Archive pour la catégorie 'meditazioni'

COSE DA BUTTARE

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COSE DA BUTTARE

Buttiamo via i mormorii Cosa c’è di peggio in una Chiesa che dei credenti che mormorano? Si lamentano di tutto e di tutti, non gli va bene assolutamente niente. Loro stessi non fanno nulla ma giudicano severamente l’operato di chi s’impegna per l’opera di Dio. La Scrittura ci fa un identikit dei mormoratori: « Sono dei mormoratori, degli scontenti; camminano secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce cose incredibilmente gonfie, e circondano d’ammirazione le persone per interesse » (Giuda 1:16). Dio c’invita a buttare via dal nostro cuore i mormorii: « Non mormorate, come alcuni di loro mormorarono, e perirono colpiti dal distruttore » (1 Corinzi 10:10). Ogni credente desideroso di fare la volontà di Dio, deve fare ogni cosa senza mormorii: « Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute » (Filippesi 2:14).

Buttiamo via le nostre giustificazioni Se abbiamo la tendenza a giustificare le nostre debolezze e l’amore per le cose del mondo, smettiamola! Il Seme, cioè la Parola di Dio che è caduto fra le spine, rappresenta coloro che hanno udito, ma se ne vanno e restano soffocati dalle cure e dalle ricchezze e dai piaceri della vita e non arrivano a maturità: « Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità » (Luca 8:14). Quante scuse a volte troviamo, per giustificare le nostre debolezze: « Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: « Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi ».Un altro disse: « Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi ». Un altro disse: « Ho preso moglie, e perciò non posso venire » (Luca 14:18-20). Buttiamo via le nostre giustificazioni e l’amore per le cose del mondo: « Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno » (1 Giovanni 2:15-17).A

Buttiamo via tutte quelle abitudini che non ci permettono di leggere e meditare la Parola di Dio Talvolta ci sono abitudini che ci tolgono il tempo per la lettura e la meditazione della Parola di Dio. Ricordiamoci che senza cibo e senza acqua, l’uomo muore. Allo stesso modo, senza la Parola di Dio, l’uomo è destinato alla morte spirituale. Colui che trascura la Parola di Dio, vede il suo cuore indurirsi giorno dopo giorno: « Perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile, sono divenuti duri d’orecchi, e hanno chiuso gli occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, non comprendano con il cuore, non si convertano, e io non li guarisca » (Atti 28:27). Non è forse vero che mentre l’uomo parla a Dio attraverso la preghiera, Dio parla all’uomo attraverso la Sua Parola? Dio vuole comunicare la Sua volontà: « Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai » (Giosuè 1:8). È Dio che dette questo consiglio a Giosuè che resta valido per ogni generazione. Deve essere presente in ogni sincero credente questo desiderio: « Mi alzo prima dell’alba e grido; io spero nella tua parola. Gli occhi miei prevengono le veglie della notte, per meditare la tua parola » (Salmo 119:147,148). Quanto tempo dedichiamo alla TV? Quanto tempo perdiamo in cose futili ed inutili? Torniamo alla Parola di Dio se vogliamo vedere l’aurora: « Alla legge! Alla testimonianza! » Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui nessuna aurora! » (Isaia 8:20).

Buttiamo via gli aspetti negativi del nostro carattere Un’espressione che l’apostolo Paolo usa al riguardo è: « Gettare via »: « Via da voi ogni amarezza, ogni cruccio e ira e clamore e parola offensiva con ogni sorta di cattiveria! » (Efesini 4:31). Il nostro temperamento deve essere controllato dallo Spirito Santo. Nel momento in cui ciò non avviene, ecco manifestarsi i frutti della carne: « Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutez-za, dolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio » (Galati 5:19-21). Un temperamento controllato dallo Spirito Santo, produrrà invece il frutto dello Spirito: « Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c’è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito » (Galati 5:22-25). Non giustifichiamoci dietro la famosa frase: « Questo è il mio carattere », perché dicendo questo, affermiamo che Dio non può fare più nulla per noi. Dio ci ama così come siamo ma ci ama così tanto da non lasciarci come siamo: « Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato » (1 Corinzi 9:26,27).

Buttiamo via la nostra ansia Quanta apprensione si nasconde talvolta nella nostra vita, che facilmente si trasforma in ansia. Domandiamoci: « Siamo o no figli di Dio? Dio è nostro Padre? » Se soltanto rispondiamo di si a queste domande, non dobbiamo temere di nulla: « Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: « Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo? » Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno » (Matteo 6:25-34). Notiamo in questi versetti l’invito del Signore: « Non siate in ansia ». Gettiamo via da noi ogni sollecitudine ansiosa, perché Dio si prende cura di noi: « Io, il Signore, il tuo Dio, fortifico la tua mano destra e ti dico: Non temere, io ti aiuto! Non temere, Giacobbe, vermiciattolo, e Israele, povera larva. Io ti aiuto », dice il Signore. « Il tuo salvatore è il Santo d’Israele » (Isaia 41:13,14).

Buttiamo via la nostra pigrizia A volte capita d’incontrare cristiani particolarmente pigri: hanno voglia di non fare nulla. La pigrizia è un pericolo da non trascurare. Il grande re Davide cadde in un vortice di peccati a causa della pigrizia: « L’anno seguente, nella stagione in cui i re cominciano le guerre, Davide mandò Ioab con la sua gente e con tutto Israele a devastare il paese dei figli di Ammon e ad assediare Rabba; ma Davide rimase a Gerusalemme. Una sera Davide, alzatosi dal suo letto, si mise a passeggiare sulla terrazza del palazzo reale; dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno. La donna era bellissima » (2 Samuele 11:1,2). Se la pigrizia trovò posto nel cuore di Davide, può trovarla anche nel nostro e in quel caso grande sarà la nostra rovina: « Fino a quando, o pigro, te ne starai coricato? Quando ti sveglierai dal tuo sonno? Dormire un po’, sonnecchiare un po’, incrociare un po’ le mani per riposare. La tua povertà verrà come un ladro, la tua miseria, come un uomo armato » (Proverbi 6:9-11). La via del pigro conduce velocemente alla povertà come dimostrano i seguenti versetti: – Proverbi 13:4 « Il pigro desidera, e non ha nulla, ma l’operoso sarà pienamente soddisfatto. – Proverbi 15:19 « La via del pigro è come una siepe di spine, ma il sentiero degli uomini retti è piano ». – Proverbi 19:15,24 « La pigrizia fa cadere nel torpore, e la persona indolente patirà la fame ». Il pigro tuffa la mano nel piatto e non fa neppure tanto da portarla alla bocca ». – Proverbi 20:4 « Il pigro non ara a causa del freddo; alla raccolta verrà a cercare, ma non ci sarà nulla ». – Proverbi 21:25 « I desideri del pigro lo uccidono, perché le sue mani rifiutano di lavorare ». – Proverbi 26:15 « Il pigro tuffa la mano nel piatto; e gli sembra fatica riportarla alla bocca ». – Ecclesiaste 10:18 « Per la pigrizia sprofonda il soffitto; per la rilassatezza delle mani piove in casa ». Buttiamo via da noi la pigrizia: « Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore » (Romani 12:11). Rimbocchiamoci le maniche perché le campagne sono bianche da mietere e gli operai sono pochi: « E diceva loro: « La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse perché spinga degli operai nella sua mèsse » (Luca 10:2).

Buttiamo via i giudizi Gesù dice – e la nostra esperienza lo ha più volte dimostrato – che è più facile vedere la pagliuzza che è nell’occhio del fratello, che la trave che è nel nostro occhio, è più facile che ingoiamo il cammello, mentre filtriamo il moscerino. I difetti degli altri sono come gli anabbaglianti della macchina: sono sempre quelli degli altri che ci danno fastidio: « Non giudicate, affinché non siate giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? O, come potrai tu dire a tuo fratello: « Lascia che io ti tolga dall’occhio la pagliuzza », mentre la trave è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave, e allora ci vedrai bene per trarre la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello » (Matteo 7:1-5). È facile giudicare gli altri, più difficile giudicare noi stessi: « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente; ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità » (Matteo 23:27,28). L’ipocrita era una maschera teatrale, dietro la quale si nascondeva l’attore. Buttiamo via da noi questa maschera, mostriamo il nostro vero volto, perché solo così saremo meno severi con gli altri. Talvolta capita che proprio quando viviamo una vita non conforme alla volontà di Dio, che diventiamo troppo severi con gli altri, come accadde a Davide: « Davide si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: « Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita la morte e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà ». Allora Natan disse a Davide: « Tu sei quell’uomo! » (2 Samuele 12:5-7). Impara ad essere tollerante verso gli sbagli degli altri come lo sei con te stesso e soprattutto guarda gli altri non dimenticando che Gesù è morto anche per loro.

