Archive pour la catégorie 'Natale 2009 (dall’Avvento alle domeniche dopo Natale)'

buon Natale a tutti

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La notte santa di Guido Gozzano

dal sito:

http://www.lestagioni.altervista.org/2poesia.htm

La notte santa

Guido Gozzano

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
- Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

Omelia per Natale 2009 – Dono d’amore visibile all’umanità

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/14348.html

Omelia (25-12-2008) 
LaParrocchia.it

Dono d’amore visibile all’umanità

Se nel giorno di Natale io mi trovassi solo in chiesa, mi toglierei le scarpe e, camminando scalzo, attraverserei tutta la chiesa ricordando il lungo cammino che porta a Betlemme. E poi mi inginocchierei davanti a Gesù Bambino e gli consegnerei due lacrime di pentimento per non aver ascoltato la voce buona di Betlemme, per non aver capito la meravigliosa lezione di Betlemme. Poniamoci ancora una volta la domanda: che cosa è accaduto a Betlemme? Perché da secoli il mondo sembra fermarsi in questa notte e in questo giorno? Perché viene nel mondo la luce vera: da Dio verso l’uomo, dal grande verso il piccolo, da una città verso la stalla, i re magi verso il Bambino, il forte a servizio del debole. Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose. « Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere » (Lc 2,15).

Oggi, come due mila anni fa, la Chiesa rinnova l’annuncio al mondo del fatto più straordinario: Dio si è fatto uomo ed è venuto in mezzo a noi. Il miracolo più grande è che Dio non plasma più l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in principio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso polvere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, Bambino di Betlemme. Dio ha fatto un passo decisivo e irreversibile verso di noi. Dio ha lasciato che il Suo Figlio uscisse dall’abbraccio divino e entrasse nella nostra storia pericolosa, infida ed inospitale. Eppure è accaduto: è accaduto duemila anni fa e questo avvenimento è la vertebra che tiene in piedi tutta la storia umana. Alcuni non lo sanno, altri non ci credono, ma noi sappiamo che questa è la verità. E proprio perché lo sappiamo, noi abbiamo una grande responsabilità all’umanità. Cerchiamo, allora, di capire bene il Natale.
Perché Dio ha fatto questo passo? Perché il Figlio di Dio si è fatto uomo? Perché « Dio, ti vuol far Dio, non per natura come il Figlio da lui generato, ma per dono e adozione. Infatti, come il Verbo per l’umanità è diventato partecipe della tua mortalità, così Dio, esaltandoti, ti fa partecipe della sua immortalità » (S. Agostino).

Gesù è un dono d’amore visibile all’umanità. È la più bella notizia che si possa raccontare agli uomini. Ed il Natale è la festa dell’amore puro e gratuito. Dio, l’infinito, si è fatto vicino e si è legato a noi per sempre e questo fatto deve farci amare la vita ancora di più.
E le conseguenze? Si vede qualche conseguenza della venuta di Dio in mezzo a noi? Sì, certamente!
Gesù è un potenziale d’amore divino, che si è inserito nel tronco inaridito dell’umanità. Basta allora che un persecutore, davanti Lui, cada dal cavallo dell’orgoglio… ed ecco il miracolo: il persecutore si alza innamorato di Cristo, fino a girare il mondo per Lui e a morire per Lui: è la storia meravigliosa di S. Paolo di Tarso.
Basta che un lussurioso inquieto si nasconda nel silenzio e nella preghiera per ascoltare Cristo… e nasce un gigante di santità che ancora oggi fa venire le vertigini: è la vicenda incantevole di S. Agostino di Ippona.

Basta che una donna semplice ed analfabeta si inginocchi davanti a Gesù e si consegni totalmente a Lui… e nasce Caterina da Siena: una donna che è stata capace di dare una svolta decisiva alla storia del suo tempo ed ha avuto il coraggio di ricordare il Vangelo anche al Papa.
Basta che un giovane gaudente e malaticcio ascolti la voce del Crocifisso … e nasce Francesco d’Assisi: un gigante della poesia, un gigante della libertà interiore, un gigante della pace, un gigante del dialogo e della comunicazione … perché era un gigante della santità, cioè un uomo che si è offerto a Dio come un’umile culla. Questi sono i fatti. E possiamo continuare quanto vogliamo. Basta che in pieno secolo ventesimo un povero fraticello, discepolo di Francesco d’Assisi, si metta in sincero ascolto di Cristo .. e nasce Padre Pio da Pietralcina: un uomo che, vivendo in pochi metri quadrati di convento, attira a sé una folla immensa di pellegrini provenienti da tutti gli angoli della terra.
Basta che una fragile donna senta la voce di Cristo che le dice  » Ho sete » … e nasce il miracolo d’amore di Madre Teresa di Calcutta: una donna che, pregando, è diventata un incendio di carità e un contagioso esempio di misericordia, che ha stupito il mondo intero. Tutto questo nasce da Gesù: tutto questo parte da Betlemme!
E poi milioni e milioni di persone che, nel silenzio della casa o della fabbrica o degli ospedali o dei lebbrosi o di mille altre frontiere d’amore, hanno scritto pagine meravigliose di bontà … sempre e soltanto per Lui: per Gesù!

Questo è il Natale: accorgersi di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata come inatteso miracolo nella povera mangiatoia di Betlemme. (Cfr. A. Comastri).

Commento a cura di don Joseph Venson 

di padre Lino Cignelli ofm: SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php/spip.php?article7375

SBF Letture bibliche: Il Natale di madonna Chiara
di padre Lino Cignelli ofm

Chiara d’Assisi è una figura che profuma di Vangelo come san Francesco, suo padre e maestro spirituale. Anche in lei il Vangelo torna a ripetersi, viene rivissuto, vede – per così dire – una nuova edizione.

Per Chiara le narrazioni evangeliche sono veramente il «memoriale» della vita del Signore, cioè attualizzano – rendendolo contemporaneo ad ogni generazione – il mistero salvifico dell’Uomo-Dio. Questo vale soprattutto per i fatti centrali della redenzione, come la Natività e la Passione e Risurrezione di Cristo Signore. In forza di un contatto vivo con la Parola di Dio, la vita di Chiara risulta tutta segnata dalla presenza di «quel Signore che – al dire della stessa Santa – povero fu posto nel presepio, povero visse nel mondo, e nudo morì sulla croce» (Testamento).

