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LA FILOTEA DI SAN FRANCESCO DI SALES – CAPITOLO XXIX – LA MALDICENZA

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LA FILOTEA DI SAN FRANCESCO DI SALES

CAPITOLO XXIX – LA MALDICENZA

Il giudizio temerario causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla maldicenza, vera peste delle conversazioni. Vorrei avere un carbone ardente del santo altare per passarlo sulle labbra degli uomini, per togliere loro la perversità e mondarli dal loro peccato, proprio come il Serafino fece sulla bocca di Isaia.
Se si riuscisse a togliere la maldicenza dal mondo, sparirebbero gran parte dei peccati e la cattiveria. A chi strappa ingiustamente il buon nome al prossimo, oltre al peccato di cui si grava, rimane l’obbligo di riparare in modo adeguato secondo il genere della maldicenza commessa. Nessuno può entrare in Cielo portando i beni degli altri; ora, tra tutti i beni esteriori, il più prezioso è il buon nome. La maldicenza è un vero omicidio, perché tre sono le nostre vite: la vita spirituale, con sede nella grazia di Dio; la vita corporale, con sede nell’anima; la vita civile che consiste nel buon nome. Il peccato ci sottrae la prima, la morte ci toglie la seconda, la maldicenza ci priva della terza. Il maldicente, con un sol colpo vibrato dalla lingua, compie tre delitti.- uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla. Dice S. Bernardo che sia colui che sparla come colui che ascolta il maldicente, hanno il diavolo addosso, uno sulla lingua e l’altro nell’orecchio. Davide, riferendosi ai maldicenti dice: Hanno affilato le loro lingue come quelle dei serpenti.
Il serpente ha la lingua biforcuta, a due punte, come dice Aristotele; tale e quale è quella del maldicente, che con un sol morso ferisce e avvelena l’orecchio di chi ascolta e il buon nome di colui di cui parla male.
Per questo ti scongiuro, carissima Filotea, di non sparlare mai di alcuno, né direttamente, né indirettamente. Sta attenta a non attribuire delitti e peccati inesistenti al prossimo, a non svelare quelli rimasti segreti, a non gonfiare quelli conosciuti, a non interpretare in senso negativo il bene fatto, a non negare il bene che sai esistere in qualcuno, a non fingere di ignorarlo, tanto meno poi devi sminuirlo a parole; agendo in questo modo offenderesti seriamente Dio, soprattutto se dovessi accusare falsamente il prossimo o negassi la verità a lui favorevole; mentire e contemporaneamente nuocere al prossimo è doppio peccato.
Coloro che per seminare maldicenza fanno introduzioni onorifiche, e che la condiscono di piccole frasi gentili, o peggio di scherno, sono i maldicenti più sottili e più velenosi.
Protesto, dicono, che gli voglio bene e che per il resto è un galantuomo, ma, continuano, la verità va detta: ha avuto torto nel commettere quella perfidia; quella è una ragazza virtuosissima, ma si è lasciata sorprendere…, e simili piccole cornici!
Non capisci dov’è l’arte? Chi vuol scoccare una freccia, la tira più che può a sé, ma è soltanto per scagliarla con maggior forza: si può anche avere l’impressione che costoro tirino a sé la maldicenza, ma è soltanto per scoccarla con maggior sicurezza, per farla penetrare più a fondo nel cuore di coloro che ascoltano.
La maldicenza portata sotto forma di scherno è la più cattiva di tutte; fa pensare alla cicuta che, di per sé, non è un veleno molto forte, anzi ha un’azione lenta e facilmente vi si può porre rimedio, ma se viene ’1 vino, è senza scampo; lo stesso è di una presa con maldicenza che, di natura sua, secondo il detto, entrerebbe da un orecchio e uscirebbe dall’altro e che invece penetra fortemente nella mente degli ascoltatori quando è presentata in un contesto di parole sottili e gioviali.
Dice Davide: Hanno il veleno dell’aspide sotto le loro labbra. La puntura dell’aspide è quasi impercettibile, e il suo veleno dà sulle prime un prurito gradevole, che allarga così il cuore e le viscere e favorisce così l’assorbimento del veleno, contro il quale non ci sarà più nulla da fare.
Non dire mai: Il tale è un ubriacone, anche se l’hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché l’hai visto in adulterio; è incestuoso perché l’hai sorpreso in quella disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente. Il sole si fermò una volta per favorire la vittoria di Giosuè e si oscurò un’altra volta per la vittoria del Salvatore; a nessuno viene in mente per questo di dire che il sole è immobile e oscuro.
Noè si ubriacò una volta; e così anche Lot e questi, in più, commise anche un grave incesto: non per questo erano ubriaconi, e non si può dire che quest’ultimo fosse incestuoso. E non si può dire che S. Pietro fosse un sanguinario perché una volta ha versato sangue, né che fosse bestemmiatore perché ha bestemmiato una volta.
Per classificare uno vizioso o virtuoso bisogna che abbia fatto progressi e preso abitudini; è dunque una menzogna affermare che un uomo è collerico o ladro, perché l’abbiamo visto adirato o rubare una volta soltanto.
Anche se un uomo è stato vizioso per lungo tempo, sì rischia di mentire chiamandolo vizioso.
Simone il lebbroso chiamò Maddalena peccatrice, perché lo era stata prima; mentì, perché non lo era più, anzi era una santa penitente; e Nostro Signore la difese. Quell’altro Fariseo vanesio considerava grande peccatore il pubblicano, ingiusto, adultero, ladro; ma si ingannava, perché proprio in quel momento era giustificato.
Poiché la bontà di Dio è così grande che basta un momento per chiedere e ottenere la sua grazia, come facciamo a sapere che uno, che era peccatore ieri, lo sia anche oggi? Il giorno precedente non ci autorizza a giudicare quello presente, e il presente non ci autorizza a giudicare il passato. Solo l’ultimo li classificherà tutti.
Non potremo mai dire che un uomo è cattivo senza pericolo di mentire. In caso che sia necessario parlare possiamo dire che ha commesso tale o tal’altra azione cattiva, che ha condotto una vita disordinata in tale periodo, che agisce male al presente; ma non è lecito da ieri tirare delle conclusioni per oggi, né da oggi per ieri, e ancor meno da oggi per domani.
Se è vero che bisogna essere molto attenti a non parlare mai male del prossimo, però bisogna anche guardarsi dall’estremo opposto, in cui cadono alcuni, i quali, per paura di fare della maldicenza, lodano e dicono bene del vizio.
Se ti imbatti in un maldicente senza pudore, per scusarlo, non dire che è una persona libera e franca; di una persona apertamente vanesia, non dire che è generosa e senza complessi; le libertà pericolose non chiamarle semplicità e ingenuità; non camuffare la disobbedienza con il nome di zelo, l’arroganza con il nome di franchezza, la sensualità con il nome di amicizia.
Cara Filotea, per fuggire il vizio della maldicenza, non devi favorire, accarezzare, e nutrire gli altri vizi; ma con semplicità e franchezza, devi dire male del male e biasimare le cose da biasimare; solo se agiamo in questo modo diamo gloria a Dio.
Fa però attenzione ed attienti a quello che ora ti dirò.
Si possono lodevolmente biasimare i vizi degli altri, anzi è necessario e richiesto, quando lo esige il bene di colui di cui si parla o di chi ascolta.
Facciamo degli esempi: supponi che in presenza di ragazze vengano raccontate delle licenziosità commesse da Tizio e da Caia: è una cosa senz’altro pericolosa; oppure supponi che si parli della dissolutezza verbale di un tale o di una tale, sempre esemplificando; o ancora di una condotta oscena: se io non biasimo chiaramente quel male, o, peggio, tento di scusarlo, quelle tenere anime che ascoltano, avranno la scusa per lasciarsi andare a qualche cosa di simile; il loro bene esige che, con molta franchezza, biasimi all’istante quelle sconcezze. Potrei riservarmi di farlo in un altro momento soltanto se sapessi di ricavarne sicuramente un miglior risultato togliendo allo stesso tempo importanza ai colpevoli.
P, necessaria anche un’altra cosa: per parlare del soggetto devo averne l’autorità, o perché sono uno di quelli più in evidenza nel gruppo; nel qual caso se non parlo, avrò l’aria di approvare il vizio: se invece nel gruppo non godo di molta considerazione, devo guardarmi bene dal fare censure.
Più di tutto Poi è necessario che io sia ponderato ed esatto nelle parole, per non dirne una sola di troppo: per esempio. se devo riprendere le eccessive libertà di quel giovanotto e di quella ragazza, perché chiaramente esagerate e pericolose, devo saper conservare la misura per non gonfiare la cosa nemmeno di un soffio.
Se c’è soltanto qualche sospetto, dirò soltanto quello; se si tratta di sola imprudenza, non dirò di più; se non c’è né imprudenza, né sospetto di male, ma soltanto materia perché qualche spirito malizioso faccia della maldicenza, non dirò niente del tutto o dirò soltanto quello che è,
Quando parlo del prossimo, la mia bocca nel servirsi della lingua è da paragonarsi al chirurgo che maneggia il bisturi in un intervento delicato tra nervi e tendini: il colpo che vibro deve essere esattissimo nel non esprimere né di più né di meno della verità.
Un’ultima cosa: pur riprendendo il vizio, devi fare attenzione a non coinvolgere la persona che lo porta. Ti concedo di parlare liberamente soltanto dei peccatori infami, pubblici e conosciuti da tutti, ma anche in questo caso lo devi fare con spirito di carità e di compassione, non con arroganza e presunzione; tanto meno per godere del male altrui. farlo per quest’ultimo motivo è prova di un cuore vile e spregevole.
Faccio eccezione per i nemici dichiarati di Dio e della Chiesa; quelli vanno screditati il più possibile: ad esempio, le sette eretiche e scismatiche con i loro capi. E’ carità gridare al lupo quando si nasconde tra le pecore, non importa dove.
Tutti si prendono la libertà di giudicate e censurare i governanti e parlar male di intere reazioni, lasciandosi guidare dalla simpatia: Filotea, non commettere quest’errore. Tu, oltre all’offesa a Dio, corri il rischio di scatenare mille rimostranze.
Quando senti parlare male, se puoi farlo con fondatezza, metti in dubbio l’accusa; se non è possibile, dimostra compassione per il colpevole, cambia discorso, ricorda e richiama alla mente dei presenti che coloro i quali non sbagliano lo devono soltanto a Dio. Riporta in se stesso il maldicente con buone maniere; se sai qualche cosa di bene della persona attaccata, dilla.