Buttiamo via la gelosia e l’invidia Secondo un’enciclopedia, la gelosia è: « Invidia, rivalità », mentre l’invidia è: « Sentimento di rancore e d’astio per la felicità o le qualità degli altri ». La gelosia che porta alla contesa è prova di carnalità nella chiesa: « Fratelli, io non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma ho dovuto parlarvi come a carnali, come a bambini in Cristo. Vi ho nutriti di latte, non di cibo solido, perché non eravate capaci di sopportarlo; anzi, non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali. Infatti, dato che ci sono tra di voi gelosie e contese, non siete forse carnali e non vi comportate come qualsiasi uomo »? (1 Corinzi 3:1-3). Invidia e gelosia verso dei fratelli sono dunque sentimenti negativi presenti in coloro che non gioiscono del bene e delle qualità altrui, ma se ne irritano perché le vorrebbero per sé. È mancanza di amore e di sottomissione a Dio nello accettare la « misura della fede » che Lui ci ha assegnata. Gelosia per un dono di predicazione che può farci ombra, per una famiglia ordinata e sottomessa a Dio, per un’intesa profonda fra coniugi, per l’apprezzamento che altri fratelli ottengono. Invidia e gelosia, finché non generano contese e altri guai, possono non trasparire all’esterno, ma rodono il nostro rapporto col fratello e rovinano la nostra vita spirituale. Un esame interessante sarebbe accertare quando proviamo nel nostro cuore (spesso senza rendercene chiaramente conto) il compiacimento per le disgrazie degli altri. Se riusciamo ad essere sinceri fino in fondo, credo che dovremmo vergognarci e gridare al Signore. Tendenziosità, sospetto, cattiva intenzione presunta negli altri, modo negativo di considerare il fratello, compiacimento per gli errori altrui: tutti sentimenti purtroppo diffusi che restano dentro, ma che avvelenano sovente i rapporti e preparano a guasti più clamorosi.

Buttiamo via l’ira e la collera Quest’impeto dell’animo improvviso e violento che si rivolge contro qualcuno o qualcosa, quest’infiammarsi, accendersi, avvampare, ardere d’ira, non deve essere presente nella vita del credente: « Sia ogni uomo lento all’ira, perché l’ira dell’uomo non mette in opera la giustizia di Dio » (Giacomo 1:19). L’ira dell’uomo è sempre vista negativamente. Nella parabola del figlio prodigo, il fratello maggiore si adira e non vuole entrare nel banchetto d’amore: « Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. Ma egli rispose al padre: « Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato » (Luca 15:28-30). L’ira è sempre condannata da Gesù: « Chiunque s’adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale » (Matteo 5:22). Ira e collera sono fra le cose da deporre: « Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene » (Colossesi 3:8). Le parole di Efesini 4:26: « Adiratevi e non peccate, il sole non tramonti sopra la vostra collera », non esortano all’ira, significano piuttosto: « Mostrate sdegno, però, attenti a non peccare » (TILC) e non rimanete in quest’atteggiamento. « Sia tolta via ogni ira » (v. 31). Fruga negli angoli più remoti della tua vita, forse si è ammucchiata tanta spazzatura: non risparmiarla, buttala via.

Publié dans:meditazioni |on 19 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

«CHI È IL MIO PROSSIMO?» (Lc. 10,29)

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«CHI È IL MIO PROSSIMO?» (Lc. 10,29)

San Severo d’Antiochia *

Severo fu patriarca di Antiochia dal 512 al 518. L’imperatore Giustiniano I lo depose a motivo della sua opposizione alla formula del Concilio di Calcedonia (451) che affermava che Cristo èuno in due nature. Da allora Severo visse in Egitto, dove morì nel 538. La sua importante opera letteraria è stata pubblicata soltanto in parte. Studi recenti hanno provato che il monofisismo di Severo d’Antiochia deriva più da una confusione di vocabolario che da un errore vero e proprio. Chi è il mio prossimo? Tutti gli uomini. Leggendo questa bella pagina si comprende meglio la ragione profonda di questa «prossimità»: da un lato ogni uomo ha bisogno di essere sanato perché la natura umana, nella sua indigenza, non sussiste senza l’aiuto degli altri. D’altra parte, l’amore stesso rende ciascuno di noi «prossimo» all’altro.

Fa’ questo e vivrai (Lc. 10,28). Quando però il dottore della Legge, prendendo a pretesto il desiderio di istruirsi, interrogò di nuovo Gesù, gli pose questa domanda: « Chi dobbiamo considerare come quel prossimo che la Legge comanda a tutti di amare come se stessi?» Allora il nostro Salvatore diede questa risposta sotto forma di parabola: «Un uomo andava da una città a un’altra. Assalito dai briganti, fu preso, spogliato dei suoi vestiti e ferito. Era ormai tutto una piaga e giaceva mezzo morto. Lo vide un sacerdote, volse altrove lo sguardo e se ne andò. Anche un levita lo vide, ma non se ne prese cura: anziché commuoversi e provare dolore, non si fermò davanti a questo spettacolo che pure avrebbe dovuto suscitare in lui grandissima compassione. Alla fine un samaritano, che passava per quella strada, si trovò davanti a quell’uomo disteso a terra: non lo guardò solo con gli occhi, ma lo fissò con la preoccupazione misericordiosa del cuore. Inginocchiandosi davanti a lui, curò le sue piaghe con i rimedi convenienti: vi versò sopra vino e olio e le fasciò con amorosa diligenza. Lo mise poi su un asino e lo condusse a un albergo, dove chiese che fosse trattato con grande sollecitudine». Dimmi ora, dottore della Legge, senza scrutarmi con quello sguardo cattivo, chi è il prossimo per te? Ma per colui che aveva bisogno di essere assistito, chi è mai divenuto il prossimo se non l’uomo che si è dimostrato tale per il suo comportamento? Tu pensi spesso, nella tua ignoranza, che il tuo prossimo sia colui che condivide la tua stessa reli9ione o la tua stessa nazionalità. lo invece dico e definisco come prossimo chi partecipa alla tua stessa natura ed è uomo come te. Come vedi, infatti, colui che se ne andava a testa alta a motivo della sua dignità di sacerdote, e l’altro che si vantava del suo titolo di levita e compiva le funzioni del ministero sacerdotale secondo la Legge, tutti e due ostentavano, come fai anche tu, di conoscere i comandamenti divini. E tuttavia non pensarono neppure lontanamente che quel poveretto che apparteneva alla loro razza ed era là nudo, coperto di gravissime ferite, steso a terra quasi sul punto di morire, era un uomo come loro: lo disprezzarono come se fosse una pietra o un pezzo di legno abbandonato. Il samaritano invece, che non conosceva i comandamenti della Legge e che da voi è considerato pazzo e ignorante – perché addirittura un saggio ha parlato così: Gli abitanti della montagna di Samaria, i Filistei e il popolo stupido che abita a Sichem (Eccli. 50,28) – il samaritano riconobbe la natura umana e comprese chi è il prossimo. Così colui che voi giudici considerate tanto lontano, si è fatto vicinissimo per chi aveva bisogno di rimedio. Non restringere dunque in una meschinità giudaica e in una misura limitata la definizione di «prossimo»; non pensare che solo gli uomini della tua razza siano il tuo prossimo: il prossimo infatti è ogni persona su cui si riversa il tuo spirito di carità.

* Homilia LXXXIX: P.G. 23 – pp. 370-372.