Sulla base delle fonti più antiche, vogliamo tentare di ricostruire l’esperienza clariana del mistero natalizio.

NATALE RIVISSUTO

Come Francesco, anche la sua «Pianticella» sente l’attrattiva misteriosa del Natale, e lo rivive come un avvenimento del suo tempo, partecipandovi attivamente can tutte le fibre del suo essere. Naturalmente lo rivive can la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Solo in questo si distingue da colui che in lei trovò la sua migliore interprete, oltre che il suo perfetto complemento.

L’atmosfera del Natale, così ricca di poesia e di misticismo, fa provare a Chiara sensazioni inenarrabili e accende nel suo cuore desideri potenti, capaci di ottenere il miracolo.

«Nella notte della Natività del Signore ultimamente passata, – narra una testimone auricolare – non potendo ella per la grave infermità levarsi dal letto per entrare nella cappella, le suore andarono tutte al mattutino al modo usato, lasciandola sola. Allora madonna Chiara sospirando disse: “O Signore Dio, ecco che sono lasciata sola a te in questa luogo”. Allora subitamente incominciò a udire gli organi e responsori e tutto l’ufficio dei frati della chiesa di san Francesco, come se fosse stata lì presente» (Processo, test. III). E un’altra testimone aggiunge che «aveva udito da madonna Chiara che in quella notte della Natività del Signore vide anche il presepio del Signore nostro Gesù Cristo» (ivi, test. IV; cf. Vita di S. Chiara, 29).

Come il Poverello a Greccio, così Chiara nella chiesa di san Francesco in Assisi ha la visione mistica e la conoscenza sperimentale dell’evento di Betlem. Ella vede, contempla, fa suo il pargolo Gesù, il Dono supremo di Dio Padre all’umanità: quel Dono in cui Dio non dà più le sue cose, ma se stesso nella persona del Figlio unigenito! E si dona nella forma più toccante possibile, specialmente per un cuore di donna, perché viene a noi nella forma, concreta e tangibile, di un bimbo bellissimo e bisognoso di tutto…

La liturgia della Chiesa, in cui si evidenzia al massimo la funzione di «memoriale» della Bibbia, mette Chiara a diretto contatto con il miracolo di Betlem e la riempie tutta di «gaudio» : è il «gaudio grande» annunciato dagli angeli nella Notte Santa (Lc 2,10). Per la «pianticella» di Francesco la liturgia significa esattamente ciò che ha detto il Vaticano II: «venire a contatto» con i misteri del Cristo «ed essere ripieni della grazia della salvezza» (Sacros. Conc., 102).

E quel gaudio dura a lungo nel cuore di Chiara. Anzi la visione del «presepio» le è abituale, perché vi attinge continuamente ispirazione e stimolo per la vita. La scena evangelica, rivissuta nella rinnovazione liturgica, lascia in lei un segno indelebile che la conforma sempre più al prototipo divino: al Cristo povero. Il suo amore all’altissima povertà, che la fa degna emula di Francesco, nasce e si alimenta anzitutto con la contemplazione del mistero di Betlem. L’antichissima liturgia francescana del 12 agosto ce la presenta «conformata al piccolo Povero del nostro presepio (III Resp.). E il suo primo biografo aggiunge che la Santa insegna alle figlie spirituali a fare altrettanto: «Le esorta a conformarsi, nel piccolo nido di povertà, al Cristo povero che la Madre poverella depose pargoletto in un misero presepio. Invero con questo peculiare ricordo, quasi a mo’ di monile d’oro, s’affibbiava il petto, affinché polvere di terreni desideri non trovasse il passaggio all’interno» (Vita di S. Chiara, 13).

Anche nei suoi pochi scritti Chiara ama rievocare la scena della Natività. Nella Regola, al cap. II, scrive: «Per amore del santissimo e dilettissimo Bambino, avvolto in poveri pannicelli e posto nel presepio, e della sua santissima Madre, prego ed esorto le mie Suore che si vestano sempre di panni vili». E nella Lettera IV, a sant’Agnese di Praga: «Guarda, ripeto, al principio di questo specchio la povertà (di Chi) è deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli. O ammirabile umiltà! O stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra è adagiato in un presepe!».

La povertà delle fasce e della culla del Bambino di Betlem inteneriscono il cuore di Chiara e suscitano in lei il prepotente bisogno di condividere la stessa sorte.

COME MARIA

Sopra abbiamo accennato a un particolare molto importante: a differenza di Francesco, Chiara rivive il mistero natalizio con la sua sensibilità femminile, con il suo cuore di donna. Ma già le primitive fonti francescane ci dicono apertamente che Chiara, come donna, porta il segno di una incomparabile conformità a Maria. II suo più antico biografo arriva a chiamarla «orma della Madre di Dio» (Vita cit., prol.). L’espressione contiene la migliore definizione di Chiara ed è passata, leggermente variata, nella liturgia della Santa (cf. Inno dei Vespri del 12 agosto). «Orma o impronta della Madre di Cristo» vuol dire che Maria è passata in Chiara e ha stampato se stessa in lei. Così Chiara è diventata «la dolce Maria italiana», come il Poverello d’Assisi è «il dolce Gesù italiano» (G. Pascoli).

Nella famiglia di Francesco, «alter Christus» per eccellenza, «madonna Chiara» è appunto la mistica presenza di Maria. E perciò, rivivendo il mistero di Betlem, lo rivive – per così dire – dal posto di Maria. A Natale ella sente e possiede il Tesoro infinito di Dio Padre a livello mariano, fa la parte della Vergine Madre, è una nuova Maria associata alla povertà redentrice del Verbo incarnato.

L’infanzia dell’Uomo-Dio, profumata di verginità e di cielo, tocca profondamente la sensibilità materna di Chiara; ed ella, chinandosi amorosamente sulla culla del Bambino di Betlem, diventa partecipe del gaudio materno di Maria. Dalle fonti più antiche sappiamo che la sua vita è piena della presenza di Gesù Bambino. Non dice forse questa presenza che, per il Verbo incarnato, il piccolo San Damiano ha tutto il sapore di Betlem e Chiara tutta l’attrattiva materna di Maria? II tabernacolo del povero monastero è praticamente una culla di Gesù. Difatti quando, per respingere l’assalto dei Saraceni, la Santa chiede aiuto al Cristo eucaristico, «tosto – racconta il biografo – dal propiziatorio della nuova grazia una voce come di bambinello risonò alle sue orecchie: “Io sempre vi difenderò”» (Vita cit., 22; cf. 37; Processo, test. IX).

