Archive pour la catégorie 'Natale 2009 (dall’Avvento alle domeniche dopo Natale)'

Meditazioni, Giovanni Taulero: Sermoni, La triplica nascita

dal sito:

http://www.unavox.it/m22.htm

MEDITAZIONI

GIOVANNI TAULERO, Sermoni, La triplica nascita

Si celebra oggi nella santa cristianità una triplice nascita, in cui ogni cristiano dovrebbe trovare cosí grande gaudio e diletto da andare fuori di sé dalla gioia, in giubilo e amore, in gratitudine e allegrezza interiore; e un uomo che non sperimentasse in sé nulla di ciò, dovrebbe spaventarsene.
La prima e piú sublime nascita avviene quando il Padre celeste genera il Figlio unigenito nell’essenza divina e nella distinzione delle Persone. 
La seconda nascita, che oggi si celebra, è la fecondità materna che in assoluta purezza toccò in sorte alla castità della Vergine. 
La terza nascita avviene quando Dio ogni giorno ed ogni ora nasce veramente e spiritualmente in un’anima buona mediante la grazia e l’amore. 

Queste tre nascite si celebrano oggi nelle tre Messe. 
La prima si canta nella buia notte e comincia: Dóminus díxit ad me, fílius meus es tu, ego hódie génui te. Questa Messa si riferisce alla nascita nascosta che avvenne nel segreto della misteriosa, sconosciuta divinità. 
La seconda Messa comincia: Lux fulgébit hódie super nos; essa indica lo splendore della natura umana divinizzata e si celebra parte nell’oscurità e parte durante il giorno: questa nascita infatti fu in parte conosciuta e in parte sconosciuta. 
La terza Messa si canta a giorno pieno e comincia: Puer natus est nobis et fílius datus est nobis, e si riferisce all’amabile nascita che ad ogni giorno e ad ogni istante deve avvenire e avviene in ogni anima buona e santa, se essa vi si rivolge con attenzione e amore; perché, se vuol sperimentare in sé e accorgersi di questa nascita, le sono necessari un raccoglimento e una conversione di tutte le sue potenze. […]

Per giungere al punto che questa nobile nascita avvenga in noi nobilmente e fruttuosamente, dobbiamo apprendere la proprietà della prima nascita paterna, quando il Padre genera il suo Figlio nell’eternità. … Il Padre nel suo modo di essere si rivolge in sé stesso con la sua divina intelligenza: penetra in sé stesso, in chiara comprensione, il fondo essenziale del suo essere eterno e per la nuda comprensione di sé stesso si esprime totalmente; e questa parola è il Figlio suo, e la conoscenza di sé stesso è la generazione del suo Figlio nell’eternità. Egli resta in sé stesso in unità essenziale e si effonde in distinzione personale. Cosí egli entra in sé stesso e si conosce, esce poi da sé stesso nella generazione della sua immagine che in sé ha riconosciuto e compreso, e rientra infine in sé in una perfetta compiacenza di sé stesso. Questa compiacenza si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo: cosí Dio resta in sé stesso, esce da sé e vi rientra.
Ora la proprietà che il Padre ha di rientrare in sé e di uscirne, la deve avere in sé anche l’uomo che vuol diventare una madre spirituale di questa nascita divina: egli deve entrare completamente in sé e poi uscirne. […] 
In verità ci vuole necessariamente un ritorno in sé perché questa nascita avvenga; deve avvenire un energico rientro, un raccoglimento interiore di tutte le facoltà, le superiori e le inferiori, e deve esserci una concentrazione da ogni dispersione, cosí come tutte le cose unite sono piú forti, come un tiratore che vuol colpire precisamente il suo bersaglio chiude un occhio affinché l’altro veda meglio … questo è il ritorno in sé.

Se dev’esserci allora un’uscita, un’elevazione al di fuori e al di sopra di sé stessi, noi dobbiamo rinunciare ad ogni nostro volere, desiderio ed agire, non deve restarci che una nuda e pura intenzione di Dio e assolutamente nulla del nostro essere, divenire, desiderare, ma solamente un appartenergli, un fargli posto nella parte piú elevata e piú intima, affinché egli possa realizzare la sua opera e la sua nascita e non venga ostacolato. … Sant’Agostino in proposito diceva: … «O tu, nobile anima, o nobile creatura, perché vai a cercare fuori di te Colui che è interamente, in tutta verità e nudamente in te; e dal momento che sei partecipe della natura divina, cosa ti importa di tutte le creature o cosa hai da fare con esse?».

Se l’uomo preparasse cosí il posto, il fondo, non c’è alcun dubbio che Dio dovrebbe riempirlo completamente, pure se dovesse rompersi il cielo per ricolmare il vuoto. E tanto meno Dio lascia le cose vuote, sarebbe contrario a tutta la sua natura e alla sua giustizia. 
Perciò devi tacere: cosí il verbo di questa nascita potrà parlare in te ed essere sentito in te. Ma sii certo che se tu vuoi parlare, egli deve tacere. Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascoltando. […]
Quando nel mezzo di questo silenzio tutte le cose tacciono profondamente e c’è un vero silenzio, allora si sente veramente il Verbo: perché, se Dio deve parlare, tu devi tacere; se Dio deve entrare, tutte le cose devono uscire. …
Che tutti possiamo preparare un posto in noi per questa nobile nascita, cosí da diventare una vera madre spirituale. In ciò Dio ci aiuti. Amen. 
 

[GIOVANNI TAULERO, Sermoni, La triplica nascita, tratto dalla raccolta Il fondo dell'anima, ed. Piemme, Casale Monferrato, 1997. ]

(12/98)

di Hans Christian Andersen : L’ultimo sogno della vecchia quercia (Storia di Natale)

dal sito:

http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/ultimo_sogno_della_vecchia_quercia

L’ultimo sogno della vecchia quercia (Storia di Natale)

