Archive pour la catégorie 'meditazioni'

TRANSFIGURAZIONE DI GESÙ – NON E’ FACILE PARLARE DI UNA PERSONA

http://www.adonaj.it/782/chi-e-per-noi

TRANSFIGURAZIONE DI GESÙ – NON E’ FACILE PARLARE DI UNA PERSONA

Parlare di cose o oggetti non è poi tanto difficile. Le cose si possono descrivere: non reclamano e neppure protestano se ci inganniamo sul loro conto. Parlare di persone è già più difficile: possono protestare se giudicano la descrizione non corrispondente alla realtà. Inoltre, la persona umana con tutto il peso della sua vita, dei suoi sentimenti e dei suoi ideali assume dimensioni smisurate, che le nostre parole non possono contenere. Il cuore dell’uomo è sempre un mistero che nessuno riesce a sondare completamente. Si potrebbe anche pensare di conoscere bene l’altro, ma, quando meno ci si aspetta, questo altro dice e fa cose del tutto impreviste. Quante volte si finisce col dover dire (e questo accade molte volte nella esistenza di una persona):”Mi sono proprio sbagliato riguardo a quel tale!” (e questo sia nel bene e nel male). Ancora più difficile è parlare di una persona discussa dappertutto, a carico della quale esistono le più svariate opinioni e che, da parte sua, si presenta con esigenze e fa le sue critiche alla vita che conduciamo noi. Parlare di una persona del genere vuol dire compromettersi. In questo caso, non è possibile restare neutrali o esprimere un’opinione personale, senza prendere posizione. Si voglia o no, bisogna per forza fare una scelta, sia a favore che contro. Perciò è difficile parlare di una persona del genere. Si corre sempre il rischio di mescolare le nostre idee con la descrizione che facciamo di lei.

La difficoltà che nasce quando ci accingiamo a parlare di Gesù Cristo

Quando ci mettiamo a parlare di Gesù, succede spesso proprio così. Gesù non può essere contenuto dalle nostre parole e neppure dalle nostre idee. E, meno male! Egli è sempre più grande di tutto quanto possiamo pensare e dire di Lui. A volte crediamo di sapere per filo e per segno tutto quello che Gesù è e chiede da noi ma, all’improvviso, quando meno ci si aspetta, Egli fa irruzione nella nostra vita, mettendone in rilievo l’uno o l’altro aspetto, l’una o l’altra esigenza, fino a quel momento a noi sconosciuti. Gesù, infatti, non appartiene al passato, non è qualcuno che è stato. Continua ad essere vivo, tutt’oggi. Sta sempre là, a correggere le idee sbagliate e comodiste, che noi ci siamo fabbricate su di Lui. E, poi, viene con tale esigenza che, volere o no, ci si sente costretti a prendere posizione e a dire sì o no. Non è possibile scuotere le spalle e dire.”Non me ne importa niente”. La nostra più grande tentazione è quella di inquadrare Gesù negli schemi delle nostre idee, trasformandolo in una specie bestia da soma, per caricarlo di tutti i nostri desideri. Il che sarebbe possibile solo nella nostra fantasia. Gesù sfugge alla nostra sete di possesso. Anzi, lui stesso ha detto un giorno, che nessuno lo conosce se non il Padre e colui al quale il Padre lo vuol rivelare. Per tutte queste ragioni è così difficile parlare di Gesù. Gesù non è uno capitato qui per caso, e neppure uno che dice cose senza importanza. Si tratta della vita e della morte, della luce e delle tenebre, della verità e della menzogna, della salvezza e della perdizione. Si tratta, come possiamo ben comprendere, del senso della vita umana. Non è possibile trascurare la sua Parola, come se si trattasse di cose senza valore. Esse riguardano argomenti molto seri. Chi vuol davvero prendere sul serio la vita dovrà almeno essere così onesto da conoscere tutto ciò e verificarlo con sincerità. Da quando Gesù è venuto nel mondo e ha predicato la Buona Novella, qualsiasi tentativo di fare un discorso sul senso della vita, senza tenere conto di quello che la storia ha registrato fino ad oggi, è del tutto superato. Sarebbe come se uno si mettesse a parlare dell’illuminazione della città, senza sapere che cos’è l’energia elettrica; o se si mettesse a parlare della salute della gente, senza sapere che cosa ha scoperto e realizzato la medicina durante gli ultimi anni.

Publié dans:meditazioni |on 5 mai, 2016 |Pas de commentaires »

L’ENTUSIASMO DI STARE CON DIO: NON C’È SPAZIO PER EDUCATORI “MUSONI”

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125613

L’ENTUSIASMO DI STARE CON DIO: NON C’È SPAZIO PER EDUCATORI “MUSONI”

La gioia, scriveva Bernanos, è il barometro dell’anima. È un indicatore, “una spia”, un segnale. Se manca, qualcosa non è a posto, qualcosa non va.   I musoni e i melanconici non hanno spazio tra i giovani. Come i pessimisti. Quelli che non credono nei giovani. Nei più “difficili”. Con loro non c’è più niente da fare! Ci vorrebbe lo psicologo! Lo psichiatra! Un’èquipe! E’ vero, spesso ci vogliono: le scienze umane sono un valore. Ma è altrettanto vero che grandi educatori del passato e del presente, hanno una marcia in più quando affermano che ogni persona è una “Storia sacra” da saper leggere, ascoltare, meditare (Jean Vanier), che in ogni ragazzo vi è “un segreto” da scoprire, per simpatizzare con loro e aprirsi a un dialogo, a una relazione educativa che salva entrambi.  «Don Bosco – disse una volta l’arcivescovo Montini, parlando ai ragazzi in S. Agostino a Milano – considerava i ragazzi come voi considerate un egnigma, un indovinello di quelli che bisogna decifrare. In ogni ragazzo vedeva qualche cosa di profondo, di misterioso, di difficile da interpretare e si era fatto un occhio straordinario, diremmo un occhio clinico, un occhio capace di penetrare subito».  L’occhio del cuore di chi ha dato la sua vita ai giovani! Di chi è stato con loro! Di chi non li ha osservati da lontano, sui libri! Di chi conosceva i ragazzi e i giovani nella loro voglia di allegria, di gioco, di senso: per chi vivo, per chi studio, per chi devo farmi buono!   La gioia, barometro dell’anima  L’allegria! Non banale, superficiale. Non l’allegria che si compra, che si vede, ma quella che nasce dalla gioia di essere vivo, di essere “se stessi” con la propria storia, i propri pregi e difetti. La gioia di appartenere a qualcuno! Di essere di qualcuno! Di avere qualcuno accanto, contento del suo ruolo, della sua esistenza di padre, di madre, di insegnante, di educatore! La gioia, scriveva Bernanos, è il barometro dell’anima. E’ un indicatore, “una spia”, un segnale.  Se manca, qualcosa non è a posto,qualcosa “non va”: «Il cristiano, sempre Bernanos che scrive, è un seminatore di gioia; è per questo che egli fa grandi cose. La gioia è una delle potenze irresistibili del mondo: essa placa, disarma, conquista; l’anima allegra è apostolo; attira a Dio gli uomini manifestando loro ciò che in lei produce la presenza di Dio». Non per nulla, le sfide più provocanti contro il cristianesimo le troviamo nel campo della gioia, assieme a quelle lanciate nel campo della carità, dell’amore, del servizio all’uomo, al povero, agli ultimi, agli sbandati, alle persone al margine, ai peccatori.  Nietsche non ha capito molto del cristianesimo, ma ha capito abbastanza per dire che se uno è cristiano deve essere un testimone della gioia: «Se la vostra fede vi rende felici, mostratevi tali. I vostri visi hanno sempre nociuto alla fede più dei vostri argomenti… Finisce la vita dove comincia il Regno di Dio”. Sant’Ambrogio affermava il contrario: «La vita è essere con Cristo: dov’è Cristo, lì è la vita, lì è il Regno”.   La gioia vera dei testimoni Respiravo questo clima di gioia, lunedì, a Carugate, durante la Tavola rotonda in occasione della Festa dei dieci anni di un’Associazione di famiglie, che lavorano per l’adozione e per l’affido familiare, “Genitori di cuore” di Pessano con Bornago. Non è stato difficile al conduttore, Fabio Pizzul, far emergere dai testimoni, la gioia vera, quella dell’accoglienza. Da don Alessandro Vavassori, la gioia dell’incontro con chi viene da oltre confine, non straniero, ma compagno, amico, fratello. Da suor Graziella che ha imparato dalle sue ragazze, che non ha mai chiamato “difficili”, la gioia dello stare con loro per ascoltarle,valorizzarle, con grande pazienza.  Da mamma Silvia, resa “famosa” dal figlio Mario, il Balotelli di cui tutti parlano a proposito e… a sproposito. A noi è apparsa grande nella semplicità del suo racconto, gli occhi che brillavano della gioia interiore di chi ha vissuto una grande avventura accanto a suo marito e ai suoi tre figli: tre affidi familiari e poi l’adozione di un bimbo di due anni e mezzo, “una vera bomba ad orologeria”, che non ha buttato all’aria la famiglia, l’ha solo messa alla prova con la sua vivacità, la sua “originalità”, la voglia di recuperare due anni e mezzo di abbandono. Gioia ed entusiasmo che hanno dato valore al mio intervento, che richiamava la fame e la sete che hanno tanti ragazzi e ragazze di essere “adottati” dagli stessi genitori, in fuga dall’educare.  L’entusiasmo! E’ l’altra spia della significatività della nostra vita! Scriveva un mio confratello, don Montani, che si muore la prima volta quando si perde l’entusiasmo! Si può morire a 20/30 anni, pur campando fino a novanta! Entusiasmo, diceva lui che sapeva di greco, nel senso etimologico del termine significa: essere immersi in Dio! Non ci avevo mai pensato ma è meraviglioso!  

