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DA « CANTO DI NATALE » BRANO DI CHARLES DICKENS

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DA « CANTO DI NATALE » BRANO DI CHARLES DICKENS

… Corse alla finestra, l’aprì e sporse fuori la testa; niente nebbia, niente bruma; una giornata chiara, luminosa, gioviale, stimolante, fredda; un freddo che frustava il sangue e metteva voglia di ballare; un sole d’oro, un cielo incantevole; aria fresca e dolce; campane gioiose. Oh, splendido, splendido!
« Che giorno è oggi? », gridò Scrooge, verso la strada, a un ragazzo vestito a festa, che forse si era fermato proprio per guardare lui.
« Eh…? », rispose il ragazzo, con tutto lo stupore di cui era capace.
« Che giorno è oggi, mio bel figliolo? », chiese Scrooge.
« oggi… », replicò il ragazzo, « ma come? È Natale! »
« È Natale », disse Scrooge a se stesso. « Non l’ho lasciato passare. Gli spiriti hanno fatto tutto in una notte sola. Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono! » « Senti, ragazzino. »
« Sì », rispose il ragazzo.
« Sei un ragazzino intelligente », disse Scrooge, « un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c’era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso. »
« Quale, quello grosso come me? », rispose il ragazzino.
 » – Che ragazzino delizioso! E un piacere parlare con lui. – Sì, figliolo mio. »
« C’è ancora appeso adesso », replicò il ragazzo.
« C’è », disse Scrooge. « Va’ a comperarlo. »
« È matto! », rispose il ragazzo.
« No, no », disse Scrooge. « Va’ a comperarlo, e di che lo portino qui, perché possa dare l’indirizzo dove deve essere mandato. Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona. »
Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto.
« Lo voglio mandare a Bob Cratchit », mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. « Non saprà chi è che glielo ha mandato. E grande il doppio di Tiny Tim. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob. »
La calligrafia con la quale scrisse l’indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell’altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all’arrivo del commesso del pollaiolo. Mentre stava sulla porta, aspettandolo, gli cadde sott’occhio il batacchio.
« A questo vorrò bene finché vivo », gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. « E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c’è in quella faccia! E un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale! »
Quello era un tacchino! E impossibile che quell’uccello fosse mai stato in piedi. Le zampe gli si sarebbero piegate sotto in un minuto, come bastoncini di ceralacca.
« Ma è impossibile portarlo fino a Camden Town. Bisogna che prendiate una carrozza. »
Il risolino col quale pronunciò queste parole, e quello col quale pagò il tacchino, e quello col quale pagò la carrozza, e quello col quale ricompensò il ragazzo, furono superati soltanto da quello col quale tornò a sedersi senza fiato sulla sua sedia, continuando a ridere finché non gli venne da piangere.
Farsi la barba non fu cosa facile perché la mano continuava a tremargli molto; e farsi la barba è una cosa che richiede attenzione anche quando uno, facendosela, non si mette a ballare; pure, se si fosse tagliato la punta del naso, ci avrebbe messo sopra un pezzetto di cerotto e sarebbe stato perfettamente soddisfatto lo stesso.
Si vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l’aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero « buon giorno, signore, buon Natale », e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi.
Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: « La ditta Scrooge e Marley, credo ». Sentì un colpo al cuore nel pensare all’occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese.
« Caro signore », disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per ambe le mani, « come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. E stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore! »
« Il signor Scrooge? »
« Sì », disse Scrooge: « questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà…  » e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all’orecchio.
« Signore Iddio! », gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato. « Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio? »
« Per favore », disse Scrooge, « neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore? »
« Ma, caro signore », disse l’altro, stringendogli la mano, « non so che cosa dire di fronte a una simile munifi… »
« Non dite niente, vi prego », replicò Scrooge. « Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi? »
« Ma certo », esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio.
« Grazie », disse Scrooge, « vi sono molto obbligato. Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica. »
Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutte le direzioni, accarezzò bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote.
Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece.
« E in casa il vostro padrone, mia cara? », disse Scrooge alla domestica. Ragazza graziosa, davvero!
« Sì, signore. »
« Dov’è, amor mio? », disse Scrooge.
« E in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, col vostro permesso. »
« Grazie, lui mi conosce », disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. « Entrerò qui, mia cara. »
Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine.
« Fred! », disse Scrooge.
Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c’era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo.
« Ma come, benedetto Iddio », gridò Fred, « chi è mai? »
« Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred? »
Lasciarlo entrare! E un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c’era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa.
Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore.
E vi riuscì; sì, vi riuscì. L’orologio batté le nove – niente Bob; le nove e un quarto – niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna.
Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove.
« Ehi là! », grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. « Che cosa significa arrivare a quest’ora? »
« Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge », disse Bob, « sono in ritardo. »
« Davvero? », ripeté Scrooge. « Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore! »
« Una volta sola all’anno, signor Scrooge », supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. « Non succederà più. Ieri siamo stati un po’ allegri. »
« Ora vi dirò una cosa, amico mio », disse Scrooge. « Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò », proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all’indietro barcollando dentro la cisterna, « e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio. »
Bob tremò e si avvicinò un po’ più al righello. Ebbe per un momento l’idea dì servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza.
« Buon Natale, Bob! », disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. « Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un’altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un’altra i. »
Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tiny Tim, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente.
Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d’allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c’era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell’uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E cosi, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!

(Brano di Natale di Charles Dickens)

PAPA FRANCESCO: PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO (2013)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20131231_te-deum.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Martedì, 31 dicembre 2013

L’apostolo Giovanni definisce il tempo presente in modo preciso: «È giunta l’ultima ora» (1 Gv 2,18). Questa affermazione – che ricorre nella Messa del 31 dicembre – sta a significare che con la venuta di Dio nella storia siamo già nei tempi “ultimi”, dopo i quali il passaggio finale sarà la seconda e definitiva venuta di Cristo. Naturalmente qui si parla della qualità del tempo, non della quantità. Con Gesù è venuta la “pienezza” del tempo, pienezza di significato e pienezza di salvezza. E non ci sarà più una nuova rivelazione, ma la manifestazione piena di ciò che Gesù ha già rivelato. In questo senso siamo nell’“ultima ora”; ogni momento della nostra vita non è provvisorio, è definitivo, e ogni nostra azione è carica di eternità; infatti, la risposta che diamo oggi a Dio che ci ama in Gesù Cristo, incide sul nostro futuro.
La visione biblica e cristiana del tempo e della storia non è ciclica, ma lineare: è un cammino che va verso un compimento. Un anno che è passato, quindi, non ci porta ad una realtà che finisce ma ad una realtà che si compie, è un ulteriore passo verso la meta che sta davanti a noi: una meta di speranza una meta di felicità, perché incontreremo Dio, ragione della nostra speranza e fonte della nostra letizia.
Mentre giunge al termine l’anno 2013, raccogliamo, come in una cesta, i giorni, le settimane, i mesi che abbiamo vissuto, per offrire tutto al Signore. E domandiamoci coraggiosamente: come abbiamo vissuto il tempo che Lui ci ha donato? Lo abbiamo usato soprattutto per noi stessi, per i nostri interessi, o abbiamo saputo spenderlo anche per gli altri? Quanto tempo abbiamo riservato per stare con Dio, nella preghiera, nel silenzio, nella adorazione?
E poi pensiamo, noi cittadini romani, pensiamo a questa città di Roma. Che cosa è successo quest’anno? Che cosa sta succedendo, e che cosa succederà? Com’è la qualità della vita in questa Città? Dipende da tutti noi! Com’è la qualità della nostra “cittadinanza”? Quest’anno abbiamo contribuito, nel nostro “piccolo”, a renderla vivibile, ordinata, accogliente? In effetti, il volto di una città è come un mosaico le cui tessere sono tutti coloro che vi abitano. Certo, chi è investito di autorità ha maggiore responsabilità, ma ciascuno di noi è corresponsabile, nel bene e nel male.
Roma è una città di una bellezza unica. Il suo patrimonio spirituale e culturale è straordinario. Eppure, anche a Roma ci sono tante persone segnate da miserie materiali e morali, persone povere, infelici, sofferenti, che interpellano la coscienza di ogni cittadino. A Roma forse sentiamo più forte questo contrasto tra l’ambiente maestoso e carico di bellezza artistica, e il disagio sociale di chi fa più fatica.
Roma è una città piena di turisti, ma anche piena di rifugiati. Roma è piena di gente che lavora, ma anche di persone che non trovano lavoro o svolgono lavori sottopagati e a volte indegni; e tutti hanno il diritto ad essere trattati con lo stesso atteggiamento di accoglienza e di equità, perché ognuno è portatore di dignità umana.
È l’ultimo giorno dell’anno. Che cosa faremo, come agiremo nel prossimo anno, per rendere un poco migliore la nostra Città? La Roma dell’anno nuovo avrà un volto ancora più bello se sarà ancora più ricca di umanità, ospitale, accogliente; se tutti noi saremo attenti e generosi verso chi è in difficoltà; se sapremo collaborare con spirito costruttivo e solidale, per il bene di tutti. La Roma dell’anno nuovo sarà migliore se non ci saranno persone che la guardano “da lontano”, in cartolina, che guardano la sua vita solo “dal balcone”, senza coinvolgersi in tanti problemi umani, problemi di uomini e donne che, alla fine… e dal principio, lo vogliamo o no, sono nostri fratelli. In questa prospettiva, la Chiesa di Roma si sente impegnata a dare il proprio contributo alla vita e al futuro della Città – è il suo dovere! -, si sente impegnata ad animarla con il lievito del Vangelo, ad essere segno e strumento della misericordia di Dio.
Questa sera concludiamo l’Anno del Signore 2013 ringraziando e anche chiedendo perdono. Le due cose insieme: ringraziare e chiedere perdono. Ringraziamo per tutti i benefici che Dio ci ha elargito, e soprattutto per la sua pazienza e la sua fedeltà, che si manifestano nel succedersi dei tempi, ma in modo singolare nella pienezza del tempo, quando «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» ( Gal 4,4). La Madre di Dio, nel cui nome domani inizieremo un nuovo tratto del nostro pellegrinaggio terreno, ci insegni ad accogliere il Dio fatto uomo, perché ogni anno, ogni mese, ogni giorno sia colmo del suo eterno Amore. Così sia!

