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CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

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CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

Dio si serve della storia degli uomini per scrivere la propria storia di salvezza. Luca ricorda infatti come Cesare Augusto avesse ordinato un censimento per conoscere e controllare tutte le genti che gli erano sottomesse (Lc 2,1). Ebbene, nelle mani di Dio quel decreto diventa strumento favorevole per spingere la storia al punto più alto. Per Lui, ormai il tempo era giunto al culmine (Gal 4,4), era cioè pronto per ricevere suo Figlio. Grazie all’ordine imperiale, Giuseppe di Nazaret sarebbe infatti ritornato a Betlemme, la città del re Davide, dove, secondo la profezia (Mi 5,1), sarebbe dovuto nascere il Messia. È a Betlemme che per Maria si compirono i giorni del parto (Lc 2,6). Betlemme, toponimo il cui significato è «casa del pane», è la cittadina da dove è venuto nel mondo Gesù, il Pane di vita. Nascendo, egli si mette tutto nelle nostre mani, si rende disponibile a noi che abbiamo bisogno di Lui, Pane santo di vita eterna, per poter camminare nella nostra quotidiana esistenza.

Gesti profetici e risposte semplici Luca narra di come il bambino Gesù sia stato accolto da Maria, che lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Ci sono forse dei gesti più naturali e capaci di esprimere affetto? Eppure essi sono anche altamente profetici di altre azioni straordinariamente simili, che sarebbero state compiute per Gesù: Giuseppe di Arimatea avrebbe ugualmente deposto il corpo di Gesù nella tomba dopo averlo avvolto in fasce (Lc 23,53). Secondo il bellissimo progetto iconografico dell’icona bizantina del Natale, anche la mangiatoia, “scritta” nella forma di un sarcofago, rimanda alla tomba dove il Signore fu deposto avvolto nelle fasce del lenzuolo funebre. Ci si chiederà perché mai si siano lanciate ombre oscure su di un evento tanto luminoso come quello del Natale? È l’E­vangelista a tessere questi rapporti tra i due momenti cardine della salvezza, per insegnarci subito che Dio venuto come uomo, avrebbe dovuto offrire la sua stessa vita, come Pane spezzato, per ridarci salvezza. Gesù nasce. Dio compie il suo passo decisivo verso noi. Ora spetterà a ciascuno accogliere il Salvatore. La risposta dei pastori all’annuncio degli angeli diviene infatti esemplare delle nostre risposte (Lc 2,8). Per ben capire, abbiamo innanzitutto bisogno di sapere come fossero considerati i pastori nell’antichità giudaica. Il trascorrere il proprio tempo tra gli animali, li rendeva una categoria di basso rango: a causa del loro lavoro, difficilmente avrebbero potuto infatti seguire fedelmente tutti i precetti della Legge. Eppure è a loro, gli ultimi, i poveri, che in modo privilegiato è annunciata la nascita di Gesù. Il testo è bello ed incoraggiante, ma si fa ad un tempo provocante: soltanto le persone umili di cuore, le persone semplici e povere sanno rispondere e accogliere. Quei pastori diventeranno paradossalmente il gregge che il Buon Pastore guiderà e sfamerà donandosi come Pane di Vita! Gesti semplici e cose straordinarie Il mistero si compie: nell’oscurità di una notte rischiarata da una luce improvvisa ed allietata da angelici canti mai prima uditi (Lc 2,9), Dio si manifesta apertamente al mondo. Gesù la luce del mondo è finalmente venuta ad illuminarci (Gv 1,9) perché noi non siamo più costretti a camminare nelle tenebre. È il gioioso “oggi” di Dio (Lc 2,11) quello in cui Egli porta a termine la salvezza e continua a compierla: la presenza di Gesù è per tutta la storia, tutta la comprende e coinvolge, in ogni tempo, in ogni latitudine. Il Padre ci dona il Figlio, perché la nostra vita sia posta continuamente sotto la sua benedizione. Dobbiamo sinceramente imparare a ringraziare per un dono del cui valore non saremo mai abbastanza coscienti. Davanti alla grandezza della rivelazione, un segno è dato ai pastori (Lc 2,12): il Salvatore dovrà essere cercato nella povertà di una mangiatoia e nelle fasce, del tutto uguali a quelle in cui ogni altro bambino è avvolto. Non è mai facile riconoscere i segni di Dio! Egli sceglie sempre la debolezza per parlarci di cose straordinarie, per darci annunci tanto attesi ed inauditi. La nascita di Gesù nella povertà e nella precarietà è sfida aperta a cercarlo nelle cose semplici ed è ad un tempo richiamo contro la nostra ricerca di comodità, di certezze. Solo chi è disposto a cercare Gesù nella via stretta del Vangelo, nella debolezza e nella sobrietà della vita, lo troverà! Ed ecco finalmente la risposta! Quei pastori colgono che nell’annuncio dato ci deve essere la promessa di un dono prezioso. Si fidano: vanno in fretta per vedere (Lc 2,15). È così che si accoglie il Signore: liberi da troppi indugi e reticenze. Cristo Signore ha bisogno di queste risposte ad imitazione dei pastori, di Maria, di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, i primi apostoli chiamati a seguire Gesù.

Gesti straordinari con un semplice “sì” La ricerca è premiata: il dono prezioso è trovato, contemplato, accolto (v. 16). La ricerca è premiata: il dono prezioso è annunciato (v. 17). La gioia dei pastori è intrattenibile (v. 20): il Bambino che hanno incontrato e l’annuncio che essi hanno dato di Lui li riempie di gioia e di un’indicibile voglia di lodare Dio. È lo stesso atteggiamento che constatiamo anche nella nostra esperienza di fede e in quella di altri testimoni: chi incontra Dio non può tacerlo. Il Signore ti spinge a testimoniarlo e a rallegrarti di Lui. Quanto sono preziose le espressioni con cui Luca, concludendo questa sua narrazione, scrive che Maria serbava ogni cosa meditandola nel suo cuore (Lc 2,19). Si tratta di una conclusione che invoca la nostra risposta di fede: davanti al Bambino di Betlemme il vero atteggiamento del credente è silenzio che permette la custodia e la meditazione. Perché gli eventi non ci sfuggano senza segnarci il cuore. Maria in questo ci precede, insegnandoci a vivere costantemente attenti alla presenza del Signore e della sua parola; capaci di riconoscere la voce di Dio nei segni dei tempi. Il fare di Maria ci insegna che per poter sinceramente accogliere il Signore, abbiamo bisogno di… disciplina spirituale. In questo brano, ne è suggerita una segnata da quattro momenti, di cui il primo è la capacità di silenzio orante, condizione fondamentale per la nascita in noi di Gesù-Parola. La nostra vita è continuamente sottoposta ad ogni tipo di pressioni: sembra quasi che abbiamo paura della presenza di uno spazio vuoto. Così facendo, non ci rendiamo neppure conto di perdere ciò che più conta, di perdere il vero contatto con la vita di Dio. Il secondo momento è l’ascolto della Parola che ci mette nella migliore situazione per andare incontro al Signore venuto ad incontrarci. Il terzo consiste nell’affinare la capacità di riconoscere il Signore nei segni del quotidiano ordinario. Infine, è la gioia di poterlo annunciare a tutti mediante un’esistenza semplice e retta. Abbiamo bisogno di curare il cuore: accogliere Gesù richiede vera disciplina spirituale. Questo non significa rendersi le cose più difficili, ma garantirsi la presenza di uno spazio interiore dove il Signore potrà toccarci con un amore che rinnoverà.

