Archive pour la catégorie 'meditazioni'

Basta la fede

 dal sito Vaticano:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20021101_efrem-siro_it.html

Basta la fede 

« Il mare è grande. Se vuoi scandagliarlo, verrai travolto dall’impeto delle sue onde. Un’onda sola può strapparti via e sbatterti contro uno scoglio. Ti basti, o debole uomo, poter dedicarti ai tuoi commerci su una piccola nave. Ma la fede è meglio, per te, che una nave sul mare. Questa infatti è retta dai remi, tuttavia i flutti la possono far affondare; ma la tua fede non affonda mai, se la tua volontà non lo vuole. Come sarebbe desiderabile per il marinaio regolar il mare a proprio volere! Ma in un modo egli la pensa, e in altro modo agisce l’onda. Solo nostro Signore dominò il mare, tanto che quello tacque e si placò. Ma egli ha dato anche a te il potere di dominare, come lui, un mare, e di rabbonirlo. L’investigare è più amaro del mare, e il questionare è più tempestoso delle onde. Se si abbatte sul tuo spirito il vento della cavillosità, dominala, e appiana le sue onde! Come la burrasca mette sossopra il mare, così i cavilli conturbano il tuo spirito. Nostro Signore domina, il vento cessa e la nave scivola in pace sulle onde. Domina lo spirito capzioso, raffrenalo, e la tua fede sarà in pace. A ciò dovrebbero indurti anche le creature di cui conosci l’uso. Per esempio, tu non sei in grado di chiarire le sorgenti, pur tuttavia non smetti di bere da loro. E per il fatto poi di aver da loro bevuto, tu non pensi certo di averle comprese. Anche di comprendere il sole tu non sei in grado, pur tuttavia non ti sottrai alla sua luce. E per il fatto che questa scende a te (con i suoi raggi) tu non ti cimenti certo di salire verso la sua altezza. L’aria è per te un pegno, ma quanto essa sia estesa, tu non lo sai. 

Dalle creature tu ricevi un aiuto e un’utilità limitati, e tuttavia lasci che il loro tesoro sconosciuto giaccia nel forziere. Non ti vergogni di ciò che è da meno, e non desideri ciò che è da più. Queste opere del Creatore, dunque, ti insegnano come comportarti col Creatore stesso: che devi, cioè, cercare il suo aiuto, ma devi anche tenerti lontano dal sofisticare sopra di lui. Accogli la vita dalla Maestà, ma non questionare su questa Maestà. Ama la bontà del Padre, ma non indagare la sua essenza. Ama e apprezza la mitezza del Figlio, ma non investigare sulla sua generazione. Ama il soffio dello Spirito Santo, ma non tentare di scandagliarlo. Il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo si sono manifestati col loro nome. Il loro nome pondera, dunque, ma non indagarne le personalità. Se tu vuoi perscrutarne l’essenza, sei perduto; se credi nei nomi, vivrai. Il nome del Padre sia per te una barriera: non oltrepassarla, cercando di scandagliare la sua natura. Il nome del Figlio sia per te una muraglia: non superarla, cercando di scandagliare la sua generazione. Il nome dello Spirito Santo sia per te una siepe: non scervellarti per comprenderlo. Questi nomi siano dunque per te la barriera e con questi nomi allontana ogni investigazione. Hai udito i nomi e la loro realtà: volgiti ai comandamenti. Hai udito la legge e i comandamenti: rivolgiti allora ai tuoi costumi. E quando i tuoi costumi sono perfetti, rivolgiti alle promesse. Non trascurare i comandamenti per applicarti a ciò che non è prescritto. Hai avuto esperienza della verità con realtà manifeste, non perderti per realtà che sono nascoste. 

La verità è descritta in poche parole, non instaurare su di essa lunghe ricerche. Che il Padre è, ciascuno lo sa; ma come egli è, non lo sa nessuno. Che il Figlio è, noi tutti lo ammettiamo; ma la sua essenza e la sua bontà, non riusciamo a concepirla. Ognuno riconosce lo Spirito Santo, nessuno osa scandagliarlo. Ammetti dunque che il Padre esiste, ma non ammettere che sia comprensibile. Credi che il Figlio esiste, ma non credere che sia investigabile. Ritieni per vero che lo Spirito Santo esiste, ma non ritener per vero che possa esser conosciuto a fondo. Che essi sono uno, credilo e ritienilo vero; non dubitare però che essi siano tre. Credi che il Padre è il primo, ritieni per vero che il Figlio è il secondo; non dubitare che lo Spirito Santo è il terzo. Mai il primogenito domina sul Padre, perché questi è il dominatore. Mai lo Spirito Santo manda il Figlio, perché questi è colui che lo manda. Il Figlio, che siede alla destra, non si arroga mai il posto del Padre, come lo Spirito Santo non si arroga il ruolo del Figlio, da cui viene mandato. Il Figlio gioisce per la sublimità di generato, e lo Spirito Santo gioisce per la sublimità di amato dal Padre. Solo gioia e concordia, unione e ordine dominano lassù. Il Padre conosce la generazione del Figlio, e il Figlio conosce il cenno del Padre; il Padre accenna, il Figlio comprende, lo Spirito Santo esegue. Là non vi è divisione, perché vi è un solo dovere; là non vi è confusione nell’unione, ma l’ordine più sublime. La loro unione non è confusione, la loro distinzione non è separazione. Il modo poi, in cui essi sono distinti e uniti, lo conoscono essi solo. Tu, rifugiati nel silenzio!«    

Efrem Siro, La fede, 2,3-6 

 

Publié dans:meditazioni |on 11 août, 2007 |Pas de commentaires »

di Melitone di Sardi:L’agnello immolato ci strappò dalla morte

dal sito Vaticano,    di Melitone di Sardi:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010412_melitoni_it.html

L’agnello immolato ci strappò dalla morte

« Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti il mistero della Pasqua, che è Cristo, « al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen » (Gal 1, 5, ecc.). Egli scese dai cieli sulla terra per l’umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell’uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.

Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall’Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e le membra del nostro corpo con il suo sangue.

Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l’iniquità e l’ingiustizia, come Mosè condannò alla sterilità l’Egitto.

Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.

Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell’agnello fu sgozzato.

Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato.

Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello che non apre bocca, egli è l’agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione.

Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l’umanità dal profondo del sepolcro.« 

Dall’« Omelia sulla Pasqua » di Melitone di Sardi, vescovo (Capp. 65-67; SC 123, 95-101)

Orazione

O Dio, vita e salvezza di chi ti ama, rendici ricchi dei tuoi doni: compi in noi ciò che speriamo per la morte del Figlio tuo, e fa’ che partecipiamo alla gloria della sua risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Publié dans:meditazioni |on 24 juin, 2007 |Pas de commentaires »

La misericordia di Dio verso coloro che si pentono dei loro peccati

 dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010328_massimo-confessore_it.html

La misericordia di Dio verso coloro che si pentono dei loro peccati 

« Tutti i predicatori della verità, tutti i ministri della grazia divina e quanti dall’inizio fino a questi nostri garni hanno parlato a noi della volontà salvifica di Dio, dicono che nulla è tanto caro a Dio e tanto conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati. 

E proprio per ricondurre a sé gli uomini Dio fece cose straordinarie, anzi diede la massima prova della sua infinita bontà. Per questo il Verbo del Padre, con un atto di inesprimibile umiliazione e con un atto di incredibile condiscendenza si fece carne e si degnò di abitare tra noi. Fece, patì e disse tutto quello che era necessario a riconciliare noi, nemici e avversari di Dio Padre. Richiamò di nuovo alla vita noi che ne eravamo stati esclusi. 

Il Verbo divino non solo guarì le nostre malattie con la potenza dei miracoli, ma prese anche su di sé l’infermità delle nostre passioni, pagò il nostro debito mediante il supplizio della croce, come se fosse colpevole, lui innocente. 

Ci liberò da molti e terribili peccati. Inoltre con molti esempi ci stimolò ad essere simili a lui nella comprensione, nella cortesia e nell’amore perfetto verso i fratelli. Per questo disse: « Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5, 32). E ancora: « Non sono i sani che hanno bisogno del.:medico, ma i malati » (Mt 9, 12). Disse inoltre di essere venuto a cercare la pecorella smarrita e di essere stato mandato alle pecore perdute della casa di Israele. Parimenti, con la parabola della dramma perduta, alluse, sebbene velatamente, a un aspetto particolare della sua missione: egli venne per ricuperare l’immagine divina deturpata dal peccato. Ricordiamo poi quello che dice in un’altra sua parabola: « Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito … » (Lc 15, 7). Il buon samaritano del vangelo curò con olio e vino e fasciò le ferite di colui che era incappato nei ladri ed era stato spogliato di tutto e abbandonato sanguinante e mezzo morto sulla strada. Lo pose sulla sua cavalcatura, lo portò all’albergo, pagò quanto occorreva e promise di provvedere al resto. Cristo è il buon samaritano dell’umanità. 

Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso. Richiama all’ovile la pecorella che si era allontanata dalle cento pecore di Dio. Dopo averla trovata che vagava sui colli e sui monti, non la riconduce all’ovile a forza di spintoni e urla minacciose, ma se la pone sulle spalle e la restituisce incolume al resto del gregge con tenerezza e amore. Dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo (cfr. Mt 11, 28). E ancora: « Prendete il mio giogo sopra di voi » (Mt 11, 29). Il giogo sono i comandamenti o la vita vissuta secondo i precetti evangelici. Riguardo al peso poi, forse pesante e molesto al penitente, soggiunge: « Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero » (Mt 11, 30). Insegnandoci la giustizia e la bontà di Dio, ci comanda: Siate santi, siate perfetti, siate misericordiosi come il Padre vostro celeste (cfr. Lc 6, 36); « Perdonate e vi sarà perdonato » (Lc 6, 37) e ancora: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro » (Mt 7, 12).«  

Dalle « Lettere » di san Massimo Confessore, abate (Lett. 11; PG 91, 454-455) 

  

 

Publié dans:meditazioni |on 13 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.

Testo originale, dal sito francescano: 

  

http://www.sanfrancescoassisi.org/index.php?dir=storia&subdir=fioretti&lang=ita&url=cap_viii.htm

 

CAPITOLO VIII 

Come andando per cammino santo Francesco e
frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.

 

 Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Agnoli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse cosi: «Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia». E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: «O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti; iscacci le dimonia, renda l’udire alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando un poco, santo Francesco grida forte: «O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: «O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia». E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: «O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia».
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse; «Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia». E santo Francesco sì gli rispuose: «Quando noi saremo a Santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosino de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilemente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo».
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen. 

