Archive pour la catégorie 'Natale 2009 (dall’Avvento alle domeniche dopo Natale)'

Joseph Ratzinger : Omelia nel venerdì della seconda settimana di Avvento 2003

dal sito:

http://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=152

Trascrizione dell’omelia pronunciata a braccio dal cardinale Joseph Ratzinger, Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, 12 dicembre 2003

Letture
Orazione – Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio, perché, illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Prima lettura (dal libro del profeta Isaia, 48, 17-19) – Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d’aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato.
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 16-19) – E’ possibile chiudere gli occhi sulle opere di Dio, e in particolare su Gesù Cristo, la Sapienza incarnata. Questo avviene per la nostra incoerenza e contraddizione nel non riconoscerlo.

Homilia

Cari amici, fratelli e sorelle, i testi della liturgia di oggi, del venerdì della seconda settimana di Avvento, sono pieni di luce per il nostro cammino e ci aiutano di realizzare l’essenza dell’attesa che poi è l’essenza del nostro essere cristiani. Vorrei cominciare con l’orazione: la parola fondamentale dell’orazione di oggi è “vigilanza” che tra l’altro è la parola chiave di tutto l’Avvento. Vigilanza, essere vigilanti, che cosa vuol dire? Chi dorme è chiuso in se stesso, non percepisce la realtà fuori di sé, e anche nei suoi sogni non è in grado di percepire la realtà, ma solo ombre riflesse della sua mente, del suo subcosciente. Svegliandosi, esce dal carcere, dal muro di sé e percepisce la realtà stessa che lo circonda. Si apre ad essa. La nostra generazione è convinta di essere realmente molto “sveglia”, più di tutte le altre generazioni precedenti solo perché percepisce molto più del mondo: il nostro occhio va fino alle distanze più lontane, distanze immense sia spaziali che temporali. E nello stesso tempo siamo capaci di entrare anche all’interno della materia, fino alle ultime particelle che la compongono.
L’orizzonte è allargato enormemente, così anche le nostre possibilità di agire in questo mondo. E ciò nonostante dobbiamo dire che questa generazione, in un senso più profondo, dorme. È chiusa in sé, perché vede soltanto quanto può fare e avere, e si ferma alla facciata esteriore della realtà, alle cose materiali che può prendere in mano. Ma proprio così, siamo sempre più chiusi in noi stessi e non siamo più capaci di andare realmente all’infinito, di vedere la trasparenza della luce divina nella materia creata, in noi stessi l’occhio del nostro cuore: i nostri sensi interiori sono ottenebrati dal vedere tutte queste cose esteriori che ci aiutano a fare e ad avere, non rispondono più, non funzionano più, non hanno più accesso alla vera realtà, alla grandezza del mondo. È per questo che dormiamo. Dorme la nostra generazione.
Tramite l’Avvento il Signore ci dice di risvegliarci, di uscire da questo cerchio, da questo carcere del materiale, di aprire i cuori e cominciare a vedere la realtà più grande, il senso di Dio nel mondo, la presenza di Dio nel Signore Gesù Cristo, nella sua Parola, nei suoi sacramenti.
Questo è il primo imperativo che ci obbliga anche ad andare avanti per aprire gli occhi del cuore e ad aiutare i nostri amici, i nostri contemporanei perché possano ricominciare a vedere la vera profondità e la vera grandezza della realtà. Vedere è anche partire e così logicamente dalla parola vigilanza viene fuori l’altra, propria del cammino d’Avvento: “andare incontro al Signore”.
La fede non è un mucchio di idee, ma un’avventura della vita, un cammino, un mettersi in moto verso il Signore e il cammino esteriore che facciamo preparandoci a Colonia, dovrebbe essere nello stesso tempo e soprattutto un cammino interiore, un uscire da noi stessi per andare incontro a Dio, alla vera realtà, all’amore e al prossimo.
Appaiono poi una terza parola, importante in questa orazione, la Parola di Dio, chiamata Luce e l’invito ad accendere le lampade del nostro essere per arrivare al Signore. Cosa vuol dire questo?
Se vediamo la storia della Chiesa, la storia dei santi, vediamo queste “lampade” accese che illuminano il mondo, e vediamo che esse non solo illuminano questo tempo, ma saranno decorazioni e luce nella festa eterna dell’amore di Dio. Cominciamo con i martiri dei primi secoli, con i grandi dottori, Agostino, Ambrogio, Bonaventura, Tommaso, lampade accese che illuminano il cammino della storia e continuano ad illuminare. E san Francesco d’Assisi, san Carlo Borromeo, san Domenico, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieaux, fino a Massimiliano Kolbe, Padre Pio, Edith Stein, Madre Teresa …
Realmente, nell’oscura notte della storia, perché spesso è oscura – pensiamo alle violenze di questo tempo, a tutte le guerre – sono veramente lampade accese che illuminano, ci fanno vedere che c’è luce, che l’uomo non è una creatura fallita, ma può essere simile a Dio, conformandosi nella strada dell’amore perché Dio è amore. E siamo simili a Dio nella misura in cui percorriamo la strada dell’amore.
Passiamo ora dall’orazione alla lettura e al Vangelo. Ambedue sono intimamente connesse tra di loro e si vede proprio oggi , tra la lettura e il Vangelo, l’intima unità dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Le letture parlano della sofferenza di Dio nel rapporto con la sua creatura uomo. Dio soffre. Perché non si impone con forza con la sua onnipotenza a questa creatura? Va chiedendo il suo amore, va incontro alla nostra libertà, perché desidera non una cosa da ottenere con forza, ma desidera amore, cioè il sì libero, e così lascia alla nostra libertà di dire sì o di dire anche no, alla sua offerta e invito di amore.
Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili; il Signore lo dice in questa parabola di oggi, cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, della sua vita, dell’amore all’uomo. E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso e si rivela così non onnipotente.
Abbiamo questa parola, abbiamo suonato il flauto e non avete cantato o ballato, lamento e non avete pianto… L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
E nella lettura sentiamo questo lamento di Dio: se avesse prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume…
La stessa parola ritorna nel salmo 81, forse fatto anche dello stesso periodo: se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti nutrirei con miele con fior di frumento.
E la stessa parola ritorna anche nella bocca del Signore: se avessi compreso anche tu la via della pace. A Gerusalemme, probabilmente molti di voi conoscono la cappella sulla collina il Signore piange, che è stata costruita sul punto dove Gesù vedendo la sua città avrebbe detto queste parole. Se tu avessi compreso, anche tu la via della pace.

