Archive pour la catégorie 'meditazioni bibliche'

IL PANE QUOTIDIANO…

http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/articoli.asp?nf=documenti/ARTICOLI/2561.htm&l0=3&l1=100&l2=0&nr=2561

IL PANE QUOTIDIANO…

Padre Davide ripercorrerà nei suoi articoli i pasti di Gesù evidenziandone la dimensione conviviale della sua vita. L’incontro con uomini e donne di ogni stato e condizione di vita sarà l’occasione per cogliere l’amabilità del Cristo che anche attorno ad una tavola ha riportato la speranza e ha donato la salvezza

Autore: Davide Carbonaro

Tratto da: L’Emanuele del 01/01/2005
La vita terrena di Gesù, Figlio di Dio, è segnata a più riprese nella narrazione dei Vangeli dall’esperienza conviviale. Gesù lascia “tracce visibili” del suo incontro con l’umanità, attraverso i pasti consumati con alcune figure espressive che ricevono luce nuova dal singolare evento. Non per niente un teologo qualche tempo fa affermava che le cose più belle Gesù le ha realizzate a tavola. O, come spesso mi capita ascoltare dai confratelli anziani: “a tavola non ci s’invecchia mai”. Con probabilità questo detto popolare come altri, riconosce nell’atto conviviale una delle esperienze alte di vita che la cultura umana ha tenuto da sempre in gran considerazione. L’atto di prendere il cibo insieme, esercitando il dono reciproco dell’ospitalità, è dunque legato alla vita. Da sempre l’uomo si è scontrato con il problema del pane quotidiano; è spesso ha dovuto fare i conti con l’esperienza dolorosa della fame. Mentre il nostro occidente opulento si può permettere il lusso di fare delle diete, una buona parte dell’umanità grida a Dio in tanti modi: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Bibbia da sempre, ha raccolto l’esperienza conviviale dell’uomo e il grido per la sussistenza solidale.

Dio commensale dell’uomo
“Essi (i settantadue) videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,11). Così nell’Esodo è descritta l’alleanza conclusa con il popolo nel Sinai. Mangiare e bere è garanzia di vita e Dio, inaccessibile per la religiosità ebraica, diventa paradossalmente commensale per l’uomo. Nella stipula dell’Alleanza gli ospiti sono chiamati a mangiare un cibo offerto a Dio che egli ridona loro come segno della sua benevolenza. Dio, rimane per Israele, colui che dà il cibo ad ogni vivente ponendo così rimedio all’inevitabile ingiustizia degli uomini (Sal 136,25; 145,15-16; 107,36-38; Is 65,13; Pr 22; Gb 31,17). Su questa linea si pone Gesù rievocando nei pasti comuni i valori di condivisione e di solidarietà che il gesto richiama. Nello stesso tempo egli annunzia che Dio attua le sue promesse attraverso un rinnovamento finale. Tale novità è segnalata nei pasti che Gesù condivide con gli ultimi e i peccatori, anticipando in essi il segno profetico della cena pasquale indissolubilmente connesso con il sacrificio della croce. I pasti nel Vangelo, diventano così occasioni per consegnare ai commensali, non solo degli insegnamenti, ma la stessa salvezza (Lc 19,9; 23,43). La Chiesa riceverà questo modo di agire del Maestro di Nazareth, rinnovando nell’Eucaristia le parole di vita e i pasti condivisi con coloro che egli amò sino alla fine.

Dal tavolo di lavoro…
Le prime battute del Vangelo riservano alla chiamata dei discepoli un posto rilevante. Il Maestro di Nazareth acquista sempre più popolarità tra la gente per gli insegnamenti e le opere che compie (Mc 2,12). Il racconto che consideriamo in queste riflessioni, si riferisce alla chiamata di Levi (Mc 2,13-17) ed è diviso in due scene strettamente dipendenti: la chiamata del figlio di Alfeo ed il banchetto con i pubblicani e i peccatori. È l’evangelista Marco, a detta degli studiosi, che lega queste due scene già esistenti come materiale tradizionale indipendente. D’altra parte lo schema di vocazione segue quello di Mc 1,16-20, mentre l’abbinamento pubblicani peccatori s’incontra in contesti analoghi (vedi Mt 11,19; Lc 15,1). La presenza di Gesù lungo il mare, oltre alla indicazione geografica, presenta un richiamo simbolico. Il cammino del Maestro tra i passi quotidiani della gente, rammenta chi è Gesù: il Figlio di Dio venuto tra gli uomini (Mc 1,1; 2,13). Il suo passaggio s’impiglia ai confini della povertà e ai margini della debolezza umana (Mc 2, 1-11).

Il primo evangelista tra gli ultimi
Lo sguardo di Gesù incrocia quello di Levi. La chiamata avviene lungo la strada, tra la gente, lungo la via che dal lago va a Cafarnao. Sulla linea di frontiera è giustificabile il banco delle imposte. Un lavoro disprezzato dal popolo e quanti lo esercitavano, erano considerati avidi e sfruttatori, rinnegati dal punto di vista religioso e politico. I pubblicani avevano il compito di riscuotere i tributi per conto del potere romano soprattutto su quelle merci che attraversavano i confini. La riscossione avveniva non per mezzo di impiegati dello stato, ma attraverso appaltatori: i pubblicani appunto. Ora, il contesto, c’induce a pensare che Levi-Matteo fosse uno di questi (Mc 2, Mt 9,9; Lc 5,27). Alla sequela di Cristo c’è posto per tutti, basta rispondere senza mezze misure o reticenze alla sua chiamata. Il racconto evangelico, è di una essenzialità disarmante. L’imperativo appartiene a Gesù: “Seguimi!”. Al discepolo spetta la risposta confermata nel gesto concreto: seguire e mangiare insieme. Non sono questi i presupposti dell’Eucaristia che la Chiesa riconosce come “luogo” della chiamata, del convito e della guarigione? La Tradizione riserva a Matteo un certo primato: il suo Vangelo è il primo della lista. Forse questo per ricordarci che è testimone chi ha sperimentato il passaggio dagli ultimi ai primi, dalla morte alla vita.

Quale casa?
Il racconto non precisa di quale casa si tratta, se quella di Levi o quella di Gesù. Luca elimina ogni dubbio: l’ospite è Levi (Lc 5,29); mentre lo stesso Matteo non specifica (Mt 9,10). In Mc 1,29 e 2,1 si fa riferimento alla casa di Simone a Cafarnao, in essa le parole autorevoli del Maestro s’intrecciano con il gesto di guarigione fisica e interiore. Il caso della guarigione della suocera di Pietro termina con un pasto: “si mise a servirli” (Mc 1,29-31); mentre la doppia guarigione del paralitico si conclude con l’invito di Gesù a tornare nella propria casa (Mc 2,1-12). La figura del pubblicano, per le esigenze della legge d’Israele, non poteva avere dimora religiosa o appartenenza comunitaria, egli per l’impurità del suo mestiere era accomunato ai ladri, agli usurai, ai pastori e agli schiavi; ed escluso dall’alleanza. Si comprende a questo punto che Gesù frequentando la sua casa o viceversa, rimane impigliato nell’accusa d’impurità legale tanto più che consumare un pasto, era ritenuto in Israele un atto di sacralità e di comunione profonda. Il gesto compiuto da Gesù, oltre alla manifesta dissidenza con la legislazione corrente che dimentica la persona (Mt 9,13), dimostra che la dimora di Dio e dell’umanità s’intrecciano mirabilmente e ogni uomo che risponde generosamente alla chiamata diventa suo commensale. D’altro canto l’allusione alla tribù di Levi (Nm 18,20.24; 26,62) separata dal resto delle tribù e senza luogo nella terra promessa, ricorda che Gesù chiama il nuovo Israele a ricevere in eredità non la terra, ma il regno di Dio. In definitiva, la chiamata di Levi è figura della chiamata degli esclusi d’Israele questi, accomunati ai pagani, sono inseriti tra le primizie del regno di Dio.

… alla mensa della salvezza
La chiamata di Levi inaugura il messaggio universalista di Gesù che rifiuta in modo esplicito le barriere innalzate nel nome di Dio o per il sentire degli uomini. Se da una parte a Gesù non interessano i precedenti o il vuoto mormorio che riempie le strade, dall’altra, al discepolo è chiesta una decisione autentica e liberante: “alzatosi lo seguì”. Il tavolo delle imposte (Mc 2,14) è ricordo del passato di Levi, mentre la mensa del banchetto (Mc 2,15) è memoriale della salvezza ricevuta. Fra queste coordinate si estende la seconda scena che i tre Evangeli sinottici riservano al banchetto che Gesù consuma con i peccatori. Tale gesto, posto in apertura del Vangelo, riassume la missione del Maestro di Nazareth ed è annuncio del pasto salvifico che egli morto e risorto, condividerà con i suoi discepoli in ogni tempo.

Gli invitati: i seguaci di Gesù
Il racconto presenta subito il biglietto da visita degli invitati al banchetto: gli esattori (pubblicani) uniti ai peccatori sono i primi della lista; poi Gesù e i suoi discepoli. Questi ultimi, appaiono per la prima volta nella narrazione. Infine con i molti che lo seguivano, il racconto lascia intravedere un numero indeterminato di persone. A tutti è rivolto l’invito-chiamata che si prolungherà nel tempo e nella storia coinvolgendo una moltitudine di uomini e donne cercatori della salvezza. È la comunità formata da uomini nuovi provenienti da Israele e dalle genti, primizia della futura “comunità universale”. La casa e il banchetto ne rappresentano il segno visibile. Gesù è descritto da Marco mentre “giace a mensa” (Mc 2,15). Il verbo giacere, stare sdraiato, coricato è detto degli infermi (la suocera di Pietro Mc 1,30; il paralitico Mc 2,4; i morti Mc 5,40; Simone il lebbroso Mc 14,3); forse tale congiunzione linguistica, ha delle tracce nel detto popolare: “chi mangia lotta con la morte”. D’altro canto, per descrivere la posizione di quelli che mangiano insieme a Gesù, si dice “adagiati”. Con questa leggera sfumatura Marco anticipa nel gesto di Gesù il mistero della Pasqua. Egli invita al banchetto nuovo la comunità che è frutto della sua morte e risurrezione.