 

Publié dans:meditazioni |on 3 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Prima lettura della Veglia Pasquale: Genesi 1, 1 – 2,2 Lo Stupore e La Meraviglia

Credo che valga la pena di ripercorrere le letture della notte pasquale, o perlomeno, sono io che vado in cerca di meditazioni in questo tempo, dal sito:  http://www.santamelania.it/ 

in quella notte le parole inutili non si dicono – 1

di don Franco Brovelli

 Riportiamo le meditazioni sulle letture della Veglia Pasquale tenute nel Corso di esercizi spirituali, a Villa Immacolata (Torreglia-Padova), dal 17 al 21 agosto 1998, da don Franco Brovelli, responsabile della formazione permanente del clero di Milano.
Il testo di ogni meditazione,Pro manuscripto ci è stato gentilmente concesso dal Servizio Formazione Permanente della Diocesi di Roma.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
 
 
30/03/2007 



Prima meditazione: Gen 1, 1 – 2,2  Lo Stupore e
La Meraviglia 
Ecco l’antichissimo testo della creazione. Nella notte-veglia della risurrezione del Signore, la chiesa, tutte le chiese (questo è un testo unanimemente ascoltato in tutte le tradizioni liturgiche dell’oriente e dell’occidente) questa parola irrompe nella storia dell’uomo e riconduce al senso. Ora vorrei aiutarvi a gustare questo testo, soprattutto nella preghiera. Accolgo qualche annotazione conclusiva di quei commenti puntuali e fecondi, che commentano questo brano. E’ troppo riduttivo dire che i primi undici capitoli di Genesi sono la creazione e la caduta. L’ascolto autentico della parola ci dice che questo e l’ascolto di ciò che spiega tutto il resto; è l’ascolto del fondamento che dà senso. Questo è il grande ingresso ai primi undici capitoli di Genesi, ciò che spiega quanto dopo avviene nella storia dell’umanità, dell’uomo e della donna. Mi limito ad alcune annotazioni. quelle che mi paiono le più feconde e cerco di dirle in maniera che possono già aiutare la vostra preghiera. Anzitutto: lo stupore e la meraviglia sono i sentimenti che animano questo magnifico inno alla creazione. Per sei volte ritorna il tema dominante: « Dio vide che era cosa buona! « . L’ultima volta questa espressione sfoggia come in un gran finale a tutta orchestra: « Dio vide quanto aveva fatto; ed ecco era cosa molto buona! « . E’ la stessa meraviglia che percorre il profondo sentimento poetico del salmo 8: « O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.! Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle, che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? « . Celebriamo questo salmo con l’intensità di fede, di attesa e di stupore con cui da sempre esso è attraversato nella tradizione orante del popolo di Dio. 

Coloro che hanno voluto questo testo come prima pagina di tutta la torah non si sono certo ingannati. Esso rappresenta veramente il preludio e il senso di tutta la storia umana, che il Dio dell’Esodo aveva intessuto con il suo popolo, Israele. In questo testo abbiamo un’autentica sintesi di teologia della storia – ci dicono i biblisti più bravi – il senso della creazione del mondo e dell’uomo, incamminati verso il compimento; il settimo giorno è il compimento: il riposo di Dio! E questo dà ragione nell’alternanza tra giorni lavorativi e giorni di riposo, tra tempo feriale e tempo festivo. Soprattutto è il brano che annuncia che Dio ha voluto il suo valido interlocutore a immagine e somiglianza di lui.    

La seconda annotazione: vv. 26-27. Abbiamo due sinonimi: immagine e somiglianza, che vogliono esprimere una similitudine, una possibilità di sintonia tra l’uomo e Dio. Decidendo di creare l’umanità a sua immagine e somiglianza, Dio volle creare un « tu », che potesse avere relazione con lui. Questo versetto di Genesi non esprime solo una qualche dimensione dell’essere umano, ma « !a » dimensione, quella fondamentale, quella che vive negli uomini e nelle donne, nel tempo e in ciascuno. Dio ha posto in essere una creatura che potesse rispondere a lui, libera, che potesse essere interlocutore. Ecco, è scritta qui dalle origini la possibilità di tutta la storia che seguirà. Potrebbe essere addirittura storia di alleanza ci dirà la vicenda dell’Esodo, storia di comunione e addirittura di alleanza sponsale. Ogni persona è stata pensata come interlocutore libero di Dio.    

Infine l’ultima annotazione per gustare il testo: il settimo giorno, all’inizio del capitolo secondo. Sta a significare il fine di tutta la creazione: non è 1′ ultimo giorno, è il  fne della creazione! il riposo di Dio è l’ultima opera che produce fecondità. La connessione tra la settimana dell’uomo e la settimana di Dio crea un legame profondo tra le due: quella umana diventa simboli di quella divina e quella divina dà senso a quella umana. Allora ti chiedi: qual è il senso della creazione, simbolicamente espresso dal settimo giorno di Dio? Il settimo giorno – dicono i biblisti – è il fine dell’uomo e di tutta la creazione. Quel riposo di Dio non è ozio, ma è attività nuova e perfezionamento del lavoro precedente. C’è una fecondità nuova del settimo giorno, del compimento che supera la fecondità dei giorni lavorativi e l’uomo ne può avere un anticipo nella festa e nel culto, quando nella gratuità impara a rendere lode, quando attraversa il tempo non per accumulare e per possedere, ma per rendere grazie, per recuperare il fondamento e per restituire se stesso alla sua vocazione di immagine e somiglianza di Dio. C’è un accenno di questa esegesi fugace, ma abbastanza chiaro nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II sul Dies Domini. In tutta la sezione biblica si fa anche riferimento alla lettura esegetica di Genesi 1, che è appunto il tema del settimo giorno.    

