Archive pour la catégorie 'MEDITAZIONI PER LA DOMENICA'

COME SIGILLO SUL CUORE

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COME SIGILLO SUL CUORE

21 APRILE 2013 SPIRITUALITÀ

DI DON GIUSEPPE LIBERTO

L’uomo senza cuore è creatura senza vita. Il cuore che ama è segno di trasfigurata risurrezione.

Benedetto XVI, nell’omelia per i funerali del cardinale Spidlik, così definisce il cuore: «A partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo» (20 aprile 2010).
La struggente concordia tra due cuori è descritta, con toni elevati, nel capitolo ottavo del Cantico dei Cantici: inno d’amore per eccellenza, idillio sbocciato dal cuore di due giovani nel suo primo fiorire al tempo dell’eterna primavera. È cantico di un amore che percorre, in intima esperienza, tutta la gamma delle sue espressioni: dall’ebbrezza dei baci e delle carezze più tenere, al desiderio invincibile dell’incontro; dalle sofferenze della lontananza, alla gioia incontenibile del ritrovarsi insieme; dalle intense parole d’intimità, alle dolenti espressioni per l’assenza dell’amato.
Il poema biblico, celebrando l’amore nuziale nel suo vero valore di pienezza umana, svela e rivela l’eterno e infinito Amore divino. L’amore vive perché Dio esiste. Chi ama, afferma Giovanni, conosce Dio e lo irradia attraverso il suo stesso amore, rivelandolo ai fratelli (cfr. 1Gv 4,8).
L’amore umano rimanda ad altre nozze d’Amore. Il Cantico dei Cantici è, infatti, la descrizione appassionata e appassionante dell’amore nuziale tra Dio e l’umanità, tra Dio e Israele, tra Cristo e la sua Chiesa. Al centro del giardino ci sono Lui e Lei, eterna coppia della famiglia umana. Avvolti dalla tenerezza del vortice d’amore, cantano il cantico dei cantici d’amore.
Vertice ed epilogo del Testo poetico, è il capitolo ottavo. Il poeta costruisce una sorta di dialogo tra il coro e la donna amata. In una sorta di “deserto poetico”, i due innamorati sono soli, uniti dall’unico amore dell’intima felicità:

Chi sta salendo dal deserto,
appoggiata al suo amato? (v. 5).

L’interrogativo del coro crea un’atmosfera di solenne stupore. Dal silenzio della solitudine nel deserto appare la giovane coppia. Avvolti dalla tenerezza dell’eterno gesto dell’abbandono, la donna poggia il capo sulla spalla del suo amato. Mentre i due innamorati ritmano i loro passi, Lei intona un inno in tre strofe: la prima descrive il canto sotto il melo, la seconda invoca il sigillo sul cuore, la terza dipinge le grandi acque e le fiamme di fuoco.
Al centro della prima strofa, con elegante tocco poetico, è descritto il melo, l’albero dell’amore già cantato nel secondo capitolo. Il melo, nella cultura antica, è simbolo dell’amore più alto:

Sotto il melo ti ho svegliato;
là dove ti concepì tua madre,
là dove ti concepì colei che ti ha partorito (v. 5b).

All’ombra dell’amore, lo sposo s’addormenta, l’amata lo sveglia e, nel momento dell’intima tenerezza, contemplando lo sposo, le sovviene il ricordo del dono della vita ricevuto dalla madre. Il luogo dell’amore sotto il melo coincide così con lo stesso luogo in cui la madre concepisce e dà alla luce il figlio. Il nuovo amore tra i due innamorati sarà la rinascita alla vita.
La seconda strofa canta il momento della suprema e perfetta concordia di comunione:

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come il regno dei morti è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina! (v. 6).