La guarigione come salvezza
Il banchetto è immagine dell’Eucaristia, annunciata nelle pagine del Vangelo e celebrata dalla Chiesa. Il nutrimento offerto, non è il cibo dei perfetti o di quelli che si ritengono tali. È medicina dei deboli, compagnia di Dio nella fragilità, farmaco d’immortalità per l’uomo pellegrino. Ogni volta che la Chiesa si raduna, confessa la paralisi del peccato e sente la distanza tra la sua vita, le sue scelte e l’amore di Dio. Chi colma questo vuoto? Chi permette al cuore di esercitare la sua libertà? Solo chi è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti, i deboli e non i sani. Cos’è allora la salvezza? Accogliere l’amore gratuito e universale di Gesù che per noi si è fatto peccato (2Cor 5,21). Tale incontro salvifico che accorcia le distanze tra Dio e l’uomo, si compie nel pasto conviviale, e ci rende familiari di Dio e suoi commensali (Ef 2,19). Gesù non solo perdona i peccati, gesto che solo Dio può compiere (Mc 2,6), ma entra in comunione con l’uomo condividendo la sua vita divina.

RALLEGRATEVI NEL SIGNORE, SEMPRE (FIL 4,4)

http://www.novena.it/riflessioni_autori_antichi_moderni/142.htm

RALLEGRATEVI NEL SIGNORE, SEMPRE (FIL 4,4)

Dal trattato «Sulla lettera ai Filippesi» di sant’Ambrogio, vescovo
(PLS 1, 617-618)

Come avete sentito nella precedente lettura nella quale l’Apostolo diceva: «Rallegratevi nel Signore sempre» (Fil 4, 4), la carità di Dio, o fratelli carissimi, ci chiama, per la salvezza delle nostre anime, alle gioie della beatitudine eterna. Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente. Perciò l’Apostolo dice: «Ve lo ripeto ancora: rallegratevi» (Fil 4, 4).
Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio. «La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini» (Fil 4, 5); cioè, la vostra condotta santa sia manifesta non solamente agli occhi di Dio, ma anche a quelli degli uomini, come esempio di onestà e sobrietà per tutti coloro che abitano con voi sulla terra. Lasciate di voi un buon ricordo sia di vita cristiana che di rettitudine umana.
«Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6). Il Signore è sempre vicino a tutti quelli che lo invocano con cuore sincero, con fede retta, con speranza ferma, con carità perfetta; egli infatti sa quello di cui avete bisogno prima che glielo domandiate: egli è sempre pronto a venire in soccorso in ogni necessità a tutti coloro che lo servono fedelmente. Perciò non dobbiamo preoccuparci gran che dei mali che ci sovrastano, quando abbiamo la certezza che Dio, nostra difesa, ci è vicinissimo secondo il detto: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti. Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore» (Sal 33, 19-20). Se noi ci sforziamo di compiere e di conservare quanto ci ha comandato, egli non tarda a renderci quello che ci ha promesso.
«Ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4, 6) per potere affrontare le prove con pazienza e serenità e mai con amare contestazioni – Dio ce ne guardi –, anzi «rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre» (Ef 5, 20).

 

GESÙ MI VUOLE FELICE

http://www.fratellidisanfrancesco.it/index.php?option=com_content&view=article&catid=23:giovani-in-cammino&id=97:1-gesu-mi-vuole-felice

GESÙ MI VUOLE FELICE

“Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”
(1Gv 3,16)

l. Ogni mattina ti ricorderai di chiedere a Dio la gioia
2. Manterrai la calma anche in caso di disaccordi
3. Nel tuo cuore ricorderai sempre che Gesù ti ama
4. Ti applicherai a vedere sempre il lato buono delle persone
5. Allontanerai da te ogni forma di tristezza
6. Eviterai critiche e lamenti in qualsiasi occasione
7. Ti impegnerai nel tuo lavoro con cuore gioioso
8. A quanti incontrerai oggi regalerai un bel sorriso
9. Conforterai quelli che soffrono dimenticando te stesso
lO. Diffondendo la gioia ovunque la otterrai anche per te!

1.1 La vera libertà in Cristo
La vita morale è una questione di cuore. Per noi cristiani vivere con senso di responsabilità morale equivale ad amare e imitare Gesù. La fede ci rivela che questo impegno è esposto all’influsso della nostra fragilità che ci trascina al peccato, cioè ad allontanarci da Dio. Ciò consiste nel dare risposte sbagliate al nostro desiderio del bene. Abbiamo ricevuto un dono, la libertà, che è il “potere di agire o di non agire e di porre così da se stessi azioni libere. Essa si perfeziona quando è ordinata a Dio, bene supremo” (Catechismo n.1744, d’ora in poi la sua sigla sarà: CCC).
“Libertà” significa fare ciò che voglio o fare ciò che è bene? L’uomo da solo non ce la fa a riconoscere il vero bene, per questo Dio lo soccorre nel suo Figlio Gesù, donandogli un riferimento per le sue scelte quotidiane. Una riflessione sulla morale cristiana che non si fondi sulla conoscenza e relazione con Gesù sarebbe solo moralismo, ma lo sarebbe anche se non avessi chiaro un concetto: Dio mi vuole felice e Gesù è la risposta di Dio al mio desiderio di felicità. Noi uomini vogliamo essere felici: è Dio stesso che ha messo nel nostro cuore questo desiderio, dandoci poi indicazioni al riguardo. Quali? Un giovane chiese a Gesù il segreto della felicità: “Maestro buono, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Gesù rispose: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti” (Mt 19,16-17). Questa sua risposta risuona nella voce della nostra coscienza, che oscilla come una bussola e quando faccio il male dice: “Non prendere questa via: non è buona”.
Dio ci affianca inoltre una grande maestra: la realtà. Se esagero nel mangiare, il mio corpo conferma il peccato di gola con una bella indigestione che mi induce a cambiare comportamento.
Ma se essere liberi e felici equivale a fare quanto Dio ci insegna, il nostro cuore sospetta che Egli ci voglia schiavi. Eppure l’esperienza dei santi ci dice che diventiamo liberi e felici quando ci fidiamo di Dio e della sua volontà, lasciandoci guidare completamente. Guardiamo Madre Teresa (+1997) o San Giovanni Bosco (+1888): ci si può immaginare un uomo più spontaneo, più libero, più allegro di don Bosco con la sua meravigliosa fantasia per i giovani?
Il nostro problema consiste nel concedere fiducia a Dio, accettando di credere che Egli sappia cosa mi rende felice. La mia libertà può scegliere il male, ma si tratta di una decisione che mi rende schiavo, perché così danneggio gli altri, me stesso e la mia libertà. Quando vado al lavoro il lunedì mattina posso essere gentile o scontroso: posso scegliere il bene o il male, il che non è indifferente o facile come scegliere un maglione verde oppure blu. Se scelgo il male presto o tardi mi accorgerò… di stare male! Nelle nostre scelte la fedeltà al bene può apparire pesante o difficile, ma sulla distanza si rivela buona. Pensiamo a una coppia che arriva a festeggiare le nozze d’oro, cinquant’anni di fedeltà. Il fatto di essere stati fedeli per cinquant’anni li rende forse schiavi? Si pentiranno forse di essersi amati così tanto? O se vogliamo porre la domanda diversamente: saranno meno liberi di quelli che, magari per un attimo di smarrimento, hanno preso la strada dell’infedeltà? Quale condotta ci fa contenti di noi stessi?
È vero, siamo liberi di decidere per il peccato, ma il peccato non ci rende liberi. Il male è un attacco contro l’uomo prima che contro Dio e “consiste nel sospetto dell’uomo che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. Nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda la sua vita nel vuoto e nella morte” (Benedetto XVI, 08-12-05).
La nostra libertà è instabile. Senza l’aiuto di Dio siamo facilmente esposti alle sue incertezze. Il Catechismo al riguardo dice: “La grazia (= aiuto interiore) di Gesù non si pone affatto in concorrenza con la nostra libertà, quando questa è in sintonia con il senso della verità e del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo”(CCC 1742).
Ma qual’è la verità? La verità non è una variabile come le opinioni degli uomini: è un concetto che non cambia mai, come le leggi della natura. Perciò non è una conquista dell’uomo, ma un dono che riceviamo dal Signore riconoscibile con la sincerità. Ascoltando Gesù che parla, un cuore sincero comprende che la vita, l’amore e la famiglia non sono solo in vista di un vantaggio personale. La vita è un dono, la persona è un dono, il matrimonio è un dono reciproco: tutta l’esistenza è un invito a donare!… L’importante è capire quando il dono è vero e buono. Spesso la libertà intesa come interesse e licenziosità ubriaca i ragazzi cancellando in loro la coscienza della loro appartenenza a Dio. Lo dice bene Sant’Agostino: “Tu ammiri le cose che fai, però ti dimentichi di essere stato fatto”.
Possiamo orientare al bene la libertà soltanto quando Gesù ci prende per mano: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