Questo è importante per penetrare e gustare il testo che ha davvero una sua solennità; quando quella notte il lettore scandisce le parole di Genesi si ha come la consapevolezza di un tempo che ritrova il suo centro, le sue origini e il suo perché. Pregate questo testo alla luce di quella grande ermeneutica cristiana, che ha preso 1′avvio dalla riflessione di Paolo, in particolare alla luce di Efesini 1.3-14. Il famoso inno di lode di Paolo: « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo…  » Oramai . non è più pensabile dentro la memoria viva di Gesù di Nazaret e della sua Pasqua riascoltare il testo di Genesi a prescindere da quello scenario, tutto in cantemplazione della Pasqua di Gesù, che vada a compimento della storia dell’uomo e della creazione intera. Vi inviterei a lasciarvi portare dal testo biblico; tra l’altro anche i due salmi, che la liturgia propone il 103 e il 32, vi possono aiutare ad entrare in meditazione.    

Siamo al secondo momento più esistenziale e legato alla vicenda che ciascuno di noi sta vivendo. Certamente c’è un linguaggio previo in questo testo che a me pare oggi di eccezionale attualità. Oggi il tempo rischia di diventare solo un avversario dell’uomo, anzi un nemico, perché siamo costretti a riconoscere che non ci possiamo difendere dalla sua inarrestabilità. Questo è il tempo che ogni giorno ci costringe ad invecchiare, a riconoscere che abbiamo un giorno in più. un mese in più, un anno in più… e rischia di diventare un nemico; tant’è che in ogni modo si cerca di scantonarlo. pur con l’affanno delle cose, per cui si accumula, si accumula … e si riempiono i granai, nella illusione che così il tempo venga dominato oppure lo si subisce passivamente, magari con il tono gaudente, in una maniera che mortifica e impoverisce.    

Che senso diverso ti dà invece il racconto della creazione! Noi siamo situati nel tempo per riconoscere meglio qual è il fondamento, dove abita, che nome e che volto ha. Entrando in dialogo con noi stessi, chiediamoci: che cosa sta al principio della mia vita, della mia esperienza di discepolo, della mia chiamata alla fede e al ministero? Se dovessi dirla, ridirla, la parola fondatrice della mia vita, quale parola direi? Quali sono per me le parole che stanno al principio e che sono origine e fondamento del resto del cammino? Questo testo di Genesi un desiderio così te lo mette nel cuore e nell’aníma. Facciamo innanzitutto memoria di ciò che sta all’inizio della nostra vita, della nostra esperienza di discepoli del Signore [...]. Come la racconteremmo tale parola fondativa e creatrice;? In questo momento cosa sta davvero al centro della mia vita? Questa pagina ini costringe a questo interrogativo. E’ importante dialogare con tanto realismo e veridicità attorno a questo interrogativo, perché queste non sono risposte teoriche.    

Proviamo a pensare a fatti e situazioni concrete della nostra vita: è li che riusciamo a capire cosa per noi di fatto oggi davvero è al centro della vita. Qualche esemplificazione possibile. Quando ci siamo messi in cammino per dire di sì: perché abbiamo detto di sì? Che cosa abbiamo riconosciuto come certo nella nostra vita? Ognuno di noi avrà attraversato dei tempi di prova… Facciamo memoria dei tempi di prova, magari qualcuno avrà « la fortuna » di essere adesso nella prova… Nel tempo della, prova appare con evidenza che cos’è al centro della vita. A chi e a che cosa ti aggrappi e a chi fai riferimento? Oppure, in un tempo di canibíamento di situazioni, di trasloco., di cambiamento di destinazione. di compito… in questi momenti, quando è finito il capitolo degli scatoloni e in genere si fa un bilancio di ciò che sta alle spalle e la previsione di ciò che ci attende… Questo è un momento preziosissimo per capire che cosa di fatto per noi sta al centro della vita.  Questi sono elementi emblematici della vita, limpidissìmi : dicono davvero per chi si vive­e a chi ci si è dedicati. Quando facciamo un anniversario,un decennio, un venticinquesimo… che tipo di bilancio facciamo? Questo è un momento importante della vita! Facciamo 1′elenco delle cose realizzate o abbiamo un altro criterio per rileggere più a fondo la vita, ad esempio: quanto stiamo entrando nell’esperienza del settimo giorno, della comunione profonda con il Signore: e con la sua Parola? Quanto stiamo dedicandoci a lui? Quanto stiamo appartenendo al Signore? Questo testo di Genesi a me pare, sotto questo profilo, bellissimo. E’ testo evocativo, appunto degli inizi, di ciò che sta in origine.[...]. 

   Ultimo punto: qual è la categoria chiamata in questione da un testo come Genesi 1? Ultimamente, perché questa pagina ci interpella? A me pare che questo testo sia una di quelle pagine formidabili nel dire la definitività dell’appartenenza al Signore. Questo testo dice che la vocazione scritta dagli inizi non è quella di un’appartenenza a Dio a intermittenza; non è un’appartenenza per prova, a stagioni, a capitoli, a esperienze… alcune sì, altre no! La parola che sta iscritta in Genesi 1 è quella di una definitività di appartenenza al Signore. Signore, sto vivendo e realizzando una definitività di appartenenza a te, al tuo vangelo, alla causa della tua parola? Amo il Signore con tutto il cuore, con tutte le,forze, con tutto me stesso? O c’è qualcosa che amo più di lui o fuori di lui, o a prescindere da lui? Questa è domanda è insidiosa ma formidabilmente corroborante.[...]. 