GIOVANNI PAOLO II: VESPRI E DEL «TE DEUM» DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO (1979)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19791231_te-deum_it.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL «TE DEUM» DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Chiesa del Gesù – Lunedì, 31 dicembre 1979

1. “Figlioli, questa è l’ultima ora . . .”; con queste parole inizia la prima lettura della liturgia d’oggi, tratta dalla lettera di San Giovanni Apostolo (1 Gv 2, 18). Questa lettura è fissata per il 31 dicembre, il settimo giorno dell’ottava di Natale. Quanto attuali sono queste parole! Quanto efficacemente risentiamo la loro eloquenza noi qui riuniti nella Chiesa romana del Gesù, nel momento in cui scoccano le ultime ore di quest’anno, che volge alla fine. Ogni ora del tempo umano è in certo senso l’ultima, perché sempre unica e irripetibile. In ogni ora passa qualche particella della nostra vita, una particella che non tornerà più. E ognuna di tali particelle – benché non sempre ce ne rendiamo conto – ci proietta verso l’eternità.
Forse le ultime ore di questo giorno – quando l’anno del Signore 1979, e con esso l’ottavo decennio del nostro secolo giungono alla loro fine – ce ne parlano meglio di qualsiasi altra ora solita. E perciò risentiamo tanto maggiormente il bisogno di trovarci, in queste ultime ore dell’anno, davanti a nostro Signore, davanti a Dio che, con la sua eternità, abbraccia e assorbe il nostro tempo umano; il bisogno di stare davanti a lui, di parlare a lui con il contenuto stesso più profondo della nostra esistenza. Sono questi i momenti adatti per una profonda meditazione su noi stessi e sul mondo; i momenti per “fare i conti” con se stessi e con la generazione alla quale apparteniamo. È questo il tempo propizio per una preghiera volta ad ottenere il perdono, una preghiera di ringraziamento e di supplica.
2. “Il Verbo era nel mondo” (cf. Gv 1, 10). Proprio adesso è ritornato il periodo in cui la Chiesa si rende consapevole in modo particolare della verità che esprimono queste parole del Vangelo di Giovanni. Nel mondo era il Verbo: quel Verbo che “era in principio presso Dio” e “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1, 2-3). Questo Verbo “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Venne ad abitare anche se “i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1, 11).
Il computo degli anni, di cui ci serviamo, vuole testimoniare che sono passati appunto 1979 anni dal momento in cui ciò avvenne. Il tempo testimonia non soltanto il passare del mondo e il passare dell’uomo nel mondo; esso rende testimonianza anche alla nascita del Verbo eterno dalla Vergine Maria, alla nascita che, come ogni nascita dell’uomo, viene determinata dal tempo: dall’anno, dal giorno, dall’ora.
Tuttavia, nel momento presente, durante questo nostro incontro, la nostra attenzione è attirata, prima di tutto, dalla seguente frase del Vangelo di Giovanni:
“Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1, 16). Non vi è qui anche una chiave per comprendere l’anno che sta per terminare? Non bisogna pensare ad esso nella prospettiva di ogni grazia che abbiamo ricevuto dalla pienezza di Gesù Cristo, Dio e Uomo? Non siamo convenuti qui per ringraziare di ognuna di queste grazie e contemporaneamente di tutte insieme?
Certamente sì.
La grazia è una realtà interiore. È una pulsazione misteriosa della vita divina nelle anime umane. È un ritmo interiore dell’intimità di Dio con noi, e perciò anche della nostra intimità con Dio. Essa è la sorgente di ogni vero bene nella nostra vita. Ed è il fondamento del bene che non trapassa. Mediante la grazia noi viviamo già in Dio, nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, benché la nostra vita si svolga sempre in questo mondo. Essa dà valore soprannaturale ad ogni vita, benché questa vita sia, umanamente e secondo i criteri della temporaneità, molto povera, non appariscente e difficile.
Bisogna quindi ringraziare oggi per ogni grazia di Dio che è stata comunicata a qualsiasi uomo: non soltanto a ciascuno di noi qui presenti, ma ad ogni nostro fratello e sorella in ogni parte della terra. In questo modo il nostro inno di ringraziamento legato all’ultimo giorno dell’anno, che sta per finire, diventerà quasi una grande sintesi. In questa sintesi sarà presente tutta la Chiesa, poiché essa è, come ci insegna il Concilio, un sacramento della salvezza umana (cf. Lumen Gentium, 1). Cristo, dalla cui pienezza tutti riceviamo grazia su grazia, è proprio il “Cristo della Chiesa”; e la Chiesa è quel Corpo Mistico che riveste costantemente il Verbo Eterno nato nel tempo, dalla Vergine.
Indirizzando i nostri cuori verso questo mistero, la liturgia di oggi diventa sorgente della preghiera più profonda del nostro ringraziamento.
3. Tuttavia la stessa liturgia ci fa presente anche l’esistenza del male nella storia dell’uomo e dell’umanità. E se ogni bene modella questa storia nella forma del Corpo di Cristo, il male invece, come contraddizione del bene, assume nel linguaggio della Lettera di Giovanni il nome di “anti-Cristo”.
In tale senso l’Apostolo scrive: “Di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora” (1 Gv 2, 18). Allora quest’ultima ora dell’anno non può passare senza una riflessione sul tema del male, sul tema del peccato, del quale ognuno di noi si sente partecipe, giacché ad ognuno ne parla la propria coscienza.
L’ultima ora si collega, in modo particolare, alla prospettiva del giudizio che risuona nella voce della coscienza umana, e nello stesso tempo alla prospettiva del giudizio di Dio, del Signore che viene a giudicare la terra, come annunzia il salmo responsoriale della liturgia di oggi. E aggiunge: “Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti” (cf. Sal 96, 13).
La stessa riflessione sul male, di cui ci offre l’occasione l’ultima ora dell’anno, richiede da noi di oltrepassare in un certo senso i limiti della nostra coscienza, e della personale responsabilità morale. Il male che esiste nel mondo, che ci circonda e che minaccia l’uomo, le nazioni, l’umanità, sembra essere più grande, molto più grande, del male di cui si sente responsabile personalmente ciascuno di noi. È come se esso crescesse secondo la propria dinamica immanente e superasse le intenzioni dell’uomo; come se uscisse da noi ma non fosse di noi, per utilizzare ancora una volta le espressioni dell’Apostolo.
La nostra vita non ci manifesta forse simili dimensioni del male? L’ultimo anno non ci ha forse dimostrato un tale grado di minaccia che pensando ad essa l’uomo è portato a chiedersi se sia ancora a misura d’uomo, a misura della sua volontà e della sua coscienza?
Che cosa dire, oltre al resto, di tutte le manifestazioni di odio e di crudeltà che si nascondono sotto il nome del terrorismo internazionale? o sotto la forma del terrorismo, di cui è vittima l’Italia?
E che cosa dire dei giganteschi e minacciosi arsenali militari che, specialmente nell’ultimo scorcio di quest’anno, hanno richiamato l’attenzione del mondo intero e in particolare dell’Europa, dall’Oriente fino all’Occidente?
Si avrebbe voglia di dire, seguendo l’Apostolo, che quel male che si profila sull’orizzonte “è uscito da noi, ma non era di noi”, non è di noi. E giustamente. Nella storia dell’uomo opera non soltanto Cristo, ma anche l’Anti-Cristo. Eppure è necessario, sì, è tanto più necessario che l’uomo, ogni uomo, il quale in qualche modo si sente responsabile di tale minaccia sovrumana che pesa sull’umanità, si metta davanti al giudizio della propria coscienza; si metta davanti al giudizio di Dio.
4. Nel mondo era il Verbo . . . / “In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini; / la luce splende nelle tenebre, / ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1, 4-5).
Terminiamo così la nostra meditazione in occasione della fine dell’anno con un’affermazione del Vangelo di Giovanni. Essa porta in sé il messaggio del Natale; porta in sé la manifestazione della speranza, la voce dell’ottimismo cristiano.
Il Verbo è nel mondo. La luce splende nelle tenebre. Bisogna soltanto che noi porgiamo orecchio, a questo Verbo. Bisogna avvicinarsi a questa luce. Bisogna che noi ci stringiamo a Cristo, aderiamo a lui con tutta l’anima e con tutta la vita.
Allora possiamo avviarci con fiducia incontro ad ogni tempo, per quanto minaccioso sia il suo volto. “La grazia e la verità che vennero per mezzo di Gesù Cristo” (cf. Gv 1, 17) non cessano di essere la fonte del prevalere dell’uomo sul male. E anche nella nostra epoca sta crescendo la quantità dei fatti – dei fatti concreti – che lo confermano. Fatti che talvolta ci stupiscono con la loro eloquenza. Ogni anno termina nello splendore dell’ottava del Natale e ogni anno nuovo in tale splendore incomincia.
Questo è un segno evidente della immutabile presenza della grazia e della verità nel nostro tempo umano.

RIFLESSIONI SUL NATALE – AUTORI VARI

http://www.domenicanipistoia.it/natale2009.htm

RIFLESSIONI SUL NATALE – AUTORI VARI

DIO È VICINO A CIÒ CHE È PICCOLO
Dio nella piccolezza: questa la parola rivoluzionaria, appassionata dell’avvento: ecco Maria, anzitutto, la moglie del carpentiere – noi diremmo: la povera donna di un’ operaio – sconosciuta, insignificante agli occhi degli uomini.. proprio nella sua insignificanza, nella sua piccolezza agli occhi degli uomini, viene fatta oggetto dello sguardo e dell’elezione di Dio, per essere madre del salvatore del mondo. Non in virtù di qualche suo pregio umano, né per il suo pur grande timor di Dio; non a motivo della sua umiltà e neppure di una qualsivoglia sua virtù, ma solo ed esclusivamente perché la condiscendente volontà di Dio ama, elegge e fa grande ciò che è basso, insignificante e piccolo. Maria, la donna austera e timorata di Dio, che vive nell’antico testamento e spera nel suo redentore, l’umile donna di un operaio, la madre di Dio!
Dio non si vergogna della piccolezza dell’uomo, vi si coinvolge totalmente: sceglie un essere umano, lo fa suo strumento e compie il suo miracolo là dove meno lo si attende. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è perduto, ciò che è insignificante, reietto, ciò che è debole, spezzato. Quando giungiamo, nella nostra vita, al punto di vergognarci dinanzi a noi stessi e dinanzi a Dio, quando arriviamo a pensare che è Dio stesso a vergognarsi di noi, quando sentiamo Dio lontano come mai nella nostra vita, ebbene, proprio allora Dio ci è vicino come mai; allora vuole irrompere nella nostra vita, allora ci fa percepire in modo tangibile il suo farsi vicino, così che possiamo comprendere il miracolo del suo amore, della sua prossimità, della sua grazia.
Dietrich Bonhoeffer