Il Bambino sta di casa a San Damiano. E madonna Chiara, con l’esempio e la parola, educa le figlie spirituali a convivere maternamente con Lui, a prodigargli le tenerezze della loro maternità verginale. Lei sa bene, e lo scrive pure, che la donna consacrata non è soltanto «sorella e sposa», ma anche «madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine» (Lett. I cf. Lett. III; Lc 8,21).

Possiamo concludere che un aspetto essenziale del carisma clariano è proprio quello di testimoniare nella Chiesa il mistero di Betlem, e precisamente la presenza di Maria china maternamente sulla culla del Figlio di Dio fatto «bambino» per la nostra salvezza e la nostra gioia (Lc 2,16; Mt 2,11).

(Prima pubblicazione in «Forma Sororum», Nov.-Dic. 1967, pp. 140-43)

Lino Cignelli, ofm: SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article4727

SBF Letture Bibliche: Il Natale di S. Francesco

Lino Cignelli, ofm
Messo on line il martedì 23 dicembre 2008 a 19h48
da  Eugenio  Invia via email

Francesco d’Assisi è stato un uomo straordinariamente devoto, devoto perché innamorato. E la sua è la devozione vera, quella che attua il dono totale di sé e porta alla piena adesione e conformità alla persona amata. Sappiamo che l’amore conforma all’amato. “Si diventa ciò che si ama” (S. Agostino). Diventi terra se ami la terra, diventi cielo se ami il cielo.

Dato che Francesco è tutto preso dal Cristo del Vangelo, è Lui – il Cristo nato, morto e risorto – che modella la sua vita e la riempie di sé. Il Poverello è un capolavoro di conformità al Cristo evangelico, una riproduzione “testuale” (Paolo VI), starei per dire “impeccabile”, della figura storica del Dio-Uomo.

«Tutta la sua anima – riferisce fra Tommaso da Celano – era assetata del suo Cristo; tutto a Lui dedicava non solo il cuore, ma anche il corpo» (II Vita 94).

E Francesco rivive i misteri di Cristo nel quadro della vita liturgica della Chiesa. Le solennità religiose lo mettono a contatto con le azioni salvifiche del Dio-Uomo, gliene danno la conoscenza sperimentale. Per lui la Liturgia è qualcosa di vivo, è ciò che essa realmente è: azione sacramentale che rinnova i misteri del Cristo, li fa presenti e operanti, e li trasferisce nel cuore dei fedeli. Ed egli vi partecipa davvero «consapevolmente, piamente e attivamente», come vuole il Concilio Vaticano II (SC 48), e ne assimila tutto il contenuto di salvezza e di vita. Al punto da sembrare “un uomo nuovo e di un altro mondo”, una perfetta “immagine di Lui” al dire del biografo (I Vita 82.115).

A Natale è il turno del mistero dell’Incarnazione. Francesco rivive, come un contemporaneo, l’evento storico di Betlem: il Dio Bambino, sbocciato da Maria, è lì vivo e palpitante davanti a lui, ed egli lo avvicina con la finezza d’amore che gli è propria.

«Celebrava con ineffabile entusiasmo – racconta fra Tommaso – più che tutte le altre solennità il Natale del Bambino Gesù, chiamando festa delle feste il giorno in cui Dio, divenuto un bambinello, succhiò latte di donna! Col pensiero avido accarezzava l’immagine di quelle membra infantili, e la compassione pel Pargoletto che gli struggeva il cuore lo faceva balbettare tenere parole alla maniera dei pargoli» (II Vita 199).

Celebrando il Natale, Francesco realizza dunque, su un piano di concretezza incomparabile, l’incontro e il contatto vivo con Cristo Signore. E mentre fa suo Gesù, il Dono infinito di Dio Padre, sente un prepotente bisogno di conformarsi a Lui. A Greccio – commenta fra Tommaso – «celebrò il Natale del Bambino di Bethlehem, facendosi bambino col Bambino» (II Vita 35). L’infanzia del Dio-Uomo, profumata di verginità e di cielo, esercita sul suo cuore di poeta e di mistico un fascino irresistibile. Francesco è un innamorato pazzo del Bimbo di Betlem. Spesso, non riuscendo più a contenere la piena del cuore, sembra perda il controllo di sé. «Spesse volte – riferisce ancora fra Tommaso – quando voleva chiamare Cristo col nome di Gesù, infiammato di immenso amore, lo chiamava il Bimbo di Bethlem, e a guisa di pecora che bela, dicendo Bethlem riempiva la bocca con la voce o, meglio, con la dolcezza della commozione; e nel nominare Gesù o Bambino di Bethlehem, con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato la dolcezza di quella parola» (I Vita 86).

Noi possiamo anche sorridere di queste effusioni affettive e magari considerarle ingenuità puerili… La ragione è che l’amore ha una logica e modi di esprimersi che l’uomo profano o comune non possono facilmente capire. Del resto Lui stesso, Gesù, ha detto che la comprensione delle meraviglie di Dio e di Dio stesso è riservata ai “piccoli”, ai “puri di cuore” (Mt 11,25; 5,8).

Francesco, perché piccolo e pieno di candore, ha la capacità di percepire la presenza e la voce del divino. Per lui la celebrazione del Natale ha perciò un valore di vita, significa ciò che esso veramente è: avere “Dio con noi”, ricevere da una madre vergine il Figlio stesso di Dio che si offre a noi nella forma, incantevole e sconvolgente insieme, di un bimbo bisognoso di tutto. Ma quando il Natale significa tutto questo, come si può restare impassibili o “normali”? Quando quel Bambino prodigio, unico al mondo, è veramente visto, preso in braccio e stretto al cuore, come non impazzire dalla gioia?