1.2 La coscienza può sbagliare
Dunque capire i comandamenti equivale a credere che essi mi mostrano ciò che è vero ed è bene per me, e questa comprensione ha luogo nella coscienza, la quale è la voce della verità in noi, un messaggero di Dio. Ma essa va soggetta a dei condizionamenti che possono deformarla e quasi spegnerla. La storia ci mostra che sono esistite persone come San Massimiliano Kolbe (+1943) che hanno seguito la coscienza decidendo di offrire la vita per salvare altri uomini, e attentatori che hanno seguito la coscienza per distruggere le Twins Towers di New York (11-09-01) causando la morte di migliaia di persone, e questo dopo aver pregato con grande convinzione. Allora capisco che la coscienza è una lente per riconoscere ciò che è buono, giusto e vero nella realtà, ma che va sempre tenuta limpida e trasparente, per evitare che la visione sia oscura e deforme. Insomma, ogni coscienza va formata e la scuola della coscienza è la scuola di Gesù, che ci ha detto: “Imparate da Me” (Mt 11,29). Se voglio una coscienza sensibile studierò la vita dei santi, quelli che hanno cercato di vivere come Gesù e la sua Chiesa indicano. Ciò implica che io sia pronto ad ascoltare l’insegnamento della Chiesa con fiducia, convinto che il Papa è un messaggero della Chiesa che ha dal Signore un esplicito mandato e la speciale assistenza dello Spirito Santo per parlare alla nostra coscienza e ricordarle ciò che Dio chiede. Se non sono pronto a lasciarmi mettere in crisi dalla Parola di Dio, di Gesù, avrò di certo difficoltà anche con la Dottrina della Chiesa che si basa su di essa. La mia coscienza, infatti, può sbagliare. Non a caso Sant’Agostino ci ha lasciato questa preghiera: “Dio, salvami da me stesso”. Ecco alcuni principi formativi per la coscienza:
1. Devo chiedermi se sto agendo secondo la regola d’oro: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
2. Devo considerare che il fine non giustifica i mezzi, cioè che non mi è permesso di fare il male per ottenere il bene.
3. Agire “responsabilmente” vuol dire “saper rispondere” alla domanda: “Cosa è bene? Cosa è male?”. Per i cristiani la risposta è Gesù stesso: “Io sono la verità”(Gv 14,6), cioè Egli è la misura assoluta del bene dell’uomo. Per il mondo la verità è un concetto che cambia e la dettano i singoli, le mode televisive, la maggioranza: chi non condivide i valori del gruppo viene emarginato. Per esempio: se il modello del vincitore in amore è aggressivo, prestante, ricco, il ragazzo povero e timido rimane escluso. Oppure: se il corpo vince su qualsiasi valore interiore, dev’essere perfetto, esibito e venduto. Il sentimento viene così strumentalizzato per ottenere qualcosa: questo non è l’amore secondo Dio.

1.3 L’amore di Gesù svela il peccato
La croce è stata la massima rivelazione del bene che Gesù ci vuole. Dalla croce Egli donò lo Spirito, quella Persona divina che a Pentecoste scese sui discepoli perché comprendessero la realtà e il peso del peccato (Gv 16,8). La dinamica della croce segue questo principio: quando ci sentiamo amati e accettati ci rendiamo conto della verità della nostra colpa. Per esempio, un bambino che non è amato, che non si sente accettato, se combinasse un guaio difficilmente lo ammetterebbe, per paura delle conseguenze. Il bimbo che invece si sente protetto, dirà fiduciosamente la sua colpa e non farà l’esperienza del rifiuto, ma del perdono, poiché è certo dell’amore dei genitori e non viene bloccato dall’equazione: “Se faccio il bravo mi amano e se faccio il cattivo non mi amano”. Dio non ci ama perché siamo buoni, coerenti. Dio ci ama così come siamo, a prescindere da ciò che abbiamo fatto di male. Egli ci ha amati per primo (1 Gv 4,19) e quando non lo amiamo con il peccato, Lui continua a volerci bene, pur dispiacendosi come una mamma che vede le insensatezze del figlio. Il peccato è un’azione che va contro la verità e perciò contro la volontà di Dio: in sé rivela una mancata comprensione dell’amore di Dio per noi provocando il distacco da Lui. “Il peccato mortale distrugge l’amore nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della legge di Dio” (CCC 1855). Perché ciò accada ci sono alcune condizioni: conoscere e volere il male. Spieghiamo qualcosa in merito. Consumare un peccato richiede, dice la Chiesa, una “piena consapevolezza” che si tratta di qualcosa di “grave” ed un “deliberato consenso”, cioè una volontà completamente libera (CCC 1858-1859), il che a volte non è detto che si verifichi in pieno. Infatti gli impulsi della sensibilità, le pressioni esterne, le passioni, possono attenuare il carattere volontario e libero della colpa. Ma la coscienza del peccato non va confusa con un generico “senso di colpa”: essa consiste nel capire di essere amati da Dio e con ciò di volere rifiutare questo amore. Per evitare questo sbaglio è importante conoscere bene Dio, farsi la giusta opinione di Lui. Il Papa ci aiuta osservando che “Gesù è l’amore incarnato di Dio: nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo: amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus Caritas Est, 12). La croce ci dimostra infatti che “Dio è più tenero di una mamma” (S. Teresina); meditarla dovrebbe scatenare in noi una fiducia illimitata nella sua misericordia ed una corsa impaziente tra le sue braccia! Pur riconoscendoci tutti peccatori, tutti malati, siamo resi giusti dal Suo Sangue: “Dio dimostra il suo amore per noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. Dio ci rende giusti per suo dono (grazia) se, nella fede, afferriamo Gesù presente nei sacramenti (CCC 1989). Egli opera in noi un rinnovamento totale attraverso l’opera dello Spirito Santo che ci avvicina a Lui e ce lo fa conoscere. Solo Gesù ci trasmette un’idea esatta di suo Padre: “Dio è amore” (1 Gv 4,8), amore che guarisce l’uomo.

1.4 L’amore di Gesù infonde in noi il desiderio di santità
Gesù è Colui che familiarizza con l’uomo, l’Amico dell’uomo. L’imitazione di Gesù sgorga dall’osservazione attenta dei suoi atteggiamenti con noi, infatti nulla ci persuade tanto ad avere fiducia in una persona quanto il sapere che ci ama e ci conosce perfettamente nell’intimo. San Giovanni scrive che Gesù ci conosce bene: “Egli sapeva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25; Mc. 2,8).
Risalta in Lui una grande amabilità con noi peccatori: “Dio non ci destina alla sua collera, ma all’acquisto della salvezza per mezzo di Gesù: Egli è morto per noi, perché viviamo insieme con Lui” (1Ts 5,9). Questa sua dolcezza è tesa a evocare una risposta concreta dell’uomo alle iniziative dell’amore di Dio nella vita morale, dove i comandamenti rappresentano la prima tappa necessaria nel cammino verso la libertà. Gesù è cioè venuto a svelare il senso dei comandamenti (Mt 5,17), in Lui noi ci sentiamo amati da Dio e per questo desideriamo amare anche quando ciò è esigente: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15,12). Poi la condizione di ogni credente è seguirLo (Mt 19,21), Lui davanti, io dietro lo seguo. Lui il modello, io lo imito. Lui il padre, io il figlio amatissimo. Ciò richiede una forte unione con la sua Persona vivente, perché imitarlo nell’amore è una cosa impossibile alle forze umane. È possibile amare come Lui solo per suo dono, per sua grazia (Gv 1,17). Una bella intuizione di Papa Giovanni Paolo I giustamente osserva: “Uno non può essere casto se non ama molto il Signore”, perciò in tutta la vita morale il motore che trascina la volontà dell’uomo è l’amore per Gesù, senza il quale non si può “fare la verità” (Gv 3,21) cioè osservare i comandamenti e rimanere nel suo amore (Gv 5, 10). Gesù dice che la verità esiste e si può vivere, ma la fedeltà nel bene è frutto di un rapporto di forte amicizia con Lui, infatti Egli apprezza di più l’amore affettuoso di Maria che non quello ansioso di Marta (Lc 10, 42). Tutto deve partire dall’amore affettivo per la Sua Persona, poiché il cristianesimo è una Persona ed è l’amore per Lui che conferisce volontà, valore e forza alle azioni umane. Marta dimostra che servire Cristo adempiendo tutti i comandamenti della Legge può condurre a sottrarGli qualcosa del nostro amore: il cuore. Gesù invece associa l’immagine dello sposo al tipo di rapporto che vuol costruire con l’uomo: Egli è Colui che dell’uomo condivide la parte più intima: il cuore.
Solo un’intensa relazione con Gesù sostiene la morale cristiana e la permea di quella gioia che è risposta piena alle attese di noi uomini. Camminare con Lui ci insegna a scoprire sempre più il prossimo nel profondo, nella totalità di corpo e anima, fino a considerare la felicità dell’altro più importante della mia. Allora non si vuole più solo prendere, ma donare. Proprio in questa liberazione dall’io l’uomo trova se stesso e si riempie di gioia. Perciò l’educazione alla castità è un cammino paziente e graduale di maturazione nell’apprendimento dell’amore.
“Adorare Gesù significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene. Dio è diverso da come di solito lo immaginiamo. Al potere rumoroso e prepotente di questo mondo Egli contrappone il potere dell’amore sulla croce.” (Benedetto XVI, Colonia 2005, XX GMG)

“Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv. 15,10-11)

Publié dans:meditazioni bibliche |on 18 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

NON PREOCCUPARTI DI NULLA

http://www.rosee.org/page81.html

ARTICOLO MENSILE: NON PREOCCUPARTI DI NULLA

(traduzione Google dal francese)

Rallegratevi in ogni momento qualsiasi cosa il Signore è per voi. Sì, dico, rallegro. Fatti conoscere dalla vostra gentilezza verso tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Si fa a mettere in ansia per nulla, ma in ogni cosa, esporre le vostre richieste a Dio. Invia lui le vostre preghiere e richieste, in lui come dicendo il vostro riconoscimento. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà il vostro cuore e le vostre menti in Cristo Gesù. Infine, fratelli, nutrono la mente da tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, degno di amore o di approvazione, tutto ciò che merita rispetto e la lode. Ciò che avete imparato, ricevuto da me, che cosa avete sentito dire e ho visto lui, metterlo in pratica. Poi il Dio che dona la pace sarà con voi . Filippesi 4: 4-9

E ‘facile dire non ti preoccupare di nulla Filippesi 4: 6, ma è la Parola di Dio ci dice. Si tratta di un suggerimento? È un ordine? Ad ogni modo, Dio ci consiglia e abbiamo ordinato, che è alla nostra portata. Il Signore non chiede mai le cose al di là della nostra portata. Egli conosce i nostri limiti, le nostre debolezze, eppure questo è ciò che chiediamo.

La preoccupazione è negativo: si toglie la nostra pace, che ci impedisce di dormire, può anche causare malattie di degradazione fisica o mentale. La preoccupazione è un peso che toglie la nostra pace. Naturalmente vogliamo sbarazzarci delle nostre preoccupazioni, ma come?

Paolo scrive ai Filippesi, mentre era in prigione. Ha vissuto queste cose è per questo che consiglia e perché vogliamo ricevere e vivere.