 

LA DOLCEZZA VERSO NOI STESSI – SAN FRANCESCO DI SALES *

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LA DOLCEZZA VERSO NOI STESSI – SAN FRANCESCO DI SALES *

Francesco di Sales (1567-1622) manifestò fin da giovanissimo i segni della propria vocazione all’apostolato sacerdotale. Fattosi sacerdote dopo di aver frequentato gli studi a Parigi e a Padova, dapprima viene nominato parroco della Chiesa di Ginevra, e si dedica all’evangelizzazione degli abitanti del Chiablese onde ricondurli al cattolicesimo. Nel 1602, viene eletto vescovo di Ginevra, ed è proprio sotto la sua direzione che Santa Giovanna di Chantal fondò la Visitazione. Dolcezza, affabilità, carità ed una delicata bonomia, caratterizzano tutta la sua vita ed i suoi scritti, nascondendo, al tempo stesso, un temperamento bollente che nell’abbandono totale alla grazia di Dio ha saputo trovare il proprio equilibrio e la propria pace. Fra gli usi che dovremmo saper fare della dolcezza, il migliore è quello di applicarla a noi stessi, senza provare mai risentimento né contro di noi, né contro le nostre imperfezioni. Infatti, anche se la ragione vuole che, una volta compiuto un errore, ne siamo contristati e pentiti, tuttavia è necessario non indulgere ad un dispiacere arido ed amaro, stizzoso e collerico. Ne consegue che commettono un grande errore tutti coloro che, dopo la collera, si irritano per essersi irritati, si affliggono della loro stessa afflizione, si stizziscono della propria stizza. In questo modo tengono continuamente il loro cuore immerso ad ammollire nella collera; con la conseguenza che la seconda collera altera la prima, sì da servire di avviamento e di passaggio ad un’altra ancora, alla prima occasione che si dovesse presentare. Senza parlare, poi, del fatto che tali risentimenti, collere, stizze, che proviamo contro noi stessi, tendono all’orgoglio, e la loro origine non è nient’altro che l’amore di sé, amore che si turba e si preoccupa della nostra imperfezione. Il dispiacere che proviamo per le nostre mancanze deve dunque essere pacato, calmo e fermo… Noi possiamo correggerci più con pentimenti sereni e costanti, che non mediante pentimenti pieni di acrimonia, affrettati e collerici; tanto più che tali pentimenti, fatti con impeto, non sono conseguenza diretta della gravità della nostra colpa, bensì delle nostre inclinazioni. Per esempio, colui che predilige la castità, mentre proverà risentimento ed acredine sproporzionati alla mancanza che commetterà contro di essa, fosse anche minima, non farà, invece, che sorridere di una grossolana maldicenza da lui provocata e sostenuta. AI contrario, colui che odia la maldicenza, si tormenterà di essersi reso colpevole di una mormorazione leggera, e non terrà assolutamente conto di una grave mancanza contro la castità, così come di altri errori. Tutto ciò è dovuto esclusivamente al fatto che essi non giudicano la loro coscienza secondo ragione, ma secondo passione. Credetemi, come i rimproveri di un padre, fatti dolcemente e con amore hanno per la correzione del figlio un effetto ben maggiore delle collere e dello sdegno, così quando il nostro cuore commette qualche mancanza è da noi ripreso con rimproveri dolci e suadenti – mostrando nei suoi riguardi più compassione che passione e lo incorraggiamo ad emendarsi – il pentimento che se ne otterrà s’impossesserà maggiormente di esso e lo penetrerà più e meglio di quanto non possa fare un pentimento stizzoso, irritato e tempestoso… Risollevate dunque il vostro cuore con dolcezza quando cadrà, umiliandovi profondamente davanti a Dio perché avete conosciuto la vostra miseria, senza però meravigliarvi in nessun modo della vostra caduta, in quanto non può destare stupore il vedere !’infermità inferma, la debolezza debole, la miseria meschina. Pertanto, detestate con tutte le vostre forze l’offesa da voi fatta a Dio e, con grande coraggio e fiducia nella sua misericordia, riprendete il cammino lungo la strada della virtù che avete abbandonato.

* Introduction à la vie dévote, 3″ parte, cap. IX. Per facilitare la lettura, sono state apportate alcune modifiche di vocabolario

Publié dans:meditazioni, Santi |on 19 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

DA PICCOLI INDIZI, LO STUPORE DELLA FEDE

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DA PICCOLI INDIZI, LO STUPORE DELLA FEDE

Gli apostoli Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto. Pietro vide. Giovanni vide e credette. Intervista con Jean Galot, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana

Intervista con Jean Galot di Gianni Valente

Erano pescatori di Galilea, gente concreta. Altro che visioni interiori. Dopo quel che era successo sul Calvario, se ne erano tornati a casa, ben chiusi dentro «per timore dei giudei». Lui era morto davvero, e perciò realmente, per quei poveretti, era finito tutto.
Ma quella domenica mattina, davanti al sepolcro vuoto, qualcosa, in quella dolorosa ma realistica rassegnazione, si incrinò.
Il gesuita Jean Galot, 81 anni, professore emerito di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana, è tornato di recente su quella scena. In un saggio pubblicato sulla Civiltà Cattolica, zeppo di riferimenti a recenti studi esegetici e a documentate ricerche sugli usi funerari dell’antico mondo ebraico, ha accompagnato Giovanni e Pietro sulla soglia del sepolcro. Cercando di discernere perché, in quel momento, Giovanni ebbe la prima, inizialissima percezione che invece avevano vinto.
Il saggio di padre Galot ha un titolo pieno di suggestione: Vedere e credere. Perché tutto è ricominciato così. Quando i suoi, che Lo avevano visto morto, con gli stessi sensi Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto.

