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SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

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SPADE E ARATRI, LANCE E FALCI – GIANFRANCO RAVASI

19 DIC 2010 – DA FAMIGLIA CRISTIANA

« Spezzerannole loro spade per farne aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. « 
(Isaia 2,4)

L’orizzonte planetario è attraversato da un movimento: da ogni angolo della terra si mettono in moto processioni di popoli che convergono verso un monte. Non è il più alto né il più famoso, eppure esso è come un faro di luce che irradia i suoi bagliori sulla distesa delle regioni e dei continenti. Quei flussi umani giungono ai piedi della montagna, ed ecco che dalla sua vetta, ove si leva un tempio, esce personificata la parola di Dio che va incontro all’umanità in ricerca.
Di fronte a questa presenza le genti che sono accorse lasciano cadere a terra spade e lance che hanno recato con sé per difendersi dagli altri popoli a loro estranei. Gli artigiani prendono quelle armi e le forgiano in aratri e falci, ossia in strumenti di sviluppo pacifico. Ormai si chiudono le scuole di guerra e si aprono centri di studio e di ricerca per il bene dell’umanità; le pianure non sono più campi di battaglia, ma terreni coltivati, agli armamenti sono subentrati gli armenti.
Abbiamo voluto “sceneggiare” una delle grandi pagine di quel Dante della poesia ebraica e vertice dei profeti d’Israele che è Isaia. È facile sciogliere il significato della parabola. Il suo è, infatti, un inno dedicato a Sion, la sede del tempio di Gerusalemme e della casa di Davide, quindi della presenza divina nello spazio, nella storia e nella Parola (la Tôrah, la Legge e la rivelazione del Signore).
La speranza di questa convergenza planetaria verso il vero Dio per l’edificazione di un
mondo di pace è collocata dal profeta «alla fine dei giorni» (2,2).
È, perciò, una meta sperata come fine ultimo della vicenda umana, ma già ora si deve cominciare a costruire questo ordine di serenità, di collaborazione, di sviluppo. E in prima fila dovrebbero essere proprio i fedeli. Esclama, infatti, Isaia nella conclusione del suo cantico-visione (1,1): «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (2,5). Naturalmente questo affresco grandioso ha due connotati che meritano una sottolineatura particolare.
Da un lato, la pace-shalôm, che non è solo cessazione delle ostilità tra i popoli, ma anche
inaugurazione di una nuova era di armonia e di benessere, apre il sipario sul regno del Messia, un regno di giustizia e di pace, di difesa dei poveri e di fraternità. È ciò che Isaia dipingerà nelle due pagine stupende di 9,1-6 e 11,1-9, due testi da meditare, cari alla tradizione natalizia cristiana che li applica a Cristo e alla sua opera. Un forte messaggio di speranza nel futuro e di attesa fiduciosa.
D’altro lato, affiora qui quella linea universalista che serpeggerà in vari passi della letteratura profetica e sapienziale d’Israele e che avrà una sua celebrazione ultima nella visione neotestamentaria. A questo proposito vorremmo evocare solo un annuncio presente proprio nel libro di Isaia, ma appartenente a un autore posteriore che si è voluto mettere sotto il patronato del grande profeta di Giuda. Anche questo oracolo è collocato «in quel giorno», equivalente, in pratica, alla formula isaiana «alla fine dei giorni»: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria [le due superpotenze d’allora], una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti così: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» (19,24-25).
Pubblicato il 19 dicembre 2010 -

LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA – DI MONS. BRUNO FORTE

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=123561

LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA

DI MONS. BRUNO FORTE

I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine uma­na, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero ­nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della mor­te, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione uma­na: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, men­tre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Pa­dre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinita­rio di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascon­dimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolo­rosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.

È SULLA VIA DELLA CROCE CHE TROVEREMO DIO
 Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nel­la verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparen­te trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quan­to sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice del­la passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-­39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Conso­latore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero… – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la ter­ra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama co­sì in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella de­bolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono al­trettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, per­fetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciu­ta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.

EGLI VIVE CON NOI E IN NOI LE AGONIE DELLA VITA
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie del­la vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a con­figu­rarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cam­mino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kier­kegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti colo­ro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro spe­ranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause ini­que delle croci di tutti gli oppressi: essa si confron­ta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Si­gnore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che sof­frono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nel­la storia: per una Chiesa, che si dibatte nel proble­ma del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei segua­ci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nel­la nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della cro­ce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combatti­mento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; persegui­tati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si ma­nifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.

Il pellegrinaggio della mente!

http://www.zenit.org/it/articles/il-pellegrinaggio-della-mente

Il pellegrinaggio della mente!

Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore

Roma, 02 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Abramo non si fermò mai. Visse in un pellegrinaggio perenne, perché tale è la Parola del Signore. Noi siamo statici, chiusi nel nostro acquisito e soprattutto ancorati a delle certezze materiali, che sempre di più si dimostrano evanescenti e rarefatte. Viviamo in una società che di sicuro non ha nulla, perché l’uomo ha pensato di poter sovrastare il creato con la sua forza e la sua intelligenza, piegandolo ai suoi interessi, anche illegittimi. Tutto è possibile all’uomo se ascolta la voce del Signore e non turba l’armonia della vita, così come è stata concepita per il benessere degli uomini. In questi ultimi anni, tra disastri naturali e disastri economici e ambientali, praticati dell’uomo, l’umanità è diventata sempre di più incerta. Noi non conosciamo il pellegrinaggio della nostra mente verso il cielo. Ci fermiamo alle nostre illusioni e scordiamo che l’uomo senza Dio si trova sempre con il cuore duramente insoddisfatto.
Il vangelo di Luca ci insegna, però, che Dio invita tutti al suo “banchetto divino”, nessuno escluso. L’uomo, comunque, legato ai suoi beni e alle sue opere terrene non capisce l’importanza di quell’invito e si prende anche il lusso di rifiutare. “All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Gli invitati hanno altre cose più importanti da fare. Invece che scegliere l’eternità con Dio, l’uomo preferisce pochi attimi di tempo con se stesso e con le sue cose. Questa è vera stoltezza ed insipienza. Ma il banchetto non può rimanere senza commensali e il Signore manda i servi ad invitare chiunque si trovi in mezzo la strada o nei luoghi più nascosti, perché il dono della salvezza non può essere negato ad alcuno. Siamo noi che decidiamo di farlo nostro o tenerci lontano dal  suo valore eterno. Il brano evangelico di Luca continua: “Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”.
 Siamo noi cristiani che oggi dobbiamo invitare l’uomo, perché accolga l’invito ad entrare nel regno di Dio. Ma spesse volte, proprio noi, ci comportiamo, come se fossimo “menomati” nello spirito. Siamo sordi,  ciechi, zoppi, muti, pigri, addirittura dimostriamo di essere falsi apostoli e falsi missionari, quando proclamiamo che si possa entrare nella sala del convito eterno, senza neanche rispondere all’invito durante la vita terrena. Si forza la verità del Signore e si rischia, con questo tipo d’insegnamento, di notificare al mondo, che tutto il Vangelo è cosa inutile. Il pericolo c’è! La verità di Cristo, che è del Padre, non può essere mescolata con la stoltezza umana. Questa si serve di un relativismo strisciante, per mettere a tacere la propria interiorità. Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore, anche se luccica nell’oro. Rifiuta così l’invito del Signore e sconfessa la sua missione naturale, interrompendo il pellegrinaggio della mente nella Parola. Si priva della sicurezza di Dio, per governare le illusioni terrene.

Riprenda l’uomo il cammino di Abramo! Sarà tempo di una nuova primavera per tutta l’umanità.

* Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, collabora con il Ministero dell’Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo La nuova primavera dei giovani.

Chi volesse contattarlo può scrivere al seguente indirizzo email: egidio.chiarella@libero.it

Publié dans:meditazioni bibliche |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

LE DIECI PAROLE: DEI PRIMI TRE COMANDAMENTI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano3/bonhoeffer2.htm

DIETRICH BONHOEFFER  

LE DIECI PAROLE: PRIMA TAVOLA

INTERPRETAZIONE

DEI PRIMI TRE COMANDAMENTI

In mezzo a tuoni, lampi, dense nubi, terremoti e terrificante squillare di tromba Dio manifesta al suo servo Mosè sul Monte Sinai i dieci comandamenti. Non si tratta del risultato di lunghe riflessioni di uomini saggi ed esperti della vita umana e dei suoi ordini: è la Parola rivelata di Dio, al cui suono la terra trema e gli elementi si scatenano. Non si tratta di una saggezza universale, offerta ad ogni uomo pensante, ma di un avvenimento sacro, al quale persino il popolo di Dio non può avvicinarsi pena la morte; di una rivelazione di Dio nella solitudine della vetta di un vulcano fumante: ecco come i dieci comandamenti entrano nel mondo. Non è Mosé a dadi; li dà Dio; non è Mosé a scriverli; li scrive Dio stesso con il suo dito su tavole di pietra, come ripetutamente ed energicamente sottolinea la Bibbia: «E non aggiunse altro» (Deut. 5,19), cioè Dio in persona scrisse solo queste parole; in esse è compresa tutta la volontà di Dio. La preminenza dei dieci comandamenti di fronte a tutte le altre parole di Dio è messa in rilievo con la massima chiarezza dal fatto che le due tavole vengono conservate nell’arca nel Santo dei santi. I dieci comandamenti hanno il loro posto nel santuario; bisogna cercarli qui, nel luogo della benevola presenza di Dio nel mondo, e da qui sempre di nuovo essi si diffondono nel mondo (Is. 2,3 ).
In ogni tempo gli uomini si sono chiesti qual è il principio fondamentale della loro vita, ed è un fatto assai strano che i risultati di queste riflessioni concordano quasi sempre tra di loro e per lo più con i dieci comandamenti. Ogni volta che le situazioni umane sono scosse da profondi rivolgimenti e disordini esteriori o interiori, gli uomini che sanno mantenere la chiarezza e l’avvedutezza della riflessione e del giudizio riconoscono che senza timor di Dio, senza rispetto dei genitori, senza protezione della vita, del matrimonio, della proprietà e dell’onore – qualunque sia la forma di questi beni – non è possibile che gli uomini vivano insieme. Per riconoscere queste leggi della vita non è necessario essere cristiani, basta seguire la propria esperienza e la propria sana ragione. Il cristiano prova piacete ad avere in comune con altri uomini questi concetti così importanti. È pronto a collaborate e a lottate con loro dove si tratta di realizzare scopi comuni. Non si meraviglia che in ogni tempo certi uomini abbiano raggiunto le stesse conclusioni sulla vita umana, che, per lo più, coincidono con i dieci comandamenti; infatti i comandamenti sono stati dati appunto dal creatore e conservatore della vita. Ma ciononostante il cristiano non dimentica mai la differenza fondamentale che c’è tra queste leggi della vita e i comandamenti di Dio. In quelle è la ragione a parlare, in questi Dio. La ragione umana predice al trasgressore delle leggi della vita che la vita stessa si vendicherà su di lui portandolo, dopo un iniziale apparente successo, al fallimento ed all’infelicità. Ma Dio non parla della vita, dei suoi successi o fallimenti, Egli parla di se stesso. La prima Parola di Dio nei dieci comandamenti è ‘Io’. L’uomo deve trattare con questo « io », non con una legge generale, non con un « si deve fare questo o quello », ma col Dio vivente. In ogni parola dei dieci comandamenti, in fondo, Dio parla di se stesso; e questo, nei comandamenti, è la cosa più importante. Sono, infatti, la rivelazione di Dio. Nei dieci comandamenti non obbediamo a una legge ma a Dio; e la nostra trasgressione non è un fallimento di fronte alla Legge, ma di fronte a Dio stesso. Non solo disordine e insuccesso colpiscono il trasgressore, ma l’ira stessa di Dio. Non è solo stoltezza trasgredire il comandamento di Dio, ma è peccato, ed il salario del peccato è la morte. Perciò il Nuovo Testamento chiama i dieci comandamenti « Parole di vita » (Atti 7,38).
Forse invece di dire « dieci comandamenti » sarebbe meglio parlare delle « dieci parole » di Dio, come si esprime la Bibbia (Deut. 4,13). Così, non li confonderemmo tanto facilmente con le leggi umane, e non metteremmo tanto facilmente da parte le prime parole: «Io sono il « Signore, l’Iddio tuo», come se si trattasse di un preambolo che veramente non fa parte dei dieci comandamenti e non sta bene nel contesto. In realtà, invece, proprio queste prime parole sono le più importanti, la chiave dei dieci comandamenti; ci fanno vedere in che cosa il comandamento di Dio si distingue per tutta l’eternità dalle leggi umane. Nei dieci comandamenti Dio parla altrettanto della sua grazia quanto del suo comandamento. Non si tratta di un brano che in certo qual modo potremmo considerare volontà di Dio, separatamente da Dio; in essi al contrario si manifesta tutto il Dio vivente quale è veramente. Questa è la cosa fondamentale.
I dieci comandamenti, come li conosciamo noi, sono un’abbreviazione del testo biblico. Chi ci dà il diritto di allontanarci in questo modo dalla Bibbia in un passo così decisivo? La chiesa cristiana universale ascolta i dieci comandamenti in forma diversa dal popolo di Israele. Ciò che riguarda Israele quale popolo dotato di una realtà politica, non è vincolante per la chiesa cristiana, che è popolo spirituale in mezzo a tutti i popoli. Perciò la chiesa, nella libertà della sua fede nel Dio dei comandamenti, ha osato sostituire la traduzione letterale del testo biblico con una traduzione che è esegesi ecclesiastica del testo. «Io sono il Signore, l’Iddio tuo»: quando Dio dice « Io », allora si tratta di rivelazione. Dio potrebbe anche lasciare che il mondo vada per la sua strada, e tacere. Perché Dio dovrebbe aver bisogno di parlare di se stesso? Se Dio dice « Io », questo è grazia. Quando Dio dice « Io », dice semplicemente tutto, la prima cosa e l’ultima; quando Dio dice « Io », vuol dire: «tienti pronto a comparire davanti al tuo Dio, o Israele» (Amos 4,10).
«Io sono il Signore». Non un Signore, ma il Signore! Con ciò Dio pretende di essere l’unico Signore. Ogni diritto di comandare e di pretendere obbedienza appartiene a lui solo. Dio, rivelandosi come Signore, ci libera da ogni assoggettamento umano. C’è e noi abbiamo un solo signore e «nessuno può servire due padroni». Serviamo solo Dio e non serviamo nessun uomo. Anche quando eseguiamo ordini di signori terreni, in realtà serviamo solo Dio. È un grave errore di molti cristiani credere che Dio durante la nostra vita terrena ci abbia sottomesso a molti altri signori accanto a lui, e che la nostra vita sia posta in continuo conflitto tra gli ordini di questi signori terreni e il comandamento di Dio. Abbiamo un solo Signore a cui obbedire; i suoi ordini sono chiari e non ci pongono in balìa di conflitti. È vero che Dio ha dato a genitori e superiori il diritto ed il potere di darci degli ordini, ma ogni autorità terrena è fondata solamente sulla signoria di Dio, in questa trova la sua autorità ed il suo onore; altrimenti è usurpazione e non ha diritto a pretendere obbedienza.
Obbedendo solo al comandamento di Dia, obbediamo anche ai nostri genitori e superiori. La nostra obbedienza a Dio ci impone anche l’ obbedienza a genitori e superiori. Ma non ogni obbedienza a genitori e superiori è anche obbedienza a Dio. La nostra obbedienza non ha valore in quanto è resa a uomini, ma solo in quanta è resa a Dio. «Qualunque cosa fate, agite di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini» (Col. 3,23). «Siete stati riscattati a gran prezzo, non vogliate diventar schiavi degli uomini» (1Cor. 7,23).
Solo l’obbedienza a Dio è il fondamento della nostra Libertà. Ma il Signore Iddio non solo è l’unico ad avere il diritto di comandare, ma anche il solo ad avere il potere di far valere il suo comandamento; ha a disposizione tutti i mezzi per farlo. Chi vuole erigersi a Signore accanto a lui, necessariamente precipita. Chi disprezza il suo comandamento deve morire. Ma chi serve lui solo e confida in lui, viene da lui sostenuto e preservato; a costui farà godere ogni bene ora ed in eterno.
«Il tuo Dio». Dio parla al suo popolo eletto, alla comunità che lo ascolta nella fede. Per lei il Signore irraggiungibilmente lontano e potente è allo stesso tempo vicino, presente e misericordioso. «Qual è quella nazione che abbia gli dei così vicini a sé, com’è vicino a noi il nostro Dio quando lo invochiamo?» (Deut. 4,7). Non è un estraneo, un tiranno, né un cieco destino che ci carica di pesi insopportabili, sotto i quali dobbiamo crollare; ma è Dio, il Signore, che ci ha eletto, creato e amato, che ci conosce e vuol essere accanto a noi, con noi e per noi. Ci dà i comandamenti perché possiamo essere e restare accanto a lui, per lui e con lui. Si mette dalla nostra parte, facendoci conoscere il suo comandamento come Signore e amichevole aiuto: «Così non agisce verso nessun pagano» (Salmo 147,20). Dio è tanto grande, che anche la cosa più piccola non è troppo piccola per lui; egli è a tal punto il Signore, da sapersi porre accanto a noi per sostenerci. Se Dio è accanto a noi, allora i suoi comandamenti non sono difficili, allora la sua legge è la nostra consolazione (Salmo 119, 92), il suo giogo è soave, il suo peso leggero. «Io corro la via dei tuoi precetti, poiché tu consoli il mio cuore» (Salmo 119,32). Nell’arca dell’alleanza che è il trono della benevola presenza di Dio, sono deposte le due tavole, rinchiuse, avvolte, circondate dalla grazia di Dio.
Chi vuol parlare dei dieci comandamenti, deve cercarli nell’arca dell’alleanza, e così deve allo stesso tempo parlare della grazia di Dio. Chi vuole annunziare i dieci comandamenti, deve contemporaneamente annunziare la libera grazia di Dio.