SALVARE IL NATALE
Per salvare il Natale nel suo significato più profondo e umano: questo scoprirsi fratelli, tutti bisognosi di salvezza, bisognosi l’uno dell’altro. Questo non saperci più soli: che non possiamo stare bene finché non sta bene anche l’ultimo dei nostri fratelli. Questo sentire che l’umanità è una sola, unica; e che ci salveremo tutti insieme o tutti insieme ci perderemo: che perfino Dio non può stare da solo: perciò viene e si fa uomo; viene ad abitare in mezzo agli uomini, a nascondersi nell’ultimo di tutti. Per dire come i più poveri e scartati della terra sono uomini. Dobbiamo riscoprire la gioia del donare! Salvandoci dalla profanazione dello scialo, da questo sacrilegio: che poi è perfino un’offesa all’estetica, oltre che negazione di umanità.
Perché non si può festeggiare il Natale e offendere le cose di questo mondo: qui è tutta una follia e un degrado generale. Ma come si fa a vivere in verità un Natale in questa temperie e in queste circostanze di cronache nere, di mala vita dilagante, in uno stato permanente di alienazione dell’ anima dalle sue più profonde motivazioni di vita?
Bisogna salvare il Natale, e sarà come intraprendere la via giusta per salvare noi stessi; sarà come riscoprire le più profonde ragioni dell’essere: la realizzazione dell’incontro dell’uomo con Dio.
Davide Maria Turoldo

IL NOSTRO POSTO PRESSO LA CULLA DI GESU’
Per essere presenti nel presepio non è necessario essere senza peccato. Anche la nostra miseria è uno stimolo all’amore di Dio. Occorre riconoscersi peccatori. Chi non sente la propria sconfinata miseria non può capire il mistero del Natale; né può capire la gioia d’essere un redento chi nulla ha da farsi perdonare da Gesù.
Poi ci vuole un po’ d’amore nel cuore. « Chi vede il fratello vede Gesù ». « Io avevo fame e tu non mi hai dato da mangiare: ero ignudo e non mi hai vestito…. »
Per questo Gesù che nasce è ancora solo.
Ma perché togliergli perfino la compagnia di Maria, Giuseppe, Pastori e Magi?
Chi possiamo mettere al posto della Madonna, se tante nostre donne non sentono più la grandezza della maternità? Se hanno paura del « bambino » come di chi viene a guastare la loro piccola felicità?
Quali custodi al posto di Giuseppe, se i papà si scordano che i figli hanno l’anima oltre che lo stomaco? Se hanno case spalancate per tutto il male che c’è nel mondo?
E i Pastori… Anche noi poveri abbiamo dimenticato di guardare in alto, verso le notti stellate; non intendiamo più che il linguaggio del denaro…
E i Magi… Quelli che studiano hanno così rimpicciolito il mistero, hanno reso così brutto l’infinito, così pratico il sapere da farlo diventare un profitto più che una guida. Che può mai trovare tra le stelle chi non sa neppur leggere nei libri?
Gesù è ancora solo.
Venga presto il Natale dell’umanità, quando tutti gli uomini riprenderanno il loro posto presso la culla di Gesù: madonne, guardiani, pastori, magi di un avvento che sarà la festa del mondo.
Don Primo Mazzolari (1958)

IL GIORNO DEI DESIDERI PIÙ COMUNI
Chi resta insensibile al Natale? I cristiani celebrano questa ricorrenza da circa diciassette secoli. Siccome per loro Gesù di Nazareth era il messia, il vero sole, vollero celebrarlo nel momento dell’anno in cui il sole ricominciava a vincere la notte e cessa il declinare all’orizzonte per sorgere vittorioso sempre più in alto. Sì, Gesù, quello che i cristiani credono inviato da Dio tra gli uomini, non è apparso miracolosamente, scendendo in gloria dai cieli, come negli schemi classici, ma è comparso come un neonato, venuto al mondo come ciascuno di noi. Il Dio eterno che si fa mortale, il Dio infinito che si fa piccolo, il Dio onnipotente che si fa debole e appare tra gli uomini come un bambino, nasce, cresce, come qualsiasi essere umano, minacciato dalla morte, vittima della malvagità di alcuni uomini: tutto questo ha immesso nella festa del Natale qualcosa che tocca tutti perché riguarda ogni uomo. Così il Natale è diventato la celebrazione della nuova vita che continua, è diventato il giorno in cui si osano manifestare i desideri più comuni e più umani: desiderio di amore, innanzitutto, di amare e di essere amati; desiderio di felicità, cercato da tutti come realtà che dà il senso primario alla vita; desiderio di pace che permette di pensare se stessi e la vita senza liti né inimicizie, senza violenza né ingiustizia. (…) Forse, tradurre questa verità di fede in termini parlanti per gli uomini e le donne di oggi può apparire impresa ardua, eppure basta farsi carico del proprio essere uomo, basta farsi prossimo di chi è nel bisogno, partendo dalle realtà più quotidiane, dalle persone che ci stanno accanto, dal nostro comune bisogno di cibo, di affetto, di ascolto di pace, di perdono. In fondo la stessa consuetudine di scambiarci auguri e regali cosa significa se non cercare di dire all’altro che ci sta a cuore, che pensiamo a lui, che desideriamo che sia felice, che vorremmo essere nella gioia insieme, non l’uno senza l’altro, non l’uno contro l’altro?
Enzo Bianchi

UNO CHE HA CAMMINATO SULLE NOSTRE STRADE
La fede cristiana confessa che gli uomini sono fatti ad immagine di Dio; ognuno di essi è capace di fare il bene, è capace di amore, di comunicazione, di solidarietà: anche l’uomo più delinquente, più ostile agli altri uomini e nemico della convivenza civile, mantiene in sé questa capacità, che è solo umana, di amore per l’altro. E proprio per questo, perché gli uomini siano più uomini, Dio si è fatto uomo per insegnarci a vivere in questo mondo in un modo che canti la vita e sia lotta contro il potere della morte. Nella fede si contempla Dio diventato bambino, uno di noi, uno che ha camminato sulle nostre strade accanto a noi, come un viandante che offre la sua mano a chi vuole camminare con lui. Allora il Natale è festa nonostante le asprezze e le ferite che attraversano il cammino.
Enzo Bianchi

LA FEDE: UN BAMBINO DA PORTARE IN BRACCIO
Una porta si schiude da qualche parte sulla terra, quella di un povero alloggio dove brilla il fieno di una mangiatoia. Nello stesso istante una porta si schiude nel cielo, quella di una stella che trafigge la notte. Porta doppia e unica, solstiziale. Il sole è appena entrato nella fase ascendente del suo ciclo. Un bambino che è appena nato crescerà e illuminerà il mondo. La fede è un bambino che non concede riposo, che non si adatta a nessuna abitudine, soprattutto all’indolenza, alla tiepidezza, e che prova ripugnanza per ogni compromesso. È un bambino ribelle, tanto vulnerabile quanto temerario, tanto meditabondo quanto avventuroso. Un bambino nato in piena notte e destinato per sempre alla prova della notte, eppure incessantemente mosso dal desiderio della luce. Un bambino più leggero di una pagliuzza – basta un nonnulla a farlo volar via, svanire-, ma anche pesante quanto il mondo. Un bambino da portare in braccio, giorno dopo giorno, fino allo stremo delle forze, fino all’ultimo respiro.
Questa è la Natività: un invito a farsi carico del bambino dalla genealogia misteriosa e stupefacente, ad assicurare di salvarlo dalla furia delle tempeste, siano esse dentro o fuori. È assumersi la responsabilità affidata a Giuseppe, il primo a cui spettò. Infatti, nella notte della Natività, è chiesto a ognuno di dare il cambio a Giuseppe. La fede vive in un’infanzia perpetua, non può mai dichiararsi fatta e finita, sicura della sua forza e della sua resistenza; richiede sempre vigilanza e lavoro.
Sylvie Germain

LA GROTTA DI BETLEMME
Cos’è la grotta è la profondità della terra, è la profondità della coscienza dell’uomo, dove il Verbo di Dio discende. Nella nostra grotta non ci sono solo tendenze spaventose…in noi c’è il Figlio di Dio, con la sua tenue luce che vuole illuminarci, la cui bontà colpirà tutte le nostre passioni e le trasformerà in elementi di vita.
Dobbiamo sentire la ‘grotta’ non soltanto come spazio geografico, ma come spazio psicologico.
“Inutilmente Cristo nasce in Betlemme se non nasce in te!” (Angelo Silesius ‘Il pellegrino cherubico’ ).
Siamo noi che dobbiamo diventare coscienti che nella nostra grotta c’è il bambino divino che vuole crescere, illuminarci, trasformarci, e deve nascere in noi. E in noi nasce quando riusciamo a fare silenzio, ad avvolgerci di tenebra.
Giovanni Vannucci “Il passo di Dio” pag. 294-296
Meditazioni per l’avvento Ed. Paoline

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OMELIA NATALE DEL SIGNORE (25-12-2013) – (PER IL COMMENTO)

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OMELIA NATALE DEL SIGNORE (25-12-2013) – (PER IL COMMENTO)

