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LA FEDE – PER DIVENTARE AUTENTICI TESTIMONI DI CRISTO

http://www.comboniani.org/?page_id=4382

LA FEDE – PER DIVENTARE AUTENTICI TESTIMONI DI CRISTO

P. Giovanni Taneburgo
Missionari Comboniano

Considerare il tema della Fede nella Chiesa e nella nostra vita, tenendo presente il contesto del mondo in cui viviamo, è cosa estremamente importante. Perché?
Perché la Fede è stata così tanto impoverita nel suo significato. Molti infatti pensano di avere fede solo perché credono che Dio esiste (Intellettualismo). Altri pensano che avere fede significhi andare in chiesa per la Messa nei giorni festivi, recitare il rosario, dire le preghiere mattino e sera, fare qualche elemosina… (Devozionismo). Non dico che queste cose non hanno senso; dico che la fede è una realtà molto più ricca e più complessa delle pratiche elencate e che eventualmente anche quelle pratiche devono essere espressioni di quella fede che dà vita. La consideriamo adesso nei suoi elementi che mi sembrano più importanti.
Per la Sacra Scrittura, la Fede è la sorgente di tutta la nostra vita nel contesto di una relazione creativa con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il creato. Al piano di salvezza che Dio realizza nella storia, rispondiamo mediante la Fede che è fiducia in Dio, abbandono a Lui e impegno per la crescita del suo Regno; realtà queste che generano serenità, gioia nei cuori e impegno nella Missione.
San Paolo dice chiaramente che la giustificazione è frutto della Fede e che questa rende il credente certo dell’Amore di Dio manifestato in Cristo (Rm 8,28 s; Gal 2,16; Ef 3,19…). In Giovanni, la Fede è adesione a Cristo che genera luce e vita eterna e che richiede sempre una scelta chiara tra morte e vita, tra luce e tenebre con la vittoria naturalmente della vita e della luce (Gv 3,16; Gv 7,47). Com’è forte la seguente proclamazione: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra Fede (1 Gv 5,4).
Nei Vangeli, Gesù stesso dà grande importanza alla fede. Prima di compiere dei miracoli egli vuol vedere nei cuori di chi è nel bisogno una fede se non altro iniziale. Così nel passo della risurrezione di Lazzaro. Marta mostra sofferenza per la morte di suo fratello e si lamenta con Gesù; direi che quasi quasi rimprovera Gesù per aver permesso alla morte di prendersi Lazzaro: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Gesù le dice: “Io sono la risurrezione e la vita…Credi questo?” E siccome Marta esprime una risposta affermativa, suo fratello, nella tomba da quattro giorni, viene fuori, di nuovo in vita, risuscitato da Gesù.
Consideriamo allora la fede in tutta la sua ricchezza, facendo riferimento all’esperienza di due persone: Abramo e la Madonna. Ascoltiamo ciò che la Scrittura ci dice: Gen 12,1-9; Lc 1,26-38.
La Fede è innanzi tutto un incontro privilegiato tra Dio e la persona che si apre a Lui, tra Dio e la comunità dei credenti, tra Dio e noi. In questo incontro Dio parla e noi ascoltiamo, noi parliamo e Dio ascolta, Dio si dona a noi e noi ci doniamo a Lui.
Il Signore disse ad Abramo…” – “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio… a una vergine… che si chiamava Maria”.
Notiamo la concretezza di questi incontri!
Per noi cristiani, l’incontro con Dio avviene nel Cristo Risorto che per noi deve diventare sempre più un’esperienza profonda di vita; attraverso di essa siamo sempre più conquistati da Cristo e dal suo amore, e diventiamo figli e figlie del Padre nel Figlio. Diventiamo Testimoni.
L’esperienza di Cristo ha tre elementi costitutivi:
– la convinzione che Cristo non è soltanto un grande personaggio del passato, come lo è per molti. Cristo è anche questo. Ma Cristo è vivo. E’ questa la grande realtà proclamata da San Paolo in modo energico: 1Co 15,12-22
– la convinzione che la presenza di Cristo non è passiva. Cristo parla e opera per la nostra salvezza e per la salvezza del mondo: Rm 8,31-39.
– l’ospitalità, cioè l’accoglienza di Cristo e della sua azione salvifica a livello intellettuale, di cuore e viscerale: Fil 2,5-11
La Fede è poi disponibilità, è una risposta libera e impegnativa alla proposta di Dio.
“Allora Abramo partì come gli aveva ordinato il Signore”. – “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
Poche parole, ma quanto impegno e che rischio!
Anche per noi la disponibilità dinanzi a Dio diventa sempre apertura al rischio dell’abbandono delle nostre sicurezze per aprirci al futuro di Dio. E’ il rischio dei sogni. Dio è il più grande sognatore e noi sogniamo con Lui tenendo presente che “beati sono quelli che sognano e che mentre sognano si impegnano perché i loro sogni diventino realtà”.
La Fede è conversione, cioè una grande trasformazione prima di tutto nel profondo del nostro essere e poi nei nostri comportamenti.
Abramo diventò padre di una numerosa discendenza e padre di tutti credenti. – Maria divenne la Madre di Gesù e anche Madre nostra. E tutto avvenne non senza sofferenza!
La nostra conversione non può esserci senza sofferenza. Quando ci si apre alle proposte di Dio e della vita, ci si espone alla sofferenza della trasformazione operata da Dio stesso con la nostra collaborazione. Mentre ci si abbandona a Dio come creta nelle mani del vasaio, ci si espone a quel sacrificio implicito in chi si dichiara pronto a fare la sua volontà, senza sapere dove essa ci porterà; si corre il rischio di non essere capiti e anche il rischio di dubbi e di notti oscure. Ciò richiede coraggio, quel coraggio che è dono di Dio, ma che, allo stresso tempo, è un’arte che siamo chiamati a sviluppare. Il risultato è meraviglioso.
La Fede è Missione, cioè condivisione con gli altri di tutti i doni di salvezza che Dio ci ha dato e che continuamente riversa su di noi; in particolare, condivisione della Parola di Vita e della nostra esperienza di Chiesa; promozione umana e cammino insieme nell’Amore e nella concretezza della vita; accoglienza di tutto il bene che incontriamo negli altri, con un profondo senso di rispetto e di gratitudine.
L’episodio della visita di Maria a santa Elisabetta ci ispira nel nostro capire il come fare missione, come l’episodio dell’Annunciazione ci ispira nel nostro capire il come diventare ed essere sempre missionari e missionarie in modo creativo (Lc 1,39-56).
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Un forte augurio di crescita nella Fede in un cammino di vita spesa per la gloria di Dio e il bene di tutti!

“DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE

una storia viva e aperta al futuro:
ricordando le meraviglie che Dio ha operato nel nostro passato,
celebrando la potenza del suo amore nel nostro presente,
e credendo che quel Dio che ci ha sostenuto fino a oggi,
ci sosterrà fino al termine del nostro cammino
per la vita eterna.

 

Publié dans:meditazioni, missioni |on 30 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

COME UN PIPISTRELLO

http://camcris.altervista.org/ipocritipip.html

COME UN PIPISTRELLO

di J.R. Gschwend, missionario in Sud Africa

Uno stregone di Natal, nell’Africa del Sud, conosciuto dallo scrittore di queste righe sentì parlare del cristianesimo quando viveva ancora nel suo villaggio. Era un pagano orgoglioso che non voleva accettare una civiltà diversa dalla sua. Un giorno sentì dell’esistenza di gente che si sarebbe chiamata « CRISTIANA ». Gli nacque il desiderio di poter appropriarsi di questo nome. Si unì ad una chiesa cristiana, si procurò dei vestiti come quelli che i cristiani indossavano, cercò d’imitarli nel miglior modo possibile. Gli s’insegnò di lasciare le sue pratiche da stregone e di buttare via la medicina magica per condurre una vita da cristiano.
Gli s’insegnò inoltre di lasciare le danze pagane. Egli in seguito vide danzare quei « CRISTIANI », a modo loro, cioè le donne insieme con gli uomini. Tale modo gli parve essere più attraente che il modo pagano, dato che in esso uomini e donne ballavano separatamente. Non trascorse molto tempo che fece suo quel modo di danzare, cadendo nel peccato più profondamente che sotto il tempo delle danze pagane. Egli notò anche che i membri della nuova chiesa fumavano delle sigarette e delle belle pipe, per cui trovando questo modo più comodo di quello pagano, piuttosto complicato, finì per fumare molto più di prima. In seguito s’ammalò. Siccome gli avevano detto che la medicina magica non sarebbe servita a niente, egli comprò le medicine dei cristiani, ma neanche queste lo aiutarono. Mentre l’indigeno si avvicinava alla morte, cominciò a riflettere seriamente e disse a se stesso: « A che cosa mi è servito, essere diventato cristiano? » Dopo aver abbandonato il ballo pagano, la « danza cristiana » mi ha indotto in peccati più profondi e mi ha esposto a tentazioni più grandi. Non fumo più nel modo complicato di prima, ma ora fumo giorno e notte e quelle bevande alcoliche dei bianchi mi ubriacano ancora più della birra preparata da me stesso. Ora mi pare che sono divenuto figlio dell’inferno due volte peggio di prima (vedi Matteo 23:15)! Ho buttato via la mia medicina magica e ora sto morendo. Nessuno dei medici moderni, né la scienza medica sono capaci di guarirmi. Non sono più un pagano ma nemmeno mi sento d’essere un vero cristiano, a che mi serve tutto questo? Sono come un « pipistrello ».