 

Publié dans:meditazioni, santi scritti |on 22 février, 2017 |Pas de commentaires »

ANDARE « CONTROCORRENTE », LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO (2008)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi23.htm

ANDARE « CONTROCORRENTE », LA SFIDA DEL NOSTRO TEMPO (2008)

Aiutiamo i giovani a non lasciarsi « ingabbiare » dalle mode correnti
e dai piaceri « effimeri ».

Gennaro Matino
(« Avvenire », 15/7/’08)

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo». Paolo di Tarso sapeva provocare il mondo del suo tempo e la sua parola, forte del Vangelo che aveva ricevuto, non concedeva « sconti » alla verità. In difesa della giustizia e della dignità della persona umana, invitava i cristiani a prendere atto della « metamorfosi » operata dallo Spirito per guardare oltre gli orizzonti limitati e frustranti del mondo materiale. L’umanità, finalmente liberata dalla morte e da ogni morte dall’evento « Cristo », è chiamata ad andare più in là di una realtà esistenziale legata alla terra. È infatti la speranza in « cieli nuovi » che libera l’uomo da una mentalità « edonistica », in cui il bene individuale pare costituire il bene più alto e il fondamento della vita morale.«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo» è, quindi, una provocazione quanto mai attuale e nell’anno dedicato all’ »Apostolo delle Genti » risuona come un grido di senso nel silenzio di significati dei nostri giorni. Se la mentalità del nostro secolo sembra essere strutturata sulla ricerca del piacere fine a se stesso, allora la speranza di rinnovare l’uomo dal di dentro passa attraverso il coraggioso « monito » di Paolo, «trasformatevi rinnovando la vostra mente». Mai come oggi, la mentalità di questo mondo ha fondato su valori « effimeri » e sull’egoismo i canoni interpretativi della vita, provocando danni tali che è necessaria più di un’impresa eroica per poterli superare. Per trasformare la mentalità di questo secolo bisogna intraprendere una via « tortuosa »: annunciare una proposta che sappia coniugare la felicità individuale con la giustizia universale, il bene del singolo con quello collettivo, la generosità con la soddisfazione personale, per liberare soprattutto i più giovani da una mentalità che tutto sacrifica alla ragione economica. Svuotati della loro coscienza, « ingabbiati » nella cultura del benessere, o « annebbiati » dalle droghe e dagli « sballi » del sabato sera, i giovani, più degli altri, sono vittime ignare di una mentalità che li vuole tutti uguali.
Eppure proprio nei giovani ho sempre trovato terreno fertile per trasformare la mentalità del secolo. Insegno da quando io ero giovane e nel corso degli anni molti ragazzi mi hanno scritto confidandomi le loro paure e i loro sogni. Un denominatore comune è sempre emerso dalle loro lettere: la solitudine di chi non vuole lasciarsi « omologare » dagli « standard » imposti dal mercato; il disagio interiore di chi prova ad essere se stesso, anziché fare ciò che gli altri vogliono che faccia; il sogno di chi vuol costruire il mondo sul dialogo e non sulla violenza; la volontà di conoscere proposte concrete per la realizzazione di una economia alternativa che rispecchi i principi « etici » universali; l’entusiasmo nel prendere atto che è possibile non conformarsi alla mentalità di un secolo che in nome del profitto continua a generare i « mostri » della guerra e della fame.
Ogni anno alla fine dei corsi sono ancora più convinto che i giovani siano sempre la « terra » migliore per seminare la giustizia, la pace, l’amore e convertire i cuori, a patto di operare un nostro radicale cambiamento di mentalità, un cambiamento di linguaggi per passare nuovi e coraggiosi stili di vita, un cambiamento di modalità di annuncio per inaugurare « frontiere » inesplorate di incontri tra diversi. Sono convinto che nessuno sarà mai operatore di pace e di giustizia, capace di costruire un mondo migliore, se non aiutiamo i giovani a prendere coscienza della « strumentalizzazione » operata dal circolo vizioso dell’economia « diabolica ».
Proprio per questo è necessario gridare con forza ai nostri ragazzi quello che Paolo annunciava ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente» o sarà la mentalità di questo mondo ad avere ragione del nostro futuro.