La sposa conferma la sua totale donazione allo sposo. Lei vuole essere supremo sigillo d’amore eterno sul cuore di Lui, come quel sigillo che i nobili ebrei portavano sempre sul braccio (cfr. Is 49,16), sul collo, appeso a una collana (cfr. Gn 38,18) e, come anello, sul dito (cfr. Ger 22,24). Anche la Legge di Dio doveva «essere legata alla mano come un segno e posta come pendaglio tra gli occhi» (Dt 6,8). Lei vuole essere lo stesso io dello sposo. Lui e Lei con-vivono in piena e armoniosa simbiosi. Il cuore, su cui la sposa brama essere posta come sigillo, era considerato dagli ebrei sede della vita intellettiva, organo che regola pensieri e desideri, centro della vita affettiva e volitiva, alveo dell’amore più profondo e ardente (cfr. Os 11,8). Parallelamente, il braccio, al quale s’afferra la donna, è simbolo delle varie e molteplici attività che il suo innamorato svolge. L’amore è guardato, creduto e vissuto come piena comunione: «I due saranno una sola carne» (Gn 2,24). È il progetto di Dio Creatore quando, all’inizio della creazione, consegna Eva al suo Adamo.
Desiderio insaziabile, com’è ogni vero amore, del tutto simile alla morte, potenza distruttrice che non risparmia nessun mortale, l’amore non dice mai basta, così come lo sheol, la grotta sotterranea che divora i morti e, come la morte, non è mai sazia. L’unione in concordia non può essere frantumata neppure dalla morte. Vita e anti-vita, eros e thanatos, amore e morte, si affrontano sempre in un duello implacabile, ma solo l’amore vero, ardente e tenace, riesce a sopravvivere come fiamma di fuoco perenne e inestinguibile. Le fiamme dell’amore sono «fiamme di Jhwh», simili a quelle che ardevano, senza consumarsi, sul monte di Dio, l’Horeb (cfr. Es 3,2).
San Giovanni della Croce, per esprimere l’amore mistico tra Dio e l’uomo, parla di Fuoco purificatore e di Fiamma viva e dice: «C’è da notare come prima che questo fuoco di amore s’introduca nella sostanza dell’anima e si unisca con lei con purificazione completa e perfetta, la Fiamma divina, cioè lo Spirito Santo, ferisce l’anima, distruggendone e consumandone le imperfezioni degli abiti cattivi. Con questo lavoro Egli la dispone all’unione e alla trasfigurazione amorosa in Dio. Il fuoco d’amore che poi si unirà con l’anima glorificandola è quello stesso che prima la investe purificandola…» (Fiamma viva d’amore B,1,19). Questa fiamma d’amore è lo Spirito del suo Sposo, lo Spirito Santo, che l’anima sente già in sé, non solo come fuoco da cui è consumata e trasformata in soave amore, ma anche come fuoco che arde in lei e getta fiamme, le quali a loro volta irrorano l’anima di gloria e la temperano di vita divina. «Tale è l’azione dello Spirito Santo nell’anima trasformata in amore che gli atti interiori compiuti da lei sono un fiammeggiare, sono cioè vampe d’amore, e la volontà dell’anima unita con quelle fiamme, con le quali diventa una stessa cosa, ama in modo sublime» (1,2-4).
L’innamorata del Cantico dei Cantici, avvolta da queste vampe, parla al suo diletto e gli consacra cuore e amore. Quello stesso amore che sgorga in pienezza dall’Amore divino.
La terza strofa si apre con il simbolo sapienziale che si rannoda, in antitesi suggestiva, a quello del fuoco: l’immagine della violenza provocata dall’irruzione delle grandi acque:

Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo (v. 7).

Le grandi acque sono metafora del caos e del nulla. Il loro dilagare nell’inondazione porta distruzione e morte. Eppure, l’amore, fondato sulla roccia, riesce a resistere a ogni tsunami violento e distruttivo. Nessuna tentazione, nessuna persecuzione, nessuna sofferenza riuscirà mai a spegnere la fiamma della concordia tra la sposa e il suo amato.
Il canto si chiude evocando un’altra qualità dell’amore: la gratuità. Come la libertà, l’amore non può essere oggetto di scambio, il vero amore non si mercanteggia. Sarebbe indegno, addirittura spregevole, se fosse così. Il mercato dell’amore è umiliazione e morte. Solo la gratuità custodisce l’amore dono di vita e grazia di libertà. San Paolo grida: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] Io, infatti, sono persuaso che, né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezze, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).
In un mondo lacerato dall’odio e dalle divisioni e assediato da vendette e da guerre, cantare il mistero d’Amore potrebbe apparire utopia, cioè discorso senza luogo. L’arte della concordia ci conferma che il mistero d’Amore ha il suo luogo nel cuore di Dio riversato nel cuore dell’uomo: qui il vero Amore pone il suo sigillo. La rappresentazione plastica di quest’intreccio teandrico è magnificamente scolpita nell’Estasi di santa Teresa del Bernini, nella chiesa di S. Maria della Vittoria a Roma. L’Angelo dell’Amore lancia l’infuocata freccia divina verso Teresa immersa nell’abbandono estatico del trasfigurante cuore a cuore con Dio.