Rallegratevi nel Signore, sempre, di nuovo gioire Filippesi 4: 3

Paolo chiarisce che è nel Signore. Guardate al Signore. Abbiamo fiducia in lui e Pietro ci dice che la nostra fede è molto più preziosa dell’oro. Abbiamo preoccupazioni materiali, perdita di nostra proprietà, anche la nostra salute, ma abbiamo ancora la fede in Cristo, più prezioso che i tesori della terra.
Gesù nei suoi momenti difficili ha mantenuto la gioia; Come? I nostri occhi su Gesù, il quale per la gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra di Dio. Ebrei 12: 2 Qual è stata la gioia di Gesù era se avrebbe tornare alla destra di Dio e con la sua morte, moltitudini sarebbero stati con lui in eterno.

La nostra gioia deriva dai nostri occhi incentrata su Gesù. Il salmista dice: Quando volgiamo lo sguardo verso di lui, non vi è raggiante di gioia . Cercare il volto di Dio, la comunione con Gesù ha vinto e si sedette alla destra di Dio.
Se vogliamo vivere nella gioia, dobbiamo sbarazzarci delle nostre preoccupazioni. Come?

La preghiera di rendimento di grazie
, ma in tutte le cose possiamo pregare per ogni cosa. Alcuni non hanno il coraggio di pregare per problemi al giorno per i loro piccoli problemi. Egli ritiene che il grande Dio dell’universo non è interessato nel nostro piccolo fastidio. Ricordate che Dio è nostro padre e tutta la nostra vita interessi. Dio non ha creato anche piccoli insetti e lui non ci avrebbe aiutato nei nostri piccoli problemi. E condividere con lui è quello di avere più comunione con Lui.

Fare le vostre richieste a Dio Una buona domanda da porsi: è che si tratta di una necessità o è un capriccio? Dio parla bene alle nostre esigenze. A volte siamo preoccupati per cose inutili, quindi lascia perdere. Ma se si tratta di un bisogno, farlo conoscere a Dio. Alcuni non chiedono Dio e il loro ragionamento umano, si dice che Dio conosce tutti i nostri bisogni, in modo che non si aspettano di ricevere. Dio vuole che noi abbiamo contatti con lui, stavamo parlando di lui. Parliamo delle nostre esigenze con estranei, perché non parlare con il vostro Padre celeste. Non si riceve, perché non si chiede Jacques ha detto nella sua lettera.

Attraverso la preghiera e la supplica Sai cosa disse Gesù in preghiera. Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà. Matteo 6: 6 Il Padre celeste è nel segreto, e Lui vi aspetta quando vede sei arrivato, vede il suo bambino che viene a lui a parlare. Questo è ciò che il Padre ama, la presenza e la fiducia di suo figlio. Si capisce perché la preoccupazione va? Questa è la presenza del Padre ci rassicura. Suppliche, preghiere vengono ripetute. Non abbiate paura di ritornare a Dio con la stessa preghiera fino a che non si sente.

Con ringraziamento. Dio si aspetta il riconoscimento del suo bambino. I genitori si applicano a dire grazie al loro bambino. Dio si aspetta il nostro ringraziamento e non è vietato dire grazie in anticipo per quello che ci darà. La pace di Dio mantiene i nostri cuori e le menti Se siamo attenti a ciò che dice la Parola, ecco come sarà la pace su di noi per tenerci al posto di preoccupazione, ma in modo da pregare, rendere grazie a Dio. Il risultato: la pace di Dio verrà a voi per tenervi. Sarà una barriera tra voi e preoccupazione.

Sarà come un guardiano al tuo cuore così cattivi pensieri e sentimenti negativi non entrano in te. Non si capisce perché i problemi prima che si sarà in pace. Questa pace sovrasta i nostri pensieri. Fidati la pace di Dio, piuttosto che la vostra intelligenza. Ci vuole umiltà per arrivare e deve avere l’atteggiamento di un bambino che non si preoccupa se sa che il suo papà e la sua mamma si prende cura di tutto. I vostri pensieri e cuori saranno conservati in Gesù Cristo, in comunione con lui. Le preoccupazioni degli Stati Uniti dalla presenza di Cristo, la pace ci riporta a Lui.

Non credere nel male, ma quello che è
i fratelli resto, tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, degno approvazione, virtuoso e lodevole, è l’oggetto dei nostri pensieri. I pensieri sono il cuore del nostro cibo e la nostra vita spirituale. Non deve dominare i nostri pensieri noi, ma la Parola di Dio ci dice di orientare i nostri pensieri, per dar loro da mangiare ciò che è buono. Se ho passato un’ora a guardare un film violento o impuro, è sicuro che i pensieri malvagi venire a vivere nel mio cuore e anche i miei sogni. Parlando di Gesù, il profeta Isaia poteva dire: Chi è cieco, è sordo come il mio servo! Ci sono alcune cose che Gesù non voleva sentire o vedere. Che sono poco puliti. Ci sono alcune cose che un cristiano non deve guardare, non ascoltare. Nell’Antico Testamento, la legge richiedeva di non mangiare certe carni perché erano impuri. Ma egli dirà che non è il cibo che ci contaminano, ma i pensieri che vengono dal cuore. Noi non accetteremmo mangiare mangiare in un piatto sporco, cibo sporco. . Non accettare nutrire i nostri pensieri con la corruzione del nostro mondo

La pratica della Parola di Dio Paolo cita quattro modi per arricchire la loro vita spirituale: Ciò che avete imparato: Apriamo la Parola, si sente un predicatore di imparare cose sul nostro cammino con Dio. Un figlio di Dio è chiamato a imparare sempre da Dio.

Che cosa si riceve: Quando ascoltiamo il messaggio della Parola di Dio, possiamo rifiutare pensando che non è per noi. Dobbiamo accogliere con tutto il cuore che ci dice la Parola, dobbiamo fare un messaggio di benvenuto dalla Parola di Dio, anche quando ci prende nel nostro modo di agire.
Ciò che avete sentito: « Ci peggior sordo di chi non vuol sentire « , dice un proverbio. Ascoltiamo senza sentire. Quando impariamo, dobbiamo tenere in memoria, nel cuore. Deve salire a bordo della Parola nel suo cuore.

E quello che hai visto in me: Ci sono alcuni messaggi che passano più forte perché sono visti. L’esempio vivente di Paolo, le sue lotte, il suo amore per i credenti, sincero affetto per il popolo di Dio fosse visibile. La pratica e la vita vissuta, la sua testimonianza sono stati messaggi per i figli di Dio.

Praticate. Questa non è una novità, ci sono bambini che amano leggere la Parola di Dio, sono felici quando leggono un buon libro cristiano, sentito un buon predicatore. Hanno solo piace, ma sono sorpreso dal fatto che le preoccupazioni e le preoccupazioni sono ancora lì e che ricevono nessun aiuto da parte di Dio. Paolo insiste sul fatto che l’esortazione e finisce per dare un ordine: Practise. Il medico scrive una prescrizione per curare la sua malattia, si acquista il farmaco. Questo è un bene, ma se non si prendono regolarmente come è scritto sulla prescrizione, che cosa serve? E ‘lo stesso con la guida della Parola. Jacques combattere questo atteggiamento nella Chiesa primitiva: facitori della Parola di Dio, e non si limita ad ascoltare. Perché se uno ascolta la parola di Dio e non pratica, è come un uomo che guarda in uno specchio la sua faccia naturale, e, dopo aver guardato, se ne va, e dimenticare come esso è. Jacques 1: 22 a 24. Immaginate la mattina si accede al bagno, si guarda allo specchio e si va senza lavarsi, senza pettinatura … Vuoi osare, e si va al lavoro o uscire città?

Il Dio della pace, che cammina con noi
E Dio sia con voi PACE. Quale migliore protezione contro le nostre preoccupazioni. Quando Dio vede che abbiamo tutte queste cose, il Dio che ci ha riconciliati con Cristo, Colui che ha fatto la pace con noi attraverso il sacrificio di Gesù, ci accompagnano. Che amiamo Dio, che è nostro Padre è sempre in pace. Se mi rivolgo il mio sguardo al mio Padre celeste, al Dio della Pace, vedo che il mio Dio che conosce la mia situazione meglio di me, riposa in pace, allora perché sono io che vado a preoccuparsi. . Io lo scarico delle mie preoccupazioni, so che veglia su di me, per cui condivido la pace di Dio
Lasciamo che la Parola di Gesù conclude: Chi di voi da preoccuparsi, può aggiungere un’ora sola di la sua vita? Quindi non preoccupatevi per il domani. Ogni giorno come viene. Cercate prima il regno e la giustizia; e saranno date tutte queste cose vi. Matteo 6: 25-34. di Edward Kowalski  