 

Publié dans:meditazioni |on 24 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

DAI « DISCORSI » DI SAN LEONE MAGNO, PAPA – CIASCUNO RACCOGLIERÀ CIÒ CHE AVRÀ SEMINATO

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DAI « DISCORSI » DI SAN LEONE MAGNO, PAPA – CIASCUNO RACCOGLIERÀ CIÒ CHE AVRÀ SEMINATO

(Disc. 92, 1.2.3; PL 54, 454-455)

Il Signore dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5, 20). Ma come potrà abbondare la giustizia, se la misericordia non trionfa sul giudizio? (cfr. Gc 2, 13).
È giusto e conveniente che la creatura imiti il suo creatore, la copia il suo modello, ad immagine e somiglianza del quale é stata fatta. Orbene Dio fa consistere la riparazione e la santificazione dei credenti nella remissione dei peccati. Rimessi i peccati, cessa la severità della vendetta e viene sospesa ogni punizione, il colpevole viene restituito all’innocenza e la fine del peccato diventa inizio della nuova santità. L’uomo deve fare come Dio,.
La giustizia cristiana può superare quella degli scribi e dei farisei, non svuotando la legge, ma rifiutandone ogni interpretazione materiale.
Perciò il Signore, proponendo ai discepoli il modo di digiunare, disse: “Quando digiunate, non assumete aria melanconica, come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: Hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6, 16). Quale ricompensa, se non quella della lode, spesso si ostenta una parvenza di giustizia, non ci si preoccupa della coscienza e si va in cerca di una falsa rinomanza. Così l’iniquità, che già si condanna da se stessa nascondendosi, si contenta poi di una stima ipocrita.
A chi ama Dio é già sufficiente sapere di essere gradito a colui che ama; e non brama ricompensa maggiore dell’amore stesso.
L’anima pura e santa é talmente felice di essere ripiena di lui, che non desidera compiacersi in nessun altro oggetto al di fuori di lui. E’ quanto mai vero, infatti, ciò che dice il Signore: “Là dov’é il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21). Ma qual é il tesoro dell’uomo se non la messe delle sue opere e il raccolto delle sue fatiche? “Infatti ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato” (Gal 6, 7); e qual é la prestazione di ciascuno, tale sarà anche il compenso che riceverà. Inoltre dove si ripone la felicità del godimento, lì si concentra anche la preoccupazione del cuore. Ma, essendo molteplici le specie di ricchezze e diversi i motivi e le fonti di piacere, per ognuno il tesoro consiste in ciò che forma l’oggetto delle proprie aspirazioni. Però se queste tendono ai beni terreni, anche se pienamente appagate, non rendono felici.
Portano alla felicità, invece, quelle orientate alle cose di lassù. Coloro, infatti, che aspirano alle cose celesti e non a quelle della terra e non si protendono verso i beni caduchi, bensì verso i beni eterni, hanno riposto le loro ricchezze incorruttibili in quel bene di cui parla il profeta, dicendo: “E’ giunto il nostro tesoro e la nostra salvezza, sapienza e scienza e pietà dal Signore: sono questi i tesori della giustizia” (Is 33, 6 volg.). Per mezzo di questi beni, con l’aiuto della grazia di Dio, anche i beni terreni si trasformano in beni celesti.
Effettivamente sono molti quelli che si servono delle ricchezze, o giustamente ereditate o altrimenti acquisite, come mezzi per esercitare la misericordia. E quando, per sostenere i poveri, elargiscono il loro superfluo, accumulano per sé ricchezze che non si perdono, perché ciò che hanno messo da parte per i poveri non va più soggetto a perdita. A ragione costoro hanno il loro cuore dove hanno posto il loro tesoro, perché la loro più grande felicità sarà quella di godersi le ricchezze conseguite e di accrescerle sempre di più senza alcun timore che vadano perdute.

Publié dans:meditazioni, Papi |on 16 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

LA MALDICENZA – DEL SANTO CURATO D’ARS

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=129396

LA MALDICENZA – DEL SANTO CURATO D’ARS

Il parlar male del prossimo è un grave peccato che molto offende Dio. Vi sono vari modi per farlo, a volte vi si può cadere perfino tacendo! Il Santo Curato d’Ars illumina i suoi fedeli sulle funeste conseguenze di questo peccato e sulla necessità di combatterlo.