Un pipistrello è un animale simile ad un uccello ma non è un uccello. Esso è simile a un topo, ma non è neanche un topo. Esso è un qualcosa di mezzo, non è né topo né uccello. Molta gente ha paura dei pipistrelli. Essi vengono visti come un simbolo degli spiriti maligni perché svolazzano nella penombra e nell’oscurità, preferendo quest’ultima alla luce. Di solito sono pieni di parassiti.
Non è per caso che gli indigeni dell’Africa del Sud danno il nome di « pipistrello » ad un cristiano che frequenta la chiesa e poi partecipa alle feste e ai riti pagani. Non è possibile servire a Dio e a Mammona! Molti cristiani rassomigliano ai pipistrelli. Frequentano la chiesa e poi cercano la soddisfazione nelle gioie impure di questo mondo (vedi 1 Giov. 2:15). Essi sono attaccati ai divertimenti mondani, oggi appaiano come dei cristiani, domani appartengono a questo mondo peccatore. Cantano begli inni, le loro labbra si muovono in preghiera e così dal di fuori sembrano dei veri cristiani in modo che la gente dica di essi: Questi sono dei cristiani! – Ma quando si osserva il loro agire, la loro vita, le loro case e si ascolta il loro modo di esprimersi, si è spinti a dire: Sono dei pagani! È gente di penombra. Cercano di servire a due padroni, e a Dio e al principe di questo mondo, evitano la luce e preferiscono le tenebre. Simile ai fastidiosi pipistrelli carichi di vari parassiti, questi cosiddetti « Cristiani » sono carichi di peccati. Forse non si tratta dei peccati grossi e vili, ma spesso cadono nel peccato dell’incredulità, dell’orgoglio, dell’ipocrisia, delle male voglie, dell’odio, dell’invidia e sono soggetti a dei vizi segreti.

Tramite il profeta Elia Dio dice: « Fino a quando zoppicherete voi dai due lati? Se l’Eterno è Dio, seguitelo, se poi lo è Baal, seguite lui » (1 Re 18:21). Voi non potete servire a due padroni . . . Voi non potete servire a Dio e a Mammona! (Matteo 6:24). Eppure tanti uomini cercano di fare proprio quello che Gesù stesso dichiara sia cosa impossibile. Non possiamo tenere nello stesso recipiente luce e tenebre, acqua e fuoco.

Proprio nel tempo della sua infermità nelle sue pene e dolori l’ex stregone negro fu visitato da un evangelista indigeno pure lui, il quale gli portò la vera luce, la luce di Gesù Cristo. Lo invitò a portare tutti i suoi peccati alla croce del Golgota, non soltanto i peccati dei pagani ma pure quelli dei cosiddetti « cristiani ». Gli disse che Gesù era venuto per salvare anche lui dai suoi peccati, e purificarlo col Suo sangue prezioso.
Il negro chiese a Dio di perdonarlo e creare in lui un cuore nuovo e un nuovo spirito ben saldo. (Salmo 51:12). Invece di cambiare l’abito esterno, che da pagano era stato « cristianizzato », egli fu liberato realmente dal suo peccato tramite la ferma fiducia nella potenza salvatrice di Gesù. Il negro trovò la grazia d’essere liberato dal tabacco, dall’alcool e da tutte le altre cose malefiche, che avevano rovinato la sua vita. Egli sperimentò la verità che se uno è in Cristo è una nuova creatura e che le vecchie cose sono passate.

Fino al giorno d’oggi in cui scrivo queste righe, questo negro è una testimonianza vivente della grazia salvatrice di Cristo. Egli vive la vita pura, felice e pacifica d’un vero cristiano e ovunque dà una testimonianza gioiosa della potenza purificatrice del sangue prezioso di Gesù Cristo. Dopo aver dato la vita a Dio, l’indigeno fu guarito miracolosamente senza consultare alcun aiuto umano. Quando testimonia della meravigliosa salvezza in Gesù, egli dice: « Prima ero un pagano, dopo divenni pipistrello e ora sono una nuova creatura in Gesù Cristo. Per la grazia di Dio, sono davvero cristiano ».

Caro lettore, in quale posizione ti trovi tu? O sei perduto o sei salvato, o sei vivente in Cristo, o sei morto nei falli e nei peccati. O tu cammini nella luce o sei seduto nelle tenebre. Forse stai cercando di servire a due padroni? Secondo il giudizio del nostro indigeno saresti un « PIPISTRELLO » e con tutta ragione saresti una creatura della notte che sta avanzando.

Perciò . . . . « Uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore » (2 Corinzi 6:17).

Publié dans:meditazioni, missioni |on 18 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

LA FAVOLA DEL PIFFERAIO (da Londra)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27983?l=italian