MONS. VINCENZO PAGLIA

Ancora una volta siamo qui convocati per celebrare il Natale del Signore. L’evento della nascita di Gesù avvenuta una volta per tutte – duemila anni fa, circa, si rende ora presente – in modo misterioso, ma reale, attraverso la Liturgia della Chiesa, in particolare mediante il sacramento dell’Eucaristia.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato – come sempre – ci offre la chiave di lettura del «mistero», che stanotte (oggi) ci coinvolge e interpella, a fondo, la nostra vita in qualunque stato si esprima e qualunque età abbia raggiunto: l’anziano come il giovane, il prete come il laico, la persona consacrata come quella sposata, oggi – che lo si voglia o no – chiunque è messo di fronte all’«avvenimento» che ha dato una spina dorsale alla storia dell’umanità.
Annunciare il Natale, infatti, significa affermare che Dio, attraverso il Verbo fatto carne, ha pronunciato per noi la sua ultima parola, quella definitiva: una parola profonda, bella, chiarificatrice e decisiva, perché è il «sì» di Dio al matrimonio con l’umanità, dove l’indissolubilità e la fecondità sono garantite da un patto di stabilità, che ha Dio stesso per garante.
L’araldo della Liturgia del Natale è il profeta Isaia: nella Messa della notte ci ha detto che il popolo immerso nelle tenebre «vide una grande luce» (9,1); nella Messa dell’aurora, annuncia l’arrivo del Salvatore, con la sua ricompensa (62,11); nella Messa del giorno, mette in evidenza il messaggero che porta ai deportati una buona notizia: il Signore ci ha riscattati dalla schiavitù e «i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (52,10).
La sintesi di questo annuncio sta nel nome stesso di Gesù: il Salvatore. È chiaro che l’uomo, con tuta la sua intraprendenza, non può salvarsi da solo. Quando pretende di fare di testa sua, combina solo guai, perché finisce per prevalere in lui lo spessore del suo egoismo, che si dipana nei sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia la classica formula del catechismo antico, che sintetizza il lungo elenco delle opere della carne, presentato da Paolo ai Galati (5,19-21).
Gesù dunque è nato per salvarci dal male, cioè dal peccato, che genera in noi la morte. Gesù, è apparso sulla terra non per caso, ma per dare un senso alla vita che, oltre la morte, ha un futuro, dove ciascuno può trovare la piena realizzazione di sé. Per questo il Natale ci rivela l’amore di Dio per noi: Dio che si fa «condiscendente», cioè scende e sta con noi. I Padri greci chiamavano questo mistero « synkatabasis ».
Di fronte a questo mistero – che è segno di contraddizione – la società si spacca in due: coloro che hanno compreso il senso del Natale e lo vivono nella gioia vera, una gioia religiosa, una gioia che porta luce e pace, perché è la gioia di Dio; ci sono coloro, invece, che confondono la gioia del Natale con l’allegria mondana, perché di fronte al mistero si bloccano e chiudano le saracinesche del loro spirito, per rimanere di un mondo piccolo, che si accontenta delle luci artificiali e di quanto offre il mercato umano: per certuni il Natale, molto spesso, genera la noia, anziché la gioia. Allora c’è qualcosa che non funziona: senza la fede l’uomo si perde.
La fede – lo ha scritto San Paolo a Tito, ci dice che in questo mondo «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e a vivere con sobrietà, in attesa della beata speranza», cioè dell’incontro con «il nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Cf Te 2,11-13).
La fede dunque non è un rifugio per gli sprovveduti o un talismano da nascondere nelle pieghe cauteriate della nostra coscienza. Essa attira, dentro il presente, il futuro: da quando Cristo – vero Dio e vero uomo – è entrato nella storia, il tempo è diventato una dimensione di Dio e la fede – dice Tommaso d’Aquino è un «habitus», una costante disposizione dell’animo, che permette l’innesto della vita eterna in noi, mediante l’ascolto della Parola di Dio e la celebrazione dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia. La fede dunque ha una forte rilevanza per la vita personale e sociale.
Se vogliamo guardare in faccia la realtà del nostro mondo occidentale vediamo che le ragioni della sua crisi sono soprattutto due: 1) la secolarizzazione con il conseguente individualismo utilitarista: senza Dio è scomparsa l’etica della responsabilità (Weber) anche nei paesi dell’antica riforma; 2) il ruolo della politica: senza Dio anche la democrazia cade nella trappola del potere, a scapito del bene comune. Essa deve reimparare dal Vangelo: « dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare ». Come diceva un illuminato docente (il Prof. Naso): « Non prendetevela con Dio se Cesare scappa con la cassa ». Oggi si può aggiungere che non è colpa di Dio se in parlamento prevalgono le lobby anziché le ragioni del bene comune.
Purtroppo nell’agone socio-politico italiano ed europeo prevale sempre più l’emergere di un progetto di vita al di fuori di Dio, nella persuasione che, per garantire la laicità della democrazia, la fede vada relegata nell’intimo della persona, dimenticando che l’autentica laicità ha radici cristiane e che il vero laico trova nell’ispirazione cattolica (cioè « secondo il tutto ») non solo una verifica della propria identità, ma anche il proprium da porre sulla bilancia delle decisioni democratiche.
Di fatto la separazione tra fede e ragione è un «dramma», perché ha distrutto la capacità di raggiungere le più alte forme del ragionamento (Cf. Fides et ratio, n.25). In altre parole, per l’oscuramento della ragione non sostenuta dalla fede, l’uomo è insidiato nella sua dignità e nella sua capacità di raggiungere la piena maturità: le fantasie genetiche, il basso indice di natalità, il disprezzo della vita umana, la glorificazione delle devianze sessuali, la corrosione dell’istituto della famiglia, rivelano l’assenza di una educazione al senso della vita, che costringe le nuove generazioni a brancolare nel buio di una «libertà senza verità», e impedisce loro di sperimentare la forza trasformante del vero amore.
Oggi, di fronte ai grandi mutamenti planetari, le ideologie sono in crisi, ma pretendono di conservare il loro potere contrattuale. D’altra parte, l’Europa, fatica ad elaborare un nuovo pensiero critico: ne aveva uno, in passato, quello prodotto dal cristianesimo e che le aveva dato un volto presentabile, (André Frossard) ma ora si sta facendo di tutto per rottamarlo. Tutto ciò è frutto di un pensiero anemico che ha sostituito il bene con i valori: quando un bene viene chiamato « valore », lo si devalorizza e l’equivalenza dei valori genera il « relativismo ».
Così non si può andare avanti! Il Natale 2013 ci dice che Dio non si è stancato di noi, anche se la cultura dominante – non la maggioranza della gente – si è stancata di lui. Questa è la causa della nostra crisi a tutti i livelli, specialmente di quello economico e morale.
Allora bisogna « ripartire da Cristo », cioè dalla Verità – come scrive il filosofo francese Remì Brague – perché solo la Verità, che si è resa visibile in Gesù Cristo, ci rende veramente liberi, soprattutto verso le nostre passioni, ma soprattutto per riscrivere le nostre regole di vita.

NATALE 2014 – OMELIA: CORRIAMO VERSO LA GIOIA

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NATALE 2014 – OMELIA

PADRE ANTONIO RUNGI

CORRIAMO VERSO LA GIOIA

Noi uomini di questo tempo abbiamo bisogno di buone notizie, di notizie di vita e di gioia. Difficile trovarle nella quotidianità del nostro mondo e nei rapporti. Troppi fatti negativi, potrebbero deprimerci, scoraggiarsi, far serpeggiare nel nostro animo lo scoramento. Puntuale, ogni anno, il 25 dicembre arriva la solennità del Natale, la festa per eccellenza della gioia, della vita, del futuro, della famiglia, della pace, dell’armonia, della bontà e della tenerezza, di tutto ciò, in poche parole, è la vera buona notizia della storia che si rinnova ogni anno, partendo da quella grotta di Betlemme, dove risuona la prima volta il vero canto della gioia, perché lì nasce il Redentore. Il Natale, anche in questo nostro tempo super-tecnologico, riparte ogni volta dall’annuncio degli Angeli sulla grotta di Betlemme dove la santa famiglia, aspetta la visita di quanti vanno a vedere con i loro occhi la gloria di Dio che si è manifesta in Gesù bambino. Nel descrivere la nascita di Gesù, l’evangelista Luca mette in risalto i momenti salienti dell’avvenimento.
Il nucleo essenziale del Natale ed il suo messaggio che si rinnova ogni anno in questa solennità da 2014 anni è sta proprio qui. Non temete, ormai la gioia ha preso possesso di questo mondo, perché Dio si è fatto uomo ed è in mezzo a noi, è l’Emmanuele. La conseguenza di questa buona notizia è che ci sarà pace ed amore sulla terra per quanti accettano di vivere davvero il Natale di Gesù, Giuseppe e Maria e non il proprio egoistico natale del piacere e del divertimento, dell’odio e del risentimento, della guerra e della violenza, dell’ingiustizie e cattiverie. No! Il Natale che Gesù ci chiede di celebrare e vivere è un Natale contrassegnato dalla pace e dall’amore a livello generale e non a livello di poche persone. Tutta l’umanità deve essere investita dalla forza dell’amore e della pace, che ha origine nel Redentore.
Come i pastori dobbiamo correre ad incontrare la gioia del Signore. Non possiamo rimanere immobile nel cuore della notte, con i nostri pensieri, angosce, i nostri problemi, anche veri e reali, ma lontani dalla vera felicità che solo Dio ci può donare sempre. Correre verso la gioia non solo di Gesù, il Redentore, ma anche di Maria e di Giuseppe, perché anche loro possano guidarci, nel modo più giusto e sapiente, ad accogliere Gesù nel modo più giusto e positivo possibile. Non blocchiamo il processo di un cammino di elevazione spirituale che ci fa assaporare la gioia vera, ogni volta che facciamo un piccolo passo ed un progresso in ordine alla santità. E con il profeta Isaia, cantiamo la gioia dell’atteso Messia, scappando via dalle tenebre del peccato, della menzogna e della falsità. Questo è natale che sogniamo tutti da sempre, prima della venuta di Gesù e soprattutto dopo la sua nascita e la sua venuta su questa terra. Uomini e donne libere di fare la pace e fare il bene sempre, mai dimenticandosi che il bene deve sempre prevalere e il male deve essere sempre lottato e per quanto ci è possibile sconfitto dentro di noi e intorno a noi, con le armi dell’amore e della tenerezza. In Gesù Bambino, ci ricorda l’Apostolo Paolo nella sua lettera a Tito che « è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo ». Il Natale chiede conversione e rinnovamento, distacco dalle cose mondane e ricerca della giustizia, della pietà, coltivando la vera speranza cristiana, senza la quale il Natale è solo un giorno di festa, che durante fino a Santo Stefano.

Sia questa la nostra preghiera nella notte più bella della storia dell’umanità e nel giorno più luminoso dell’intera creazione

Dio della gioia e della tenerezza
che vieni tra noi nella condizione
di un bambino, povero ed indifeso,
proteggi tutti i bambini della terra,
perché possano incontrare
solo il volto gioioso di madri e padri
che sanno amare,
con la stessa attenzione
di Giuseppe e Maria.

Nella grotta di Betlemme,
tua prima culla,
hai sperimentato il freddo e il gelo
di una natura che ti ha accolto,
rispettando i tempi e le stagioni,
che hai dato ad essa
creandola dal niente.

Nella grotta di Betlemme
hai sperimentato,
Gesù Bambino,
la tenerezza e la bontà
delle persone semplici,
ma anche degli intellettuali del tuo tempo,
venuti da vicino e da lontano
per adorarti e contemplarti.

Fa o Gesù Bambino,
gioia eterna dell’Altissimo,
che questa umanità,
segnata da tanti dolori e sofferenze,
sperimenti la gioia del tuo Natale,
con lo stesso entusiasmo
degli angeli che apparvero
nel momento della Tua nascita
su quella povera e misera grotta
di un paese sconosciuto
e senza futuro.

Dona o Signore,
Redentore dell’uomo
la vera gioia del cuore,
con la stessa tonalità e consistenza
che, Maria, Tua e nostra Madre,
ha sperimentato accogliendoti
nel suo grembo verginale.

Fa’ che questo Natale 2014
segni un nuovo modo
di essere cristiani
e di vivere uniti in una grande
e sola famiglia
che inizia la sua esistenza
ai tuoi piedi Gesù Bambino.

Giuseppe e Maria,
i tuoi santi genitori terreni,
ci accompagnino
con uno stile di vita
in modo da potere celebrare
veramente questo Natale
dell’anno 2014, che volge al termine,
senza rimpianti e impedimenti,
ma con un rinnovato spirito
di servire e mai di essere servito,
come tu ci hai insegnato a fare,
con il tuo stile di vita povera
ed obbediente fino alla fine. Amen.

SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE – S.LEONE MAGNO

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SECONDO DISCORSO TENUTO NEL NATALE DEL SIGNORE – S.LEONE MAGNO

I – L’occulto disegno di Dio nell’incarnazione

Dilettissimi, esultiamo nel Signore e con spirituale gaudio rallegriamoci, perché è spuntato per noi il giorno che significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Il mistero della nostra salvezza, promesso all’inizio del mondo, attuato nel tempo stabilito per durare senza fine, si rinnova per noi nel ricorrente ciclo annuale.
In questo giorno è giusto che noi, elevati in alto i cuori, adoriamo il divino mistero, affinché sia celebrato dalla Chiesa con grande letizia quel che si compie per munifica generosità di Dio.
Infatti, Dio onnipotente e clementissimo, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia, allorché la malizia del diavolo con il veleno del suo odio ci sottomise alla morte, tosto indicò all’inizio del mondo la medicina che la sua misericordia metteva a disposizione per risollevare il genere umano. Preannunciò al serpente la futura discendenza della donna che con la propria virtù gli avrebbe schiacciato il capo, sempre altero o pronto a mordere. In tal modo preannunciò Cristo, l’Uomo-Dio, che doveva venire nella carne e che, nascendo dalla Vergine con una nascita immacolata, doveva condannare colui che violò l’integrità del genere umano.
Infatti il diavolo, trovando un sollievo alle proprie pene nel compagno di peccato, si gloriava che l’uomo, da lui ingannato, fosse stato privato dei doni divini e, spogliato della immortalità, fosse stato assoggettato a dura sentenza di morte; in più si gloriava perché Dio, secondo le esigenze della giustizia, era stato costretto a cambiare proposito riguardo all’uomo che egli aveva creato insignito di grande dignità. Per questo è stato necessario che Dio, immutabile, la cui volontà è inseparabile dalla benignità, adempisse con segreta economia e con occulto mistero il suo primo disegno di grazia ai nostri riguardi, affinché l’uomo, caduto in colpa per l’insidia del maligno diavolo, contrariamente al piano di Dio non perisse.

II – La novità nella nascita di Cristo
Dilettissimi, appena giunti i tempi prestabiliti per la redenzione degli uomini, Gesù Cristo, Figlio di Dio, fa il suo ingresso nella bassa condizione di questo mondo: discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre: è generato in un nuovo stato e con novità nella nascita. E’ nuovo il suo stato, perché, pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra. Egli che è l’immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio: pur restando nella sua eternità ha voluto incominciare a esistere nel tempo. Il Signore dell’universo, nascosta sotto il velo la gloria della sua maestà, ha assunto la natura di servo. Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore; l’immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte.
Inoltre è stato generato con novità nella nascita, perché è stato concepito dalla Vergine ed è nato dalla Vergine senza l’intervento di padre terreno e senza la violazione della integrità della madre. A chi doveva essere il Salvatore degli uomini era conveniente una tale nascita, perché avesse in sé la natura umana e non conoscesse la contaminazione della umana carne. Dio stesso, infatti, è l’autore della nascita corporea di Dio, e l’arcangelo l’ha attestato alla santa vergine Maria: «Lo Spirito santo verrà sopra di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà della sua ombra: per questo il bambino santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio».
Dunque la sua origine è diversa dalla nostra, ma la sua natura è uguale alla nostra. Il fatto che la Vergine abbia concepito, che la Vergine abbia partorito e poi sia rimasta ancora vergine, certamente è estraneo alla comune esperienza umana, poiché è fondato sulla divina potenza. In questo caso, difatti, non bisogna considerare la condizione di colei che partorisce, ma il volere di colui che nasce, il quale è nato dall’uomo nel modo che ha voluto e potuto. Se tu osservi la realtà della natura, costati la sostanza umana; ma se scruti la causa dell’origine, vi riconosci la potenza divina. Invero, Gesù Cristo, nostro Signore, è venuto per abolire il contagio del peccato, non per tollerarlo; è venuto per curare ogni malattia di corruzione e tutte le ferite delle anime macchiate. Era dunque opportuno che nascesse in maniera nuova colui che apportava agli uomini una nuova grazia di immacolata integrità. Era necessario che l’integrità di chi nasceva conservasse la nativa verginità della madre, e che l’adombramento della virtù dello Spirito santo custodisse il sacro recinto del pudore e la sede della santità. Gesù, difatti, aveva stabilito di rialzare la creatura che era precipitata in basso, di rafforzare la creatura conculcata e di donare e accrescere la virtù della castità per cui potesse essere vinta la concupiscenza della carne. Dio ha voluto in tal maniera che la verginità, necessariamente violata nella generazione degli altri uomini, fosse imitabile negli altri con la rinascita spirituale.

III – Il segreto messianico
Il fatto stesso, dilettissimi, che Cristo abbia scelto di nascere da una vergine, non mostra forse che era mosso da un motivo altissimo? Egli voleva che il diavolo ignorasse la nascita del Salvatore del genere umano; così ignaro dello spirituale concepimento, il maligno non avrebbe pensato a una nascita diversa da quella degli altri uomini, perché lo vedeva non differente dagli altri. Egli ha osservato la natura di lui, simile alla nostra, e ha creduto che egli fosse compreso nella condanna di tutti gli altri. Non comprese che era estraneo ai ceppi, procuratici dalla disobbedienza, colui che non vedeva libero dall’umana debolezza. Infatti Dio, verace e misericordioso, disponeva di molti modi per restaurare il genere umano, ma ha scelto questa via della redenzione per seguire un criterio di giustizia, anziché fare uso della sua potenza nel distruggere il male compiuto dal diavolo. Il superbo e antico nemico rivendicava per sé, non senza qualche ragione, un diritto di tirannia su tutti gli uomini; e opprimeva con dominazione non illegittima quelli che dal comando di Dio aveva trascinato a rendere ossequio spontaneo alle sue voglie. Perciò non avrebbe giustamente perduto la servitù del genere umano, instaurata agli inizi del mondo, se non fosse stato vinto da chi prima aveva assoggettato. Perché questo disegno si attuasse, Cristo, senza intervento di uomo, è stato concepito dalla Vergine, fecondata non dalla unione carnale, ma dallo Spirito santo. Le madri tutte non concepiscono senza la macchia del peccato; al contrario essa fu purificata dal fatto che concepì. Non si ebbe in questo caso nessun intervento dell’uomo, perciò non vi si mescolò il peccato originale. La verginità inviolata non conobbe la concupiscenza; solo somministrò la sostanza. Dalla madre fu assunta la natura dell’uomo, non la colpa. La natura di servo è stata fatta senza portare con sé condizione servile, perché l’uomo nuovo è stato misurato sul vecchio in modo da assumere la realtà della natura e da escludere l’antico peccato. Il misericordioso e onnipotente Salvatore ha regolato fin dall’inizio l’assunzione della natura umana in tal maniera da tenere nascosta la potenza divina, inseparabile dall’umanità assunta, col velo della nostra infermità. Fu, così, giocata l’astuzia del nemico che credette la nascita del fanciullo, nato per la salvezza del genere umano, sottomessa al suo dominio, non altrimenti che quella di tutti gli uomini che nascessero. Lo scorse che vagiva e lacrimava; l’osservò avvolto in pochi panni , soggetto alla circoncisione e riscattato con l’offerta del sacrificio legale. In seguito conobbe il normale sviluppo della sua puerizia e non poté mettere in dubbio la sua naturale crescita finché giunse a età virile. Mentre tutto ciò si compiva, egli scagliò oltraggi, moltiplicò le ingiurie, usò maledizioni, obbrobri, bestemmie e calunnie, e in ultimo rovesciò contro Cristo tutta la potenza del suo furore passando in rassegna tutte le possibili tentazioni. Ben conscio di avere col suo veleno prostrata la natura umana, non credette neppure lontanamente che fosse libero dal peccato chi da tante prove era riconoscibile per mortale. Perciò il diavolo, scellerato saccheggiatore e avaro esattore, persisté nella lotta contro chi nulla aveva in sé di malizia. Ma mentre lo perseguitava rivendicando l’esecuzione della sentenza di condanna per tutti gli uomini, riposta nell’origine intaccata dal peccato, oltrepassò la misura fissata nel decreto che gli serviva di sostegno, perché reclamò la pena del peccato da colui nel quale non scoprì nessuna colpa. Così per un consiglio poco accorto fu annullata la cedola del contratto di morte; per l’ingiustizia commessa nell’esigere di più, venne abolito tutto il debito. Quel forte viene incatenato con i suoi stessi ceppi e ogni astuzia del maligno viene ripiegata nel suo capo. Appena il principe del mondo è così imprigionato, le vettovaglie, procacciatesi con la schiavitù, gli vengono rapite. La natura purificata dal vecchio contagio, ritorna nel suo onore; la morte è distrutta con la morte, la nascita è restaurata con la nuova natività. Simultanei sono questi effetti: la redenzione abolisce la schiavitù, la rigenerazione trasforma l’origine e la fede rende giusto il peccatore.

IV – Frutti della redenzione e propositi del cristiano
Dunque, chiunque tu sia che vuoi gloriarti del nome di cristiano, pondera con giusto giudizio la grazia di questa riconciliazione. A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e disperso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare, dal lontano luogo ove eri, al tuo Creatore, di riconoscere il tuo padre, di passare dalla servitù alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio. Così a te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo Padre. Ora che sei sciolto dal reato della cattiva coscienza, aspira al regno celeste; adempi la volontà di Dio, sostenuto dal divino aiuto; imita gli angeli sopra la terra; nùtriti della virtù di una sostanza immortale; combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla religione di Dio, e se avrai rispettato il giuramento della milizia celeste, sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste.
Dilettissimi, fiduciosi in così grande aspettativa, rimanete stabili nella fede in cui siete stati fondati. Non sia mai che il tentatore, privato da Cristo della dominazione sopra di voi, vi abbia a sedurre di nuovo con insidie e riesca a profanare con la sua raffinata arte di inganni le gioie stesse del giorno presente. Non sia mai che riesca a illudere gli uomini più semplici con la nefanda persuasione di certuni, ai quali questo giorno della nostra solennità pare degno di festa non tanto a motivo della nascita di Cristo, quanto per il natale del nuovo sole. Le menti di costoro sono avvolte in dense tenebre e sono ben lontane dal far progressi nella vera luce. Si trascinano dietro i pazzeschi errori dei gentili, e perché sono incapaci di sollevare l’attenzione della mente sopra ciò che si vede con sguardo carnale, rendono culto divino agli astri, i quali non sono altro che i servi del mondo.
Sia lontana dagli uomini cristiani tale sacrilega superstizione e mostruosa menzogna. Le cose temporali distano oltre ogni dire da colui che è eterno, le cose corporee da colui che è incorporeo, le creature suddite da colui che le governa: tutte queste cose hanno bensì bellezza, che suscita ammirazione, ma non hanno in se stesse la divinità che si possa adorare. Bisogna, dunque, rendere onore a quella potenza, sapienza, maestà che ha creato dal nulla l’universo e che ha generato con onnipotente parola le cose terrene e le cose celesti in quelle forme e misura che a lui è piaciuto. Il sole, la luna, le stelle sono utili a noi, che ce ne serviamo e appaiono leggiadre quando le rimiriamo. Di esse si deve rendere grazie al Creatore: si deve adorare Dio che le ha create, non le creature che lo servono.
Dunque, dilettissimi, lodate Dio in tutte le sue opere e disposizioni. Abbiate una fede perfetta nella verginale integrità e nel parto della Vergine. Onorate il sacro e divino mistero della redenzione umana, prestando a Dio un servizio santo e sincero.
Accogliete Cristo che nasce nella nostra carne, affinché meritiate di contemplarlo qual Dio della gloria nel regno della sua maestà: egli che col Padre e lo Spirito santo persevera nella unità della divinità nei secoli dei secoli. Amen.