Comunque, l’esempio del Poverello ha fatto scuola nella Chiesa. Ha insegnato e continua ad insegnare che il cristiano deve rivivere il mistero del Natale, partecipandovi come attore, non come semplice spettatore. Il Figlio di Dio e di Maria, rinascendo misticamente ogni anno, deve rinascere in noi e, per mezzo nostro, negli altri. Il Natale rivissuto francescanamente è per l’appunto un Dono che si riceve e un Dono che si fa: Dono che si riceve da Dio e da Maria, Dono che si fa ai fratelli smarriti o lontani. Così, proprio così fu il Natale di Greccio. Difatti «il Bambino Gesù – racconta fra Tommaso – nei cuori di molti, ove era dimenticato, per la sua grazia veniva risuscitato dal suo servo San Francesco» (I Vita 86; cf. I Lett. 10). Riassumendo. Si celebra il Natale come Francesco, quando Gesù, il “dolce Emmanuele” (S. Teresina), nasce in noi e da noi: in noi dove ancora non siamo Lui, dove siamo ancora uomo vecchio (Adamo peccatore e infelice); da noi per la tanta gente che ancora l’aspetta o non lo conosce. Ma tutto questo è possibile solo se celebriamo bene la festa del Natale. La divina Liturgia fa la vita: come si celebra si vive, si è. Essa è la “scuola del Santi”, cioè delle persone sane e valide. Senza Liturgia non avremmo avuto S. Francesco “alter Christus” per eccellenza, uomo che ha saputo fare segno e storia di salvezza in modo esemplare. Oggi e qui è il nostro turno. Celebriamo bene il Natale del Signore! E il miracolo di Francesco che si fa “bambino col Bambino” e che Lo partecipa agli altri, si ripeterà in noi, nella nostra povertà aperta alla “grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11).

Prima pubblicazione in «Luce di bene», Nov.-Dic. 1968, p. 6

Dionigi Card. Tettamanzi: Omelia, Solennità del Santo Natale, 25 dicembre 1998

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/vescovo/tettamanzi/om981225.htm

OMELIE

Dionigi Card. Tettamanzi

Arcivescovo

Cattedrale
Genova, venerdì 25 dicembre 1998

Solennità del Santo Natale
S.Messa del Giorno. Omelia

E il Verbo si fece carne

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,14).

Il Natale è tutto qui.
Sì, carissimi fratelli e sorelle nel Signore: in queste parole troviamo tutto il mistero, la grazia, la gioia, la chiamata e la responsabilità del Natale cristiano. « E il Verbo si fece carne »: questo noi oggi ricordiamo e celebriamo, questo è il nuovo che entra nella nostra vita aprendola a prospettive impensabili e impensate. « E il Verbo si fece carne »: si tratta di un fatto reale e concreto, di un fatto che incrocia la storia, dell’intera umanità e di ciascuna persona, e la segna di sé nelle sue radici e in modo indelebile. Questo fatto noi lo conosciamo per la grazia della fede e lo attestiamo ogni giorno. Eppure per noi, questo fatto, è sempre un grande mistero: un fatto, cioè, che rimane al di là della nostra capacità di comprendere appieno. Ci rivolgiamo fiduciosi a Maria: lei, la donna scelta a divenire la madre del Figlio di Dio che si fa uomo, si è trovata pienamente coinvolta in questo mistero e più di ogni altra creatura al mondo è entrata con tutta la sua intelligenza, con tutto il suo cuore, con tutta la sua fede in questo farsi carne del Verbo di Dio. Come scrive l’evangelista Luca, « Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore » (Lc 2, 19). A te chiediamo, madre estasiata del Verbo, di poter prendere parte alla meditazione insondabile che ha riempito il tuo cuore: così anche a noi sarà dato di fare un nuovo passo nella fede e nell’amore verso un Dio che ci sconcerta, un Dio che è al di là d’ogni nostra immaginazione e attesa, un Dio che manifesta la sua grandezza nella piccolezza di un bambino!

Il Verbo e la carne: una distanza abissale colmata dall’amore di Dio
« E il Verbo si fece carne ». Parole semplicissime, queste, ma sconvolgenti. Com’è mai possibile accostare queste due realtà così lontane l’una dall’altra da essere -o almeno da sembrare- tra loro assolutamente incompatibili? Ma proprio qui sta lo straordinario evento del Natale cristiano, sul quale Giovanni ci invita a meditare in quel Prologo che è stato definito la perla di tutto il suo Vangelo (cfr. R. E. BROWN, Giovanni, vol. I, Assisi 1979, 26). Il Verbo, cioè colui che « era presso Dio » ed « era Dio », colui nel quale « è stato fatto tutto ciò che esiste » e nel quale erano la vita e la luce degli uomini, « si fece carne », ossia uomo in tutta la fragilità di cui è segnato ogni essere umano. « Verbo » e « carne » dicono, dunque, una distanza abissale, potremmo dire veramente infinita. Questa distanza solo l’amore immenso di Dio la poteva colmare. E l’ha colmata in se stesso, perché proprio lui, la Parola eterna del Padre, il Figlio unigenito e prediletto del suo amore, ha assunto carne umana nel grembo di una donna. È questa la fede della Chiesa delle origini che Giovanni testimonia splendidamente nel suo inno evangelico. È questa la stessa fede che la Chiesa ha instancabilmente confessato lungo i secoli e confessa tuttora nel Credo. Ogni domenica rinnoviamo la nostra fede in Gesù Cristo come « unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre ». Proprio questo Dio -continuiamo nella nostra professione di fede- « per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo ».