Marco ROSSETTI SDB

 

Publié dans:meditazioni, NATALE 2015 |on 29 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE DEL SIGNORE – 2015 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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SANTA MESSA DELLA NOTTE

NATALE DEL SIGNORE – 2015

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana 

In questa notte risplende una «grande luce» (Is 9,1); su tutti noi rifulge la luce della nascita di Gesù. Quanto sono vere e attuali le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (9,2)! Il nostro cuore era già colmo di gioia per l’attesa di questo momento; ora, però, quel sentimento viene moltiplicato e sovrabbonda, perché la promessa si è compiuta, finalmente si è realizzata. Gioia e letizia ci assicurano che il messaggio contenuto nel mistero di questa notte viene veramente da Dio. Non c’è posto per il dubbio; lasciamolo agli scettici che per interrogare solo la ragione non trovano mai la verità. Non c’è spazio per l’indifferenza, che domina nel cuore di chi non riesce a voler bene, perché ha paura di perdere qualcosa. Viene scacciata ogni tristezza, perché il bambino Gesù è il vero consolatore del cuore. Oggi il Figlio di Dio è nato: tutto cambia. Il Salvatore del mondo viene a farsi partecipe della nostra natura umana, non siamo più soli e abbandonati. La Vergine ci offre il suo Figlio come principio di vita nuova. La luce vera viene a rischiarare la nostra esistenza, spesso rinchiusa nell’ombra del peccato. Oggi scopriamo nuovamente chi siamo! In questa notte ci viene reso manifesto il cammino da percorrere per raggiungere la meta. Ora, deve cessare ogni paura e spavento, perché la luce ci indica la strada verso Betlemme. Non possiamo rimanere inerti. Non ci è lecito restare fermi. Dobbiamo andare a vedere il nostro Salvatore deposto in una mangiatoia. Ecco il motivo della gioia e della letizia: questo Bambino è «nato per noi», è «dato a noi», come annuncia Isaia (cfr 9,5). A un popolo che da duemila anni percorre tutte le strade del mondo per rendere partecipe ogni uomo di questa gioia, viene affidata la missione di far conoscere il “Principe della pace” e diventare suo efficace strumento in mezzo alle nazioni. Quando, dunque, sentiamo parlare della nascita di Cristo, restiamo in silenzio e lasciamo che sia quel Bambino a parlare; imprimiamo nel nostro cuore le sue parole senza distogliere lo sguardo dal suo volto. Se lo prendiamo tra le nostre braccia e ci lasciamo abbracciare da Lui, ci porterà la pace del cuore che non avrà mai fine. Questo Bambino ci insegna che cosa è veramente essenziale nella nostra vita. Nasce nella povertà del mondo, perché per Lui e la sua famiglia non c’è posto in albergo. Trova riparo e sostegno in una stalla ed è deposto in una mangiatoia per animali. Eppure, da questo nulla, emerge la luce della gloria di Dio. A partire da qui, per gli uomini dal cuore semplice inizia la via della vera liberazione e del riscatto perenne. Da questo Bambino, che porta impressi nel suo volto i tratti della bontà, della misericordia e dell’amore di Dio Padre, scaturisce per tutti noi suoi discepoli, come insegna l’apostolo Paolo, l’impegno a «rinnegare l’empietà» e la ricchezza del mondo, per vivere «con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12). In una società spesso ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo, Lui ci chiama a un comportamento sobrio, cioè semplice, equilibrato, lineare, capace di cogliere e vivere l’essenziale. In un mondo che troppe volte è duro con il peccatore e molle con il peccato, c’è bisogno di coltivare un forte senso della giustizia, del ricercare e mettere in pratica la volontà di Dio. Dentro una cultura dell’indifferenza, che finisce non di rado per essere spietata, il nostro stile di vita sia invece colmo di pietà, di empatia, di compassione, di misericordia, attinte ogni giorno dal pozzo della preghiera. Come per i pastori di Betlemme, possano anche i nostri occhi riempirsi di stupore e meraviglia, contemplando nel Bambino Gesù il Figlio di Dio. E, davanti a Lui, sgorghi dai nostri cuori l’invocazione: «Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza» (Sal 85,8).

Buon Natale a tutti!

Buon Natale a tutti! dans NATALE 2015 Jesus+birthday

Publié dans:NATALE 2015 |on 24 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE DEL SIGNORE 2013 – OMELIA PAPA FRANCESCO (Is 9,1)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20131224_omelia-natale.html

SANTA MESSA DELLA NOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Martedì, 24 dicembre 2013

1. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).