INCONTRO CON L’ »ALTRO » – LA MONTAGNA – ENZO BIANCHI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi31.htm

INCONTRO CON L’ »ALTRO » – LA MONTAGNA

In cammino verso casa, con lo sfondo di pace delle montagne… Il Rifugio Mulaz, tra le Pale di San Martino, nelle Dolomiti trentine! Il tramonto sul Monte Torraggio, in provincia di Imperia, al confine tra Italia e Francia… Dal Trentino, le Torri del Vajolet, nel Catinaccio, in Val di Fassa!

ENZO BIANCHI
(« Jesus », Maggio 2009)

«Sollevo i miei occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto?» (« Salmo 121, 1″). Il « Salmista » non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il Monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere il fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…

La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’ »al-di-là », l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come San Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, « Dialoghi 11,35″). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.

Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il Monte Sion celebrato nei « Salmi » o come il dolce declivio verso il Lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle « Beatitudini » e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non « autistica » ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai « racconti biblici » e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjold, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il « Salmo », dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

RALLEGRATEVI NEL SIGNORE, SEMPRE (FIL 4,4)

http://www.novena.it/riflessioni_autori_antichi_moderni/142.htm

RALLEGRATEVI NEL SIGNORE, SEMPRE (FIL 4,4)

Dal trattato «Sulla lettera ai Filippesi» di sant’Ambrogio, vescovo
(PLS 1, 617-618)

Come avete sentito nella precedente lettura nella quale l’Apostolo diceva: «Rallegratevi nel Signore sempre» (Fil 4, 4), la carità di Dio, o fratelli carissimi, ci chiama, per la salvezza delle nostre anime, alle gioie della beatitudine eterna. Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente. Perciò l’Apostolo dice: «Ve lo ripeto ancora: rallegratevi» (Fil 4, 4).
Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio. «La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (Fil 4, 5); cioè, la vostra condotta santa sia manifesta non solamente agli occhi di Dio, ma anche a quelli degli uomini, come esempio di onestà e sobrietà per tutti coloro che abitano con voi sulla terra. Lasciate di voi un buon ricordo sia di vita cristiana che di rettitudine umana.
«Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6). Il Signore è sempre vicino a tutti quelli che lo invocano con cuore sincero, con fede retta, con speranza ferma, con carità perfetta; egli infatti sa quello di cui avete bisogno prima che glielo domandiate: egli è sempre pronto a venire in soccorso in ogni necessità a tutti coloro che lo servono fedelmente. Perciò non dobbiamo preoccuparci gran che dei mali che ci sovrastano, quando abbiamo la certezza che Dio, nostra difesa, ci è vicinissimo secondo il detto: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore» (Sal 33, 19-20). Se noi ci sforziamo di compiere e di conservare quanto ci ha comandato, egli non tarda a renderci quello che ci ha promesso.
«Ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4, 6) per potere affrontare le prove con pazienza e serenità e mai con amare contestazioni – Dio ce ne guardi –, anzi «rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre» (Ef 5, 20).

 

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – L’ALTROVE DI GESÙ, CERCATORE APPASSIONATO

http://www.monasterodiruviano.it/vangelo-mc/v-domenica-del-tempo-ordinario-b-laltrove-di-gesu/