E la storia prova la verità di questo lamento di Dio.

Il testo della lettura, così come del salmo, probabilmente appartengono al tempo dell’esilio. Prima Geremia aveva detto con chiarezza ai re e a tutti i potenti di Israele, ”non fate questa guerra contro Babilonia”, non comportatevi come se Israele fosse uno dei grandi poteri che può entrare in guerra contro Babele, non fate questo e non pensate questo. L’elezione, l’essere totalmente a Dio e tutt’altra cosa. Fate pace e rimarrete in questo paese.
Ma non l’hanno sentito, Israele non ha ascoltato, è andato per 70 anni in esilio, è sparito dalla storia, come soggetto proprio. Il Signore prende proprio la stessa predicazione di Geremia: non entrate in opposizione militare contro i romani, non pensate che il Signore sia un guerriero che vi dia forze militari che non avete.
Prendete la strada del pentimento, della fede, dell’amore, la strada della comunione con Dio, che sola può trasformare il mondo. Ma di nuovo non ascoltarono, facendo come la generazione di Geremia. Credono a Barabba … e alla fine è la distruzione di Gerusalemme, e san Luca dice nel Vangelo: va calpestata la città di Gerusalemme dai pagani, fino alla fine del mondo.
E le stesse parole sono vere anche nel nostro presente, nel secolo che viviamo: perché non avete ascoltato? Può di nuovo dire il Signore. Avreste potuto evitare il disastro del governo comunista che ha distrutto le anime e la terra, avreste potuto evitare questo grande disastro del nazismo che è una vergogna per noi, una ferita all’umanità, soprattutto della coscienza, particolarmente del popolo tedesco.
Non hanno ascoltato, Signore. Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, ascoltate e seguite il Signore, il Signore della pace e non il signore della guerra.
È una parola che il Signore dice proprio a voi, la nuova generazione che ha in mano la chiave del futuro. È un grido forte: ascoltate, non c’è una sorte inevitabile. È libertà dell’uomo di dire sì, a questi cambiamenti per il meglio. E il nostro dovere, il vostro dovere è veramente di ascoltare, cari fratelli, e prendere questa strada con coraggio, gridare anche al mondo questo, anche se non vuol sentire, per lo meno far sentire questo lamento e grido del Signore, con tutto il peso del passato che conosciamo …
Così, queste parole dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono uguali, dicono la stessa cosa per generazioni diverse, e anche tra di noi la storia appare ancora aperta nelle nostre mani. Questa è la grande sfida che ci è data dai testi della liturgia di oggi.
Ma, alla fine del Vangelo, dopo la tristezza degli uomini di tante generazioni, e il pericolo che anche quelli di questa generazione dicano no, appare tuttavia una parola di gioia: una parola di promessa vittoriosa. Il Signore dice, nonostante tutto, alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.
Sentendo questo, prima ci domandiamo: è vero che Dio è sapiente? Possiamo dire che Dio è la sapienza, che Cristo vinto sulla croce è la sapienza? In realtà il Signore vinto ha lasciato un germe della nuova vita per il suo popolo e per il mondo, un lievito che trasformerà tutto. È così creata una nuova forma di vivere la fede.