Questa profezia di Isaia non finisce mai di commuoverci, specialmente quando la ascoltiamo nella Liturgia della Notte di Natale. E non è solo un fatto emotivo, sentimentale; ci commuove perché dice la realtà profonda di ciò che siamo: siamo popolo in cammino, e intorno a noi – e anche dentro di noi – ci sono tenebre e luce. E in questa notte, mentre lo spirito delle tenebre avvolge il mondo, si rinnova l’avvenimento che sempre ci stupisce e ci sorprende: il popolo in cammino vede una grande luce. Una luce che ci fa riflettere su questo mistero: mistero del camminare e del vedere. Camminare. Questo verbo ci fa pensare al corso della storia, a quel lungo cammino che è la storia della salvezza, a cominciare da Abramo, nostro padre nella fede, che il Signore chiamò un giorno a partire, ad uscire dal suo paese per andare verso la terra che Lui gli avrebbe indicato. Da allora, la nostra identità di credenti è quella di gente pellegrina verso la terra promessa. Questa storia è sempre accompagnata dal Signore! Egli è sempre fedele al suo patto e alle sue promesse. Perché fedele, «Dio è luce, e in lui non c’è tenebra alcuna» (1 Gv 1,5). Da parte del popolo, invece, si alternano momenti di luce e di tenebra, fedeltà e infedeltà, obbedienza e ribellione; momenti di popolo pellegrino e momenti di popolo errante. Anche nella nostra storia personale si alternano momenti luminosi e oscuri, luci e ombre. Se amiamo Dio e i fratelli, camminiamo nella luce, ma se il nostro cuore si chiude, se prevalgono in noi l’orgoglio, la menzogna, la ricerca del proprio interesse, allora scendono le tenebre dentro di noi e intorno a noi. «Chi odia suo fratello – scrive l’apostolo Giovanni – è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,11). Popolo in cammino, ma popolo pellegrino che non vuole essere popolo errante. 2. In questa notte, come un fascio di luce chiarissima, risuona l’annuncio dell’Apostolo: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11). La grazia che è apparsa nel mondo è Gesù, nato dalla Vergine Maria, vero uomo e vero Dio. Egli è venuto nella nostra storia, ha condiviso il nostro cammino. È venuto per liberarci dalle tenebre e donarci la luce. In Lui è apparsa la grazia, la misericordia, la tenerezza del Padre: Gesù è l’Amore fattosi carne. Non è soltanto un maestro di sapienza, non è un ideale a cui tendiamo e dal quale sappiamo di essere inesorabilmente lontani, è il senso della vita e della storia che ha posto la sua tenda in mezzo a noi. 3. I pastori sono stati i primi a vedere questa “tenda”, a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù. Sono stati i primi perché erano tra gli ultimi, gli emarginati. E sono stati i primi perché vegliavano nella notte, facendo la guardia al loro gregge. E’ legge del pellegrino vegliare, e loro vegliavano. Con loro ci fermiamo davanti al Bambino, ci fermiamo in silenzio. Con loro ringraziamo il Signore di averci donato Gesù, e con loro lasciamo salire dal profondo del cuore la lode della sua fedeltà: Ti benediciamo, Signore Dio Altissimo, che ti sei abbassato per noi. Tu sei immenso, e ti sei fatto piccolo; sei ricco, e ti sei fatto povero; sei l’onnipotente, e ti sei fatto debole. In questa Notte condividiamo la gioia del Vangelo: Dio ci ama, ci ama tanto che ha donato il suo Figlio come nostro fratello, come luce nelle nostre tenebre. Il Signore ci ripete: «Non temete» (Lc 2,10). Come hanno detto gli angeli ai pastori: «Non temete». E anch’io ripeto a tutti voi: Non temete! Il nostro Padre è paziente, ci ama, ci dona Gesù per guidarci nel cammino verso la terra promessa. Egli è la luce che rischiara le tenebre. Egli è la misericordia: il nostro Padre ci perdona sempre. Egli è la nostra pace. Amen.

Publié dans:NATALE 2015, PAPA FRANCESCO |on 22 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

NATALE (DA JOSEPH RATZINGER)

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/natale_ratzinger.htm

NATALE (DA JOSEPH RATZINGER)

Natale

da Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana, pagg.97-103

di Joseph Ratzinger

Le luci del natale risplendono nuovamente nelle nostre stra­de, l’operazione natale è in pieno svolgimento. Per un momen­to, anche la chiesa viene resa partecipe, per così dire, della con­giuntura favorevole: nella notte santa le case di Dio si stipano di tutte quelle persone che poi, per molto tempo, passeranno nuo­vamente dinanzi alle porte delle chiese come davanti a qualcosa di molto lontano ed estraneo, che non li riguarda. Ma, in questa notte, chiesa e mondo sembrano per un istante riconciliati. Ed è davvero bello! Le luci, l’incenso, la musica, lo sguardo delle persone che riescono ancora a credere e, infine, il misterioso e antico messaggio del bambino, nato molto tempo fa a Betlem­me e chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questa idea ci commuove. Eppure, i concetti che ora udiamo di ‘redenzione’, ‘peccato’, ‘salvezza’ risuonano come parole provenienti da un mondo da tempo ormai passato; forse questo mondo era bello, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è, invece? Il mondo in cui sorse la festa di natale era domina­to da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l’uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quoti­diano. Così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov’erano? Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mon­do. Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio inver­nale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricor­rente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, ga­ranzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio.