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) – L’ALTROVE DI GESÙ

CERCATORE APPASSIONATO

Gb 7, 1-4; 6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39

 C’è una parola in questo evangelo di oggi che ci provoca particolarmente. E’ una piccola parola: “altrove”, in greco “allachoû”. In questo testo di Marco, Gesù confessa che la ragione più profonda della sua missione è proprio in un “altrove”: Gesù è sempre per un altrove; la sua è una via che non si arresta mai in un “qui” definitivo e comprensivo di tutto. E ci sono degli altrove perché ci sono sempre altri: altre folle, altri dolori, altri cuori, altre orecchie che devono ascoltare la Parola dell’Evangelo.
Gesù non si lascia imprigionare dalle folle che premono; Gesù ama la gente, ma non si fa fermare da nessuno. Gesù è un cercatore appassionato di uomini che cercano, ed è anche un cercatore appassionato di uomini che non cercano o, drammaticamente, non cercano più. Lui li cerca, perché desidera accendere in essi la ricerca…
Gesù desidera incontrare ogni uomo, e per questo sente la necessità di incontrare il Padre suo nella preghiera solitaria e silenziosa. Gesù ha tempo per il Padre, ha tempo per la solitudine silenziosa. E l’alba lo trova così: orante, in un tempo bruciato tutto per il Padre, senza lasciarsi fuorviare dai bisogni che premono, ma sedotto invece dalla necessità più profonda del suo cuore e del cuore del Padre.
Gesù non si lascia ingannare dalle urgenze, come capita sempre più nello spazio ecclesiale!, ma si lascia afferrare dal necessario, e il necessario si configura proprio nell’altrove: l’altrove dell’intimità con il Padre, l’altrove di un annunzio senza frontiere.
L’altrove di Gesù non è una via di fuga dal quotidiano, poiché questa si configurerebbe come accidia o “disincarnazione”, assurdo per Colui che è l’incarnazione di Dio nella carne dell’uomo! L’altrove di Gesù è invece un altrove che cerca la storia, che cerca gli uomini concreti, li prende per mano, ne ascolta le storie e li conduce alla vita ed al servizio.
La narrazione della guarigione della suocera di Pietro è un racconto vivissimo e caratteristico, ma non è solo questo.
Raccontando questa semplicissima vicenda, Marco desidera sottolineare come Gesù abbia ascoltato l’uomo e le sue sofferenze («gli parlarono di lei»), come Gesù si sia fatto vicino all’uomo nella sua concreta fragilità («le si avvicinò»), e come lo abbia sollevato toccando la sua carne ammalata («la fece alzare prendendola per mano»); Marco usa qui il verbo “eghéiro” che è il verbo pasquale della risurrezione, e lo fa per dirci che l’Evangelo va letto sempre nella prospettiva pasquale. Lo scopo dell’Evangelo, delle parole e dei gesti di Gesù, va ricercato sempre in quella dinamica in cui il contatto con Gesù fa passare dalla morte alla vita, dall’immobilità all’attività, dal non-senso al senso.
La predicazione dell’Evangelo è annunzio di una buona notizia che guarisce, dà la vita e rende gli uomini atti ad amare e a servire.
Nel dialogo con gli apostoli, i quali vorrebbero far tornare Gesù lì dove ha già predicato e mostrato i frutti dell’Evangelo (le guarigioni numerose), Gesù afferma che è venuto per un altrove che mai è esaurito, e a cui deve annunziare (il verbo “keriùssein”!) la buona notizia del Regno. Il testo, anzi, dice che per questo è uscito, con una espressione che ci fa riflettere: è uscito allo scoperto, si è mostrato, è uscito da Dio… Insomma l’annunzio dell’altrove è il motivo del suo invio da parte di Dio.
Leggendo questo testo di Marco penso che, come Chiesa, dobbiamo lasciarci provocare su molti punti: sulla nostra capacità di relazione con l’uomo di oggi; sulla capacità quanto mai necessaria di ascoltare le sue istanze e le sue domande, senza avere risposte sempre precostituite, senza pregiudiziali ma cercando sempre e solo l’uomo concreto, la sua realtà fatta di carne e sangue.
Il testo ci provoca inoltre alla riflessione su quell’altrove che è l’intimità con Dio, e su quell’altrove che è la ricerca inesausta di orizzonti sempre più vasti, senza chiusure in circoli ristretti o di presunti “giusti”.
Marco ci pone con forza, come Chiesa, la domanda sulla passione per l’annunzio dell’Evangelo: quella passione che spinse sempre Gesù all’altrove; quella passione che Paolo proclama nel passo che oggi si legge della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto: Guai a me se non evangelizzo!
Paolo scrive di essersi fatto tutto a tutti per guadagnarne il maggior numero: anche lui mai sazio come il suo Signore; anche lui sempre alla ricerca di un altrove che abbia la bellezza della diversità di tanti cuori umani, in cui si deve versare l’Evangelo di Gesù. Paolo lo grida: per il discepolo è dovere evangelizzare! Non è nè un’attività secondaria, nè tanto meno un hobby per il tempo libero, per gli scampoli di tempo. Non ci si può dar pace da questa assoluta priorità e necessità!
Attenti però a non fare di questo dovere una fonte di attivismo sfrenato che ci fa smarrire noi stessi; la Chiesa dei nostri tempi è affetta gravemente da questa “peste” che non annunzia l’Evangelo, ma lo mortifica e ne mostra un volto meramente filantropico, che nulla ha a che vedere con l’annunzio esigente e trasbordante del Regno.
Questo dovere di cui Paolo scrive sia invece fonte di santa inquietudine, che metta in moto la Chiesa per quel che davvero conta ed è essenziale, e la metta in moto a partire dall’intimità vissuta con Dio. Nella solitudine del deserto, la comunità credente deve ritrovare le ragioni di quell’amore che l’ha amata e che le chiede amore, amore che la spinge all’altrove…da lì, dall’intimità del deserto dell’ascolto adorante, sorge ogni vera passione per l’annunzio dell’Evangelo.
Gesù nella sua vita fece così! La sua vita tra noi fu inquieta passione per il Padre e per l’umanità; la sua vita fu passione per quell’annunzio per cui era uscito dal Padre (cfr Gv 16, 28), per cui era venuto a camminare sulle nostre strade e ad abitare le nostre case.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Publié dans:MEDITAZIONI PER LA DOMENICA |on 6 février, 2015 |Pas de commentaires »

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

http://www.taize.fr/it_article3268.html

CHE SIGNIFICA «ACCOGLIERE IL REGNO DI DIO COME UN BAMBINO»?