Fiaba di Hans Christian Andersen – 081
 
Nel bosco in cima alla collina, verso la spiaggia aperta, si trovava una vecchissima quercia che aveva proprio trecentosessantacinque anni, ma questo lungo periodo di tempo corrisponde per la quercia a non più di altrettanti giorni per noi uomini; noi ci svegliamo al mattino, dormiamo di notte e facciamo i nostri sogni; per gli alberi è diverso: restano svegli per tre stagioni e solo d’inverno dormono, l’inverno è il loro periodo di riposo, è la loro notte dopo il lungo giorno che si chiama primavera, estate e autunno.
Per molte giornate estive le effimere avevano danzato intorno alla sua corona di foglie, avevano vissuto, volato e erano state felici, e quando quelle creaturine si riposavano un attimo, nella loro beatitudine, su una delle grosse foglie fresche della quercia, questa diceva «Poverine! Tutta la vostra vita dura solo un giorno! com’è corta! è così triste!».
«Triste?» rispondevano sempre le effimere «che cosa intendi? Tutto è straordinariamente limpido, così caldo e bello, e noi siamo felici!»
«Ma dura solo un giorno, poi tutto è finito!»
«Finito?» dicevano le effìmere «che cosa è finito? Anche tu finisci?»
«No, io vivrò probabilmente ancora migliaia dei vostri giorni e la mia giornata corrisponde a un anno intero. È un tempo così lungo che non siete neppure in grado di immaginarlo!»
«No, ma non ti capiamo. Tu hai migliaia dei nostri giorni, ma noi abbiamo migliaia di momenti di gioia e di felicità! Finirà tutta la bellezza di questo mondo, quando tu morirai?»
«No» rispose l’albero «durerà certamente a lungo e molto più a lungo di quanto si possa pensare!»
«Allora è proprio lo stesso, solo che calcoliamo in modo diverso!»
L’effìmera danzò e si mosse nell’aria, si rallegrò per le sue sottili ali ben fatte di velluto e di veli, si rallegrò per l’aria mite, dove si diffondeva un forte profumo che veniva dal campo di trifoglio e dalle rose selvatiche della siepe, dal sambuco e dal caprifoglio, per non parlare dell’asperula odorosa, della primula e della menta selvatica; il profumo era così intenso che l’effìmera credette di essere un po’ ubriaca. Il giorno fu lungo e bellissimo, pieno di gioia e di dolci sensazioni; quando il sole tramontò l’effimera si sentì, come sempre, piacevolmente stanca per tutto quel divertimento. Le ali non la volevano più sostenere, così si posò lentamente su un morbido stelo d’erba ondeggiante, piegò la testa come potè e si addormento felice: era la morte.
«Povera piccola effìmera!» esclamò la quercia «è stata una vita molto breve!»
Ogni giorno d’estate si ripeteva la stessa danza, lo stesso discorso, la stessa risposta, e lo stesso sonno finale; si ripeteva per ogni generazione di effimere e tutte erano ugualmente felici, ugualmente gaie. La quercia rimase sveglia al mattino della primavera, al mezzogiorno dell’estate e alla sera dell’autunno; ora era quasi tempo di dormire: la sua notte, l’inverno, stava arrivando.
Già le tempeste cantavano: «Buona notte! Buona notte! È caduta una foglia, un’altra! Noi le raccogliamo. Cerca di dormire! Ti canteremo la ninna nanna, ti scuoteremo nel sonno, ma questo giova ai vecchi rami, vero? Scricchiolano già dalla gioia! dormi bene! dormi bene! È la tua trecentosessantacinquesima notte, in realtà hai solamente un anno! dormi bene! Le nuvole ti cospargeranno di neve che diventerà come un lenzuolo, un tiepido tappeto ai tuoi piedi; dormi bene e sogni d’oro!».
La quercia si spogliò del suo fogliame per potersi riposare nel lungo inverno e sognare molte volte, sempre qualche esperienza vissuta, proprio come i sogni degli uomini.
Una volta era stata piccola e aveva tratto origine da una ghianda; secondo il calcolo degli uomini stava vivendo il suo quarto secolo, era l’albero più grande e più robusto del bosco: con la sua corona dominava su tutti gli altri alberi e la si vedeva anche da molto lontano, dal mare aperto costituiva un punto di riferimento per le navi. Non sapeva neppure quanti occhi la cercavano. In cima alle sue fronde verdi si era stabilita la colomba, e il cuculo gridava il suo cucù; in autunno, quando le foglie sembravano lamine di rame battuto, arrivavano gli uccelli migratori e vi si riposavano prima di partire per il mare aperto. Ora però era inverno, l’albero era senza foglie, e si vedeva con chiarezza il disegno dei rami contorti e nodosi. Le cornacchie e i corvi vi si posavano a turno e parlavano dei tempi diffìcili che stavano per cominciare e delle difficoltà invernali per trovare il cibo.
Era quasi il giorno di Natale quando la quercia fece il suo sogno più bello: ascoltiamolo!
Ebbe la sensazione che quella fosse una giornata di festa, le sembrò di sentire tutte le campane delle chiese suonare a festa e le sembrò anche che fosse un bel giorno estivo, tanto l’aria era calda e mite; la quercia allargava il suo fitto fogliame, fresco e verde, i raggi del sole giocavano tra i rami e le foglie, l’aria era piena del profumo delle erbe e dei cespugli, le farfalle variopinte giocavano « a prendersi » e le effìmere ballavano, era come se tutto esistesse affinché potessero ballare e divertirsi. Tutto quello che l’albero aveva vissuto e visto nei suoi lunghi anni di vita, gli sfilò davanti, come in un corteo. Vide cavalieri e dame dei tempi antichi, con le piume sui cappelli e i falchi in pugno, cavalcare nel bosco; il corno da caccia risuonò e i cani abbaiarono. Vide i soldati nemici con armi lucenti, abiti variopinti e lance e alabarde montare e smontare le tende; i fuochi delle sentinelle ardevano e si cantava e si dormiva sotto i rami tesi della quercia. Vide anche gli innamorati che s’incontravano pieni di gioia al chiaro di luna e incidevano i loro nomi, le loro iniziali, nella sua corteccia grigio-verde.
Una volta, moltissimi anni prima, cetre e arpe eolie erano state appese ai suoi rami da alcuni giovani viaggiatori; ora erano ancora li appese e risuonavano con tanta dolcezza. Le colombe tubavano come volessero raccontare quello che l’albero provava, e il cuculo gridò il suo cucù per tante volte quante erano i giorni d’estate che la quercia avrebbe vissuto.
Fu come se un nuovo flusso di vita scorresse dalle radici più piccole fino ai rami più esposti, fino alle foglie; l’albero sentì che si stava allargando, sentì con le radici che anche nella terra c’era vita e calore; sentì crescere le sue forze e crebbe sempre più alto. Il tronco s’innalzò senza un attimo di sosta, continuò a crescere, la corona di foglie si infìtti, si allargò, si sollevò, e, crescendo l’albero, cresceva anche il suo senso di benessere, il suo desiderio beatificante di andare sempre più in alto, fino al caldo sole luminoso.
Ormai era già cresciuto oltre le nubi, che come schiere di neri uccelli migratori o come stormi di grandi cigni bianchi passavano sotto di lui!
Ogni foglia della quercia poteva vedere quasi avesse avuto gli occhi; le stelle erano visibili alla luce del giorno, così grosse e luccicanti, brillavano come occhi chiari e trasparenti e ricordavano tutti quei cari occhi conosciuti, appartenuti ai bambini, agli innamorati che si erano incontrati sotto la quercia.
Che momento meraviglioso e che gioia! Eppure, in tutta quella gioia, la quercia provò nostalgia, e desiderò che tutti gli altri alberi del bosco, tutti i cespugli, le erbe e i fiori si potessero innalzare insieme a lei, e potessero provare quella gioia e godere quello splendore. La grande quercia, nel suo sogno di grandezza, non era completamente felice se non aveva con sé tutti quanti, grandi e piccini, e questo sentimento si ripercosse in modo profondo tra le foglie e i rami, come fosse stato un cuore umano.
Il fogliame della quercia ondeggiò quasi in un gesto di nostalgia, riandò al passato e risentì il profumo delle asperule e subito dopo, ancor più intenso, quello dei caprifogli e delle viole, poi le sembrò di sentire il cuculo cantare.
Tra le nuvole spuntavano le cime verdi degli altri alberi del bosco; la quercia vide che, sotto di sé, gli altri alberi crescevano e si innalzavano come lei, i cespugli e le erbe si tendevano verso l’alto; alcuni di loro si liberarono delle radici e si innalzarono prima degli altri. La betulla fu la più veloce, come un raggio bianco luminoso il suo tronco slanciato si allungò, i rami si piegarono come verdi veli o bandiere; tutta la natura del bosco, persino le canne brune e piumate, cresceva con la quercia, e gli uccelli la seguivano cantando; su un filo d’erba che pareva uno svolazzante nastro di seta verde stava una cavalletta che suonava con le ali; i maggiolini brontolavano e le api ronzavano; ogni uccello usava il proprio strumento, e tutto fu un solo canto di gioia verso il cielo.
«Quel fiorellino rosso che si trovava vicino all’acqua, anche lui doveva salire!» esclamò la quercia «e anche la campanula azzurra, e la margheritina!» Certo, la quercia li voleva tutti con sé.
«Ci siamo anche noi, ci siamo anche noi!» si sentiva risuonare.
«E quelle belle asperule dell’estate scorsa; e l’anno prima c’era un’aiuola di mughetti! e il melo selvatico, come era bello! E tutta quella bellezza del bosco, per tanti e tanti anni! Se fossero vissuti fino a oggi, sarebbero potuti venire anche loro!»
«Ci siamo anche noi, ci siamo anche noi!» si sentì di nuovo ancora più in alto; sembrava che la avessero preceduta in volo.
«È troppo bello per potervi credere!» gridò la quercia piena di gioia. «Sono tutti qui, grandi e piccoli! Nessuno è stato dimenticato! Dove è possibile immaginare una tale beatitudine?»
«Nel regno di Dio è possibile e immaginabile!» si sentì risuonare.
La quercia, che continuava a crescere, sentì che le radici si erano staccate dalla terra.
«Adesso è ancora meglio!» commentò «ora non c’è più nulla che mi trattiene! Posso volare in cielo fino all’Onnipotente, nella luce e nella magnificenza. E ho con me tutti i miei cari. Grandi e piccoli. Tutti quanti, tutti!»
Questo fu il sogno della quercia, ma mentre sognava ci fu una violenta tempesta sia in mare che sulla terra, proprio nella notte santa di Natale; il mare rovesciò grosse onde sulla spiaggia, l’albero scricchiolò, si schiantò e si sradicò proprio nel momento in cui la quercia sognò che le radici si erano liberate. La quercia cadde. I suoi trecentosessantacinque anni valevano ormai come un sol giorno dell’effimera.
Il mattino di Natale, quando spuntò il giorno, la tempesta si era ormai calmata. Tutte le campane delle chiese suonarono a festa e da ogni camino, anche da quello così piccolo del bracciante, si levò il fumo, azzurro come quello che nelle feste dei druidi si levava dall’ara; era il fumo del sacrificio, del ringraziamento. Il mare divenne sempre più calmo e su una grande imbarcazione che durante la notte aveva affrontato quel tempaccio terribile si innalzarono ora tutte le bandiere, per festeggiare il Natale.
«L’albero non c’è più! La vecchia quercia, il nostro punto di riferimento sulla terra!» esclamarono i marinai. «È caduta con la tempesta di questa notte. Potremo mai sostituirla con qualcos’altro?»
Fu questo il breve, ma accorato discorso funebre per la quercia, che si trovava distesa su un manto di neve sulla spiaggia; sopra di lei risuonò l’inno cantato sulla nave, quello sulla gioia del Natale, sulla liberazione degli uomini in Cristo e sulla vita eterna.
Cantate al cielo,
Cantate Alleluia, schiere della Chiesa, Questa gioia è senza uguali! Alleluia, Alleluia!
Così diceva l’antico inno, e ognuno di coloro che si trovavano sulla nave si sentì sollevare da quelle parole e dalle preghiere, proprio nello stesso modo in cui la quercia si era sentita innalzare nel suo ultimo e magnifico sogno della notte di Natale.

