo aver consultato molte persone di alto valore morale, scientifico e pastorale, aveva messo la sua coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità cercando d’interpretare la norma divina che scaturisce dall’intrinseca esigenza dell’autentico amore umano. Abbiamo riflesso – disse – sopra gli elementi stabili della dottrina tradizionale e vigente della Chiesa, specialmente sopra gli insegnamenti del recente Concilio, ponderando le conseguenze dell’una e dell’altra decisione, ma “non abbiamo avuto dubbio sul nostro dovere di pronunciare la nostra sentenza nei termini espressi dalla presente Enciclica”. Sapeva bene che una vasta porzione della pubblica opinione, con ripercussioni anche dentro la comunità ecclesiale, gli era contro, ma non esitò nel decidere: e lo fece illuminato dallo Spirito Santo  per il vero bene dell’uomo e della donna.

Analoga fermezza dimostrò in diverse altre circostanze, mostrando una autentica sete di verità e di amore per Dio e per gli uomini. Mosso da ciò formulò sempre un chiaro ed inequivocabile insegnamento su scottanti temi di dottrina e di morale, allora fortemente in discussione, quali il celibato sacerdotale, il ministero presbiterale, il ruolo della donna nella Chiesa, la morale familiare, la questione sociale ecc. A trent’anni dalla sua morte, varrebbe certamente la pena di riprendere in mano l’intero suo magistero, al quale si sono ispirati i suoi successori. Sarebbe quanto mai proficuo per tutti rileggere i suoi cesellati discorsi ed i suoi ponderati interventi di alto spessore teologico e pastorale, meditare sulle sue omelie e catechesi di profondo afflato ascetico e spirituale, riascoltare le sue riflessioni di ampio respiro filosofico e sociale, per cogliere tutta la ricchezza del suo animo di Pastore innamorato di Cristo e della Chiesa, in ascolto e dialogo sincero con la modernità.

Mentre, come ci ha invitati domenica scorsa il Santo Padre, preghiamo perché possiamo venerare presto Paolo VI come Beato, ringraziamo il Signore per averlo dato alla Chiesa. Invochiamo l’intercessione di Maria e dell’apostolo Paolo, del quale egli era particolarmente devoto (in quest’anno giubilare paolino) perché – così egli scrisse nell’Esortazione Apostolica Marialis cultus – tutti i cristiani siano sempre “illuminati dalla luce della divina Parola ed indotti ad agire secondo i dettami della Sapienza incarnata”. Amen!

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