Le liturgie della religione del sole avevano molto abilmente assunto un’angoscia e una speranza originarie dell’uomo. L’uo­mo primitivo che, in passato, nelle notti sempre più lunghe d’autunno e nella forza sempre più debole del sole, aveva avver­tito l’arrivo dell’inverno, si era chiesto ogni volta con angoscia: muore davvero il sole dorato? Ritornerà? O finirà, quest’anno o un altr’anno, con l’esser vinto dalle forze maligne delle tenebre, così da non ritornare mai più? Il sapere che ogni anno ritornava il solstizio d’inverno garantiva in fondo la certezza della rinno­vata vittoria del sole, del suo sicuro e perpetuo ritorno. È la fe­sta in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell’indi­struttibilità delle luci di questo mondo. Quest’epoca, nella qua­le alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sud­diti, in mezzo all’inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbe­ro il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l’antico paga­nesimo aveva cercato di affermarsi.
Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicem­bre, il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come na­tale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera lu­ce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci ral­legriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera lu­ce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente origi­naria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna for­za da sola. Ma questo non è ancora tutto, non è ancora la cosa più importante. Non vi siete accorti forse che esistono un’oscu­rità e un freddo, nei riguardi dei quali il sole è impotente? È quel freddo che sorge dal cuore ottenebrato dell’uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell’uomo… A questo punto, ci accorgiamo, come d’improvviso, che tutto questo è per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è, al tempo stesso, il dialogo del credente di oggi col suo fratello in­credulo, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Ma, si dice, la paura primitiva che il sole potrebbe un giorno morire, da tempo ormai non ci preoccupa più. La fisica, col fresco alito delle sue chiare formule, l’ha da tempo uccisa. È vero, l’angoscia primiti­va è passata, ma si può dire che l’angoscia sia con questo davve­ro scomparsa? O, forse, non è sempre l’uomo un essere d’ango­scia, a tal punto che la filosofia odierna indica l’angoscia addi­rittura come ‘esistenziale fondamentale’ dell’uomo? Quale periodo della storia dell’umanità ha sperimentato, più del nostro, un’angoscia maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l’uomo di oggi si accanisce nel presente solo perché non riesce a guar­dare in faccia il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. In altre parole, non abbiamo più paura che il sole possa esser vinto un giorno dalle tenebre e non ritorni più. Ma noi temiamo l’oscurità che viene dagli uomini. Abbiamo così scoperto la vera tenebra e, in questo secolo di inumanità, la avvertiamo più spa­ventosa di quanto poterono pensare le generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo paura che il bene divenga davvero impo­tente nel mondo, che a poco a poco non abbia più senso sfor­zarsi a praticare verità, purezza, giustizia, amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, perché il cammino del mondo dà ragione a chi è senza scrupoli, ai brutali, non ai santi. Infatti, vediamo dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste nulla di sacro. Sovente ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fi­ne, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo, e ci pare che, in definitiva, la storia del mondo non distingua altro che gli stolti e i forti… Regna la sensazione che le forze oscure aumentano, che il bene è impotente. Alla vista del mondo, ci co­glie d’improvviso quel sentimento che, in passato, le persone dovettero provare quando, in autunno e inverno, il sole sembra­va combattere la sua agonia. Vincerà, il sole, questa battaglia? Il bene otterrà senso e forza nel mondo? Nella stalla di Betlemme ci è offerto il segno che ci fa rispondere lieti: sì. Infatti, questo bambino – il Figlio unigenito di Dio – è posto come segno e ga­ranzia che, nella storia del mondo, l’ultima parola spetta a Dio, a lui che è la verità e l’amore. Questo è il senso vero del Natale: è il «giorno in cui nasce la luce invitta», il solstizio d’inverno della storia mondiale. In mezzo all’altalena di questa storia ci è data la certezza che la luce non morirà, ma tiene già nelle sue mani la vittoria finale. Il Natale allontana da noi la seconda, più grande angoscia, che nessuna fisica può disperdere, la paura per l’uomo e dell’uomo stesso. Noi possediamo la certezza divina che la luce ha già vinto nella profondità occulta della storia e che tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che essi siano, non possono assolutamente cambiare le cose. Il solstizio invernale della storia si è irrevocabilmente verificato con la nascita del bambino di Betlemme.
Ma qualcosa sorprende certamente in questa nascita della lu­ce, in questo ingresso del bene nel mondo, e ciò potrebbe tor­nare a riempirci di un’inquietante certezza e farci chiedere se il fatto grande di cui parliamo sia realmente avvenuto lì, nella stal­la di Betlemme. Il sole è grande, magnifico e potente; nessuno può ignorare la sua annuale corsa trionfale. Il suo creatore non dovrebbe essere ancora più potente e più inconfondibile nella sua venuta? Questo sorgere del sole della storia non dovrebbe inondare il volto della terra di indicibile splendore? E invece… Quanto è misero tutto ciò di cui ci parla il vangelo! O, forse, de­v’essere proprio questa povertà, l’insignificanza per il mondo, il segno con cui il Creatore manifesta la sua presenza? A prima vi­sta, questa sembrerebbe un’idea inconcepibile. Eppure, chi ap­profondisce il mistero del governo divino, quale appare soprat­tutto negli scritti dell’antica e della nuova Alleanza, capisce sempre più chiaramente che esiste un duplice segno di Dio. Vi è, anzitutto, il segno della creazione, che, tramite la sua gran­dezza e magnificenza, ci fa presentire colui che è ancora più grande e magnifico. Ma, accanto a questo segno, si fa avanti sempre più fortemente l’altro, il segno costituito da ciò che è in­significante per il mondo: con esso Dio si afferma come total­mente altro nei confronti di tutto il mondo, per farci così capire che egli non può essere misurato con i criteri di questo mondo, che egli sta al di là di ogni sua dimensione. Forse, il miglior mo­do per comprendere questa singolare opposizione dei due se­gni, in cui Dio si afferma, e per capire la natura del secondo se­gno, del segno dell’umiltà, è quello di guardare all’opposizione che esiste tra la predicazione messianica di Giovanni Battista e la realtà messianica di Gesù stesso. Giovanni aveva descritto co­lui che doveva venire secondo le concezioni veterotestamenta­rie, in modo grandioso, come colui che pone la scure alla radice dell’umanità, come giudice pieno di collera santa e di potenza divina. Come è diverso quando viene! Egli è il Messia che non grida e non fa chiasso per le strade, che non spezza la canna in­crinata e non spegne lo stoppino dall’esile fiamma (Is 42,2s.). Giovanni aveva saputo che sarebbe stato più grande di lui, ma non aveva conosciuto la natura della sua grandezza: essa consi­ste nell’umiltà, nell’amore, nella croce, in quei valori della se­gretezza e del silenzio che Gesù stabilisce nel mondo come su­premi valori. La vera grandezza non risiede, in definitiva, nella grandezza delle dimensioni fisiche, ma in ciò che non risulta più misurabile per mezzo di esse. In verità, ciò che secondo le misu­re fisiche è grande, è solo una forma molto provvisoria di gran­dezza. In questo mondo i veri e supremi valori si presentano proprio sotto il segno dell’umiltà, della segretezza, del silenzio. Ciò che è essenzialmente grande nel mondo, ciò da cui dipende il suo destino e la sua storia, è quello che appare piccolo ai no­stri occhi. A Betlemme Dio, il quale aveva scelto come suo po­polo il piccolo e dimenticato popolo d’Israele, ha posto definiti­vamente il segno della piccolezza come distintivo essenziale del­la sua presenza in questo mondo. Ecco la decisione – la fede – della notte santa: noi lo dobbiamo accogliere in questo segno e fidarci di lui senza mormorare. Accoglierlo significa porre se stessi sotto questo segno, sotto la verità e l’amore, che sono i va­lori più alti e più simili a Dio e, al tempo stesso, i più dimenticati e più silenziosi.
Mi sia concesso, a conclusione, di narrare una storia della mi­tologia indiana, che ha presentito in maniera davvero sorpren­dente questo mistero della piccolezza divina. In uno dei miti che circondano la figura di Visnu si dice che gli dèi sarebbero stati sopraffatti dai demoni e avrebbero dovuto stare a guardarli mentre essi si dividevano tra loro il mondo. Escogitarono allora un sotterfugio: chiesero ai demoni solo tanta terra quanta il mi­nuscolo corpo nano di Visnu riusciva a coprire. Gli spiriti mali­gni acconsentirono. Una cosa però non avevano sospettato: Vi­snu, il nano, era il sacrificio che compenetrava il mondo intero e così, per mezzo suo, il mondo fu restituito agli dèi. Questo rac­conto può sembrare a qualcuno come un sogno, che, attraverso appunto la confusa prospettiva del sogno, fa sospettare la figura del reale. In effetti, è la minuscola realtà del sacrificio, dell’amo­re vicario, che alla fine si dimostra più forte di ogni potenza dei forti e che, alla fine, compenetra e trasforma il mondo con la sua misera insignificanza. Nel bambino di Betlemme, tale potenza invincibile dell’amore divino è entrata in questo mondo. Que­sto bambino è l’unica vera speranza del mondo. E noi siamo chiamati a metterci dalla sua parte; ad affidarci a Dio, il cui se­gno sono divenute la piccolezza e la bassezza. Ma, in questa notte, il nostro cuore dev’essere riempito di grande gioia, per­ché, malgrado tutte le apparenze, è e rimane vero che Cristo, il nostro salvatore, è qui.