La Gerusalemme terrestre è stata distrutta sì, ma dalla croce di Cristo cresce una nuova Gerusalemme, una città nuova diffusa in tutte le parti del mondo, nelle piccole e anche nelle grandi comunità dei credenti. Cresce una città nuova, animata dalla fede, una immagine della Gerusalemme futura. E la sapienza va giustificata per le sue opere, nascono le prime comunità cristiane, un nuovo umanesimo, un amore per i sofferenti e i poveri che prima non esisteva nel mondo, una luce della verità che illumina le strade dell’umanità, trasforma il mondo e nonostante la vittoria del male.
Abbiamo già parlato della strada delle lampade accese, una strada di luce che si apre sempre di più nella storia. È stata così creata una nuova città, una nuova vita.
Nell’Apocalisse sta scritto: ho visto una folla immensa, vestiti di bianco, che vengono dalla grande tribolazione e sono la nuova umanità. La sapienza è giustificata. Dio è sapiente, nonostante queste sconfitte cresce la nuova umanità, cresce il dono dell’amore della fede della speranza che ci ha dato Cristo.
San Luca nel suo Vangelo trasmette questa parola con una variante, dicendo: la sapienza è stata giustificata dai suoi figli, i figli di Cristo, i suoi fratelli. Cominciando dai primi martiri, fino ai grandi testimoni di oggi, essi giustificano Cristo come la vera sapienza divina. E così il testo invita ad essere figli della sapienza e a fare le opere della sapienza, per trasformare il mondo.
Alla fine, i testi arrivano proprio nel concreto della liturgia; il testo citato nel salmo 81 dice, se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti avrei dato il miele ti avrei nutrito con fior di frumento. Il Signore ci nutre con fior di frumento, con se stesso, ci dà questo pane, nella piccola quantità di frumento dona se stesso. Si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori.
Preghiamo il Signore Gesù che ci illumini, che ci permetta di ascoltare e di realizzare la sua Parola. E così di essere suoi figli, di fare le sue opere, opere della sapienza divina. Amen.

[Tratto da: http://www.korazym.org/news1.asp?Id=4718]

Il Natale rivela il progetto che Dio si era proposto. Dio ha voluto comunicarsi completamente…

dal sito:

http://proposta.dehoniani.it/txt/incarnaz.html

MANIFESTAZIONE DELLA BONTÀ DI DIO E DEL SUO AMORE PER GLI UOMINI (cf. Tt 3,4)

1) Il Progetto di Dio: farsi uomo

Il Natale rivela il progetto che Dio si era proposto. Dio ha voluto comunicarsi completamente a un altro essere differente da lui. Si è degnato darsi in dono a qualcuno. Dio non ha voluto rimanere unicamente Dio. Il creatore ha deciso di farsi anche creatura. Non ha inteso comunicare solamente il suo bene, la sua verità, la sua bellezza. Egli ha inteso fare qualcosa di molto più grande. Ha voluto donarsi: Dio dà se stesso. E per dare se stesso è necessario che esista qualcuno differente che lo possa ricevere.

Questo qualcuno capace di ricevere Dio è l’uomo. Nell’ebreo Gesù di Nazaret è presente Dio in assoluto. L’uomo possiede dunque senso pieno solo in quanto abitazione di Dio. È per questo che è stato creato. Nel suo fratello Gesù di Nazaret l’uomo trova il senso e la realizzazione piena della propria esistenza, pensata e voluta per ospitare Dio.