Publié dans:meditazioni |on 2 mai, 2016 |Pas de commentaires »

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030107_ambrogio_it.html

LA PREDICA DEL SOLE – AMBROGIO, ESAMERONE, 4,1.2.4

« Con grande splendore il sole procede nel giorno, inonda la terra di luce e la riscalda. Guardati, uomo, dal fissare lo sguardo nella sua grandezza, perché l’immenso splendore della sua luce non abbacini l’occhio del tuo spirito, come a colui che ha il sole allo zenit e vi fissa lo sguardo: offeso dalla sua luce, subito perde la vista. Se non rivolge altrove il viso e l’occhio, crede di non poter più affatto vedere e di essersi giocato la vista; ma se, invece, distoglie lo sguardo, può ancora godere della sua potenza visiva. Guardati dunque che il suo raggio sorgente non confonda anche il tuo sguardo! …Non fidarti ciecamente del suo magnifico splendore! Il sole è l’occhio del mondo, la gioia del giorno, la bellezza del cielo, la leggiadria della natura, il gioiello della creazione. Pensa sempre, quando lo guardi, al suo Fattore! Loda sempre, quando lo ammiri, il suo autore. Se già questo sole che ha essere e sorte comune con tutte le creature, splende tanto benefico, come deve essere buono il «sole della giustizia»! Se questo sole è così veloce, che nel suo impetuoso corso tra giorno e notte, tutto illumina, come deve essere grande quello che è sempre ovunque, e tutto riempie con la sua maestà! Se è meraviglioso questo che sorse al suo comando, come è meraviglioso al di fuori di ogni misura colui che comanda al sole di arrestarsi, ed esso non avanza più (Gb 9,7), come si legge. Se è grande questo che, ogni giorno nel corso delle ore, se ne viene e se ne va su ogni regione, come deve essere quello che anche quando si umiliò, perché noi potessimo vederlo visibilmente, era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9). Se è incomparabilmente eccellente questo, che pur spesso impallidisce quando la terra si interpone, come deve essere grande la maestà di colui che dice: Ancora una volta farò scuotere la terra! (Ag 2,6). La terra nasconde questo sole, mentre non potrebbe reggere quando l’altro sole la scuote, se non fosse sostenuta dalla sua volontà. E se è un danno per il cieco non vedere la dolce luce di questo sole, quale danno sarà per il peccatore, privato delle opere della «luce vera», patire le tenebre di una notte eterna!… Con la voce dei suoi doni, così sembra che gridi la natura: buono è il sole, ma è solo mio servo, non mio padrone. È buono, perché è il promotore, ma non il creatore della mia fecondità. È buono perché nutre, ma non causa i miei frutti. A volte addirittura esso brucia i miei prodotti; spesso addirittura mi è dannoso, e mi lascia a mani vuote. Non per ciò io sono ingrata a questo mio collaboratore: mi è stato dato a vantaggio e utilità, con me è sottoposto alla fatica, con me è soggetto alla caducità, con me è sottomesso alla schiavitù della corruzione; con me sospira, con me si duole aspettando che venga l’adozione in figli e la redenzione del genere umano, che renda possibile anche a noi la liberazione dalla schiavitù. Al mio fianco esso loda il Creatore, al mio fianco inneggia al Signore Dio nostro. E quando più ricchi sono i suoi benefici, io ne partecipo insieme con lui. Se il sole è benedizione, è benedizione pure la terra, sono benedizione anche i miei alberi da frutto, benedizione le bestie, benedizione gli uccelli. Il navigante sul mare si lagna del sole, e aspira a me. Il pastore sul monte si protegge da lui sotto le mie fronde, si affretta ai miei alberi, le cui ombre lo proteggono nella calura; alle mie sorgenti accorre assetato e stanco. » 

RITORNO A DIO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_d.htm

RITORNO A DIO

Giulio Bevilacqua *

Padre Bevilacqua, il «parroco-cardinale» nacque nel Veronese nel 1881. Si laureò a Lovanio con una tesi di carattere sociologico. Filippino nel 1906 e sacerdote due anni dopo, fu pensatore, scrittore e predicatore profondo e apprezzatissimo. Parroco in tempo di pace e cappellano durante la guerra, può veramente essere chiamato un «umanista cristiano» nel senso più pieno dell’espressione. Quando, a 84 anni, fu fatto cardinale e accettò questa dignità a patto di poter rimanere semplice parroco di periferia, si comprese che era uno degli uomini delle nuove frontiere della Chiesa, che davvero aveva saputo mantenersi sempre giovane. Morì povero fra i poveri il 6 maggio 1965, concludendo la sua splendida testimonianza di vita evangelica.

Tutta la creazione deve percorrere un immenso ciclo che parte da Dio e torna a Dio. In senso infinitesimale e analogico, ogni creatura umile e sovrana può ripetere la parola di Gesù: Uscii dal Padre, e venni al mondo: abbandono di nuovo il mondo e torno al Padre (Gv. 16, 28). La vita totale non è che questo immenso pellegrinaggio di stelle e di atomi, di spiriti e di corpi che, partiti da Dio, tornano a vivere o a morire, ai piedi o sul cuore di Dio. Ma nel cammino l’uomo si è improvvisamente arrestato. Per gelosia, per orgoglio. La grandezza da cui l’uomo usciva gli sembrava schiacciante. Per fame e sete di esperienze nuove, il sentiero incerto gli parve più dolce del grande cammino. L’uomo nel moto universale delle creature sentì allargarsi i confini del proprio io, sentì vicina la realizzazione del miraggio: sarai come Dio! Diffidente di fronte al comando di Dio, fu credulo alle promesse di tutte le insufficienze moltiplicate che gli garantivano paradisi terrestri tra i corpi e le cose. Corridore distratto, dimenticò che la gloria è all’ultima tappa e si familiarizzò con le tappe intermedie. Allora venne l’espiazione per ricordare all’uomo che ogni precetto di Dio è sotto pena di morte perché ogni precetto di Dio è legge di vita. Ogni ora portò all’uomo un tormento, ogni sforzo una delusione, ogni stagione una decadenza, ogni promessa una smentita. Come il soldato e che per viltà tronca la marcia e si distende sul ciglio della via, l’uomo, dopo la prima ebbrezza, si sentì solo… Prima della sosta, il cammino di andata-ritorno da Dio a Dio era dolce e luminoso come il cammino degli astri e lo svolgersi delle stagioni. Dopo l’arresto non è più così; la ripresa della marcia, nell’ordine universale, suppone un cumulo di energie, di capacità eccedenti ogni disponibilità umana. D’altra parte il ponte era spezzato tra l’uomo e Dio. L’uomo, in piena luce aveva rifiutato a Dio la dignità di bene unico e sovrano. Questo bene infinito e calpestato esigeva una riparazione di un valore infinito. Il Cristo poteva rappresentare in pieno questa umanità ribelle; ed il suo gesto di dolore e di amore sterminato, partendo dalla sua personalità divina, poteva riallacciare l’umanità a Dio… Così la pietà divina diede il Figlio per redimere il mondo. Il Signore della gioia si fece l’uomo del dolore ed assunse sopra di sé la gigantesca fatica di ricondurre l’uomo al suo Dio, attraversando un oceano di sofferenze dovute a noi dalla logica pesante e serrata della colpa come dalla logica alta e profonda della giustizia.