L’ANGELO, LA LUCE E LA GLORIA – G. RAVASI

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L’ANGELO, LA LUCE E LA GLORIA – G. RAVASI

Pastori e pecore nella Scrittura dal sacrificio di Abele ai vangeli dell’Infanzia

di GIANFRANCO RAVASI

« Il gregge avanzava dietro un maschio adulto; a un certo punto una pecora gravida si fece inquieta, si arrestò, rimase indietro, colta dalle doglie. Il pastore le passò accanto indifferente. Sapeva che il parto sarebbe stato veloce e che, trattandosi di un animale gregario, la pecora si sarebbe affrettata a rientrare velocemente nel gruppo. Appena partorito, infatti, la pecora leccò il nuovo nato, poi fece un balzo e si mise a correre trascinandoselo dietro. Solo allora il pastore tornò sui suoi passi, prese con sé l’agnello tremante e lo portò vicino a un fuoco per riscaldarlo ». Leggiamo questa strana scenetta di vita pastorale tra gli appunti di Jacob Becker, un ebreo di Odessa rifugiatosi in Palestina agli inizi del secolo scorso per sfuggire a un pogrom zarista: giunto a Hebron, la città dei patriarchi biblici, si era offerto come aiuto-pastore a un beduino. Da quelle pagine affiorano ricordi duri e la rappresentazione del mondo dei beduini (termine arabo che significa « nomadi ») è disincantata, aspra, segnata dalla miseria, dalla sete, da micidiali calure e da notti gelide. Per questi uomini, che spesso distano spazialmente da Gerusalemme una decina di chilometri, ma secoli per usi e tradizioni, la patria, laalt vita, la casa sono tutte in quel deserto che costituisce ampie porzioni di Israele, ma soprattutto della Giordania e in particolare del Sinai. In questa steppa pietrosa, che a primavera per pochi giorni è avvolta da un velo di verde ma che è anche punteggiata da oasi quasi miracolose come quella di Gerico (5 chilometri di diametro), i pastori nomadi si spostano rispettando catasti territoriali solo « orali », tramandati nei secoli. La migrazione, a partire dalla grande transumanza di primavera, non ha mai percorsi casuali ma segue fili misteriosi eppure precisi, sotto cieli tersissimi che lasciano piovere un calore e una luce abbagliante (la temperatura diurna estiva può oscillare tra i 40° e i 50° all’ombra). Cieli che solo d’inverno lasciano cadere acqua, ma che offrono al pastore gli orologi cosmici della luna e delle stelle. Il ritratto più suggestivo del nomade e del suo gregge è comunque in quella deliziosa lirica orante che è il Salmo 23: il pastore « su pascoli erbosi fa riposare il suo gregge, ad acque tranquille lo conduce, rinfranca, guida per il giusto cammino. Se il gregge dovesse percorrere una valle oscura, non temerebbe alcun male perché con lui è il pastore. Il suo bastone e il suo vincastro danno sicurezza ». Ma se la Bibbia – come vedremo – esalta la vita pastorale in modo nostalgico, memore delle sue radici nomadiche tipizzate nei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe ma anche in Mosè e Davide, è altrettanto vero che i pastori sono stati sempre visti con disprezzo e terrore dai sedentari, un po’ come da noi oggi sono considerati gli zingari. Così, nella letteratura accadica i pastori sono chiamati « il nulla che viene dalla steppa »; quella sumerica ci ha lasciato questa fisionomia del nomade: « Hanno apparenza di uomini ma la loro voce è quella del cane della prateria »; gli Sciti li chiamavano « i draghi dei monti », mentre altre culture li comparavano a briganti affamati o a cavallette insaziabili. Degli Egiziani, che furono conquistati e sottomessi attorno al 1700 antecedente l’era cristiana dai nomadi Hyksos, la Bibbia ricorda la ripulsa a pranzare coi pastori: « Per loro questo è un abominio » (Genesi, 43,32). Anzi, la stessa Bibbia in una delle sue pagine d’apertura narra il tragico odio di un sedentario, l’agricoltore Caino, nei confronti del pastore beduino Abele (Genesi, 4). Tre sono i tesori del pastore. Il primo è la tenda che nella lingua accadica è detta « casa della steppa » e in arabo « casa di pelo ». Quando l’umanità costruì quella che forse è la prima città della storia tra il 9000 e il 7000 prima dell’era cristiana, proprio nell’oasi di Gerico, modellò la casa sulla tenda circolare dei pastori. Inoltre, quando Israele progettò il suo primo tempio, l’arca dell’alleanza, il santuario mobile dell’Esodo, lo delineò secondo lo schema della tenda dei pastori. Infatti la descrizione dell’arca offerta dal libro dell’Esodo corrisponde visivamente proprio all’espressione principale con cui la si definiva: la « tenda dell’incontro » tra Dio e il suo popolo. Il secondo tesoro è l’acqua dei pozzi (possono raccogliere fino a 13.000 litri d’acqua sorgiva), che erano il centro sociale, culturale, « diplomatico » delle tribù nomadiche, come è spesso attestato anche dalla Bibbia, che, tra l’altro, ci conserva un antichissimo canto degli scavatori di pozzi: « Sgorga, o pozzo, cantatelo! Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, coi loro bastoni » (Numeri, 21,17-18). C’è, però, anche quel piccolo pozzo portatile che è l’otre, ove l’acqua è conservata quasi fosse una perla nello scrigno. Stupenda è l’immagine nomadica del Salmo 56: « I passi del mio vagare tu li registri, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli ». Il Signore è raffigurato come un pastore che raccoglie nell’otre le lacrime degli uomini così che non ne vada persa neppure una. Il terzo tesoro, il più prezioso, è il gregge. Il pastore non è solo la guida delle pecore ma ne è soprattutto il compagno continuo, ne è quasi il padre; il gregge è parte della sua famiglia, le pecore ricevono dei nomi a cui rispondono, con esse il pastore sopporta il caldo e la sete più ardente, con esse si raccoglie a sera per superare le forti escursioni termiche notturne. A Nuzi, in Mesopotamia, è venuta alla luce una sacca di terracotta di 3.500 anni fa con questa iscrizione: « 48 pietre per pecore e capre: 21 pecore da latte, 6 agnelle, 8 agnelli adulti, 4 agnelli maschi, 6 capre da latte, 1 becco, 2 femmine. Sigillo (cioè firma) di Ziqarru, pastore ». In un sacco di pelle o di creta si tenevano quindi pietruzze diverse per la contabilità degli animali del gregge. Nella Bibbia questa prassi viene applicata a Dio, il « grande Pastore delle nostre anime », che può raccogliere nel suo scrigno la vita delle sue creature ma purtroppo anche i loro tradimenti: « Tu hai sigillato nel tuo sacchetto i miei errori », esclama Giobbe (14,17). Il pastore diventa, così, uno dei segni più comuni della vita del Vicino Oriente, una specie di simbolo globale a cui attingono anche i sedentari, forse per un certo senso di nostalgia nei confronti dei grandi spazi aperti e della vita povera, sì, ma libera. Così il dio solare Shamash di Babilonia è invocato come « pastore del popolo » e con lo stesso titolo il celebre re babilonese Hammurabi si presenta nel suo Codice. Persino Omero chiamava i re poimènes laòn, « pastori dei popoli ». Ma è soprattutto nella Bibbia che ci incontriamo con un vero e proprio repertorio di immagini pastorali. Il citato Salmo 23 è forse il vertice di questa simbologia applicata innanzitutto a Dio, « il Pastore » per eccellenza. Basta solo sfogliare l’Antico Testamento per imbattersi in frasi di questo genere: « Guidaci e sostienici sempre (…) Guidasti come gregge il tuo popolo (…)Fu loro pastore e li guidò con mano sapiente (…) Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge (…) Noi siamo gregge