PERCHÉ GESÙ DICE AI SUOI DISCEPOLI DI NON GIUDICARE

http://www.taize.fr/it_article4029.html

PERCHÉ GESÙ DICE AI SUOI DISCEPOLI DI NON GIUDICARE

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37). È possibile mettere in pratica questa parola del Vangelo? Non è forse necessario giudicare, se non ci si vuole arrendere di fronte a ciò che non va? Ma questo appello di Gesù si è profondamente inciso nei cuori. Gli apostoli Giacomo e Paolo, del resto così diversi, vi fanno eco quasi con le stesse parole. Giacomo scrive: «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Giacomo 4,12). E Paolo: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?» (Romani 14,4).
Né Gesù né gli apostoli hanno cercato d’abolire i tribunali. Il loro appello concerne la vita quotidiana. Se i discepoli di Gesù scelgono d’amare, continuano tuttavia a commettere errori dalle conseguenze più o meno gravi. La reazione spontanea è allora di giudicare colui che – per sua negligenza, le sue debolezze o dimenticanze – causa dei torti o fallimenti. Certo noi abbiamo eccellenti ragioni per giudicare il nostro prossimo: è per il suo bene, affinché impari e progredisca…
Gesù, che conosce il cuore umano, non è vittima delle motivazioni più nascoste. Dice: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?» (Luca 6,41). Posso servirmi degli errori degli altri per rassicurarmi delle mie qualità. Le ragioni per giudicare il mio prossimo lusingano il mio amor proprio (vedi Luca 18,9-14). Ma se spio il più piccolo errore del mio prossimo, non è forse per dispensarmi dall’affrontare i miei problemi? I mille errori che trovo in lui non provano ancora che io valgo di più. La severità del mio giudizio forse non fa altro che nascondere la mia stessa insicurezza e la mia paura d’essere giudicato.
A due riprese Gesù parla dell’occhio «malato» o «cattivo» (Matteo 6,23 e 20,15). Nomina così lo sguardo torbido per la gelosia. L’occhio malato ammira, invidia e giudica il prossimo nel medesimo tempo. Quando ammiro il mio prossimo per le sue qualità ma, allo stesso tempo, mi rende geloso, il mio occhio diventa cattivo. Non vedo più la realtà così com’è, e può anche succedermi di giudicare un altro per un male immaginario che non ha mai fatto.
È ancora un desiderio di dominio che può incitare al giudizio. Per questo, nel passo già citato, Paolo scrive: « Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?». Chi giudica il suo prossimo si eleva a maestro, e usurpa, di fatto, il posto di Dio. Ora noi siamo chiamati a «considerare gli altri superiori a se stesso» (Filippesi 2,3). Non si tratta di non tenersi in considerazione, ma di mettersi a servizio degli altri piuttosto di giudicarli.
Rinunciare di giudicare porta all’indifferenza e alla passività?
In una stessa frase, l’apostolo Paolo usa la parola giudicare con due significati diversi: «Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate (giudicate) invece a non esser causa d’inciampo o di scandalo al fratello» (Romani 14,13). Smettere di giudicarsi reciprocamente non porta alla passività, ma è una condizione per un’attività e dei comportamenti giusti.
Gesù non invita a chiudere gli occhi e a lasciar correre le cose. Poiché subito dopo aver detto di non giudicare, continua: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?» (Luca 6,39). Gesù desidera che i ciechi siano aiutati a trovare la strada. Ma denuncia le guide incapaci. Queste guide un po’ ridicole sono, secondo il contesto, coro che giudicano e condannano. Senza rinunciare a giudicare, è impossibile veder chiaro per portare altri sulla buona strada.
Ecco un esempio tratto da Barsanufio e Giovanni, due monaci di Gaza del 6° secolo. Dopo aver biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto vederlo triste. È ancora ferito quando a sua volta si sente giudicato dai suoi fratelli. Per trovare la calma, decide allora di non fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui sarebbe responsabile. Ma Barsanufio gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stesso. Gli cita più volte una parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Timoteo 4,2).
Lasciare gli altri tranquilli, può essere ancora una forma sottile di giudicare. Se voglio occuparmi solo di me stesso, è forse perché considero gli altri non degni della mia attenzione e dei miei sforzi? Giovanni di Gaza decide di non più riprendere nessun suo fratello, ma Barsanufio comprende che in effetti egli continua a giudicarli nel suo cuore. Gli scrive: «Non giudicare e non condannare nessuno, ma avvertili come veri fratelli» (Lettera 21), È rinunciando ai giudizi che Giovanni diventerà capace di una vera preoccupazione per gli altri.
«Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore» (1 Corinzi 4,5): Paolo raccomanda il più grande ritegno nel giudizio. Allo stesso tempo, chiede con insistenza di preoccuparsi degli altri: «Correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti» (1 Tessalonicesi 5,14). Per esperienza sapeva che riprendere senza giudicare poteva costare: «Per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi» (Atti 20,31). Solo la carità è capace di un simile servizio.

 

Publié dans:biblica, meditazioni bibliche |on 10 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