La parentela tra Cristo e ogni uomo

Il mistero dell’Incarnazione si rivela così come il mistero della massima solidarietà tra Dio e l’uomo. Si tratta di una solidarietà viva e personale che sta, potremmo dire, all’interno del Verbo incarnato. Questo fatto della solidarietà, poi, riguarda il rapporto tra Dio che si fa uomo e tutti gli altri uomini. Infatti, come ha scritto il Papa nella sua prima enciclica, « Dio è entrato nella storia dell’umanità e, come uomo, è divenuto suo ‘soggetto’, uno dei miliardi e, in pari tempo, unico! » (Redemptor hominis, 1). Così, facendosi uomo, leggiamo nel Concilio, « il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato » (Gaudium et spes, 22). Si dà così una parentela indistruttibile tra la « carne » assunta dal Figlio di Dio nel grembo di Maria e la « carne » di ogni uomo che viene al mondo. Ed è così reale e radicale questa parentela che il rispetto, la venerazione, l’amore che il credente nutre per il Signore Gesù trovano la loro provvidenziale « espansione » e « continuazione » nel rispetto, nella venerazione e nell’amore che il credente ha verso ogni essere umano: nel senso più forte del termine, ogni uomo è immagine vivente di Dio in Cristo. Forse nessun’altra parola è più eloquente al riguardo di quella di Cristo giudice: « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40). Dunque, proprio attraverso l’aiuto all’affamato, all’assetato, al forestiero, all’ignudo, al malato, al carcerato -come pure al bambino non ancora nato, all’anziano sofferente o vicino alla morte- ci è dato, in forza di questa parentela nella carne e nello spirito, di servire Gesù. San Giovanni Crisostomo riprende la parola di Cristo e con estremo rigore logico commenta: « Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità » (Omelie su Matteo, L,3).

Ancora: grazie alla perfetta umanità di Cristo e a questa sua parentela con ogni uomo, siamo sicuri che il Cristianesimo non sarà mai contro l’uomo, ma sempre e solo a favore dell’uomo. Riprendiamo di nuovo una parola del Papa: « Cristo, Redentore del mondo, è colui che è penetrato, in modo unico e irripetibile, nel mistero dell’uomo ed è entrato nel suo ‘cuore’ » (Redemptor hominis, 8). Già il Concilio diceva: « Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo » (Gaudium et spes, 41).

Per noi uomini e per la nostra salvezza
Ci chiediamo ora qual è stata la finalità di questa solidarietà tra Dio e l’uomo che trova espressione nell’incarnazione del Verbo. Perché Dio si è fatto uomo? È questa una domanda che attraversa l’intera storia della Chiesa. La risposta è senz’altro quella del Credo: « Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo ». Ma che cos’è la salvezza che Dio in Cristo dona all’uomo? È innanzitutto la sua liberazione dal peccato e la riconciliazione con Dio. Come scrive Giovanni « Egli è apparso per togliere i peccati » (1 Gv 3, 5). Ma la salvezza è soprattutto partecipazione alla stessa vita di Dio, come ancora scrive l’evangelista Giovanni: « In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4, 9). In una parola, semplicissima e straordinaria ad un tempo, Dio diventa uomo perché l’uomo diventi Dio! E non è questa l’esplicita e luminosa affermazione del Prologo? Scrive Giovanni: « Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo amore, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati » ( Gv 1, 11-13). Così la solidarietà tra Dio e l’uomo significa un mirabile commercium, uno scambio meraviglioso, come sono soliti esprimersi con amore commosso e stupito i Padri della Chiesa: « Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio » (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1); « Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio » (Sant’Atanasio di Alessandria, De incarnatione, 54). Come non rimanere attoniti di fronte ad una simile solidarietà? Il santo Natale ci doni la grazia di accorgerci con infinito stupore della novità che l’amore del Padre ha fatto sbocciare nel cuore umano con l’Incarnazione del Verbo.

Un amore disposto a soffrire
Vogliamo brevemente sostare su di un ultimo aspetto della solidarietà tra Dio e l’uomo: quello del motivo ultimo dell’Incarnazione. Certo, Dio si è fatto uomo per salvare l’uomo. Ma ciò è motivato dall’amore totalmente libero e gratuito di Dio. Non vi è alcun merito, né alcun diritto da parte dell’uomo: a splendere in tutta la loro luminosità sono la bontà, la benignità, la benevolenza, la tenerezza, la misericordia, la gratuità di Dio. Questa è la « rugiada » che a Natale è stillata dai cieli, la « dolcezza » che è piovuta dall’alto. Veramente Natale è la suprema epifania dell’amore benevolente di Dio (cfr Tito 3, 4). Ma c’è un particolare che rende ancora più affascinante l’amore di Dio per noi: nel Figlio che si fa uomo, Dio dice la sua piena disponibilità a soffrire e, addirittura, a morire per la persona amata. Siamo al vertice della benevolenza. Ed è proprio questa suprema benevolenza che il Natale viene a ricordarci. Scrive un grande teologo orientale, Nicola Cabasilas: « Siccome non doveva rimanere nascosto quanto immensamente Dio ci amasse, per darci l’esperienza del suo grande amore e mostrare che ci ama di un amore senza limiti, Dio inventa il proprio annientamento, lo realizza e fa in modo di divenire capace di soffrire e di patire cose orribili. Così, con tutto quello che sopporta, Dio convince gli uomini del suo straordinario amore per loro e li attira nuovamente a sé, essi che fuggivano il Signore buono credendo di essere da lui odiati » ( Vita in Cristo, VI, 2). Secoli prima di Cabasilas, Origine diceva in modo quanto mai conciso ed efficace: « Nel suo amore per l’uomo, l’Impassibile ha sofferto una passione di misericordia » (Tom. in Mat. 10, 23). Come non dare risposta all’amore smisurato che Dio dimostra di avere per noi? Ciascuno si senta oggi interpellato da questo interrogativo. Ciascuno percepisca in cuor suo la responsabilità gioiosa di rispondere con un amore senza misura all’Amore che non conosce misura.

Ufficio delle Letture 24 dicembre 2009 – Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 185; Pl 38, 997-999)

GIOVEDÌ 24 DICEMBRE 2009 – IV SETTIMANA DI AVVENTO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 185; Pl 38, 997-999)