Il Verbo si è fatto carne nel seno della Vergine Maria e da lei è nato l’uomo – Dio. Colui che nessuno aveva mai visto, colui che gli uomini supplicavano « Signore mostraci il tuo volto », si è mostrato così com’è. Rimanendo il Dio che era da sempre, ha iniziato ad essere uomo.

Dio non è rimasto nel suo mistero indecifrabile; è uscito dalla sua luce inaccessibile per venire nelle tenebre umane. Non è rimasto nella sua onnipotenza eterna; è penetrato nella fragilità della creatura.

Nel presepio si sono manifestati « la bontà di Dio, nostro salvatore, e il suo amore per gli uomini » (Tt 3,4). Dio diventa uomo, si mostra così com’è: il nostro Dio è piccolo perché è grande nell’amore. Egli ha voluto essere realmente come uno di noi, come me, come te, fuorché nel peccato: un uomo limitato che cresce, che impara e interroga, che ascolta e risponde. Dio non ha assunto un’umanità astratta. Sin dal primo momento del suo concepimento, egli si è fatto Gesù di Nazaret, un uomo di razza e di religione ebrea. È cresciuto e maturato dentro gli angusti confini della Palestina, nel ristretto ambiente umano di un paesino sperduto. Non sapeva né il greco, né il latino, ma parlava l’aramaico con l’accento della Galilea. Ha sentito l’oppressione delle forze di occupazione del suo paese, ha conosciuto la fame, la sete, la solitudine, le lacrime per la morte dell’amico, la gioia dell’amicizia, la tristezza, la paura, le tentazioni, lo spavento di fronte alla morte. È passato attraverso la notte oscura dell’abbandono di Dio.

Tutto questo Dio ha preso su di sé in Gesù Cristo. Nulla gli è stato risparmiato. Ha assunto tutto ciò che è autenticamente umano, come l’ira giusta e la sana allegria, la bontà e la durezza, l’amicizia e il conflitto, la vita e la morte. Il Natale ci mostra di che cosa Dio è veramente capace. Egli può farsi realmente altro, un uomo come noi, senza cessare di essere Dio.

La fede cristiana ci insegna che Dio è amore: amore nella sua pienezza originaria ed eterna. È quindi un amore che non ha origine da altri ed è origine di ogni altro. Tale amore si comunica, esce da sé, si dona senza limiti e senza riserve. Da questa pienezza di autodonazione sorge il Verbo come espressione assoluta del mistero dell’amore. Il mistero dell’amore si chiama Padre, la sua espressione assoluta Figlio. Dio non ha nient’altro da dare che se stesso. Quando Dio si dà è Padre. Ciò che scaturisce da questa donazione è il Figlio. Nel Figlio si esprimono e si concretizzano tutta la verità, la bontà, la bellezza e l’infinita ricchezza d’essere del Padre. Qui tutto è infinito ed eterno.

Nel Figlio il Padre esprime anche tutta la ricchezza, la bellezza, la bontà, la verità finite e temporali che possono essere create. Il Padre si rispecchia in tutta la creazione e poiché tutto è stato creato nel Figlio, tutto rispecchia pure il Figlio. Così tutta la creazione, materiale e spirituale, presenta le tracce del Padre e del Figlio. Tutte le cose possiedono una caratteristica paterna e filiale. Tutti sono figli e figlie, fratelli e sorelle insieme con il fratello maggiore, il Figlio eterno, nella casa del Padre.

Tra tutti gli esseri filiali c’è una specie che è, per eccellenza, l’immagine del Padre e del Figlio: l’uomo. Ogni uomo rispecchia, in un modo personale, unico e irripetibile, il Padre e il Figlio. Ma tra questi uomini ce n’è uno che Dio ha predestinato ad essere sua Immagine totale nella creazione, rivelazione assoluta del Padre e del Figlio nella storia: Gesù di Nazaret. Il Figlio eterno ha voluto unirsi a lui perché potesse amare Dio, fuori di Dio, come Dio ama; per poter essere finito rimanendo Infinito, per poter essere creatura senza cessare di essere Dio creatore.

Gesù è stato il primo nell’intenzione di Dio, anche se non è stato il primo nell’esecuzione. Adamo era già immagine di Cristo, perché Dio lo ha plasmato pensando a Cristo.