LA FAVOLA DEL PIFFERAIO

LONDRA, domenica, 18 settembre 2011 (ZENIT.org).- La comunità italiana a Londra, nella nostra parrocchia di Brixton Road, canta a vele spiegate. All’organo, un giovane missionario, un compositore pieno di entusiasmo e dinamismo musicale. Venuto dal profondo Sud, da una città di mare e di vento come Otranto, le sue radici sono poi cresciute a Roma, in Brasile e nella città internazionale di Ginevra, come missionario per gli emigranti. Molte comunità parrocchiali in patria cantano i suoi canti dal sapore tra il classico e il melodico: il suo segreto è interpretare l’anima di un popolo.
Dopo la messa italiana segue quella in portoghese: una nutrita comunità riempie, allora, completamente la chiesa e si cambia registro, timbro e lingua. L’entusiasmo, però, resta il medesimo. Francesco Buttazzo, il giovane missionario, accompagna, allora, alla chitarra il loro canto tradizionale mescolato alle arie dell’Atlantico, che ritrovano con lui una forza e uno splendore rinnovati.
Alle cinque del pomeriggio èuno tsunami di filippini che invadono la nostra Chiesa degli italiani. Alla pianola musicale è sempre il nostro giovane pugliese, che sa adattarsi alle melodie lontane di un’altra cultura dai ritmi lunghi e cadenzati di un altro oceano, l’Indiano. Ancora una volta il suo apporto musicale illumina una tradizione antica di migranti.
Una riflessione viene spontanea. Si ammira la capacità di entrare e di sollevare dal basso una cultura musicale, di innervare una tradizione differente, esaltandola con tutte le proprie energie. Qualità di adattamento e genialità popolare sono come riprese in mano e proposte con potenza: un’arte rara. In fondo, è l’arte di farsi uno di loro, di diventare qualcuno per loro. Ritrovi, così, un soffio possente di vita degno di un leader. Dal campo musicale si potrà, poi, spaziare in qualsiasi altro campo…
Esiste, è vero, un altro stile, un altro dinamismo. Lo si coglie, paradossalmente, proprio sul sagrato della nostra chiesa, ascoltando i nostri emigranti. Avverti che questi italiani – da tanti anni in terra inglese da sentirsi veramente a loro agio – seguono le sorti della nostra patria con vera passione. Nel suo duplice senso. Si fanno interrogativi sulla “musica” che viene eseguita nella nostra società italiana.
Di fronte a un leader che interpreta ed esalta l’anima di un popolo come il nostro compositore, sembra invece di assistere da noi in patria al caso contrario. Pare non si accompagni la musica intessuta da una tradizione, dai valori di una comunità, dalle conquiste e la dignità di un popolo, ma all’inverso, si impone un proprio motivo. Sembra di sentire la melodia effimera di chi si rinchiude nel proprio mondo, che ripete il leitmotif dell’ognuno-per-sè o “dà il la” nel seguire i propri interessi… Non si incoraggiano le energie migliori, le potenzialità di un popolo, le sue forze giovani, le straordinarie capacità, il senso di solidarietà di una comunità intera. Ma si istigano spesso le forze oscure: il senso di divisione, la forza della contrapposizione, la marginalizzazione dell’altro. E tutto finisce per impoverirci dei nostri valori oltre che delle nostre economie.
Così, tra una chiacchiera e l’altra sul nostro sagrato, senti perfino ricordare da qualcuno la favola del pifferaio magico. Quella famosa favola tedesca, in cui l’incanto della musica di un flauto finì per portare tutti i topi del villaggio ad annegare nel fiume vicino. “Ma dove sono i leader che sanno far rivivere i sentimenti migliori della nostra terra – senti, allora, qualcuno interrogarsi – il senso forte di comunità, la fiducia nell’avvenire, il dinamismo e il coraggio senza limiti di noi migranti in un’esperienza di emigrazione che ci ha scossi, travolti e trasformati?”.
Interrogativo che in una luminosa domenica di settembre rimane sospeso nell’aria, assieme alle nostre speranze.

[La Voce degli Italiani - Londra]

Publié dans:missioni |on 19 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