IL PRIMO COMANDAMENTO
«Non avere altri dei nel mio cospetto». L’imperativo negativo che ora segue per ben dieci volte è solo la spiegazione della precedente testimonianza che Dio dà di se stesso. In dieci brevi frasi è espresso qui che cosa significa per la nostra vita che Dio è il Signore Iddio nostro. Il contesto acquista la massima chiarezza se davanti ad ognuna di queste proposizioni introduciamo un «perciò»: «Io sono il Signore, Iddio tuo»… e perciò non… È per bontà che Dio, mediante questi divieti, ci vuol preservare da errori e trasgressioni e ci indica i limiti, entro i quali possiamo vivere in comunione con lui.
«Non avere altri dei nel mio cospetto». Non è affatto una cosa ovvia. In ogni tempo i popoli con civiltà progredite hanno conosciuto un cielo popolato da varie divinità, ed era segno della grandezza e dignità di un dio, se non era geloso del posto che un altro dio occupava nel cuore devoto degli uomini. La virtù umana della generosità e della tolleranza veniva attribuita anche agli dei. Ma Dio non ammette altro dio accanto a sé; vuol essere l’unico Dio. Vuole essere e fare tutto per l’uomo; perciò vuole anche essere adorato come unico Dio. Accanto a lui non c’è posto per null’altro; sotto di lui si pone la creazione. Dio vuole essere l’unico Dio, perché egli soltanto è Dio.
Qui non si tratta di altri dei che potremmo adorare al posto di Dio, ma del fatto che potremmo pensare di porre qualcosa accanto a Dio. Ci sono dei cristiani che dicono che accanto alla fede in Dio, che non lascerebbero per nulla al mondo, hanno ragion d’essere anche il mondo, lo stato, il lavoro, la famiglia, la scienza, l’arte, la natura. Dio dice che nulla, assolutamente nulla ha il diritto di esistere accanto a lui, ma solo al di sotto di lui. Ciò che noi poniamo accanto a lui è un idolo.
Si è soliti dire che i nostri idoli sono il denaro, là voluttà, l’onore, altri uomini, noi stessi. Più appropriato sarebbe dire che nostri idoli sono lo spiegamento delle nostre forze, il potere, il successo. Ma, in fondo, gli uomini nella loro debolezza hanno sempre amato tutte queste cose, e nulla di tutto quanto è stato detto sopra è ciò che veramente intende il primo comandamento parlando di « altri dei ». Per noi il mondo è stato privato dei suoi dei; non adoriamo più nulla. Troppo chiaramente abbiamo provato la debolezza e nullità di tutte le cose, per poterle ancora divinizzare. Troppo abbiamo perso la fiducia in tutto ciò che esiste, per poter essere ancora in grado di avere dei e di adorarli. Se per noi c’è ancora un idolo, questo è forse il nulla, la fine, l’insensatezza di tutto. E il primo comandamento ci chiama al solo vero Dio, l’onnipotente, il giusto e misericordioso, che ci salva dalla rovina, dal nulla, e ci fa rimanere nella sua comunità.
Ci furono tempi in cui l’autorità profana puniva severamente il rinnegamento di Dio e l’idolatria. Se anche lo faceva per proteggere la comunità dal traviamento e dal disonore, tuttavia non rendeva un servizio a Dio, perché, in primo luogo, Dio vuole essere servito in piena libertà; poi, le forze della seduzione, secondo il piano di Dio, devono servire a mettere alla prova i credenti e a rinvigorirli; terzo, il rinnegamento aperto di Dio nonostante tutto è in noi più promettente che una confessione di fede ipocrita, ottenuta con un ricatto. Le autorità profane devono concedere protezione esteriore alla fede nel Dio dei dieci comandamenti; ma la lotta con l’incredulità deve essere lasciata solo alla potenza della Parola di Dio.
Non è sempre facile fissare il momento in cui la partecipazione ad un atto ordinato dallo stato diviene idolatria.
I primi cristiani rifiutavano di contribuire anche solo con un granello di incenso al sacrificio che serviva al culto dell’imperatore romano, e per questo sopportavano il martirio. I tre uomini nel libro del profeta Daniele (cap. 3) rifiutarono di inginocchiarsi, secondo gli ordini del re, davanti all’idolo d’oro che simboleggiava la potenza del re e del suo regno. D’altro canto il profeta Elia permise espressamente al capo dell’esercito siriano Naaman di inginocchiarsi, accompagnando il suo re, nel tempio pagano (2 Re 5,12). La maggior parte dei cristiani in Giappone di recente ha dichiarato che la partecipazione al culto statale dell’imperatore è lecita.
In tutte le decisioni di questo genere si dovrà considerare quanto segue: 1) l’ordine di partecipare a simili atti politici richiede univocamente l’adorazione di altri dei? allora è preciso dovere del cristiano rifiutarsi. 2) ci sono dei dubbi se si tratta di un atto religioso o politico? allora nella decisione si dovrà considerare se partecipandovi si dia scandalo alla comunità di Cristo e al mondo; se cioè si susciti anche minimamente l’impressione del rinnegamento di Gesù Cristo. Se per il giudizio comune dei cristiani non è così, nulla impedisce la partecipazione; ma se è così, anche qui si dovrà rifiutare la partecipazione.
La chiesa luterana ha fatto rientrare il secondo comandamento biblico, la proibizione di farsi delle immagini, nel primo. Non è vietato alla chiesa la rappresentazione figurativa di Dio. Dio stesso in Gesù Cristo ha preso forma umana e si è offerto alla vista degli uomini. È solo proibito adorare o venerare le immagini come se in esse fosse insita una potenza divina. Sotto lo stesso divieto cade h superstiziosa venerazione di amuleti, immagini protettive ecc., come se avessero un particolare potere di proteggere da disgrazie.
«Ascolta, o Israele, Jahve è il nostro Dio; Jahve è uno solo. Ama Jahve tuo Dio con tutto il cuore, con tutto l’animo, con tutta la forza» (Deut. 6,4). Gesù Cristo ci ha insegnato a rivolgerei fiduciosi in preghiera a questo nostro Dio: «Padre nostro, che sei nel cielo».

IL SECONDO COMANDAMENTO
«Non usare il nome dell’Eterno, che è il tuo Dio, invano; perché l’Eterno non terrà per innocente chi avrà usato il suo nome invano». « Dio » non è per noi un concetto generale, con cui indicare quanto di più alto, di più santo, di più potente si possa pensare. « Dio » è un nome. È ben diverso se dei pagani dicono « dio », o se lo diciamo noi, ai quali Dio stesso ha parlato. Dio è per noi il nostro Dio, il Signore, il vivente. « Dio » è un nome e questo nome è la cosa più santa che possediamo, poiché in esso non abbiamo qualcosa di immaginario, ma Dio stesso in tutto il suo essere, nella sua rivelazione. Se ci è concesso dire « Dio », lo è solo perché Dio, nella sua incommensurabile grazia, si è fatto conoscere da noi. Se diciamo « Dio », è come se lui stesso ci parlasse, ci chiamasse, ci consolasse e ci comandasse. Avvertiamo la sua vicinanza a noi nella sua azione, nella sua creazione, nel suo giudizio, nel suo ammonimento. «Ti ringrazio, o Signore, perché il tuo nome ci è così vicino» (Salmo 75,2). «Il nome di Jahve è una torre fortissima; il giusto vi si rifugia ed è al sicuro» (Prov. 18,10).
La parola « dio » è nulla; il nome « Dio » è tutto.
Gli uomini, per lo più, oggi intuiscono bene che Dio non è solo una parola, ma un nome. Perciò cercano di evitare di dire « Dio »; e dicono invece « divinità », « destino », « provvidenza », « natura », « l’onnipotente ». « Dio » suona quasi come una confessione di fede. E questo non lo vogliono. Vogliono la parola, non il nome. Il nome, infatti, è impegnativo.
Il secondo comandamento ci invita a santificare il nome di Dio. Il secondo comandamento, veramente, possono violarlo solo coloro che conoscono il nome di Dio. La parola « dio » non vale né più né meno di altre parole umane, e chi ne abusa disonora solo se stesso ed i propri pensieri. Ma chi conosce il nome di Dio e ne abusa, disonora e profana Dio. Il secondo comandamento non parla di bestemmia del nome di Dio, ma del suo abuso, così come il primo comandamento non parlava del rinnegamento di Dio, ma di altri dei accanto a Dio. I credenti non corrono pericolo di bestemmiare Dio, ma di usare male del suo nome.
Noi, che conosciamo il nome di Dio, lo usiamo male se lo pronunciamo come se fosse solo una parola, come se in questo nome non fosse sempre Dio stesso a parlarci. C’è un abuso del nome di Dio nel bene e nel male. È veramente difficile immaginare che i cristiani possano abusare del nome di Dio nel male; eppure succede. Se nominiamo Dio e lo invochiamo coscientemente per far apparire buona e pia dinanzi al mondo una causa empia e malvagia, se chiediamo la benedizione di Dio per una causa malvagia, se nominiamo Dio in un contesto che lo disonora, allora noi ne abusiamo per il male. Sappiamo bene che in tal caso Dio stesso sarebbe senz’altro contrario alla causa per cui lo invochiamo; ma, dato che il suo nome ha un potere anche di fronte al mondo, noi ci richiamiamo a Lui.
Più pericoloso, perché più difficile da riconoscere, è l’abuso del nome di Dio nel bene. Accade quando noi cristiani pronunciamo il nome di Dio così spesso, così semplicemente, così scorrevolmente, in modo così confidenziale da pregiudicare la santità e il miracolo della sua rivelazione. È un abuso se a ogni problema ed a ogni necessità umana rispondiamo sempre prontamente con la parola Dio o con un versetto biblico, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo che Dio debba risolvere subito tutti i nostri problemi umani ed essere già lì pronto ad accorrere in nostro aiuto ad ogni difficoltà. È abuso se noi facciamo di Dio un tappabuchi per ogni nostra minima difficoltà. È abuso se mettiamo semplicemente a tacere ogni sincero sforzo scientifico o artistico con la parola Dio. È abuso se gettiamo la « perla ai porci ». È abuso parlare di Dio senza essere coscienti della presenza vivente nel suo nome. È abuso parlare di Dio come se lo avessimo sempre a nostra disposizione e come se ci fossimo seduti con lui a consiglio. In tutti questi modi noi abusiamo del nome di Dio e ne facciamo una vuota parola umana e chiacchiere inefficaci. Con ciò noi lo profaniamo più di quanto potrebbero fare tutti i bestemmiatori.
Al pericolo di un tale abuso del nome di Dio gli Israeliti ovviarono col divieto di pronunciarlo in genere. Dal rispetto che questa regola mette in luce non possiamo che trarre un insegnamento. È certo meglio non pronunciare affatto il nome di Dio che abbassarlo a semplice parola umana. Ma noi abbiamo l’obbligo sacro e il fondamentale diritto di testimoniare di Dio gli uni agli altri e di fronte al mondo. E questo lo facciamo solo se pronunciamo il nome di Dio in modo tale che in esso la Parola del Dio vivente, presente, giusto e pieno di grazia renda testimonianza a se stessa. Ciò accade solo se noi preghiamo ogni giorno come ci ha insegnato Gesù Cristo: «Sia santificato il tuo nome».
Le autorità profane dell’occidente hanno sempre punito la bestemmia in pubblico. Con ciò hanno testimoniato di essere chiamate a proteggere la fede in Dio e il servizio di Dio da disprezzo e oltraggio. Ma esse non furono mai in grado di soffocare da sole i movimenti spirituali, dalle cui aberrazioni, bene o male intese, nascono tali oltraggi; e non può nemmeno essere loro compito. La soppressione violenta dei movimenti spirituali non aiuta la chiesa. Questa non pretende altro che di poter liberamente annunziare il suo messaggio e liberamente vivere, e confida che il nome di Dio correttamente annunziato riesca a imporsi e a incutere rispetto da solo.
È abuso giurare nel nome di Dio? Per il contenuto del parlare di un cristiano non c’è differenza se egli parla sotto giuramento o no, se usa il testo del giuramento così detto religioso o quello non religioso. Il suo sì è sì ed il sua no è no, non imparta quali giuramenti vi si aggiungano. Tra cristiani non c’è giuramento, ma solo un sì o un no. Solo per via degli altri uomini e per via della menzogna che regna nel mondo il cristiano può rendere la sua parola – non certo più vera – ma più credibile, servendosi della formula di giuramento richiesta dallo stato; e per lui è di secondaria importanza se in questa formula è nominato Dio o no. Il giuramento per il cristiano è solo una conferma esteriore, di ciò che, in ogni caso, per lui è un dato di fatto, cioè che la sua parola è stata detta al cospetto di Dio.