* L’uomo che conosce il soffrire – Ed. Studium; Roma 1940 pp. 57-59.

LA MISERICORDIA DI DIO VERSO COLORO CHE SI PENTONO DEI LORO PECCATI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010328_massimo-confessore_it.html

LA MISERICORDIA DI DIO VERSO COLORO CHE SI PENTONO DEI LORO PECCATI

A cura dell’Istituto di Spiritualità: Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino

« Tutti i predicatori della verità, tutti i ministri della grazia divina e quanti dall’inizio fino a questi nostri garni hanno parlato a noi della volontà salvifica di Dio, dicono che nulla è tanto caro a Dio e tanto conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati. E proprio per ricondurre a sé gli uomini Dio fece cose straordinarie, anzi diede la massima prova della sua infinita bontà. Per questo il Verbo del Padre, con un atto di inesprimibile umiliazione e con un atto di incredibile condiscendenza si fece carne e si degnò di abitare tra noi. Fece, patì e disse tutto quello che era necessario a riconciliare noi, nemici e avversari di Dio Padre. Richiamò di nuovo alla vita noi che ne eravamo stati esclusi. Il Verbo divino non solo guarì le nostre malattie con la potenza dei miracoli, ma prese anche su di sé l’infermità delle nostre passioni, pagò il nostro debito mediante il supplizio della croce, come se fosse colpevole, lui innocente. Ci liberò da molti e terribili peccati. Inoltre con molti esempi ci stimolò ad essere simili a lui nella comprensione, nella cortesia e nell’amore perfetto verso i fratelli. Per questo disse: « Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi » (Lc 5, 32). E ancora: « Non sono i sani che hanno bisogno del.:medico, ma i malati » (Mt 9, 12). Disse inoltre di essere venuto a cercare la pecorella smarrita e di essere stato mandato alle pecore perdute della casa di Israele. Parimenti, con la parabola della dramma perduta, alluse, sebbene velatamente, a un aspetto particolare della sua missione: egli venne per ricuperare l’immagine divina deturpata dal peccato. Ricordiamo poi quello che dice in un’altra sua parabola: « Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito … » (Lc 15, 7). Il buon samaritano del vangelo curò con olio e vino e fasciò le ferite di colui che era incappato nei ladri ed era stato spogliato di tutto e abbandonato sanguinante e mezzo morto sulla strada. Lo pose sulla sua cavalcatura, lo portò all’albergo, pagò quanto occorreva e promise di provvedere al resto. Cristo è il buon samaritano dell’umanità. Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso. Richiama all’ovile la pecorella che si era allontanata dalle cento pecore di Dio. Dopo averla trovata che vagava sui colli e sui monti, non la riconduce all’ovile a forza di spintoni e urla minacciose, ma se la pone sulle spalle e la restituisce incolume al resto del gregge con tenerezza e amore. Dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo (cfr. Mt 11, 28). E ancora: « Prendete il mio giogo sopra di voi » (Mt 11, 29). Il giogo sono i comandamenti o la vita vissuta secondo i precetti evangelici. Riguardo al peso poi, forse pesante e molesto al penitente, soggiunge: « Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero » (Mt 11, 30). Insegnandoci la giustizia e la bontà di Dio, ci comanda: Siate santi, siate perfetti, siate misericordiosi come il Padre vostro celeste (cfr. Lc 6, 36); « Perdonate e vi sarà perdonato » (Lc 6, 37) e ancora: « Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro » (Mt 7, 12). » Dalle « Lettere » di san Massimo Confessore, abate (Lett. 11; PG 91, 454-455)

 Orazione O Dio, che dai la ricompensa ai giusti e non rifiuti il perdono ai peccatori pentiti, ascolta la nostra supplica: l’umile confessione delle nostre colpe ci ottenga la tua misericordia. Per il nostro Signore. 

           

Publié dans:meditazioni |on 2 mars, 2016 |Pas de commentaires »

LASCIARSI SCOLPIRE DALLA QUARESIMA

http://www.fmaitv.eu/content/lasciarsi-scolpire-dalla-quaresima

LASCIARSI SCOLPIRE DALLA QUARESIMA

Inviato da contenuti il Mer, 22/02/2012

Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ama citare – riguardo i giovani – le parole di un padre della chiesa del IV secolo; “Voi vi chiedete come mai i giovani crescendo si allontanino dalla Chiesa. Ma è naturale; è come nella caccia alla volpe, dove i cani che non l’hanno vista, prima o poi si stancano, rinunciano e tornano a casa; mentre quei pochi che hanno visto la volpe proseguiranno la loro caccia fino in fondo”. Ed Enzo Bianchi conclude: “Ecco, il problema è far vedere la volpe ai giovani, far conoscere loro Gesù Cristo”.
Non solo ai giovani, ma a tutti noi è chiesto questo: conoscere e amare Gesù Cristo, vivere nel quotidiano il suo Vangelo.
Sono arrivato alquanto tardi a dare a Gesù Cristo il posto centrale ch’egli occupa oggi
nel mio pensiero e nella mia vita … Oggi, dopo aver molto riflettuto e predicato … Gesù Cristo è la luce, il calore e – attraverso il suo Spirito Santo – il moto della mia vita. Egli mi interroga ogni giorno, e ogni giorno mi impedisce di arrestarmi: il suo Vangelo e il suo esempio mi strappano alla tendenza istintiva che mi terrebbe legato a me stesso, alle mie abitudini, al mio egoismo. Ed esperimento la verità di questa frase di Ibn Arabi: « Colui la cui malattia si chiama Gesù, non può guarire ». (Yves Congar, teologo)
La Quaresima è proprio per questo un’occasione propizia: è intraprendere un viaggio, un percorso che conduce all’incontro col Signore Crocefisso e Risorto; è un grande appello sempre nuovo, scomodo e insieme promettente, a verificare il nostro essere cristiani sulla Pasqua di Gesù e sul Vangelo.
Intraprendere questo viaggio, rispondere a questo appello ci costruirà, ci darà una nuova forma, la forma di Gesù, ci spalancherà nuovi orizzonti, ci scolpirà come cristiani.
È noto l’aneddoto che narra di Michelangelo, visitato nel suo atelier di scultore da papa Giulio II, mentre stava accanendosi contro un blocco di marmo. “Perché colpisci così forte?”, gli chiese il pontefice. Gli rispose Michelangelo: “Non vedete che c’è un angelo imprigionato in questo blocco di marmo? Io lavoro per liberarlo!”.
E allora, lasciamoci “scolpire” e liberare dalla Quaresima …
In particolare vi invito a lasciarvi scolpire dalla Parola di Dio.
La Parola di Dio non si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in se stessi, la si porta su di sé. Non la si ripone in un angolo di se stessi, nella propria memoria, come sistemata sul ripiano di un armadio. La si lascia andare fino al fondo di sé, sino a quel cardine su cui fa perno tutto il nostro essere. Essa non ci deve più abbandonare, più di quanto non ci abbandoni la nostra vita e il nostro spirito. Essa vuole fecondare, modificare, rinnovare la stretta di mano che avremmo da dare, lo sforzo che poniamo nei compiti che ci spettano, il nostro sguardo su coloro che incontriamo, la nostra reazione alla fatica, il nostro sussulto di fronte al dolore, lo schiudersi della nostra gioia. Vuole stare con se stessa ovunque noi siamo con noi stessi. Allora la vedremo splendere mentre camminiamo per strada, mentre accudiamo al nostro lavoro, sbucciamo i legumi, attendiamo una telefonata, spazziamo i pavimenti; la vedremo splendere tra due frasi del nostro prossimo, tra due lettere da scrivere, quando ci svegliamo e quando ci addormentiamo. Il fatto è che essa ha trovato il suo posto: un cuore di uomo povero e caldo per riceverla. (Madeleine Delbrêl, Noi delle strade)
Ascoltare, leggere, meditare la Parola; gustarla, amarla, celebrarla, viverla è l’itinerario su cui camminare nella prossima Quaresima. Certi che mettersi in ascolto della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci fa capaci di amare.
Ed è l’amore che si declina nelle sue varie forme – in casa e fuori casa, coi vicini e con i lontani, nelle diverse attività di volontariato, nelle sfide della giustizia – il luogo per incarnare la Parola che si ascolta e cambia il cuore.
Sono stato colpito dalla scritta collocata sopra il Crocefisso ligneo della vostra
splendida chiesa (S. Bernardino di Molfetta): CHARITAS SINE MODO.
È un latino semplice, che vuol dire: amore senza limite. Anzi, per essere più fedeli alle parole, bisognerebbe tradurre così: Amore senza moderazione. Smodato, sregolato. Amore senza freni, senza misura, senza ritegno.
Volesse il cielo che, ogniqualvolta uscite dalla chiesa, non vi sentiste affidare da Gesù Cristo nessun’altra consegna che questa: Charitas sine modo. La misura dell’amore … è quella di amare senza misura.
(mons. Tonino Bello)
La Quaresima torna ogni anno con le sue domande e proposte forti e con la sua richiesta di risposte forti. Non la si può mai dare per scontata o invecchiata. Invita al silenzio, all’ascolto della Parola, alla preghiera, alla sobrietà, alla fraternità. Invita alla conversione del cuore, al rovesciamento di alcune prospettive.
In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda mettere radici e innalzarsi,
giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire:
eppure questo miracolo si produce mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi nel cuore dell’uomo?
(Kahlil Gibran)