LA BIBBIA STA TRASFORMANDO L’AFRICA

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27523?l=italian

LA BIBBIA STA TRASFORMANDO L’AFRICA

Per padre Mose Adekambi è il fondamento per una nuova società

ROMA, lunedì, 25 luglio 2011 (ZENIT.org).- Molti nigeriani sono in grado di citare la Bibbia a memoria, ma non perché si sono messi lì, con il Vangelo, a fissarsi delle parole nella testa. In una popolazione in cui solo il 68% non è analfabeta, non è quello il modo per memorizzare.
Allora dove imparano la Bibbia i nigeriani? A Messa. Hanno ascoltato la parola di Dio proclamata nelle loro chiese e l’hanno custodita nei loro cuori.
C’è fame della parola di Dio in Africa, afferma padre Mose Adekambi, sacerdote diocesano della diocesi di Porto Nuvue nel Benin.
Padre Adekambi è entrato in seminario da giovane, con il sogno di diventare un semplice prete diocesano. Ma con il tempo e l’incoraggiamento del suo vescovo è stato mandato a Roma ed è diventato uno studioso della Bibbia. Oggi, questa conoscenza la mette in pratica bene come direttore del BICAM, il Biblical Center for Africa and Madagascar.
È responsabile per la promozione della conoscenza della Bibbia per l’intera Africa.
Padre Adekambi ha parlato con il programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, sulla Bibbia in Africa e su come sta determinando un cambiamento sociale.
Padre Mose, prima di parlare del suo lavoro di promozione della Bibbia in Africa, ci parli della sua vita. Quando ha preso coscienza della sua chiamata al sacerdozio?
Padre Adekambi: Ho sentito la mia vocazione quando avevo circa 12 anni, alle elementari. Come ogni altro ragazzo della mia età, volevo fare molte cose nella vita. Volevo essere un medico, un giudice, un insegnante. Volevo anche essere un prete perché giocavo a essere prete come molti altri ragazzi miei coetanei.
I suoi genitori appartenevano alle religioni africane tradizionali. Qual è stata la loro reazione?
Padre Adekambi: I miei genitori sono diventi cattolici da adulti. Io ero già nato quando mia madre è stata battezzata e si è sposata in Chiesa. Io sono cresciuto in una famiglia cattolica e ho ricevuto un’educazione cattolica. Un giorno mi chiedevo cosa avrei voluto fare da grande e mia madre mi ha chiesto: “Tu non sai esattamente cosa vorrai fare?”. Credo che quello stesso giorno ho deciso di diventare sacerdote. Più tardi, nell’ultimo anno delle elementari, dovevo decidere se passare alle superiori o entrare nel seminario minore. Ho scritto al primo sacerdote del Benin, che è cugino di mia nonna.
Il primo sacerdote originario del Benin è cugino di sua nonna?
Padre Adekambi: Esatto. Gli ho scritto dicendo: “Vorrei diventare sacerdote come te”. Lui mi ha risposto dicendo: “Per quest’anno è troppo tardi per entrare nel seminario minore perché la lista è già chiusa e il periodo d’esame è già passato”. Ma essendo un po’ testardo sono anche andato dal parroco dicendo la stessa cosa e lui mi ha accolto e mi ha trovato il modo per entrare in seminario. Sono andato a informare mia nonna e a dirle che volevo diventare sacerdote come suo fratello. Quindi queste sono le due figure che stanno dietro la mia vocazione. Mia madre che inconsapevolmente mi ha spinto a prendere una decisione…
…Inconsapevolmente. Ma quando poi ha preso una decisione, è stata accolta con gioia in famiglia?
Padre Adekambi: Il giorno della mia ordinazione, il 4 agosto 1984, ho pubblicamente ringraziato i miei genitori. E il motivo è semplice: sono il primogenito maschio. Sapevo che per loro era un grande sacrificio e li ho ringraziati perché mi hanno permesso di essere libero. Non hanno mai detto “non lo fare”. Né hanno mai detto “Fai così”. Sapevo che se avessi cambiato idea probabilmente sarebbero stati contenti, per questo li ho ringraziati pubblicamente per avermi dato la libertà di seguire la mia scelta nonostante la sofferenza che so che hanno provato.
Qual è la sfida più grande nel suo sacerdozio, nella sua vocazione?
Padre Adekambi: Essere disponibile. Quando ho deciso di diventare prete e durante la mia ordinazione, ho usato il simbolo dell’acqua piovana. Nella mia lingua abbiamo un detto: “L’acqua piovana è usata senza cura e poi è gettata via”. In Africa usiamo l’acqua del rubinetto e l’acqua piovana. Io volevo essere disponibile, come l’acqua piovana, a Dio e ai miei fratelli e sorelle, per andare incontro alle loro necessità, qualunque cosa avessero bisogno. L’acqua piovana è utilizzata per irrigare i fiori, lavare i piatti, per l’orto, per bere, è usata per ogni cosa. Quindi per me la “disponibilità” è una grande sfida come sacerdote: fare non ciò che voglio io ma ciò che la gente vuole che io faccia…
… e ciò che la gente le chiederà.
Padre Adekambi: Esattamente, perché hanno bisogno di me per quelle cose e in quel modo. Non è facile abbandonare i propri desideri, consegnare la propria libertà agli altri, per servirli in ciò che desiderano. Io lotto per rendermi disponibile e, leggendo i Padri della Chiesa, uno in particolare mi ha colpito. Credo che fosse Alessandro di Gerusalemme, che ha paragonato lo Spirito Santo all’acqua piovana che si adatta a ogni creatura. Ha detto che l’acqua piovana non è la stessa cosa per una palma o per un mango, perché essa si adatta sempre a ciascuna creatura su cui cade.