Il progetto di Dio è dunque farsi uomo. Duemila anni fa questo progetto è diventato realtà concreta. Nel Natale celebriamo e attualizziamo questo evento di dolcezza umana e divina. Dio possiede dunque un’umanità che, nel disegno divino, è eterna. L’umanità è espressione temporale del Figlio eterno. Dire che il Figlio si è fatto uomo non significa che il Figlio ha smesso di essere Figlio. Non significa neppure che il Figlio rimane Figlio e che l’umanità gli si è aggiunta come puro strumento di manifestazione e di azione. No, l’umanità di Dio non è un travestimento col quale Dio ci dà l’impressione di assumere la nostra condizione, ma in realtà continua a rimanere nella sua luce inaccessibile senza comunicarsi. Il fatto che Dio è diventato uomo esprime qualcosa di Dio stesso. Dice che egli si è fatto nostro prossimo, ha dato pienamente se stesso nella creazione e nel tempo.

In questo modo l’umanità di Gesù è veramente l’umanità di Dio e la divinità di Gesù è di fatto la divinità dell’uomo. Chi parla con Gesù parla con Dio, chi lo incontra, incontra Dio, chi lo ascolta e lo comprende, ascolta e comprende Dio. L’umanità di Gesù significa la presenza totale di Dio nel mondo, significa la dedizione totale dell’amore del Padre per l’uomo.

Grande cosa dev’essere l’uomo perché Dio ha voluto essere uomo. Se l’uomo è la più grande comunicazione di Dio nella creazione, Gesù è il culmine della comunicazione di Dio nella storia. È per consentire la realizzazione del progetto di Dio che l’uomo è stato pensato e voluto dall’eternità e posto nel tempo con la creazione. Gesù Cristo, Dio e uomo, è il progetto divino totalmente realizzato.

Da questa meditazione si deduce che il Figlio con l’incarnazione non ha raggiunto soltanto la santa umanità di Gesù di Nazaret. Egli ha toccato in qualche modo tutti gli uomini. Ognuno di noi, nel disegno eterno, è stato fatto dal Figlio, per lui, con lui e in lui. Siamo tutti figli nel Figlio. Entrando nella storia e assumendo l’umanità concreta di Gesù, egli ha assunto in certo modo tutti noi che partecipiamo di questa umanità. Il Concilio Vaticano II facendo eco alla grande tradizione della fede, insegna: « Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato » (GS 22). In tal modo siamo tutti fratelli di Gesù Cristo. Ogni uomo è suo rappresentante. Ogni persona traduce un aspetto originale del Figlio eterno. L’uomo è veramente una realtà sacra. Chi gli fa violenza, fa violenza al Figlio di Dio, chi lo ama e lo accoglie, ama e accoglie Dio stesso (Mt 25,40). È stato così fin dall’inizio dell’esistenza dell’uomo e sarà così fino alla fine. Il Figlio riempie della sua presenza tutta la storia: « Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo… Venne tra la sua gente » (Gv 1, 9-11). Il Natale cominciava ad essere preparato e il Figlio avviava il suo processo di incarnazione con la creazione del mondo e in maniera decisiva con la creazione dell’uomo. Perciò la storia è gravida di Cristo.

Egli è cresciuto a poco a poco fino a squarciare il velo della invisibilità e comparire in tutta la sua aperta evidenza.

Nella sua terza omelia sul Natale, san Leone Magno (+461) insegnava « Sin dalla creazione del mondo, Dio ha costituito un unico principio di salvezza per tutti. La grazia di Dio, per la quale tutti i santi sono stati giustificati, è aumentata ma non ha avuto inizio con la nascita di Cristo; e questo mistero di grande misericordia che riempie ora il mondo intero è già stato efficace nei suoi simboli: l’hanno raggiunto sia quelli che ne hanno accolto la promessa, sia quelli che l’hanno ricevuto quando ci è stato dato… Smettano dunque di lamentarsi coloro che, con empia mormorazione, criticano il piano divino sotto il pretesto del ritardo nel tempo per la nascita del Signore, come se non fosse stato concesso nei tempi passati ciò che si è realizzato nell’ultima età del mondo. » (III Sermone, 4). Cristo possiede una portata cosmica. La festa del Natale non è unicamente la festa della nostra storia, ma di tutta la storia, non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini. In tutti i figli continua a nascere il Figlio eterno di Dio e nostro fratello Gesù Cristo.