Un giorno, delle persone conducono da Gesù dei bambini affinché li benedica. I discepoli vi si oppongono. Gesù s’indigna e ingiunge loro di lasciare che i bambini vadano a lui. Poi disse loro: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,13-16).
È utile ricordarsi che, un po’ prima, è a questi stessi discepoli che Gesù aveva detto: «A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio» (Marco 4,11). A causa del regno di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Cercano la presenza di Dio, vogliono far parte del suo regno. Ed ecco che Gesù li avverte che respingendo i bambini, stanno giustamente per chiudere davanti a loro la sola porta d’ingresso a quel regno di Dio tanto desiderato!
Ma che significa «accogliere il regno di Dio come un bambino»? In generale si comprende così: «accogliere il regno di Dio come lo accoglie un bambino». Questo risponde ad una parola di Gesù che troviamo in Matteo: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). Un bambino si fida senza riflettere. Non può vivere senza fidarsi di chi lo circonda. La sua fiducia non ha nulla di una virtù, è una realtà vitale. Per incontrare Dio, ciò che abbiamo di meglio è il nostro cuore di bambino che è spontaneamente aperto, osa domandare con semplicità, vuole essere amato.
Però si può anche comprendere la frase così: «accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino». In effetti, il verbo greco ha in generale il senso concreto d’«accogliere qualcuno», come si può costatare qualche versetto prima dove Gesù parla d’«accogliere un bambino» (Marco 9,37). In questo caso, Gesù paragona all’accoglienza di un bambino l’accoglienza della presenza di Dio. C’è una connivenza segreta tra il regno di Dio e un bambino.
Accogliere un bambino vuol dire accogliere una promessa. Un bambino cresce e si sviluppa. È così che il regno di Dio non è mai sulla terra una realtà completa, ma piuttosto una promessa, una dinamica e una crescita incompiuta. Poi i bambini sono imprevedibili. Nel racconto del Vangelo, essi arrivano quando arrivano, e a quanto sembra non è al buon momento secondo i discepoli. Tuttavia Gesù insiste che, poiché sono lì, bisogna accoglierli. È così che dobbiamo accogliere la presenza di Dio quando si manifesta, che sia il buono o cattivo momento. Bisogna stare al gioco. Accogliere il regno di Dio come si accoglie un bambino significa vegliare e pregare per accoglierlo quando viene, sempre all’improvviso, a tempo e fuori tempo.
Perché Gesù ha mostrato un’attenzione particolare ai bambini?
Un giorno, i dodici apostoli discutono per sapere chi è il più grande (Marco 9,33-37). Gesù, che ha capito le loro riflessioni, dice loro una parola disorientante che sconvolge e scuote le loro categorie: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
Alla sua parola Gesù unisce il gesto. Egli va a prendere un bambino. È forse un bambino che trova abbandonato all’angolo di una strada di Cafàrnao? Lo prende, lo «pone in mezzo» a quella riunione di futuri responsabili della Chiesa e dice loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Gesù s’identifica con il bambino che ha appena abbracciato. Afferma che «uno di questi bambini» lo rappresenta il meglio, a tal punto che accoglierne uno di loro è come accogliere lui stesso, il Cristo.
Poco prima, Gesù aveva detto questa parola enigmatica: «Il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Marco 9,31). «Il figlio dell’uomo» è lui stesso, e allo stesso tempo sono tutti i figli d’uomo, cioè tutti gli esseri umani. La parola di Gesù può essere così compresa: «Gli esseri umani sono consegnati al potere dei loro simili». Durante l’arresto e nei maltrattamenti inflitti a Gesù, si verificherà una volta di più, e in maniera drammatica, che gli uomini fanno ciò che vogliono con i loro simili che sono senza difesa. Che Gesù si riconosca nel bambino che è andato a prendere, non è allora motivo di stupore, poiché, così spesso, anche i bambini sono consegnati senza difesa a coloro che hanno potere su di essi.
Gesù mostra un’attenzione particolare ai bambini perché vuole che i suoi abbiano un’attenzione prioritaria per quanti mancano del necessario. Fino alla fine dei tempi, saranno i suoi rappresentati sulla terra. Quel che si farà a loro, è a lui, il Cristo, che lo si farà (Matteo 25,40). I «più piccoli dei suoi fratelli», quelli che contano poco e che si trattano come si vuole perché non hanno potere né prestigio, sono la via, il passaggio obbligato, per vivere in comunione con lui.
Se Gesù ha posto un bambino in mezzo ai suoi discepoli riuniti, è anche affinché essi accettino d’essere piccoli. Lo spiega loro nell’insegnamento che segue: «Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa» (Marco 9,41). Andando sulle strade per annunciare il regno di Dio, anche gli apostoli saranno «consegnati nelle mani degli uomini». Non sapranno mai prima come saranno accolti. Tuttavia anche per coloro che li accoglieranno con un semplice bicchiere d’acqua fresca, senza prenderli molto seriamente, saranno portatori di una presenza di Dio.