IL TERZO COMANDAMENTO
«Ricordati del giorno del riposo per santificarlo». È difficile per noi comprendere che questa comandamento occupa un posto di pari dignità accanto al divieto di adorare idoli o anche a quello di non uccidere, che chi viola questo comandamento non è meno colpevale di chi disprezza i genitori, del ladro, dell’adultero, del calunniatore. La nostra vita è fatta di giorni feriali riempiti di lavoro, in mezzo alla gente. A noi sembra che il giorno del riposo sia un piacevole permesso, ma è divenuto per noi un pensiero alquanto estraneo che in esso sia contenuta tutta la serietà del comandamento di Dio.
Dio comanda il giorno di festa. Comanda il riposo e la santificazione della festa.
Il decalogo non contiene nessun ordine di lavorare, ma uno di riposare dal lavoro sì. È proprio il contrario di quanto siamo soliti pensare. Nel terzo comandamento il lavoro è presupposto come stato naturale; ma Dio sa che l’opera che l’uomo compie acquista un tale potere su di lui, che egli non riesce più a liberarsene, e si aspetta ogni cosa dalla propria opera, e così dimentica Dio. Perciò Dio comanda di riposare dal proprio lavoro. Non è il lavoro a mantenere l’uomo, ma solo Dio; non del suo lavoro può vivere l’uomo, ma solo di Dio. «Se l’Eterno non edifica la casa, invano s’affaticano gli edificatori; se l’Eterno non guarda la città, invano vegliano le guardie. Egli dà altrettanto ai suoi diletti, mentre essi dormono» (Salmo 127,12); così la Bibbia parla contro tutti quelli che del lavoro fanno la loro religione. Il riposo festivo è il segno visibile che l’uomo vive della grazia di Dio e non delle proprie opere.
Durante il giorno del riposo dovrebbe regnare il silenzio esteriore ed interiore. Nelle nostre case si lascino da parte tutti i lavori non strettamente necessari per la vita; il decalogo include espressamente in questo comandamento anche servi, estranei, animali. Non dobbiamo cercare una distrazione disordinata, ma tranquillità e raccoglimento. Poiché questo non è facile, poiché, anzi, l’inoperosità spinge facilmente a vuoto ozio, a distrazione e divertimenti stancanti, ci deve essere espressamente comandato il riposo. Si richiede forza per obbedire a questo comandamento.
Il riposo festivo è la premessa indispensabile per la santificazione della festa. L’uomo abbassato ad essere una macchina da lavoro e sovraffaticato ha bisogno di riposo, perché il suo pensiero possa chiarirsi, i suoi sentimenti possano purificarsi, la sua volontà possa ricevere una nuova direzione.
La santificazione del giorno festivo è il contenuto del riposo in esso. Il giorno di festa viene santificato mediante l’annunzio della Parola di Dio nel culto e mediante l’ascolto pronto e rispettoso di questa Parola. La dissacrazione del giorno di festa inizia col decadimento della predicazione cristiana. È, perciò, in primo luogo, colpa della chiesa e soprattutto dei suoi ministri. Il rinnovamento della santificazione della festa parte dal rinnovamento della predicazione.
Gesù ha infranto le leggi ebraiche del riposo del sabato. Lo fece per richiamare alla vera santificazione del sabato. Il giorno del riposo viene santificato non da quello che fanno o non fanno gli uomini, ma dall’azione di Gesù Cristo per la salvezza degli uomini. Perciò i primi cristiani hanno sostituito il sabato con il giorno della risurrezione di Gesù Cristo e lo hanno chiamato giorno del Signore. A ragione, perciò, Lutero non traduce letteralmente la parola ebraica con « sabato » ma ne dà un’interpretazione spirituale come «giorno festivo». La nostra domenica è il giorno in cui lasciamo che Gesù Cristo agisca in noi e negli uomini. Veramente questo dovrebbe accadere ogni giorno, ma la domenica riposiamo dal nostro lavoro per poter essere più aperti a questa azione di Cristo in noi.
« Il riposo domenicale è lo scopo della santificazione della domenica. Dio vuole condurre il suo popolo alla sua quiete, a riposare dal lavoro quotidiano in terra. «Cuore, rallegrati, sarai liberato dalla miseria di questa terra e dal lavoro del peccato». Liberato dall’operare umano imperfetto, il popolo di Dio guarderà la pura e perfetta opera di Dio e vi parteciperà. Il cristiano che santifica la domenica può trovare in questo riposo domenicale un riflesso e una promessa del riposo eterno presso il Creatore, il Redentore, Colui che porta a compimento il mondo.
Agli occhi del mondo la domenica ha la funzione di mettere in evidenza, che i figli di Dio vivono della grazia di Dio e che gli uomini sono chiamati al suo Regno. Perciò preghiamo: «Venga il tuo Regno».

MICHEA 5, 1-4 – MEDITAZIONE

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MICHEA 5, 1-4

MEDITAZIONE

In questo passo si delinea qualche altra caratteristica del Messia. Egli sarà il dominatore d’Israele, ovvero colui che regnerà. Egli introdurrà un regno di pace che si estenderà oltre i confini della nazione d’Israele ed egli pascerà i suoi nella forza di Yahweh. Sotto il suo regno tutti vivranno nella sicurezza. Si evidenziano, dunque, tre funzioni importanti di colui che deve venire: il suo ruolo di re, il suo ruolo di portatore di pace e il ruolo di chi guida, nutre e protegge. In contrasto con queste funzioni è l’umiltà del luogo di nascita: Betlemme.          
La Parola di Dio afferma spesso che le vie e i pensieri di Dio non sono quelli dell’uomo, anzi, molto spesso sono l’opposto: « i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie » (Isaia 55, 8). Gesù, l’arrivo del quale viene preannunciato in questo passo, rivela le vie del Padre e i suoi pensieri dall’inizio alla fine della sua vita terrena. Pur essendo uguale al Padre (Filp. 2, 6) non esitò a rinunciare alla sua gloria presso il Padre, per diventare uomo uguale a noi in tutto, tranne nel peccato. Non solo divenne uomo ma anche servo (Fil. 2, 7) perché noi potessimo partecipare alla sua gloria. Egli dunque rivela che la via di Dio va in direzione contraria a quella dell’uomo naturale che mira all’affermazione di sé stesso. Gesù non affermò mai sé stesso, ma ribadì la sottomissione alla volontà del Padre: « non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato » (Giov. 5, 30). La volontà del Padre fu che Cristo nascesse non nella città prestigiosa di Gerusalemme, bensì a Betlemme di Efrata, il più piccolo capoluogo della Giudea. Era rinomata perché aveva precedentemente dato alla luce l’inizio della dinastia davidica, dalla quale doveva provenire il Messia « farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia » (Ger. 33, 15). Cristo è nato nella città di Davide: « Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide? » (Giov. 7, 42). Le origini terrene del Messia risalgono dunque ai tempi remoti dell’inizio della dinastia davidica: « le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti » (v. 1). Le origini umane, regali del Messia sono menzionate spesso nelle pagine del Nuovo Testamento. Matteo, ad esempio, inizia il suo vangelo dicendo: « genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide » (Matt. 1, 1).
Gesù nacque, dunque, a Betlemme come fu profetizzato anche se la sua famiglia risiedeva a Nazaret (Matt. 2, 23) luogo che non godeva di una buona reputazione: « Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono? » (Giov.1, 46). Se poi pensiamo in quali condizioni egli sia nato dobbiamo concludere che secondo il modo di pensare umano non si tratta di un debutto eclatante. È un modo del tutto insolito per introdurre il « Re dei re » e il « Signore dei signori ». Abbiamo la dimostrazione viva di quanto affermò Paolo: « Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla » (1 Cor. 1, 27, 28). Ma anche tutta la vita di Gesù rivela la stessa umiltà. Egli si mise in fila tra i peccatori per essere battezzato da Giovanni, fu accusato di essere amico dei peccatori, predilisse gli emarginati, morì come un criminale tra due ladri, dopo che la folla gli preferì l’omicida Barabba. Sulla croce strumento di morte per i criminali fu posto lo scritto « questi è Gesù, il re dei Giudei » (Matt. 27, 27). I capi religiosi schernendolo dissero: « E il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo » (Matt. 27, 42). Questo è  »il dominatore in Israele » (v. 1) a cui allude il profeta Michea. Ma non dimentichiamo che secondo il pensiero di Dio, secondo il pensiero di Cristo, colui che è più forte, colui che domina, è in realtà, colui che serve, come fece Cristo: « I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non cosi dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Matt. 20, 25-28). Per mezzo della risurrezione Gesù è diventato il Signore della vita e della morte. La logica umana è saltata completamente. Quella saggezza, conseguenza del primo peccato di Eva e trasmesso a tutti in seguito, è rivelata inferiore alla stoltezza di Dio:  »ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini » (1 Cor. 1, 25). Sono due modi di pensare opposti e irreconciliabili ed è per questo che, per poter beneficiare pienamente della vita nuova di Cristo, occorre morire a sé stessi. Dal trono di Dio Cristo continua a servire e ad attirare a sé tutti, lasciando a ciascuno la libertà di accettarlo o di respingerlo. A ciascuno la sua scelta.
La profezia di Michea evidenzia un altro ruolo del Messia: quello di pastore. Afferma che pascerà i suoi. In Ezechiele il Signore si lamentava che il suo popolo era disorientato e senza pastore: « Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » (Ezech. 34, 5). La situazione non era meglio ai tempi di Gesù che « vedendo le folle ne senti compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore » (Matteo 9, 36). Egli disse di essere il buon pastore che ha cura delle pecore (Giov. 10, 11). Il buon Pastore ha promesso la massima protezione ai suoi, perché fondata su una reciproca conoscenza nonché sulla sequela: « le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono » (Giov. 10, 27). La reciproca conoscenza che induce le pecore a seguire la voce del Pastore garantisce la protezione perché si è custoditi dall’onnipotenza di Dio: « Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola » (Giov. 10, 28, 29). Chiunque può decidere se accettare la protezione della mano onnipotente di Dio o meno, accettando che Cristo diventi per lui Salvatore e Signore.
Chi si sottomette alla sua signoria scoprirà la sicurezza eterna del suo regno sia in questa vita che in quella a venire: « abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra » (v. 3). Da questa sicurezza nasce la pace, una delle caratteristiche fondamentali del regno di Dio:  »Il regno di Dio … è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo » (Rom. 14, 17). Accetti che Cristo ti custodisca e ti pasca  »con la forza di Yahweh » (v. 3)? allora rispondi alla chiamata del Padre, di accogliere suo Figlio, donato per questo motivo.

LETTURA PER L’AVVENTO: AVVENTO: “LEVATI” MARIA, “CORRI, APRI!”

http://www.zenit.org/article-24716?l=italian

AVVENTO: “LEVATI” MARIA, “CORRI, APRI!”

I Domenica di Avvento, 28 novembre 2010 (anno a, da domanica prima di avvento 2012 anno c)