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L’evangelista Giovanni ci dice che « Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste… Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui » (Gv 1. 3-10). Non è solo l’umanità ad essere compenetrata dal Figlio; anche l’universo intero e, in qualche modo, il suo corpo. Con l’incarnazione « la carne non è più terrena; è carne verbificata (fatta Verbo) », afferma arditamente s. Atanasio (Contra Arianos 3, 34). Con il Figlio la filiazione ha invaso il mondo. Lo stesso sant’Atanasio (+373) insegna qualcosa di più: con l’incarnazione « il Figlio nobilita tutta la creazione… rendendola divina e trasformandola in Figlio e così la conduce al Padre » (Ad Serapionem 1, 25). C’è dunque un carattere filiale e fraterno in tutta la creazione, e non solamente nella sfera umana. C’è una cristificazione in atto nella materia. Tutto ciò che esiste è in rapporto con il Figlio di Dio in quanto siamo tutti fratelli del Figlio primogenito. San Giovanni Damasceno (+749) predicava: « Il Padre si è compiaciuto di realizzare l’unione di tutti gli esseri nel suo Figlio unico. Essendo infatti un microcosmo, l’uomo unisce in sé tutte le realtà visibili e invisibili; è piaciuto al Signore, che ha creato e governa tutte le cose, unire nel suo Figlio unico e consostanziale la divinità all’umanità e, attraverso questa, all’insieme di tutte le creature affinché Dio fosse tutto in tutto » (PG 96).

A causa di questa visione cosmica dell’incarnazione di Dio, la liturgia antica della Chiesa cantava: « Pieni di gioia per la nascita di Cristo, le montagne e le colline si inchinano e gli elementi del mondo, con gaudio ineffabile, eseguono in questo giorno una melodia sublime » (PL 86). È la celebrazione cosmica che sfugge agli occhi e agli orecchi sensibili, ma è percepita dalla fede. Sappiamo che il mondo è stato definitivamente visitato da Dio. La creazione si rallegra, canta ed è in estasi per l’ospite divino. Siamo tutti cristificati. Siamo fratelli. San Francesco l’aveva capito bene e lo ha mirabilmente manifestato nel Cantico delle Creature.

Il Natale è la festa dei doni perché Dio ci ha dato un dono che non ha prezzo: ci ha dato se stesso in un bambino.

Vivere l’Avvento come il gioco delle bambole russe (presentazione dell’Avvento, è l’anno A, ma lo studio mi sembra molto bello)