Sentimenti, passioni, emozioni, affetti… stanno in me percorrendo le strade purificanti di chi impara a legare se stesso e la sua vita al Signore, a tal punto che non riuscirei più a pensarmi slegato da lui? E’ lui il movimento irreversibile della mia vita, la perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo per il quale sono disposto ad investire? Ecco la meditazione su ciò che sta agli inizi. E’ il testo introduttivo di Genesi: un testo che rimanda continuamente al fondamento. Mi piace concludere con la preghiera della liturgia: « Dio, onnipotente ed eterno, ammirabile in tutte 1e opere del tuo amore, illumina i fìgli da te redenti, perché comprendano che, se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione, nel sacrificio pasquale di Cristo Signore. Amen «  

Publié dans:Approfondimenti, meditazioni |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« L’imitazione di Cristo sofferente » dal sito della Parrocchia di Santa Melania

 il testo è interessante non so perché mi viene scritto in modo così strano, forse perché è un po’ lungo, ma è bello spero che lo apprezziate ugualmente,

« L’imitazione di Cristo sofferente »  di p. Tomáš Špidlík, sj   

Nelle scuole dell’antico impero romano c’era anche un programma di insegnamento morale. Lo si faceva in modo molto concreto.Si proponevano ai giovani esempi da seguire:dei saggi, degli eroi morti per la patria, dei grandi strateghi, e degli uomini di governo.Quando dopo la pace di Costantino l’impero divenne ufficialmente cristiano, questo programma non corrispondeva più alle esigenze dei tempi. Si cercarono quindi di sostituire questi esempi pagani con esempi cristiani, cioè con i santi  sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dei martiri e dei cristiani perfetti apparsi nella storia della Chiesa. Essi furono commemorati anche nella liturgia. Si è formato anche un calendario che propone l’esempio di un determinato santo quel giorno o quell’altro dell’anno.  Nello stesso tempo i fedeli furono convinti che i santi sono come “un riflesso del sole e dell’acqua”. Qui si può osservare la luce senza essere accecati dallo splendore. Ma resta pur vero che il primo esempio ad essere contemplato e seguito è  lo stesso Gesù Cristo.I suoi primi discepoli non avevano altro libro da imparare che tenere davanti ai loro occhi ciò che avevano veduto nel loro Maestro. Perciò nella storia della spiritualità il tema della imitazione di Cristo occupa un posto importante. “Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”.  Eppure ogni tanto venne qualche dubbio e qualche obiezione contro questo ideale. Lo espresse presempio Martin Lutero. Pensava che uno che imita un altro finisce per vederlo davanti a sè, separato da sè. In tal modo Cristo appare un ideale così sublime che l’uomo non può pretendere di essere capace imitarlo. Bisogna quindi che Cristo sia non “davanti a noi”, ma “dentro di noi”. In altre parole si dice, dobbiamo vivere non “secondo Cristo”, ma “in Cristo”, identificarci con Lui. Così si esprime già San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).  La risposta a queste obiezioni è facile. E’certo che Cristo non si può imitare come qualche eroe umano. Non ne abbiamo la forza. Ma i cristiani sono consapevoli che Cristo vive in loro per mezzo del suo Spirito ricevuto nel battesimo ed è in forza di questo Spirito che possiamo imitarlo secondo le nostre possibilità, lasciando che Lui stesso compia la sua opera in noi. I predicatori amano illustrare questo aspetto con un esempio. Si racconta che un giovane pittore sia stato un grande ammiratore del famoso maestro Domenichino. Decise di imitare uno dei suoi quadri in una chiesa. Lavorava con successo fino a quando doveva riprodurre il volto della persona. Per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre negativo, usciva fuori sempre un volto differente. Disperato, buttò il pannello per terra. In quel momento si avvicinò un vechio signore che già da lungo lo osservava, prese il pennello e con poca fatica finì il quadro. E questa volta era la vera riproduzione del grande maestro. Il giovane lo gurdò sbalordito: “Signore, lei è un angelo!”. Il vecchio sorrise: “No non sono un angelo, sono Domenichino”. I santi hanno una simile esperienza. Dopo tanti fallimenti e dopo tante debolezze, sentono che Cristo vive in loro e che Lui stesso dipinge la sua immagine nel loro cuore. I pittori umani insegnano ai loro discepoli il metodo da seguire, il Mestro divino comunica a loro anche il suo talento.  Allora la via della imitazione di Cristo diventa facile. Lo si può illustrare con un altro esempio. La leggenda racconta che il santo principe Venceslao portava ai poveri legna e cibo nel duro inverno e in questa occasione andava a piedi nudi attraverso la neve. Il paggio che lo seguiva non sopportava il freddo e si lamentava. Allora il santo gli consigliò di mettere i suoi piedi accuratamente nelle sue tracce, nelle impronte sulla neve. Facendo così il paggio si sentì meravigliosamente riscaldato.  Frequentemente nei luoghi di pellegrinaggio è costruita una Via Crucis in forma vistosa. Ad ogni “stazione”  è consacrata una cappella speciale. Le preghiere corrispondenti esortano i fedeli a meditare sui diversi momenti della passione del Salvatore e a riflettere sulla propria vita, perché anch’essa è un cammino doloroso, ad imitazione di Gesù. Del resto una Via crucis si osserva in tutte le chiese cattoliche di rito latino.  Ma si sentono anche voci contrarie. Alcuni fanno obiezioni contro questo « dolorismo » medievale e portano l’esempio delle icone delle Chiese orientali dove Cristo è rappresentato come glorioso, cioè come colui che ha vinto il male e tutte le sue conseguenze. Vederlo solo nella nella sua sofferenza diminuisce il suo valore e dissuade dalla gioia di seguirlo. Inoltre vi si nota un modo di pensare troppo analitico che separa due aspetti di per sé indivisibili. Nella vita di Cristo vi è una “umiliazione fino alla morte » e insieme la « glorificazione » infinita. Sarebbero una « dopo » l’altra, o vanno piuttosto insieme? Nella prima metà di questo secolo il teologo orientale Sergej Bulgakov propose la sua spiegazione della kenosi di Cristo interpretando il testo fondamentale di San Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina… spogliò se stesso (in greco ekenosen, letteralmente: evacuò se stesso), facendosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce; per questo Dio l’ha esaltato…» (Fil 2,5 ss). L’autore non vuol negare 1′insegnamento tradizionale secondo il quale Cristo ha sofferto eroicamente come uomo. Tuttavia, per comprendere la sofferenza dell’uomo, si deve partire da Cristo Dio, non vi può essere una incoerenza fra l’atteggiamento umano e l’atteggiamento divino.  Anche nella vita divina in seno alla SS. Trinità il Figlio si « spoglia », non tiene niente come proprio, ricevendo tutto il pensiero, tutta la volontà dal Padre. Ma questa « umiliazione celeste » costituisce la sua gloria e la sua beatitudine infinita, senza qualsiasi traccia di sofferenza. Incarnandosi, facendosi uomo, Cristo trasferisce questo stesso atteggiamento nella realtà del mondo peccaminoso che si ribella al Padre.  Ed a causa di questa resistenza del mondo peccaminoso, l’umiliazione del Figlio di Dio comporta la sofferenza che è inseparabile da ogni situazione peccaminosa. Ma con questo non dobbiamo immaginarci che la beatitudine di Cristo Dio non esista più. In modo misterioso, la sofferenza e la beatitudine sono unite. La beatitudine è come un fuoco che progressivamente brucia la sofferenza per arrivare allo stato glorioso anche nell’umanità.  Questo vale solo per il Cristo individuale o anche per il Cristo mistico, per i suoi santi? I diari dei mistici ci insegnano che anche nella loro vita le grandi sofferenze si trasformavano in una gioia indicibile. Solo così poteva scrivere santa Teresa d’Avila: «O patire o morire», cioè senza la sofferenza la vita non mi interessa più. In altro luogo attesta che soffriva molto, ma che Dio non l’ha mai lasciata patire senza una consolazione particolare. I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La meditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche « dolorismo » non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano con la ferma convinzione che questo viene progressivamente superato dal fuoco divino, dalla luce splendente dello Spirito che risiede nei nostri cuori.  