Così è stato per me una seconda sfida: adattare me stesso a ogni persona. Sono disponibile come Paolo che nella prima Lettera ai corinzi, capitolo 9, ha detto: “mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge…”, ma non è facile.
Perché l’accento sulla Bibbia?
Padre Adekambi: L’accento sulla Bibbia è dovuto al fatto che la Chiesa, soprattutto i vescovi africani, si erano resi conto che non esiste evangelizzazione senza la parola di Dio. Ed era diventato evidente che la parola di Dio non era conosciuta e che la gente aveva fame e sete della parola di Dio. Ora, per esempio, i nigeriani missionari, vescovi o preti, mi dicono che la gente spesso cita la Bibbia a memoria. Hanno grande facilità e amore per la parola di Dio. Per quanto riguarda l’Africa, posso dire che siamo più orientati alla parola di Dio che al libro contenente la parola di Dio.
Perché?
Padre Adekambi: Proprio perché la nostra cultura è in gran parte una cultura orale. Diciamo che una gran parte della popolazione non sa leggere. Se aspettiamo che imparino prima a leggere e scrivere, per poi proclamare la parola di Dio, come facciamo? Quanto dovremmo aspettare? Quindi dobbiamo considerare questo fattore: la dimensione orale della nostra cultura. Come dicevo, la gente in Nigeria è in grado di citare la Bibbia proprio perché ha ascoltato la parola di Dio nelle chiese e riesce a fissarla nella loro memoria.
Grazie a questa tradizione orale…
Padre Adekambi: … la tradizione orale, e non dimentichiamo che secondo il libro del Deuteronomio, la parola di Dio deve essere conservata sulle labbra e nel cuore.
Allora perché tornare alla parola scritta? Perché tornare alla Bibbia?
Padre Adekambi: In qualche modo, è la parola visibile di Dio, in termini sacramentali, è il Libro che è ispirato. Per questo il Libro è importante, ma non dovremmo neanche fissarci solo sul Libro perché avere un significato più ampio della Parola di Dio è utile anche in termini teologici. Io dico sempre alla gente che il capitolo 6 è l’ultimo capitolo preceduto da cinque capitoli su ciò che io chiamo la teologia della Parola di Dio. Quindi è necessaria prima una teologia della Bibbia, per poi avere un buon apostolato della Bibbia.
L’Africa, come è noto, soffre terribili mali sociali come la povertà, la guerra, ecc. Nel promuovere la Bibbia è possibile affrontare alcuni di questi mali? Fa parte del suo lavoro?
Padre Adekambi: La parola di Dio può aiutare molto. Si prenda la Lettera agli ebrei, capitolo 4, in cui si afferma che la parola di Dio è una spada a doppio taglio; scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Se ci si apre alla parola di Dio e la si lascia penetrare, sicuramente le cattive intenzioni vengono messe alla prova e veniamo spinti verso la conversione. Credo che la nostra visione comune sia erronea. Oggi, quando si parla delle questioni sociali in Africa si parla sempre delle cose che vanno male: il problema con i nostri leader, l’odio, la violenza. Ma ciò di abbiamo bisogno è ciò che io chiamo un approccio oggettivo; un approccio incentrato sull’oggetto.
… Che va dritto al cuore.
Padre Adekambi: Esatto. Per risolvere i problemi dell’Africa dobbiamo concentrarci sugli africani, come cambiare i loro cuori, la loro mentalità. La parola di Dio, in questo senso, aiuta molto a cambiare, proprio perché ci spinge alla conversione attraverso le generazioni. Nel 2007 il tema biblico era: “Dove è tuo fratello?”. Stiamo lottando uno contro l’altro? Posso ridefinire l’immagine dei miei fratelli a immagine di Dio? Solo allora impariamo a rispettare i nostri fratelli. Da questo punto passiamo poi a Matteo, capitolo 5: amare i nostri nemici. Questo può aiutarci in Africa. Questo è veramente il nostro principale impegno. Questo è il nostro laboratorio.
Vorrei condividere con voi ciò che ho constatato in Africa, in seguito a questi laboratori. Quando ho visitato il Rwanda – io vado in giro per conoscere ciò che sta avvenendo nel Paese, come parte di questo apostolato – mi è stato detto: “Padre, la lettura in comune della Bibbia è una cosa buona: ci aiuta alla riconciliazione”.
Dopo il genocidio?
Padre Adekambi: Non dobbiamo mai dimenticarlo. Anche in Sud Africa, durante l’apartheid, la Bibbia ha fatto molto in termini di riconciliazione e di aiuto alle persone ad affrontare questioni sociali, compreso l’apartheid e, dopo l’apartheid, per la riconciliazione e la ricostruzione del Paese.
Quindi per lei la Bibbia e la reintroduzione della parola di Dio è un buon fondamento su cui costruire una nuova società?
Padre Adekambi: Ne sono convinto. Questa è la mia speranza per l’Africa. È la mia speranza; il mio sogno. È un sogno realizzato perché l’ho visto in Rwanda. L’ho visto in Sud Africa. L’ho visto in Zambia dove le piccole comunità cristiane, al livello più basso, stanno veramente cercando di staccarsi dalle loro vecchie mentalità e di cambiare il mondo che li circonda, ascoltando la parola di Dio e l’insegnamento sociale della Chiesa.
E mettendola in pratica?
Padre Adekambi: Esattamente. Il significato biblico dell’ascolto è quello di metterla in pratica. Come dice la Lettera di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi”. Quindi siamo chiamati ad ascoltare, tutti noi.
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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per « Where God Weeps », un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.
Aiuto alla Chiesa che soffre
:
www.acn-intl.org