La Quaresima può essere la tua, la mia primavera …
Mirko Bellora

SAN SILVANO DELL’ATHOS – LE LACRIME DI ADAMO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/non_disperare3.htm

SAN SILVANO DELL’ATHOS – LE LACRIME DI ADAMO

Adamo, padre dell’umanità, in paradiso conobbe la dolcezza dell’amore di Dio; così, dopo esser stato cacciato dal paradiso a causa del suo peccato e aver perso l’amore di Dio, soffriva amaramente e levava profondi gemiti. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi. La sua anima era tormentata da un unico pensiero: « Ho amareggiato il Dio che amo ». Non l’Eden, non la sua bellezza rimpiangeva, ma la perdita dell’amore di Dio che a ogni istante attrae insaziabilmente l’anima a Dio. Così ogni anima, che ha conosciuto Dio nello Spirito santo e ha poi smarrito la grazia, prova lo stesso dolore di Adamo. L’anima soffre e si tormenta per aver amareggiato il Signore che ama. Adamo gemeva, sperduto su una terra che non gli procurava gioia; aveva nostalgia di Dio e gridava: « L’anima mia ha sete del Signore, in lacrime lo cerco. Come potrei non cercarlo? « Quando ero con Dio, l’anima mia si rallegrava nella pace e l’avversario non poteva farmi alcun male. Ora invece lo spirito malvagio si è impadronito di me e tormenta l’anima mia. Ecco perché l’anima mia si strugge per il Signore fino a morire e non accetta conforto alcuno; il mio spirito anela a Dio e nulla di terreno lo consola; ho desiderio ardente di rivedere Dio (cf. Sal 42,2 ss.), di goderlo fino a saziarmene. « Nemmeno per un attimo posso dimenticarmi di lui, l’anima mia langue per lui, gemo dal grande dolore. Abbi pietà di me, o Dio, pietà della tua creatura caduta ». Così gemeva Adamo, e un fiume di lacrime gli solcava il volto, scorreva sul petto e cadeva a terra. Il deserto intero riecheggiava dei suoi singhiozzi. Bestie e uccelli erano ammutoliti di dolore. E Adamo gemeva: per il suo peccato tutti avevano perduto la pace e l’amore. Grande fu il dolore di Adamo dopo la cacciata dal paradiso, ma più grande ancora quando vide il figlio Abele ucciso da Caino. Per l’immane sofferenza piangeva, pensando: « Allora da me usciranno popoli, si moltiplicheranno sulla terra, ma solo per soffrire tutti, per vivere nell’inimicizia e uccidersi a vicenda ». Come oceano immenso era il suo dolore: solo le anime che hanno conosciuto il Signore e il suo ineffabile amore possono capirlo. Io pure ho perso la grazia, e con Adamo imploro: « Abbi pietà di me, Signore. Donami lo spirito di umiltà e di amore ». Come è grande l’amore del Signore! Chi ti ha conosciuto non si stanca di cercarti, e giorno e notte grida: « Desidero te, Signore, in lacrime ti cerco. Come potrei non cercarti? Sei tu che mi hai permesso di conoscerti nello Spirito santo e ora questa divina conoscenza attira incessantemente la mia anima a te ».

Adamo piangeva: « Il silenzio del deserto, non mi rallegra. La bellezza di boschi e prati, non mi dà riposo. Il canto degli uccelli, non lenisce il mio dolore. Nulla, più nulla mi dà gioia. L’anima mia è affranta da un dolore troppo grande. Ho offeso Dio, il mio amato. E se ancora il Signore mi accogliesse in paradiso, anche là piangerei e soffrirei. Perché ho amareggiato il Dio che amo ».

Adamo, cacciato dal paradiso, sentiva sgorgare dal cuore trafitto fiumi di lacrime. Così piange ogni anima che ha conosciuto Dio e gli dice: « Dove sei, Signore? Dove sei, mia luce? Dove si è nascosta la bellezza del tuo volto? Da troppo tempo l’anima mia non vede la tua luce, afflitta ti cerca. Nell’anima mia non lo vedo. Perché? In me non dimora. Cosa glielo impedisce? In me non c’è l’umiltà di Cristo né l’amore per i nemici ». Sconfinato, indescrivibile amore: questo è Dio.

Adamo andava errando sulla terra: nel cuore lacrime amare, la mente continuamente in Dio. E quando il corpo esausto non aveva più lacrime da piangere, era lo spirito ad ardere per Dio, non potendo dimenticare il paradiso e la sua bellezza. Ma l’anima di Adamo amava Dio più di ogni altra cosa e, forte di questo amore, a lui incessantemente anelava. Adamo, di te io scrivo; ma tu vedi che troppo debole è la mia mente per capire l’ardore del tuo desiderio di Dio e il peso della tua penitenza. Adamo, tu vedi quanto io, tuo figlio, soffro sulla terra. In me non c’è più fuoco ormai, la fiamma del mio amore si sta spegnendo. Adamo, canta per noi il cantico del Signore: l’anima mia esulti di gioia nel Signore (cf. Lc 1,47), si levi a cantarlo e glorificarlo, come nei cieli lo lodano i cherubini, i serafini e tutte le potenze celesti. Adamo, nostro padre, canta per noi il cantico del Signore: tutta la terra lo senta, tutti i tuoi figli levino i loro cuori a Dio, gioiscano al dolce suono dell’inno del cielo, dimentichino le sofferenze della terra. Adamo, nostro padre, narra il Signore a noi, tuoi figli! L’anima tua conosceva Dio, conosceva la dolcezza e la gioia del paradiso. E ora tu dimori nei cieli e contempli la gloria del Signore. Narraci come il Signore nostro è glorificato per la sua passione, come vengono cantati i cantici in cielo, come sono dolci gli inni proclamati nello Spirito santo. Narraci la gloria di Dio, quanto è misericordioso, quanto ama la sua creatura. Narraci della santa Madre di Dio, quanto è esaltata nei cieli, quali inni la proclamano beata. Narraci come gioiscono i santi lassù, come risplendono di grazia, come amano il Signore, con quale santa umiltà stanno davanti al suo trono. Adamo, consola e rallegra le nostre anime affrante. Narraci: cosa vedi nei cieli? Non rispondi? Perché questo silenzio? Eppure, la terra intera è avvolta di sofferenza. Tanto ti assorbe l’amore divino da non poterti ricordare di noi? Oppure vedi la Madre di Dio nella gloria e non puoi distogliere gli occhi da quella celeste visione e per questo lasci i tuoi figli nella desolazione, orfani di una parola di affetto? È per questo che non ci consoli e non ci permetti di scordare le amarezze della nostra vita terrena? Adamo, nostro padre, non rispondi? Il dolore dei tuoi figli sulla terra tu lo vedi. Perché dunque questo silenzio? Perché?

