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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ – ANNO C

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ – ANNO C

Domenica fra l’Ottava di Natale
Luca 2, 41-52

“Non sapevate che devo stare presso il Padre mio?”
Enzo Bianchi

Giuseppe e Maria erano credenti giudei fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque, in obbedienza alla Torah (cf. Dt 16,6), ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwah, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Il ragazzo forse già allora – come avviene ancora oggi tra gli ebrei – era invitato a leggere i rotoli delle sante Scritture, mostrava di saperle leggerle in ebraico come stava scritto e poi, interrogato dagli scribi, gli esperti della Legge, rispondeva, dando prova della preparazione che aveva ricevuto e dello studio in cui si era impegnato, alle domande riguardanti la volontà del Signore inscritta nella Torah.
Così fece anche Gesù. Poi Giuseppe e Maria, insieme alla loro carovana partita dalla Galilea, intraprendono il cammino del ritorno, finché alla sera, durante la sosta, si accorgono che l’adolescente Gesù non è con loro. Un figlio che si è perduto, o che comunque non è accanto ai genitori in viaggio al calare della notte, desta in loro ansia, paura, e dunque la necessità di una ricerca affannosa, innanzitutto all’interno della carovana. Ma Gesù risulta un figlio che non c’è, che desta la domanda: “Dov’è?”, domanda ben più profonda di quanto possa apparire in quella circostanza di sofferenza e di paura. Dov’è Gesù? Giuseppe e Maria decidono allora di ritornare a Gerusalemme e di cercarlo in città, come un figlio che si è perduto o che se n’è andato dalla famiglia. Per tre giorni quella ricerca continua, e tutti noi sappiamo cosa significhi non trovare più qualcuno che amiamo, non sapere dove sia, dover fare i conti con la prospettiva di una sua mancanza definitiva. Tre giorni, il tempo dell’attesa secondo la tradizione ebraica, il tempo dell’angoscia che trova un termine, perché al terzo giorno Dio si fa presente (cf. Os 6,2)… Dopo averlo cercato ovunque, ritornano infine al tempio, là dove Gesù era stato accompagnato da loro per essere annoverato tra i credenti osservanti della Legge.
Ed ecco, trovano Gesù proprio al tempio, luogo dal quale non era uscito: era rimasto a dimorare là dove dimora la Shekinah, la Presenza di Dio. Egli è seduto tra i rabbini, i dottori della Legge, gli uomini esperti e interpreti delle sante Scritture, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Stiamo attenti a non leggere in questo episodio qualcosa di miracoloso e di straordinario, bisognosi come siamo di segni e miracoli, pur di non capire il vero messaggio: Gesù non sta facendo un’omelia che stupisce tutti, ma si fa veramente discepolo dei rabbini, in primo luogo attraverso il loro ascolto e poi interrogandoli, per comprendere meglio ciò che il Signore dice a chi lo ascolta. Dovremmo dunque dire che questa pagina evangelica ci parla di “Gesù discepolo”, ragazzo credente, dotato di “un cuore che ascolta” (lev shomea‘: 1Re 3,9) e capace di porsi domande. Come Samuele cominciò a profetizzare a dodici anni (cf. 1Sam 3), come Daniele a questa età disse una parola di sapienza (cf. Dn 13,45-49), così Gesù manifesta che, anche nella sua crescita, quello che più cercava e più lo coinvolgeva era la presenza del Signore capace di “parlare” a chi si fa figlio dell’insegnamento e “servo della Parola” (cf. Lc 1,2). Ecco dov’è Gesù!