Lettera da Taizé: 2006/2

MARIA, DONNA DEL RINGRAZIAMENTO

http://www.suorefrancescaneimmacolatine.it/index_file/Di%20Muro1.pdf

(trascrizione da un PDF)

MARIA, DONNA DEL RINGRAZIAMENTO

DI P. RAFFAELE DI MURO OFMCONV

ALLORA MARIA DISSE:

 « L’anima mia magnifica il Signore
 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
 D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
 Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
 e Santo è il suo nome:
  di generazione in generazione la sua misericordia
 si stende su quelli che lo temono.
 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
 ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
 ha rovesciato i potenti dai troni,
 ha innalzato gli umili;
 ha ricolmato di beni gli affamati,
 ha rimandato a mani vuote i ricchi.
 Ha soccorso Israele, suo servo,
 ricordandosi della sua misericordia,
 come aveva promesso ai nostri padri,
 ad Abramo e alla sua discendenza,
 per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua (Lc 1, 46-56).

L’anima mia magnifica il Signore. Maria è la donna del ringraziamento perché rende grazie a Dio per tutti i prodigi che ha compiuto nella sua vita. La Vergine gode di grandi privilegi: è l’Immacolata, la Madre di Dio, Colei che coopera in modo perfetto al piano della Redenzione, Colei che è chiamata a seguire Gesù in tutta la sua vicenda terrena, ma è consapevole che deve tutto alla misericordia di Dio. La vocazione di Maria è un dono divino ed ella ringrazia l’Altissimo per i doni ricevuti. Nella Madonna ammiriamo proprio la capacità di ringraziare e lodare Dio per quanto compie in lei. Quante volte i religiosi hanno la capacità di ringraziare? Anche la nostra vocazione viene da Dio ed è caratterizzata da tanti doni, ma abbiamo la capacità di dire “grazie” a Colui che ci ha chiamati a vivere in stretta comunione con Lui? Dai tanti incontri, esercizi e ritiri con religiosi e religiose, a me pare che emerga una sorta di scoraggiamento dovuto alla convinzione che non è possibile vivere la propria chiamata all’insegna dell’autenticità. E’ venuta meno la percezione della grandezza della chiamata alla vita consacrata, nonché il desiderio di ringraziare Dio per questo stato
di vita che, nel passato era considerato perfetto. La nostra capacità di ringraziamento nasce ed è più grande se siamo consci dell’altezza e della bellezza della nostra vocazione. Ciò che pesa è proprio la chiamata a vivere la croce con Cristo. La sofferenza fisica o morale è spesso l’elemento scatenante di crisi durature o irreversibili. Le difficoltà comunitarie sembrano insormontabili e causano frequentemente depressione e sconforto, al punto di perdere la consapevolezza e la certezza della grandezza e della bellezza della sequela di Cristo. Conformarsi a Gesù vuol invece dire proprio accettare anche i momenti di prova. Conformarsi a Lui significa chiederGli la grazia della perseveranza e della fedeltà, nonostante i momenti di dolore e di deserto. Anche l’Immacolata ha conosciuto la prova e il dolore, ma ha saputo comunque ringraziare Dio per la sua vocazione. 
Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente. Maria ringrazia Dio per i doni meravigliosi che ricevuto! Ella è la piena di grazia, è piena della presenza e della forza divina. La Madonna ringrazia l’Altissimo per quanto le ha donato. Anche noi religiosi non dobbiamo dimenticare che abbiamo ricevuto una vocazione bellissima: servire e amare Dio in modo esclusivo e con la forza della grazia che viene da Lui. E’ vero, talvolta siamo chiamati a vivere sofferenze intense o incomprensibili. Ricordiamo però che anche noi abbiamo il conforto della divina grazia che ci aiuta ad essere fedeli,
perseveranti. Anche nei consacrati il Signore compie prodigi, compie grandi cose per le quali sciogliere in inno di