          «Si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente» (Mc 7,35). Sarebbe desiderabile che si potesse dire di ognuno di noi, ciò che il Vangelo dice di questo muto che Gesù guarì, cioè, che parlava molto bene. Ma, ahimè!, forse ci si dovrebbe rimproverare che noi parliamo quasi sempre male, soprattutto quando parliamo del nostro prossimo. Quale è, infatti, la condotta della maggior parte dei cristiani dei nostri giorni? Eccola: criticare, censurare, screditare e condannare ciò che fa e dice il prossimo. Questo, fra tutti i vizi, è quello più comune, quello più universalmente diffuso, e, forse, il peggiore di tutti. Vizio che non si potrà mai detestare abbastanza, vizio che produce le più funeste conseguenze, che sparge dappertutto il turbamento e la desolazione. Ah!, piacesse a Dio di darmi uno dei suoi carboni di cui l’angelo si servì per purificare le labbra del profeta Isaia, perché potessi purificare la lingua di tutti gli uomini! Oh!, quanti mali si potrebbero bandire dalla faccia della terra, se si potesse scacciarne la maldicenza! Potessi, fratelli miei, farvi provare un tale orrore, da ricevere la grazia di correggervi per sempre da questo vizio! Ecco, fratelli miei, qual è il mio progetto: 1) farvi capire cos’è la maldicenza; 2) quali sono le sue cause e le sue conseguenze; 3) la difficoltà e la necessità di combatterla.           Non voglio cominciare mostrandovi la gravità e la nefandezza di questo crimine, che semina tanto male; che è la causa di tante discordie, di odio, di omicidi e di inimicizie che spesso durano tanto quanto la vita delle persone; crimine che non risparmia né i buoni, né i cattivi. È sufficiente che vi dica, che questo crimine è uno di quelli che trascina più anime nell’inferno. Credo, però, che sia più necessario farvi conoscere in quanti modi noi possiamo rendercene colpevoli, affinché, conoscendo il male che fate, possiate correggervi, ed evitare i tormenti che sono preparati nell’altra vita per questo vizio. Se mi domandaste: “Che cos’è la maldicenza?”, io vi risponderei: “La maldicenza è far conoscere un difetto o una colpa del prossimo, in maniera tale da nuocere, poco o molto, alla sua reputazione. E ciò avviene in vari modi”.           Si parla male, in primo luogo, allorché si attribuisce al prossimo un male che non ha fatto o un difetto che non ha, e questo si chiama calunnia. È un crimine infinitamente terribile, ma che, tuttavia è molto comune. Attenti a non ingannarvi, fratelli miei, perché dal parlar male al calunniare, il passo è molto breve. Se ci facciamo caso, ci accorgiamo che, quasi sempre, si aggiunge qualcosa e si aumenta il male che si dice del prossimo. Una cosa che passa per molte bocche non è più la stessa; colui che l’ha detta per primo non la riconosce più, tanto è stata cambiata e accresciuta. Da ciò, io concludo che uno che parla male è, quasi sempre, anche calunniatore, e ogni calunniatore è un infame. C’è un santo padre che dice che bisognerebbe scacciare i maldicenti dalla società degli uomini, come si trattasse di bestie feroci.           Si parla male, inoltre, quando si gonfia il male che il prossimo ha fatto. Avete visto qualcuno che ha commesso qualche colpa, e voi cosa fate? Invece di ricoprirla col velo della carità, o, almeno, di ridimensionarla, voi la ingigantite. Vedete un domestico che si riposa un istante, o un operaio che fa lo stesso, e se qualcuno ve ne parla, riferirete, senza nessuna verifica, che è un fannullone, che ruba il denaro del suo padrone. Vedete passare una persona in una vigna o in un frutteto, e vi accorgete che coglie qualche radice o qualche frutto, cosa che non dovrebbe fare, è vero; ma voi andrete a raccontare a tutti quelli che incontrate che quel tale è un ladro, che bisogna guardarsi da lui, anche se quello non ha mai rubato; e così via… è, ciò che si chiama, parlare male per esagerazione.           Ascoltate cosa dice san Francesco di Sales: «Non dite che il tale è un ubriaco o un ladro, perché lo avete visto rubare o ubriacarsi una sola volta. Noè e Lot si ubriacarono una volta; eppure né l’uno né l’altro erano degli ubriachi. San Pietro non era un bestemmiatore, per aver imprecato una volta. Una persona non è viziosa per essere caduta una volta nel vizio, e quand’anche vi cadesse più volte, parlandone male si corre il rischio di accusarla falsamente. È ciò che accadde a Simone il lebbroso, quando vide la Maddalena ai piedi del Salvatore, mentre li bagnava con le sue lacrime: “Se quest’uomo fosse un profeta, come si dice, non saprebbe che è una peccatrice, colei che si è gettata ai suoi piedi?”. Egli si sbagliava di grosso: la Maddalena non era più una peccatrice, ma una santa penitente, perché le erano stati perdonati tutti i suoi peccati. Vedete ancora questo orgoglioso fariseo, che, stando nel tempio, faceva l’elenco di tutte le sue pretese opere buone, ringraziando Dio di non essere come gli altri uomini, adulteri, ingiusti e ladri, proprio come quel pubblicano. Egli riteneva che quel pubblicano fosse un peccatore, invece, in quello stesso momento, quello era stato giustificato». Ah!, figli miei, continua questo ammirevole san Francesco di Sales: «Dal momento che la Misericordia di Dio è tanto grande che un solo istante è sufficiente perché Egli perdoni il più grande delitto del mondo, come possiamo noi avere l’audacia di dire che colui che fino a ieri era un gran peccatore, lo sia anche oggi?».           Concludendo le osservazioni fatte in precedenza, io dico che quasi sempre ci sbagliamo quando giudichiamo male il nostro prossimo, sebbene la cosa su cui portiamo il nostro giudizio possa avere qualche apparenza di verità.           Dico ancora che si parla male, quando si fa conoscere, senza una legittima ragione, un difetto nascosto del prossimo, o una colpa ignota. Ci sono persone che s’immaginano che quando vengono a sapere qualcosa di male sul prossimo possono tranquillamente dirlo ad altri e intrattenervisi. Ti sbagli di grosso, amico mio. Che cosa la nostra religione ci raccomanda più della carità? La stessa ragione ci suggerisce di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Considerate la cosa più da vicino: saremmo contenti noi se qualcuno ci avesse visto commettere una colpa, e andasse a spifferarla a tutti? No, senza dubbio; al contrario, se ci facesse la carità di tenerla nascosta, gli saremmo molto riconoscenti. Sapete bene come vi infastidisce se qualcuno dice qualcosa sul vostro conto o sulla vostra famiglia. Dov’è, dunque, la giustizia e la carità? Finché la colpa del vostro prossimo è nascosta, egli conserverà la sua reputazione; ma dall’istante in cui la farete conoscere, gli ruberete la stima di cui gode, e in ciò gli farete un gran torto, più che se gli toglieste una parte dei suoi beni, poiché lo Spirito Santo ci dice che una buona reputazione vale più delle ricchezze.           Si parla male, inoltre, allorché si interpretano male le buone azioni del prossimo. Ci sono persone simili al ragno, che trasforma in veleno le cose migliori. Un poveretto, una volta che finisce sulla lingua dei maldicenti, è simile a un chicco di grano sotto la ruota del mulino: viene lacerato, sfracellato e completamente distrutto. Questa gente vi attribuirà delle intenzioni che voi non avete mai avuto, avvelenerà ogni vostra azione e ogni vostro movimento. Se siete persone pie, e volete adempiere fedelmente i doveri della vostra religione, per loro siete solo degli ipocriti: vi comportate come un dio quando state in Chiesa, e come diavoli quando siete in casa vostra. Se compite opere buone, essi penseranno che lo fate per orgoglio, per farvi vedere. Se fuggite le abitudini del mondo, per essi siete persone strane, malati di testa; se avete cura dei vostri beni, per essi siete soltanto avari. Diciamolo francamente, fratelli miei, la lingua del maldicente è come un verme che intacca i buoni frutti, cioè le migliori azioni di questo mondo, e cerca di trasformarli in roba da buttar via. La lingua del maldicente è come un bruco che insudicia i fiori più belli, deponendo in essi la traccia disgustosa della sua schiuma.           Affermo ancora, che si parla male, perfino senza dire nulla, ed ora vi spiego come. Potrà accadere che, alla vostra presenza, si lodi una persona che si sa che conoscete. E voi non dite nulla, oppure la lodate con una certa freddezza: allora il vostro silenzio o la vostra simulazione, porteranno a pensare che voi conoscete, sul suo conto, qualcosa di brutto, e che ciò vi porta a non dire nulla. Altri, poi, parlano male sotto un’apparenza di compassione. “Non sai niente – essi dicono – non hai sentito ciò che è successo a quella tale, che conosci bene? Peccato, che si è lasciata ingannare!… Tu, tu che sei come me, non avresti mai creduto?…”. San Francesco ci dice che una simile maldicenza è simile a una freccia avvelenata, che si immerge nell’olio, perché penetri più in profondità. E poi, un gesto, un sorriso, un “ma…”, un dondolio della testa, una sottile aria di disprezzo: tutto ciò contribuisce a far pensare un gran male della persona di cui si parla.           Ma la maldicenza più nera e più funesta nelle sue conseguenze consiste nel riferire a qualcuno ciò che un altro ha detto di lui o ha fatto contro di lui. Queste delazioni producono i mali più terribili e fanno nascere sentimenti di odio e di vendetta che durano spesso fino alla morte. Per mostrarvi quanto questa specie di persone sia colpevole, ascoltate quello che ci dice lo Spirito Santo: «Ci sono sei cose che Dio odia, ma la settima egli la detesta, questa settima è la delazione».           Ecco, fratelli miei, in quanti modi, pressappoco, si può peccare a causa della maldicenza. Scandagliate il vostro cuore e vedete se non siete anche voi, in qualche modo, colpevoli in questa materia.

Publié dans:meditazioni, San Giovanni Maria Vianney |on 19 septembre, 2016 |Pas de commentaires »

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

http://www.taize.fr/it_article1198.html

QUAL È LA SORGENTE DELLA SPERANZA CRISTIANA?