Il totale e alcuni particolari di Gesù risorto e Tommaso, di Santi di Tito (1536-1603), Cattedrale di Sansepolcro, Arezzo
Il totale e alcuni particolari di Gesù risorto e Tommaso, di Santi di Tito (1536-1603), Cattedrale di Sansepolcro, Arezzo
Ricordiamo i fatti. Quella mattina, Maria Maddalena tornò dicendo che la pietra del sepolcro era stata ribaltata…
JEAN GALOT: E subito, a quella notizia, due discepoli, Pietro e Giovanni, corsero al sepolcro per vedere cosa era successo. Giovanni, correndo più veloce, arrivò per primo, ma non entrò. Si limitò a sbirciare dalla porta i teli che erano ancora là. Poi arrivò Pietro, entrò per primo nel sepolcro, vide ciò che c’era. Giovanni entrò dietro di lui…
Rispetto a ciò che si trovano davanti, il resoconto del Vangelo registra la differente percezione dei due: Pietro «vide», Giovanni «vide e credette»…
GALOT: Pietro è colpito, quasi turbato da ciò che vede, ma rimane in una condizione di perplessità. In Giovanni, lo stupore è ancora più grande, perché in lui c’è una prima, embrionale intuizione del mistero della resurrezione.
Questa diversità di reazione cosa significa?
GALOT: Non vuol dire che la fede di Pietro sia minore di quella di Giovanni. Ma indica certo una diversità di temperamento tra i due. La fede di Pietro ha, per così dire, bisogno di più tempo. A Pietro serve tempo per cogliere la realtà di ciò che vede. Quando Gesù aveva chiesto agli apostoli «Voi, chi dite che io sia?», questa domanda era stata posta dopo un lungo tempo di convivenza, durante il quale Gesù aveva fatto emergere ciò che Lui era. In quell’occasione, fu proprio Pietro a rispondere in maniera sorprendente. Aveva avuto il tempo di osservare e meditare. La sua risposta sollecita era il risultato di una convivenza prolungata nel tempo. Al sepolcro, Giovanni, pur nella scarsità degli indizi, coglie, anche se in forma iniziale, come sono andate realmente le cose. Che cioè il corpo non è stato rubato, ma Gesù è uscito vivo, nel suo corpo risorto, dai teli che lo avvolgevano. Anche un altro episodio, accaduto dopo, conferma la maggior attitudine intuitiva di Giovanni. Quando Gesù appare sulla riva del lago e invita gli apostoli a gettare le reti dalla parte destra della barca, dinanzi alla pesca miracolosa, è Giovanni che riconosce subito Gesù: «Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la tunica, e si gettò in mare» (Gv 21, 7). Anche in questo caso, Giovanni riconosce subito l’autore del miracolo, mentre Pietro sembra più concentrato sul risultato del miracolo, preoccupato dei problemi che poneva la quantità di pesci. È una situazione analoga a quella verificatasi nella visita al sepolcro vuoto, dove Pietro aveva concentrato il suo sguardo su ciò che testimoniava la sparizione del corpo, mentre Giovanni vi aveva colto il segno della resurrezione. Lo sguardo più penetrante di Giovanni, attraverso il sepolcro e i segni che rimanevano della presenza di Gesù, iniziava ad entrare nella fede pasquale.
Questa maggiore intelligenza degli indizi, anche di quelli più piccoli, ha a che fare con il fatto che Giovanni era il discepolo prediletto da Gesù?
GALOT: La predilezione di Gesù nei suoi confronti lo aiutava ad aprire gli occhi, a far coincidere, per quanto possibile, il suo modo di vedere le cose con il modo di Cristo. Ma pur nella sua maggior immediatezza d’intuizione, Giovanni appare rispettoso dell’autorità di Pietro. Non rivendica per sé alcuna autorità, alcun primato. Arrivato per primo al sepolcro, non entra, si ferma sulla soglia e attende che Pietro entri per primo, nonostante fosse curioso di vedere cosa c’era dentro. E poi avrebbe certo desiderato di condividere l’iniziale riconoscimento di quanto era accaduto nel sepolcro con il suo amico Pietro, ma si rendeva conto che il tempo di questa condivisione, di questa corrispondenza di sguardo non era ancora giunto. E allora non urge, non impone la sua maggiore acutezza di sguardo, rispetta il tempo necessario a Pietro per giungere a riconoscere la stessa realtà.
Ma cosa c’era, lì dentro? Cosa hanno veramente visto i due?
GALOT: Alcuni recenti studi esegetici hanno precisato il reale contenuto del testo, segnalando alcune imprecisioni delle traduzioni correnti che possono sviare la comprensione [vedi box]. Il primo errore è che molte versioni traducono con il vocabolo bende la parola greca ¶yónia, che in realtà indicava tutti i teli funerari in cui venivano fasciati i defunti, compresa la sindone, il telo più ampio, che avvolgeva tutto il corpo. Inoltre, a sentire molte versioni correnti, i suoi apostoli avrebbero visto i teli caduti a terra, e il sudario (il fazzoletto arrotolato che veniva legato intorno al volto del defunto, per tenergli chiusa la bocca) posto «in disparte, ripiegato in un luogo diverso». Invece, secondo traduzioni recenti e accurate, basate su un’attenta analisi grammaticale dell’originale greco, tutto era rimasto al suo posto. Anche il sudario non era stato spostato, ma era rimasto giacente in mezzo ai teli. Lo si distingueva, in rilievo, sotto la sindone ormai afflosciata.
Sono dettagli così importanti?
GALOT: Aiutano a intuire cosa suscitò lo stupore e l’inizio di fede in Giovanni. Se il corpo fosse stato portato via da qualcuno, i teli non sarebbero rimasti intatti nello stesso luogo, e il sudario sarebbe stato tirato fuori dai teli e messo da parte, al momento della sparizione, proprio come sembrano indicare molte traduzioni correnti. Invece il corpo di Gesù non c’era più, ma tutto il resto – i teli, il sudario – era rimasto nello stesso posto. Addirittura il sudario era rimasto avvolto nei teli, al suo posto iniziale. Giovanni forse, davanti a quella vista, intuì che Gesù non lo aveva portato via qualcuno, ma che era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa alla sindone e al sudario che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi, lasciando tutte le cose intatte. Erano i segni di un intervento soprannaturale, che aveva sottratto il corpo di Gesù alla collocazione che aveva nel sepolcro senza sconvolgere nessuno dei teli adoperati per la sepoltura. Per questo si può dire che lì, davanti ai teli giacenti, iniziò a riconoscere l’evento della resurrezione.
Un evento che pure Gesù aveva più volte annunciato…
GALOT: Ogni volta che aveva accennato alla sua passione, Gesù aveva aggiunto che il terzo giorno il Figlio dell’uomo sarebbe risorto. Eppure, dopo la sua crocifissione, nessuno ricordava queste parole. Molti non se ne ricorderanno neppure quando lo vedranno risorto. Le avevano dimenticate tutti, tranne Maria, colei che per nove mesi aveva portato nel proprio grembo quel corpo, lo stesso corpo che avevano crocifisso. Si può dire che, durante quei tre giorni, tutta la speranza del mondo fu custodita solo da Maria. Giovanni stesso aveva udito più volte le parole di Gesù che annunciavano la resurrezione. Era stato, con Pietro e Giacomo, presente all’evento della trasfigurazione, quando Gesù si era raccomandato di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, «se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti». Loro avevano obbedito al comando, «domandandosi però cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9, 9. 10). Quindi Giovanni avrebbe dovuto essere preparato ad accogliere il mistero della resurrezione. Eppure quelle parole gli ritornano alla memoria solo quando vede la sindone e il sudario rimasti intatti nel sepolcro dopo che Gesù ne è uscito vivo. L’inizio della sua adesione alla fede, come viene riportato nel testo evangelico, è causato da ciò che ha visto nel sepolcro. È suscitato da indizi esigui, ma reali, visibili.
Come cresce, per Giovanni, questo inizio? Forse attraverso una riflessione religiosa?
GALOT: In quella prima esperienza presso il sepolcro vuoto, Giovanni aveva avuto soltanto un’idea vaga e indiretta della resurrezione di Gesù Cristo. Constatando la sua assenza dal sepolcro, aveva forse intuito il modo soprannaturale in cui essa si era verificata. Ma solo le apparizioni di Gesù nei quaranta giorni che seguono, i contatti concreti col Risorto gli permettono di fondare con certezza la sua missione di testimone. In quei loro incontri Gesù si manifesta per suscitare la fede, per procurare alla fede un fondamento oggettivo più evidente. Non esita a mostrare il suo corpo con insistenza, un corpo che porta ancora i segni della crocifissione. Rafforza il vedere per far sorgere il credere. Con il moltiplicarsi degli indizi, si passa da una prima intuizione al riconoscimento di una realtà inimmaginabile, di un fatto reale che si rivela più grande e sorprendente di ogni attesa.
E questo accade a un gruppetto di ebrei impauriti e rassegnati, poco propensi a visioni mistiche, dopo che tutto era finito.
GALOT: Il punto di partenza del movimento della fede, a cominciare dagli indizi del sepolcro vuoto, è sempre una realtà visibile. Questo fattore è importante, perché smentisce coloro che interpretano la fede nella resurrezione di Gesù Cristo come una mera convinzione intima. Spazza via tutte quelle tesi idealiste secondo cui i discepoli si convinsero che Gesù era risorto, proiettando in questa autosuggestione i propri sentimenti soggettivi di amore verso il loro Maestro. Invece, è perché hanno visto il Signore risorto che hanno creduto. La fede nasce dal riconoscimento di realtà visibili. Non è un’opera mentale soggettiva che si sarebbe creata il proprio oggetto. Sant’Agostino, nel De civitate Dei, sottolinea come su questo aspetto il fatto cristiano sia esattamente l’opposto della dinamica del sentimento religioso che nasce dall’uomo, rappresentato dalla religione imperiale che divinizza i destinatari delle propre devozioni: «Illa illum amando esse deum credidit; ista istum Deum esse credendo amavit», «Roma, siccome amava Romolo, lo credette Dio. La Chiesa, invece, siccome riconobbe che Gesù Cristo era Dio, lo amò».
Oggi tanti maestri spirituali, nella Chiesa, insegnano che la purezza interiore della fede non ha bisogno di indizi esteriori. Una fede che dipende dal vedere e dal toccare sarebbe, a sentir loro, rozza e grossolana.
GALOT: Eppure la testimonianza degli apostoli è stata questa. La loro fede è tutta nella semplicità di una constatazione, inizia in loro quando Lo hanno visto e Lo hanno toccato risorto. Quando Pietro cerca di individuare un sostituto di Giuda nel collegio apostolico, usa un unico criterio: chi subentra a Giuda dovrà essere un testimone non della vita ma della resurrezione di Gesù. Gli apostoli sono i testimoni oculari della resurrezione di Gesù. E tutto è affidato e sospeso alla loro esperienza, visto che Gesù non ha lasciato un suo insegnamento scritto, una dottrina spirituale codificata. Insomma, all’origine della fede della Chiesa nella resurrezione c’è stato un vedere. E la fede della Chiesa non potrà mai essere separata da questo vedere iniziale, e troverà sempre il suo fondamento nell’esperienza fatta dagli apostoli e nella loro testimonianza. Come scrive sempre nel De civitate Dei sant’Agostino: «Resurrexit tertia die sicut apostoli suis etiam sensibus probaverunt», «È risorto il terzo giorno, come gli apostoli, anche con i sensi, hanno verificato».