I suoi genitori sono stupefatti, sorpresi, e la madre Maria lo rimprovera: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!”. Nel vangelo secondo Luca Giuseppe non parla, ma Maria lo evoca a Gesù chiamandolo “tuo padre”, perché, anche se Gesù non era stato da lui generato, era stato affidato come figlio a Giuseppe ed egli restava suo padre secondo la Legge. Gesù dunque con semplicità replica loro senza biasimarli, ma facendo una rivelazione, che si esprime con una prima domanda: “Perché mi cercavate?”. Parole che certamente hanno raggiunto il cuore di Maria e Giuseppe, i quali hanno dovuto interrogare se stessi, i loro sentimenti e la loro fede riguardo a questo Figlio dono di Dio, nato per volontà di Dio e non per loro volontà. Sì, nel rapporto tra il ragazzo Gesù e “i suoi genitori”ci sono state incomprensioni e conflitti. Come tutti i figli, anche Gesù è stato causa di ansia e sofferenza per suo padre e sua madre, i quali sono intervenuti nella sua educazione anche con rimproveri e correzioni. Ogni crescita umana e ogni impegno per “mettere al mondo un figlio”sono faticosi, e proprio perché il Figlio di Dio si è incarnato, si è fatto veramente uomo, ha dunque conosciuto una crescita e una maturazione umanissima.
Legata a questo interrogativo, ecco la seconda domanda: “Non sapevate che devo stare presso il Padre mio, nella proprietà di mio Padre?” (en toîs toû Patrós mou). Egli ha un Padre che è il suo vero Padre, da lui riconosciuto come tale: è Dio, e Gesù, ora che è stato messo al mondo ed è cresciuto, deve stare, rimanere presso il Padre, nel tempio che al suo cuore, il Santo dei santi, contiene la sua Presenza. Alla madre che gli ricorda i doveri filiali prescritti dal comandamento (cf. Es 20,12; Dt 5,16), Gesù risponde ricordandole il primo comandamento, i doveri verso Dio (cf. Es 20,3-6; Dt 5,7-10). Innanzitutto egli è Figlio di Dio, sa chi è il Padre suo che è nei cieli e a lui offre l’ascolto obbediente. È comunque importante rilevare come la prima parola di Gesù testimoniata da Luca nel suo vangelo sia una confessione di Dio suo Padre, così come l’ultima parola sarà un’invocazione rivolta sempre al Padre (cf. Lc 23,46).
Gesù deve stare presso il Padre, è una necessità per lui, ed egli tante volte nella sua vita sentirà e annuncerà ai suoi discepoli che qualcosa “è necessario, bisogna, occorre” (deî). Lungo tutta la sua esistenza Gesù obbedisce a tale “necessità”, non perché questo sia il suo destino, dal momento che egli conserva sempre una piena libertà, ma perché questa è la sua volontà e la sua missione: compiere ciò che Dio suo Padre gli chiede. Non a caso questa necessitas risuonerà martellante soprattutto a partire dall’ora della sua salita a Gerusalemme per vivere la passione, la morte in croce e ricevere da Dio la vita per sempre attraverso la resurrezione (cf. Lc 9,22; 13,33; 17,25; 22,7.37; 24,7.26.44). Ma ogni volta che Gesù ha detto: “È necessario”, chi lo ha ascoltato non ha compreso. Qui si tratta dei suoi genitori, più tardi saranno i suoi discepoli (cf. Lc 18,34)… Di fronte a questa parola (rhêma) di Gesù, Maria e Giuseppe restano senza parole, muti e senza comprenderla.
In ogni caso, per compiere anche il comandamento dell’amore verso il padre e la madre, Gesù torna con loro a Nazaret e resta loro sottomesso. Ma ormai il segno è stato dato e verrà il giorno in cui essi comprenderanno, soprattutto Maria, che “custodiva tutti questi eventi-parole nel suo cuore”, come brace sotto la cenere: infatti il fuoco della fede divamperà per lei nell’ora della croce e a Pentecoste (cf. At 2,1-12).
Questa è la festa della santa famiglia, famiglia che si vuole esemplare per le nostre famiglie. Ma allora la si comprenda bene: qui è contestato ogni legame familiare che possa relativizzare il legame con il Signore e l’obbedienza a lui. Di fatto in questa pagina, come nelle altre che mettono in evidenza il legame tra Gesù e la sua famiglia (madre e clan), vi è una forte critica alla famiglia tradizionale con i suoi codici, assolutamente contraddetti dal Vangelo. Dirà Gesù:
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me (Mt 10,37; cf. Lc 14,26).
Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà (Mc 10,29-30; cf. Mt 19,29-30; Lc 18,29-30).
Dunque, questa festa della santa famiglia in verità ci interroga sul concetto che noi cristiani abbiamo della famiglia, concetto purtroppo più debitore verso la tradizione che verso l’annuncio fatto su di essa dal Vangelo.