Lettera da Taizé: 2003/3

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo. Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca». Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione. Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore. Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3). Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio. Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20). Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana? La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione. Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio. Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8). Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8). Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto. Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

 

Publié dans:meditazioni |on 21 août, 2016 |Pas de commentaires »

DA DIO « PADRE » A DIO CREATORE

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DA DIO « PADRE » A DIO CREATORE

di Gianni Gennari

“Credo”, e poi “Credo in Dio”: così dall’inizio di questi dialoghi, poi fino qui “Padre Onnipo­tente”, con l’avverten­za forte che questo “Padre” è solo conseguenza della rivelazione del “Figlio” incarnato, non nome spontaneo dato all’ignoto dal nostro umano sentimento di inferiorità prodotto dall’esperienza del limite e che quell’“onnipotente” non è la smisurata dilatazione del rovescio dei nostri fallimenti e delle nostre impotenze di conoscenza e di  potere, che nelle religioni inventate dagli uomini producono “miti” e “riti”, ma percezione profondamente cambiata dall’ascolto e dalla memoria della realtà rivelata e donata nella nostra storia con il Figlio Gesù di Nazaret, crocifisso, morto e risorto. Un Padre speciale, dunque, non certo ad immagine di ciò che la nostra esperienza spesso contraddittoria chiama “paternità”. Non per nulla a immaginare la paternità della divinità come gelosa della crescita dei figli, rivale ed ostile ad essi era giunta proprio e sempre ogni religione inventata dagli uomini, dalla Persia, all’Egitto, alla Grecia, a Roma. La divinità pensata così da noi esigeva il sacrificio di ciò che era più caro, i primogeniti, e l’offerta di tutte le primizie. Opportuno ricordare, qui, che il capitolo 22 del Libro della Genesi non è “nuovo” perché Abramo pensa che sia volontà divina il sacrificio di Isacco, ma perché il suo “nuovo” Dio, che lo ha chiamato a partire da Ur e ad avviarsi verso il futuro rifiuta il sacrificio del figlio primogenito, e così si apre quella prospettiva che poi i Padri della Chiesa hanno definitivamente descritto così: quello che Dio non ha chiesto ad Abramo lo ha fatto Lui per noi, sacrificando il Figlio suo sul legno, la Croce, e sul monte, il Calvario… Nessuna rivalità, quindi, di questo “Padre” nei confronti dei “figli”. Nessun timore di un “padre castratore” che limita la fecondità dei figli. La lettura di Freud è del tutto fuori luogo nella rivelazione della paternità divina offertaci realmente nel Verbo incarnato, Figlio unigenito,  Gesù di Nazaret che ci chiama fratelli e rende anche noi veri “figli di Dio”. Nessun “oppio dei popoli”, se servisse ancora qualche precisazione: la grandezza di Dio non è costruita sulla nostra miseria, ma è donata ad essa e la trasforma in prospettiva e in speranza realissima in Sé. Dio “Creatore”: il racconto biblico del “principio” Ed eccoci al tema successivo, con in mano “il Libro” (la Bibbia) proprio alla prima parola (Gen. 1, 1), “Bereshìt” (all’inizio). Rosh, in ebraico, è sempre principio, inizio, capo, cominciamento assoluto: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Il primo capitolo, intero, racconta in un certo modo, studiatissimo come vediamo subito, l’azione di Dio creatore, e il secondo capitolo racconterà la stessa cosa in modo diverso, soffermandosi con particolare evidenza sul modo della creazione dell’uomo e della donna, mentre il primo capitolo ha descritto con sintetica immaginazione semplicemente il fatto, dopo l’iniziale affermazione sostanziale. Pregherei il lettore di aver davanti il racconto biblico, dal versetto 1 al 26. Pare una “favola”, e per certi aspetti lo è, ma non nel senso che racconta cose false, mitiche, frutto della fantasia umana, bensì nel senso che si tratta di mettere insieme le affermazioni in un certo modo, con una certa sequenza, affinché chi ascolta il racconto possa farsi una idea fondamentale del tutto… Un piccolo esempio, come tra parentesi, per capirci meglio. Tutti noi ricordiamo il ritornello della misura dei tempi dell’anno, i mesi: “30 giorni a novembre, con april, giugno e settembre, di 28 ce n’è uno, tutti gli altri ne han 31”. A che serve? A farci intendere tutto l’anno in una sequenza facile, e assimilabile a memoria. Ecco: immaginiamo che l’anziano patriarca, il padre di famiglia, il nonno ebreo di inizio del millennio prima di Cristo racconta ai nipotini l’epopea del loro popolo, e comincia ovviamente dall’inizio: “Bereshit!” “In principio Dio creò il cielo e la terra”. “Cielo e terra” per la cosmogonia ebraica erano – e sono – il tutto. Tutto viene da Dio, che “crea”. Il verbo ebraico usato è “baràh”, termine tecnico usato solo per la creazione… Tutto viene da Dio, ma il testo continua che questo “tutto” era, sempre “al principio”, deserto e vuoto – “tòhu wabhòu” dice il testo ebraico – caos e confusione, abisso disordinato e oscuro, ma…Ma il testo continua: “e lo spirito di Dio aleggiava sulla faccia delle acque”. L’inizio di tutto, dunque, dall’azione creatrice di Dio, che non trasforma come la nostra qualcosa che già esiste, ma la produce per la sua potenza. E poi? Poi la descrizione di una sequenza ordinata e precisa, fatta in pratica di nove azioni divine, tutte fatte di una parola che ordina. Il verbo usato è “amàr”, cioè dire, parlare, pronunciare un ordine a parole. Il testo è identico: “E Dio disse”. E le nove azioni producono nove realtà, in perfetta corrispondenza di coppie, quattro di seguito, seguite da una ultima realtà, che a sua volta è già coppia, da sola… Una costruzione avvedutamente precisa: al primo posto corrisponde come contenuto il quinto, al secondo il sesto, al terzo il settimo, al quarto l’ottavo, e tutto si conclude con il prodotto numero nove. E “Dio disse”: numero uno, la luce e numero cinque il sole, la luna e le stelle. Numero due, le acque di sopra e numero sei gli uccelli, che riempiono lo spazio superiore. Numero tre, le acque di sotto e numero sette i pesci che riempiono i mari, i laghi e i fiumi, appunto acque di sotto. Numero quattro la terra asciutta divisa dalle acque già create e numero otto gli animali e le piante che la riempiono. Tutte le cose del cielo e della terra create dalla parola creatrice di Dio, che vede che tutte esse “sono buone” – “Wajar Elohìm ki tob (E Dio vide che era buono)”. All’ultimo posto, il nono che li corona tutti, la parola cambia: “naaseh et haadàm… Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliantissima, facciamolo maschio e femmina”. E qui, solo qui, “Dio vide che era molto buono”. I termini usati per quest’ultima formula çelém e demut, dicono proprio la rispondenza della creatura alla realtà del Creatore che allora può, al settimo giorno, riposare finalmente. Tutto viene da Dio, Creatore e Signore: questo il senso del racconto del capitolo primo della Bibbia, tutto, davvero tutto, e il giudizio sul tutto è unilateralmente “buono”, anzi alla considerazione della creatura, la coppia uomo maschio uomo femmina “molto buono”. Il nonno (maestro, rabbì) ha terminato il racconto delle origini, fatto in modo che la memoria del nipote discepolo possa ricordare ogni singola creatura senza perdere di vista l’unità della rivelazione dell’origine e del valore del tutto. Questa è la spiegazione catechistica della sapienza antica del popolo eletto, che ha trovato in Abramo il capostipite proprio nella memoria dell’Adam iniziale, l’uomo maschio femmina prodotto dalla terra, “adamàh”… La prima lezione del racconto biblico è terminata: a gloria di Dio, Padre nostro in Cristo e Creatore dell’universo mondo. Di qui riprenderemo il nostro discorso. Buona Pasqua in ritardo, ma sempre necessaria: ogni giorno della “nuova creazione” è giorno pasquale, e se non lo è ogni giorno, invano arriva quello del calendario, nel quale scrivo queste semplici righe. Alla prossima.