La verità è germogliata dalla terra e la giustizia si è affacciata dal cielo
 Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo. «Svégliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). Per te, dico, Dio si è fatto uomo.
Saresti morto per sempre, se egli non fosse nato nel tempo. Non avrebbe liberato dal peccato la tua natura, se non avesse assunto una natura simile a quella del peccato. Una perpetua miseria ti avrebbe posseduto, se non fosse stata elargita questa misericordia. Non avresti riavuto la vita, se egli non si fosse incontrato con la tua stessa morte. Saresti venuto meno, se non ti avesse soccorso. Saresti perito, se non fosse venuto.
Prepariamoci a celebrare in letizia la venuta della nostra salvezza, della nostra redenzione; a celebrare il giorno di festa in cui il grande ed eterno giorno venne dal suo grande ed eterno giorno in questo nostro giorno temporaneo così breve. «Egli è diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione perché, come sta scritto, chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 30-31).
«La verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12): nasce dalla Vergine Cristo, che ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6). «E la giustizia si è affacciata dal cielo» (Sal 84, 12). L’uomo che crede nel Cristo, nato per noi, non riceve la salvezza da se stesso, ma da Dio. «La verità è germogliata dalla terra«, perché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto» (Gv 1, 17). «La verità è germogliata dalla terra»: la carne da Maria. «E la giustizia si è affacciata dal cielo», perché «l’uomo non può ricevere nulla se non gli è stato dato dal cielo» (Gv 3, 27).
«Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio» (Rm 5, 1) perché «la giustizia e la pace si sono baciate» (Sal 84, 11) «per il nostro Signore Gesù Cristo», perché «la verità è germogliata dalla terra» (Sal 84, 12). «Per mezzo di lui abbiamo l’accesso a questa grazia in cui ci troviamo e di cui ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio (Rm 5, 2). Non dice «della nostra gloria», ma «della gloria di Dio», perché la giustizia non ci venne da noi, ma si è «affacciata dal cielo». Perciò «colui che si gloria» si glori nel Signore, non in se stesso.
Dal cielo, infatti per la nascita del Signore dalla Vergine… si fece udire l’inno degli angeli: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2, 14). Come poté venire la pace sulla terra, se non perché la verità è germogliata dalla terra, cioè Cristo è nato dalla carne? «Egli è la nostra pace, colui che di due popoli ne ha fatto uno solo» (Ef 2, 14) perché fossimo uomini di buona volontà, legati dolcemente dal vincolo dell’unità.
Rallegriamoci dunque di questa grazia perché nostra gloria sia la testimonianza della buona coscienza. Non ci gloriamo in noi stessi, ma nel Signore. E’ stato detto: «Sei mia gloria e sollevi il mio capo» (Sal 3, 4): e quale grazia di Dio più grande ha potuto brillare a noi? Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia.

Magnificat: Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote

dal sito:

http://www.maranatha.it/Festiv2/avvento/avvB4Page.htm

Magnificat

Dal «Commento su san Luca» di san Beda il Venerabile, sacerdote

(1, 46-55; CCL 120, 37-39)
«Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc 1, 46). Dice: il Signore mi ha innalzato con un dono così grande e così inaudito che non è possibile esprimerlo con nessun linguaggio: a stento lo può comprendere il cuore nel profondo. Levo quindi un inno di ringraziamento con tutte le forze della mia anima e mi do, con tutto quello che vivo e sento e comprendo, alla contemplazione della grandezza senza fine di Dio, poiché il mio spirito si allieta della eterna divinità di quel medesimo Gesù, cioè del Salvatore, di cui il mio seno è reso fecondo con una concezione temporale.
Perché ha fatto in me cose grandi l’Onnipotente, e santo è il suo nome (cfr. Lc 1, 49). Si ripensi all’inizio del cantico dove è detto: «L’anima mia magnifica il Signore». Davvero solo quell’anima a cui il Signore si è degnato di fare grandi cose può magnificarlo con lode degna ed esortare quanti sono partecipi della medesima promessa e del medesimo disegno di salvezza: Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome (cfr. Sal 33, 4). Chi trascurerà di magnificare, per quanto sta in lui, il Signore che ha conosciuto e di santificare il nome, «sarà considerato il minimo nel regno dei cieli» (Mt 5, 19).
Il suo nome poi è detto santo perché con il fastigio della sua singolare potenza trascende ogni creatura ed è di gran lunga al di là di tutto quello che ha fatto.
«Ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1, 54). Assai bene dice Israele servo del Signore, cioè ubbidiente e umile, perché da lui fu accolto per essere salvato, secondo quanto dice Osea: Israele è mio servo e io l’ho amato (cfr. Os 11, 1). Colui infatti che disdegna di umiliarsi non può certo essere salvato né dire con il profeta: «Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore mi sostiene» (Sal 53, 6) e: «Chiunque diventerà piccolo come un bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (cfr. Mt 18, 4).
«Come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1, 55). Si intende la discendenza spirituale, non carnale, di Abramo; sono compresi, cioè, non solo i generati secondo la carne, ma anche coloro che hanno seguito le orme della sua fede, sia nella circoncisione sia nell’incirconcisione. Anche lui credette quando non era circonciso, e gli fu ascritto a giustizia. La venuta del Salvatore fu promessa ad Abramo e alla sua discendenza, cioè ai figli della promessa, ai quali è detto: «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3, 29). E’ da rivelare poi che le madri, quella del Signore e quella di Giovanni, prevengono profetando la nascita dei figli: e questo è bene perché come il peccato ebbe inizio da una donna, così da donne comincino anche i benefici, e come il mondo ebbe la morte per l’inganno di una donna, così da due donne, che a gara profetizzano, gli sia restituita la vita.

Papa Benedetto – Natale 2008

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081224_christmas_it.html

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Giovedì, 25 dicembre 2008 

Cari fratelli e sorelle!

“Chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto e si china a guardare nei cieli e sulla terra?” Così canta Israele in uno dei suoi Salmi (113 [112], 5s), in cui esalta insieme la grandezza di Dio e la sua benevola vicinanza agli uomini. Dio dimora nell’alto, ma si china verso il basso… Dio è immensamente grande e di gran lunga al di sopra di noi. È questa la prima esperienza dell’uomo. La distanza sembra infinita. Il Creatore dell’universo, Colui che guida il tutto, è molto lontano da noi: così sembra inizialmente. Ma poi viene l’esperienza sorprendente: Colui al quale nessuno è pari, che “siede nell’alto”, Questi guarda verso il basso. Si china in giù. Egli vede noi e vede me. Questo guardare in giù di Dio è più di uno sguardo dall’alto. Il guardare di Dio è un agire. Il fatto che Egli mi vede, mi guarda, trasforma me e il mondo intorno a me. Così il Salmo continua immediatamente: “Solleva l’indigente dalla polvere…” Con il suo guardare in giù Egli mi solleva, benevolmente mi prende per mano e mi aiuta a salire, proprio io, dal basso verso l’alto. “Dio si china”. Questa parola è una parola profetica. Nella notte di Betlemme, essa ha acquistato un significato completamente nuovo. Il chinarsi di Dio ha assunto un realismo inaudito e prima inimmaginabile. Egli si china – viene, proprio Lui, come bimbo giù fin nella miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato di abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino e si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria di un essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani, dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e bisognoso dell’amore umano. Dio è nella stalla. Nell’Antico Testamento il tempio era considerato quasi come lo sgabello dei piedi di Dio; l’arca sacra come il luogo in cui Egli, in modo misterioso, era presente in mezzo agli uomini. Così si sapeva che sopra il tempio, nascostamente, stava la nube della gloria di Dio. Ora essa sta sopra la stalla. Dio è nella nube della miseria di un bimbo senza albergo: che nube impenetrabile e tuttavia – nube della gloria! In che modo, infatti, la sua predilezione per l’uomo, la sua preoccupazione per lui potrebbe apparire più grande e più pura? La nube del nascondimento, della povertà del bambino totalmente bisognoso dell’amore, è allo stesso tempo la nube della gloria. Perché niente può essere più sublime, più grande dell’amore che in questa maniera si china, discende, si rende dipendente. La gloria del vero Dio diventa visibile quando ci si aprono gli occhi del cuore davanti alla stalla di Betlemme.

Il racconto del Natale secondo san Luca, che abbiamo appena ascoltato nel brano evangelico, ci narra che Dio ha un po’ sollevato il velo del suo nascondimento dapprima davanti a persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella grande società erano piuttosto disprezzate: davanti ai pastori che nei campi intorno a Betlemme facevano la guardia agli animali. Luca ci dice che queste persone “vegliavano”. Possiamo così sentirci richiamati a un motivo centrale del messaggio di Gesù, in cui ripetutamente e con crescente urgenza fino all’Orto degli ulivi torna l’invito alla vigilanza – a restare svegli per accorgersi della venuta del Signore ed  esservi preparati. Pertanto anche qui la parola significa forse più del semplice essere esternamente svegli durante l’ora notturna. Erano persone veramente vigilanti, nelle quali il senso di Dio e della sua vicinanza era vivo. Persone che erano in attesa di Dio e non si rassegnavano all’apparente lontananza di Lui nella vita di ogni giorno. Ad un cuore vigilante può essere rivolto il messaggio della grande gioia: in questa notte è nato per voi il Salvatore. Solo il cuore vigilante è capace di credere al messaggio. Solo il cuore vigilante può infondere il coraggio di incamminarsi per trovare Dio nelle condizioni di un bambino nella stalla. Preghiamo in quest’ora il Signore affinché aiuti anche noi a diventare persone vigilanti.

San Luca ci racconta inoltre che i pastori stessi erano “avvolti” dalla gloria di Dio, dalla nube di luce, si trovavano nell’intimo splendore di questa gloria. Avvolti dalla nube santa ascoltano il canto di lode degli angeli: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini della sua benevolenza”. E chi sono questi uomini della sua benevolenza se non i piccoli, i vigilanti, quelli che sono in attesa, sperano nella bontà di Dio e lo cercano guardando verso di Lui da lontano?

Nei Padri della Chiesa si può trovare un commento sorprendente circa il canto con cui gli angeli salutano il Redentore. Fino a quel momento – dicono i Padri – gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini”. Possiamo forse dire che, secondo la struttura della poesia ebraica, questo doppio versetto nei suoi due brani dice in fondo la stessa cosa, ma da un punto di vista diverso. La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore. E ancora: la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo.

Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha detto una volta: Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi.

Con tali pensieri ci avviciniamo in questa notte al Bambino di Betlemme – a quel Dio che per noi ha voluto farsi bambino. Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme. Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza, invece di poter essere portatori della riconciliazione e della pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin nel profondo della loro anima. Il Bambino di Betlemme è un nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinché finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il possibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli uomini. Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata nella nostra notte.

E parlando del Bambino di Betlemme pensiamo anche alla località che risponde al nome di Betlemme; pensiamo a quel Paese in cui Gesù ha vissuto e che Egli ha amato profondamente. E preghiamo affinché lì si crei la pace. Che cessino l’odio e la violenza. Che si desti la comprensione reciproca, si realizzi un’apertura dei cuori che apra le frontiere. Che scenda la pace di cui hanno cantato gli angeli in quella notte.

Nel Salmo 96 [95] Israele, e con esso la Chiesa, lodano la grandezza di Dio che si manifesta nella creazione. Tutte le creature vengono chiamate ad aderire a questo canto di lode, e allora lì si trova anche l’invito: “Si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che viene” (12s). La Chiesa legge anche questo Salmo come una profezia e, insieme, come un compito. La venuta di Dio a Betlemme fu silenziosa. Soltanto i pastori che vegliavano furono per un momento avvolti nello splendore luminoso del suo arrivo e poterono ascoltare una parte di quel canto nuovo che era nato dalla meraviglia e dalla gioia degli angeli per la venuta di Dio. Questo venire silenzioso della gloria di Dio continua attraverso i secoli. Là dove c’è la fede, dove la sua parola viene annunciata ed ascoltata, Dio raduna gli uomini e si dona loro nel suo Corpo, li trasforma nel suo Corpo. Egli “viene”. E così si desta il cuore degli uomini. Il canto nuovo degli angeli diventa canto degli uomini che, attraverso tutti i secoli in modo sempre nuovo, cantano la venuta di Dio come bambino e, a partire dal loro intimo, diventano lieti. E gli alberi della foresta si recano da Lui ed esultano. L’albero in Piazza san Pietro parla di Lui, vuole trasmettere il suo splendore e dire: Sì, Egli è venuto e gli alberi della foresta lo acclamano. Gli alberi nelle città e nelle case dovrebbero essere più di un’usanza festosa: essi indicano Colui che è la ragione della nostra gioia – il Dio che viene, il Dio che per noi si è fatto bambino. Il canto di lode, nel più profondo, parla infine di Colui che è lo stesso albero della vita ritrovato. Nella fede in Lui riceviamo la vita. Nel Sacramento dell’Eucaristia Egli si dona a noi – dona una vita che giunge fin nell’eternità. In quest’ora noi aderiamo al canto di lode della creazione e la nostra lode è allo stesso tempo una preghiera: Sì, Signore, facci vedere qualcosa dello splendore della tua gloria. E dona la pace sulla terra. Rendici uomini e donne della tua pace. Amen.