ringraziamento e di lode. Il peso della croce, che pure siamo chiamati a sperimentare, non deve schiacciarci e farci dimenticare la bellezza e l’altezza della nostra vocazione. Siamo chiamati a stare con Gesù ed a seguirlo in tutto il suo mistero, in tutto quello che ha vissuto ed a detto, a vivere come Egli è vissuto, ad amare come Egli ha amato. Si tratta di una realtà che implica grande responsabilità da parte nostra ma che resta pur sempre entusiasmante. 
Di generazione in generazione. Maria realizza che la sua vita e la sua vocazione fanno parte di un preciso progetto di salvezza. Dio parla all’uomo lungo i secoli, lungo il fluire delle generazioni. E’ bene ricordare che noi siamo dentro una tradizione spirituale, quella del nostro istituto che è portatrice della presenza dell’Altissimo! Noi facciamo parte di un cammino spirituale, quello iniziato dai fondatori, e ci rendiamo portatori una speciale mozione dello Spirito Santo. Siamo già dentro un cammino di santità, quello suggerito dallo Spirito ai nostri fondatori. Non siamo chiamati a realizzare nostre “invenzioni” ma a continuare a seguire i fondamenti del carisma del nostro Istituto e ad approfondire quello del fondatore o della fondatrice. A volte i religiosi sembrano avere la memoria corta, dimenticando la tradizione spirituale da cui provengono e che sono, invece, chiamati ad arricchire. Recuperiamo il grande valore della nostra storia! Il passato ci insegna che Dio è fedele e sostiene con la sua grazia coloro che chiama alla realizzazione di un determinato progetto. Il dramma di tanti religiosi è rappresentato dal fatto che non sono sempre della fedeltà di
Dio e per questo manca la loro risposta fatta di amore e dedizione. 
Ha innalzato gli umili. Maria comprende che l’umiltà è la virtù che “apre” il cuore di Dio. Egli innalza gli umili perché essi hanno il Lui la loro unica ricchezza. Quando Egli è la nostra unica ricchezza, quando viviamo davvero di Lui, la nostra vita diventa un prodigio, diventa emanazione di Lui, del Suo amore, della Sua grazia, della Sua presenza tra gli uomini. Più siamo umili, più è grande la manifestazione dell’amore misericordioso di Dio nella nostra vita. Umiltà
è vivere di Dio e permettergli la massima disponibilità del nostro cuore. Questa virtù ci consente di aprire il cuore sempre alla grazia di Dio, a non aspettarci consensi dal “mondo” e ad attendere da Dio solo ogni bene! La nostra è
una vita all’insegna dell’imitazione di Gesù povero ed umile e chi nutre altro tipo di aspirazioni andrà certamente incontro a grandi  frustrazioni. Nel nostro linguaggio e nel nostro vissuto dovremmo dare più spazio all’ascesi, al
nascondimento, alla preghiera fervorosa, alla richiesta di grazie sempre più utili al nostro cammino. 
Come aveva promesso. Maria si rende conto di essere dentro un progetto. Vi è un progetto grande nel quale l’Immacolata è inserita! Con il suo “si” ella collabora in modo mirabile al piano della salvezza, grazie alla sua docilità a noi giunge il Salvatore, Colui che avrebbe lavato i peccati dell’umanità donandole la vita divina. Anche i religiosi sono inseriti in un progetto grande! Il nostro “si” ci pone nella condizione di vivere il piano di bene e di amore che l’Altissimo ha voluto per ogni consacrato. I religiosi e le religiose dovrebbero riflettere su questo grande mistero: essi entrano a far parte di un progetto di Dio, essi sono gli “strumenti” mediante i quali Egli parla all’umanità, soprattutto essi sono chiamati ad essere “terreno sacro” per Lui mediante la loro preghiera e la loro adorazione. I religiosi sono davvero privilegiati, ma se ne rendono davvero conto? Dio ci ha chiamati fin dal grembo materno ad amarLo in modo esclusivo, a servirlo senza riserve ed essere speciali testimoni del suo amore nel mondo.