FINE

Solo per oggi : (Preghiera di Papa Giovanni XXIII)

per il Natale, dal sito:

http://digilander.libero.it/semprenatale/solo_oggi.htm

Solo per oggi

(Preghiera di Papa Giovanni XXIII)

Solo per oggi crederò fermamente,
nonostante le apparenze contrarie,
che la Provvidenza di Dio si occupi di me
come se nessun altro esistesse al mondo.

Solo per oggi avrò cura del mio aspetto;
non alzerò la voce, sarò cortese nei modi,
non criticherò nessuno,
non pretenderò di migliorare nessuno se non me stesso.

Solo per oggi compirò una buone azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti
a qualche buone lettura ricordando che,
come il cibo è necessario al corpo,
così la buona lettura alla vita dell’anima.

Solo per oggi non avrò timori.
Non avrò paura di godere
Ciò che è bello e di credere alla bontà.

Solo per oggi mi farò un programma:
forse non lo seguirò a puntino ma lo farò
e mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.

Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterei
Se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.

Dialogo tra i Magi e Maria

dal sito:

http://www.ilvolodeigabbiani.it/Natale/i_magi_nella_poesia.htm

Dialogo tra i Magi e Maria
 

I magi: « Una stella ci ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.

Tuo figlio comanda gli astri,
che sorgono solo al suo ordine ».

Maria: « E io vi rivelerò un altro segreto,
perché ne siate persuasi:
da vergine,  ho dato la luce a mio figlio.
Egli è figlio di Dio.

Andate, e annunciatelo alle genti! »

I magi: « Pure la stella ce l’aveva fatto conoscere,
che tuo figlio è figlio di Dio e Signore ».

Maria: « Mari e monti lo testimoniano;
tutti gli angeli e tutte le stelle:
Egli è il figlio di Dio e il Signore.
Datene l’annuncio nelle vostre terre,
che la pace si diffonda nel vostro paese ».

I magi: « Che la pace del tuo figlio
ci riporti nel nostro paese,
senza pericoli come siamo venuti,
e quando Egli dominerà il mondo,
che visiti e benedica la nostra terra ».

Maria: « Esulti la Chiesa e intoni gloria,
per la venuta del figlio dell’Altissimo,
la cui luce ha illuminato cielo e terra,
benedetto Colui la cui nascita

allieta il mondo! »

Efrem Siro (306-373)

Benedetto XVI: « il presepio è una scuola di vita »

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-20714?l=italian

Benedetto XVI: « il presepio è una scuola di vita »

Discorso introduttivo alla preghiera dell’Angelus in piazza San Pietro

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 13 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della preghiera mariana dell’Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Siamo ormai alla terza domenica di Avvento. Oggi nella liturgia riecheggia l’invito dell’apostolo Paolo: « Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti … il Signore è vicino! » (Fil 4,4-5). La madre Chiesa, mentre ci accompagna verso il santo Natale, ci aiuta a riscoprire il senso e il gusto della gioia cristiana, così diversa da quella del mondo. In questa domenica, secondo una bella tradizione, i bambini di Roma vengono a far benedire dal Papa le statuine di Gesù Bambino, che porranno nei loro presepi. E, infatti, vedo qui in Piazza San Pietro tanti bambini e ragazzi, insieme con i genitori, gli insegnanti e i catechisti. Carissimi, vi saluto tutti con grande affetto e vi ringrazio di essere venuti. È per me motivo di gioia sapere che nelle vostre famiglie si conserva l’usanza di fare il presepe. Però non basta ripetere un gesto tradizionale, per quanto importante. Bisogna cercare di vivere nella realtà di tutti i giorni quello che il presepe rappresenta, cioè l’amore di Cristo, la sua umiltà, la sua povertà. È ciò che fece san Francesco a Greccio: rappresentò dal vivo la scena della Natività, per poterla contemplare e adorare, ma soprattutto per saper meglio mettere in pratica il messaggio del Figlio di Dio, che per amore nostro si è spogliato di tutto e si è fatto piccolo bambino.

La benedizione dei « Bambinelli » – come si dice a Roma – ci ricorda che il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene. Guardiamo il presepe: la Madonna e san Giuseppe non sembrano una famiglia molto fortunata; hanno avuto il loro primo figlio in mezzo a grandi disagi; eppure sono pieni di intima gioia, perché si amano, si aiutano, e soprattutto sono certi che nella loro storia è all’opera Dio, il Quale si è fatto presente nel piccolo Gesù. E i pastori? Che motivo avrebbero di rallegrarsi? Quel Neonato non cambierà certo la loro condizione di povertà e di emarginazione. Ma la fede li aiuta a riconoscere nel « bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia », il « segno » del compiersi delle promesse di Dio per tutti gli uomini « che egli ama » (Lc 2,12.14), anche per loro!

Ecco, cari amici, in che cosa consiste la vera gioia: è il sentire che la nostra esistenza personale e comunitaria viene visitata e riempita da un mistero grande, il mistero dell’amore di Dio. Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia.

————————

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Mentre ringrazio il Centro Oratori Romani, che ha organizzato la manifestazione dei « Bambinelli », desidero anche ricordare che oggi nella Diocesi di Roma ricorre la « Giornata per le nuove chiese ». Infatti, nella nostra città, vi sono comunità che non dispongono di un adeguato luogo di culto, dove abita il Signore con noi, e di strutture per le attività formative. Rinnovo pertanto a tutti l’invito a contribuire, affinché possano essere presto realizzati i centri pastorali necessari. Grazie della vostra generosità!

Questa settimana mi sono giunte tristi notizie da alcuni Paesi dell’Africa circa l’uccisione di quattro missionari. Si tratta dei Sacerdoti Padre Daniel Cizimya, Padre Louis Blondel e Padre Gerry Roche e di Suor Denise Kahambu. Sono stati fedeli testimoni del Vangelo, che hanno saputo annunciare con coraggio, anche a rischio della propria vita. Mentre esprimo vicinanza ai familiari e alle comunità che sono nel dolore, invito tutti ad unirsi alla mia preghiera perché il Signore li accolga nella Sua Casa, consoli quanti ne piangono la scomparsa e porti, con la Sua venuta, riconciliazione e pace.

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Montevarchi, Empoli, Arezzo e dalla parrocchia romana di Santa Edith Stein; i bambini della Scuola « Ravasco » di Pescara e i ragazzi di Palma Campania; il gruppo della Polizia Municipale di Agropoli, quello dell’Ospedale « San Giuseppe e Melorio » di Santa Maria Capua Vetere e l’associazione « Cambio-Passo » di Canicattì; come pure i partecipanti al corteo che rievoca alcune tradizioni storico-religiose italiane. A tutti auguro una buona domenica.