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 26 novembre 2010 (ZENIT.org).- “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,37-44).
“Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,44): non incutono timore queste parole del Vangelo (e quelle che precedono) se le ascoltiamo riferite alla vergine Maria nel giorno in cui le fu annunziato che il “Verbo della vita” (1 Gv 1,1) si sarebbe fatto carne in Lei, non senza il suo assenso al disegno del Padre.
Questa fu davvero un’ora inimmaginabile per la fanciulla di Nazaret, immensamente sorpresa dall’annunzio più inconcepibile che mente umana potesse pensare: il Figlio di Dio sarebbe stato concepito nel suo grembo verginale per opera della Spirito Santo.
Tale stupefacente iniziativa divina, a quanto sembra, trovò Maria del tutto impreparata: “Come avverrà questo? Non conosco uomo” (Lc 1,34); impreparata, ma pronta.
Sì, perché si può essere pronti anche se impreparati, a ben considerare il duplice modo possibile della vigilanza. Anzitutto la nostra vigilanza può dirsi prossima: quella di chi attende un avvenimento conosciuto (se non quanto al contenuto, almeno come fatto ignoto ed importante che si avvicina); in secondo luogo essa può essere remota, cioè profonda, radicata nella vita: come quella naturale di una mamma nei confronti del suo bambino, vigilanza che il suo amore materno alimenta e tiene desta giorno e notte.
Se in Maria mancò la vigilanza prossima, poiché le era impossibile prevedere il contenuto dell’annunzio celeste, certo non mancò quella remota. Non mancò e da sola fu più che sufficiente, dal momento che la “piena di grazia” attimo dopo attimo si ritrovava perfettamente disposta e pronta ad obbedire alla volontà di Dio, in forza e grazia della purezza del suo cuore verginale abitato solo dal desiderio di amare il Signore “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5).
Tale meravigliosa vigilanza è così cantata da un innamorato della Madonna: “Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano (…)Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. “Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)” (San Bernardo, “Omelie sulla Madonna”, breviario del Tempo di Avvento).
La triplice esortazione del santo (“levati, corri, apri!”) è una pura contemplazione dell’intima disposizione del cuore di Maria che ci aiuta a comprendere il dinamismo della sua vigilanza silenziosa e nascosta, perfettamente pronta ad accogliere in sé la venuta del Cristo non per una preparazione razionale, ma per l’attitudine profonda del suo essere, della sua persona, del suo cuore.
Al riguardo vi sono due osservazioni da fare.
La prima inerisce all’indole femminile di Maria. La sua vigilanza pronta è anzitutto naturale, essenziale, perché scaturisce dalla sua natura femminile materna. E’ per questo istinto proprio della donna che, quando una mamma nella notte è svegliata dal pianto del suo bambino, subito si alza (levati), si affretta alla culla (corri) e se lo prende tra le braccia per calmarlo (il gesto concreto: apri!). Tutto ciò, in genere, è molto più faticoso per il papà, specie se si deve ripetere varie volte nella notte.
E’ su questo terreno favorevole che si innesta poi la fede di Maria, amplificando al soprannaturale la vigilanza della sua natura così da acconsentire la libera e pronta adesione all’invito dell’Angelo, senza titubanza alcuna. Vediamo infatti che nel dialogo con Gabriele, Maria si leva con la fede: “Eccomi”; corre con la devozione: “sono la serva del Signore”; apre il suo grembo con l’assenso: “avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
La sua domanda “Come avverrà questo?” (Lc 1,34) non esprime un dubbio circa la possibilità di ciò che le viene detto, ma chiede responsabilmente una nuova luce per la ragione. Una volta ottenuta (“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”) (Lc 1,35), ella dichiara subito quella disponibilità che già era totalmente presente nel suo cuore. Un po’ come un malato che, prontissimo a farsi operare dal chirurgo, chiede in anticipo a che tipo di intervento sarà sottoposto.
Ci aiuta a comprenderne bene questa vigilanza cooperante di Maria il beato J. H. Newman: “..la Vergine merita il suo posto nel piano della salvezza poiché corrispose attivamente e personalmente alla grazia di Dio. Nel momento del suo concepimento ella era passiva nelle mani creatrici di Dio, ma nel momento dell’Annunciazione, quando divenne la Madre di Dio e della misericordia divina, non fu semplicemente uno strumento fisico passivo, ma causa vivente, responsabile e intelligente del fatto che Dio prendesse carne umana dentro di lei. Se non avesse fatto volontariamente atto di obbedienza e di fede non sarebbe diventata la Madre di Dio” (in “MARIA. Pagine scelte”, p. 60).
Alla Madonna l’Angelo non chiede l’assenso, ma attende quella risposta personale che il mondo intero sollecita “prostrato alla sue ginocchia” (S. Bernardo). Maria è così invitata ad esprimere il “sì” del proprio grembo al concepimento della “Vita invisibile” (1Gv 1,2), un sì che è assenso “in luogo e al posto della natura umana” (San Tommaso, S. Theol. III, q. 30, a. I) alla venuta del Salvatore.
Venendo al Vangelo, vediamo che Gesù accosta oggi il Tempo dell’Avvento al tempo di Noè: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito..e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,38-39).
Il messaggio per noi è reso ancor più chiaro dall’immagine di Maria incinta, inseparabile dall’Avvento. Come il ventre di una donna all’ottavo mese di gravidanza è segno inequivocabile della presenza del bambino dentro di lei, così l’Avvento è il “sacramento” della presenza viva ed efficace di Dio nel nostro mondo, e della sua venuta continua nella storia, entrambe le cose per mezzo della liturgia e della sua Chiesa.
Quelli che ignorano tale presenza e tale venuta del Signore sono da compiangere più di tutti gli uomini, poiché, non sapendo nemmeno di avere bisogno di un Salvatore, sono nella condizione di coloro che perirono nel diluvio: un racconto, per altro, che non deve far venire in mente la “Protezione Civile”. Infatti: “Per la Sacra Scrittura quell’evento acquista i contorni di un atto di un giudizio divino morale sul peccato umano: il Dio biblico non è indifferente di fronte alla corruzione e all’immoralità. Il diluvio è perciò, secondo questa interpretazione, uno strumento di giudizio secondo la classica teoria della retribuzione per cui ad ogni delitto deve già ora corrispondere un castigo” (G. Ravasi, “150 Risposte. Questioni di fede”, p. 143-144).
Oggi il peccato più di ogni altro abominevole ed emblematico dell’attuale cultura della morte è l’uccisione della vita umana nel grembo. Ogni aborto infatti, anche quando la vita è spuntata da un giorno, è una sorta di distruzione di tutta la storia sacra che Dio ha fatto con l’umanità nel suo Figlio, concepito e nato da Maria, poiché: “lo avete fatto a me” (Mt 25,40).
“Ma l’ultima parola non è quella del giudizio e della morte. Nell’uomo giusto Noè, e nella sua discendenza, si manifesta l’amore del Creatore che fa pace con l’umanità. Sorge così l’aurora di un nuovo mondo e di una nuova storia, ed è per questo che la tradizione cristiana ha riletto l’epopea del diluvio in chiave battesimale, come anticipazione simbolica delle acque che cancellano l’uomo vecchio e fanno rinascere l’uomo nuovo che vive nella giustizia e nella santità”(G. Ravasi, id.).
L’Avvento rivela che quest’aurora del mondo nuovo è la Madre di Gesù, Madre di tutti i viventi, di tutti gli uomini concepiti nel grembo e fuori del grembo. A Lei rivolgiamo la supplica della nostra speranza cristiana: “Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te; indicaci la via verso il Salvatore e guidaci nel nostro cammino!”(Enciclica “Spe Salvi”, n. 50, modificato).
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

Parola di Dio, parola d’amore

http://www.sanpaolo.org/fa_oggi/0904f_o/0904fo08.htm

Parola di Dio, parola d’amore

di don Renzo Bonetti

Uno degli elementi indispensabili affinché la famiglia possa gustare e quindi avvicinarsi con frutto alla Parola è quello di farla sentire viva. Troppo spesso nella pastorale si è dato spazio a corsi e incontri orientati a una formazione « tecnica » che offrono informazioni esegetiche, storiche e strutturali senza riuscire a comunicare il linguaggio dell’amore.
Mentre si trovava in carcere, San Paolo scrive la seconda lettera all’amico Timoteo e dice: «La parola di Dio non è incatenata!» (2Tm 2,9). San Paolo infatti aveva già formato delle persone fidate, tra queste Timoteo, in grado di continuare l’annuncio del Vangelo e, mentre lui era in catene, la Parola poteva continuare a correre.
Quante Bibbie sono presenti nelle case di molte famiglie e non vengono mai aperte, impolverate negli scaffali come un libro qualunque, o dimenticate nel buio di un cassetto? Oggi la Parola è incatenata dentro le nostre case come un tesoro nascosto che non viene svelato proprio perché non siamo riusciti a formare dei « Timoteo » in grado di far correre la Parola di Dio oltre le mura delle nostre Chiese. Nella mia esperienza di parroco posso dire che ogni famiglia cristiana può imparare a vivere una relazione personale con la Parola di Dio e poter ottenere frutti spirituali in grado di trasformarne in positivo le relazioni e la vita concreta di ogni giorno.
Uno degli elementi indispensabili affinché la famiglia possa gustare e quindi avvicinarsi con frutto alla Parola è quello di farla sentire viva. Troppo spesso nella nostra pastorale si è dato spazio a corsi e incontri orientati a una formazione « tecnica » sulla Parola di Dio andando a dare delle informazioni esegetiche, storiche e strutturali per altro importanti, ma trascurando quasi completamente il vero motivo per cui la Parola esiste: «Dio oggi vuole parlare a te, alla tua famiglia. Sì, il Vivente, il Risorto sta cercando te attraverso la sua Parola». È evidente che l’accostarsi alla Parola non può essere staccato da un cammino di fede attraverso il quale ogni famiglia è condotta a Gesù, altrimenti rimane parola vuota, sterile, insapore. La differenza è sostanziale;
se noi ci fermiamo alle parole della Parola come un libro sapiente tramandato di generazione in generazione fino a oggi, offriamo un pane raffermo da millenni, ammuffito e che non è in grado di nutrire le nostre anime. Se invece aiutiamo le famiglie a sperimentare che lo stesso Spirito Santo che ha ispirato la Bibbia agisce ancora oggi efficacemente rendendo viva la Parola, offriamo un pane fragrante, ancora caldo, appetitoso che ci fa crescere fino alla statura di Cristo. Educare quindi ogni persona a leggere la Bibbia solo dopo aver invocato con fede lo Spirito Santo che è Colui che svela quello che oggi il Signore vuole dire a ciascuno di noi.

Dio parla la nostra lingua
Altro aspetto fondamentale è far scoprire a ogni famiglia che il linguaggio biblico è il linguaggio dell’Amore, è cioè lo stesso linguaggio che ogni coppia di sposi usa quotidianamente nella relazione sponsale e con i figli. Prendere coscienza di questo significa annullare la distanza tra la famiglia e Dio; è scoprire con stupore che Dio parla la nostra stessa lingua. La Bibbia inizia con la creazione uomo-donna e dice «è cosa molto buona» e si conclude con le «nozze dell’Agnello». Se il Dio che crea l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza, desidera rivelarsi al mondo attraverso ogni coppia di sposi, è altrettanto vero che ogni coppia di sposi scopre la propria origine e identità rispecchiandosi in Dio Trinità e nella sua Parola. La coppia-famiglia «scaturisce» dalla Parola di Dio e ne è l’immagine permanente: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». (Gn 1,27)
Coppia-famiglia è la parola mediante la quale Dio spiega e costruisce il suo rapporto con il popolo di Israele e, proprio attraverso questo linguaggio, il popolo capisce la sua identità e la qualità della sua relazione con Dio. «La relazione d’amore tra Dio e gli uomini, contenuto fondamentale della Rivelazione e dell’esperienza di fede di Israele, trova una sua significativa espressione nell’alleanza sponsale, che si instaura tra l’uomo e la donna». (Familiaris Consortio 12).
Quanta attenzione ha Dio nell’usare un linguaggio nuziale per esprimere il tipo di relazione che desidera vivere con il suo popolo! Lungo tutta la Bibbia emerge continuamente questo linguaggio che trova il suo vertice nel meraviglioso poema nuziale che è il Cantico dei Cantici; la coppia si scopre con stupore a casa con Dio. Da questa presa di coscienza ogni famiglia, può iniziare un graduale innamorarsi della Parola perché scopre che Dio non è un estraneo alla vita di coppia ma vive dentro alla stessa e, contemporaneamente, ogni coppia diviene frammento espressivo di un Dio innamorato dell’umanità.
Per completare questa breve riflessione sulla relazione Parola-famiglia, è bello sottolineare come tutta la storia della salvezza avviene per iniziativa di Dio che non agisce in modo autonomo e staccato dall’uomo, ma la porta a compimento attraverso generazioni di famiglie, come ben sottolinea San Matteo nel suo Vangelo: «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe… Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (Mt 1,1.1,16).
Gesù stesso vive in una famiglia e si rivela continuando a usare lo stesso linguaggio nuziale tipico dell’Antico Testamento definendosi lo « Sposo » e parlando del regno di Dio paragonandolo a un « banchetto di nozze ».
È la nuova Alleanza promessa che si realizza in Gesù: «Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,21-22). È Gesù lo Sposo, la Parola fatta Carne che ci rivela a quale amore sono chiamati gli sposi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,32-32). «La comunione tra Dio e gli uomini trova il suo compimento definitivo in Gesù Cristo, lo Sposo che ama e si dona come Salvatore dell’umanità, unendola a Sé come suo corpo» (F.C. 13).
Affinché la Parola possa correre nelle nostre famiglie cristiane, è necessario quindi fare delle proposte che tengano conto sempre di questi due aspetti: da un lato fare esperienza di una Parola viva attraverso la quale Gesù stesso si rende presente, dall’altro aiutare ogni coppia di sposi a scoprire che la Bibbia usa il linguaggio dell’Amore che essi conoscono bene perché lo vivono ogni giorno.
Fatte queste premesse vogliamo ora scendere su aspetti più pratici facendo delle proposte che partono dall’esperienza concreta vissuta tenendo presente quanto esposto fin qui. Quello che espongo è stato sperimentato nella mia parrocchia ottenendo frutti spirituali importanti in grado di rinnovare il vissuto di molte famiglie.
Per avvicinare le persone alla Bibbia è utile proporre dei brevi corsi di formazione durante i quali i partecipanti possano essere introdotti all’uso della Parola attraverso semplici insegnamenti orientati soprattutto a innamorarsi della Parola. L’uso di gesti semplici che aiutino i partecipanti a comprendere l’importanza della Parola e li portino a venerarla, magari sottolineando quei gesti liturgici di venerazione che vengono comunemente fatti nella liturgia: il bacio, l’inchino, l’incenso. In questi corsi è importante unire in modo inscindibile la Parola a chi la pronuncia: Gesù vivo. È fondamentale quindi vivere in un clima di preghiera, invocare insieme lo Spirito Santo, fare esperienza concreta dell’incontro con Gesù nella sua Parola. Lo scopo di questi corsi non è quello di dare chissà quale formazione biblica, ma suscitare il desiderio di continuare ad avvicinarsi alla Parola nel concreto di tutti i giorni. Interessante a questo scopo è il corso « Emmaus » proposto dalla Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea (www.nuovaevangelizzazione.it) attraverso il quale è possibile toccare tutti i punti sopra descritti. Mi piace sottolineare che gli insegnamenti non sono presentati da esperti biblisti, ma da laici che hanno fatto l’esperienza del proprio incontro personale con la Parola e la condividono con semplicità.