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=3473

Vivere l’Avvento come il gioco delle bambole russe

don Mario Campisi 

I Domenica di Avvento (Anno A) (28/11/2004)
Vangelo: Mt 24,37-44  

Ho sempre avuto l’impressione che si guarda l’Avvento un po’ troppo dalla parte dell’uomo e meno, o per nulla tante volte, dalla parte di Dio.
C’è una parola chiave che caratterizza questo tempo forte dell’anno liturgico ed è: attesa.
E’ come una bambola russa. Se la apri ve ne trovi un’altra: vigilanza. Se apri anche questa, ci trovi dentro la speranza. E così via fino alla più piccola della stessa famiglia.
E’ un gioco bellissimo di implicazioni e di esplicazioni, che ci fa vedere quanto sia grande il campo di azione su cui deve esprimersi la nostra conversione nel tempo di Avvento che ci prepara al Natale.
Attesa. Vigilanza. Speranza. Preghiera. Povertà. Penitenza. Conversione. Testimonianza. Solidarietà. Pace. Trasparenza. Dopo aver meditato i testi biblici, sarebbe interessante sedersi attorno ad un tavolo con la gente e chiedere, per ogni bambola russa, il nome delle altre successivamente racchiuse. Ne verrebbe fuori un campionario di atteggiamenti interiori davvero interessante che potrebbe essere assunto come telaio ascetico su cui disegnare il cammino dell’Avvento.
Ma, con questa esperienza, rimarremmo ancora troppo ancorati alla sfera dell’umano. Si dà troppo l’impressione che l’avvento costituisca un espediente che ci stimola a ricentrare la vita sul piano morale, e basta.
Senza dubbio, tutto questo non sarebbe sbagliato. Però si correrebbe il rischio di trasformare l’Avvento in una specie di palestra spirituale, in cui si pratica l’allenamento alle buone virtù, andando così a disincarnare il mistero che significa: l’Incarnazione del Dio-Amore.
Occorre anche guardare l’Avvento dalla parte di Dio. Sì, perché anche in cielo oggi comincia l’Avvento, l’attesa di Dio. Qui sulla terra è l’uomo che attende il Signore. Nel cielo è il Signore che attende il ritorno dell’uomo.
E’ una visione splendida questa che ci fa recuperare una dimensione meno preoccupata degli aspetti morali della vita cristiana e più interessata a cogliere il disegno divino di salvezza.
Ancha qui si potrebbe ripetere il gioco delle bambole russe. Visto che anche per Dio la parola chiave dell’Avvento è attesa, quali ulteriori parole si potrebbero trovare l’una all’interno dell’altra? Cercando di cogliere l’anima dei testi biblici di oggi, che le proclamano, proviamo ad indicarne due: salvezza e pace.
La parola salvezza evoca il progetto finale di Dio, così come leggiamo nella prima lettura e nel salmo responsoriale. I popoli che salgono al monte del Signore e si riuniscono nella Gerusalemme celeste esprimono il trasalimento di Dio, che vede attorno a sé tutte le genti nello stadio finale del Regno.
Attese di comunione. Solidarietà con l’uomo. Bisogno di comunicargli la propria vita. Disponibilità a un perdono senza calcoli. Questi sono i sentimenti di Dio, così come ci suggeriscono le letture di oggi.
In questa prima domenica di Avvento è impossibile non rifarsi alla tenerezza del Padre, alle sue sollecitudini, alle sue ansie per il ritorno a casa di ogni figlio. E verrebbe subito in mente la già nota parabola del padre misericordioso: « Mentre era ancora lontano, il padre lo vide » (Lc 15,20). Di qui l’avvio della speranza in ognuno di noi.
Di qui anche l’avvio dell’impegno. Che cosa fare per non deludere le attese del Signore? Quali sono le « opere delle tenebre » che bisogna gettare, e quali le « armi della luce » di cui bisogna rivestirsi? (2^ lettura v. 12).
Non si potrebbe magari oggi iniziare da un ceck-up, individuale e collettivo, in fatto di comunione?
La parola pace evoca tutta una serie di percorsi obbligati per poter giungere alla salvezza.
Oggi non bisogna lasciarsi sfuggire l’occasione della concretezza, per dire senza retorica che pace, giustizia e salvaguardia del creato sono il compito primordiale di ogni comunità cristiana.
La prima lettura non tollera interpretazioni di comodo. Se noi cristiani permetteremo l’ingrandirsi degli arsenali delle spade e delle lance a danno dei depositi dei vomeri e delle falci, non risponderemo alle attese di Dio.
Così pure, se non sapremo leggere in termini fortemente critici le esercitazioni dei popoli nell’arte della guerra, sviliremo Isaia, estingueremo la nostra carica profetica, e difficilmente, nella notte di Natale, potremo accogliere l’esplosione dello « shalom », annunciato dagli angeli agli uomini che Dio ama (Lc 2,14).

PREGHIERE PER L’AVVENTO

dal sito:

http://www.parrocchia-cambiano.it/riflessioni_preghiere_11.php

PREGHIERE PER L’AVVENTO

Vieni, Signore Gesu’

Lieti aspettiamo la tua venuta: vieni, Signore Gesù.
Tu che esisti da prima dei tempi,
hai voluto farti uomo come noi.
Attendiamo che ti riveli nella tua gloria,
Gesù Salvatore,
conservaci senza peccato
per il giorno della tua venuta.
Tu volesti raccogliere tutti gli uomini
nel tuo unico regno:
vieni e raduna quelli che aspettano
di contemplare il tuo volto.
Noi speriamo in te, Signore Gesù.
Al tuo nome e al tuo ricordo
si volge il nostro desiderio.
Donaci un cuore libero e lieto.
per venire incontro a te con le lampade accese,
così che tornando e bussando alla nostra porta
tu ci possa trovare vigilanti nella preghiera
ed esultanti nella lode.
Affrettati, non tardare, Signore Gesù:
la tua venuta doni conforto e speranza
a coloro che confidano
nel tuo amore misericordioso.
Fa che per la debolezza della nostra fede
non ci stanchiamo di attendere
la tua consolante presenza.
Amen.

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO, PAPA BENEDETTO OMELIA (2 DICEMBRE 2006, ANNO B)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20061202_i-vespri-avvento_it.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA DOMENICA I DI AVVENTO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Sabato, 2 dicembre 2006

Cari fratelli e sorelle!