Traccia di Dio (per Natale)

dal sito:

http://digilander.libero.it/semprenatale/Natale/traccia%20di%20Dio.htm

Traccia di Dio
Montserrat del Amo

Si chiamava Traccia di Dio. Così lo aveva segnato San Michele, capitano di tutti gli angeli, alla fine della sua lista. Perché San Michele ha dovuto fare una lista con gli angeli fedeli, e stringere le file del suo esercito per non far notare il buco che avevano lasciato gli angeli cattivi.
A ciascuno diede il suo nome, cominciando da Gabriele, l’angelo che Dio aveva creato per annunciare al mondo la notizia più importante, poi segnò Raffaele che doveva accompagnare Tobia, quello del viaggio, che da allora si sarebbe fatto carico di condurre sani e salvi tutti i viaggiatori.
E così fu posto a ciascuno il proprio nome, finché non rimase che uno: un angelo piccolino che non sapeva quasi volare.
San Michele aveva incaricato un angelo grande e forte, che si chiamava Fortezza di Dio, che gli insegnasse, ma tutto fu inutile. Lui sapeva volare solo nella scia luminosa che lasciava Dio al suo passare, una stradina di luce! Sì, sì, l’angelo piccolino spiegava le sue ali e volava sorridendo felice. Ma appena si distraeva un po’ e usciva dalla traccia di Dio, oppure quando ritardava troppo e perdeva la luce, sentiva un peso di piombo sulle ali, e cominciava a cadere e cadere, finché qualche angelo non lo raccoglieva e lo rimetteva sul sentiero dove l’angelo piccolino volava felice sentendosi sicuro come un bambino nella culla.
Per questo quando Capitan San Michele finì la sua lunga lista di nomi di tutti gli angeli, scrisse l’ultimo: Traccia di Dio, affinché così si chiamasse da ora in poi l’angelo piccolino.
E disse San Michele: «Fai attenzione, Traccia di Dio, non ti allontanare dalle sue orme perché Dio sta per creare il mondo e gli uomini ci daranno molto lavoro e se tu cadi forse non potrò mandare nessun angelo a raccoglierti».
E San Michele guardava con compassione Traccia di Dio, pensando che ne sarebbe stato dell’angelo piccolino perduto nello spazio. Un angelo piccolino che non sapeva neanche volare.
Traccia di Dio rispose di sì, che sarebbe stato attento e da allora seguì Dio da tutte le parti molto da vicino, senza distrarsi neanche un momento per non perdere il sentiero di luce che lasciava al suo passare.
Per questo vide molto bene come Dio creò, il primo giorno, il cielo e la terra, che erano all’inizio solo un mucchio di fango scuro; e Dio disse: «Sia la luce».
E dopo divise la luce dalle tenebre, e chiamò giorno la luce e notte le tenebre.
Traccia di Dio guardava tutto, molto sbalordito e ripeteva a bassa voce le nuove parole che Dio pronunciava, e diceva sottovoce:
«Giorno… giorno… giorno… giorno».
E dopo: «Notte… notte… notte… notte».
Per non dimenticarle, giacché erano parole molto belle.
Era così occupato con queste cose che rimase un po’ arretrato, non lo raggiungeva del tutto la luce delle orme divine.
Inciampò nell’aria perché gli si imbrigliarono le ali maldestre.
Ebbe paura di cadere, sarebbe stato terribile, perché tutti gli angeli stavano guardando il creato e nessuno si sarebbe preoccupato di raccoglierlo. Fece uno sforzo e mosse le ali.
Quando arrivò vicino a Dio, cominciò il secondo giorno. La voce divina diceva: «Che si faccia il firmamento in mezzo alle acque». Il firmamento lo chiamò cielo.
Traccia di Dio cominciò a dire: «Cielo… cielo».
Saggezza di Dio, un angelo molto svelto che gli stava vicino, gli disse molto arrabbiato di stare zitto perché disturbava tutti, e che non c’era bisogno di ripetere tante volte la parola cielo, perché era molto facile da imparare.
San Michele domandò che cosa stesse succedendo e, pur facendo zittire Traccia di Dio, non lo rimproverò perché, in fin dei conti, era il più piccolo di tutti gli angeli e bisognava aver pazienza con lui.
Se ne andò, muovendo lentamente le ali, e pensando che un angioletto così maldestro sarebbe servito a poco. Intanto cominciò il terzo giorno, perché nel cielo i giorni passano veloci come un pomeriggio di vacanza.
Dio disse:
«Che si uniscano in un solo punto le acque che sono sotto il cielo e compaia l’asciutto».
Chiamò l’asciutto terra e le acque riunite mare. Fece nascere l’erba, le piante e gli alberi.
Dio mise in ogni frutto i semi, perché più tardi si potessero seminare, così che quando fossero marciti quelli che aveva creato ne nascessero dei nuovi. Traccia di Dio era sbalordito e pensava che altro avrebbe potuto creare Dio nei giorni successivi, visto che le cose già fatte erano così belle. E volava impaziente aspettando che cominciasse il quarto giorno.
Dio disse:
«Che ci siano stelle nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte e servano come segno al tempo, ai giorni e agli anni. Splendano in cielo ed illuminino la terra».
Traccia di Dio capiva tutto molto bene, dato che nei giorni precedenti aveva imparato le parole, per questo sapeva che cosa erano la terra, il cielo, il giorno e la notte. Vide come Dio creò il sole, tanto grande e luminoso che solo Dio poteva guardarlo senza abbagliarsi e toccarlo senza bruciarsi.
Quindi creò la luna, più piccola, bianca e giocherellona come una palla, che sembrava a volte divertirsi nascondendosi nella notte. Dio fece anche le stelle- migliaia! – che uscivano bellissime dalle sue mani, piene di luce.
Alcune erano bianche, molto bianche e piccole. Altre colorate. Tutti gli angeli lavoravano sistemando le stelle dove Dio indicava loro. Tutti volavano da un posto all’altro e si poteva seguire il loro volo per la scia luminosa che lasciavano le stelle nella notte. La loro luce riempiva il cielo, facendolo sembrare la Piazza Grande in una notte di fuochi artificiali.
Tutti gli angeli volavano sistemando le stelle, meno Traccia di Dio, perché San Michele gli aveva detto di non muoversi, giacché si poteva perdere tra tanta confusione, e sarebbe stato difficile cercarlo tra tante cose che Dio aveva creato.
Da una parte c’era San Raffaele indaffarato a sistemare in modo ben visibile la Stella Polare, quella che indica sempre il Nord, perché guidasse i naviganti. Da un’altra parte c’era Fortezza di Dio, con una stella così grande che nessun angelo aveva potuto muovere, mentre lui la trasportava senza alcuno sforzo.
Saggezza di Dio, come una guardia nella confusione celestiale, dirigeva il traffico in modo tale che nessuno si scontrasse.
Migliaia di angeli andavano e venivano e quando vedevano Traccia di Dio con le ali piegate, sorridevano con un poco di compassione, pensando: «Non servirà mai a granché un angelo che neppure sa volar bene!».
Traccia di Dio non si rendeva conto delle burle, perché aveva solo tempo per guardare, con gli occhi ben aperti, una così fantastica festa di luce.
In un attimo le stelle furono tutte al loro posto. Il cielo era diventato bellissimo. Tutti gli angeli si giravano verso Dio per lodarlo.
Ed allora si resero conto che non avevano ancora finito, mancava ancora una stella da sistemare. Era una stella bianca, non molto grande, e Dio la teneva nella sua mano destra. Gli angeli cominciarono a domandarsi dove Dio l’avrebbe collocata, visto che il cielo era pieno ed esse erano così ben sistemate che sembrava impossibile trovare il posto per una in più.
Un angelo disse: «Quella stella avanza, bisognerà buttarla via».
E un altro: «Sicuramente ne è stata fatta una in più».
Dio, in silenzio, abbassò la mano destra, accanto a Lui stava Traccia di Dio che lo guardava imbambolato. Dio si chinò ancora e gli consegnò la stella, Traccia di Dio la prese con moltissima cura per paura di farla cadere. Pensò che doveva reggerla solo per un momento, mentre Dio diceva ad un angelo molto più sveglio, più bello e più forte di lui, di sistemarla; ma Dio non disse niente, vide che era tutto a posto e così finì il quarto giorno.
La stella non era molto grande, ma Traccia di Dio era così piccolo che, così in piedi come stava, quasi non la poteva reggere. Era necessario reggerla con più sicurezza. Che cosa avrebbe detto San Michele, se l’avesse lasciata cadere? Cominciò a piegarsi, piegarsi fino a rimanere seduto con le gambe stese e la stella sulle ginocchia. Ecco! Molto bene! Sentiva un bel calduccio molto gradevole ed una grande luce. Poteva appena vedere qualcosa, perché la stella glielo impediva, ma non gli importava nulla perché stava compiendo un incarico di Dio.
Il quinto giorno Dio andò a creare i pesci e Traccia di Dio non poté seguirlo, perché la stella pesava molto e gli fu impossibile alzarsi. Di sera gli altri angeli vennero a raccontargli come erano i pesci, gli uccelli e il giorno dopo gli animali.
Da ultimo gli dissero come era fatto l’uomo, ad immagine e somiglianza di Dio, ma non gli davano spiegazioni in più e Traccia di Dio non riusciva ad immaginarselo.
Il settimo giorno del mondo fu riposo per tutti e Traccia di Dio fece un riposino con la testa appoggiata sulla stella.
Aveva ragione Capitan San Michele. Tutti gli uomini cominciarono a dare molto lavoro. Erano ribelli e disubbidivano a Dio; orgogliosi, volevano eguagliarlo. E poiché questo non era possibile, Dio, con molto dispiacere, perché vi si era affezionato, dovette castigarli. Però subito promise loro un Salvatore che sarebbe nato, vissuto e morto fra di loro per redimerli. Affinché gli uomini non dimenticassero la promessa, mandò di tanto in tanto i suoi angeli per ricordarglielo e, in molte occasioni, anche per aiutarli.
E diede ad ogni uomo un Angelo Custode, messaggero tra Dio e l’uomo.
San Michele prese la sua lista e fece una croce vicino al nome di ogni angelo che era stato nominato guardiano degli uomini. E vicino al nome scrisse giorno ed ora in cui dovevano essere mandati sulla terra. Una copia di questa lista fu data ad un angelo chiamato Provvidenza di Dio, perché ricordasse ad ognuno quando doveva incominciare a volare.
Così si cominciò ad andare e venire dal cielo alla terra e dalla terra al cielo; si poteva sentire a tutte le ore il volo dei santi angeli. Tutti erano molto indaffarati e nessuno badava a Traccia di Dio che stava lì, seduto dall’inizio del mondo con la sua stella tra le braccia, fermo fermo per non farla cadere.