Adamo risponde: « Figli miei, amati, non turbate la mia pace. Non posso distogliermi dalla visione di Dio. L’anima mia, ferita dall’amore del Signore, si delizia della sua bontà. Chi vive nella luce del volto del Signore non può ricordarsi delle cose terrene ». Adamo, nostro padre, hai forse abbandonato noi, tuoi figli ormai orfani? Ci hai lasciati immersi nell’abisso dei mali della terra? Narraci: come piacere a Dio? Ascolta i tuoi figli dispersi sulla terra: il loro spirito si disperde nei pensieri del loro cuore (cf. Lc 1,5 1) e non può accogliere la divinità. Molti si sono allontanati da Dio, vivono nelle tenebre e camminano verso gli abissi dell’inferno. « Non turbate la mia estasi. Contemplo la Madre di Dio nella gloria e non posso distrarre la mente da questa visione per parlare con voi. Contemplo anche i santi profeti e apostoli e sono pervaso di stupore perché li vedo in tutto simili al Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. « Cammino nell’Eden e ovunque contemplo la gloria del Signore: egli vive in me e mi ha reso simile a lui. A tal punto il Signore glorifica l’uomo! ». Adamo, parla con noi! Siamo tuoi figli e qui sulla terra soffriamo. Narraci come ereditare il paradiso, affinché noi pure, come te, possiamo contemplare la gloria del Signore. Le anime nostre soffrono per la lontananza dal Signore, mentre tu nei cieli ti rallegri ed esulti nella gloria divina. Ti supplichiamo: consolaci! « Figli miei, perché gridate a me? « Il Signore vi ama e vi ha dato i comandamenti della salvezza. Osservateli, soprattutto amatevi gli uni gli altri (cf. Gv 13,34): così troverete riposo in Dio. In ogni istante pentitevi dei vostri peccati: così sarete ritenuti degni di andarvene incontro a Cristo. Il Signore ha detto: ‘Amo quelli che mi amano’ (cf. Gv 14,21) e ‘glorificherò quelli che mi glorificano’ (1Sam 2,30) ». Adamo, prega per noi, tuoi figli! L’anima nostra è oppressa da molti mali. Adamo, nostro padre, nei cieli tu contempli il Signore che è seduto nella gloria alla destra del Padre; vedi i cherubini, i serafini e i santi tutti; ascolti canti celesti e l’anima tua è rapita da tanta dolcezza. Ma noi, quaggiù, esclusi dalla grazia, siamo costantemente afflitti e abbiamo sete di Dio. Si estingue in noi il fuoco dell’amore del Signore, siamo oppressi dal peso delle nostre colpe. Una tua parola ci sia di conforto; canta a noi un canto che ascolti nei cieli: lo senta la terra intera e gli uomini tutti dimentichino le loro miserie. Adamo, la tristezza ci opprime! « Figli miei, non turbate la mia pace. Passato è il tempo delle mie sofferenze. Nella dolcezza dello Spirito santo e nelle delizie del paradiso, come ricordarmi della terra? « Questo solo vi dirò: Il Signore vi ama: vivete nell’amore! ‘Obbedite ai vostri superiori’ (Eb 13,17), umiliate i vostri cuori. « Lo Spirito di Dio allora porrà la sua tenda in voi (cf . Gv 1,14). Viene nella quiete e all’anima dona pace; muto (cf. Sal 19,4), testimonia la sua salvezza. « Cantate a Dio con amore e umiltà di spirito: di questo si rallegra il Signore ».

Adamo, nostro padre, che fare? Cantare, cantiamo. Ma in noi né amore né umiltà.

« Pentitevi davanti al Signore, e pregate. Concederà ogni cosa agli uomini che tanto ama (cf. Gv 3,16). Anch’io mi sono pentito e ho sofferto per aver amareggiato il Signore, perché per i miei peccati la pace e la gioia erano state tolte dalla faccia della terra. Un fiume di lacrime solcava il mio volto, mi scorreva sul petto e cadeva a terra; il deserto intero riecheggiava dei miei singhiozzi. Non potete penetrare l’abisso della mia afflizione, né il mio pianto a causa di Dio e del paradiso. In paradiso ero felice: lo Spirito di Dio mi colmava di gioia, mi preservava libero da sofferenze.

« Ma, cacciato dal paradiso, fiere e uccelli, che prima mi amavano, presero a temermi e a fuggire lontano; pensieri malvagi mi laceravano il cuore; freddo e fame mi tormentavano; il sole mi bruciava, il vento mi sferzava, la pioggia mi inzuppava: ero sfinito dalle malattie e da tutte le disgrazie della terra. Ma tutto sopportavo, sperando in Dio contro ogni speranza (cf. Rm 4,18).

« Figli miei, sopportate anche voi le fatiche della penitenza; amate le afflizioni; sottomettete il corpo con l’ascesi e la sobrietà; umiliatevi e amate i nemici (cf. Mt 5,44): lo Spirito santo dimorerà in voi. Allora conoscerete e troverete il regno di Dio. « Ma non turbate la mia pace. Per l’amore di Dio non posso ricordarmi della terra. Ho dimenticato tutte le cose terrene, persino lo stesso paradiso da me perduto, perché contemplo la gloria eterna del Signore e la gloria dei santi che risplendono della stessa luce del volto di Dio ». Adamo, canta per noi, cantaci il canto celeste: la terra intera lo ascolti e goda della pace di Dio. Sono inni soavi, cantati nello Spirito santo e noi desideriamo ascoltarli. Adamo aveva perduto il paradiso terrestre. In lacrime lo cercava: « Paradiso mio, paradiso mio, paradiso meraviglioso! ». Ma il Signore nel suo amore gli fece dono, sulla croce (cf. Lc 23,43), di un paradiso migliore di quello perduto, un paradiso celeste dove rifulge la luce increata della santa Trinità.

Come contraccambiare l’amore del Signore per noi (cf. Sal 116,12)?

Publié dans:meditazioni, MONACHESIMO, Ortodossia |on 21 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/08-09/19-Cristo-la-Novita.html

CRISTO: LA NOVITA’ DA ACCOGLIERE

Dio si serve della storia degli uomini per scrivere la propria storia di salvezza. Luca ricorda infatti come Cesare Augusto avesse ordinato un censimento per conoscere e controllare tutte le genti che gli erano sottomesse (Lc 2,1). Ebbene, nelle mani di Dio quel decreto diventa strumento favorevole per spingere la storia al punto più alto. Per Lui, ormai il tempo era giunto al culmine (Gal 4,4), era cioè pronto per ricevere suo Figlio. Grazie all’ordine imperiale, Giuseppe di Nazaret sarebbe infatti ritornato a Betlemme, la città del re Davide, dove, secondo la profezia (Mi 5,1), sarebbe dovuto nascere il Messia. È a Betlemme che per Maria si compirono i giorni del parto (Lc 2,6). Betlemme, toponimo il cui significato è «casa del pane», è la cittadina da dove è venuto nel mondo Gesù, il Pane di vita. Nascendo, egli si mette tutto nelle nostre mani, si rende disponibile a noi che abbiamo bisogno di Lui, Pane santo di vita eterna, per poter camminare nella nostra quotidiana esistenza.