Where God Weeps: www.wheregodweeps.org

FAR INCONTRARE DIO AI GENTILI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25253?l=italian

FAR INCONTRARE DIO AI GENTILI

Mons. Lorenzo Leuzzi ripropone la sfida di Paolo in un nuovo areopago

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 18 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Nel Discorso alla Curia del 21 dicembre del 2009 Benedetto XVI aveva detto: “Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di ‘cortile dei gentili’ dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa”.
Per questo motivo, aveva proposto “al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”.
Ed è da questa indicazione del Pontefice che è nato l’ultimo libro scritto da monsignor Lorenzo Leuzzi, Cappellano di Montecitorio, dal titolo “La questione di Dio oggi. Il nuovo cortile dei gentili” edito dalla Libreria Editrice Vaticana.
Come è noto il Cortile dei Gentili era lo spazio del tempio ove avevano accesso tutti i popoli, e non solo gli Israeliti, per pregare il Dio. A quei tempi i Gentili erano i popoli diversi da Israele, in seguito divennero i popoli che non avevano ancora conosciuto il cristianesimo.
E oggi? Chi sono i gentili e come si fa a farli incontrare con Dio?
Nella presentazione del libro, don Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, ha scritto: “C’è una questione più importante della questione di Dio oggi, riguardo al senso della vita?”.
“Tale questione – spiega dal Covolo – viene collocata dall’autore nel nuovo ‘cortile dei gentili’, cioè in un dialogo rinnovato con la cultura contemporanea”. Così, “a duemila anni di distanza, si ripropone la sfida di Paolo, in un nuovo areopago”.
“Il dilemma della presenza di Dio era già presente in quei tempi, e – rileva Dal Covolo – quando Paolo parlò all’Aeropago, l’esito del discorso fu deludente, si parlò di fallimento, gli ateniesi commentarono ironici e scettici ‘ti sentiremo un’altra volta’”.
“Secondo Paolo – ha scritto il Rettore della PUL – concepire il Vangelo come una filosofia significa introdurre il germe della divisione nella comunità perchè il lieto annuncio una volta ridotto a sapienza umana, rimane agganciato alle argomentazioni più o meno controverse dei filosofi e soprattutto il Vangelo non è più l’annuncio della salvezza che viene da Cristo, ma la salvezza che viene dagli uomini”.
Così la Croce viene svuotata, dice San Paolo, “mentre i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, stoltezza per i pagani, potenza di Dio e sapienza di Dio” (lettera ai Corinzi).
“Nessuno – scrive Agostino – può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo” (commento al Vangelo di Giovanni 2,2).
“Occorre fidarsi del legno della Croce – conclude dal Covolo –, ed è precisamente questo l’approccio alla questione di Dio che monsignor Leuzzi illustra nel cortile dei gentili e nel libro in questione”.
Nel corso della presentazione del volume avvenuta a Roma lunedì 6 dicembre presso la Pontificia Università Lateranense, il Cardinale Camillo Ruini, Presidente del Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, ha spiegato: “Questo libro va al cuore del pensiero di Benedetto XVI. Il confronto tra razionalità e fede, alla luce della novità del battesimo, ne fanno davvero un messaggio prezioso non solo per i credenti”.
“Nel testo – ha evidenziato il porporato – viene spiegato il rapporto che ogni credente deve avere con Dio, come fondamento di quella realtà storica che ognuno di noi è chiamato a costruire, ricordando sempre che il progetto che Egli ha per noi si può conoscere solo alla luce della rivelazione che ci ha fatto tramite il suo unico figlio Gesù Cristo”.
Sebastiano Maffettone, preside della Facoltà di Scienze politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, ha sostenuto che il libro di monsignor Leuzzi è “profondo e coraggioso” perchè documenta “il fallimento epocale del tentativo illuminista di ridurre la teologia a filosofia religiosa” e “contro lo scetticismo che è penetrato dappertutto”.
Maffettone ha aggiunto “il cortile dei gentili è la questione del mondo di oggi. La ricerca della verità, come si affrontano i problemi attuali, trovare un punto di riconciliazione e di incontro tra fede e ragione”.
Nel libro mons. Leuzzi parla della “rivoluzione di Dio”, annunciata da Benedetto XVI durante la Giornata mondiale della gioventù di Colonia, come di una “nuova profezia”.
“Certamente – scrive l’autore – è in atto la rivoluzione di Dio (…) E’ la vittoria dell’Amore, che ama senza distruggere, che attende perchè desidera promuovere, che riscalda e illumina dal di dentro e non dall’esterno”.
“Il cortile dei gentili è davvero nuovo – aggiunge Leuzzi – perchè è finito il tempo della lottizzazione religiosa ed è iniziata la stagione del Dio vivo e vero”.
E ancora: “non c’è spazio per ricerche intellettuali o mistico contemplative perchè il Dio vivo e vero può essere incontrato nella storia”, nella forma di “Amore-Logos”.
Per questi motivi, ha concluso monsignor Leuzzi, “tutti gli uomini, di ogni cultura, di ogni nazione, sono chiamati a partecipare alla vita del nuovo cortile dei gentili, respirando l’aria dell’Amore e disponendosi ad accogliere con gioia in quel formidabile incontro storico e reale che è il Battesimo, vera porta della vita che non avrà mai fine”.