Traccia di Dio non si annoiava. Guardava per quel che poteva al di sopra della sua stella ed ascoltava le parole che dicevano gli angeli quando passavano. A forza di vederlo così, nessuno più lo chiamava Traccia di Dio, ma « Il Seduto ». E così dimenticarono il suo vero nome.
Un giorno un angelo era andato, per incarico di Dio, sulla terra a dipingere per la prima volta l’arcobaleno. Era un incarico molto importante, poiché lo dipinse senza riga né compasso in mezzo alla pioggia, attento che i colori non si macchiassero mischiandosi gli uni con gli altri e rifinendolo fin quasi a sfiorare gli alberi. Il risultato fu che mentre l’angelo, che si chiamava Bellezza di Dio, dava gli ultimi ritocchi, un uccellino si imbrigliò nelle sue ali e, poiché aveva fretta di finire l’arcobaleno e vedere come era venuto, non si occupò dell’uccellino, che salì con lui, sulle ali dell’angelo, fino al cielo.
Bellezza di Dio passò vicino al Seduto che non aveva mai visto un uccello. E l’angelo, al vederlo, disse: «Bellezza di Dio, che bel fiore hai portato dalla terra!».
Bellezza di Dio gli spiegò che non era un fiore, ma un uccello di quelli che Dio aveva creato il quinto giorno, che poteva volare come gli angeli e che sapeva anche cantare.
Sbrogliò l’uccellino dalle piume delle sue ali e lo diede al Seduto.
«Tieni».
Il Seduto rimase stupito di come volava bene.
Bellezza di Dio gli raccontò allora molte cose che aveva visto sulla terra e gli disegnò perfino un piccolo arcobaleno con i colori che gli erano avanzati. Il Seduto ascoltava con tanta attenzione che era un piacere raccontargli storie; da quel momento tutti gli angeli che arrivavano dalla terra presero l’abitudine di fermarsi per un momento vicino a lui.
E così seppe come uscì il popolo di Dio dall’Egitto, come fu condotto per il deserto fino alla Terra Promessa e come suonava profonda e grave la voce dei profeti.
Il Seduto ascoltava meravigliato le storie della terra e gli sembrava che gli altri angeli fossero molto svegli e coraggiosi.
Mai lui si sarebbe fidato di entrare in un forno infuocato per rinfrescare con il vento delle sue ali i tre giovani che quel re Nabucodonosor – dal nome così difficile – aveva fatto buttare dentro per non aver voluto adorare un suo idolo.
E meno ancora avrebbe avuto il coraggio di scendere nella fossa dei leoni per chiudere con le proprie mani la loro bocca affinché non facessero del male al profeta Daniele.
Era stata una fortuna che Dio gli avesse dato un incarico così facile come quello di sorvegliare una stella; perché così seduto come era non c’era pericolo che gli cadesse e Dio poteva venire a riprendersela quando voleva.
Il Seduto era contento.
Passarono così i secoli ed arrivò il tempo della Grande Promessa.
Tutto era preparato benissimo. Capitan San Michele aveva mandato un angelo perché curasse il muschio e la paglia che sarebbero servite per la culla del Bambino Gesù; in modo che crescesse molto fine e dorata ed il muschio molto verde e fresco.
Aveva cercato anche un bue ed un asinello perché con il loro alito riscaldassero la stalla, l’asina la scelse grigia come l’argento, il bue marrone come la cioccolata.
Gli angeli dovevano cantare «Gloria a Dio nell’alto dei Cieli»; ormai provavano da mesi e da tutti gli angoli dei cieli si poteva sentire una così bella canzone.
Fu così che il Seduto venne a conoscenza di quello che stava per accadere.
Perché negli ultimi tempi gli angeli erano così occupati che non si fermavano più a raccontargli qualcosa, pensavano che non potevano perdere tempo a raccontargli qualcosa, pensavano che non potevano perdere il loro tempo con un angelo così imbranato del quale Dio sembrava essersi dimenticato.
Arrivò finalmente il 24 dicembre e quello doveva essere il primo Natale del mondo. Una lunga fila di angeli cantanti erano pronti a prendere il volo con le loro ali piene di luce e le bocche piene di allegria che non si potevano far tacere più a lungo.
Come accade quando dobbiamo fare una sorpresa alla mamma e si riesce a tacere solo per un po’, ma poi si finisce per raccontarlo perché ci scappa, così gli angeli stavano aspettando il segnale di Dio, perché la notizia che portavano era la migliore di tutti i tempi e la loro allegria scappava nella loro canzone.
E Capitan San Michele doveva continuamente farli tacere. Perché tutti quegli angeli dovevano annunciare ai pastori che era nato il Figlio di Dio. Dio disse che tutto questo andava molto bene, ma che però mancava ancora qualcosa.
Capitan San Michele diventò rosso, tutti gli angeli lo guardavano con rimprovero. Come aveva potuto dimenticare qualcosa in una notte così importante?
Nascondendo le mani contò con le dita: il presepe, la paglia, l’asino ed il bue, gli angeli cantori… Quattro cose. Cos’altro poteva mancare? Mancava la stella!
La stella dei Re Magi! Quella stella che doveva essere mandata molto lontano perché guidasse i santi Re Magi fino alla stalla!
Capitan san Michele organizzò tutto in un momento: chiamò Bellezza di Dio perché scegliesse la stella più bella di tutte, Sapienza di Dio perché pensasse che strada seguire per andare a prenderla, Fortezza di Dio perché la portasse.
Ma in verità Dio già da molto tempo aveva creato una stella speciale per questo evento.
«Una stella senza uso?».
Sì, questa era: una stella nuova del tutto!
San Michele, guidato da Raffaele e seguito dai tre angeli, Bellezza di Dio, Saggezza di Dio e Fortezza di Dio, andò verso il luogo dove si conservavano le cose nuove.
C’erano molte piante, fuoco, nubi e luci bellissime, ma non c’era alcuna stella.
Tornarono avviliti, a testa bassa, al cospetto di Dio.
Sì, lui aveva creato una stella per inaugurarla in quel momento e l’aveva data ad un angelo perché la conservasse.
«Ad un angelo? A quale angelo?».
San Michele cercò la sua lista. La portava sempre con sé, conservata tra l’armatura e la cintura della spada. Si affrettava tanto, ma non la trovò. Continuò a cercarla in tutte le tasche… ma niente!
Gli era caduta nel posto delle cose nuove, mentre alzava con l’aiuto di Forza di Dio una nuvola molto grande per vedere se sotto c’era qualche stella. Ordine di Dio, un angelo che era incaricato che tutto fosse sempre molto pulito ed ordinato, aveva appena trovato la lista e veniva in volo per darla a San Michele.
La lista era sgualcita, vecchia, piena di pieghe, a forza di tirarla fuori, conservarla e guardarla in continuazione; come si chiamava l’angelo? Dio che tutto sa: si chiamava Traccia di Dio.
San Michele cominciò a scorrere la lista con il dito, ma tardò moltissimo nel trovarlo, poiché era l’ultimo di tutti. C’era scritto « Traccia di Dio », ma a lato non era segnato niente; doveva trattarsi di un angelo che non era mai sceso sulla terra. Pensò: «Ma dove si sarà cacciato questo Traccia di Dio che non ricordo neppure?».
Stava ancora cercando di ricordare quando Saggezza di Dio si avvicinò e gli disse delle parole all’orecchio. San Michele rallegrò il viso e rispose: «Ah, sì. Ora ricordo! È il Seduto».
Dio, al sentirlo, sorrise. Si diressero tutti dove era Traccia di Dio, seduto con la sua stella sulle ginocchia dall’inizio del mondo.
Prima c’erano gli angeli cantanti, dietro tutti gli altri angeli, dopo seguivano Michele, Gabriele e Raffaele che sono come i principi degli angeli. Siccome era un’occasione molto solenne, Capitan San Michele aveva sguainato la sua spada che brillava piena di luce. Da ultimo c’era Dio.
Il Seduto, guardando al di sopra della stella, li vide arrivare e pensò che era arrivata la grande Notte, che era una fortuna che passassero così vicino che lui poteva vedere tutto senza perdere un dettaglio. Quello che non poteva minimamente immaginare era che Dio e tutti gli angeli venivano a cercare lui.
Pensò che stando seduto li potesse intralciare e cercò di spostarsi. Ma per poco non gli cadde la stella, cosicché rimase fermo e continuò a reggere la stella sulle ginocchia.
Arrivarono i cantori e tutti gli angeli gli si fermarono attorno.
Traccia di Dio era sempre più meravigliato.
Quando arrivò, Dio lo guardò e gli sorrise così come nel quarto giorno del creato, quando gli aveva dato la stella con la sua mano destra.
San Michele gli disse: «Senti, Seduto». Ma si interruppe immediatamente, giacché pensò che non era corretto chiamarlo con un nomignolo davanti a Dio, e cominciò di nuovo: «Senti, Traccia di Dio, quella stella che tu custodisci è stata fatta per annunciare ai santi Re Magi la nascita del Bambino Gesù; questa notte devi dirigerti verso oriente portando con te la stella».
In quel momento Raffaele lo interruppe e cominciò a spiegare a Traccia di Dio su di una grande mappa dove doveva dirigersi. Fortezza di Dio gli disse come doveva portare la stella e Bellezza di Dio gli spiegò come doveva tenere la stella in modo che la scia luminosa fosse più bella possibile.
Traccia di Dio non capiva niente, non sapeva come compiere l’incarico e poi – ricordò San Michele – aveva imparato appena a volare ed era seduto da tanto tempo che l’avrebbe fatto ancora peggio…
Si sarebbe dovuto mandare qualcun’altro. Dio intanto si era avvicinato al piccolo angelo e lo guardava. Traccia di Dio, al quale la stella non pesava più, si alzò. Dio gli fece un segno con la mano e Traccia di Dio vide che una strada di luce gli si apriva di fronte nello spazio. Mosse le ali. Prima in modo goffo, poi con forza… volava!
Poiché era rimasto seduto migliaia di secoli senza muoversi, gli era caduta addosso tutta la polvere del cielo, che è una polvere di luce ed ora, con il battere delle ali, la spargeva nella notte, disegnando una scia luminosa.
Gli angeli erano meravigliati. E così andò, volando volando lungo il cammino indicatogli da Dio. Portava la stella sulle sue mani stese e lasciava al passaggio una coda di luce.
I santi Re, nel loro palazzo, guardavano le stelle ed uno di loro disse, indicando quella che Traccia di Dio portava nelle mani: «Guardate! Il segnale! È nato il Figlio di Dio!».
E Traccia di Dio, pieno di gioia, si mise a ridere.