Publié dans:meditazioni, STUPORE (LO) |on 12 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN BERNARDO, ABATE – BISOGNA MEDITARE I MISTERI DELLA SALVEZZA

http://www.meditazionecristiana.it/meditare-con-i-padri-dela-chiesa/SBERNARDOMEDITAREIMISTERIDELLAsALVEZZA.docx/view

DAI «DISCORSI» DI SAN BERNARDO, ABATE

Disc. «De aquaéductu»; Opera omnia, edit. Cisterc. 5 [1968] 282-283)

BISOGNA MEDITARE I MISTERI DELLA SALVEZZA

Il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio (cfr. Lc 1, 35), fonte della sapienza, Verbo del Padre nei cieli altissimi.
Il Verbo, o Vergine santa, si farà carne per mezzo tuo, e colui che dice: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 10, 38) dirà anche: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo» (Gv 16, 28).
Dunque «In principio era il Verbo», cioè già scaturiva la fonte, ma ancora unicamente in se stessa, perché al principio «Il Verbo era presso di Dio» (Gv 1, 1), abitava la sua luce inaccessibile. Poi il Signore cominciò a formulare un piano: Io nutro progetti di pace e non di sventura (cfr. Ger 29, 11). Ma il progetto di Dio rimaneva presso di lui e noi non eravamo in grado di conoscerlo. Infatti: Chi conosce il pensiero del Signore e chi gli può essere consigliere? (cfr. Rm 11, 24). E allora il pensiero di pace si calò nell’opera di pace: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14); venne ad abitare particolarmente nei nostri cuori per mezzo della fede. Divenne oggetto del nostro ricordo, del nostro pensiero e della nostra stessa immaginazione.
Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea si sarebbe potuto fare di Dio l’uomo, se non quella di un idolo, frutto di fantasia?
Sarebbe rimasto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato. Dirai: Dove e quando si rende a noi visibile? Appunto nel presepio, in grembo alla Vergine, mentre predica sulla montagna, mentre passa la notte in preghiera, mentre pende sulla croce e illividisce nella morte, oppure mentre, libero tra i morti, comanda sull’inferno, o anche quando risorge il terzo giorno e mostra agli apostoli le trafitture dei chiodi, quali segni di vittoria, e, finalmente, mentre sale al cielo sotto i loro sguardi.
Non è forse cosa giusta, pia e santa meditare tutti questi misteri? Quando la mia mente li pensa, vi trova Dio, vi sente colui che in tutto e per tutto è il mio Dio. E’ dunque vera sapienza fermarsi su di essi in contemplazione. E’ da spiriti illuminati riandarvi per colmare il proprio cuore del dolce ricordo

UN SILENZIO ABITATO DA DIO

http://www.eremosangiorgio.it/documenti/Silenzio%20abitato%20da%20Dio.doc.

UN SILENZIO ABITATO DA DIO

È un fatto da tutti constatabile che il bisogno di silenzio è ormai una esigenza imprescindibile di ogni uomo. Le grandi città raggiungono momenti di parossistica eccitazione e si avverte un crescente bisogno di calma.
D’altra parte uno dei più gravi pericoli che corre il cristiano d’oggi è lo svuotamento e l’inaridimento dello spirito, la perdita della dimensione interiore e personale della fede, della vita cristiana, quindi l’annebbiamento delle realtà spirituali. Dio, la vita interiore, la preghiera, l’unione con Dio, rischiano oggi di perdere consistenza e spessore, di diventare evanescenti e marginali. A ciò contribuisce enormemente il modo di pensare, di sentire e di vivere proprio del nostro tempo.
La civiltà industriale, della tecnica, dell’elettronica è ormai definita come la civiltà del rumore. È difficile ormai fare silenzio, trovare il silenzio, abituarsi alle pause di silenzio quando si riesce a trovarne. I fine settimana diventano momenti di fatica e di rumore invece di salutari pause di riflessione.
Passando per le nostre affollate città si avverte un eccesso di suoni in disarmonia, ripetuti con insistenza e ossessione, che colpiscono l’orecchio e il sistema nervoso e come conseguenza danneggiano lo stesso equilibrio psichico. Non solo, ma questo sistema di esistenza, spesso subìto inconsciamente, è venuto anche a rompere i ritmi biologici umani più profondi. Non fosse altro che per questo, il silenzio oggi, si pone come un bisogno all’interno delle situazioni di crisi che investono il pianeta a tutti i livelli, da quello umano a quello ecologico. Dobbiamo ancora ripetere che questo frenetico sistema di vita non lascia spazio nemmeno a Dio e, come si accennava, alle realtà spirituali. L’uomo ha paura del silenzio perché, inconsciamente o no, ha eliminato la fonte del proprio silenzio, che è Dio.
Se so da dove proviene il silenzio, lo accetto. È possibile accettare il silenzio soltanto se si conosce la fonte da cui proviene. Avendo eliminato Dio, il silenzio è diventato inaccettabile. Se Dio esiste, deve darsi da fare, altrimenti è un falso Dio. Anche noi, oggi, percepiamo il silenzio come un’assenza, come un vuoto. Non riusciamo a concepire un silenzio «abitato» da Qualcuno.
Noi cerchiamo sempre di spiegare, mai di rispondere con il silenzio. Nel silenzio, l’uomo si sente solo. Non accettiamo il silenzio e non riusciamo a fare silenzio perché abbiamo paura della solitudine. Per accettare il silenzio, bisogna essere in compagnia di qualcuno. Per non essere costretto ad affrontare il silenzio, l’uomo cerca di riempire ogni angolo di tempo e di spazio: «Dove mi trovo?… a che punto sono?… che ora è… cosa sto facendo?». È il terrore di non sapere dove si è, quale posto si occupa, quale ruolo si svolge.
L’esperienza contemplativa insegna la disciplina del silenzio come esclusione di ogni essere rumoroso e di ogni chiacchiera inutile che ne violerebbe gli spazi. Il vero saggio si esprime in poche parole, e nello stesso tempo la sua parola è silenzio, ciò che egli dice viene dal cuore e non soltanto dalla punta della lingua. Le sue parole scaturiscono da una profonda meditazione.
Solo chi è sceso in profondità nella propria solitudine e vi ha incontrato Dio è veramente capace di comunione anche con gli uomini, con tutti, senza discriminazioni. È stata l’intuizione anche di Bonhoeffer: solo chi è capace di solitudine è capace di comunione e dunque può contribuire davvero a costruire la comunità, e solo chi è capace di comunione può vivere una solitudine che non uccida. La ricerca della comunità e degli altri, se non si è arrivati a riconoscere e accettare la propria solitudine esistenziale, è fuga da se stessi; e la solitudine, magari per dedicarsi alla preghiera, che rifiuta gli altri e la comunità non porta ad alcun incontro, neanche con Dio: è una solitudine che uccide.
Il vero, profondo e vissuto silenzio rende possibile la presenza e la trasparenza di una persona; silenzio inteso e visto non solo e semplicemente come mezzo, strumento, ma come pienezza di vita. Il silenzio è il dono dell’eternità, è una profonda realtà, è sorgente di vita.
Il silenzio è una eredità che ci viene da Dio stesso. La vita esce da una realtà silenziosa; nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa… «il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal trono regale» (Sap 18,14-15).
Un uomo come Lanza del Vasto proponeva questa massima: «Taci molto per avere qualcosa da dire che valga la pena di essere sentita. Ma ancora taci, per ascoltare te stesso».
La bontà di ogni parola detta è proporzionata alla maturazione avvenuta nel silenzio meditativo.