Un posto dentro la casa
Lo scopo di questi corsi è quello di suscitare nei partecipanti il desiderio di continuare a leggere la Parola di Dio nel concreto di tutti i giorni e pertanto si danno anche delle indicazioni pratiche per poterlo fare.
Suggerire a ogni famiglia di trovare un posto fisico nella propria casa dove collocare la Bibbia, un posto ben in vista e con il giusto decoro (un fiore, un lume, ecc.) a sottolinearne l’importanza. Con questo semplice segno si aiutano tutti i componenti della famiglia ad avere lo sguardo fisso su Gesù Parola e si educano i figli a questa Presenza.
Evitare di suggerire, soprattutto ai principianti, una lettura sequenziale a partire dalla Genesi, ma educare ad avvicinarsi alla Parola a partire dal Nuovo Testamento nella consapevolezza che Gesù è il vertice della Bibbia e tutto l’Antico Testamento guarda a Lui. Tra i libri dell’Antico Testamento è bene iniziare dai libri Sapienziali che sono i più semplici. La proposta più efficace è forse quella di suggerire le letture della liturgia del giorno che uniscono Nuovo ed Antico Testamento, facendone cogliere i legami, e, inoltre, aiutano a vivere la comunione con tutta la Chiesa nel tempo liturgico proprio. Ho visto molte famiglie aiutate ad avvicinarsi alla Parola attraverso la « Liturgia delle ore » recitata assieme; la ricchezza dei Salmi e la semplicità delle « letture brevi » (oltre al fatto che la « Liturgia delle ore » è preghiera e quindi apre a una relazione con Dio) costituiscono un modo semplice ed efficace affinché la Parola porti frutti spirituali preziosi nelle nostre case.
Con una struttura simile alla « Liturgia delle ore », possono essere utili alcuni libri di preghiera preparati appositamente per la famiglia con salmi e « letture brevi » tratti dalla Bibbia. Anche questo strumento può essere molto efficace perché semplice e a misura di famiglia (per esempio: Renzo Bonetti Anima mia benedici il Signore della San Paolo).
Prima di leggere la Parola è fondamentale l’invocazione dello Spirito Santo, è Lui che parla al cuore, è Lui che la rende viva, è Lui che la svela. Richiamare spesso questo aspetto è fondamentale per evitare che si accendano fuochi di paglia che non durano nel tempo; è lo Spirito il vero fuoco capace di accendere i cuori.
Dopo la lettura è importante educare a una risposta nella preghiera e nell’impegno concreto della vita; in questo modo si costituisce una relazione con Dio che è il motivo per cui la Parola ci è stata donata. Sono aspetti importanti affinché l’approccio con la Parola non sia mai spogliato dalla fede e dalla relazione con Dio, altrimenti si rischia che la Parola rimanga sterile e vuota, incapace di portare i frutti per i quali ci è stata donata.
È importante anche educare all’atteggiamento con cui ci si avvicina e si legge la Parola. Viviamo in un mondo in cui siamo abituati a esprimere opinioni, ognuno può dire tutto e il contrario di tutto, e ogni persona è condizionata da questo a tal punto che si rischia di metterci in ascolto della Parola in modo selettivo dicendo: sono d’accordo o non sono d’accordo.
È importante aiutare le famiglie a rapportarsi con la Parola come Verità: la conseguenza è che non possiamo discuterla ma solo accoglierla. «Che cosa vuoi dirmi oggi Signore?», questo è l’unico atteggiamento che può portare molto frutto. Occorre suggerire di ripetere durante il giorno la frase che si è ascoltata, con cui lo Spirito ha segnato il proprio cuore, affinché la Parola continui ad affiorare e trasformarci, relazione continua con Gesù Parola.
Mi sembra importante sottolineare che la Parola è per tutti in famiglia; anche i bambini, che molte volte tendiamo a escludere pensando che siano troppo piccoli, possono avvicinarsi con frutto alla Parola se aiutati dai genitori, che possono selezionare brani semplici e legati ad aspetti che la famiglia sta vivendo. Lo Spirito soffia dove vuole e non sai da dove viene e dove va: quante volte ho sentito esperienze di sposi edificati nella fede dalle riflessioni e dalla preghiera dei figli anche piccoli! Coinvolgere i bambini in questa esperienza significa accogliere l’invito di Gesù: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio». (Mc 10,14).
Quello di coinvolgere i bambini all’ascolto della Parola non è solo un invito, ma un ordine da parte di Dio: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6,4-7).
Se è importante coinvolgere tutta la famiglia all’ascolto della Parola, altrettanto importante è che la coppia viva dei momenti propri di ascolto della Parola per poi poterla ripetere ai propri figli, per parlarne in casa propria, ma soprattutto per scoprire nella Parola la propria vocazione, la specificità della propria chiamata. Almeno una volta alla settimana è importante per ogni coppia di sposi trovare un tempo prolungato di ascolto e di meditazione della Parola di Dio per comprendere quale amore sono chiamati a vivere tra di loro, lo stesso tipo di amore che intercorre tra Dio e l’umanità, tra Cristo e la Chiesa. «Lo Spirito che il Signore effonde rende l’uomo e la donna capaci di Amarsi come Cristo ci ha Amati» (Familiaris Consortio 13).

«Crescete e moltiplicatevi!»
La Parola rivela agli sposi il compito al quale sono chiamati. Dio dopo aver creato l’uomo e la donna a propria immagine, affida loro il grande mandato: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra» (Gn 1,28). È evidente che questo mandato va ben oltre la fecondità fisica e risuona così: «Crescete e moltiplicate l’immagine di Dio sulla terra, fate figli di Dio». Bene ribadisce questa missione degli sposi il Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 1534: «Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio».
Quando una coppia di sposi ascolta con fede e amore la Parola, questa genera in loro la consapevolezza della chiamata ad essere « padri e madri » spirituali per tanti figli che cercano un Padre e desiderano fare l’esperienza di essere « figli amati ». Ecco che la famiglia apre la porta della propria casa per accogliere altri figli con i quali condividere la Parola, la Parola che si è fatta carne in Gesù, in quel Gesù che abita stabilmente e indissolubilmente ogni coppia di sposi che ha celebrato il sacramento del Matrimonio.
È una ministerialità che non è dettata dall’emergenza pastorale di evangelizzazione, ma che si fonda sul sacramento stesso del matrimonio. Questa missione apostolica della famiglia, riceve dalla grazia sacramentale del matrimonio una nuova forza per trasmettere la fede, per santificare e trasformare l’attuale società secondo il disegno di Dio: « Crescete e moltiplicatevi! ».

Lo sguardo oltre le mura
Vorrei condividere come la graduale presa di coscienza di diverse coppie di sposi della mia parrocchia ha fatto volgere lo sguardo oltre le mura di casa, guardando al di là della propria famiglia, sciogliendo quelle catene che tenevano « legata » la Parola, facendo divenire ogni coppia di sposi « Timoteo » di cui oggi la Chiesa ha bisogno e di cui necessita per farla conoscere e correre.
Si tratta di un cammino, iniziato nel marzo del 2005, che abbiamo chiamato « Comunità familiari di Evangelizzazione ». Si tratta di piccole comunità di persone che si ritrovano settimanalmente nelle case di coppie di sposi, scelte e chiamate dal parroco che, per la grazia ricevuta con il sacramento del Matrimonio, garantiscono e rendono visibile la Presenza di Gesù. Sono comunità familiari perché vedono la presenza di tutto il popolo di Dio, chiamato a far « Famiglia di Dio », vivendo e portando il Vangelo nel proprio ambiente di vita.

Come le prime comunità
L’incontro di Comunità familiari di evangelizzazione rivive l’esperienza delle prime comunità cristiane che si riunivano nelle case ed «erano assidue nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42).
L’ascolto della Parola, in questi incontri, viene fatto attraverso un commento registrato del parroco, ma risultano molto importanti l’atteggiamento e i momenti che precedono e seguono l’ascolto della Parola. Prima dell’ascolto della Parola ci si prepara aprendo il cuore attraverso un momento di preghiera di lode spontanea con quale i partecipanti riconoscono Gesù presente nella loro vita.
Segue un momento di condivisione della fede molto semplice durante il quale si risponde alle domande: che cosa Gesù ha fatto per me? Che cosa io ho fatto per Gesù? Si ascolta quindi la Parola dopo aver invocato lo Spirito Santo con il « Veni Creator ». La coppia responsabile ricorda che questo è il momento in cui Gesù vuole parlare e incontrare ogni partecipante attraverso la sua Parola. Ognuno condivide, subito dopo, che cosa Gesù ha detto a lui e con sorpresa si vive l’esperienza di un Gesù che parla a ciascuno personalmente in modo diverso a seconda dei propri bisogni.
Questo è anche il momento in cui la Parola inizia a essere condivisa con i fratelli, condivisione che normalmente continua oltre il tempo dell’incontro e lo spazio della casa, nell’ambiente di vita di ciascuno; la Parola finalmente corre!
Si conclude con un momento di intercessione che, scaturito dalla Parola, guarda sia ai bisogni dei membri della Comunità familiari di evangelizzazione che ai bisogni della comunità parrocchiale e della Chiesa tutta senza dimenticare i « lontani » da Dio.
È un’esperienza di ascolto della Parola fatta in famiglia e vissuta in un contesto di fede viva nella presenza del Signore Gesù che sta portando molti frutti, basti pensare che più di cinquanta Comunità della mia parrocchia, si riuniscono settimanalmente nelle case e che tale esperienza viene vissuta in molte altre parrocchie di diverse diocesi d’Italia, con lo stesso risultato. (Per saperne di più vedere: www.parrocchiabovolone.it).
Concludo dicendo che la Parola è realmente in grado di rigenerare e ravvivare negli sposi il dono dello Spirito ricevuto il giorno delle nozze: «Essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla Parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1,23). Si ravviva concretamente nelle famiglie che amano la Parola di Gesù l’unità, la fedeltà, la fecondità spirituale, la capacità di perdono. Vedo gioia nuova! Sono vere le parole di Gesù: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).

Don Renzo Bonetti

Publié dans:famiglia, meditazioni bibliche |on 25 juillet, 2012 |Pas de commentaires »

Signore, dammi quella montagna

http://www.gemmedigrazia.com/meditazioni/studi/bibbia/personaggibiblici/caleb.htm

Signore, dammi quella montagna

(il commento credo sia dela Chiesa Evangelica)

Un anelito verso l’alto
Ricordate il vecchio canto popolare: « Lassù sulle montagne, fra boschi e valli d’or… »: è un canto significativo perché, come altri simili della tradizione popolare, esso testimonia come la montagna abbia da sempre avuto un fascino particolare per la creatura umana. Edoardo l’amava molto, come molti qui, d’altronde.
Per tutte le culture umane la montagna ha sempre avuto un carattere sacro, religioso. Possiamo indovinarne anche il motivo. Perché ogni essere umano, ha un’insopprimibile e spesso inconfessabile nostalgia per Dio e « salire sul monte » assume per lui l’anelito, il desiderio, più o meno consapevole, di ricongiungersi al suo Creatore, che egli considera « in alto », nel cielo, al di là della confusione e della miseria di questo mondo. E’ un anelito ineliminabile, perché la creatura umana ha un bisogno vitale di rapportarsi al suo Creatore.
Gesù di Nazareth, nostro Maestro e Salvatore, si ritirava spesso da solo in montagna per pregare, per rapportarsi con il Padre Suo celeste, e questo era il segreto della Sua forza in ogni circostanza, anche le più terribili.
La montagna però è anche simbolo della conquista, della sfida a conquistare la vetta. Certo, non tutti sono alpinisti o sportivi, ma molti guardano alla montagna come qualcosa da raggiungere per elevarsi, e non solo fisicamente, dalla « aria pesante » di quaggiù. Anche il pensiero della montagna come qualcosa da conquistare non è estraneo alla Bibbia, Parola di Dio, scritta per nostro ammaestramento.

Una montagna nel cuore!
C’è un personaggio minore della Bibbia, di nome Caleb, che aveva una montagna in cuore. Troviamo questa sua aspirazione nel libro di Giosuè, capitolo 14, versetto 12: « Or dunque dammi questo monte di cui l’Eterno parlò quel giorno ». Ci troviamo nel periodo in cui il popolo di Israele, con a capo Giosuè, avendo terminato la conquista della terra promessa, la divide fra le tribù e le famiglie del popolo. Caleb, che qui ha 85 anni, richiede di poter avere quel monte, e questo è il racconto che parla della sua richiesta (Giosuè 14:6-14).

Quali montagne?
Caleb ha 85 anni, ma si sente ancora forte e volenteroso nell’opera del Signore. su quel monte vi sono ancora città fortificate e gente dalla fama di « giganti » e promette, con grande ed indomito coraggio, di scacciarli.
Quali « montagne » abbiamo noi in cuore di conquistare? La montagna del potere, la montagna dei possedimenti, la montagna della popolarità, la montagna della preminenza, la montagna del benessere? Anche nella Bibbia troviamo molti che chiedono di poter avere: « Dammi », dicono. Vogliono la vendetta, vogliono denaro in cambio del tradimento, vogliono godersi la vita… Quali sono le nostre più grandi aspirazioni, la « montagna » su cui è riposto il nostro cuore?
Caleb vuole il monte di Hebron, il luogo dove Iddio aveva parlato ad Abrahamo (Ge. 13:18), monte che significa comunione, e che parla di dolce ed intima familiarità con Dio. Non voleva nulla, fra lui ed Dio, che amava, se non un cielo blu… ecco il luogo che Caleb voleva avere per sé. E’ questo il desiderio del vostro cuore? Il luogo dove poter essere finalmente in comunione con il Signore Gesù Cristo, una comunione che niente e nessuno possa disturbare od impedire.
Quello era il luogo dove il discepolo Giovanni aveva voluto stare. I vangeli ci dicono: « Or uno dei discepoli, quello che Gesù amava, era appoggiato sul petto di Gesù » (Gv 13:23), tanto vicino da sentire il Suo calore, tanto vicino da sentire il battito del Suo cuore e il Suo stesso respiro, tanto vicino che non c’è nulla che non fareste per Lui. Non dovrebbe essere questa la nostra più profonda aspirazione?
« Dammi questo monte ». Tieniti per te il tuo potere, il tuo prestigio, le tue proprietà, la tua preminenza. i tuoi piaceri… dammi solo questo monte, il monte di un’ininterrotta comunione con il Signore.

Chi è Caleb?
Chi è quest’uomo che fa quest’unica richiesta?
1. Crede in un grande Dio. Quarant’anni prima il popolo di Israele, liberato dalla schiavitù d’Egitto, aveva attraversato a fatica il deserto del Sinai. Erano arrivati a Kadesh Barnea, e potevano vedere da lontano la terra promessa. Così avevano mandato in avanscoperta 12 spie o esploratori che per 6 settimane perlustrano la terra. Poi tornano, raccontando che veramente quella terra era meravigliosa, ma che il popolo avrebbe avuto ben poche chance di conquistarla: « Così fecero davanti a lui il resoconto, dicendo: «Noi siamo arrivati nel paese dove ci hai mandato; vi scorre veramente latte e miele, e questi sono i suoi frutti. Ma il popolo che abita il paese è forte, le città sono fortificate e grandissime; e là abbiamo pure visto i discendenti di Anak » (Mu. 13:27,28).
Caleb e Giosuè, però, hanno una ben diversa prospettiva su quella terra: « Caleb allora calmò il popolo che mormorava contro Mosè e disse: «Saliamo subito e conquistiamo il paese, perché possiamo certamente farlo» » (Nu. 13:30). Sono però in minoranza a pensarla così, ma Caleb e Giosuè persistono, ma inutilmente. Il popolo pensa ai « giganti » che avrebbero dovuto affrontare. Vedono avversari imponenti, ma credono in un piccolo Dio. Caleb però crede in un grande Dio e in piccoli giganti!
Dio è infuriato con Israele a causa della loro incredulità, la generazione che si era rifiutata di entrare nella terra promessa e che era perita nel deserto, con sole due eccezioni: Giosuè e Caleb.
Caleb aveva pure ricevuto una promessa da Mosè: « …ad eccezione di Caleb, figlio di Jefunneh. Egli lo vedrà; e a lui e ai suoi figli darò la terra che egli ha calcato, perché ha pienamente seguito l’Eterno » (De. 1:36).
Ecco che cosa troviamo in Giosuè 14, Caleb che rivendica la sua eredità.
Vedete allora il carattere di quest’uomo, di un uomo che seguiva completamente il Signore Iddio? Caleb guardava a quei giganti dal punto di vista di Dio. Quando infatti guardiamo dall’alto verso il basso, tutto ci sembra più piccolo.
Quando grande è il vostro Dio?