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Publié dans:NATALE 2018 |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

DIO ALLA RICERCA DELL’UOMO (per l’ottavia di Natale)

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DIO ALLA RICERCA DELL’UOMO (per l’ottavia di Natale)

Briciole dalla mensa – Epifania del Signore – 6 gennaio 2018

LETTURE

Is 60,1-6 Sal 71 Ef 3,2-3.5-6 Mt 2,1-12

COMMENTO

C’è un passaggio dal Natale, quando «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1), all’Epifania, quando lo stesso popolo è addirittura «rivestito di luce», dice la prima Lettura, tanto che le genti «cammineranno alla sua luce», che è la presenza amante e benefica del Signore. Se nell’Epifania celebriamo la «manifestazione» del Signore nella realtà del bambino Gesù, in verità celebriamo anche la «manifestazione» del popolo del Signore: coloro che erano privi di Dio e camminavano nelle tenebre, ora sono così animati dalla presenza tra loro del Messia da attirare gli altri, come la luce attira chi si trova nel buio.
C’è chi vorrebbe una Chiesa chiusa è arroccata nella morale legalistica che giudica e separa tra chi è « in regola » e chi non lo è (e quindi è fuori). Il Concilio e papa Francesco, invece, ci insegnano a tornare alla fedeltà al Vangelo: giusti e peccatori siamo in cammino, assieme, verso il Regno, dono gratuito di Gesù a tutti.
Sempre parlando della luce che attira, la prima Lettura dice che «l’abbondanza del mare si riverserà su di te». Perché oggi si insiste nel vedere ciò che viene dal mare come una realtà che ci vuole togliere qualcosa, invece di vederla come una ricchezza che ci viene portata? Sì, proprio così: una ricchezza. Perché nella povertà degli immigrati c’è tanto desiderio di vita, che noi, invece, abbiamo abbandonato. Siamo sazi, saturi, non andiamo più in cerca della vita. Basta che guardiamo alla vera e propria debacle della nostra società: la denatalità. Essa dimostra che non vogliamo più la vita. Chi, invece, cerca un futuro, perché non ha un presente, ha diritto ad avere un luogo dove farlo fiorire.
Il Vangelo ci narra la visita dei Magi. Sono dei personaggi misteriosi, ai quali si è cercato, invano, di dare un’identità. Dato che sono guidati da una stella, si è ipotizzato che fossero dei sapienti astrologi, a caccia di stelle. Ma non sono loro che hanno cercato la stella del re dei Giudei; è la sua stella che è andata in cerca di loro («Abbiamo visto spuntare la sua stella»). Quando uno non sa cosa cercare, non si mette neppure in cammino. L’uomo non può cercare Dio, perché gli è assolutamente inaccessibile: è Dio che, in Gesù Cristo suo Figlio, si rivela e si dona all’uomo, per suscitare il suo cammino, perché, sentendosi cercato, l’uomo faccia della sua vita un cammino di ricerca di Dio, la sua meta e il suo scopo. La luce del Figlio di Dio diventato uomo è andata alla ricerca, nel lontano oriente, di questi uomini, per condurli a incontrare e conoscere ciò che è l’aspirazione profonda di ogni uomo: il Dio con noi. Perché proprio questi lontani Magi? Forse per dire che la ricerca dell’uomo da parte di Dio non ha confini né limiti e nemmeno barriere o esclusioni.
Giunti a Gerusalemme, i Magi cercano informazioni sul luogo della nascita del re dei Giudei. Viene loro indicato, attraverso la lettura delle Scritture, che il luogo è Betlemme. Per giungere a trovare e incontrare il Signore Gesù c’è bisogno della grande guida della parola di Dio. E’ la Parola che ci apre gli occhi e il cuore a conoscere, nella povertà umana del bambino Gesù, la salvezza in atto di Dio. Anche per noi, oggi, tutta la presenza del Signore sta nell’inermità di un piccolo. Perché Dio non si fa mai concorrente delle pretese dei poteri umani: non usa la forza, non contrasta la violenza, non si serve di se stesso per conquistare il consenso degli uomini. Queste sono state le prove alle quali il diavolo ha sottoposto Gesù; ma «le vostre vie non sono le mie vie», dice il Signore (Is 55,8). È la Scrittura che ci apre a scoprire le vie differenti di Dio: «Ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (Is 55,7). Ma se questa è la via per l’incontro con Dio, è necessario farsi, a propria volta, strada aperta per i fratelli, vivendo nei loro confronti la misericordia e il perdono (cfr. Mt 18,21-35).
I doni dei Magi riconoscono la realtà del bambino: con l’oro riconoscono che è il Re, con l’incenso riconoscono che è Dio, con la mirra che è uomo destinato al sepolcro. Anche da noi Dio non vuole offerte o sacrifici: vuole solo essere riconosciuto e accolto in Gesù di Nazaret. Non per la sua gloria, ma perché possiamo entrare in relazione con Lui. Riconoscendo che è il Re che progetta di umanizzare l’uomo. Riconoscendo che è Dio di amore donato. Riconoscendo che, per essere Re e per essere Dio, si offre Lui in dono a noi, arrivando a vivere l’incarnazione fino alla morte, vivendo cioè il dono della sua umanità, piena della vita di Dio, nell’accoglienza della morte. Facendo diventare l’amore energia di risurrezione.

Alberto Vianello

Publié dans:NATALE 2018 |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

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