Le «ragioni» del silenzio

L’uomo di natura espansiva, abituato alla più cordiale comunicativa con il mondo esterno, aperto con i propri simili, si chiede: perché tacere? Non si deve essere comunicativi? Come può effettuarsi il contatto con gli altri se non con le parole? Perché essere chiusi? Quando seguendo l’esperienza monastica si consiglia di parlare meno, di parlare poco, o di tacere del tutto, di dominare la lingua, non si vuole affatto consigliare di diventare tipi chiusi, non comunicativi, solitari, o, peggio, complessati, contorti, complicati, pieni di sottintesi; no davvero! I grandi uomini furono e sono tutti silenziosi. Anche quelli di cui si dice che parlarono molto, che furono sommi oratori; tutti maturarono in lunghi silenzi quello che poi dissero agli uomini.
La parola è grande cosa, ma non è ciò che vi è di più grande. «Se essa è argento, il silenzio è oro», afferma un antico proverbio. Quegli stessi che sanno meglio parlare sentono più degli altri che le parole non esprimono mai le reali e speciali relazioni esistenti tra due esseri.
Rimangono sempre delle verità che nessuno crede di poter esprimere con la parola. Sono verità che si percepiscono nel silenzio e restano inespresse.
Il silenzio è come l’aprirsi di altre porte, di altri canali, per i quali arriva all’uomo un’altra voce. Chi tende a mete di vita più elevata dal punto di vista dello spirito, ha bisogno di silenzio, per ristoro e ripresa di energie, come ha bisogno di pane quotidiano e di riposo del corpo.
Nell’usura di ogni giorno, la mente si svuota, le energie si logorano e la vita si appesantisce di infinite scorie. Chi voglia realizzare una vita interiore profonda, sappia circondarsi di silenzio, di quiete, di pace, per frapporre tra se e le cose esteriori una fascia in cui le onde turbolente del fragore umano vadano ad infrangersi e a spegnersi, prima di giungere a lui.
L’uomo cerca il silenzio per un bisogno di vita più alta. La ricerca si impone per una spinta che viene dal proprio intimo e alla quale non si può disobbedire.

È naturale allora constatare come in questi ultimi anni i monasteri siano sempre più meta di ospiti, giovani soprattutto, alla ricerca di una dimensione di vita più autentica e più vera, attraverso il dialogo orante col Padre, con lunghi spazi di silenzio e nel confronto con la vita della comunità.
L’esperienza monastica aiuta l’ospite a ritrovare il senso della vita e a dare una risposta alla sua ricerca di significati: in quasi lutti gli ospiti si avverte il desiderio di sperimentare giornate in piena solitudine, per ascoltare in profondità la voce di Dio, per far sì che la sua Parola diventi ancora un annuncio di vita. Una volta gustato il valore del silenzio, si riesce a cogliere in esso momenti di verità e sincerità con se stessi, con Dio e con i fratelli.
In definitiva, lo spazio di silenzio e di deserto che il monastero offre all’uomo di oggi, alle prese con le sue disperazioni e i suoi non sensi della vita, aiuta l’ospite a riscoprire nella sua storia il giusto posto, la sua responsabilità corrispondente a quel piano di amore che Dio ha su ciascun uomo. Abitualmente sono molti i fratelli che frequentano i monasteri ritornando a ripetere la loro esperienza di silenzio; in questi spazi di «deserto» ritrovano la speranza che li spinge a superare momenti di stanchezza e di sfiducia; ritrovano in essi la forza dello Spirito che li ricolloca continuamente al loro giusto posto nel piano della salvezza.

Franco Mosconi – Eremo San Giorgio

Publié dans:meditazioni |on 15 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

DIO È VERITÀ – AGOSTINO, LA TRINITÀ, 8,2

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020924_agostino-trinity_it.html

DIO È VERITÀ – AGOSTINO, LA TRINITÀ, 8,2

« Questo Dio, se ci sforziamo di pensarlo, nella misura in cui ce lo concede e permette, non pensiamolo in contatto con lo spazio, abbracciante lo spazio, come una specie di essere costituito da tre corpi. Non si ha da immaginare in lui nessuna unione di parti congiunte, come in quel Gerione [nella mitologia greca, figlio di Crisaore e Callinoe, dotato di tre corpi uniti per il ventre; Dante ne farà il simbolo della frode (Inferno XVI e XVII)] dai tre corpi, di cui parlano le favole; ogni immagine per cui tre sarebbero più grandi di uno solo, uno più piccolo di due, cacciamola senza esitazione dalla nostra anima: così infatti respingiamo ogni elemento corporeo. Nell’ordine spirituale, nulla di ciò che ci si presenta come sottoposto al mutamento, dobbiamo ritenere che sia Dio.
Non è una piccola conoscenza quando, da questo abisso, elevandoci a quella vetta riprendiamo lena, il poter conoscere che cosa Dio non è, prima di sapere che cosa è. Egli non è certamente né terra né cielo; nulla che assomigli alla terra o al cielo, nulla di uguale a ciò che vediamo in cielo, nulla di uguale a ciò che in cielo non vediamo e forse vi si trova. Tu potrai accrescere con l’immaginazione la luce del sole quanto ti sarà possibile, sia in volume, sia in splendore, mille volte di più o all’infinito, nemmeno questo sarà Dio. E se ci rappresentassimo gli angeli, puri spiriti che animano i corpi celesti, li muovono e li dirigono secondo un volere che è al servizio di Dio; anche se questi angeli, che sono migliaia di migliaia, venissero riuniti tutti per formare un solo essere, Dio non sarebbe nulla di simile. E lo stesso discorso varrebbe anche se si giungesse a rappresentarsi questi spiriti senza corpi, cosa assai difficile per il nostro pensiero carnale.
Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1,5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos’è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione? »

LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

http://biesseonline.sdb.org/editoriale.aspx?a=2013&m=7&doc=8766

NOI E LORO

ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

LA RICERCA DELLA FELICITÀ – LA FIGLIA, LA MADRE

Sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità
«Quid animo satis?». Che cosa basta all’animo umano? In altre parole, che cosa occorre per essere felici? Se lo chiedeva 1600 anni fa sant’Agostino, inquieto e appassionato cercatore della verità, che sola può dare ristoro all’insopprimibile aspirazione alla felicità dell’uomo. Se lo sono chiesto – con esiti diversi, ma animati dal medesimo desiderio – filosofi e pensatori di ogni epoca e scuola, accomunati dalla convinzione che una simile questione non può mai essere elusa, poiché ad essa è indissolubilmente legata quella del senso e del fine dell’esistenza umana. Continuiamo a chiedercelo noi oggi, agli albori di questo terzo millennio che tante nuove possibilità dischiude alla nostra vita quotidiana, ma ancora non riesce ad offrire una risposta soddisfacente alle nostre attese più profonde e, anzi, sembra depistarci e confonderci sempre più, distogliendoci dalla ricerca di una felicità autentica e duratura.
E se lo chiedono, forse con ancor più vigore e insistenza, le nuove generazioni, oggi più che mai in bilico tra le tante attese, aspirazioni e speranze proprie della loro età, che istintivamente le proiettano verso la ricerca di un senso più alto per il loro agire, e la tentazione di rinunciare in partenza ad inseguire i propri sogni, accontentandosi di vivere alla giornata, immerse in un benessere effimero e meno gratificante, ma più sicuro e meno evanescente di una felicità sempre più spesso avvertita come utopica e irraggiungibile.
Eppure sembra che ormai siano pochissimi gli educatori disposti a mettere al primo posto, nel cammino che condividono con i ragazzi, la ricerca della felicità: vuoi perché oggi quest’attesa è stata quasi del tutto rimossa dall’orizzonte delle speranze umane, vuoi perché spesso perdono di vista che fine ultimo del loro servizio è quello di aiutare i più giovani ad orientarsi in una realtà sempre più « liquida » e « complessa », a costruire un progetto di vita che funga da guida per le loro scelte presenti e future.
Ma che cosa significa essere felici? Dare una risposta univoca a questo interrogativo è pressoché impossibile, ma almeno su una cosa si può forse concordare senza troppa difficoltà: la felicità è un qualcosa che coinvolge tutta la persona, permettendole di attingere ad un’armonia più alta e di sperimentare un senso di pienezza e di serenità interiore. È insieme « dono » e « conquista » inizialmente, incontro tra la libertà e la responsabilità personale e, nel tempo, progressiva apertura verso la consapevolezza di poter contribuire anche alla felicità degli altri, mentre si ricerca la propria.
Poter contare su educatori che abbiano il coraggio di condividere tutto questo con i ragazzi non dà la garanzia che essi riusciranno a vivere intensamente la propria vita, orientandola verso la ricerca della vera felicità può, però, quantomeno incoraggiarli a non essere rinunciatari, a guardare con fiducia e speranza al futuro.