Gesti profetici e risposte semplici Luca narra di come il bambino Gesù sia stato accolto da Maria, che lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Ci sono forse dei gesti più naturali e capaci di esprimere affetto? Eppure essi sono anche altamente profetici di altre azioni straordinariamente simili, che sarebbero state compiute per Gesù: Giuseppe di Arimatea avrebbe ugualmente deposto il corpo di Gesù nella tomba dopo averlo avvolto in fasce (Lc 23,53). Secondo il bellissimo progetto iconografico dell’icona bizantina del Natale, anche la mangiatoia, “scritta” nella forma di un sarcofago, rimanda alla tomba dove il Signore fu deposto avvolto nelle fasce del lenzuolo funebre. Ci si chiederà perché mai si siano lanciate ombre oscure su di un evento tanto luminoso come quello del Natale? È l’E­vangelista a tessere questi rapporti tra i due momenti cardine della salvezza, per insegnarci subito che Dio venuto come uomo, avrebbe dovuto offrire la sua stessa vita, come Pane spezzato, per ridarci salvezza. Gesù nasce. Dio compie il suo passo decisivo verso noi. Ora spetterà a ciascuno accogliere il Salvatore. La risposta dei pastori all’annuncio degli angeli diviene infatti esemplare delle nostre risposte (Lc 2,8). Per ben capire, abbiamo innanzitutto bisogno di sapere come fossero considerati i pastori nell’antichità giudaica. Il trascorrere il proprio tempo tra gli animali, li rendeva una categoria di basso rango: a causa del loro lavoro, difficilmente avrebbero potuto infatti seguire fedelmente tutti i precetti della Legge. Eppure è a loro, gli ultimi, i poveri, che in modo privilegiato è annunciata la nascita di Gesù. Il testo è bello ed incoraggiante, ma si fa ad un tempo provocante: soltanto le persone umili di cuore, le persone semplici e povere sanno rispondere e accogliere. Quei pastori diventeranno paradossalmente il gregge che il Buon Pastore guiderà e sfamerà donandosi come Pane di Vita! Gesti semplici e cose straordinarie Il mistero si compie: nell’oscurità di una notte rischiarata da una luce improvvisa ed allietata da angelici canti mai prima uditi (Lc 2,9), Dio si manifesta apertamente al mondo. Gesù la luce del mondo è finalmente venuta ad illuminarci (Gv 1,9) perché noi non siamo più costretti a camminare nelle tenebre. È il gioioso “oggi” di Dio (Lc 2,11) quello in cui Egli porta a termine la salvezza e continua a compierla: la presenza di Gesù è per tutta la storia, tutta la comprende e coinvolge, in ogni tempo, in ogni latitudine. Il Padre ci dona il Figlio, perché la nostra vita sia posta continuamente sotto la sua benedizione. Dobbiamo sinceramente imparare a ringraziare per un dono del cui valore non saremo mai abbastanza coscienti. Davanti alla grandezza della rivelazione, un segno è dato ai pastori (Lc 2,12): il Salvatore dovrà essere cercato nella povertà di una mangiatoia e nelle fasce, del tutto uguali a quelle in cui ogni altro bambino è avvolto. Non è mai facile riconoscere i segni di Dio! Egli sceglie sempre la debolezza per parlarci di cose straordinarie, per darci annunci tanto attesi ed inauditi. La nascita di Gesù nella povertà e nella precarietà è sfida aperta a cercarlo nelle cose semplici ed è ad un tempo richiamo contro la nostra ricerca di comodità, di certezze. Solo chi è disposto a cercare Gesù nella via stretta del Vangelo, nella debolezza e nella sobrietà della vita, lo troverà! Ed ecco finalmente la risposta! Quei pastori colgono che nell’annuncio dato ci deve essere la promessa di un dono prezioso. Si fidano: vanno in fretta per vedere (Lc 2,15). È così che si accoglie il Signore: liberi da troppi indugi e reticenze. Cristo Signore ha bisogno di queste risposte ad imitazione dei pastori, di Maria, di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, i primi apostoli chiamati a seguire Gesù.

Gesti straordinari con un semplice “sì” La ricerca è premiata: il dono prezioso è trovato, contemplato, accolto (v. 16). La ricerca è premiata: il dono prezioso è annunciato (v. 17). La gioia dei pastori è intrattenibile (v. 20): il Bambino che hanno incontrato e l’annuncio che essi hanno dato di Lui li riempie di gioia e di un’indicibile voglia di lodare Dio. È lo stesso atteggiamento che constatiamo anche nella nostra esperienza di fede e in quella di altri testimoni: chi incontra Dio non può tacerlo. Il Signore ti spinge a testimoniarlo e a rallegrarti di Lui. Quanto sono preziose le espressioni con cui Luca, concludendo questa sua narrazione, scrive che Maria serbava ogni cosa meditandola nel suo cuore (Lc 2,19). Si tratta di una conclusione che invoca la nostra risposta di fede: davanti al Bambino di Betlemme il vero atteggiamento del credente è silenzio che permette la custodia e la meditazione. Perché gli eventi non ci sfuggano senza segnarci il cuore. Maria in questo ci precede, insegnandoci a vivere costantemente attenti alla presenza del Signore e della sua parola; capaci di riconoscere la voce di Dio nei segni dei tempi. Il fare di Maria ci insegna che per poter sinceramente accogliere il Signore, abbiamo bisogno di… disciplina spirituale. In questo brano, ne è suggerita una segnata da quattro momenti, di cui il primo è la capacità di silenzio orante, condizione fondamentale per la nascita in noi di Gesù-Parola. La nostra vita è continuamente sottoposta ad ogni tipo di pressioni: sembra quasi che abbiamo paura della presenza di uno spazio vuoto. Così facendo, non ci rendiamo neppure conto di perdere ciò che più conta, di perdere il vero contatto con la vita di Dio. Il secondo momento è l’ascolto della Parola che ci mette nella migliore situazione per andare incontro al Signore venuto ad incontrarci. Il terzo consiste nell’affinare la capacità di riconoscere il Signore nei segni del quotidiano ordinario. Infine, è la gioia di poterlo annunciare a tutti mediante un’esistenza semplice e retta. Abbiamo bisogno di curare il cuore: accogliere Gesù richiede vera disciplina spirituale. Questo non significa rendersi le cose più difficili, ma garantirsi la presenza di uno spazio interiore dove il Signore potrà toccarci con un amore che rinnoverà.

Marco ROSSETTI SDB

 

Publié dans:meditazioni, NATALE 2015 |on 29 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