 

Publié dans:CREDO, meditazioni |on 8 août, 2016 |Pas de commentaires »

NIENTE E NESSUNO È ESTRANEO ALLA VICENDA PASQUALE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_ronchi6.htm

NIENTE E NESSUNO È ESTRANEO ALLA VICENDA PASQUALE

 Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto

Ermes M. Ronchi (« Avvenire », 16/4/’06)

La storia va diritta per la sua strada, molte volte con passo di belva. La storia di Cristo, no; essa avanza sulla nostra strada, la strada di ciascuno, con il passo del pastore. Con il passo del sole. Infatti ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte – quella di Natale, piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un’altra notte – quella di Pasqua, notte di naufragio, di silenzio terribile, di buio ostile, ove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati (S. Germain). Notte dell’Incarnazione in cui il Verbo si fa carne, notte della Risurrezione in cui la carne si riveste di luce, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba, e nel giardino è primavera. Nessun corpo, solo le bende giacevano al suolo. Nessun cadavere, ma un Uomo identico e insieme nuovo, più vivo che mai. Così respira la fede, da una Notte all’altra. Sul ritmo del sole. E Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell’immenso soffio che unisce incessantemente il visibile e l’invisibile, la terra e il cielo, il mondo dei morti e quello dei vivi, ci invita a respirare quell’ansia di luce che abita le notti, invitati a respirare sempre Cristo. Ma il primo segno di Pasqua è il sepolcro vuoto. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota. Manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita, la vincitrice è vinta. La risurrezione di Cristo solleva il nostro pianeta di tombe verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno; dove gli imperi fondati sulla violenza crollano; dove le piaghe della vita possono distillare non più sangue ma luce, come le ferite del Risorto. Risurrezione afferma che il male non è il vincitore: di fronte alla violenza che dilaga la Pasqua ci convoca a rifiutarci di accettare una storia in cui il carnefice abbia in eterno ragione della sua vittima (Max Horkheimer). Gesù, la vittima che risorge mostra che la ragione non è dei più forti o dei più violenti. Che il fine della storia sarà buono e giusto. Ma Cristo va, con passo di sole, sulla strada di ciascuno. Pasqua è l’evangelo del corpo: è il corpo che risuscita, non solo l’anima; è il corpo di Lazzaro che viene fuori ed è sciolto e lasciato andare, è il corpo di Gesù che manca nel sepolcro vuoto. Tutta la Settimana Santa è focalizzata attorno al corpo di Gesù: Maria di Betania unge di nardo i suoi piedi e li avvolge con i suoi capelli, inizia così la passione, con il corpo profumato, poi il corpo nel pane e nel vino, il corpo torturato, inchiodato, violato dalla morte. Poi il corpo assente, nel sepolcro vuoto. E infine il corpo di Cristo trasformato. La Risurrezione di Cristo fu un evento talmente inaudito per i discepoli che per tentare di raccontarla non trovarono un’unica parola specifica, ma adottarono due gruppi di parole derivate dai verbi « svegliarsi » e « alzarsi ». Ed è così bello pensare che si tratta dei verbi del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando ci svegliamo e ci alziamo e il primo passo è un passo nel mistero: le nostre piccole risurrezioni quotidiane. Il mattino dell’uomo ha prestato agli evangelisti un vocabolario limpido e concreto per dire l’indicibile. E questo significa forse che ad ogni mattino mi è dato di percepire qualcosa del mistero, respirare Cristo risorto, incontrare qualcosa della risurrezione là, in ogni umile aurora, quando mi si rivela la sorprendente freschezza della vita, quando inizia qualcosa di nuovo, quando Lui mi aiuta ad avanzare senza disperare, a vivere una vita non addormentata. E mi precede su vie di pace.

 

Publié dans:meditazioni |on 4 juillet, 2016 |Pas de commentaires »

PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)

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PRIMA LA BONTÀ ERA NASCOSTA (DA SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE)  

dai « Discorsi » di san Bernardo, abate (Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133, 141-143)

Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2, 11). Ringraziamo Dio che ci fa godere di una consolazione così grande in questo nostro pellegrinaggio di esuli, in questa nostra miseria. Prima che apparisse l’umanità, la bontà era nascosta: eppure c’era anche prima, perché la misericordia di Dio è dall’eternità. Ma come si poteva sapere che è così grande? Era promessa, ma non si faceva sentire, e quindi da molti non era creduta. Molte volte e in diversi modi il Signore parlava nei profeti (cfr. Eb 1, 1). Io – diceva – nutro pensieri di pace, non di afflizione (cfr. Ger 29, 11). Ma che cosa rispondeva l’uomo, sentendo l’afflizione e non conoscendo la pace? Per questo gli annunziatori di pace piangevano amaramente (cfr. Is 33, 7) dicendo: Signore, chi ha creduto al nostro annunzio? (cfr. Is 53, 1). Ma ora almeno gli uomini credono dopo che hanno visto, perché la testimonianza di Dio è diventata pienamente credibile (cfr. Salmo 92, 5). Per non restare nascosto neppure all’occhio torbido, Egli ha posto nel sole il suo tabernacolo (cfr. Salmo 18, 6). Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9, 5) in cui però « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2, 9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. Venne Dio nella carne per rivelarsi anche agli uomini che sono di carne, e perché fosse riconosciuta la sua bontà manifestandosi nell’umanità. Manifestandosi Dio nell’uomo, non può più esserne nascosta la bontà. Quale prova migliore della sua bontà poteva dare se non assumendo la mia carne? Proprio la mia, non la carne che Adamo ebbe prima della colpa. Nulla mostra maggiormente la sua misericordia che l’aver egli assunto la nostra stessa miseria. Signore, che è quest’uomo perché ti curi di lui e a lui rivolga la tua attenzione? (cfr. Salmo 8, 5; Eb 2, 6). Da questo sappia l’uomo quanto Dio si curi di lui, e conosca che cosa pensi e senta nei suoi riguardi. Non domandare, uomo, che cosa soffri tu, ma che cosa ha sofferto lui. Da quello a cui egli giunse per te, riconosci quanto tu valga per lui, e capirai la sua bontà attraverso la sua umanità. Come si è fatto piccolo incarnandosi, così si è mostrato grande nella bontà; e mi è tanto più caro quanto più per me si è abbassato. Si sono manifestate – dice l’Apostolo – la bontà e l’umanità di Dio nostro Salvatore (cfr. Tt 3, 4). Grande certo è la bontà di Dio e certo una grande prova di bontà egli ha dato congiungendo la divinità con l’umanità.