[SAN LEONE MAGNO, 2° discorso di Natale] (meditazioni)

dal sito:

http://www.unavox.it/m25.htm

[SAN LEONE MAGNO, 2° discorso di Natale]

MEDITAZIONI

Dilettissimi, esultiamo nel Signore e con spirituale gàudio rallegriamoci, perché è spuntato per noi il giorno che signífica la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. 
Il mistero della nostra salvezza, promesso all’inizio del mondo, attuato nel tempo stabilito per durare senza fine, si rinnova per noi nel ricorrente ciclo annuale.
In questo giorno è giusto che noi, elevati in alto i cuori, adoriamo il divino mistero, affinché sia celebrato dalla Chiesa con grande letizia quel che si compie per munífica generosità di Dio.

Infatti, Dio onnipotente e clementissimo, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza, la cui azione è misericordia, allorché la malizia del diavolo con il veleno del suo odio ci sottomise alla morte, tosto indicò all’inizio del mondo la medicina che la sua misericordia metteva a disposizione per risollevare il genere umano.
Preannunciò al serpente la futura discendenza della donna che con la propria virtù gli avrebbe schiacciato il capo, sempre altero o pronto a mordere. 
In tal modo preannunciò Cristo, l’Uomo-Dio, che doveva venire nella carne e che, nascendo dalla Vérgine con una nascita immacolata, doveva condannare colui che violò l’integrità del genere umano.

[…] Dilettissimi, appena giunti i tempi prestabiliti per la redenzione degli uomini, Gesú Cristo, Figlio di Dio, fa il suo ingresso nella bassa condizione di questo mondo: discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre: è generato in un nuovo stato e con novità nella nascita. 
È nuovo il suo stato, perché, pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra. 
Egli che è l’immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio: pur restando nella sua eternità ha voluto incominciare a esistere nel tempo. 
Il Signore dell’universo, nascosta sotto il velo la gloria della sua maestà, ha assunto la natura di servo. 
Dio, inviolabile, non ha sdegnato di assoggettarsi al dolore; l’immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte.

[…] Dunque, chiunque tu sia che vuoi gloriarti del nome di cristiano, pòndera con giusto giudizio la grazia di questa riconciliazione. 
A te, una volta prostrato ed escluso dal Paradiso, a te, destinato a morire ininterrottamente durante un lungo esilio e disperso alla stregua della polvere e della cenere, a te, senza speranza di vivere, è stata data con l’incarnazione del Verbo la facoltà di tornare, dal lontano luogo ove eri, al tuo Creatore, di riconoscere il padre tuo, di passare dalla servitú alla libertà, di essere innalzato dalla condizione di forestiero alla dignità di figlio. 
Così a te, nato dalla carne corruttibile, è stata data la facoltà di rinascere dallo Spirito di Dio e di ottenere per grazia ciò che non avevi per natura, in modo che riconoscendoti, mediante lo Spirito di adozione, come figlio di Dio, possa ardire di chiamare Dio tuo Padre. 
Ora che sei sciolto dal reato della cattiva coscienza, aspira al regno celeste; adempi la volontà di Dio, sostenuto dal divino aiuto; ímita gli àngeli sopra la terra; nútriti della virtù di una sostanza immortale; combatti con sicurezza contro le tentazioni ostili in ossequio alla religione di Dio, e se avrai rispettato il giuramento della milizia celeste, sii certo che sarai incoronato per la vittoria nei campi trionfali dell’eterno Re, quando la risurrezione, preparata ai cultori di Dio, ti investirà per innalzarti alla società del regno celeste.

Dilettissimi, fiduciosi in cosí grande aspettativa, rimanete stabili nella fede in cui siete stati fondati. 
Non sia mai che il tentatore, privato da Cristo della dominazione sopra di voi, vi abbia a sedurre di nuovo con insidie e riesca a profanare con la sua raffinata arte di inganni le gioie stesse del giorno presente. 
Non sia mai che riesca a illudere gli uomini piú semplici con la nefanda persuasione di certuni, ai quali questo giorno della nostra solennità pare degno di festa non tanto a motivo della nascita di Cristo, quanto per il natale del nuovo sole. 
Le menti di costoro sono avvolte in dense tenebre e sono ben lontane dal far progressi nella vera luce. 
Si trascinano dietro i pazzeschi errori dei gentili, e perché sono incapaci di sollevare l’attenzione della mente sopra ciò che si vede con sguardo carnale, rendono culto divino agli astri, i quali non sono altro che i servi del mondo.
Sia lontana dagli uomini cristiani tale sacrílega superstizione e mostruosa menzogna. 
Le cose temporali dístano oltre ogni dire da colui che è eterno, le cose corporee da colui che è incorporeo, le creature súddite da colui che le governa: tutte queste cose hanno bensí bellezza, che súscita ammirazione, ma non hanno in sé stesse la divinità che si possa adorare. 
Bisogna, dunque, rendere onore a quella potenza, sapienza, maestà che ha creato dal nulla l’universo e che ha generato con onnipotente parola le cose terrene e le cose celesti in quelle forme e misura che a lui è piaciuto. 
Il sole, la luna, le stelle sono utili a noi, che ce ne serviamo e appaiono leggiadre quando le rimiriamo. 
Di esse si deve rendere grazie al Creatore: si deve adorare Dio che le ha create, non le creature che lo servono.

Dunque, dilettissimi, lodate Dio in tutte le sue opere e disposizioni. 
Abbiate una fede perfetta nella verginale integrità e nel parto della Vérgine. 
Onorate il sacro e divino mistero della redenzione umana, prestando a Dio un servizio santo e sincero.
Accogliete Cristo che nasce nella nostra carne, affinché meritiate di contemplarlo qual Dio della gloria nel regno della sua maestà: egli che col Padre e lo Spirito Santo persévera nella unità della divinità nei secoli dei secoli. 
Amen.  

[SAN LEONE MAGNO, 2° discorso di Natale]

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