2. Ha fede nella Parola di Dio. Notiamo la fiducia che Caleb ha nella Parola di Dio: « Allora i figli di Giuda si presentarono a Giosuè a Ghilgal; e Caleb, figlio di Jefunneh, il Kenizeo, gli disse: «Tu sai ciò che l’Eterno disse a Mosè, uomo di DIO, riguardo a me e a te a Kadesh-Barnea » (Gs. 14:6). Egli conosceva la Parola di Dio, conosceva ciò che aveva detto il Signore, ed aveva compreso la promessa di Dio.
Se volete raggiungere questa montagna, dovete conoscere la Parola di Dio e comprendere le Sue meravigliose promesse.
Considerate la vita di Caleb, Per quaranta anni aveva vagato nel deserto con una massa di gente incredula. Quando essa mormorava, lui non mormorava. Quando essi volevano tornare in Egitto, lui non aveva questo desiderio. Quando solo si lamentavano, lui non si lamentava. Essi adoravano idoli, così, però, Caleb non aveva fatto. Egli seguiva completamente il Signore. Come? Quando doveva affrontare prove e lotte, scoraggiamento e delusioni, questa promessa sola lo teneva in piedi e lo faceva andare avanti.
C’è una precisa promessa di Dio davanti a noi, una meravigliosa speranza per tutti i discepoli di Gesù Cristo. Il Signore ritornerà. Abbiamo una dimora riservata per noi nel cielo, passeremo l’eternità in comunione con Cristo: un’eredità veramente meravigliosa! L’apostolo Pietro ne parla come di « un’eredità incorruttibile, incontaminata e immarcescibile, conservata nei cieli per voi » (1 Pi. 1:4).

3. Fede nelle promesse di Dio. Caleb conosceva la Parola di Dio, conosceva le promesse di Dio, e con tutto sé stesso seguiva il Signore: egli aveva in cuore questa montagna.
Abbiamo noi distolto i nostri occhi dalla Parola di Dio? Dalle promesse di Dio? E’ per questo che inciampiamo, esitiamo e falliamo?
« In quel giorno Mosè fece questo giuramento: « La terra che il tuo piede ha calcato sarà eredità tua e dei tuoi figli per sempre, perché hai pienamente seguito l’Eterno il mio DIO » (Gs. 14:9).
Sempre di nuovo Caleb considerava le promesse di Dio. Noi, se vogliamo raggiungere questa « montagna » dobbiamo confidare nel Signore.

4. Aveva la verità nel cuore. Se vogliamo raggiungere questa montagna dobbiamo avere la verità nel nostro cuore: « Io avevo quarant’anni quando Mosè, servo dell’Eterno, mi mandò da Kadesh-Barnea ad esplorare il paese; e io gli feci un resoconto come l’avevo in cuore » (Gs. 14:7).
Caleb era un uomo integro: diceva le cose come gli stavano nel cuore. Ignorava la maggioranza, stava dalla parte della minoranza per amore della verità. Vedete quale sorta di persona raggiunge « la montagna »?
Uno che ha fiducia in Dio, uno che ha la verità nel cuore e che è pronto a dichiarare l’intero consiglio di Dio, quand’anche si trovasse in grave pericolo. « Allora tutta l’assemblea parlò di lapidarli; ma la gloria dell’Eterno apparve sulla tenda di convegno a tutti i figli d’Israele » (Nu. 14:10).

5. Un uomo che amava. Non solo questo, ma pure vediamo come un uomo così tratti le altre persone: « 14:8 Mentre i miei fratelli che erano saliti con me scoraggiarono il popolo, io seguii pienamente l’Eterno, il mio DIO » (Gs. 14:8). Se l’erano presa a lui a morte, ma lui li chiama « fratelli ». Il Nuovo Testamento dice: « Fratelli, se uno è sorpreso in qualche fallo, voi che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Ma bada bene a te stesso, affinché non sii tentato anche tu. Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo » (Ga. 6:1,2). E’ esattamente che cosa disse Gesù: « Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri » (Gv. 13:34).
Si, fintanto che non c’è amore genuino nel nostro cuore per i nostri fratelli e sorelle nel Signore, noi non raggiungeremo la « montagna » dell’intima comunione con il Signore.

6. Un uomo che rende testimonianza a Dio.
a. Alla fedeltà di Dio. Notiamo anche che cosa quest’uomo dice: « Ed ora ecco, l’Eterno mi ha conservato in vita, come aveva detto, questi quarantacinque anni da quando l’Eterno disse questa parola a Mosè, mentre Israele vagava nel deserto; ed ecco, oggi ho ottantacinque anni » (Gs. 14:10). Caleb rende testimonianza alla fedeltà di Dio.
b. Alla bontà di Dio. Non solo questo, ma Caleb rende testimonianza alla bontà di Dio: « Ma oggi sono ancora forte come lo ero il giorno in cui Mosè mi mandò; lo stesso vigore che avevo allora ce l’ho anche adesso, tanto per combattere che per andare e venire » (Gs. 14:11)
c. Alla potenza di Dio. E ancora: Caleb rende testimonianza alla potenza di Dio: « Or dunque dammi questo monte di cui l’Eterno parlò quel giorno; poiché tu stesso udisti in quel giorno che vi erano gli Anakim e città grandi e fortificate. Se l’Eterno sarà con me, io li scaccerò come disse l’Eterno » (Gs. 14:12).
Per il passato Caleb aveva la fedeltà di Dio, per il presente Caleb aveva la bontà di Dio. Per il futuro egli guardava alla potenza di Dio! Potete vedere perché quest’uomo giunge alla montagna di Dio? Il futuro è luminoso, perché è luminoso come le promesse di Dio!
Caleb dunque dichiara la verità, tratta i suoi fratelli in fede con amore, anche se gli sono avversi e lo fanno soffrire. Caleb testimonia della fedeltà, amore e potenza del Signore.
Abbiamo noi raggiunto la nostra Hebron?

7. Un effetto sulla sua famiglia
Guardate all’effetto che Caleb ebbe sulla sua famiglia: « E Caleb disse: «A chi attaccherà Kirjath-Sefer e la espugnerà, io darò in moglie mia figlia Aksah». Allora Othniel, figlio di Kenaz, fratello di Caleb, la espugnò e Caleb gli diede in moglie sua figlia Aksah. Quando ella venne a stare con lui, persuase Otniel a chiedere a suo padre un campo. Allora essa smontò dall’asino e Caleb le disse: «Che vuoi?». Ella rispose: «Fammi un dono; poiché tu mi hai dato della terra nel Neghev, dammi anche delle sorgenti d’acqua». Così egli le donò le sorgenti superiori e le sorgenti inferiori. » (Gs. 15:16-19).
Caleb aveva condiviso la sua eredità con la sua famiglia. E noi, spiritualmente, che eredità lasceremo alla nostra famiglia.
Rammentate Rahab: mentre le altre case cadevano, la sua reggeva. Madri: che potete dire di casa vostra?
Rammentate Achan, che aveva condotto la sua famiglia alla distruzione. Padri: dove state conducendo la vostra famiglia?
Caleb aveva seguito completamente il Signore, ne fu grandemente benedetto e questa benedizione era passata alla sua famiglia.

8. Hebron nell’esperienza di altri personaggi biblici
Hebron non è significativa (e per noi esemplare) soltanto per Caleb, ma lo è anche per altri personaggi biblici.
a. Abrahamo. Che accadde a Abrahamo prima di raggiungere Hebron? « E l’Eterno disse ad Abramo, dopo che Lot si Fu separato da lui: «Alza ora i tuoi occhi e mira dal luogo dove sei a nord a sud; a est e a ovest … Allora Abramo levò le sue tende e venne ad abitare alle querce di Mamre, che sono a Hebron; e là costruì un altare all’Eterno » (Ge. 13:14,18). Abrahamo doveva separarsi, allontanarsi. Che possiamo dire della nostra vita sociale, dei valori che noi privilegiamo?
b. Davide. In che modo Davide aveva raggiunto Hebron: « Dopo questo, Davide consultò l’Eterno, dicendo: «Devo salire in qualcuna delle città di Giuda?». L’Eterno gli rispose: «Sali». Davide chiese: «Dove salirò?». L’Eterno rispose: «A Hebron» » (2 Sa. 2:1). Egli l’aveva raggiunta attraverso la preghiera. Che cosa ci dice questo sulla nostra vita di preghiera?
c. Sansone. In che modo Sansone era giunto ad Hebron? « Poi Sansone andò a Gaza e là vide una prostituta, ed entrò da lei. Quando fu detto a quei di Gaza: «Sansone è venuto qui», essi circondarono il luogo e stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città, e rimasero in silenzio tutta la notte, dicendo: «Allo spuntar del giorno lo uccideremo». » (Gd. 16:1,2). Sansone si trovava in un posto di peccato: « Sansone rimase coricato fino a mezzanotte; poi a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li caricò sulle spalle e li portò in cima al monte che si trova di fronte a Hebron » (Gd. 16:3). Egli doveva fuggire dal peccato. Che ci può dire questo sulla nostra vita morale?
d. Sarah. Vorrei non tirare troppo le cose, ma lasciate che ancora citi Hebron: « E Sara morì a Kirjath-Arba, (che è Hebron), nel paese di Canaan; e Abrahamo entrò a far lutto per Sara e a piangerla. » (Ge. 23:2) Sarah morì e fu sepolta ad Hebron. Sarah morì in comunione col Signore: non c’è dubbio che lei avesse seguito completamente il Signore Iddio. L’apostolo Pietro dice: « Perciò, fratelli, sforzatevi sempre maggiormente di rendere sicura la vostra vocazione ed elezione perché, facendo queste cose, non inciamperete mai » (2 Pi. 1:10). Non vorremmo anche noi terminare i nostri giorni in stretta comunione con il Signore?
Signore, dammi questa montagna!

Conclusione
Raggiungere Hebron, per Caleb significava una vita di sacrificio: seguiva infatti il Signore con tutto sé stesso. Era un’area aspra, occupata da giganti, e quando noi siamo in cammino per raggiungere la comunione con il Signore, Satana cercherà con l’inganno di renderci il percorso il più difficile possibile. Caleb, però, « Caleb scacciò di là i tre figli di Anak, Sceshai, Ahiman e Talmai, discendenti di Anak » (Gs. 15:14).
Se noi prendiamo esempio da Caleb, se siamo completamente consacrati al Signore, raggiungeremo quella montagna. « Per questo Hebron è rimasta proprietà di Caleb, figlio di Jefunneh, il Kenizeo, fino al giorno d’oggi, perché aveva pienamente seguito l’Eterno, il DIO d’Israele » (Gs. 14:14).
Signore, dammi questa montagna!
Che cosa rappresenta per noi la montagna alla quale aspiriamo giungere? Deve rappresentare per noi la necessaria nostra personale comunione con Dio, non solo oltre questa nostra vita terrena, ma soprattutto durante questa nostra vita terrena. E’ qui che si pongono le basi della nostra futura comunione con Dio. Il nostro Maestro, Gesù Cristo, era in costante comunione con Dio, così dobbiamo esserlo noi e proprio grazie a lui, camminando insieme al popolo di Dio di ogni tempo e paese, possiamo raggiungere quell’obiettivo.
Che noi possiamo seguire l’esempio di Caleb: questa montagna è molto più importante di quanto immaginiate.
Signore, dammi questa montagna!

Publié dans:meditazioni bibliche |on 26 avril, 2012 |Pas de commentaires »

Dio santo-comunione dei santi (da una Parrocchia)

http://www.parrocchiaruvo.it/home/lettera-aperta-settimanale/156-dio-santo-comunione-dei-santi-.html

Dio santo-comunione dei santi

 Martedì 08 Novembre 2011 

Da principio, la Bibbia riservò a Iahvè il titolo di «Santo», parola che aveva allora un significato molto vicino a quello di «sacro»:  Dio è l’ «Altro», così trascendente e così lontano che l’uomo non può pensare di partecipare alla sua vita. Davanti alla sua santità  l’uomo non può provare che rispetto e timore.
In una religione di salvezza come quella d’Israele, Dio doveva comunicare la sua santità al popolo, il quale diviene esso pure «altro», manifestando nella sua vita quotidiana, e soprattutto nel suo culto, un comportamento diverso da quello di altri popoli.
Ma per attuare questa santità alla quale Dio lo chiamava, il popolo eletto non aveva altro che mezzi legali e pratiche di purificazione esteriore. Gli uomini più impegnati presero ben presto coscienza della insufficienza di tali mezzi, e cercarono la «purezza di cuore» capace di farli partecipi della vita di Dio. Essi posero la loro speranza in una santità che sarebbe stata comunicata direttamente da Dio. Questo anelito si realizza nel Cristo; egli irradia la santità di Dio; su di lui riposa «lo Spirito di santità»; egli rivendica il titolo di «santo». Viene infatti a santificare tutta l’umanità.
Gesù Cristo, divenuto «Signore», trasmette la sua santità alla Chiesa per mezzo dei sacramenti che portano all’uomo la vita di Dio. Questa dottrina era così viva nei primi secoli, che i membri della Chiesa non esitarono a chiamarsi «i santi» e la Chiesa stessa era chiamata «comunione dei santi». Questa espressione, che troviamo ancora nel Credo, trae la sua origine dall’assemblea eucaristica, durante la quale «i santi» partecipano alle «cose sante». La santità cristiana appare, dunque, come una partecipazione alla vita di Dio, che si attua con i mezzi che la Chiesa ci offre, in particolare con i sacramenti.
La santità non è il frutto dello sforzo umano che tenta di raggiungere Dio con le sue forze; essa è dono dell’amore di Dio e risposta dell’uomo all’iniziativa divina.