del suo pascolo (…) Radunerò io stesso le mie pecore dalle regioni dove erano state cacciate e le farò tornare ai loro pascoli (…) Ricondurrò Israele nel suo pascolo, pascolerà sul Carmelo, e sui monti di Basan, di Efraim e di Galaad si sazierà ». Ma il passo più importante è l’intero capitolo 34 di Ezechiele in cui ai falsi pastori, cioè ai re, ai magistrati e ai sacerdoti d’Israele che hanno sfruttato il gregge di Dio e non l’hanno curato quando era ferito e sbandato, si oppone il nuovo e perfetto pastore, Davide, simbolo del Messia: « Susciterò loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo ». Anche un altro profeta, Zaccaria, nel capitolo 11 del suo libro verrà invitato da Dio a « sceneggiare » nella sua persona la figura del buon pastore e del pastore mercenario. In questo orizzonte segnato dalla luce si colloca soprattutto la figura del Cristo pastore, dipinta in una celebre pagina di Giovanni (10,1-21). Gesù sta parlando forse nel cortile ove si levano le monumentali costruzioni del Tempio erodiano, la sede del Pastore di Israele, il Signore. A fianco si erge la cosiddetta Porta delle Pecore (o Porta Probatica), attraverso la quale i fedeli, il gregge di Dio, accedono all’incontro cultuale col loro Pastore. Sulle labbra di Gesù affiorano quelle parole considerate blasfeme dai suoi ascoltatori: « Io sono il buon pastore (…) Io sono la Porta delle pecore (…) Le pecore mi seguono e conoscono la mia voce e io offro la mia vita per le pecore. Il mercenario, invece, quando vede venire il lupo abbandona le pecore e fugge ». Appare, così, un ritratto di Gesù che già Matteo e Luca avevano abbozzato nella parabola della pecora smarrita (Matteo, 18,12-14 e Luca, 15,1-7). Su questo ritratto del « pastore grande delle pecore » (Ebrei, 13,20) si modella anche la fisionomia dei pastori da lui inviati. Agli apostoli Gesù dice: « Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele ». A Pietro sul litorale del lago di Tiberiade per tre volte Gesù ripete: « Pasci le mie pecorelle » (Giovanni, 21,15-17). Nel testamento di Paolo ai responsabili della Chiesa di Efeso leggiamo: « Vegliate su tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come custodi a pascere la Chiesa di Dio » (Atti, 20,28). E Pietro ai capi delle Chiese del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia Minore e della Bitinia scrive: « Pascete il gregge di Dio che vi è stato affidato (…) non spadroneggiando sulle persone a voi affidate ma facendovi modelli del gregge » (1Pietro, 5,2-3). È su questa base che il simbolo del Buon Pastore entra nell’arte cristiana: ben 120 affreschi dei cimiteri cristiani romani dei primi secoli e 150 sculture adottano questa immagine. Ma questa simbologia pastorale lentamente ci ha portato lontano da quella vita dura che il pastore palestinese conduce e che abbiamo tratteggiato in apertura. Eppure nel Vangelo c’è un passo, l’unico del Nuovo Testamento, in cui di scena sono ancora pastori autentici e non pastori simbolici (Luca, 2,1-19). È quel celebre racconto che ascoltiamo ogni anno nella liturgia della notte di Natale. Un racconto notturno che la tradizione ha cercato di strappare al suo realismo quotidiano. L’ha infatti immerso in un’atmosfera tenera, sentimentale e oleografica; l’ha affidato alle statuine, ai muschi, alle stagnole di quel presepe che era sorto proprio in una fredda notte di Natale del 1223 a Greccio ad opera di Francesco, un uomo che era però realmente povero come quei pastori che raffigurava nel suo primo presepe. Questo racconto evangelico è stato anche avvolto nei fili musicali delle dolci « pastorali », spesso straordinarie come lo stupendo Concerto grosso n. 8 per la Notte di Natale di Corelli o la sinfonia dell’Oratorio di Natale di Bach (1734) o come la mirabile pagina natalizia del Messia di Haendel (1742) o ancora come la famosa pastorale di Couperin, oppure come l’ »adorazione dei pastori » presente nel Christus, oratorio di Liszt, o l’Enfance du Christ di Berlioz (1850-54) e soprattutto i mille e mille Gloria in excelsis delle messe cantate. Un racconto che è diventato pittura nelle infinite tele che nei secoli hanno riproposto l’adorazione dei pastori a Gesù bambino. In realtà, uno studio più accurato del contesto storico e culturale della vita d’Israele durante quegli anni cancellerebbe buona parte di questo alone pur suggestivo. Dal paragrafo 25b del trattato Sanhedrin del Talmud, il più famoso documento delle tradizioni giudaiche, apprendiamo, ad esempio, che i pastori non potevano essere eletti giudici e neppure potevano essere addotti come testimoni in un processo perché considerati impuri a causa della loro convivenza con animali e disonesti a causa delle loro violazioni dei confini territoriali. Le loro condizioni di vita erano molto meno « georgiche » e idilliache di quanto ci abbia abituato a pensare Virgilio; la loro esistenza era precaria e anche in quella notte decisiva per l’umanità è probabile che il gelo notturno fosse solo l’ultimo degli incubi di una giornata sempre dura. Ma cerchiamo per un istante di ricomporre l’orizzonte topografico di quella notte. Siamo nella campagna di Betlemme, la città del pastore Davide, posta a 777 metri di altezza e stretta attorno dal deserto di Giuda. « C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge », così scrive, in apertura al suo racconto, Luca (2,1-20). La tradizione cristiana attuale ci conduce a tre chilometri da Betlemme nel villaggio arabo di Bet-Sahur. L’archeologo francescano Virgilio Corbo ha messo in luce in questa località un monastero bizantino del IV-V secolo che aveva inglobato alcune grotte anticamente usate dai pastori per le loro veglie notturne. Ora, accanto ad esse, si erge una chiesa moderna, eretta nel 1953: in essa l’architetto Antonio Barluzzi, che ha edificato la maggior parte dei santuari francescani di Terrasanta, ha voluto imitare la forma della tenda del beduino e ha tracciato una cupola che lascia filtrare la luce del cielo quasi in un gioco di stelle. L’altare sorretto da quattro pastori oranti è opera di artisti cristiani betlemiti. Ritorniamo, però, alla pagina lucana. Si tratta di una narrazione raffinatamente costruita. Lo schema è quello, classico nella Bibbia, delle annunciazioni (nel primo capitolo del suo vangelo Luca aveva già introdotto due annunciazioni, quella a Zaccaria, il padre del Battista, e quella a Maria). Il primo elemento è rappresentato dall’apparizione angelica, segno di una rivelazione divina che squarcia quella povera quotidianità (v. 9). L’angelo, la luce, la gloria di Dio, il timore sono le componenti tipiche dell’incontro col mistero divino. Il messaggio (vv. 10-11) è il secondo dato. Luca nel testo originale greco lo chiama « evangelo », un termine particolarmente significativo per i connotati cristologici che evoca. È il cuore teologico della scena. Esso si apre con un « oggi », un presente che è cronologico ma che si apre alla salvezza permanentemente offerta da Dio all’umanità: « Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore ». Del neonato si professano tre titoli che rappresentano una specie di piccolo Credo: Salvatore, Cristo (= Messia), Signore (= Dio). Anche Paolo, scrivendo ai cristiani di Filippi, cita questo Credo: « Aspettiamo il Salvatore, il Signore Gesù Cristo » (3,20). Nel bambino si intravede già il glorioso « Signore » risorto, proclamato dalla fede pasquale della Chiesa.