 

BENEDETTO XVI – SANTA MESSA DI MEZZANOTTE (2009 Anno liturgico A)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20091224_christmas_it.html

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE (Anno liturgico A)

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 24 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5). Ciò che Isaia, guardando da lontano verso il futuro, dice a Israele come consolazione nelle sue angustie ed oscurità, l’Angelo, dal quale emana una nube di luce, lo annuncia ai pastori come presente: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. Che cosa ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio?
Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti. Che significa questo? La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti. Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio. Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata. E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui. E tuttavia in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti. Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri!
Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “’Andiamo fino a Betlemme’ … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.
Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto. Essi non dovevano che “attraversare” (cfr Lc 2, 15) come si attraversa un breve spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E avevano bisogno di guida e di indicazione. Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui. Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù, “attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro. Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui. La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto vi amo. Venite e vedete che io sono qui. Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là! Oltrepassiamo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi: nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui Cristo mi attende.
Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo, quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine, come dice Paolo (cfr 2 Cor 4, 4; Col 1, 15). Nella figura di Gesù Cristo, in tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2, 12; cfr 16). Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente, inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio. Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore. Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità, significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano in pietre e in legno” (in Lc 22, 9). Cristo, però, vuole darci un cuore di carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)” (in Lc 22, 3).
Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen.

BENEDETTO XVI: IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO (link al testo biblico)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111207_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 7 dicembre 2011

IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO

(link:http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&Versione_CEI74=1&Versione_TILC=2&VersettoOn=1&Citazione=Mt%2011,25-30 )

Cari fratelli e sorelle,

gli evangelisti Matteo e Luca (cfr Mt 11,25-30 e Lc 10, 21-22) ci hanno tramandato un «gioiello» della preghiera di Gesù, che spesso viene chiamato Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, come abbiamo ascoltato. Nell’originale greco dei Vangeli il verbo con cui inizia questo inno, e che esprime l’atteggiamento di Gesù nel rivolgersi al Padre, è exomologoumai, tradotto spesso con «rendo lode» (Mt 11,25 e Lc 10,21). Ma negli scritti del Nuovo Testamento questo verbo indica principalmente due cose: la prima è «riconoscere fino in fondo» – ad esempio, Giovanni Battista chiedeva di riconoscere fino in fondo i propri peccati a chi andava da lui per farsi battezzare (cfr Mt 3,6) –; la seconda cosa è «trovarsi d’accordo». Quindi, l’espressione con cui Gesù inizia la sua preghiera contiene il suo riconoscere fino in fondo, pienamente, l’agire di Dio Padre, e, insieme, il suo essere in totale, consapevole e gioioso accordo con questo modo di agire, con il progetto del Padre. L’Inno di giubilo è l’apice di un cammino di preghiera in cui emerge chiaramente la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e si manifesta la sua filiazione divina.

Gesù si rivolge a Dio chiamandolo «Padre». Questo termine esprime la coscienza e la certezza di Gesù di essere «il Figlio», in intima e costante comunione con Lui, e questo è il punto centrale e la fonte di ogni preghiera di Gesù. Lo vediamo chiaramente nell’ultima parte dell’Inno, che illumina l’intero testo. Gesù dice: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Lc 10, 22). Gesù quindi afferma che solo «il Figlio» conosce veramente il Padre. Ogni conoscenza tra le persone – lo sperimentiamo tutti nelle nostre relazioni umane – comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo: non si può conoscere senza una comunione dell’essere. Nell’Inno di giubilo, come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui: solo essendo in comunione con l’altro comincio a conoscere; e così anche con Dio, solo se ho un contatto vero, se sono in comunione, posso anche conoscerlo. Quindi la vera conoscenza è riservata al « Figlio», l’Unigenito che è da sempre nel seno del Padre (cfr Gv 1,18), in perfetta unità con Lui. Solo il Figlio conosce veramente Dio, essendo in comunione intima dell’essere; solo il Figlio può rivelare veramente chi è Dio.

Il nome «Padre» è seguito da un secondo titolo, «Signore del cielo e della terra». Gesù, con questa espressione, ricapitola la fede nella creazione e fa risuonare le prime parole della Sacra Scrittura: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Pregando, Egli richiama la grande narrazione biblica della storia di amore di Dio per l’uomo, che inizia con l’atto della creazione. Gesù si inserisce in questa storia di amore, ne è il vertice e il compimento. Nella sua esperienza di preghiera, la Sacra Scrittura viene illuminata e rivive nella sua più completa ampiezza: annuncio del mistero di Dio e risposta dell’uomo trasformato. Ma attraverso l’espressione «Signore del cielo e della terra» possiamo anche riconoscere come in Gesù, il Rivelatore del Padre, viene riaperta all’uomo la possibilità di accedere a Dio.

Poniamoci adesso la domanda: a chi il Figlio vuole rivelare i misteri di Dio? All’inizio dell’Inno Gesù esprime la sua gioia perché la volontà del Padre è quella di tenere nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e rivelarle ai piccoli (cfr Lc 10,21). In questa espressione della sua preghiera, Gesù manifesta la sua comunione con la decisione del Padre che schiude i suoi misteri a chi ha il cuore semplice: la volontà del Figlio è una cosa sola con quella del Padre. La rivelazione divina non avviene secondo la logica terrena, per la quale sono gli uomini colti e potenti che possiedono le conoscenze importanti e le trasmettono alla gente più semplice, ai piccoli. Dio ha usato tutt’altro stile: i destinatari della sua comunicazione sono stati proprio i «piccoli». Questa è la volontà del Padre, e il Figlio la condivide con gioia. Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Il suo trasalire «Sì, Padre!» esprime la profondità del suo cuore, la sua adesione al beneplacito del Padre, come eco al «Fiat» di sua Madre al momento del suo concepimento e come preludio a quello che egli dirà al Padre durante la sua agonia. Tutta la preghiera di Gesù è in questa amorosa adesione del suo cuore di uomo al “mistero della … volontà” del Padre (Ef 1,9)» (2603). Da qui deriva l’invocazione che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro: «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: insieme con Cristo e in Cristo, anche noi chiediamo di entrare in sintonia con la volontà del Padre, diventando così anche noi suoi figli. Gesù, pertanto, in questo Inno di giubilo esprime la volontà di coinvolgere nella sua conoscenza filiale di Dio tutti coloro che il Padre vuole renderne partecipi; e coloro che accolgono questo dono sono i «piccoli».

Ma che cosa significa «essere piccoli», semplici? Qual è «la piccolezza» che apre l’uomo all’intimità filiale con Dio e ad accogliere la sua volontà? Quale deve essere l’atteggiamento di fondo della nostra preghiera? Guardiamo al «Discorso della montagna», dove Gesù afferma: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). E’ la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio.

E’ interessante anche notare l’occasione in cui Gesù prorompe in questo Inno al Padre. Nella narrazione evangelica di Matteo è la gioia perché, nonostante le opposizioni e i rifiuti, ci sono dei «piccoli» che accolgono la sua parola e si aprono al dono della fede in Lui. L’Inno di giubilo, infatti, è preceduto dal contrasto tra l’elogio di Giovanni il Battista, uno dei «piccoli» che hanno riconosciuto l’agire di Dio in Cristo Gesù (cfr Mt 11,2-19), e il rimprovero per l’incredulità delle città del lago «nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi» (cfr Mt 11,20-24). Il giubilo quindi è visto da Matteo in relazione alle parole con cui Gesù constata l’efficacia della sua parola e della sua azione: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,4-6).

Anche san Luca presenta l’Inno di giubilo in connessione con un momento di sviluppo dell’annuncio del Vangelo. Gesù ha inviato i «settantadue discepoli» (Lc 10,1) ed essi sono partiti con un senso di paura per il possibile insuccesso della loro missione. Anche Luca sottolinea il rifiuto incontrato nelle città in cui il Signore ha predicato e ha compiuto segni prodigiosi. Ma i settantadue discepoli tornano pieni di gioia, perché la loro missione ha avuto successo; essi hanno constatato che, con la potenza della parola di Gesù, i mali dell’uomo vengono vinti. E Gesù condivide la loro soddisfazione: «in quella stessa ora», in quel momento, Egli esultò di gioia.

Ci sono ancora due elementi che vorrei sottolineare. L’evangelista Luca introduce la preghiera con l’annotazione: «Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Gesù gioisce partendo dall’intimo di se stesso, in ciò che ha di più profondo: la comunione unica di conoscenza e di amore con il Padre, la pienezza dello Spirito Santo. Coinvolgendoci nella sua figliolanza, Gesù invita anche noi ad aprirci alla luce dello Spirito Santo, perché – come afferma l’apostolo Paolo – «(Noi) non sappiamo … come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili … secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27) e ci rivela l’amore del Padre. Nel Vangelo di Matteo, dopo l’Inno di Giubilo, troviamo uno degli appelli più accorati di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Gesù chiede di andare a Lui che è la vera sapienza, a Lui che è «mite e umile di cuore»; propone «il suo giogo», la strada della sapienza del Vangelo che non è una dottrina da imparare o una proposta etica, ma una Persona da seguire: Egli stesso, il Figlio Unigenito in perfetta comunione con il Padre.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo gustato per un momento la ricchezza di questa preghiera di Gesù. Anche noi, con il dono del suo Spirito, possiamo rivolgerci a Dio, nella preghiera, con confidenza di figli, invocandolo con il nome di Padre, «Abbà». Ma dobbiamo avere il cuore dei piccoli, dei «poveri in spirito» (Mt 5,3), per riconoscere che non siamo autosufficienti, che non possiamo costruire la nostra vita da soli, ma abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di incontrarlo, di ascoltarlo, di parlargli. La preghiera ci apre a ricevere il dono di Dio, la sua sapienza, che è Gesù stesso, per compiere la volontà del Padre sulla nostra vita e trovare così ristoro nelle fatiche del nostro cammino. Grazie.

IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE CONTEMPLATO CON GLI OCCHI DI FRANCESCO D’ASSISI – PADRE CANTALAMESSA 2013

http://www.zenit.org/it/articles/il-mistero-dell-incarnazione-contemplato-con-gli-occhi-di-francesco-d-assisi

IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE CONTEMPLATO CON GLI OCCHI DI FRANCESCO D’ASSISI

TERZA PREDICA DI AVVENTO 2013 DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA, OFMCAP

CITTA’ DEL VATICANO, 20 DICEMBRE 2013 (ZENIT.ORG)

Pubblichiamo di seguito il testo integrale della terza e ultima Predica di Avvento 2013, tenuta questa mattina in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa, ofmcap., predicatore della Casa Pontificia.

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1. Greccio e l’istituzione del presepio
Conosciamo tutti la storia di Francesco che a Greccio, tre anni prima della morte, da inizio alla tradizione natalizia del presepio; ma è bello rievocarla, per sommi capi, in questa circostanza. Scrive dunque il Celano:
“Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco chiamò a sé un uomo di nome Giovanni e gli disse: ‘Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello’. […]. E giunge il giorno della letizia. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme”[1].
L’importanza dell’episodio non sta tanto nel fatto in se stesso e neppure nel seguito spettacolare che ha avuto nella tradizione cristiana; sta nella novità che esso rivela a proposito della comprensione che il santo aveva del mistero dell’incarnazione. L’insistenza troppo unilaterale, e a volte addirittura ossessiva, sugli aspetti ontologici dell’incarnazione (natura, persona, unione ipostatica, comunicazione degli idiomi) aveva fatto perdere spesso di vista la vera natura del mistero cristiano, riducendolo a un mistero speculativo, da formulare con categorie sempre più rigorose, ma lontanissime dalla portata della gente
Francesco d’Assisi ci aiuta a integrare la visione ontologica dell’incarnazione, con quella più esistenziale e religiosa. Non importa, infatti, solo sapere che Dio si è fatto uomo; importa anche sapere che tipo di uomo si è fatto. È significativo il modo diverso e complementare in cui Giovanni e Paolo descrivono l’evento dell’incarnazione. Per Giovanni, essa consiste nel fatto che il Verbo che era Dio si è fatto carne (cf. Gv 1, 1-14); per Paolo, essa consiste nel fatto che “Cristo, essendo di natura divina, ha assunto la forma di servo e ha umiliato se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (cf. Fil 2, 5 ss.). Per Giovanni, il Verbo, essendo Dio, si è fatto uomo; per Paolo “Cristo, da ricco che era, si è fatto povero” (cf. 2 Cor 8,9).
Francesco d’Assisi si situa nella linea di san Paolo. Più che sulla realtà ontologia dell’umanità di Cristo (nella quale crede fermamente con tutta la Chiesa), egli insiste, fino alla commozione, sull’umiltà e la povertà di essa. Due cose, dicono le fonti, avevano il potere di commuoverlo fino alle lacrime, ogni volta che ne sentiva parlare: “l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione”[2]. “Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra”[3].
Francesco ha ridato così “carne e sangue” ai misteri del cristianesimo spesso “disincarnati” e ridotti a concetti e sillogismi nelle scuole teologiche e nei libri. Uno studioso tedesco ha visto in Francesco d’Assisi colui che ha creato le condizioni per la nascita dell’arte moderna rinascimentale, in quanto scioglie persone ed eventi sacri dalla rigidità stilizzata del passato e conferisce loro concretezza e vita[4].

2. Il Natale e i poveri
La distinzione tra il fatto dell’incarnazione e il modo di essa, tra la sua dimensione ontologica e quella esistenziale, ci interessa perché getta una luce singolare sul problema attuale della povertà e dell’atteggiamento dei cristiani verso di essa. Aiuta a dare un fondamento biblico e teologico alla scelta preferenziale dei poveri, proclamata nel concilio Vaticano II. Se infatti per il fatto dell’incarnazione, il Verbo ha, in certo senso, assunto ogni uomo, come dicevano certi Padri della Chiesa, per il modo in cui essa si è realizzata, egli ha assunto, a un titolo tutto particolare, il povero, l’umile, il sofferente, al punto da identificarsi con essi.
Nel povero non si ha, certo, lo stesso genere di presenza di Cristo che si ha nell’Eucaristia e negli altri sacramenti, ma si tratta di una presenza anch’essa vera, “reale”. Lui ha “istituito” questo segno, come ha istituito l’Eucaristia. Colui che pronunciò sul pane le parole: “Questo è il mio corpo”, ha detto queste stesse parole anche dei poveri. Le ha dette quando, parlando di quello che si è fatto, o non si è fatto, per l’affamato, l’assetato, il prigioniero, l’ignudo e l’esule, ha dichiarato solennemente: “L’avete fatto a me” e “Non l’avete fatto a me”. Questo infatti equivale a dire: “Quella certa persona lacera, bisognosa di un po’ di pane, quell’anziano che moriva intirizzito dal freddo sul marciapiede, ero io!”. “I Padri conciliari -ha scritto Jean Guitton, osservatore laico al Vaticano II, hanno ritrovato il sacramento della povertà, la presenza di Cristo sotto le specie di coloro che soffrono”[5].
Non accoglie pienamente Cristo chi non è disposto ad accogliere il povero con cui egli si è identificato. Chi, al momento della comunione, si accosta pieno di fervore a ricevere Cristo, ma ha il cuore chiuso ai poveri, somiglia, direbbe sant’Agostino, a uno che vede venire da lontano un amico che non vede da anni. Pieno di gioia, gli corre incontro, si alza in punta dei piedi per baciargli la fronte, ma nel fare ciò non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate. I poveri infatti sono i piedi nudi che Cristo ha ancora posati su questa terra.
Il povero è anch’esso un “vicario di Cristo”, uno che tiene le veci di Cristo. Vicario, in senso passivo, non attivo. Non nel senso, cioè, che quello che fa il povero è come se lo facesse Cristo, ma nel senso che quello che si fa al povero è come se lo si facesse a Cristo. È vero, come scrive san Leone Magno, che dopo l’ascensione, “tutto quello che c’era di visibile nel nostro Signore Gesù Cristo è passato nei segni sacramentali della Chiesa”[6], ma è altrettanto vero che, dal punto di vista esistenziale, esso è passato anche nei poveri e in tutti coloro di cui egli ha detto: “L’avete fatto a me”.
Traiamo la conseguenza che deriva da tutto ciò sul piano dell’ecclesiologia. Giovanni XXIII, in occasione del Concilio, ha coniato l’espressione “Chiesa dei poveri”[7]. Essa riveste un significato che va forse al di là di quello che si intende a prima vista. La Chiesa dei poveri non è costituita solo dai poveri della Chiesa! In un certo senso, tutti i poveri del mondo, siano essi battezzati o meno, le appartengono. La loro povertà e sofferenza è il loro battesimo di sangue. Se i cristiani sono coloro che sono stati “battezzati nella morte di Cristo” (Rom 6,3), chi è, di fatto, più battezzato nella morte di Cristo di loro?
Come non considerarli, in qualche modo, Chiesa di Cristo, se Cristo stesso li ha dichiarati il suo corpo? Essi sono “cristiani”, non perché si dichiarano appartenenti a Cristo, ma perché Cristo li ha dichiarati appartenenti a sé: “L’avete fatto a me!”. Se c’è un caso in cui la controversa espressione “cristiani anonimi” può avere un’applicazione plausibile, esso è proprio questo dei poveri.
La Chiesa di Cristo è dunque immensamente più vasta di quello che dicono le statistiche correnti. Non per semplice modo di dire, ma veramente, realmente. Nessuno dei fondatori di religioni si è identificato con i poveri come ha fatto Gesù. Nessuno ha proclamato: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40), dove il “fratello più piccolo” non indica solo il credente in Cristo, ma, come è ammesso da tutti, ogni uomo.
Ne deriva che il papa, vicario di Cristo, è davvero il “padre dei poveri”, il pastore di questo immenso gregge, ed è una gioia e uno stimolo per tutto il popolo cristiano vedere quanto questo ruolo è stato preso a cuore dagli ultimi Sommi Pontefici e in modo tutto particolare dal pastore che siede oggi sulla cattedra di Pietro. Egli è la voce più autorevole che si leva in loro difesa. La voce di chi non ha voce. Non si è davvero “dimenticato dei poveri”!
Noi tendiamo a mettere, tra noi e i poveri, dei doppi vetri. L’effetto dei doppi vetri, oggi così sfruttato nell’edilizia, è che impedisce il passaggio del freddo, del caldo e dei rumori, stempera tutto, fa giungere tutto attutito, ovattato. E infatti vediamo i poveri muoversi, agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, sulle pagine dei giornali e delle riviste missionarie, ma il loro grido ci giunge come da molto lontano. Non ci penetra al cuore. Lo dico a mia stessa confusione e vergogna. La parola: “i poveri!” “gli extracomunitari!” provoca, nei paesi ricchi, quello che provocava nei romani antichi il grido “i barbari!”: lo sconcerto, il panico. Essi si affannavano a costruire muraglie e a inviare eserciti alle frontiere per tenerli a bada, ma la storia dice che è tutto inutile.
Noi piangiamo e protestiamo -e giustamente! – per i bambini a cui si impedisce di nascere, ma non dovremmo fare altrettanto per i milioni di bambini nati e fatti morire per fame, malattie, bambini costretti a fare la guerra e uccidersi tra loro per interessi a cui non siamo estranei noi dei paesi ricchi? Non sarà perché i primi appartengono al nostro continente e hanno il nostro stesso colore, mentre i secondi appartengono a un altro continente e hanno un diverso colore? Protestiamo – e più che giustamente! – per gli anziani, i malati, i malformati aiutati (a volte spinti) a morire con l’eutanasia; ma non dovremmo fare altrettanto per gli anziani che muoiono assiderati di freddo o abbandonati soli al loro destino? La legge liberista del “vivere e lasciar vivere” non dovrebbe mai trasformarsi nella legge del “vivere e lasciar morire”, come invece sta avvenendo nel mondo intero.
Certo, la legge naturale è santa, ma è proprio per avere la forza di applicarla che abbiamo bisogno di ripartire dalla fede in Gesú Cristo. San Paolo ha scritto: “Ciò che era impossibile alla legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile mandando il proprio Figlio” (Rom 8, 3). I primi cristiani, con i loro costumi, aiutarono lo stato a cambiare le proprie leggi; noi cristiani di oggi non possiamo fare il contrario e pensare che sia lo stato con le sue leggi a dover cambiare i costumi della gente.