LA FRAGILITÀ DI GESÙ

http://www.sullasoglia.it/articoli-casati/dicembre-2013.htm

LA FRAGILITÀ DI GESÙ

per la rivista Esodo 2013

Alle orecchie dei devoti, dei troppo devoti, può sembrare pericoloso o addirittura dissacrante parlare di una « fragilità » di Gesù. Quasi fosse attentato devastante alla sua divinità. Ma saremmo falsamente devoti al mistero che abita Gesù se, allontanando sdegnosamente da lui ogni ombra di fragilità, finissimo per cancellarne ogni ombra di vera umanità. E dovremo forse chiamare ombra la fragilità di Gesù? O non appartiene forse alla nostra natura l’essere fragili?
Ci sono fragilità nella nostra natura che vanno, se pur faticosamente, superate, ce ne sono altre che vanno semplicemente riconosciute. In sincerità. In sincerità verso Dio e verso se stessi.
Questo mio discutibile dire in modo rapsodico di Gesù e della sua fragilità va per accensioni che nascono dalle pagine dei vangeli. Il mio dire non ha dunque la pretesa delle sintesi teologiche, segue domande e provocazioni che si rincorrono perdutamente nelle pagine e poi nel cuore di un lettore comune del vangelo. Pensieri in attesa di altri pensieri.
Nato da donna, scrive Paolo. Da un grembo di donna. Fragile quel cucciolo d’uomo, fragile il grembo, come tutti i grembi di donna. Sgusciò in un contesto di fragilità, una lampada fioca in mano a Giuseppe, forse l’altra mano – sto immaginando – a stringere tenera quella di Maria, a darle spinta di forza nel travaglio del parto. Fragile, inerme il bimbo, in bisogno di fasce, di fasce e di latte, quello della madre. Nato da donna. Donna che lo introdusse, mettendolo alla luce, nel territorio della fragilità.
Lo introdusse così nella fragilità del corpo. Che lui accusava come tutti noi. Accusava stanchezza a tal punto da prendere sonno, e profondo, sulla barca nella traversata in piena notte del lago e nemmeno la bufera delle onde a svegliarlo. Accusava stanchezza e pure sete. Quel mezzogiorno in una delle sue traversate di regione sentì morso di sete, seduto stanco a un pozzo di Samaria chiese da bere a una donna in cerca di pozzi. Come tutti noi non risparmiato dalla fame, lo annotano gli evangeli: era mattino di inizio aprile, il giorno prima era entrato a dorso di puledro in Gerusalemme, quel mattino mentre usciva da Betania ebbe fame, ma il fico cui erano andati i suoi occhi aveva bellezza di forme ma vuoto di frutti. Ci rimase male.
A volte poi non gli reggevano proprio le forze fisiche, se ne accorsero quel giorno, poco fuori il pretorio, quando costrinsero un uomo di Cirene a portare dietro lui la sua croce.
Direi, approfondendo, come tutti noi fragile nel territorio dei sentimenti.
Non era roccia immobile, nè quercia con fronde impassibili a urli di bufere. Non tetragono come quelli che sbandierano indifferenza agli assalti della vita, pagò lungo i suoi giorni debiti di fragilità, come succede a ciascuno di noi.
A volte a scuoterlo, ad amareggiarlo sino a farlo impetuosamente dolorosamente sbottare senza quasi più contenersi, era la nostra avvilente ottusità: « O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi, fino a quando dovrò sopportarvi? ».
Certo non si preoccupava di trattenere se stesso in sequestro assoluto dei sentimenti, quel sequestro che in taluni uomini di spirito sembra a volte, o spesso, sfiorare l’impassibilità. Non preoccupato di guardarsi dall’accensione dello sdegno, né di guardarsi, se è debolezza, dall’accensione improvvisa dei sogni. E, se cedere ad accensioni rimane nella mente di qualcuno sintomo di fragilità, Gesù proprio non mise in atto nessun esercizio per sfuggirla.
La sua predicazione senza diplomazie, soprattutto verso le autorità religiose, conobbe i toni aspri e ruvidi, quasi impietosi, senza nascondimenti e senza contenimento, con l’esito di opposizioni altrettanto dure, violente, segnali per lui di una morte annunciata. Accadde anche che qualche volta i discepoli stessi lo invitassero a moderare i toni. Ma lui resistente a ogni invito che suonasse cedimento a calcoli umani. Gli interessava Dio, gli interessava la difesa a tutto campo della dignità di noi umani. Schiettezza senza moderazione a prova di morte.
Lo consumava, senza moderazioni di sorta, zelo per la casa di Dio , per il vero volto di Dio e dell’uomo. E tutti noi a ricordare ciò che avvenne nell’avvicinarsi di quella pasqua. Un gesto voluto. Giovanni annota il particolare di Gesù che annoda le cordicelle per farne una sferza: « fatta allora una sferza di cordicelle… ». Consumato dallo zelo, cacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi. E non si limitò, non si contenne, non gli bastarono le parole: « Gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi e ai venditori di colombe disse: Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato ». Fragile davanti alle emozioni?
Lontano anche dall’ideale dell’uomo di spirito che ha in somma cura l’arte di sorvegliarsi, allontanandosi da ogni forma di eccesso persino nei sogni. Per fedeltà spenta al reale. Non è forse vero che un giorno i discepoli, di ritorno da una compera di cibo nel villaggio più vicino, lo trovarono a parlare con la donna di Samaria, così preso dall’acqua, che la sua parola aveva disseppellito dal cuore della donna, da abbandonarsi a visioni di sogno? Lui in quel sole caldo li invitò sorprendendoli a contemplare campi biondeggianti di grano in anticipo di mesi. Quanti maestri dello spirito gli avrebbero gridato di guardarsi da quelle farneticanti esaltazioni invocando un minimo di moderazione!
I vangeli, a differenza di quello che avremmo fatto noi perché non apparissero in lui ombre di « debolezza », non nascondono, non censurano, anzi raccontano senza esitazioni di sorta i suoi turbamenti.
Un turbamento sino al pianto. Non stava certo nella figura dell’uomo forte, quello che non si scompone, che tiene alto il suo profilo in ogni evenienza. Turbato sino al pianto, narra il vangelo. Pianto per morte di un amico. Né si preoccupò di nascondere quella che alcuni ancora chiamano fragilità e debolezza. Apertamente. Tutti lo videro, tutti a dare testimonianza di quanto lui amasse Lazzaro.
La fragilità dell’anima turbata. C’è chi non si lascia mai turbare nell’anima, imperturbabile, c’è chi nasconde il suo turbamento. C’è chi come Gesù il turbamento lo patisce straziante ruvido sulla pelle scorticata, sente il cuore tremare e lo confessa senza falsi pudori.
Non ho titolo accademici per confortare una tesi, ma mi ha sempre colpito un confronto tra il racconto delle tentazioni subite da Gesù nei quaranta giorni passati nel deserto e il racconto delle tentazioni subite da Gesù durante la sua esistenza e in modo particolare nell’ultimo scorcio della sua vita. Il racconto del deserto sembra, mi si perdoni, cancellare ogni figura di fragilità. Mi sono chiesto se gli evangelisti volendo raccontare la vittoria sulla tentazione non abbiano calcato sulla libertà estrema luminosa del Rabbi di Nazaret che sfugge, ed è affascinante, ad ogni sequestro e imprigionamento. Mi sono chiesto se gli evangelisti nell’intento di raccontarci l’atto estremo, quello conclusivo, vittorioso delle tentazioni non siano nelle stesso tempo incappati nella necessità, forse non voluta, di sottacere il percorso psicologico e il travaglio che segnarono anche duramente corpo mente e cuore del Signore nel cammino verso un simile atto di libertà e di amore, estremi!
Stando al racconto dei vangeli non potremmo certo dire che Gesù le scelte, soprattutto quelle estreme, le abbia affrontate con animo spavaldo, bensì pagando alla fragilità umana un caro prezzo. Scelta a caro prezzo dentro un debito di confessata riconosciuta debolezza. Dentro un debito di vero, non finto turbamento.
Il pensiero mi corre a un giorno che per Gesù già odorava di passione, passione estrema. Vicina era la Pasqua. Tra quelli saliti per il culto c’erano anche dei Greci. Forse non giudei? O forse proseliti? Non sappiamo. Comunque non gente del recinto, non appartengono al recinto d’Israele. Si sentono attratti da un desiderio. Di vedere Gesù: « Signore, vogliamo vedere Gesù » dicono a Filippo. Quelli vogliono vedere Gesù. E non sono del recinto. E allora Filippo prende con sé Andrea, vanno in due a parlarne a Gesù. Ma lui risponde in modo enigmatico. Risponde: « E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo ». Trono della gloria per lui è la croce. La croce per lui il luogo – è paradossale dirlo – della massima attrazione: « quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me ». E’ come se Gesù pensasse: arrivano anche i pagani? Anche loro attratti? Ma allora è vicina l’ora della croce, l’ora della attrazione che di più non si può. Che cosa vedrà quel gruppo di Greci? Vedranno un chicco di grano cadere nella terra. Gesù ha davanti agli occhi la vicenda del chicco di grano. Ebbene l’ora della sua morte non la affronta in modo spavaldo, come fosse un passaggio naturale. No, anche lui turbato. Turbato da questi greci che con la loro presenza gli ricordano che l’ora della discesa nella terra è vicina. E Gesù si svela, si svela nel suo turbamento, nella sua fragilità. Non è come noi che ipocritamente, per falsa immagine di spiritualità, vogliamo esibire una fede senza turbamenti. Lui dice: « Ora l’anima mia è turbata ». E sarebbe anche tentato di allontanare quell’ora.
Aggiunge: « E che devo dire allora? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo Figlio ». Gesù non chiede di essere risparmiato, ma di essere glorificato. Il legno diventerà il luogo della gloria. Accoglie la sua ora, ma dopo aver attraversato senza sconti il mare del turbamento dell’anima, il mare della sua fragilità.
Ebbene per uno come me che cerca, da povero cristiano, di spiare Gesù e la sua vita, per lasciarsene in qualche misura contagiare, è fonte di non povera consolazione il fatto che Gesù stesso nel suo cammino verso la croce abbia conosciuto fragilità e turbamento. Lo confesso, me lo sarei sentito meno vicino, meno compagno del viaggio, se non ne avesse spartito con me il turbamento, se verso la morte fosse andato con passo spavaldo, da eroe, il forte cui non trema il cuore.
Leggo nei vangeli che, nell’orto, in vigilia di morte « cominciò a spaventarsi e a sentire angoscia ». Confessò tristezza: « Ora – disse – l’anima mia è triste fino alla morte ». E gli ulivi lo videro sudare sangue di morte.
Messia chino sulle debolezze degli umani, abitò la nostra esistenza, una fragile tenda, un telo di vento. Abitò la nostra fragile carne.
Superò la fragilità, anche quella estrema, oserei dire, con un nome che si affaccia, costantemente, connessione intrigante, nell’ora della debolezza: « Padre ». « Padre » nell’ora dell’arrivo dei greci: « Ora l’anima mia è turbata. Che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Padre, glorifica il tuo Figlio ». « Padre » ancora nella notte degli ulivi: « Padre, se vuoi allontana da me questo calice: tuttavia non sia fatta la mia ma la tua volontà ». « Padre » nell’ora della croce dopo l’urlo che ferì il cielo, « Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato », urlo, estrema fragilità. Dopo l’urlo l’invocazione struggente, pure grido a gran voce: « Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito ». Una fragilità consegnata alla preghiera, sollevata dalla fiducia in un Padre che non abbandona nel grido i suoi figli.
Ci emoziona nella preghiera di Gesù quel perseverare, nonostante tutto, a dare a Dio il nome di Padre, con una confidenza che ci rabbrividisce: « Abbà! ». Ci rabbrividisce, e ci insegna una immagine più autentica di preghiera. Dentro un dilemma: pregare perché ci siano risparmiati i passaggi faticosi, le tempeste della vita o pregare perché non veniamo meno, perché non ci sentiamo soli e abbandonati nell’attraversamento? Come ci fa pregare il salmo: « Anche se vado per valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me » (Sal 23,4).
Nella fragilità, a sostegno, Gesù cercò il volto di Dio. Dobbiamo però, per debito di verità, aggiungere che nel momento della fragilità lui cercò anche volti di amici, senza minimamente velare questo suo bisogno profondo di vicinanze anche umane. Mendicante di amicizie e di affetti.
Il racconto del giardino narra quel suo andare in cerca degli amici e la desolazione di trovarli addormentati, quasi non ci fossero. Per tre volte disegnati nel racconto quei passi in ricerca, per tre volte raccontata la delusione: « Venne e li trovò addormentati…venne di nuovo e li trovò addormentati…venne per la terza volta e disse loro: Dormite pure e riposatevi. Basta! E’ venuta l’ora: ecco il Figlio di dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo ».
Una fragilità la sua, come la nostra che anela ad essere riconosciuta e sollevata da chi ti ama. I vangeli ci raccontano di Gesù che, nei primi giorni della settimana che vide la sua passione e la sua morte, cercava rifugio, rifugio del cuore, passando le sere e le notti a Betania, in casa di amici. Aperta la porta per l’amico, l’amico che sentiva la pressione, ormai vicina, delle croce.
E non fu proprio a Betania che all’inizio di quella settimana che si preannunciava decisiva, decisiva di morte, per Gesù, una donna amica, Maria, in quella cena si accorse, lei sola, del segreto che pesava sul cuore del suo amico e maestro, ora che il cappio stava per soffocarlo una volta per sempre? E lei a ungerlo e a profumarlo con un profumo che fece gridare tutti per l’eccesso di uno spreco! E Gesù, a fronte dei discepoli così lontani dal capire che cosa gli passasse nel cuore, a difenderla: lei era arrivata, con gli occhi di chi ama, a intravedere, a capire, ad accogliere un bisogno segreto del cuore.
Dono, per chi attraversa il buio della fragilità, la luce che pulsa dal volto di un amico, di una amica. Dono inestimabile è avere al fianco uno che ti legga nel cuore, uno che vegli sulla tua angoscia, consapevole di non potertela purtroppo cancellare, ma pronto a portarla con te. Gesù sembra raccontare la improponibilità di una fede, in forza della quale presuntuosamente si arrivi a dichiarare che basta Dio a noi stessi.
Cercò il volto del Padre, cercò il volto degli amici.

Angelo Casati

Publié dans:meditazioni bibliche |on 5 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

http://www.mistagogia.net/D20.asp

ACCOGLIERE I REGNO DI DIO COME UN BAMBINO

Il biblista Don Luciano Sole propone alcune considerazioni sul seguente brano di Marco, dove Gesù parla del regno di Dio. Mettiamoci in atteggiamento di profonda risonanza nel cuore.

Dal Vangelo secondo Marco
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva,imponendo le mani su di loro.
(Mc10,13-16 )