Affrettiamoci verso i fratelli che ci aspettano

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt’altro che pericolosa.
Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

DENARO, VITA E PAURA – Atti 5,1-11

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2006_07/04.htm

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Divina 2006/07 a cura di Stella Morra

4. DENARO, VITA E PAURA

Atti 5,1-11

Premessa

            La lectio di oggi riguarda l’inizio del capitolo 5 degli Atti, testo abbastanza conosciuto, per me speciale, a cui tengo particolarmente. La storiella è semplice, il testo apparentemente molto comprensibile. Come sempre, però, bisogna essere un po’ diffidenti con le cose che nella scrittura si presentano troppo facili. Bisognerebbe rileggere più volte i testi della scrittura che si accordano immediatamente con il nostro buon senso, perché normalmente hanno qualche spigolo e noi  tendiamo a spegnere gli aspetti più irritanti e a farli entrare in un quadretto carino. E’ uno di quei testi che io amo metodologicamente molto, perché non sono intellettuali, ma molto concreti, dove la scrittura è particolarmente perforante, non fa svolazzi, non fa discorsi complicati, non richiede grandi culture di interpretazione, per cui nessuno può dire: io non ho gli strumenti per capire la profondità di questo testo. E’ un testo chiaro, duro, di fronte al quale il più semplice di noi, senza conoscenze storiche, critiche, esegetiche, è posto di fronte ad una questione sostanziosa. Per questo io lo amo molto.
            Inoltre, la mia storia rispetto a questo testo è abbastanza lunga per cui l’ho letto, riletto e commentato varie volte. Questo significa che in ogni tempo e ogni situazione in cui ho letto e commentato il testo, ho messo uno strato – come ognuno di noi quando frequenta molto un libro o un film, lo rivede tante volte perché lo ama, la prima volta che lo vede lo colpisce per alcuni motivi, la seconda quei motivi restano veri, ma ne aggiunge degli altri, la terza… – e quindi temo di volerci mettere dentro tutti questi strati e alla fine forse faccio un po’ di caos. Quindi cercherò il più possibile di mantenermi sul primo livello di lettura.
            Il testo è quello della frode di Ananìa e Saffira, marito e moglie, che cercano di ingannare sul prezzo. Cioè, di fronte alla situazione che ci viene raccontata negli Atti, in cui la prima comunità avrebbe tutto in comune, Ananìa e Saffira accettano di mettere un po’ in comune, ma barano su quanto hanno, dicono un po’ meno, e mettono in comune solo una parte dei loro averi.
            Fanno una pessima fine: spirano tutti e due sul momento, muoiono uno dopo l’altro immediatamente. Il testo si conclude con questa frase: “E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose”.

            Introduzione

            Il testo è molto semplice; lo introduco con tre osservazioni.
            La prima è un’avvertenza per l’uso del cosiddetto genere letterario dei sommari di Atti. Il libro degli Atti racconta i primi inizi della Chiesa, dopo l’Ascensione; si apre con Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo. Ci sono alcuni capitoli dedicati soprattutto a Pietro e a Paolo che spiegano, esemplificano la concretizzazione di quella parola che lo stesso Luca aveva messo in bocca a Gesù, quando dice: “…mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At. 1, 8).
            Il libro di Atti è costruito su questi tre cerchi: prima la Giudea, e sono i capitoli di Pietro; poi le terre vicine, ma non di religione ebraica, quindi un primo raccordo con i pagani; e poi gli estremi confini della terra, con i viaggi di Paolo che vengono narrati. Gli Atti si concludono  – e la cosa è molto carina – con un naufragio, non con gloria: questa meravigliosa barca di Pietro – è  l’immagine che usiamo anche noi per la chiesa -  che va trionfante verso l’orizzonte, ma la conclusione è che questa meravigliosa barca di Pietro naufraga e va a pezzi. E’ interessante come conclusione! Si conclude con Paolo che va verso Roma, capitale dell’impero, il simbolo degli estremi confini della terra.
            Gli Atti raccontano in forma stilizzata, ridotta a passaggi essenziali, la concretizzazione del comando di Gesù di evangelizzare,  e come questo comando non stia solo nell’annunciare agli altri che Gesù è risorto, ma anche nell’organizzare una Chiesa; nelle discussioni tra Pietro e Paolo, che non sono affatto d’accordo; nel lasciare – come nel discorso agli anziani di Efeso, in cui si racconta cosa succede quando l’apostolo che ha fondato una comunità se ne va (At. 20, 17-38) – chi resta a bottega, chi manda avanti la cosa? E così via. Si narra di tutti i problemi che cominciano a sorgere.
            Per fare questo, Atti usa quasi sempre il genere letterario detto dei sommari in cui, in poche righe, fa un riassunto di raccordo tra un episodio e l’altro. E’ lo stesso principio – non è nobile il paragone, ma così ci capiamo – della soap opera in cui ogni puntata ha una serie di episodi, di storie; se uno guarda solo quella puntata, quel pezzetto di storia comincia e finisce, ha un senso. In realtà, se tu guardi tutte le puntate, percepisci un altro livello di racconto che puoi cogliere solo nell’insieme delle puntate. Questo si ottiene raccontando degli episodi, dei personaggi singoli e legandoli con dei raccordi, dei riassunti che fanno vedere ciò che succede contemporaneamente a tutti i personaggi. Il genere letterario dei sommari degli Atti funziona così: sono dei raccordi che mettono insieme degli episodi. Ananìa e Saffira, così come la visione di Cornelio – quando Pietro fa un sogno che lo spinge ad accettare che nella Chiesa entrino anche i pagani ( At.10) – sono episodi che iniziano e finiscono; sono legati tra loro da raccordi che dicono la trama generale; e questa si capisce solo leggendo tutto il libro.
            Quindi noi oggi leggiamo un episodio che ha la sua completezza, inizia e finisce, ma dovremo anche considerare ciò che c’è prima e dopo, perché sono i raccordi alla storia complessiva, che ci dicono come quell’episodio si incastra nella storia generale. Dovremo quindi anche occuparci dell’inclusione.
            Seconda osservazione: si parla della Chiesa. E qui sorge un bel problema perché noi oscilliamo sempre tra significati di questa parola che sono molto strampalati. Di volta in volta usiamo la parola Chiesa per dire tante cose diverse:
            * Chiesa sarebbe l’insieme dei vescovi, il Papa, la gerarchia, anzi, il magistero – una delle funzioni della gerarchia, quando si dice: la chiesa ha detto che si può fare, non si può fare… ha proibito…, che vorrebbe dire: Ruini ha detto… il Papa ha detto, certo non come privato cittadino, bensì nella sua funzione magisteriale rispetto alla Chiesa, ma  noi diciamo semplicemente “la chiesa”.       
 * Oppure la Chiesa vorrebbe dire una comunità, un gruppo di riferimento, oppure quella Chiesa ideale che sarebbe tale se noi fossimo considerati la chiesa – non so nemmeno cosa vuol dire che noi fossimo considerati la chiesa, se qualcuno chiedesse a me come la penso… Forse nessuno me lo chiederà mai, è vero; e allora? Ma la chiesa dovrebbe… e si usano tutti i verbi al condizionale e soprattutto dietro questo pensiero c’è la proiezione che la chiesa dovrebbe essere quello che incarna tutto ciò su cui io sono d’accordo; e se c’è un altro pezzo di credenti che si ritengono tali e non sono d’accordo con me, dovrebbero fare un’altra Chiesa… non so come funziona; come si mettono insieme le diverse ‘anime’? Non sappiamo bene.
            * Spesso poi diciamo la Chiesa come immagine materna – la Chiesa madre – perché la Chiesa sarebbe la proiezione di un posto tranquillo dove uno può stare sicuro, accolto e soprattutto dove qualcuno si prenda cura di lui, cioè una proiezione di un desiderio di infanzia, che è legittima, soprattutto di questi tempi – tutti abbiamo la nostalgia di un luogo, di un tempo, uno spazio, una parte piccola della nostra vita in cui sono gli altri che si prendono cura di me e in cui non mi devo assumere delle responsabilità!
            Dunque, quando noi diciamo la Chiesa, spesso viene fuori tutta questa roba un po’ mescolata. Gli Atti raccontano i primi passi stilizzati, in genere sommario, della Chiesa. E a quei tempi non c’era Ruini, non c’era il Papa; certo anche i primi cristiani erano umani e avranno avuto anche loro le loro proiezioni materne e la voglia di un posto tranquillo; erano pochi, forse li stavano a sentire, ma non sarei tanto sicura che li stessero a sentire tutti…-  negli Atti si parla di Luca, Paolo, Pietro, Giovanni, però forse ce n’erano anche altri di cui non sappiamo il nome… Allora, di cosa stiamo parlando? Ho fatto tutto questo ragionamento solo per dire: attenzione, Chiesa è uno di quei vocaboli pericolosi, perché tutti pensiamo di sapere a che cosa ci si riferisce, in realtà forse abbiamo tutti delle idee, o almeno delle sfumature, diverse.
            Gli Atti dovrebbero servire a questo: sapere che cos’è la Chiesa non è il punto di partenza, caso mai è il punto di arrivo. Forse nell’ultimo giorno, finalmente, di fronte a Dio, sapremo che cos’è e che cosa dovrebbe essere la Chiesa, e soprattutto come si fa, concretamente, a starci dentro, anzi a sentircisi dentro. Per intanto è un po’ come quando uno si sposa: ha un’idea di famiglia. Se è molto fortunato, quando muore ha avuto una famiglia diversa da quella che aveva immaginato ed in genere pensa: meno male! Non so se riesco a spiegarmi.
            Tutti ci muoviamo su alcuni principi, alcune scelte, alcune idee, alcuni desideri; non è detto che la vita li corrisponda tutti; a volte non li corrisponde e c’è un dolore; a volte non li corrisponde e c’è una gioia, perché ci viene dato di più o di diverso da ciò che avevamo immaginato e questo ci sorprende e forse anche ci riempie di una gioia che non riuscivamo neanche ad immaginare. La Chiesa funziona un po’ allo stesso modo: ci sono dei principi, delle idee, dei desideri; una di queste è l’idea di comunità, è un desiderio. La Chiesa dovrebbe essere una comunità, perfetto, tutti d’accordo. Poi, nella realtà, succedono tante cose, c’è la gente concreta, ci sono le persone, i preti, le scelte pubbliche, quelle private e così via; e alla fine, forse, sono riuscita a fare comunità almeno con alcuni; e mi accorgo dopo che quel pezzo di comunità mi  è stato dato, e che non è tutte le comunità del mondo, è un pezzo; ed è stato bello avere nella vita quel pezzo di comunità!
            Da questo punto di vista noi, che da un po’ di tempo veniamo a queste lectio, siamo una comunità? Idealmente no, nel senso che forse non ci siamo mai rivolti la parola gli uni agli altri. Ma per molti di noi questo luogo è diventato un appuntamento caro della propria vita e una serie di facce – a cui non ha mai rivolto la parola, non sa cosa gli passa per la testa, ma sa che quello lì si siede sempre lì in terza fila – sono diventate una compagnia abituale in questo percorso ed è una sorta di strana comunità che ci è data, senza particolari sentimenti di appartenenza, ma anche senza un particolare vincolo di omogeneità.
            La Chiesa sta un po’ da questa parte. Si può dire: ma come, andiamo tutti a messa alla domenica e non ci conosciamo, e se la comunità deve essere un’esperienza sentimentale, non è bello; ma si può anche dire: pensa, andiamo tutti a messa alla domenica, ci diamo il segno di pace… se io sapessi cosa pensa quello lì a cui do il segno di pace, forse non glielo darei, invece, sotto lo sguardo misericordioso del Signore, il Signore ci fa la grazia di non sapere che cosa pensa, così possiamo tutti pregare lo stesso Dio. E se una comunità non è solo un dato sentimentale, tra adulti seri ed usciti dall’immaginario materno, forse è una bella cosa. Poi, certo, dentro quella comunità anonima, ci possono essere alcune persone di cui so cosa pensano, anzi pensiamo le stesse cose e siamo lieti di darci il segno di pace perché questo ha un peso, perché è una vita condivisa, ci siamo aiutati anche fuori da lì! Forse non sono tutti, ed è un grande dono che mi siano dati quei pochi! Ma è anche un grande dono che mi siano dati quei tutti di cui forse è meglio che io non sappia che cosa pensano!
            Vorrei che provassimo a fare l’esercizio di tenere sullo sfondo almeno il dubbio sul non sapere bene che cosa è la Chiesa; e che provassimo a rovesciare alcuni ragionamenti, cioè che provassimo a dire che, se la chiesa di cui parla Atti è ciò che riceviamo, nessuno di noi può dire di aver ricevuto poco, perché, se ognuno di noi chiude un attimo gli occhi e fa l’elenco dei nomi e dei volti a cui deve qualcosa in termini di fede, è più lungo delle litanie dei santi. Ognuno di noi ha una sua privata litania dei santi, in genere piuttosto lunga, e questo non è poco; e in sovrappiù a questa privata litania dei santi c’è la comunione generale dei santi, quelli a cui forse non deve personalmente niente, ma che, per il solo fatto di essere seduti in terza fila, gli hanno fatto compagnia in un percorso; e anche questo non è poco, da adulti.
            Terza ed ultima osservazione. Dicevo prima, bisogna che ci occupiamo un po’ dei raccordi, cosa c’è prima e dopo questo racconto di Ananìa e Saffira.
            Prima si racconta che Pietro e Giovanni erano imprigionati; tutti i cristiani pregano; gli apostoli vengono liberati e, appena rimessi in libertà, pregano tutti insieme e sono felici e riconoscenti al Signore. Questo è appunto il genere del sommario, che sarebbe come dire, che bello che siamo stati imprigionati; che sarebbe come: meno male che non ci conosciamo. E’ guardare  le cose da un altro punto di vista perché è un po’ tosta da dire, che è bello che siamo stati imprigionati! Quello che ci stanno dicendo è: attenzione, Dio scrive su righe storte.
            La conclusione di questo è: “Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo un cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza. La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. … Nessuno tra di loro era bisognoso…”.
            Cioè: quello che c’è prima è: siamo liberati, questo ci dà parola franca e non c’è più bisogno. Già un bell’inizio! La Chiesa sarebbe che uno liberato – da che?, Da chi? …bella domanda!…. – può fare due cose: parlare con franchezza e non avere più bisogno! Traducendo: può permettersi il lusso di avere solo desideri, non più bisogni, per usare una parola che spesso è tornata.
            Poi c’è il racconto di Ananìa e Saffira che adesso leggiamo, ed infine un’altra faccenda che funziona così: “Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone…”. E’ il portico del tempio, stanno lì a discutere; si fanno molti miracoli e prodigi; nessuno osa avvicinarsi a loro e la comunità si accresce di numero. E uno dice: ma questo che sta dicendo? Allora, si dice:  stanno nel portico, in un atrio, a discutere – con gli altri ebrei, con quelli che passano di lì – e succedono miracoli e prodigi; cioè, tutto si risolve magicamente – portano malati, tutti guariscono, succedono delle cose bellissime – e contemporaneamente nessuno osa avvicinarsi a loro, ma la comunità cresce. Strani eh?
            Questa è l’inclusione: da una parte c’è che loro, gli apostoli, sono cambiati, sono liberati; e il frutto della liberazione è franchezza  nella parola e libertà dal bisogno, dall’altra c’è che stanno in  un luogo aperto dove parlano e questo produce miracoli e crea una reazione strana: non osavano, avevano un po’ di timore, ma la comunità continua ad accrescersi. Io credo che, se la nostra esperienza di chiesa fosse costruita su questi due capisaldi, sarebbe una grande idea: noi liberati  che parliamo con franchezza e siamo liberi dal bisogno e questa parola con franchezza che è esercitata in un luogo aperto e con quelli che passano nel portico, non in una casa, al chiuso, sotto un’appartenenza, che produce miracoli e produce timore e tremore e fascino… come gli innamoramenti! Guardate che nessuno osava ma la comunità si accresceva, è la stessa paranoia di qualsiasi quindicenne innamorato: non oso ma non mi stacco; sono perennemente in dubbio, intimorito, impaurito, ma non riesco a staccarmi da lì. Questi sono i due riassunti della storia che permane.