3. Amare, soccorrere, evangelizzare i poveri
La prima cosa da fare, nei confronti dei poveri, è dunque rompere i doppi vetri, superare l’indifferenza e l’insensibilità. Dobbiamo, come ci esorta appunto il papa, “accorgerci” dei poveri, lasciarci prendere da una sana inquietudine per la loro presenza in mezzo a noi, spesso a due passi da casa nostra. Quello che dobbiamo fare in concreto per essi, lo si può riassumere in tre parole: amarli, soccorrerli, evangelizzarli.
Amare i poveri. L’amore per i poveri è uno dei tratti più comuni della santità cattolica. In san Francesco stesso, l’abbiamo visto nella prima meditazione, l’amore per i poveri, a partire da Cristo povero, viene prima dell’amore della povertà e fu esso che lo portò a sposare la povertà. Per alcuni santi, come san Vincenzo de’ Paoli, Madre Teresa di Calcutta e innumerevoli altri, l’amore per i poveri è stato addirittura la loro via alla santità, il loro carisma.
Amare i poveri significa anzitutto rispettarli e riconoscere la loro dignità. In essi, proprio per la mancanza di altri titoli e distinzioni secondarie, brilla di luce più viva la radicale dignità dell’essere umano. In una omelia di Natale tenuta a Milano, il cardinal Montini diceva: “La visione completa della vita umana sotto la luce di Cristo vede in un povero qualche cosa di più di un bisognoso; vi vede un fratello misteriosamente rivestito di una dignità, che obbliga a tributargli riverenza, ad accoglierlo con premura, a compatirlo oltre il merito”[8].
Ma i poveri non meritano soltanto la nostra commiserazione; meritano anche la nostra ammirazione. Essi sono i veri campioni dell’umanità. Si distribuiscono ogni anno coppe, medaglie d’oro, d’argento, di bronzo; al merito, alla memoria o ai vincitori di gare. E magari solo perché sono stati capaci di correre in una frazione di secondo meno degli altri i cento, i duecento o quattrocento metri a ostacoli, o di saltare un centimetro più alto degli altri, o di vincere una maratona o una gara di slalom.
Eppure se uno osservasse di quali salti mortali, di quale resistenza, di quali slalom, sono capaci a volte i poveri, e non una volta, ma per tutta la vita, le prestazioni dei più famosi atleti ci sembrerebbero giochetti da fanciulli. Cos’è una maratona in confronto, per esempio, a quello che fa un uomo-risciò di Calcutta, il quale alla fine della vita ha fatto a piedi l’equivalente di diversi giri della terra, nel caldo più snervante, trainando uno o due passeggeri, per strade dissestate, tra buche e pozzanghere, sgusciando tra un auto e l’altra per non farsi travolgere?
Francesco d’Assisi ci aiuta a scoprire un motivo ancora più forte per amare i poveri: il fatto che essi non sono semplicemente i nostri “simili” o il nostro “prossimo”: sono nostri fratelli! Fratelli sono coloro che hanno uno stesso padre e gli uomini sono fratelli perché hanno un unico padre nei cieli! Gesú aveva detto: “Uno solo è il vostro Padre celeste e voi siete tutti fratelli” (cf. Mt 23,8-9), ma questa parola era stata intesa finora come rivolta ai soli discepoli. Nella tradizione cristiana, fratello in senso stretto è solo colui che condivide la stessa fede e ha ricevuto lo stesso battesimo.
Francesco riprende la parola di Cristo e le da una portata universale che è quella che certamente aveva in mente Gesù. Francesco ha messo davvero ”tutto il mondo in stato di fraternità”[9]. Chiama fratelli non solo i suoi frati e i compagni di fede, ma anche i lebbrosi, i briganti, i saraceni, cioè credenti e non credenti, buoni e cattivi, soprattutto i poveri. Novità, questa, assoluta, estende il concetto di fratello e sorella anche alle creature inanimate: il sole, la luna, la terra, l’acqua e perfino la morte. Questa, evidentemente, è poesia, più che teologia. Il santo sa bene che tra esse e le creature umane, fatte a immagine di Dio, c’è la stessa differenza che tra il figlio di un artista e le opere da lui create. Ma è che il senso di fraternità universale del Poverello non ha confini.
Questo della fraternità è il contributo specifico che la fede cristiana può dare per rafforzare nel mondo la pace e la lotta alla povertà, come suggerisce il tema della prossima Giornata mondiale della pace “Fraternità, fondamento e via per la pace”. A pensarci bene, esso è l’unico fondamento vero e non velleitario. Che senso ha infatti parlare di fraternità e di solidarietà umana, se si parte da una certa visione scientifica del mondo che conosce, come uniche forze in azione nel mondo, “il caso e la necessità”? Se si parte, in altre parole, da una visione filosofica come quella di Nietzsche, secondo cui il mondo non è che volontà di potenza e ogni tentativo di opporsi a ciò è solo segno del risentimento dei deboli contro i forti”? Ha ragione chi dice che “se l’essere è solo caos e forza, l’azione che ricerca la pace e la giustizia è destinata inevitabilmente a rimanere senza fondamento”[10]. Manca, in questo caso, una ragione sufficiente per opporsi al liberismo sfrenato e all’”inequità” denunciata con forza dal papa nell’esortazione Evangelii gaudium.
Al dovere di amare e rispettare i poveri, segue quello di soccorrerli. Qui ci viene in aiuto san Giacomo. A che serve, egli dice, impietosirsi davanti a un fratello o una sorella privi del vestito e del cibo, dicendo loro : “Poveretto, come soffri! Vai, riscàldati, sàziati!”, se tu non gli dai nulla di quanto ha bisogno per riscaldarsi e nutrirsi? La compassione, come la fede, senza le opere è morta (cf. Gc 2, 15-17). Gesù nel giudizio non dirà: “Ero nudo e mi avete compatito”; ma “Ero nudo e mi avete vestito”. Non bisogna prendersela con Dio davanti alla miseria del mondo, ma con noi stessi. Un giorno vedendo una bambina tremante di freddo e che piangeva per la fame, un uomo fu preso da un moto di ribellione e gridò: “O Dio, dove sei? Perché non fai qualcosa per quella creatura innocente?”. Ma una voce interiore gli rispose: “Certo che ho fatto qualche cosa. Ho fatto te!”. E capì immediatamente.
Oggi però non basta più la semplice elemosina. Il problema della povertà è divenuto planetario. Quando i Padri della Chiesa parlavano dei poveri pensavano ai poveri della loro città, o al massimo a quelli della città vicina. Non conoscevano quasi altro, se non molto vagamente e, del resto, anche se l’avessero conosciuto, far pervenire gli aiuti sarebbe stato ancora più difficile, in una società come la loro. Oggi sappiamo che questo non basta, anche se nulla ci dispensa dal fare quello che possiamo anche a questo livello individuale.
L’esempio di tanti uomini e donne del nostro tempo ci mostra che ci sono tante cose che si possono fare per soccorrere, ognuno secondo i propri mezzi e possibilità, i poveri e promuoverne l’elevazione. Parlando del “grido dei poveri”, nella Evangelica testificatio, Paolo VI diceva in particolare a noi religiosi: “Esso induce certuni tra voi a raggiungere i poveri nella loro condizione, a condividere le loro ansie lancinanti. Invita, d’altra parte, non pochi vostri istituti a riconvertire in favore dei poveri certe loro opere”[11].
Eliminare o ridurre l’ingiusto e scandaloso abisso che esiste tra ricchi e poveri nel mondo è il compito più urgente e più ingente che il millennio da poco conclusosi ha consegnato al nuovo millennio in cui siamo entrati. Speriamo che non sia ancora il problema numero uno che il presente millennio lascia in eredità a quello successivo.
Infine, evangelizzare i poveri. Questa fu la missione che Gesù riconobbe come la sua per eccellenza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha unto per evangelizzare i poveri” (Lc 4, 18) e che indicò come segno della presenza del Regno agli inviati del Battista: “Ai poveri è annunciata la lieta novella” (Mt 11, 15). Non dobbiamo permettere che la nostra cattiva coscienza ci spinga a commettere l’enorme ingiustizia di privare della buona notizia coloro che ne sono i primi e più naturali destinatari. Magari, adducendo, a nostra scusa, il proverbio che “ventre affamato non ha orecchi”. L’azione sociale deve accompagnare l’evangelizzazione, mai sostituirla.
Gesù moltiplicava i pani e insieme anche la parola, anzi prima amministrava, a volte per tre giorni di seguito, la Parola poi si preoccupava anche dei pani. Non di solo pane vive il povero, ma anche di speranza e di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. I poveri hanno il sacrosanto diritto di udire il Vangelo integrale, non in edizione ridotta o polemica; il vangelo che parla di amore ai poveri, ma non di odio ai ricchi.

4. Gioia nei cieli e gioia sulla terra
Terminiamo su un altro tono. Per Francesco d’Assisi, Natale non era solo l’occasione per piangere sulla povertà di Cristo; era anche la festa che aveva il potere di fare esplodere tutta la capacità di gioia che c’era nel suo cuore, ed era immensa. A Natale egli faceva letteralmente pazzie.
“Voleva che in questo giorno i poveri edi mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. Se potrò parlare all’imperatore – diceva – lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza”[12].
Diventava come uno di quei bambini che stanno con gli occhi pieni di stupore davanti al presepio. Durante la funzione natalizia a Greccio, racconta il biografo, quando pronunciava il nome ‘Betlemme’ si riempiva la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva ‘Bambino di Betlemme’ o ‘Gesú’, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole”.
C’è un canto natalizio che esprime alla perfezione i sentimenti di San Francesco davanti al presepio e la cosa non stupisce se pensiamo che esso è stato scritto, parole e musica, da un santo come lui, sant’Alfonso Maria de Liguori. Ascoltandolo nel tempo natalizio, lasciamoci commuovere dal suo messaggio semplice ma essenziale:

Tu scendi dalle stelle o Re del cielo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo…
A te che sei del mondo il Creatore,
mancano i panni e il fuoco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto, quanta questa povertà
più mi innamora, giacché ti fece amor povero ancora.

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, Buon Natale!

NOTE
[1] Celano, Vita Prima, 84-86 (Fonti Francescane, 468-470)
[2] Ib. 30, (FF 467).
[3] Celano, Vita Seconda, 151 (FF 788).
[4] H. Thode, Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst des Renaissance in Italien, Berlin 1885.
[5] J. Guitton, cit. da R. Gil, Presencia de los pobres en el concilio, in “Proyección” 48, 1966, p.30.
[6] S. Leone Magno, Discorso 2 sull’Ascensione, 2 (PL 54, 398).
[7] In AAS 54, 1962, p. 682.
[8] Cf. Il Gesú di Paolo VI, a cura di V. Levi, Milano 1985, p. 61.
[9] P. Damien Vorreux, Saint François d’Assise, Documents, Parigi 1968, p. 36.
[10] V. Mancuso, in La Repubblica, Venerdì 4 Ottobre 2013.
[11] Paolo VI, Evangelica testificatio, 18 (Ench. Vatic., 4, p.651).
[12] Celano, Vita Seconda, 151 (FF 787-788).

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