MARIANNA PACUCCI

LA MADRE

FIL (Felicità Interna Lorda)

Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio.

È rimasta purtroppo confinata agli addetti ai lavori la riflessione sulla felicità, che sollecitava a considerarla una indicazione importante dello stato di salute di una società, di uno Stato. Peccato: sarebbe stato proprio utile, di questi tempi, tornare a ragionare su questo valore sottraendolo alla collocazione esclusiva nella vita individuale, nella sfera del privato.
Recuperando la dimensione sociale della felicità, è possibile rilanciare un bisogno, un’attesa che oggi è completamente travolta dalla cultura del disincanto: essere felici non è impossibile, né tanto meno un fatto occasionale, né certamente qualcosa di cui vergognarsi, a meno che la felicità del singolo si costruisca a scapito del prossimo.
Voler essere felici è il trampolino di lancio di un’esistenza esigente ma allo stesso tempo realistica; il nastro di partenza di un cammino che voglia avere una meta non negoziabile; la decisione irrevocabile per uno stile di vita in cui sia chiaro che cosa è essenziale e che cosa invece è accessorio. È una vera e propria vocazione: regalarsi e regalare la possibilità di diventare gioiosamente figli di Dio, santi capaci di letizia anche in mezzo a fatiche, difficoltà, problemi di ogni tipo.
Le famiglie sono impastate di questa consapevolezza e decise ad orientare su questo traguardo il loro lavoro educativo? Sono testimoni credibili di una ricerca di senso della vita in cui quel che conta è riuscire a stare in pace con se stessi e con gli altri, essere generosi nei confronti delle invocazioni della storia, pronti a condividere la costruzione di una civiltà dell’amore in cui a tutti siano date la possibilità e la certezza di un effettivo benessere?
Se ci si guarda intorno nei vari ambienti della quotidianità non si può proprio stare tranquilli: la gente è triste, delusa, stanca. Non ha più voglia di mettersi in gioco e cerca di defilarsi da tutto ciò che appare impegnativo. Si accontenta di un piatto di lenticchie piuttosto che rivendicare il diritto alla primogenitura, all’interno di una società in cui tutto è diventato monetizzabile e vale se consente un successo immediato, anche se effimero.
Occorre che le famiglie si riapproprino della loro capacità profetica, contestando con forza una società che confonde la felicità con lo sballo e con l’egoismo. La scommessa è quella di divenire esemplari nella testimonianza di un’esistenza giocata sulla generosità, sulla gratuità, sulla condivisione, sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla bellezza, sulla pace, che sono gli ingredienti principali di quel mix di sentimenti, speranze, idee, esperienze che rendono appetibile la ricerca della felicità.

Publié dans:meditazioni |on 31 août, 2015 |Pas de commentaires »

IL GIORNO DELLE PICCOLE COSE

http://www.ilcristiano.it/articolo.asp?id=40

IL GIORNO DELLE PICCOLE COSE

Oggi più che mai, condizionati dall’andazzo del mondo intorno a noi, siamo portati a pensare in grande e ad operare in grande, seppellendo così l’umiltà con l’orgoglio ed il servizio con il potere e finendo, in questo modo, con l’andare fuori dalla misura e dall’equilibrio indicatici da Dio. È urgente che recuperiamo in ogni nostro servizio il valore delle “piccole cose” e che impariamo a costruire usando “il piombino” giusto.

Un uomo di Dio, impegnato e fedele
Zorobabele, Zerù Babili: rampollo di Babilonia figlio di Pedaia Scealtiel; era discendente di Davide tramite Giosia (1Cr 3:17-19); governatore di Giuda con diritto al trono, scelto da Dio (Ag 2: 20-23).
Grande condottiero e capo politico, come Giosuè era anche capo religioso; insieme, dopo l’esilio ripristinano il culto elevando un altare e celebrando la festa delle Capanne (Ed 3:1-9).
Quando diedero inizio alla costruzione del tempio furono bloccati dagli avversari. Ma in seguito, incitati dai profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero alacremente i lavori sotto Dario, il re che emanò il decreto di ricostruzione del tempio.
Il secondo tempio fu chiamato da molti il tempio di Zorobabele (Za 4:9), lui che governò su Giuda fino all 515 a.C. e che figura fra gli antenati di Gesù (Mt 1:12,13 – Lu 3:27).
Di Zorobabele, grande condottiero, progettista ed esecutore del tempio, che partecipa direttamente, con le sue mani, al getto delle fondamenta, il Signore dichiara: “…le sue mani lo termineranno…” (v. 9).
Questo fatto è il segno della veridicità della parola del profeta ma soprattutto che il Signore degli eserciti ha voluto questo per il suo popolo
È lui che rende possibile l’opera.
È lui che decide e che sta dietro l’opera della mente e delle mani di Zorobabele.
Ed è sempre lui che gioisce quando i suoi occhi vedono il piombino nelle mani di Zorobabele, ponendo la domanda:
“Chi potrebbe disprezzare il giorno delle piccole cose?”.
Chi è l’uomo che può disprezzare ciò che Dio apprezza e apprezza con gioia?
Nel “tempio” rivelate la volontà e la gioia del Signore
La gioia di Dio non si manifesta quando Zorobabele con Giosuè ed il popolo decidono di progettare il tempio e di gettarne le fondamenta.
Il Signore non si rallegra per la raccolta generosa di materiale e denaro e per l’impegno profuso; ma gioisce, quando vede la volontà di portarlo a termine bene, secondo criteri giusti, con responsabilità, costanza, perseveranza e precisione ma soprattutto con grande umiltà.
Il Signore si rallegra quando vede i suoi servi operare nella consapevolezza che le “piccole cose” rientrano nella sua volontà di coinvolgere degli uomini nelle grandi opere che sono rese possibili solo dalla sua volontà e dalla sua presenza.
Le grandi cose le pianifica e le fa il Signore, le piccole gli uomini; anche quando sembrano grandi sono piccole; ma grande è la gioia del Signore, quando vede attuata la sua volontà.
Tre osservazioni sul tempio del Signore:
1) Gesù defini il suo corpo il tempio di Dio (Gv 2:21). In quel corpo Dio si è rivelato al mondo, ha parlato al mondo, ha riscattato il mondo sulla croce, su quel corpo ha fondato la Chiesa (Mt 16:18; 1Co 3:11).
2) “Voi siete il tempio di Dio” dice Paolo (1Co 3:16) La Chiesa è un organismo composto di uomini, è una realtà dinamica non statica; è un insieme di corpi viventi che agiscono e interagiscono fra di loro e con il mondo.
Un corpo è sano quando cresce e opera seguendo le leggi di natura. Per la Chiesa, quando cresce ed agisce secondo la volontà di Dio per giungere, dice Paolo, “…allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo…” (Ef 4:13), i doni di evangelista, di pastore e di dottore sono finalizzati a questo: “ al perfezionamento dei santi, in vista del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo…” (v. 12).
Gli Anziani, in questa duplice o triplice veste, sono chiamati ad usare il “piombino” di Zorobabele per verificare o correggere questa crescita.
3) “ Il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo.” dice Paolo parafrasando Gesù in 1Corinzi 6:19: essere nel “tempio di Dio”, nella Chiesa significa esserne parte integrante.
Il cristiano non è un ospite o un turista dello spirito, un visitatore più o meno curioso o interessato di questioni religiose o un ricercatore di vie nuove o meno nuove di mistica o ascesi spirituale, un analista di potenzialità dello spirito e della mente umana.
Il cristiano è qualcosa di diverso: è lui stesso una pietra del tempio, una pietra indispensabile per “…formare una casa spirituale” come dice Pietro (1P 2:5): una pietra ad espansione, che cresce, che si modifica che esige quindi che ogni credente prenda il mano il “piombino” di Zorobabele per le opportune verifiche di crescita sul giusto fondamento e in perfetto ordine ortogonale.