Scritto a Madrid con il pensiero fisso ad uno spettacolo al quale
avrei voluto assistere. Primavera 1958
*Titolo originale dell’opera: Rastro de Dios,
© Montserrat del Amo, Ediciones SM, Madrid, 1981

Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20542?l=italian

Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 29 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata questo sabato da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica di San Pietro la celebrazione dei primi Vespri della I domenica di Avvento.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la « venuta del Signore nostro Gesù Cristo » (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola « venuta », in latino adventus, da cui il termine Avvento.

Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con « presenza », « arrivo », « venuta ». Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola « avvento » per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera « provincia » denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il significato dell’espressione « avvento » comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente « visita »; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal « fare ». Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci « travolgono ». L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un « diario interiore » di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come « visita », come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?

Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come « kairós », come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.

Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

Il Papa: nel periodo d’Avvento, « raddrizzare » le proprie vie

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20632?l=italian

Il Papa: nel periodo d’Avvento, « raddrizzare » le proprie vie

Chiede nell’Angelus di lasciarsi guidare dalla parola di Dio

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 6 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica a mezzogiorno affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia propone il brano evangelico in cui san Luca, per così dire, prepara la scena su cui Gesù sta per apparire e iniziare la sua missione pubblica (cfr Lc 3,1-6). L’Evangelista punta il riflettore su Giovanni Battista, che del Messia fu il precursore, e traccia con grande precisione le coordinate spazio-temporali della sua predicazione. Scrive Luca: « Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto » (Lc 3,1-2). Due cose attirano la nostra attenzione. La prima è l’abbondanza di riferimenti a tutte le autorità politiche e religiose della Palestina nel 27/28 d.C. Evidentemente l’Evangelista vuole avvertire chi legge o ascolta che il Vangelo non è una leggenda, ma il racconto di una storia vera, che Gesù di Nazaret è un personaggio storico inserito in quel preciso contesto. Il secondo elemento degno di nota è che, dopo questa ampia introduzione storica, il soggetto diventa « la parola di Dio », presentata come una forza che scende dall’alto e si posa su Giovanni il Battista.

Domani ricorrerà la memoria liturgica di sant’Ambrogio, grande Vescovo di Milano. Attingo da lui un commento a questo testo evangelico: « Il Figlio di Dio – egli scrive -, prima di radunare la Chiesa, agisce anzitutto nel suo umile servo. Perciò dice bene san Luca che la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto, perché la Chiesa non ha preso inizio dagli uomini, ma dalla Parola » (Espos. del Vangelo di Luca 2, 67). Ecco dunque il significato: la Parola di Dio è il soggetto che muove la storia, ispira i profeti, prepara la via del Messia, convoca la Chiesa. Gesù stesso è la Parola divina che si è fatta carne nel grembo verginale di Maria: in Lui Dio si è rivelato pienamente, ci ha detto e dato tutto, aprendoci i tesori della sua verità e della sua misericordia. Prosegue ancora sant’Ambrogio nel suo commento: « Discese dunque la Parola, affinché la terra, che prima era un deserto, producesse i suoi frutti per noi » (ibid.).