Publié dans:meditazioni, missioni |on 19 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Il Papa ai Vescovi caldei dell’Iraq: perseverate con coraggio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-16962?l=italian

Il Papa ai Vescovi caldei dell’Iraq: perseverate con coraggio

Riceve due ricordi di monsignor Rahho e padre Ganni, entrambi assassinati

di Inma Álvarez

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì 26 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI ha ricevuto sabato scorso in Vaticano i Vescovi della Chiesa caldea, guidati dal Patriarca Emmanuel III Delly, e li ha esortati a “continuare a dare una coraggiosa testimonianza” tra le difficoltà, soprattutto in Iraq.

In un lungo discorso, il Pontefice ha voluto ricordare in modo particolare i cristiani iracheni che subiscono la persecuzione: “Provo ammirazione per il loro coraggio e la loro perseveranza di fronte alle prove e alle minacce di cui sono oggetto”, ha affermato.

Il Papa si è poi mostrato emozionato per aver ricevuto dai Vescovi una cappa pluviale e una stola appartenenti all’Arcivescovo di Mosul, monsignor Paulos Faraj Rahho, e a padre Ragheed Aziz Ganni, assassinati alcuni mesi fa.

Per Benedetto XVI, la testimonianza che i cristiani iracheni stanno dando al Vangelo “è un segno eloquente della vivacità della loro fede e della forza della loro speranza”.

Allo stesso modo, li ha incoraggiati a perseverare “con coraggio e speranza” nonostante le persecuzioni. “La preghiera e l’aiuto dei vostri fratelli nella fede e di numerosi uomini di buona volontà in tutto il modo vi accompagnano perché il volto amorevole di Dio possa continuare a brillare sul popolo iracheno che sopporta tante sofferenze”.

“Agli occhi dei credenti, questi, uniti a Cristo, diventano elementi di unione e speranza. Il sangue dei martiri di questa terra è poi un’intercessione eloquente di fronte a Dio”, ha aggiunto.

In questi momenti difficili, soprattutto per la Chiesa caldea che è maggioritaria nel Paese, il Papa ha chiesto ai cristiani in primo luogo di dare una testimonianza di unità tra loro e di rimanere saldi perché la presenza cristiana rimanga nel Paese, in secondo luogo di praticare la carità nei confronti dei più bisognosi, senza distinzione di religione o di razza.

“Vi esorto vivamente a sostenere i fedeli perché superino le difficoltà attuali e affermino la loro presenza, facendo appello alle autorità responsabili perché riconoscano i loro diritti umani e civili, esortandoli anche ad amare la terra dei loro antenati, alla quale rimangono profondamente legati”, ha affermato.

Proprio la testimonianza della carità “disinteressata della Chiesa”, ha spiegato, richiederà “l’espressione della solidarietà di tutte le persone di buona volontà” verso i cristiani. Per questo, ha chiesto che il maggior numero possibile di fedeli partecipi allo sviluppo delle opere caritative della Chiesa.

Testimonianza di unità

Il Vescovo di Roma ha anche insistito sull’importanza di testimoniare l’unità tra i cristiani in un Paese in cui la Chiesa è divisa in vari riti e tradizioni, sottolineando il ruolo della Chiesa caldea al momento di promuovere questa unità.

“Soprattutto in Iraq – ha ricordato –, la Chiesa caldea, che è maggioritaria, ha una particolare responsabilità nel promuovere la comunione e l’unità del Corpo mistico di Cristo”.

“In ogni eparchia, le varie strutture pastorali, amministrative ed economiche previste dal diritto sono per voi aiuti preziosi per realizzare efficacemente la comunione all’interno delle vostre comunità e favorire la collaborazione”.

Importante è poi il ruolo del Patriarcato nel rapporto con le altre confessioni cristiane e con la maggioranza musulmana.

“Mantenendo relazioni cordiali con i membri di altre comunità, la Chiesa caldea è chiamata a giocare un ruolo essenziale di moderazione in vista della costruzione di una nuova società in cui ciascuno può vivere in concordia e rispetto reciproci”, ha affermato.

I cristiani, “che vivono in Iraq da sempre, sono cittadini a pieno diritto con i loro diritti e doveri, senza distinzione di religione”, ha detto il Papa ai Vescovi. “Oggi la Chiesa caldea, che ha un posto importante tra le varie componenti dei vostri Paesi, deve portare avanti questa missione al servizio dello sviluppo umano e spirituale”.

Un terzo aspetto dell’unità è riferito ai fedeli della diaspora, che il Papa ha esortato a “stringere i legami con la Chiesa d’origine”, chiedendo poi ai cristiani caldei di altri Paesi di soccorrere i loro fratelli iracheni rifugiati.

“E’ indispensabile che i fedeli mantengano la propria identità culturale e religiosa e che i più giovani scoprano e apprezzino la ricchezza del patrimonio della loro Chiesa patriarcale”, ha osservato.

Publié dans:missioni, Papa Benedetto XVI |on 27 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

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