(L’Osservatore Romano 25 dicembre 2011)

 

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BENEDETTO XVI – ANGELUS III DOMENICA DI AVVENTO – IL PRESEPIO

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BENEDETTO XVI – ANGELUS III DOMENICA DI AVVENTO – IL PRESEPIO

ANGELUS

Piazza San Pietro

III Domenica d’Avvento, 11 dicembre 2005

Cari fratelli e sorelle!

Dopo aver celebrato la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, entriamo in questi giorni nel clima suggestivo della preparazione prossima al Santo Natale. Nell’odierna società dei consumi, questo periodo subisce purtroppo una sorta di « inquinamento » commerciale, che rischia di alterarne l’autentico spirito, caratterizzato dal raccoglimento, dalla sobrietà, da una gioia non esteriore ma intima. E’ dunque provvidenziale che, quasi come una porta d’ingresso al Natale, vi sia la festa di Colei che è la Madre di Gesù, e che meglio di chiunque altro può guidarci a conoscere, amare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci; siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione. Camminiamo insieme a Lei nella preghiera, e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell’Avvento ci rivolge a restare nell’attesa, un’attesa vigilante e gioiosa perché il Signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato. In tante famiglie, seguendo una bella e consolidata tradizione, subito dopo la festa dell’Immacolata si inizia ad allestire il Presepe, quasi per rivivere insieme a Maria quei giorni pieni di trepidazione che precedettero la nascita di Gesù. Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale « da ricco che era, si è fatto povero » (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: « Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale. Come faceva l’amato Giovanni Paolo II, tra poco anch’io benedirò i Bambinelli che i ragazzi di Roma collocheranno nel Presepe delle loro case. Con questo gesto vorrei invocare l’aiuto del Signore perché tutte le famiglie cristiane si preparino a celebrare con fede le prossime feste natalizie. Ci aiuti Maria ad entrare nel vero spirito del Natale.

GIOVANNI PAOLO II – « O CHIAVE DI DAVIDE…

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GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 20 dicembre 2000

1. « O chiave di Davide, che apri le porte del Regno dei cieli: vieni, e libera chi giace nelle tenebre del male ».

E’ con questa invocazione che la liturgia ci fa pregare quest’oggi, invitandoci a volgere lo sguardo a Colui che nasce per redimere l’umanità. Siamo ormai alle porte del Natale e più intensa si fa l’implorazione del popolo in attesa: « Vieni, Signore Gesù », vieni a liberare « chi giace nelle tenebre del male »! Ci apprestiamo a commemorare l’evento che è nel cuore della storia della salvezza: l’incarnazione del Figlio di Dio, venuto ad abitare in mezzo a noi per redimere ogni umana creatura con la sua morte in Croce. Nel mistero del Natale è già presente il mistero pasquale; nella notte di Betlemme intravediamo già la veglia di Pasqua. La luce che illumina la grotta ci rimanda al fulgore di Cristo risorto che vince le tenebre del sepolcro. Quest’anno, poi, è un Natale speciale, il Natale dei duemila anni di Cristo: un « compleanno » importante, che abbiamo celebrato con l’Anno giubilare, meditando sull’evento straordinario del Verbo eterno fatto uomo per la nostra salvezza. Ci disponiamo a rivivere con fede rinnovata le imminenti festività natalizie, per accoglierne in pienezza il messaggio spirituale. 2. A Natale il nostro pensiero torna naturalmente a Betlemme: « E tu, – dice il profeta Michea – Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele » (5, 1). A queste parole fanno eco quelle dell’evangelista Matteo. Ai Magi, che vogliono sapere dal re Erode « dov’è il re dei Giudei che è nato? » (Mt 2, 2), i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo comunicano quello che aveva scritto l’antico profeta su Betlemme: « da te uscirà un capo che pascerà il mio popolo, Israele » (Mt 2, 6). La Chiesa d’Oriente prega così nell’ufficio dell’órthros nella solennità del Natale: « Betlemme, preparati; canta, città di Sion; esulta, deserto che hai attirato la gioia: la stella avanza per indicare il Cristo che a Betlemme sta per nascere; una grotta accoglie colui che assolutamente nulla può contenere, ed è apprestata una mangiatoia per ricevere l’eterna vita » (stichirá idiómela, Anthologhion). 3. Betlemme, in questi giorni, diventa il luogo a cui sono rivolti gli occhi di tutti i credenti. La rappresentazione del presepe, che la tradizione popolare ha diffuso in ogni angolo della terra, ci aiuta a meglio riflettere sul messaggio che da Betlemme continua ad irradiarsi per l’intera umanità. In una misera grotta contempliamo un Dio che per amore si fa bambino. Egli dona a chi lo accoglie la gioia, ai popoli la riconciliazione e la pace. Il Grande Giubileo, che stiamo celebrando, ci invita ad aprire il cuore a Colui che dischiude per noi « le porte del Regno dei Cieli ». Prepararci a riceverlo comporta prima di ogni altra cosa un atteggiamento di preghiera intensa e fiduciosa. Il fargli spazio nel nostro cuore esige un serio impegno a convertirsi al suo amore. E’ Lui che ci libera dalle tenebre del male, e ci chiede di offrire il nostro concreto contributo perché si realizzi il suo disegno di salvezza. Il profeta Isaia lo descrive con immagini suggestive: « Allora il deserto diventerà un giardino / e il giardino sarà considerato una selva. / Nel deserto prenderà dimora il diritto, / e la giustizia regnerà nel giardino. / Effetto della giustizia sarà la pace, / frutto del diritto una perenne sicurezza » (Is 32, 15-17). Questo il dono che dobbiamo implorare con orante fiducia, questo il progetto che siamo chiamati a fare nostro con costante sollecitudine! Nel messaggio inviato ai credenti ed agli uomini di buona volontà per la prossima Giornata Mondiale della Pace, osservando che « nel cammino verso una migliore intesa tra i popoli numerose sono ancora le sfide che il mondo deve affrontare » (n. 18) ed ho perciò ricordato che « tutti devono sentire il dovere morale di operare scelte concrete e tempestive, per promuovere la causa della pace e della comprensione tra gli uomini » (ibid.). Possa il Natale ravvivare in ciascuno la volontà di farsi attivo e coraggioso costruttore della civiltà dell’Amore. E’ solo grazie all’apporto di tutti che la profezia di Michea e l’annuncio risuonato nella notte di Betlemme produrranno i loro frutti e sarà possibile vivere in pienezza il Natale cristiano.