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? » – LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01091997_p-24_it.html

« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? » – LA FEDE: UN’UMILISSIMA FIDUCIA IN DIO

Frère Roger di Taizé

Se fosse possibile sondare un cuore umano, che cosa vi scopriremmo? La sorpresa sarebbe di scoprirvi la silenziosa attesa di una presenza. Ed ecco che nel Vangelo percepiamo una risposta a questa attesa. San Giovanni lo esprime con queste sorprendenti parole: «In mezzo a voi sta Uno che voi non conoscete». Chi è Colui che sta in mezzo a noi? È il Cristo, il Risorto. Forse noi lo conosciamo poco, ma lui è vicino ad ogni essere umano. Chi è quel Gesù di cui parla il Vangelo, quel Cristo amore di ogni amore? Sin prima dell’inizio dell’universo, da ogni eternità, Cristo era in Dio. Dalla nascita dell’umanità, è la Parola vivente. Poi, come un umile, è venuto tra gli esseri umani. Dal Vangelo di San Giovanni, capiamo che non è venuto sulla terra per condannare il mondo, ma affinché, per mezzo di lui, ogni creatura umana sia salvata, riconciliata e trovi un cammino illuminato da lui. Se Gesù non avesse vissuto in mezzo a noi, Dio sembrerebbe lontano, irraggiungibile. Ma, per mezzo della sua vita, Gesù ha lasciato trasparire chi è Dio. E oggi, risorto, Cristo vive in noi mediante lo Spirito Santo. Ancor di più è unito ad ogni essere umano senza eccezioni. Se non fosse risorto, non sarebbe presente accanto a noi. rimarrebbe come uno dei personaggi che hanno segnato la storia dell’umanità. Ma non sarebbe possibile dialogare con lui nella preghiera. Non oseremmo invocarlo: Gesù Cristo, in ogni momento mi appoggio su di te; anche quando non arrivo a pregare ti dico: tu, tu sei la mia preghiera. Prima di lasciarli, Cristo ha detto ai suoi discepoli che avrebbe mandato loro lo Spirito Santo, come un sostegno e una consolazione. Allora possiamo fare questa scoperta: allo stesso modo che Cristo è stato presente sulla terra accanto ai suoi discepoli, oggi continua ad esserlo per noi mediante lo Spirito Santo. Più comprensibile per gli uni, più velata per gli altri, la sua misteriosa presenza è sempre viva. E’ come se potessimo sentirlo dire: «Non sai che io sono accanto a te e che, mediante lo Spirito Santo, io vivo in te? Io non ti abbandonerò mai». «Dio può solo dare il suo amore», scriveva nel VII secolo un teologo, Sant’Isacco di Ninive. E il suo amore ci rende la fede accessibile. Ma che cos’è la fede? La fede è un’umile realtà, un’umilissima fiducia in Dio. Se la fede diventasse pretesa spirituale, non porterebbe da nessuna parte. Allora capiamo l’intuizione di Sant’Agostino: «Se hai il semplice desiderio di conoscere Dio, hai già la fede». Nessuno arriva a conoscere Cristo da solo. Ognuno può dirsi: in quell’unica comunione che è il Corpo di Cristo, la sua Chiesa, ciò che io non capisco della fede, altri lo comprendono e ne vivono. Quindi, non mi appoggio solamente sulla mia fede, ma su quella dei cristiani di ogni tempo, coloro che ci hanno preceduto, dagli Apostoli e la Vergine Maria fino a quelli di oggi; e, giorno per giorno, mi dispongo interiormente ad avere fiducia nel Mistero della Fede. Non vorremmo mai dimenticarlo: Cristo è anzitutto comunione. Non è venuto sulla terra per creare una nuova religione, ma per suscitare una comunione d’amore nel suo Corpo, la Chiesa. A Taizè, vogliamo ricordare che la Chiesa è un mistero di comunione, anzi è la comunione per eccellenza. In questa comunione, mediante lo Spirito Santo, persino i timori e le notti delle nostre vite possono scoprire un’aurora delle riconciliazioni e il destarsi di una gioia semplicissima. E nei nostri cuori, a volte fragili, si accende una fiamma d’amore e possiamo avanzare dal dubbio verso il chiarore di una comunione.

Publié dans:meditazioni, TAIZÉ |on 20 juin, 2016 |Pas de commentaires »