**
Vediamo che cosa voglia dire Gesù con questa frase : » chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
Innanzitutto cosa è il regno di Dio? Quando noi sentiamo parlare del regno di Dio pensiamo subito al Paradiso; certo il regno di Dio è anche ciò che noi possiamo immaginare del paradiso, ma il regno di Dio, è Dio stesso che si manifesta in tutta la sua onnipotenza, il suo amore, la sua salvezza, il suo perdono. Questo è il regno di Dio, poi certo, in pienezza, sarà il paradiso. Quindi è il presentarsi di Dio che richiede da parte dell’uomo un’accoglienza di Dio, di Dio che ti ama, di Dio che ti parla, di Dio che ti salva, di Dio che ti viene incontro. Questo regno di Dio si manifesta poi nella persona di Gesù Cristo in tutta la sua verità, in tutto il suo amore in quell’Ostia consacrata che non è altro che Gesù che si offre. Questo è il regno di Dio!
Qui Egli dice, prima ancora di entrare in questo regno, di accoglierlo, e per accoglierlo bisogna avere il cuore libero, aperto, disponibile, non indurito. Perché si tratta di un dono meraviglioso che il Signore ci offre nel regno, pertanto ogni altra cosa passa in secondo piano rispetto a questo dono meraviglioso che il Signore ci fa del suo amore e della sua grazia.
Gesù poi parla di appartenenza: a chi è come loro appartiene il regno di Dio », cioè una volta che si accoglie l’amore sconfinato di Dio, questo amore ti appartiene, ne diventi il proprietario, diventi colui che custodisce il regno, lo fa proprio perché gli appartiene, gli è stato dato. Pertanto Dio, con il suo infinito amore, mandando Gesù, ti si offre e ne diventi veramente il proprietario.
Però qui Gesù specifica quale deve essere il comportamento dell’uomo « come i bambini », parla ai grandi e dice “come i bambini” parla agli adulti che cacciavano i bambini, magari erano anche gli apostoli che li sgridavano, mentre Gesù li richiama e dice agli adulti di stare attenti e di imitare i bambini. A volte uno pensa “i bambini sono innocenti” , ma non è vero i bambini sono anche cattivi, dispettosi, non sono educati. Non è che Gesù vuole mettere in evidenza l’aspetto dell’innocenza , vuole invece mettere in evidenza un altro aspetto del bambino ossia quello, egli è che nella vita non ha ancora realizzato niente, non ha un curriculum, non ha meriti, non ha prodotto qualche cosa di importante a tal punto di meritare il regno di Dio. Anche colui che diventerà un grande musicista o un grande poeta o scienziato, quando è bambino è uguale a ogni altro, non ha ancora realizzato nulla nella vita, pertanto ha bisogno di tutti, e accogliendo il regno deve accoglierlo nella sua profonda piccolezza.
Questo è il primo atteggiamento, poi c’è l’atteggiamento profondo che tocca l’animo del bambino il quale ha bisogno di tutti, prima dei genitori, dei maestri, di tutori, ossia è in mano ad altri, cioè da solo non può sopravvivere.
Così deve essere l’atteggiamento del cristiano, del piccolo, che ha continuamente bisogno del sostegno degli altri, soprattutto del sostegno di Dio; e questo è proprio l’atteggiamento che Gesù vuol mettere in evidenza. Per questo prende i bambini, li accarezza, li benedice, perché sono esposti ad ogni realtà, anche negativa, ed hanno bisogno di essere protetti, assistiti. Pertanto colui che è come questo bambino, che ha questi atteggiamenti, può accogliere veramente il regno.
Poi c’è una frase stranissima perché Gesù dice: a chi è come un bambino appartiene il regno. Ora se il Regno è pensato come un grande tesoro, come si fa a darlo in mano ad un bambino?! Sembra strano, il più povero, il meno indicato, diventa il più ricco, ha il regno di Dio a sua disposizione . E allora ogni giorno attinge: attinge all’amore di Dio, alla verità di Dio, al Suo sostegno. Certo Dio si serve della Madonna, degli angeli, dei santi, si serve di tutto ciò che comporta il manifestarsi del regno per cui dopo di che non bisogna avere il cuore indurito. Gesù parla del cuor indurito…che cos’è il cuore? Non è solo la sede degli affetti, è anche la sede della mente, del pensiero, delle decisioni, delle volontà. Il cuore non deve essere sclerotico, duro, come una pietra, ottuso, indurito, al punto che non si lascia muovere da Dio, dal suo amore. Il bambino non ha il cuore indurito, è più facile che sia l’adulto ad avere un cuore indurito, non più duttile, difficile da modellare. Dio vuole modellare il nostro cuore per renderlo santo.

DON LUCIANO SOLE

COLTIVARE E CUSTODIRE… LA VITA

http://www.orsolinescm.it/pagina.asp?quale=766

COLTIVARE E CUSTODIRE… LA VITA

« Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perchè lo coltivasse (avad) e lo custodisse (shamar)” (Gn 2,15).

‘Prendere’ l’uomo e ‘stabilirlo’ sono termini che evocano l’uscita dall’Egitto e l’introduzione nella terra promessa. Sono termini che rimandano all’origine di un popolo libero e non più schiavo, un popolo in grado di riconoscere il proprio Dio, come colui che rimane accanto e, nello stesso tempo, di accogliere da Lui un dono e un compito.
Il verbo ‘coltivare’ significa ‘servire’, ‘lavorare’, indica la fatica che dissoda il terreno, il lavoro che sa trasformare e produrre frutto; mentre il verbo ‘custodire’ è l’azione che accoglie il dono e fedelmente lo conserva; significa anche ‘osservare’ ed è riferito spesso alla sentinella che vigila, ma anche, e soprattutto, all’osservare e custodire la Parola di Dio. Dice la cura che deve essere presente nelle varie attività degli esseri umani; una cura che è consapevole dell’avere tra le mani un dono prezioso che non appartiene a se stessi, ma che è di Dio.
Vuol dire, inoltre, ri-cordare, rimettere nel cuore, quella Parola che sola può aiutare a comprendere quello che magari non si capisce. Viene in mente ciò che si dice di Maria nel Nuovo Testamento: « custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,50). Faceva, cioè, ‘tesoro’ di tutto ciò che avveniva, serbandolo nel profondo, custodendo e meditando ogni cosa nel proprio cuore. In mezzo agli avvenimenti a volte ‘oscuri’, custodire può aiutare a scoprire il ‘movimento’ dello Spirito per comprendere almeno quel poco che serve per proseguire il cammino.
Compito dell’uomo è quindi quello di ‘coltivare e custodire’ il creato, ma anche la propria vita, entrambi doni di Dio, riconoscendo in essi la Sua opera. È un’indicazione data da Dio all’adam, il ‘terrestre’, prima ancora della differenziazione sessuale, all’inizio della storia, ma anche in ogni tempo e a ciascuno: chiede di far crescere il mondo con responsabilità, ‘trasformandolo’ con il nostro lavoro e la nostra vigilanza perchè ridiventi giardino, luogo abitabile per tutti. Coltivare e custodire sono attività che rendono l’essere umano ‘simile’ a Dio, al suo Creatore. Dio si ‘ritira’ lasciando spazio all’uomo, affinchè agisca sulle opere delle sue mani.
Nel primo capitolo della Genesi, pur scritto in epoca più tarda, il maschio e la femmina creati a ‘immagine di Dio’ ricevono un comando analogo: « Siate fecondi…” (Gn 1,22), donate vita. Non dobbiamo dimenticare, per cogliere l’importanza di questo passo biblico, che il testo è nato in un ambiente di ‘morte’ perchè Israele era in esilio a Babilonia dopo la deportazione. I regni erano stati conquistati da un popolo invasore, il tempio e le case distrutte, le famiglie smembrate, i più giovani e forti, in grado di lavorare, sradicati dalla loro terra per essere condotti in terra straniera.
È un’esperienza di morte molto forte e reale, causata non solo dalla sofferenza fisica, dalla pesantezza dell’oppressione, ma anche dal non capire più cosa stava succedendo e soprattutto dal non sentire più Dio vicino. Dov’era il loro Dio in mezzo a quella desolazione? In questo contesto viene scritto il primo capitolo, a confermare che Dio c’è e ha creato cose belle e buone, e allora si può anche attraversare la morte perchè ‘oltre’ c’è la vita, sempre. Per questo è possibile dare il comando « Siate fecondi…dominate la terra”: è un diritto dovere che appartiene ad ogni essere umano, perchè ogni uomo e ogni donna sono ‘a immagine di Dio’ e spetta a tutti -e non solo ad alcuni- la responsabilità del mondo, condividendo lo sguardo ammirato di Dio su ogni cosa: « E Dio vide che ciò era buono”.
Rappresentanze dei popoli indigeni a Piazza S. Pietro all’udienza generaleCustode del creato, l’uomo è anche custode dell’altro, di tutti i fratelli e le sorelle in umanità: l’essere stati creati dall’unico Dio ci rende fin dall’origine uniti in questo vincolo che ci chiama ad essere ‘custodi’ l’uno dell’altro/a. Il volto degli altri ci guarda e ci testimonia che il nostro ‘io’ non è tutto, che ciascuno si deve misurare con i bisogni degli altri, con l’esigenza che ciascuno, in fondo, porta nel profondo, di amare e di essere amati.
Custodi del creato e dell’altro, ognuno di noi è chiamato anche ad essere ‘custode’ di Dio. In tempi non sempre facili e comprensibili, dove spesso il rifiuto e la chiusura dominano le relazioni, è necessario ‘coltivare’ la presenza di Dio in noi, come annotava Etty Hillesum: « Ti aiuterò Dio, a non spezzarti in me…l’unica cosa che in questo periodo possiamo salvare, ed è l’unica cosa, questa, che davvero importi: un pezzo di te in noi stessi Dio…la tua abitazione in noi, dove davvero vivi, noi dobbiamo difenderla fino all’ultimo:” (Diario, 12 luglio 1942)
C’è un passo nel Vangelo che può diventare modello interpretativo di ciò che Gesù intenda con il compito di ‘coltivare e custodire’ ed è la ‘parabola del fico’ raccontata in Luca 13,6-9.
Abbi pazienza ancora per un anno…Nella parabola, il padrone di un campo che aveva piantato nella sua vigna un albero di fichi, non trovando da tre anni frutti su quella pianta, ordinò al vignaiolo di tagliarla perchè sfruttava inutilmente il terreno. La replica del vignaiolo è uno stupendo esempio della misericordiosa pazienza di Dio che non si arrende e lascia aperto il tempo del cambiamento, della conversione: « Padrone, lascialo ancora quest’anno, finchè gli avrò zappato intorno e gli avrò messo il concime”.
I fichi e la vigna hanno sempre avuto per gli Israeliti un significato tutto particolare perchè erano segno dell’insediamento nella terra promessa, oltre a ricordare il ‘paradiso perduto’, l’Eden.
La storia del fico è, in fondo, anche la nostra storia, storia di aspettative e delusioni, di attese e aridità, di ‘raccolti’ mancati; ma ci mostra soprattutto la ‘giustizia’ di Dio, che non si riduce a estirpare il ‘male’, eliminando ciò che all’apparenza è inutile. Giovanni il Battista aveva presentato un’altra immagine di Dio: « Razza di vipere che vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? …già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,7.9). Le parole del vignaiolo e del padrone della vigna, sembrano invece un dialogo tra la giustizia e la misericordia: « lascialo ancora per un anno…”. La storia va avanti nell’attesa che la nostra esperienza porti frutto. Il tempo non ci appartiene, è il tempo della pazienza di Dio e nostra, dell’azione di Dio e nostra. Deve essere però un’attesa operosa: bisogna rompere la terra intorno, una terra diventata dura nel tempo e che necessita di essere mossa, ammorbidita, per far penetrare il concime, per ‘nutrire’. E la condizione essenziale per poter ‘dare frutto’ è rimanere in Cristo: « Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15,5).
Tempo e amore rendono possibile il progetto di Dio e ‘il coltivare’ di ciascuno di noi, lasciando che il Vangelo invada a poco, a poco, tutto lo spazio disponibile affinchè la misericordia abbia sempre la meglio sul giudizio e ciascuno possa, con speranza, dire ogni giorno: « Oggi posso ripartire a ‘coltivare’ il mio rapporto con Dio, la mia vita, le mie relazioni, l’ambiente in cui vivo. Oggi posso ricominciare”. 