A cosa serve il piombino?
Il piombino è uno strumento che serve per verificare che ciò che si eleva dal basso verso l’alto corrisponda esattamente alla perpendicolarità richiesta dalla legge di gravità; una legge stabilita da Dio nella creazione che regola il nostro pianeta secondo un ordine preciso.
Lo stesso vale per la crescita spirituale individuale e collettiva: non si può costruire a caso, non ci si può affidare alla fantasia.
Se si pretende di fare gli architetti senza tener conto o se si sfida la legge di gravità, si rischia il crollo dell’edificio. Ma non dobbiamo neppure fare i fantasiosi che trasformano la fede in un’arte futuristica astrusa e incomprensibile quindi: niente superficialità e neppure vanità, però crescita.
Il piombino serve per controllare ciò che si eleva, che sale: se i lavori sono fermi il piombino non serve.
Anche quando si edifica con materiali inadatti, come il fieno la paglia – dice Paolo – il piombino non serve: avete mai visto mettere a piombo un mucchio di fieno o di paglia?
Il fieno della “concupiscenza della carne, degli occhi, della superbia della vita le sollecitudini della vita” (1Gv 2:16), la paglia dell’amore per il denaro, dove ci si acquatta e ci si appisola tranquillamente illudendosi di fronteggiare così al meglio le ansie e le sollecitudini di questo mondo.

Come costruire bene l’opera di Dio?
Dobbiamo poter essere sempre in grado di usare il piombino: è la garanzia che si sta costruendo bene l’opera di Dio in noi e nella Chiesa e con il materiale adatto.
Ebbene ognuno di noi quando esamina ciò che ha fatto, allunga lo sguardo sul passato, al presente e pensa all’avvenire; lo facciamo nella famiglia, nella chiesa, nei gruppi che frequentiamo.
Abbiamo molti motivi per recriminare su noi stessi, ma anche nostalgia per i momenti significativi e importanti; ci deprimiamo e ci esaltiamo in modo altalenante.
Soprattutto nelle chiese; quando si respira aria di maggioranza è aria di trionfo, di potenza (Cattolicesimo e altri):
Se di minoranza, si corrono altri rischi: orgoglio di gruppo separato ed eletto, orgoglio spirituale che naturalmente essendo orgoglio, non è più spirituale.
Una Assemblea di credenti non deve mai pensare ad autocelebrarsi perché per lei è sempre “il giorno delle piccole cose”.
Gli uomini non le guardano, non le considerano, non le ascoltano, la loro attenzione va per altre strade: è un invito alla rinuncia o all’umiltà?
Soltanto gli occhi del Signore sono su di noi, “…quei sette là… che percorrono tutta la terra…” (Za 4:10) davanti ai quali “…tutte le cose sono nude e scoperte…” (Eb 4:13).
Non ha importanza se mancano gli occhi degli uomini o se li puntano su di noi soltanto per giudicarci e ostacolarci.
Nel giorno delle piccole cose c’è il Signore a guardarci, compiamole dunque con fede senza stancarci.
“Chi potrebbe disprezzare il giorno delle piccole cose, quando… gli occhi del Signore che percorrono tutta la terra, vedono con gioia il piombino nelle mani di Zorobabele?”
In queste parole c’è un avvertimento e una promessa.
L’avvertimento: non insuperbire per nessuna nostra impresa spirituale oscura o riconosciuta.
E la promessa: a nessuno è lecito disprezzare la fedeltà nelle cose minime.

Publié dans:meditazioni |on 25 août, 2015 |Pas de commentaires »

L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ » – NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_ronchi11.htm

L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ »

NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

Ermes M. Ronchi

(« Avvenire », 8/12/’09)

«Vergine, se tu non riappari / anche Dio sarà triste» (Turoldo). Se tu non riappari come « alfabeto di speranza », come modello d’umano, il « cristianesimo » si fa triste, impoverito di tutta la dimensione gioiosa e danzante del « Magnificat », della dimensione gratuita e festosa del « vino » di Cana, di un Dio che privilegia non lo sforzo, ma il dono. Si impoverisce del « primo annuncio » dell’Angelo a Maria: «Kaire, sii lieta, sii felice, tu sei colmata di grazia».
Questa parola mai risuonata prima nella « Bibbia », quel nome inaudito – « Piena di grazia » – , che ha il potere di stupire Maria perché nulla di simile aveva mai letto nel « Libro », significa: tutto l’amore di Dio è su di te; significa: il tuo nome è « amata per sempre ».
L’annuncio dell’Angelo si estende da Maria a ogni « credente »: gioisci, il tuo nome è « amato per sempre, amato mistero di « peccato » e di bellezza ». In un mondo di « disgrazia » è possibile ancora trovare grazia, anzi è la grazia che trova noi. Questo « nodo » di ombra e di luce che compone la nostra umanità profonda, è affiorato alla coscienza della storia in molti modi, ad esempio nella « architettura » del « romanico » pisano e senese; sulle facciate, sulle fiancate, sui pilastri, sugli archi di queste « Chiese » si alternano linee di pietre bianche e linee dal colore dell’ombra: verde scuro o nero. Questa alternanza di luce e di notte è la trascrizione sapiente della profonda conoscenza dell’uomo che il grande « Medioevo » conservava. Il bianco e il nero che si alternano in ogni persona umana, il bene e il male che intrecciano profondamente le loro radici nel cuore, spesso in modo « inestricabile », in Maria non ci sono: lei è l’inizio dell’umanità finalmente « riuscita ».
«Non temere, Maria», aggiunge l’Angelo. Lei è la donna senza paura. La paura entra nel mondo dopo il peccato. Nel « paradiso terrestre » Adamo parla con Dio e con il « serpente », e non ha paura. Poi volta le spalle a Dio, e la prima emozione che prova è la paura: mi sono nascosto, ho avuto paura. Gli occhi della paura, la percezione di pericolo nascono con il male, perché il « peccato » è minaccia per la vita, è l’ »anti-vita ».
Prima della caduta niente e nessuno era pericoloso per la vita, niente minaccioso. Il « peccato » porta il suo triste corteo di paure, perché in qualche modo percepiamo che è pericoloso per la vita, è diminuzione d’umano, sottrazione di esistenza. Tuttavia « Immacolata » non significa preservata dalla lotta. Anche Lei ha lottato con il « serpente », ha conosciuto la fatica del « credere », la crescita nella fede, la noia del « quotidiano », il dolore lacerante e poi l’abbraccio pacificante.
« Immacolata » non significa senza « tentazioni » o senza fatica del cuore. Anche Eva era « immacolata », eppure è caduta, con il cuore diviso.
I « dogmi » che si riferiscono a Maria riguardano anche noi, sono la « grammatica per capire l’umanità, per parlare la lingua di ogni uomo, perché il suo destino è il nostro. Celebriamo con l’ »Immacolata » la festa di tutta la luce sepolta in noi e che dobbiamo liberare. Festa delle radici « sante » e « profezia » del nostro destino: « amati e santi », « santi perché amati » (« Rm 1,7″).
« Piena di grazia » la dice l’Angelo, « Immacolata » la proclama il « popolo cristiano » ed è la stessa cosa. È bello risentire oggi, da Dio e dal suo Angelo, i due nomi di Maria e, in Eva, di ogni creatura: nemica del male e amata per sempre. E ascoltare, in pagine piene di ali e di fessure sull’ »eterno », l’inedito: una donna che parla con Dio e con gli Angeli come un « profeta » o un « patriarca ». E per la prima volta, nei dialoghi con il « cielo », è a una creatura della « terra » che spetta l’ultima parola

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