Cari amici, il fiore più bello germogliato dalla parola di Dio è la Vergine Maria. Lei è la primizia della Chiesa, giardino di Dio sulla terra. Ma, mentre Maria è l’Immacolata – così la celebreremo dopodomani -, la Chiesa ha continuamente bisogno di purificarsi, perché il peccato insidia tutti i suoi membri. Nella Chiesa è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità. Preghiamo dunque la Madre del Signore affinché ci aiuti, in questo tempo di Avvento, a « raddrizzare » le nostre vie, lasciandoci guidare dalla parola di Dio.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Domani si aprirà, a Copenhagen, la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, con cui la comunità internazionale intende contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. Auspico che i lavori aiuteranno ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale, fondato sulla dignità della persona umana ed orientato al bene comune. La salvaguardia del creato postula l’adozione di stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le generazioni future. In questa prospettiva, per garantire pieno successo alla Conferenza, invito tutte le persone di buona volontà a rispettare le leggi poste da Dio nella natura e a riscoprire la dimensione morale della vita umana.

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare l’ »Associazione nazionale famiglie numerose », che ha per motto « Più bimbi, più futuro ». Cari amici, prego per voi, perché la Provvidenza vi accompagni sempre in mezzo alle gioie e alle difficoltà, ed auspico che si sviluppino dovunque efficaci politiche di sostegno alle famiglie, specialmente a quelle con più figli. Saluto i fedeli provenienti da Bergamo, Bracciano e Catania, i ragazzi di Petosìno e quelli di Gràssina, l’Associazione Volontari per la Cooperazione Internazionale di Cesena e il gruppo dei « Cercatori del Graal ».

A tutti auguro una buona domenica.

Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20542?l=italian

Omelia del Papa per i primi Vespri della I domenica di Avvento

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 29 novembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata questo sabato da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica di San Pietro la celebrazione dei primi Vespri della I domenica di Avvento.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la « venuta del Signore nostro Gesù Cristo » (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola « venuta », in latino adventus, da cui il termine Avvento.

Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con « presenza », « arrivo », « venuta ». Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola « avvento » per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera « provincia » denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

Il significato dell’espressione « avvento » comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente « visita »; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal « fare ». Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci « travolgono ». L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un « diario interiore » di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come « visita », come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?

Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come « kairós », come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.

Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

Tempo di Avvento, Anno A: 8 dicembre 2007 Messaggio di Insuperabile bellezza (sul pensiero di Papa Paolo VI)

dal sito:

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/annoA-08/01-AvventoA-07/Omelie/01-Immacolata-DG.html

TEMPO DI AVVENTO / ANNO A /

 08 DICEMBRE 2007: MARIA IMMACOLATA
 LITURGIA DELLA DOMENICA / Omelia

MESSAGGIO DI INSUPERABILE BELLEZZA

Paolo VI ha detto che l’Avvento è la « migliore stagione liturgica del culto di Maria »: sta bene quindi il ricordo di Lei nel periodo dell’attesa, della nostra preparazione alla venuta di Gesù.

1. La Madonna, infatti, con la sua Immacolata Concezione, segna, per così dire, il primo atto dell’amore misericordioso di Dio, che prepara la restaurazione dopo il peccato. Con l’annuncio che « la donna », con la « sua stirpe » sarebbe stata l’eterna nemica dell’infernal serpente, comincia l’Avvento, comincia l’attesa, la speranza, il cammino verso la vera restaurazione. Di tutto questo Maria Immacolata è il segno e la promessa (cfr. I lett.).

Già all’inizio della storia dell’uomo colpevole, è dunque manifesto il disegno dell’amore di Dio. Egli dopo il castigo non abbandonò l’uomo in potere della morte, ma fece subito balenare alla mente dell’uomo una vittoria sul male. E Maria è il simbolo più bello di questa vittoria nella Chiesa.

2. Con la nascita di questa creatura eccezionale, « piena di grazia », l’Avvento entra nella sua fase culminante, nella fase ultima. La Madonna sorge all’orizzonte dell’umanità come l’aurora annunciatrice della salvezza, come foriera del sole nato da Lei, Gesù, come pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse, come incarnazione dell’amore e della bontà del Dio salvatore.
Con Maria, dunque, « si compiono i tempi e si instaura una nuova economia » (LG 55).

3. Maria pertanto è modello vivo di quanti attendono Gesù e la sua salvezza e si dispongono umilmente a riceverla. Dice infatti il Concilio: « Maria primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza » (LG, 55).
La Madonna è modello con la sua insuperabile purezza: Ella, infatti, è la « piena di grazia », cioè Colei che non ha mai interrotto il suo rapporto con Dio; Colei nella quale ritroviamo il modello originale della creatura uscita integra dalle mani del Creatore; la creatura unica, degna di offrirsi allo sguardo purissimo di Dio con i segni dell’amicizia, della fedeltà, della piena corrispondenza.
La Madonna è modello con la sua perfetta collaborazione al disegno di Dio: Ella infatti si offre alla prospettiva del Signore come serva disponibile e fedelissima: « Ecco la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc. 1,38).

La Madonna è modello con la sua abissale umiltà: si riconosce « serva » del Signore e si offre come strumento umile, ma docilissimo a Dio, perché operi in Lei le « le grandi cose » della storia della salvezza.
(Maria dunque ci sta innanzi come modello di un cammino che ci conduce verso il Signore. Saremo capaci di seguirla?
Tale cammino è cammino di purezza, cioè di rifiuto del male e del peccato, sotto ogni forma; è cammino di rettitudine di intenti e di azione. E’ cammino di collaborazione con la grazia di Dio che ci previene e ci accompagna. E’ cammino di umiltà, cioè di riaffermata e sempre sofferta pochezza, consapevole dei propri limiti.)

4. Guardiamo all’Immacolata. Non tanto per cogliere la bellezza in cui La colloca il privilegio divino che oggi celebriamo, quanto piuttosto per ammirare in Lei la Donna perfettamente afferrata da Dio, perfettamente disponibile all’attuazione dei piani divini. E’ in questa linea la nostra ammirazione per questa dolce sorella, tanto grande, eppure tanto vicina a noi. Ciò che è grande in Maria è l’offerta di sé, fatta da Lei al Signore: offerta libera, generosa, cosciente, illimitata.

(Il racconto dell’Annunciazione contenuto nel Vangelo odierno è la pagina antecedente al Natale, è la premessa necessaria. Senza l’atteggiamento di perfetta donazione di Maria, Dio non avrebbe potuto scegliere la via che ha scelto, mediante la sua nascita dalla Vergine.
Siamo dunque invitati a riconoscere il posto della Madonna nel piano della salvezza.
Sul cammino del nostro incontro con Gesù, sul nostro avvento, cioè sulla linea della nostra attesa cocente della salvezza, sta Maria, passaggio obbligato e soavissimo. Riconoscerlo è un dovere, è un bisogno, è una grazia. Approfittarne è condizione di vita.
Davanti alla bellezza di questa creatura che tanto ci onora e che tanto ci dona, non possiamo non esclamare in coro: – Siano rese grazie a Dio! – precisamente come ci invita a fare San Paolo nella seconda lettura di oggi.):

5. La Madonna con la sua bellezza totale, di cui ci parla eloquentemente il privilegio dell’Immacolata Concezione, mostra a noi chiaramente la meta del disegno di Dio, a cui noi siamo incamminati.
Cioè, Maria è la creatura riuscita, la creatura arrivata. In Lei noi vediamo quello che dobbiamo essere e quello che saremo. La Madonna, mentre ci si offre come modello di quella giustizia originale, frutto del primitivo, incorrotto disegno di Dio, ci parla anche di quanto Dio opererà in noi con la sua redenzione.
(In questo senso la parola di Paolo, nella seconda lettura: « Dio in Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo… » (Ef. 1,4-5).

Questo il disegno divino, anche a nostro riguardo. L’Immacolata è l’anticipazione di esso, è la garanzia del suo compimento anche per noi…).
Di qui la nostra gioia per questa celebrazione, la speranza che ci canta in cuore, mentre fissiamo il nostro sguardo sul volto purissimo e splendente della nostra Mamma Immacolata…
Certo, quanto noi vediamo brillare nella candida figura della Madonna contrasta vivamente con l’angoscia che agita il nostro tempo, che ignora i valori della più autentica bellezza.

Chiediamoci: l’Immacolata dice ancora qualche cosa agli uomini del nostro tempo?
(Una simile inchiesta è stata fatta, e si è anche pubblicato un libro, in cui gli interlocutori rispondo alla domanda: « Chi sei tu, Maria? » – Torino 1973).