La prima antifona di questa celebrazione vespertina si pone come apertura del tempo di Avvento e risuona come antifona dell’intero anno liturgico. Riascoltiamola: « Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio viene, il nostro Salvatore ». All’inizio di un nuovo ciclo annuale, la liturgia invita la Chiesa a rinnovare il suo annuncio a tutte le genti e lo riassume in due parole: « Dio viene ». Questa espressione così sintetica contiene una forza di suggestione sempre nuova. Fermiamoci un momento a riflettere: non viene usato il passato – Dio è venuto -, né il futuro – Dio verrà -, ma il presente: « Dio viene ». Si tratta, a ben vedere, di un presente continuo, cioè di un’azione sempre in atto: è avvenuta, avviene ora e avverrà ancora. In qualunque momento, « Dio viene ». Il verbo « venire » appare qui come un verbo « teologico », addirittura « teologale », perché dice qualcosa che riguarda la natura stessa di Dio. Annunciare che « Dio viene » equivale, pertanto, ad annunciare semplicemente Dio stesso, attraverso un suo tratto essenziale e qualificante: il suo essere il Dio-che-viene.

L’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, « il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe », non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. È un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo « venire » è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità. Dio viene a salvarci.

I Padri della Chiesa osservano che il « venire » di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cfr Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15, 1: PG 33, 870). Il tempo di Avvento vive tutto di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano anche i testi dell’odierna celebrazione vespertina. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la « pienezza del tempo ». Tra queste due venute « manifeste » se ne può individuare una terza, che san Bernardo chiama « intermedia » e « occulta », la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un « ponte » tra la prima e l’ultima. « Nella prima – scrive san Bernardo – Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione » (Disc. 5 sull’Avvento, 1). Per quella venuta di Cristo, che potremmo chiamare « incarnazione spirituale », l’archetipo è sempre Maria. Come la Vergine Madre custodì nel suo cuore il Verbo fatto carne, così ogni singola anima e l’intera Chiesa sono chiamate, nel loro pellegrinaggio terreno, ad attendere il Cristo che viene e ad accoglierlo con fede ed amore sempre rinnovati.

La liturgia dell’Avvento pone così in luce come la Chiesa dia voce all’attesa di Dio profondamente inscritta nella storia dell’umanità; un’attesa purtroppo spesso soffocata o deviata verso false direzioni. Corpo misticamente unito a Cristo Capo, la Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento efficace anche di questa attesa di Dio. In una misura nota a Lui solo la comunità cristiana può affrettarne l’avvento finale, aiutando l’umanità ad andare incontro al Signore che viene. E fa questo prima di tutto, ma non solo, con la preghiera. Essenziali e inseparabili dalla preghiera sono poi le « buone opere », come ricorda l’orazione di questa Prima Domenica d’Avvento, con la quale chiediamo al Padre celeste di suscitare in noi « la volontà di andare incontro con le buone opere » al Cristo che viene. In questa prospettiva l’Avvento è più che mai adatto ad essere un tempo vissuto in comunione con tutti coloro – e grazie a Dio sono tanti – che sperano in un mondo più giusto e più fraterno. In questo impegno per la giustizia possono in qualche misura ritrovarsi insieme uomini di ogni nazionalità e cultura, credenti e non credenti. Tutti infatti sono animati da un anelito comune, seppure diverso nelle motivazioni, verso un futuro di giustizia e di pace.

La pace è la meta a cui aspira l’intera umanità! Per i credenti « pace » è uno dei più bei nomi di Dio, che vuole l’intesa di tutti i suoi figli, come ho avuto modo di ricordare anche nel pellegrinaggio dei giorni scorsi in Turchia. Un canto di pace è risuonato nei cieli quando Dio si è fatto uomo ed è nato da donna, nella pienezza dei tempi (cfr Gal 4, 4). Iniziamo dunque questo nuovo Avvento – tempo donatoci dal Signore del tempo – risvegliando nei nostri cuori l’attesa del Dio-che-viene e la speranza che il suo Nome sia santificato, che venga il suo Regno di giustizia e di pace, che sia fatta la sua Volontà come in Cielo, così in terra.

Lasciamoci guidare, in questa attesa, dalla Vergine Maria, Madre del Dio-che-viene, Madre della Speranza. Ella, che tra pochi giorni celebreremo Immacolata, ci ottenga di essere trovati santi e immacolati nell’amore alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, al quale, con il Padre e lo Spirito Santo, sia lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen. 

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