Preghiera 
 Maria, Vergine del ringraziamento, aiutami ad essere sempre grato a Dio per i doni che mi ha concesso: la vocazione, la missione, la sua grazia, la sua presenza amorosa e prodigiosa nella mia vita! Anche nei momenti di dolore aiutami ad essere perseverante, a rinnovare il mio “si” e il mio “grazie” anche sotto la croce, proprio come hai fatto tu! AMEN.

Rimanete, non fuggite! – VI Domenica di Pasqua (Anno B)

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=25405

Rimanete, non fuggite!

Wilma Chasseur 

VI Domenica di Pasqua (Anno B) (13/05/2012)

Vangelo: Gv 15,9-17  

Rimanere! Dove? Uniti alla vite, ci veniva detto domenica scorsa. Uniti alla vita, ci viene detto oggi. Solo se rimaniamo in Lui che è amore, cioè pienezza di vita, capiremo che siamo amati. Se non rimaniamo, come facciamo a capirlo? Se girovaghiamo ad anni luce di distanza come lo capiremo? Rimaniamo e, a forza di rimanere, qualcosa finiremo per capire. Un po’ per volta certo, non tutto alla volta, ma nella misura in cui cominceremo a capire, avremo sempre più voglia di rimanere.

Fermate la corsa!
Ma se ci guardiamo attorno, vediamo sempre più un fuggi-fuggi generale. Provate a chiedere « ma dove fuggite? ». Nessuno ve lo saprà dire. Si continua a correre senza sapere perché si corre e dove si va! Addirittura il tempo s’è messo a correre pure lui: non diciamo forse sempre più spesso « coi tempi che corrono »… Siamo riusciti a far correre anche il tempo, come se stando fermo non passasse lo stesso. Altro che « rimanere ». E poi ci lamentiamo che non ci sentiamo amati da Dio. Il mondo è sempre perennemente fuori di sé o meglio: fuori da sé. Per capire di essere amati dal Padre, occorre rientrare in sé, cioè rientrare in casa e RIMANERVI. Fuori non si capisce niente!
L’altro grande comandamento è di amarci come Lui ci ha amati. Comando da vertigini! Come facciamo noi ad amare come ama lui!
Che dobbiamo amare non è affatto una novità, ma amare come LUI, questo sì che è sconvolgente. Come ha amato Gesù? Perdutamente; da perdere la stessa vita.
Se vogliamo amare come Lui, dobbiamo perderci, dargli il cuore, la vita, inabissarci, scomparire affinché sia Lui ad emergere; Lui a sorgere, Lui a brillare, Lui ad illuminare chiunque si trovi sul nostro cammino (« bisogna che io diminuisca affinché Lui cresca »). Mettiamo da parte questo nostro povero io che riesce solo a fare ombra e tanto fumo e nient’altro! L’uomo vecchio deve scomparire. Allora sì che sorgerà l’alba di un mondo nuovo, non più gestito dall’uomo vecchio e non più basato sul povero modo di amare umano sempre fragile e imperfetto, traballante e incostante, ma fondato sull’amore divino « come Io vi ho amati ».

Meta vertiginosa
Certo, questa è una meta molto alta, da vertigini, ma visto che la nostra natura tende già a tirarci sempre verso il basso, dobbiamo perlomeno puntare molto in alto per restare poi appena un po’ più su del suolo!
Noi dobbiamo essere come le antenne paraboliche che riflettono una luce che viene da altrove. Non abbiamo nessuna luce propria, ma possiamo -anzi, dobbiamo- diventare puri ricettacoli della luce divina; pure scintille del suo fuoco che possono veramente illuminare ed accendere tante altre fiammelle ancora spente nella notte della disperazione, tanti cuori ancora assiderati nel gelo dell’assenza di Dio. E così tanti nostri fratelli ancora « pellegrini nella notte » troveranno quella luce e quel fuoco che Gesù è venuto a portare. « Sono venuto a portare un fuoco sulla Terra e come vorrei che fosse già acceso ». Aiutiamo il Signore ad accendere il fuoco e magari capiterà anche a noi come a San Simeone Nuovo Teologo, colpito da quel fuoco, di ritrovarci di colpo nuovi fiammanti dentro e fuori. E in più, la nostra gioia sarà piena e saremo chiamati amici e non più servi. E conosceremo anche i segreti del Padre, perché è proprio agli amici e non ai servi che si rivelano i segreti del cuore. E qui Gesù ci assicura che ci rivelerà non solo i segreti del suo cuore, ma anche quelli del Padre. Il servo non sa quel fa il padrone e tantomeno quel che pensa, ma l’amico sì. E proprio per questo la sua gioia sarà in noi e la nostra gioia sarà piena.

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