1. L’uomo è sempre stato affascinato dalla bellezza. Oggi questo fascino è potenziato dai diffusissimi mezzi della comunicazione sociale: stampa, radio, TV.
Un aspetto deteriore di questa adorazione della bellezza è il fenomeno del divismo. Schiere di giovani impazziscono freneticamente per il loro idolo cinematografico, musicale o sportivo.

2. Lo sforzo dell’arte moderna di escogitare sempre nuove forme espressive, non dice chiaramente questo insaziabile desiderio del cuore umano di bellezza?

3. Tuttavia questa « adorazione della bellezza » – è doveroso riconoscerlo – si degrada troppo spesso verso forme di idolatria ingiustificata e pericolosa e si trasforma in potente incentivo verso il peccato, specialmente impuro…

4. Pertanto la Madonna, Immacolata e « tutta bella », si offre a noi, oggi, come modello di insuperabile bellezza. Bellezza autentica: originale, non offuscata dalla minima macchia sia fisica che morale; bellezza antitetica al peccato, per cui Ella è costituita nemica perenne del demonio e del male.
« Ecco la tua Mamma! », ci ripete Gesù: « vedi come è bella, come è pura, come è santa. Imitala! ».
Il messaggio dunque dell’Immacolata per gli uomini d’oggi è questo: un messaggio di bellezza insuperabile, da contemplare, da ammirare, da amare; un messaggio di purezza, da opporre alla corruzione dilagante, da opporre agli incentivi del male organizzato e trionfante, da opporre al richiamo potente della carne e del « mondo ».
Non vorremo noi ascoltare questa voce materna, questo invito pressante? (1).
Se l’ideale ci sembra troppo sublime e troppo difficile da raggiungere, la Madonna stessa ci indica il sostegno, il rimedio…
Nella santa Messa una candida ostia viene innalzata sulle nostre teste. Un simbolo di purezza immacolata che si affianca oggi a quello di Maria Immacolata. Ma non solo simbolo. La purezza della Madonna trova la sua ragione nella purezza di quell’ostia. La purezza di Maria è un riverbero, un dono della purezza di Gesù…
Da quell’ostia, in cui Gesù si fa tutto presente con la sua grazia di salvezza, con la sua vita, scaturisce anche la nostra purezza e, cioè, la forza sovrumana di resistenza a satana e al peccato. L’Eucaristia è « il pane degli angeli », il « vino che germina i vergini ». Per mantenersi puri – e tanti giovani di ieri e di oggi lo sono – bisogna mangiare quel Pane e bere quel Vino, senza dei quali la lotta – che è di tutti – per resistere al male, è vana e destinata alla più umiliante sconfitta.
Se oggi la corruzione dilaga è perché troppe anime si sono allontanate da Gesù, dal Gesù dell’Eucaristia, offerto quale nutrimento dell’anima, quale fermento di vita, contro i miasmi delle sollecitazioni del male. Gesù ci chiama al suo banchetto, perché siamo forti, perché siamo sani, perché siamo come Lui ci vuole. Gesù vuol venire dentro di noi per irrobustire la nostra virtù, per rendere più candida la nostra purezza. Il nostro corpo a contatto con Gesù diviene più resistente agli assalti del demonio.
Oggi la Madonna ci accompagna all’altare per ripeterci: « Se vuoi imitarmi, devi andare a Gesù, devi nutrirti di Gesù, devi trasformarti in Gesù. E’ Lui, solo Lui, l’autore della mia purezza: vuol esserlo anche della tua… ».
Ascoltiamo l’invito della Mamma tutta Immacolata ed Ella ci otterrà da Gesù una viva nostalgia di candore e di purezza.).
NB/ Saltando tutto ciò che racchiuso tra parentesi, qui sopra, si potrebbero avere queste altre seguenti conclusioni, a seconda dell’uditorio.

1. Conclusione:

Certe persone non hanno bisogno di parlare… basta la loro presenza…
La Madonna con la sua bellezza continua ad affascinare le anime più generose.
« Vent’anni. Secondo anno di medicina. Una gran bella ragazza. Ricca e sportiva. Un giorno dice:
- Ho deciso… entrerò in clausura.
Meraviglia e stupore di tutti. Difficoltà e lacrime dei genitori. Niente da fare. Quando Dio chiama, si parte.
- Allora è proprio decisa a venire con noi? Non vorrei che si facesse illusioni. Lei deve sapere che entrare al Carmelo è cominciare a soffrire.
La Superiora le sgrana tutto il complesso di asprezze, di rinunzie che comporta il voto di povertà. La ragazza ascolta pensierosa. Sembra che prepari la risposta.
- Madre, ditemi: nella mia celletta, nel refettorio, negli altri luoghi di riunione, troverò l’immagine del Crocifisso?
- Sì, cara…
- Mi basterà, Madre. Mi lasci pure entrare. Guardando Gesù Crocifisso, io mi ricorderò della povertà da Lui sofferta a Betlemme, in Egitto, a Nazaret e specialmente sul Calvario.
Ma la Madre per essere più sicura dell’autenticità di quella vocazione si affrettò a descrivere le difficoltà che comporta il voto di obbedienza e la serietà con cui avrebbe dovuto vivere il voto di castità.
Quand’ebbe finito, la postulante domandò:
- Madre, quando sarò in convento oltre all’immagine del Crocifisso, potrò ancora avere una corona della Madonna?
- Sì, senz’altro.
- Ebbene, accettatemi, Madre. Di fronte alle difficoltà che incontrerò, mi aggrapperò alla corona della Madonna, penserò a Lei e mi sentirò forte e sicura tra le braccia della mia Mamma Immacolata.
Disarmata nei suoi argomenti, la Madre le aprì le porte del convento e quelle del suo cuore.

L’episodio è una dimostrazione della forza che ha sull’animo nostro la semplice evocazione della figura della Madonna, come avviene attraverso una sua immagine.
Siamo di fronte a una legge morale che Bergson ha studiato a lungo, quando parlava dei cosiddetti « creatori morali ».
« Ci sono persone – diceva il filosofo – che non hanno bisogno di parlare. La loro presenza è già un appello che in certi momenti ti spinge al bene o ti trattiene dal male ».

Perché nella vita cristiana la devozione alla Madonna ha sempre avuto un’importanza così grande? Non solo per ragioni teologiche, ma anche per ragioni pedagogiche, ossia per l’importanza formativa dei grandi: essi ci spingono all’eroismo e ci salvano da certe miserie. Nelle lotte per la purezza la sola evocazione di Colei che è: tutta pura, Immacolata, sarà come un colpo d’ala che solleva l’anima al di sopra di tutte le miserie umane.
Cari fratelli e sorelle, fissiamo sovente il nostro sguardo sul candore della Madonna, e porteremo sempre nel nostro cuore una struggente nostalgia della nostra Mamma Immacolata.

2. Conclusione:        

Notte lunare. – Un Angelo annuncia che all’alba sarebbe sceso per cogliere il fiore più bello per profumare il trono del Signore.
I fiori si raccolgono a concilio: c’era la rosa, la regina dei fiori; la camelia, superba e insipida; il garofano capriccioso; la viola mammola e un giglio candido, serio, che se ne stava in disparte.

Sorse l’aurora e apparve l’Angelo. Guardò la rosa e disse: « Tu sei troppo bella; ti piace di essere adulata e temo della tua semplicità ».
Sorpassò il garofano e la camelia; sorrise alla violetta: « Mi piace la tua modestia, ma servi troppo per adornare le dame e non posso prenderti: Dio vuole qualcosa più preziosa ».
Il profumo del giglio lo richiamò. « Qual è la tua missione? ».
- « Io sono poco ricercato per le feste mondane, ma mi si dona alla Vergine, ai bimbi nel giorno della Prima Comunione, adorno gli altari e tengo compagnia a Gesù nelle processioni ».
L’Angelo sorrise e, rompendo lo stelo, lo trapiantò in Cielo.

Cari fratelli e Sorelle, abituiamoci anche noi ad ornare l’Immacolata, gli altari di Gesù in Sacramento qui in terra, se vogliamo che l’Angelo dell’Immacolata ci trapianti poi un giorno in Cielo.

                                                                               D. SEVERINO GALLO sdb  (+ 23. 3. 2007)

1234

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31