Publié dans:meditazioni |on 28 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Bruno Forte – Lettera sulla preghiera

 dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/vis_diocesi.jsp?idDiocesi=55

Bruno Forte  Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto 

Lettera sulla preghiera

 Messaggio per
la Quaresima 2007 

La preghiera, l’elemosina, il digiuno:  ecco i tre pilastri del cammino di conversione della Quaresima. Al digiuno ho dedicato il messaggio per la Quaresima del 2005,  all’amore che è effuso in noi mediante la contemplazione  del Volto di Gesù e l’accoglienza della Sua misericordia  il messaggio quaresimale del 2006.  Dedico alla preghiera il messaggio di questa Quaresima,  riprendendo una lettera che ho scritto qualche anno fa durante una prolungata esperienza di preghiera,  un testo breve, già molto diffuso, tradotto anche in varie lingue,  che ora vorrei proporre a tutti Voi,  miei Figli della Chiesa di Chieti-Vasto, anche per prepararci alla Scuola della preghiera  cui vorremmo dare inizio nel prossimo Avvento. Possa lo Spirito insegnarci a pregare e ci accompagni in questo cammino la Vergine Orante,  Maria, Madre del Signore e Madre nostra.   Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere.  Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare:  una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.   Mi dici: ma io non so pregare! Mi chiedi: come pregare? Ti rispondo: comincia a dare un po’ del tuo tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che Tu glielo dia fedelmente. Fissa tu stesso un tempo da dare ogni giorno al Signore, e daglielo fedelmente, ogni giorno, quando senti di farlo e quando non lo senti. Cerca un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia, il Tabernacolo con la Presenza eucaristica…). Raccogliti in silenzio: invoca lo Spirito Santo, perché sia Lui a gridare in te “Abbà, Padre!”. Porta a Dio il tuo cuore, anche se è in tumulto: non aver paura di dirGli tutto, non solo le tue difficoltà e il tuo dolore, il tuo peccato e la tua incredulità, ma anche la tua ribellione e la tua protesta, se le senti dentro.  Tutto questo, mettilo nelle mani di Dio: ricorda che Dio è Padre – Madre nell’amore, che tutto accoglie, tutto perdona, tutto illumina, tutto salva. Ascolta il Suo Silenzio: non pretendere di avere subito le risposte. Persevera. Come il profeta Elia, cammina nel deserto verso il monte di Dio: e quando ti sarai avvicinato a Lui, non cercarlo nel vento, nel terremoto o nel fuoco, in segni di forza o di grandezza, ma nella voce del silenzio sottile (cf. 1 Re 19,12). Non pretendere di afferrare Dio, ma lascia che Lui passi nella tua vita e nel tuo cuore, ti tocchi l’anima, e si faccia contemplare da te anche solo di spalle.  Ascolta la voce del Suo Silenzio. Ascolta la Sua Parola di vita: apri la Bibbia, meditala con amore, lascia che la parola di Gesù parli al cuore del tuo cuore; leggi i Salmi, dove troverai espresso tutto ciò che vorresti dire a Dio; ascolta gli apostoli e i profeti; innamorati delle storie dei Patriarchi e del popolo eletto e della chiesa nascente, dove incontrerai l’esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio. E quando avrai ascoltato
la Parola di Dio, cammina ancora a lungo nei sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirti a Cristo, Parola eterna del Padre. Lascia che sia Dio Padre a plasmarti con tutte e due le Sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo. 
 All’inizio, potrà sembrarti che il tempo per tutto questo sia troppo lungo, che non passi mai: persevera con umiltà, dando a Dio tutto il tempo che riesci a darGli, mai meno, però, di quanto hai stabilito di poterGli dare ogni giorno. Vedrai che di appuntamento in appuntamento la tua fedeltà sarà premiata, e ti accorgerai che piano piano il gusto della preghiera crescerà in te, e quello che all’inizio ti sembrava irraggiungibile, diventerà sempre più facile e bello. Capirai allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: e vedrai che quanto porterai nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.  