LA SOLITUDINE – BIBLICA (DA PIÙ LIBRI)

http://camcris.altervista.org/es_solitudine.html

LA SOLITUDINE – BIBLICA (DA PIÙ LIBRI)

Gesù disse: « Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me » (Giovanni 16:32).
Gesù amava gli uomini e andava loro incontro, ma è stato incompreso e rigettato. Parecchi versetti parlano della sua solitudine: « Ognuno se ne andò in casa sua. Gesù andò al monte degli Ulivi » (Giovanni 7:53; 8:1). « Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Luca 9:58). Il suo popolo non l’ha riconosciuto come il Messia promesso (Giovanni 1:10). Persino i suoi discepoli l’hanno compreso poco.
In questa solitudine, Gesù viveva presso Dio suo Padre. Ha potuto dire: « Il Padre… non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono » (Giovanni 8:29). Eppure, a causa dei nostri peccati che aveva preso su di sé per salvarci, è stato necessario che fosse abbandonato da Dio durante le tre ore d’oscurità totale sulla croce. Ma è rimasto perfetto nel suo amore.
Per questo, se ci capita di trovarci nella solitudine e nel lutto, possiamo andare al Signore Gesù. Si è già trovato in tali circostanze e simpatizza con noi, perché è vivente e ci ama. Sono molti a farne l’esperienza. Quando era in prigione, l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: « Tutti mi hanno abbandonato… Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte » (2 Timoteo 4:16,17). Confidando in Lui, puoi conoscere Dio come Padre (Giovanni 20:17). Un Padre che ci ama e che non ci abbandonerà mai.

« Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto » (Salmo 25:16).
Gesù stesso dice in Matteo: « Io sono con voi tutti i giorni ».
Dio è sensibile verso chi si sente solo, ho potuto sperimentarlo personalmente. Infatti, in un momento particolare Egli mi è stato tanto vicino, ed è stata l’unica persona che mi ha dato la forza, e che tuttora mi sta accanto invogliandomi ad andare avanti.
Mi rendo conto di essere graziata, poiché ho Gesù per amico ed Egli ha voluto che lo diventassi. Sono dispiaciuta per coloro che non conoscono il Signore, in questi momenti comprendo quanto sia importante la presenza di Dio nella mia vita.
È deludente affermare che una delle tante conseguenze di questo stato, vale a dire la solitudine, sia dovuta proprio alla totale indifferenza delle persone che hai accanto. Come ti senti in questo momento?
Forse ti trovi in una condizione di solitudine, allora voglio dirti che c’è Qualcuno interessato alla tua vita. Quel Qualcuno è una persona che io stesso ho incontrato e mi ha dato tanta gioia: Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ed ora so di non essere più sola. Gesù mi è accanto ogni giorno, Egli è il tutto della mia vita.

« Come un uomo consolato da sua madre, così io consolerò voi » (Isaia 66:13).

Il più breve versetto della Bibbia è questo: « Gesù pianse » (Giovanni 11:35).

Gesù, il figlio di Dio, colui mediante il quale è stato fatto il mondo, e che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza (Ebr. 1:1-3), ha pianto sulla terra. Era « uomo di dolore, famigliare col patire » (Isaia 53:3). Ha pianto sulla città colpevole, Gerusalemme, che stava per respingerlo e metterlo a morte col supplizio della croce. E come abbiamo letto prima, ha pianto con le due sorelle del lutto (Giovanni 11) che avevano perso il loro fratello Lazzaro. Eppure, di lì a poco, lo avrebbe resuscitato.
Voi che forse siete stanchi e affaticati, avete provato le compassioni del Signore Gesù? Lui, il Figlio eterno di Dio, è venuto nel mondo per dare soccorso e consolazione a coloro che incontrano l’afflizione, la sofferenza, il lutto. Egli è « un aiuto sempre pronto nelle distrette » (Salmo 46:1).
Se lo conoscete come vostro Signore e vostro Amico, non piangerete mai come coloro che non hanno speranza.
Le vostre lacrime, vuole asciugarle, poiché Egli stesso ha sofferto i più grandi dolori, quando è andato alla morte della croce, per salvarci. Nel vostro dispiacere, o anche nella vostra disperazione, andate ai suoi piedi, inginocchiatevi davanti a Lui e invocateLo.
Egli riempirà il vostro cuore di pace e di consolazione. Ponete in Lui la vostra fiducia, Egli è accanto a voi.
Egli vi ama del più tenero amore.

 

Publié dans:meditazioni, meditazioni bibliche |on 25 août, 2014 |Pas de commentaires »

LA SPERANZA TIENE L’UOMO IN CAMMINO – ENZO BIANCHI 2004

http://www.monasterodibose.it/content/view/3304/637/lang,it/

LA SPERANZA TIENE L’UOMO IN CAMMINO – ENZO BIANCHI 2004

Ilario di Poitiers, nel suo Commento ai Salmi (118,15,7), riporta la domanda di molti che gridano ai cristiani: «Dov’è, cristiani, la vostra speranza?». Questa domanda deve essere assunta dai cristiani e dalle chiese di oggi come indirizzata direttamente a loro. Poco importa che in essa possano esservi toni di sufficienza o di scetticismo: il cristiano sa che per lui la speranza è una responsabilità! Di essa egli è chiamato a rispondere a chiunque gliene chieda conto (1 Pietro 3,15: «siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi chieda della speranza che è in voi»). Questa responsabilità oggi è drammatica ed è una delle sfide decisive della chiesa: è in grado di aprire orizzonti di senso? Sa vivere della speranza del Regno dischiusale dal Cristo? E sa donare speranza a vite concrete, aprire il futuro a esistenze personali, mostrare che valla pena di vivere e di morire per Cristo? Sa chiamare alla vita bella e felice, buona e piena perché abitata dalla speranza, sull’esempio della vita di Gesù di Nazaret??Queste domande non possono essere eluse, soprattutto oggi che gli orizzonti culturali mostrano una profonda asfitticità ed è difficile formulare speranze a lunga durata, capaci di reggere una vita. Nella «società dell’incertezza» (ben descritta da Zygmunt Bauman), nell’epoca posta sotto il segno della «fine» (di secolo, di millennio, della modernità, delle ideologie, della cristianità), nel tempo della frantumazione del tempo, in cui anche le poche speranze che si aprono faticosamente un varco nella storia sono irrimediabilmente di breve durata, non hanno tempo a consolidarsi, ma sono esposte a imminente smentita, suona ormai in modo drammatico la domanda: «Che cosa possiamo sperare?». E colpisce che l’insistenza sull’avvento del nuovo millennio si accompagni nella chiesa a questa paurosa incapacità di aprire varchi verso il futuro, di mostrare concrete e vivibili strade di speranza e di progettualità, di dare speranza e di essere presenza significativa soprattutto per coloro che nel futuro hanno il loro orizzonte prossimo: i giovani.?L’impressione è che oggi il nemico della speranza sia l’indifferenza, il non-senso o quanto meno l’irrilevanza del senso. La stessa insistenza della pastorale cattolica sulla carità e sul volontariato ha, oltre ai tanti aspetti positivi, anche l’aspetto del ripiegamento sul presente, sull’oggi, sull’azione da compiere nei confronti del bisognoso; il tutto all’interno di una scelta che è a tempo e può sempre essere ritirata, che non impegna il futuro. Di fronte a tutto questo si situa la domanda: «Dov’è, cristiani, la vostra speranza?». Perché la virtù teologale della speranza deve essere visibile, vissuta, trovare un dove, un luogo: altrimenti è illusione e retorica! Un bel testo di Agostino dice che «è solo la speranza che ci fa propriamente cristiani» (La città di Dio 6,9,5). Cioè, il cristiano non vive cose e realtà altre e nuove, ma sostanzia di un senso nuovo e altro le cose e le realtà, e anche tutti i rapporti. Né il problema è definire la speranza, ma viverla. Certo, possiamo dire che la speranza è «un’attiva lotta contro la disperazione» (G. Marcel), è «la capacità di un’attività intensa ma non ancora spesa» (E. Fromm), ma soprattutto è ciò che consente all’uomo di camminare sulla strada della vita, di essere uomo: non si può vivere senza sperare! Homo viator, spe erectus: è la speranza che tiene l’uomo in cammino, in posizione eretta, lo rende capace di futuro.?Il cristiano trova in Cristo la propria speranza («Cristo Gesù, nostra speranza», 1 Timoteo 1,1), cioè il senso ultimo che illumina tutte le realtà e le relazioni. In questo senso, la speranza cristiana è un potente serbatoio di energie spirituali, è elemento dinamizzante che si fonda sulla fede nel Cristo morto e risorto. La vittoria di Cristo sulla morte diviene la speranza del credente che il male e la morte, in tutte le forme in cui si possono presentare all’uomo, non hanno l’ultima parola. Il cristiano narra perciò la propria speranza con il perdono, attestando che il male commesso non ha il potere di chiudere il futuro di una vita; narra la speranza plasmando la sua presenza tra gli uomini sulla fede che l’evento pasquale esprime la volontà divina di salvezza di tutti gli uomini (1 Timoteo 2,4; 4,10; Tito 2,11); soprattutto narra la speranza vivendo la logica pasquale. Quella «logica» che consente al credente di vivere nella fraternità con persone che non lui ha scelto; che lo rende capace di amare anche il nemico, l’antipatico, colui che gli è ostile; che lo porta a vivere nella gioia e nella serenità anche le tribolazioni, le prove e le sofferenze; che lo guida al dono della vita, al martirio. Se dobbiamo vedere oggi nella chiesa delle autorevoli narrazioni della speranza cristiana è proprio alle situazioni di martirio e di persecuzione che dobbiamo guardare. Lì la speranza della vita eterna, della vita in Cristo oltre la morte, trova una sua misteriosa, inquietante, ma concretissima e convincente narrazione. Lì appare credibile ciò che ancora Agostino ha scritto: «La nostra vita, adesso, è speranza, poi sarà eternità» (Commento ai Salmi 103,4,17)

E. Bianchi, Le parole della spiritualità , Rizzoli, Milano 2004

 

1234

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31