SENTIMENTI E ARIDITÀ , L’ORDINE DEI SENTIMENTI NEL CAMMINO DI UN CREDENTE – DI CARLO MARIA MARTINI

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/sentimenti_e_aridita.htm

SENTIMENTI E ARIDITÀ   L’ORDINE DEI SENTIMENTI NEL CAMMINO DI UN CREDENTE

DI CARLO MARIA MARTINI  

Sento timore e trepidazione perché a causa della natura complessa e poliedrica del tema del sentire umano non è possibile azzardare una parola conclusiva, ma semmai indicare qualche pista di lavoro. “L’ordine dei sentimenti nel cammino di un credente: gli esercizi spirituali di sant’Ignazio quale cammino verso la libertà”, è il titolo della mia relazione. Possiamo esprimerlo in forma di domanda: “C’è un ordine dei sentimenti? C’è un governo dei sentimenti? E’ lecito questo governo? E’ possibile?”. In altri termini: come fare quando i sentimenti mi tradiscono? Quando non sgorgano come e quando io vorrei oppure si spengono quando e come io non vorrei, oppure si accavallano e si urtano, così da togliermi io controllo di essi? Oppure si occultano, scompaiono, mi lasciano freddo, arido e cinico, quando io vorrei invece reagire a una situazione in modo diverso, più costruttivo e mi sento vuoto di sentimenti? E’ possibile questo governo? E’ giusto? O è meglio lasciare la briglia alla spontaneità, affidarsi ai torrenti del deserto, che ora si intorbidano nel momento delle grandi piogge, ora si seccano e deludono la nostra sete? Come fare ad esempio, quando in un amore, che si voleva senza fine, in una amicizia che si voleva perenne, i sentimenti si ottundono e si spengono? E’ necessario rassegnarsi? Oppure lottare? Si possono risuscitare? Come? Sono domande a cui non pretendo di rispondere esaustivamente, ma che pure si pongono nel cammino di ogni uomo e di ogni donna, perché sono parte di ogni rapporto umano. E’ il problema dell’esserci o meno dei sentimenti, dell’esserci a dispetto di noi. E’ questa incapacità a governarli che ci irrita, e vorremmo capire meglio. Il discorso vale, e fortemente, anche nel nostro rapporto o non rapporto con Dio, nel credere o nel non credere, perché molto spesso il sì o il no alla fede è giocato sull’onda del sentire o del non sentire. “Non credo perché non sento niente”, dice qualcuno; “Credevo, e tuttavia mi pare di non credere più, mi pare che i miei sentimenti si siano affievoliti con gli anni”. Ci chiediamo: esiste un tentativo di risposta sistematica a questi problemi?  Il libretto degli “Esercizi spirituali” Penso siano molto pochi coloro che hanno letto nella sua stesura originale il testo di sant’Ignazio. E’ composto di circa ottanta paginette ed è stato scritto quando Ignazio era ancora in ricerca di Dio e faceva le sue esperienze titubanti anche, e difficili, che annotava su dei fogli. Il libretto è stato scritto tra il 1521 e il 1538; Ignazio cominciò quindi a trentun anni ad appuntare alcune note di metodo su ciò che accadeva dentro di lui, sul suo itinerario mentale, e concluse la stesura circa verso i quarantacinque anni. E’ importante sapere che non è un libro fatto per essere letto, dal momento che raccoglie indicazioni metodologiche per un itinerario della mente: è un po’ come una guida dei sentieri di montagna, che non va letta, ma che accompagna chi percorre quei sentieri. Il libretto si può definire come l’itinerario per una scelta libera da condizionamenti emozionali, da investimenti affettivi errati, da blocchi sentimentali. Scelta, però, non priva di emozioni e di sentimenti; tuttavia libera da condizionamenti ciechi e irrazionali, nella ricerca e nella suscitazione di sentimenti sorgivi e autentici. Ignazio ci aiuta a ricercare, nel nostro intimo, i sentimenti autentici e a scoprire quelli inautentici e distruttivi, per mettere ordine. La parola “ordine” è fondamentale e la troviamo già nella definizione che Ignazio dà degli Esercizi: “Esercizi spirituali per mettere ordine nella propria vita senza prendere decisioni emozionalmente compromesse”. Egli ha proprio di mira la forza dei sentimenti da incanalare nella maniera giusta. E, in una delle prime Annotazioni metodologiche del libretto, sottolinea la forza del binomio capire – sentire, perché non basta capire, ma occorre capire e sentire. Conclude: “Non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente” (Ann. 2. a). Si avverte dunque che il capire è importante; meno importante è il sapere molto, l’accumulo di pure informazioni; molto importante, per un cammino autentico della persona, è l’educarsi al sentire e gustare interiormente. E’ una vera educazione dei sentimenti. Ho cercato così di far cogliere la relazione tra il libretto degli Esercizi spirituali e il tema che ci siamo proposti: l’ordine dei sentimenti nel cammino di una persona. Ancora sottolineo, del testo ignaziano, che l’importanza dell’ordine dei sentimenti è anche indicata da alcune regole metodologiche, poste verso la fine, che trattano della scoperta che si deve imparare a fare dei propri movimenti interiori, delle emozioni, dei desideri, delle paure, delle angosce, delle ripugnanze, dei soprassalti di entusiasmo, ecc., in modo da mettervi ordine secondo una serie di principi orientativi chiari ed efficaci. Sono le cosiddette Regole per il discernimento, termine che appare già nella Scrittura, nel Nuovo Testamento e che acquista nel libretto un rilievo specifico. E’ importante – afferma sant’Ignazio – che ciascuno scopra e si renda ragione di ciò che ha dentro, soprattutto dei movimenti, delle pulsioni, degli istinti, non per una semplice psicanalisi del passato, bensì in relazione all’hinc et nunc, al vissuto del momento che si sta attraversando.  Come gli esercizi spirituali ci aiutano a ordinare i sentimenti. Torna la domanda dell’inizio: è possibile un ordine dei sentimenti, un governo di essi? Per rispondere sintetizzo alcune note di itinerario, che valgono per tutti e che mi sembra offrano le linee indicative e quasi conclusive di ciò che abbiamo vissuto nei precedenti incontri di questa sessione della “Cattedra”. 1.     E’ certamente possibile ordinare i sentimenti; ordinarli evidentemente con un dominio (lo diceva già Aristotele) non dispotico, bensì politico. Ordinarli infatti non significa schiacciarli o scatenarli o rimuoverli; esiste un giusto mezzo, un governo, una supervisione.  E’ già un’acquisizione: c’è un cammino personale possibile del governo dei sentimenti. 2.     Questo ordinamento dei sentimenti è in relazione a un fine, dice il libretto. Noi diremmo: un ordinamento dei sentimenti è possibile in relazione a un senso globale della vita, a una Weltanschauung. Non esiste un ordinamento senza un prima o un poi, senza priorità, senza un ordine dei valori, senza un cammino che va verso una meta. E’ il confronto tra il senso globale della vita e gli accadimenti oscuri del mio sentire tumultuoso e apparentemente incontrollabile e indecifrabile, che mi permette a poco a poco di tracciare delle coordinate di senso, di cominciare a capirci qualcosa, di separare alcune emozioni da altre, di riconoscerne alcune come costruttive, altre come distruttive, e di cominciare a darmi un ordine pratico nel confrontarmi con esse. 3.     Nasce la domanda che ritengo cruciale per un cammino adulto, per colui che ha già superato le prime conflittualità adolescenziali o giovanili dei sentimenti e ha a che fare con sentimenti più profondi e duraturi, quelli che reggono o non reggono nell’impegno della vita. Che cosa fare quando il pozzo si prosciuga, quando la sorgente si dissecca, quando i sentimenti, che ritenevo necessari, ovvi, giusti, si affievoliscono? Che cosa fare quando nell’amore umano sembra che non si sia più capaci di dirsi niente? Quando nella preghiera non si sente più nulla, sembra di mangiare sabbia, di camminare in un deserto? Quando sembra di non credere più a niente? 4.     Gli Esercizi spirituali insegnano che esistono delle regole preziosissime… regole fondate sulla conoscenza profonda della persona e delle sue relazioni con altre persone e con il mistero al di là delle persone umane. Regole che danno una luce straordinaria per quei momenti di buio da cui pochi sono esenti nel corso della vita, soprattutto se si tratta di persone che hanno dedicato la loro esistenza alla preghiera. I contemplativi lottano più di ogni altro con l’aridità dei sentimenti, con la ripugnanza, con l’impotenza, con l’oscurità della notte. Sono i momenti in cui ci si chiede: Che cosa mi sta succedendo? Perché i miei sentimenti non mi obbediscono più?  La regola fondamentale, il segreto della “notte oscura” (per usare l’espressione di san Giovanni della Croce), è molto semplice: anche un pozzo prosciugato nutre i fiori della vita. E’ dunque la scoperta di un’affettività subliminale al di là dei sentimenti immediatamente percepibili; è la scoperta di un’affettività che è dentro di noi senza che noi lo sappiamo e che è, se noi lo vogliamo, più forte delle ripugnanze e delle paure. Siamo o ci sembra di essere nel “buco nero”, ma in realtà c’è qualcosa di più profondo, che scorre nel silenzio e che nutre le risposte. Il non sapere dell’esistenza di queste acque porta alla disperazione, al cinismo, alla tomba dell’amore; lo scoprirlo invece è l’avvio di una nuova matura esistenza, di un nuovo ordine dei sentimenti. L’ultima parola che in proposito ci dice il libretto degli Esercizi è quindi consolante: esiste, al di là dei sentimenti superficiali, vulcanici, tumultuosi, proprio là dove si entra nella notte, nel deserto, la capacità di scoprire la potenzialità di energie umane profonde, che, se accolte, pongono la persona in una maturità nuova, in un più definitivo e pieno controllo di sé, in una nuova, acquisita libertà. E’ qualcosa che non si può esprimere a parole, perché va vissuta; è qualcosa verso cui si orienta tutta la grande tradizione mistica, e non solo cristiana, e che ha trovato una sedimentazione molto semplice proprio nel dinamismo, nel processo degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio. Non riguarda, ripeto, soltanto i cammini mistici, ma ogni esistenza che voglia pensarsi seriamente come esistenza che fonde in unità pensare e sentire. Chi vuol vivere un’esistenza così, arriva, presto o tardi, a dover fare il conto con la conflittualità e l’oscurità dei sentimenti che riteneva migliori e più validi. Soprattutto se si tratta della preghiera o dell’amore, di quegli amori che abbiamo scelto e che hanno costituito la nostra esperienza di vita. E’ qui che avviene la scoperta della radice più vera delle grandi scelte della vita, della “opzione fondamentale” che non si svolge nelle scaramucce dei sentimenti superficiali, bensì a queste profondità, dove ciascuno arriva, dove ciascuno ritrova, magari nel buio, la verità di sé.  Quali domande pratiche conseguono per noi?   Sintetizzo le domande in una sola che possiamo portare con noi per continuare la riflessione: Dove, quando mi è stato dato di accedere a questa profondità di me? Parlo di profondità – voglio sottolinearlo ancora – che non è frutto di introspezione, di terapia analitica, bensì di quella scoperta della propria autenticità che per lo più avviene nei momenti duri e neri della vita, allorché la persona giunge, forse per la prima volta, a una così autentica libertà, che la estrae dai condizionamenti emozionali che continuamente ci travolgono, verso la scoperta di un’emozionalità interiore potentissima, invincibile, perché sorgiva e finalmente libera. Questo è l’accesso alla libertà, il cammino verso la libertà. Lasciamo allora che la domanda che ho posto penetri in noi.