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PAPA BENEDETTO XVI – ANGELUS – III DOMENICA DI AVVENTO « GAUDETE », 11 DICEMBRE 2011

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PAPA BENEDETTO XVI – ANGELUS – III DOMENICA DI AVVENTO « GAUDETE », 11 DICEMBRE 2011

Cari fratelli e sorelle!

I testi liturgici di questo periodo di Avvento ci rinnovano l’invito a vivere nell’attesa di Gesù, a non smettere di aspettare la sua venuta, così da mantenerci in un atteggiamento di apertura e di disponibilità all’incontro con Lui. La vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizza in particolare questo tempo in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale (cfr Prefazio dell’Avvento II). L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se forse in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento senza lasciarsi distrarre dalle luci, ma sapendo dare il giusto valore alle cose, per fissare lo sguardo interiore su Cristo. Se infatti perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (ibid.), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre. In particolare, la liturgia dell’odierna domenica, detta “Gaudéte”, ci invita alla gioia, ad una vigilanza non triste, ma lieta. “Gaudete in Domino semper” – scrive san Paolo: “Gioite sempre nel Signore” (Fil 4,4). La vera gioia non è frutto del divertirsi, inteso nel senso etimologico della parola di-vertere, cioè esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità. La vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere. Sant’Agostino lo aveva compreso molto bene; nella sua ricerca della verità, della pace, della gioia, dopo aver cercato invano in molteplici cose conclude con la celebre espressione che il cuore dell’uomo è inquieto, non trova serenità e pace finché non riposa in Dio (cfr Le Confessioni, I,1,1). La vera gioia non è un semplice stato d’animo passeggero, né qualcosa che si raggiunge con i propri sforzi, ma è un dono, nasce dall’incontro con la persona viva di Gesù, dal fargli spazio in noi, dall’accogliere lo Spirito Santo che guida la nostra vita. È l’invito che fa l’apostolo Paolo, che dice: “Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 5,23). In questo tempo di Avvento rafforziamo la certezza che il Signore è venuto in mezzo a noi e continuamente rinnova la sua presenza di consolazione, di amore e di gioia. Abbiamo fiducia in Lui; come ancora afferma sant’Agostino, alla luce della sua esperienza: il Signore è più vicino a noi di quanto noi lo siamo a noi stessi – “interior intimo meo et superior summo meo” (Le Confessioni, III,6,11).

Affidiamo il nostro cammino alla Vergine Immacolata, il cui spirito ha esultato in Dio Salvatore. Sia Lei a guidare i nostri cuori nell’attesa gioiosa della venuta di Gesù, un’attesa ricca di preghiera e di opere buone.

GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

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GIOITE NEL SIGNORE SEMPRE!

LaParrocchia.it 

III Domenica di Avvento (Anno C) – Gaudete (13/12/2009) Vangelo: Lc 3,10-18 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )

L’Antifona d’ingresso di questa domenica recita in latino: « Gaudete in Domino semper ». Da questa prima parola, « Gaudete », prende nome – per antica tradizione – questa terza domenica d’Avvento. Oggi celebriamo, perciò, la domenica Gaudete, la domenica della gioia! Anticamente questa domenica doveva dare ai fedeli un po’ di respiro dalle rinunce e penitenze, che venivano praticate in Avvento così come in Quaresima. Oggi, però, l’Avvento è stato riscoperto come tempo di attesa e non più come tempo penitenziale: non si tratta più perciò di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze, ma di dare all’attesa il colore della gioia anziché quello della mestizia. L’invito alla gioia ritorna incalzante nella Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi. Paolo, prigioniero ed in catene, scrive agli abitanti di Filippi invitandoli ad avere gli stessi sentimenti di Gesù Cristo ed esortandoli, ripetutamente, a rallegrarsi ed a « gioire nel Signore »! È straordinario pensare come un uomo in catene, in catene per Cristo, possa invitare altri a rallegrarsi in questi termini! Mentre rileggevo queste pagine, mi risuonavano nel cuore le parole della nota « predica della perfetta letizia » di San Francesco d’Assisi. Perfetta letizia, perfetta felicità, gioia vera si ha quando nonostante le prove più terribili non cediamo alla disperazione e alla depressione più profonda, ma restiamo ancorati a Cristo, perché nessuno mai potrà separarci da Lui e dal Suo Amore! Cristo è la fonte della vera gioia, che nessuno potrà mai toglierci! Infatti, se ritorniamo al testo della Lettera ai Filippesi, al testo originale, il testo greco, vediamo che la parola (rallegratevi) ha la stessa radice di (grazia). La gioia, dunque, è strettamente legata alla grazia e la grazia è l’effetto della vicinanza del Signore. La vicinanza del Signore, dunque, è il vero motivo della nostra gioia! Se già il popolo di Israele poteva vantare davanti a tutti gli altri popoli « la prossimità di Dio », ancor più noi, popolo della Nuova Alleanza, dobbiamo esultare di gioia indicibile perché proprio quel Dio, che allo sforzo della ricerca umana si rivela « fascinoso e tremendo », si è abbassato, per sua libera scelta, fino ad assumere la nostra natura, la carne di peccato, e ci ha resi partecipi della sua intimità, della vita trinitaria. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio! Lo stesso motivo di gioia è racchiuso anche nel racconto dell’Annunciazione che abbiamo ascoltato pochi giorni fa’, nella solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. L’Angelo si rivolge a Maria con il saluto: « Gioisci, rallegrati, ricolmata di grazia, il Signore è con te »… il motivo dell’invito alla gioia, dunque, è la prossimità di Dio, e l’effetto di questa vicinanza è la sovrabbondanza della grazia. La gioia è, perciò, essenziale all’annuncio cristiano, è l’anima stessa di questo annuncio. Il Vangelo non è forse « buona notizia », notizia di gioia? Domandiamoci perciò se viviamo il nostro essere cristiani, il nostro essere « il popolo del Dio vicino », con questa gioia, la gioia che traboccando dalla pienezza del nostro cuore straripa e coinvolge il mondo intero. Essere « sale della terra » significa dare a questa terra, dare a questo mondo, la gioia vera, quella che proviene da Gesù nostro Signore. Lui solo può appagare i desideri più nascosti del nostro cuore. Lui solo può trasformare la tristezza dipinta sui volti degli uomini in vera gioia, gioia che nessuno potrà mai strappare. La gioia vera, poi, è più eloquente di qualsiasi altra parola, dice molto, molto più di qualsiasi discorso, di qualsiasi predica. La gioia che dalla pienezza del nostro cuore straripa sui nostri volti e permea le nostre relazioni, rendendole fraterne, sarà la testimonianza più credibile del mistero dell’Incarnazione che celebreremo nei giorni del Natale. « Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae »… Chiediamo al Signore che i nostri giorni, le nostre ore, siano liete perché sovrabbondanti del Suo Amore Trinitario che ci è stato rivelato nel mistero del Verbo fatto carne. Amen. Maranathà! Commento a cura di don Michele Munno

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