L’OTTIMISMO DELLA FEDE IN GESÙ

http://www.ilcristiano.it/articolo.asp?id=330

L’OTTIMISMO DELLA FEDE IN GESÙ

La precarietà della vita presente, le poche speranze di miglioramento per il futuro, l’impotenza davanti ai tanti problemi della vita quotidiana, il progressivo smarrimento di valori ed ideali… tante sono le cause del profondo senso di pessimismo e di delusione che caratterizza la vita di milioni di persone oggi. È possibile, in questo difficile contesto, essere ottimisti? E, se sì, come? Viviamo un’epoca connotata da pessimismo. Anche chi non ha vissuto i favolosi anni sessanta, perché nato successivamente, oppure perché – come per me – sono solo un vago ricordo d’infanzia, non può non riconoscere il differente stato d’animo di chi ha vissuto quegli anni di boom economico e di rivoluzione culturale, che portava soprattutto le generazioni più giovani a proiettarsi con ottimismo entusiasta verso il futuro. In fondo basta dare una rapida occhiata a vecchi programmi televisivi che ogni tanto la RAI rimanda in onda, per osservare uomini e donne che, pur suscitando in noi un bonario sorriso di sufficienza per quell’apparente ingenuità, ci lasciano al tempo stesso un senso d’amaro in bocca, un sottile sentimento d’invidia, per quell’aria fiduciosa nel domani che comunque traspare da quegli occhi e da quei volti in bianco e nero. Se c’è una cosa che al contrario caratterizza il momento attuale che stiamo attraversando, soprattutto nella nostra Italia, è il pessimismo.    Le radici del pessimismo: precarietà, delusione e senso d’impotenza Varie sono le cause che si possono additare per comprenderne le radici, e tra queste certamente la crisi economica è probabilmente la principale, con tutte le inevitabili ricadute sociali legate alla precarietà della vita, l’impossibilità di programmare il proprio futuro e dunque di guardare al domani con l’entusiasmo di chi s’immagina di poter costruire qualcosa, piuttosto che invece vivere nell’ansia di preservare quel poco che gli resta.  Ma a questa innegabile fonte di pessimismo io aggiungerei anche il senso di delusione. Delusione conseguente alla caduta delle maggiori ideologie del secolo appena trascorso. Al di là dei giudizi di merito che possiamo darne, è innegabile che l’abbracciare un’ideologia proietti la persona verso un futuro in cui possa veder realizzato l’ideale perseguito. Il fallimento storico di quelle ideologie ha dunque portato con sé anche l’abbandono di quella propensione verso un domani migliore da costruire, lasciando solo l’aspirazione al godimento del presente. Occorre poi sottolineare che, soprattutto nel nostro Paese, non sono cadute solo delle astratte ideologie, ma un’intera classe dirigente, lasciando una diffusa delusione e sfiducia verso qualsiasi istituzione o forza politica a cui poter affidare speranze di cambiamento: tutti, indistintamente, sono accusati di perseguire solo ed esclusivamente i propri interessi, in quanto accomunati dall’appartenenza alla casta dei privilegiati e dei corrotti. Precarietà della vita e delusione verso uomini o ideali che possano migliorare la nostra condizione sono già di per sé due fattori dirompenti in grado di sgretolare qualsiasi slancio di ottimismo, ma a sancire il definitivo stato di pessimismo della nostra epoca troviamo il senso d’impotenza, la percezione cioè di non poter fare noi stessi nulla per cambiare direzione. Sarà forse la disponibilità d’informazioni in tempo reale da tutto il mondo, che ci bombarda continuamente con notizie di guerre, catastrofi e tragedie, e che fa sentire noi così insignificanti, e le nostre azioni individuali così ininfluenti, o forse invece si tratta semplicemente del prodotto inevitabile della delusione detta prima, fatto sta che la società di oggi sembra aver perso la speranza di poter fare scelte personali in grado di cambiare il corso della Storia. Quelle parole del cantautore Francesco De Gregori, “… la Storia siamo noi, nessuno si senta escluso …”, suonano così ingenue, oggi che l’idea dominante è invece quella delcomplotto della finanza mondiale, dei poteri forti che hanno già deciso tutto, per cui le cose andranno come andranno indipendentemente da ciò che oggi io m’illudo di voler cambiare. A pensarci bene una convinzione, quest’ultima, liberatoria, perché ci deresponsabilizza, aprendo le porte a un cinico pessimismo egoista e auto-assolutorio.     Le basi dell’ottimismo di chi pone fede in colui che ha cura di noi, che è fedele e che regna nella Storia  Questa è la descrizione triste e amara della realtà contemporanea: un’aura di pessimismo che si abbarbica nel nostro animo anche inconsapevolmente, quasi come una pianta parassita rampicante che lentamente soffoca alberi ben più imperiosi di lei, succhiandone l’energia vitale. Parlo in termini generalizzati perché anche noi credenti respiriamo quest’aria satura di pessimismo, per cui è opportuno domandarsi quanto ne siamo condizionati, permettendogli forse di soffocare in noi ogni aspettativa di fede nel Dio onnipotente che, mediante lo Spirito Santo, può agire nella nostra vita individuale e di chiesa, rinnovando slancio ed entusiasmo per la sua opera. Ma chi, piuttosto, può definirsi a pieno titolo un ottimista, se non colui che ha creduto nel Signore Gesù? Ottimismo che però non consiste certo in un vago pensiero positivo, in una fiducia fatalista nel fatto che ogni storia avrà comunque prima o poi un suo lieto fine, dettata da autoconvinzione o magari solo da una propria predisposizione caratteriale. Il credente è ottimista perché non vive nell’angoscia della precarietà del domani. Ha gettato sul suo Dio ogni sua preoccupazione, perché sa di avere un Padre celeste che conosce i suoi bisogni e ha promesso che si prenderà cura di lui (Mt 6:31-32; 1P 5:7). Chi ha creduto in Cristo Gesù è ottimista perché – è vero – l’uomo, le ideologie, prima o poi deludono, ma il suo Signore no. Lui non delude, perché è fedele e non viene meno alle sue promesse. Quando Davide afferma nel Salmo 119 (vv. 89-91) “Per sempre, SIGNORE, la tua parola è stabile nei cieli. La tua fedeltà dura per ogni generazione; tu hai fondato la terra ed essa sussiste. Tutto sussiste anche oggi secondo le tue leggi, perché ogni cosa è al tuo servizio”, ci esorta a guardare alla meraviglia della sua creazione, alle leggi immutabili che la governano, come a un chiaro e quotidiano riscontro della sua fedeltà, applicabile dunque a ogni altra promessa di cui ci ha reso partecipi attraverso quella stessa Parola stabile nei cieli: anche questa mattina il Sole è sorto su nel cielo, dunque non potrò mai essere deluso dal mio Signore.  Infine, chi ha posto la sua fede in Gesù Cristo è ottimista perché conosce molto bene la realtà del mondo in cui vive, e sa quanto sia tristemente vero che sia dominato dai poteri forti. Lo sa perché è proprio la Scrittura per prima ad aver affermato che il mondo giace sotto il potere del maligno (1Gv 5:19; Gv 14:30). Al tempo stesso, però, sa anche che, per ciò che lo riguarda, di autentici poteri forti ne esiste di fatto uno solo, ed è Cristo Gesù risorto, che adesso è seduto alla destra del Padre nel cielo, al di sopra di ogni principato, autorità, potenza, signoria e di ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello futuro. (Ef 1:20-21).  Questa consapevolezza gli permette di proiettarsi in uno slancio ottimistico verso il domani, perché il Signore Gesù regna, e sta portando a compimento la sua opera nella Storia in senso più ampio (1Co 15:24-26), così come nella sua piccola storia personale, quella con la “s” minuscola (Fl 1:6). È in lui infatti che abbiamo la certezza che, dimorando nel suo amore, Dio stesso farà sì che qualsiasi cosa ci riservi il futuro, essa sarà usata da lui per il nostro bene (Ro 8:28). In Gesù ciascuno, individualmente, può fare oggi scelte di obbedienza che cambieranno la sua storia personale, e perché no, magari anche la Storia in senso più ampio. Chi crede nel Signore Gesù non può essere altro che un inguaribile ottimista: perché ha fede in lui.   Vivere l’ottimismo della fede in Gesù: una testimonianza viva per il tempo presente in attesa del suo ritorno Perché invece molti credenti sono tristi, delusi, apatici, travolti essi stessi da questo cupo e dilagante pessimismo? Eppure proprio oggi noi credenti, circondati da gente stanca di cercare inutilmente un lavoro dignitoso, esasperata da periodici e vani proclami di uscita dal tunnel della crisi, abbrutita dal livore verso questo o quest’altro politico, resa cinicamente scettica di qualsiasi prospettiva di cambiamento, intimorita dalle continue notizie di guerre e catastrofi naturali, abbiamo una straordinaria opportunità di testimonianza della nostra fede in Cristo Gesù fatta senza grandi proclami, ma semplicemente mostrando gioia, entusiasmo, amore, fiducia, espressioni di riconoscenza e di apprezzamento, nonostante siamo noi stessi immersi nella stessa realtà di incertezza per il futuro.  Che dire poi delle nostre chiese? Per apatia e pessimismo sul futuro si tollerano liti, divisioni, freddezza e aridità spirituale. È poi paradossale il fatto che non di rado tutto questo si accompagni a parole che richiamano, o addirittura trovano una giustificazione, nella personale consapevolezza dell’imminente ritorno del Signore Gesù: “…eh sì, le cose vanno e andranno sempre più di male in peggio. Siamo oramai arrivati alla fine dei tempi!…”. Che brutto messaggio trasmettiamo soprattutto ai nostri giovani, loro – sì – già annichiliti da un futuro che si prospetta avaro di opportunità, e per di più spinti a vedere la chiesa come un treno oramai tristemente incamminato verso la pensione, reduce di glorie che però appartengono solo al passato. Quelle espressioni, in realtà, appaiono più un facile alibi alla nostra pigrizia e incredulità nell’opera di Dio, piuttosto che di beata speranza nella prossima apparizione del Signore Gesù (Ti 2:13).  Dimenticano infatti quelle parole, l’invito che Gesù stesso rivolse ai suoi discepoli in vista di quando si sarebbero resi conto dell’approssimarsi di quell’evento glorioso, di vivere cioè quei momenti con palpitante entusiasmo: “Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra liberazione si avvicina” (Lu 21:28).  Dimenticano, quelle parole, che quando il Signore Gesù tornerà, ciò che si attende di trovare è dei discepoli impegnati con entusiasmo a servire: “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà così occupato!” (Mt 24:46). Il Signore Gesù richiami ciascuno di noi, a cominciare da me, a strappare via dal nostro cuore i lacci del pessimismo e dell’apatia, per manifestare piuttosto l’ottimismo della fede in lui e nella sua opera, in attesa del Suo ritorno.

 

Publié dans:meditazioni |on 7 juin, 2016 |Pas de commentaires »
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