Così, quando verrai a pregare col cuore in tumulto, se persevererai, ti accorgerai che dopo aver a lungo pregato non avrai trovato risposte alle tue domande, ma le stesse domande si saranno sciolte come neve al sole e nel tuo cuore entrerà una grande pace: la pace di essere nelle mani di Dio e di lasciarti condurre docilmente da Lui, dove Lui ha preparato per te. Allora, il tuo cuore fatto nuovo potrà cantare il cantico nuovo, e il “Magnificat” di Maria uscirà spontaneamente dalla tue labbra e sarà cantato dall’eloquenza silenziosa delle tue opere.  Sappi, tuttavia, che non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riuscirai a far tacere il chiasso che è intorno a te e in te; a volte sentirai la fatica o perfino il disgusto di metterti a pregare; a volte, la tua sensibilità scalpiterà, e qualunque atto ti sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a tempo “perso”. Sentirai, infine, le tentazioni del Maligno, che cercherà in tutti i modi di separarti dal Signore, allontanandoti dalla preghiera. Non temere: le stesse prove che tu vivi le hanno vissute i santi prima di te, e spesso molto più pesanti delle tue. Tu continua solo ad avere fede. Persevera, resisti e ricorda che l’unica cosa che possiamo veramente dare a Dio è la prova della nostra fedeltà. Con la perseveranza salverai la tua preghiera, e la tua vita.  Verrà l’ora della “notte oscura”, in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.  Non avere paura, dunque, delle prove e delle difficoltà nella preghiera: ricorda solo che Dio è fedele e non ti darà mai una prova senza darti la via d’uscita e non ti esporrà mai a una tentazione senza darti la forza per sopportarla e vincerla. Lasciati amare da Dio: come una goccia d’acqua che evapora sotto i raggi del sole e sale in alto e ritorna alla terra come pioggia feconda o rugiada consolatrice, così lascia che tutto il tuo essere sia lavorato da Dio, plasmato dall’amore dei Tre, assorbito in Loro e restituito alla storia come dono fecondo. Lascia che la preghiera faccia crescere in te la libertà da ogni paura, il coraggio e l’audacia dell’amore, la fedeltà alle persone che Dio ti ha affidato e alle situazioni in cui ti ha messo, senza cercare evasioni o consolazioni a buon mercato. Impara, pregando, a vivere la pazienza di attendere i tempi di Dio, che non sono i nostri tempi, ed a seguire le vie di Dio, che tanto spesso non sono le nostre vie.  Un dono particolare che la fedeltà nella preghiera ti darà è l’amore agli altri e il senso della chiesa: più preghi, più sentirai misericordia per tutti, più vorrai aiutare chi soffre, più avrai fame e sete di giustizia per tutti, specie per i più poveri e deboli, più accetterai di farti carico del peccato altrui per completare in te ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del Suo corpo, la chiesa. Pregando, sentirai come è bello essere nella barca di Pietro, solidale con tutti, docile alla guida dei pastori, sostenuto dalla preghiera di tutti, pronto a servire gli altri con gratuità, senza nulla chiedere in cambio. Pregando sentirai crescere in te la passione per l’unità del corpo di Cristo e di tutta la famiglia umana. La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che puoi riconoscerti infinitamente amato e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.  Pregando, s’impara a pregare, e si gustano i frutti dello Spirito che fanno vera e bella la vita: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, fino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono gli infiniti doni dell’Amato e si impara sempre di più a rendere grazie a Lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda. E la lode è la gioia e la pace più grande del nostro cuore inquieto, nel tempo e per l’eternità.  Se dovessi, allora, augurarti il dono più bello, se volessi chiederlo per te a Dio, non esiterei a domandarGli il dono della preghiera. Glielo chiedo: e tu non esitare a chiederlo a Dio per me. E per te. La pace del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con te. E tu in loro: perché pregando entrerai nel cuore di Dio, nascosto con Cristo in Lui, avvolto dal Loro amore eterno, fedele e sempre nuovo. Ormai lo sai: chi prega con Gesù e in Lui, chi prega Gesù o il Padre di Gesù o invoca il Suo Spirito, non prega un Dio generico e lontano, ma prega in Dio, nello Spirito, per il Figlio il Padre. E dal Padre, per mezzo di Gesù, nel soffio divino dello Spirito, riceverà ogni dono perfetto, a lui adatto e per lui da sempre preparato e desiderato. Il dono che ci aspetta. Che ti aspetta. 