FRANCESCO, ANELLO SOLIDO DELLA CATENA CHE RICONDUCEVA CHIARA A DIO

http://www.messaggerocappuccino.it/index.php/e-sandali/651-2014mc7-san-1

LA CATENA INDISTRUTTIBILE DEL CONSOLATORE

FRANCESCO, ANELLO SOLIDO DELLA CATENA CHE RICONDUCEVA CHIARA A DIO

di Maria Giovanna Cereti clarissa nel Monastero di Forlì

Ci sono modi di dire, dal sapore vagamente arcaico, che non ci capita di udire quasi più. Eccone uno: «Questo figliolo è proprio la mia consolazione!». C’è da augurarsi che non sia sparita la realtà corrispondente, ma soltanto sia mutato il modo di esprimerla. Ecco allora che, da parte di una mamma o di un papà, parlare di un figlio come “consolazione” allude al fatto che la sua buona riuscita (non solo negli studi o nel lavoro, ma nell’avventura della vita) fa sperimentare al genitore una pienezza di senso; gli dice che “valeva la pena” sacrificarsi, fare fatica, anche rinunciare a qualcosa perché il figlio potesse fiorire. Valeva la pena dare la vita perché da quel dono scaturisse un centuplo. La parola consolazione, con una etimologia forse un po’ elaborata, può essere letta come l’atto di chi si accompagna a chi è solo con il suo dolore e gli fa amare di nuovo la vita. Di fatto ormai non ci è facile usare questo termine. Può darsi che a questo imbarazzo contribuiscano diversi motivi: in un mondo di processi che vogliamo sempre più rapidi, consolare e soprattutto “essere consolazione” è faccenda che si sottrae alla logica del tutto-subito. Chiede tempo, rinuncia alla fretta, pazienza. Soprattutto chiede presenza, sempre più rara in quest’epoca di connessioni e contatti prevalentemente virtuali. Inoltre: siamo davvero consapevoli di quanto il nostro cuore abbia bisogno di essere consolato? Forse lo sappiamo nei momenti di sconforto, di solitudine, di tristezza, quando percepiamo più acutamente il bisogno di un volto amico, di un sorriso, di un abbraccio, di una parola di incoraggiamento; ma nello scorrere normale dei giorni ci preoccupiamo più del nostro benessere… Chiara d’Assisi invece lo sapeva bene. Tra le tante espressioni con cui descrive il rapporto speciale che l’ha legata a Francesco, ne troviamo nel Testamento una particolarmente significativa: Chiara afferma che Francesco è stato per lei e per le sorelle «colonna e unica consolazione dopo Dio e sostegno» (TestsC 38: FF 2838). Impossibile leggere questa frase come l’espressione di un momento, di qualcosa che è stato sperimentato solo in una determinata circostanza, magari di crisi o di difficoltà interiore. Il Testamento costituisce un estremo tentativo di Chiara di dire alle sorelle cosa era più prezioso e le stava più a cuore di quella Regola di cui forse non sperava ormai più l’approvazione (giunta solo alla vigilia della sua morte). Per fare questo Chiara fa ripetutamente memoria, per le sorelle presenti e future, di ciò che ha dato consistenza alla sua vita: il rapporto con Francesco. Cereti 02Il sogno di diventare fratello Nell’incontro con lui ella aveva intuito il suo sogno evangelico: il sogno di diventare fratello, uscendo dalle logiche di potere, di competizione, di autoaffermazione, per vivere un’altra logica, quella della misericordia e del dono gratuito di sé. La scelta di vita che Chiara aveva poi concretizzato, con il coraggio di rinunciare alla sua condizione di donna nobile e ricca, era nata dall’incontro con il volto di Francesco attraverso il quale aveva abbracciato quel sogno. Chiara ribadisce continuamente di aver trovato la sua identità attraverso Francesco, e lo fa con termini differenti: «fondatore», «piantatore», «cooperatore nel servizio di Cristo». Altre parole le prende dalla Scrittura, come «colonna e sostegno» (cf. 1Tim 3,15). Ed è proprio in mezzo ad esse che colloca, in modo inatteso, quest’espressione così densa di risonanze: «unica consolazione dopo Dio». Di quale consolazione aveva avuto bisogno Chiara, riconoscendo poi di averla ricevuta da Francesco? Credo che la prima esperienza di consolazione sia proprio consistita nella testimonianza che la vita ha un senso buono se viene restituita nella gratuità. È la stessa esperienza che Francesco, raccontando i suoi inizi nel Testamento, condensa nelle parole «ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo» (2Test 3: FF 110). Mi sembra poi che l’attenta cura e la sollecitudine speciale, promessa e attuata da Francesco verso Chiara e le sorelle, sia stata una sorgente costante di concreta consolazione, che ha permesso di attraversare l’incomprensione del contesto sociale e religioso, le privazioni anche materiali, le tante incertezze sulla via da seguire. Anzi, alcune allusioni delle biografie autorizzano a pensare che anche la presenza di Chiara abbia avuto questa funzione di consolazione nei confronti di Francesco: penso per esempio al suo rifugiarsi a San Damiano durante l’aggravarsi della malattia (cf. CompAss 83). Non dimentichiamo poi che, quando Chiara scrive il suo Testamento, Francesco è morto ormai da circa 25 anni: lunghi anni senza la sua guida e la sua presenza, in cui è proseguito il faticoso cammino di ricerca della forma anche giuridica da dare all’esperienza fraterna di San Damiano, con momenti di tensione anche con il papa e la curia romana. Forse è proprio questo il tempo in cui Chiara ha vissuto più dolorosamente il bisogno di consolazione. Credo che in tutto questo percorso la memoria viva di Francesco, gelosamente custodita nel cuore e nella relazione con le sorelle, l’abbia accompagnata come memoria di una umanità luminosa, plasmata dall’incontro con il Signore Gesù Cristo. Purché radicati nel Signore Eccoci al punto chiave: Francesco ha potuto essere per Chiara consolazione non in forza della sua disponibilità o del suo temperamento, per quanto affascinante possa essere stata la sua personalità, ma perché solidamente radicato nella relazione con il suo Signore. È la stessa Chiara ad affermarlo, quando accenna al fatto che egli era «totalmente visitato dalla consolazione divina» (TestsC 10: FF 2826), totalmente coinvolto nel rapporto appassionato con il Signore: e per questo in grado a propria volta di diventare consolazione. Né per Francesco né per Chiara la consolazione ricevuta dal Signore costituisce un’esperienza mistica da tenere rinchiusa nel proprio cuore: essa invece rende possibile una circolarità fraterna, diventa esperienza da condividere. Entrambi infatti usano il termine consolare per indicare il rapporto materno che il guardiano o l’abbadessa devono intrattenere con i fratelli e le sorelle quando sono nella tribolazione (cf. RegsC IV,12: FF 2778). Riascoltiamo l’eco delle parole dell’apostolo Paolo: «Sia benedetto Dio … il quale ci consola perché possiamo anche noi consolare» (2Cor 1,3-4): entreremo in questa esperienza per diventare noi stessi consolazione, e perché ad ogni uomo possa giungere la consolazione dell’amore salvifico di Dio? (cf. papa Francesco in Evangelii gaudium 44).

Publié dans:meditazioni, San Francesco d'Assisi, STUDI |on 10 décembre, 2015 |Pas de commentaires »
123456...40

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31