            Il denaro
            Il racconto è molto facile, quasi una favola: i due cattivi muoiono. Ma forse è un po’ meno facile di quello che sembra, o meglio, facile ma meno superficiale, meno immediato, perché forse quello che si dice qui va a cozzare su un punto molto serio e profondo della nostra esperienza umana e cristiana.
            Innanzitutto si parla di denaro, una di quelle cose di cui noi non siamo capaci di parlare. C’è poco di più privato del denaro; ci si avvicina il sesso, ma ormai in questa società un po’ disinibita, tanto quanto… Ma quanto costano le cose, quanto abbiamo, quanto serve per vivere… è un tema difficilissimo. Perché il denaro ci fa così problema?
            Le spiegazioni sono molte, ma il denaro ha un valore simbolico nella nostra cultura. Funziona come i voti a scuola. Puoi ben spiegare agli  studenti  che  dare quattro ad un compito non  significa dirgli che lui vale quattro, ma che il suo compito vale quattro. Ciò che uno studente incamera è che lui vale quattro. Il denaro funziona un po’ così tutti siamo pronti a dire che le persone non si definiscono dal denaro che hanno, ma… Un minimo, però, ti serve per vivere, per non pesare sugli altri. La questione è il definire questo minimo, che cambia molto da luogo a luogo e funziona in modo strano; per esempio ci abituiamo subito ad avere di più; se uno passa da millequattrocento a milleottocento euro al mese dice, in fondo milleottocento euro al mese sono il minimo; e se dopo un po’ ne guadagna duemilacinquecento, immediatamente ci sta giusto. Facciamo molto in fretta ad alzare il livello del  minimo!
            La figura del denaro dunque è molto strana, perché ha un valore simbolico, che non vuol dire finto. In teologia si dice che il corpo è il simbolo dell’io, diciamo che il corpo è il luogo dove il mio io spirituale, interiore, è di per sé irraggiungibile prima di tutto da me e poi da tutti gli altri, se non avesse una voce, una faccia, un comportamento…un modo di proporsi… E’ nel corpo che gli altri mi riconoscono. E quando non vogliamo farci riconoscere ci travestiamo, camuffiamo il nostro corpo. Io stesso so di me attraverso il mio corpo e dunque mi vesto con un certo stile, ingrasso, dimagrisco, ho un pessimo rapporto con il mio corpo… dentro di me è nascosta una persona diversa da quella che sono in realtà.
            Quando dico simbolo, dico non una cosa finta, ma una cosa dove l’interno e l’esterno si incontrano, e ogni volta che l’interno e l’esterno si incontrano c’è sempre un po’ di fatica perché normalmente l’interno è troppo grosso, abbiamo tutti un’anima extra large e una vita small, tutti. E dunque abbiamo un cuore, dei desideri, una comprensione di noi… ma questo i cristiani lo sanno bene perché dentro di noi c’è l’immagine e la somiglianza di Dio! Che per forza è extra large. Gli antichi dicevano che i cristiani dovevano diventare magnanimi, cioè con una grande anima, con un’anima a misura di Dio. Quando interno ed esterno si incontrano c’è sempre un problema di compressione perché questo interno grande deve passare dentro degli imbuti per farsi incontrare e dunque non ci sappiamo spiegare – non so dirti come mi sento, tu non mi capisci, mi hai ferito con questo comportamento, ecc. Se io dovessi definire un umano, direi: tutti coloro che faticano a tenere insieme interno ed esterno. Hanno l’interno più grande dell’esterno, più anima che corpo, anche quando hanno un grosso corpo!
            Il denaro funziona allo stesso modo; ha un interno molto grande e molto potente: è potere, immagine, risultato, riconoscimento di ciò che si è fatto, riconoscimento sociale… E’ tantissime cose, ha un interno gigantesco… non a immagine di Dio! Perché non è umano. E questo è il problema. Per questo il denaro è spesso considerato legato al demonio, perché se uno non ha un interno a immagine di Dio … e per questo il denaro fa paura.
            In questo racconto di Atti ci viene detto che la Chiesa delle origini ha tutto in comune e che le cose vengono divise. Non dice il denaro, ma le cose; stiamo dalla parte degli umani. Quello che succede qui è invece un denaro messo in circolo. E il denaro viene sottoposto ad una strategia: se ne dà un po’, ma se ne tiene un altro po’. Peraltro è ciò che facciamo tutti, forse con proporzioni diverse da Ananìa e Saffira, ma ognuno di noi fa la carità, condivide una parte del suo denaro con i poveri, dà l’offerta domenicale, ha forse condivisioni anche più serie, ma ne tiene una parte ed è qui che la limpidezza di questo brano picchia duro! Perché noi in questo racconto non siamo Pietro, siamo Ananìa e Saffira! In fondo cosa c’è di male in questa strategia? Si comportano come persone di buon senso!
            La menzogna, l’accordo nel mentire, il tenere per sé
            Secondo il racconto ci sono tre cose di male: la menzogna, la prima e la più grave, di cui Pietro dice: “…hai mentito allo Spirito Santo…”, non a noi. La connessione denaro e menzogna è molto forte perché il denaro di suo non parla, le cose parlano. Il denaro è apparentemente neutrale. Un bell’oggetto ‘dice’ – mi piace, non mi piace, interpella i miei sensi, il mio gusto – una banconota è uguale a tutte le altre. Dunque il denaro si presta alla menzogna, soprattutto alla menzogna a sé stessi, nel rapporto tra bisogni e desideri.
            Secondo aspetto di male, secondo il racconto, è accordarsi sulla menzogna: marito e moglie si mettono d’accordo di raccontare la stessa storia. Non solo mentono, ma lo fanno costruendo una comunione di menzogna, creando un tessuto che regga la menzogna.
            Terzo, c’è di male che uno tiene per sé. Questa è una lezione antica. Nel libro dell’Esodo c’è il racconto della manna e si dice: “…il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno…, il sesto giorno…sarà il doppio…”. Se ne raccoglierete di più marcirà. C’è una legge della relazione con Dio, che è la legge fondamentale, semplice semplice, della fiducia: o uno si fida di Dio o si fida delle assicurazioni. O uno si fida che quel rapporto lo terrà in vita e gli dirà di lui, del riconoscimento, di simbolica, di produttività …, o uno si fida, ma si tiene…un’uscita di sicurezza!
            Questo è il meccanismo di tutti gli amori. Ci vuole molto tempo prima che uno si fidi davvero in un amore e non si tenga un’uscita di sicurezza! Per abituarsi all’altro e a me di fronte all’altro, e per lasciare davvero ogni uscita di sicurezza; e poi tutti noi ci siamo qualche volta sbagliati e mangiati i pugni all’idea che non ci eravamo tenuti un’uscita di sicurezza… Una delle leggi che, secondo me,  discende direttamente dal peccato originale, è la diffidenza. Smettiamo di essere fiduciosi intorno ai due anni. E’ una delle primissime lezioni che impariamo nella vita, apparentemente. E poi ci mettiamo tutto il tempo di un’età adulta per reimparare a non avere un’uscita di sicurezza.
            Qui si dice che di male ci sono tre cose: mentire, accordarsi nel mentire, tenersi un’uscita di sicurezza. E questo è veicolato dalla simbolica del denaro.
            Pietro pone Ananìa di fronte ad una questione terribilmente semplice: “Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?”.
            Cioè: nessuno gli aveva chiesto questo denaro; e questa è la vera tragedia di questo brano. Questi due si sono proprio sbagliati: hanno costruito una strategia di difesa su una cosa che non era un attacco. Potevano semplicemente tenersi il campo. E accettare, quanto a se stessi, di stare nella comunità non tra coloro che mettevano tutto in comune, bensì tra coloro che si tenevano i loro beni.   Tutti gli storici sono d’accordo: la prima comunità non aveva la comunione dei beni come regola obbligatoria. Molti lo facevano e altri no, ma funziona esattamente come al peccato originale: Adamo non vuole essere diverso da Dio, vuole essere come Dio, non sa neppure per guadagnarci cosa, ma non sopporta questa differenza.
            La somma di queste cose: cioè di sbagliarsi sul proprio luogo, ed essendosi sbagliati, mentire, e mentendo creare dei complici nella propria menzogna, e avendo creato dei complici  tenersi delle uscite di sicurezza… l’effetto di questo è la morte! E chiunque abbia più di vent’anni sa sulla propria vita che, quando e laddove ci è capitato di non riconoscere un pezzo di noi, di mentire a  noi stessi e di coinvolgere altri su questo raccontarci delle storie su di noi e nel cercare di salvaguardarsi, laddove ci è capitato questo, un pezzo di noi è morto. E ci è voluta molta fortuna, molto affetto di altri e molta fatica per richiamarlo in vita. E stare nelle proprie scarpe è molto faticoso. Uno ogni tanto dice: basta vorrei mandare tutti a quel paese, diventare uno che se ne frega. Ma se uno ha più di vent’anni sa che la vita non si prende in giro e che se uno non ce la fa a un certo punto, in un modo o nell’altro, a stare nelle proprie scarpe e a non raccontare delle frottole almeno a se stesso, non ce la fa a vivere, semplicemente. Dopo di che, può essere faticoso, particolarmente doloroso, in certi momenti uno perde la fiducia, pensa che non ce la farà mai, ma tutte le volte che ci siamo raccontati a noi stessi come qualcosa che non eravamo e che abbiamo detto, va beh, a questa cosa ci penserò dopo, l’abbiamo compressa, tenuta lì, questa cosa ci si è rivoltata contro, è stata una piccola morte, magari quindici anni dopo, perché la vita è testarda e perché la nostra anima extra large non sopporta le menzogne.
             Questa morte un po’ da favola, ahimè, è qualcosa di profondamente duro. Forse dovremmo chiederci quali pezzi di noi sono già stati sepolti, dai più giovani – l’ironia di Luca è notevole. Pensate alle nostre riflessioni su Tobia, Tobi il giovane e Tobi il vecchio; c’è sempre una parte giovane di noi che cerca di prenderla con entusiasmo e che seppellisce i pezzi che ci siamo persi per strada, ma …
            E poi c’è questa moglie, che arriva, ignara. E’ l’altra metà: ognuno di noi ha una parte maschile e una femminile ed ognuno di noi, se è molto fortunato e ce la fa a non raccontarsi troppe storie, ad un certo punto della propria vita deve decidere se vuole sposare la propria esistenza. Il matrimonio di questi due è un’associazione a delinquere, si sono sposati nella menzogna. Noi sappiamo bene che ci sono molti modi di sposare la nostra stessa vita, di fare della nostra vita la nostra moglie complice e dire con l’aria seria: mi piacerebbe poter fare così, … ma la vita, gli impegni, la famiglia … Che vuol dire, in realtà non lo desidero abbastanza.
            E qui c’è questa moglie, la vita, ignara dell’accaduto. Perché noi facciamo dire al lavoro, alla famiglia, ai figli, agli impegni, a tutto ciò che ci circonda, tutte le menzogne che ci serve che dicano, ma loro sono ignari. La nostra vita, di suo, funzionerebbe normale, nel bene e nel male, con i guai, i dolori, le gioie, le cose che accadono, ma noi le facciamo dire delle altre cose, la rendiamo ignara della nostra anima, e dunque ci segue nella nostra morte.

            Morte e paura
            Per arrivare al tema che ci ha guidato in queste lectio, l’effetto della morte è la paura. C’è un legame molto stretto tra mentire, conservare, mettere da parte per sé e far nascere il timore non solo in sé, ma intorno a sé.
            Questo testo ci dice che se mentiamo, forse noi non avremo più paura perché nel frattempo siamo morti, un pezzo di noi è morto, ma disseminiamo timore intorno a noi. Diventiamo generatori di paura. Dunque mentire o non mentire sulla propria vita non riguarda solo noi, ma riguarda una Chiesa. Si chiama comunione dei santi, è una dottrina antica. Il bene è diffusivo in sé e il male altrettanto, è una catena; e forse una rete di menzogne, di ideologia, di spiegazioni troppo facili sulla nostra esistenza, produce paura, genera male intorno.
            Torniamo all’inclusione, forse si capisce meglio. Pietro e gli apostoli, sono stati in prigione e sono stati liberati ed è la figura della liberazione dal bisogno, e di una parola che diventa franca, sincera, il contrario della menzogna. E dunque possono compiere miracoli e non hanno bisogno di assicurazioni, non devono tenersi qualcosa, perché diventano capaci, con un gesto, di guarire; possono compiere miracoli, possono rimanere in un luogo comune di parola scambiata, e possono sopportare di non essere né uguali né diversi, che nessuno osa, ma la comunità si accresce. Cioè possono sopportare di essere se stessi, di essere nelle proprie scarpe, non hanno paura.
            In mezzo c’è questo episodio che dice che la menzogna genera paura e morte.
            Concludo come ho iniziato: è un episodio lineare, che consente poche scappatoie. Qui, come in pochissimi altri testi della scrittura, si va al nucleo fondamentale, c’è poco da fare, non si può arzigogolare molto: su sé, quanto a sé, si dice la verità o si mente. Non si dà un terzo. Certo, si può dire la verità che si sa in quel momento, che magari non è ancora tutta, ma rispetto a quel momento o si dice la verità o si mente, non c’è un’altra possibilità. Dire la verità, almeno a se stessi, è una parola franca che genera miracoli; mentire è una collusione che genera morte e paura e c’è poco da infiocchettare.
            Trovo che l’asciuttezza di questa faccenda sia bella, perché ci dice che possiamo confonderci, sbagliarci, non sapere, non capire, non avere tutti gli strumenti, essere deboli e fragili, questo non importa, ma c’è qualcosa che importa e che è alla portata di chiunque di  noi: dirsi e dire la verità di sé in buona coscienza, fin dove la si possiede, o no. E su questo c’è poco da scherzare!

Fossano, 3 febbraio 2007
(testo non rivisto dall’autore)

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