Publié dans:meditazioni |on 27 avril, 2007 |Pas de commentaires »

L’uomo, signore della creazione

devo fare l’elenco delle meditazioni che metto da questo sito, spero non sia un doppione, dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030404_gregorio-nissa_it.html 

L’uomo, signore della creazione

 

« È così che l’insieme degli esseri raggiunge la sua perfezione. Il cielo e la terra e ogni sostanza situata fra loro furono compiuti; ciascuna cosa accolse la bellezza che le è propria: il cielo, lo splendore degli astri; il mare e l’aria, gli animali che vi nuotano e vi volano; la terra, la diversità delle piante e degli animali, di tutti quegli esseri, insomma, che ricevono insieme la loro vitalità dalla volontà divina e che la terra mise al mondo nel medesimo istante. La terra, che aveva fatto germogliare nello stesso tempo fiori e frutti, si riempiva di splendore. I prati si ricoprivano di tutto quanto vi cresce. Le rocce e le cime delle montagne, i versanti delle colline e le pianure, tutte le valli si ornavano di erba fresca e della magnifica varietà degli alberi: quest’ultimi spuntavano appena dal suolo, che già avevano raggiunto la loro perfetta bellezza.  Naturalmente, tutte le cose erano nella gioia. Gli animali dei campi, condotti alla vita grazie al comando di Dio, saltavano nei boschi a frotte, divisi a seconda delle diverse razze. Ovunque le ombre boscose riecheggiavano del canto armonioso degli uccelli. Si può anche immaginare lo spettacolo che si offriva agli sguardi di fronte a un mare ancora calmo e tranquillo in tutte le sue onde. I porti e i rifugi che si erano spontaneamente scavati lungo le coste secondo il volere divino, univano il mare al continente. I placidi movimenti delle onde rispondevano a quelle vicine, facendo lievemente increspare la superficie dei flutti sotto l’effetto di dolci e benefiche aurette. Tutta la ricchezza della creazione, sulla terra e sul mare, era pronta; ma colui al quale essa è donata, non ancora era là.   Quel grande e prezioso essere che è l’uomo non aveva ancora trovato posto nella creazione. Non era infatti giusto che il capo facesse la sua apparizione prima dei suoi sudditi; soltanto dopo la preparazione del suo regno, allorché il Creatore dell’universo aveva, per così dire, allestito il trono di colui che doveva regnare, doveva logicamente essere rivelato il re. 

Ecco qui la terra, le isole, il mare e, al di sopra di questi, a guisa di un tetto, la volta del cielo. Ricchezze d’ogni specie erano state riposte in questi palazzi: per «ricchezze» intendo riferirmi a tutta la creazione, a tutto ciò che la terra produce e fa germogliare, a tutto il mondo sensibile, vivente e animato, così come anche (se si deve contare fra queste ricchezze quelle sostanze che la bellezza rende preziose agli occhi degli uomini, come l’oro, l’argento e queste pietre tanto ambite) a tutti quei beni che Dio pone in abbondanza nel seno della terra come in cantine reali.  Unicamente allora Iddio fa apparire l’uomo in questo mondo, affinché egli sia, delle meraviglie dell’universo, il contemplatore e la guida. Il Signore vuole che il loro godimento, infatti, doni all’uomo l’intelligenza di colui che gliele ha fornite, in maniera che la grandiosa bellezza di ciò che egli vede lo ponga sulle tracce della potenza ineffabile e inesprimibile del Creatore. Ecco perché l’uomo è condotto per ultimo nella creazione. Non che costui venga relegato con disprezzo all’ultimo posto, ma perché, fin dalla sua nascita, comprendesse di essere il sovrano di quel suo regno. Un buon padrone di casa, d’altronde, non introduce il suo invitato che dopo i preparativi del pranzo, allorché egli abbia messo tutto a posto come si deve e adeguatamente decorato la casa, il divano e la tavola. Soltanto allora, pronta la cena, fa sedere il suo convitato. Allo stesso modo, colui il quale, nella sua immensa ricchezza, è l’anfitrione della nostra natura adorna dapprima la dimora di bellezze d’ogni genere, allestendo questo grande e vario festino. A questo punto egli introduce l’uomo per rivelargli non il possesso di beni che questi non ancora detiene, bensì il godimento di quanto a lui si offre. Ecco perché, nel creare la nostra natura, Iddio getta un duplice fondamento all’unione del divino con il terrestre, affinché, attraverso l’uno e l’altro carattere, l’uomo godesse doppiamente sia di Dio, grazie alla sua natura divina, sia dei valori terreni, in virtù di quella sua sensibilità che appartiene alla loro stessa dimensione.«    Gregorio di Nissa, La formazione dell’uomo, 1-2 

Publié dans:meditazioni |on 10 avril, 2007 |Pas de commentaires »
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