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NOI, VASI DI CRETA, ALLA SCUOLA DEL BEATO LUIGI NOVARESE

http://www.sodcvs.org/cvsitalia/?p=2696

NOI, VASI DI CRETA, ALLA SCUOLA DEL BEATO LUIGI NOVARESE

Pubblicato il 10 agosto 2013 da Giovanni

“Chi più del malato possiede un tesoro in vasi di creta?”. Si è ispirato alla Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo della Diocesi di Pescara Penne, in occasione della Messa di ringraziamento per la beatificazione di mons. Luigi Novarese, tenutasi lo scorso 25 luglio. Erano in tanti, oltre al CVS, ad ascoltarlo nella parrocchia dello Spirito Santo di Pescara: l’Unitalsi, la Pastorale ospedaliera, la Consulta delle Aggregazioni Laicali, il Rinnovamento nello Spirito, la Pastorale familiare “Lui e Lei” e un gruppo di amici dell’associazione.
Nella sua omelia mons. Valentinetti, affiancato da don Luciano Volpe, don Giancarlo Mandelli e don Tommaso Fallica, ha ricordato così il Beato Luigi Novarese, apostolo dei malati:”Andò a cercare gli ammalati ovunque essi si trovavano, per ricomunicare ad essi la gioia di vivere e la serenità dentro un cammino di Fede che essi avevano il diritto di fare e di compiere in pienezza e in verità.” Guidato dalle parole di San Paolo ha proseguito: “Noi abbiamo un tesoro in vasi di creta. Chi più del malato possiede un tesoro in vasi di creta? I malati sono richiamati da questa Parola a sentirsi investiti dalla grazia del Signore. Tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati […] portando nel proprio corpo, la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.”
Con il linguaggio chiaro, immediato e coinvolgente che lo contraddistingue, Valentinetti ha raccontato di come il corpo e l’anima lacerata degli ammalati siano stati dentro il cuore di mons. Luigi Novarese e di come egli abbia creato stupende realtà associative per potersi inserire dentro la storia di ogni situazione umana, dentro la storia di coloro che portavano più da vicino la croce di nostro Signore.Al termine dell’omelia, l’Arcivescovo ha invitato l’assemblea a imitare il Beato, animati dallo stesso spirito di Fede che la pagina di S. Paolo suggerisce: “Ho creduto perciò ho parlato”. “Anche noi crediamo e perciò parliamo!”, ha concluso, “convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi. Sia questa la speranza nostra e la speranza di tutti i malati, che attraverso la figura e l’Opera di mons. Luigi Novarese si accostano al Signore, alla Parola di Dio e ai Sacramenti. Che siano sempre più pronti a donare tutto e senza riserve. A donare per amore e solo per amore. Il Signore ci illumini e ci faccia comprendere l’abbondanza di questo insegnamento e la vita di quest’uomo che ha donato tutto sé stesso per il bene delle anime, per il bene degli ammalati”.
Un grazie di cuore all’Arcivescovo, ai Presbiteri, ai Diaconi Giancarlo Cirillo e Laurino Circeo, agli Accoliti, al coro parrocchiale che ha animato la liturgia e a quanti sono intervenuti per lodare insieme il Signore per le meraviglie che ha operato nel Beato Luigi Novarese!

Lucia Maiolino

LA MEDICINA PALLIATIVA: UNA FORMA DI CARITÀ DISINTERESSATA

http://www.zenit.org/it/articles/la-medicina-palliativa-una-forma-di-carita-disinteressata

LA MEDICINA PALLIATIVA: UNA FORMA DI CARITÀ DISINTERESSATA

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA INCORAGGIA IN MODO ESPLICITO QUESTO TIPO DI CURA

Roma, 11 Marzo 2013 (Zenit.org) Bruno Brundisini

Le cure palliative derivano il loro nome da pallium, che era il mantello usato dagli antichi greci e romani per coprire la tonaca sulle spalle. Con riferimento all’etimologia, il loro significato più appropriato sembra quello di proteggere il paziente, più che di nascondere la malattia.
Lo statuto dell’Associazione Europea per le Cure Palliative afferma che queste consistono “nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.
Esse interessano quindi il paziente in fase terminale, cioè ormai irreversibile, sia esso oncologico, sia esso affetto da altra patologia, che non risponde più alle cure specifiche. In questa fase quindi si continua a curare il malato che ha quella determinata malattia, e non più la malattia che affligge il malato.
Infatti, quando non si può più fare niente per guarire la malattia, si può fare ancora molto per curare il malato, in particolare lenire il suo dolore fisico nell’ultimo periodo della vita. È questo il momento in cui ci si deve occupare degli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente e dare il sostegno alla sua famiglia.
Vista in quest’ottica la medicina palliativa, forse ancora più di quella rivolta alla cura della patologia, presenta un altissimo rispetto della qualità della vita e della persona, che concepisce nella sua totalità. Non si tratta di una medicina estrema o spinta ad oltranza, o di accanimento terapeutico, né tanto meno di eutanasia, ma, al contrario, di una medicina di assistenza, di ascolto, di accoglienza e di accompagnamento.
Essa si pone con un approccio multidisciplinare a 360 gradi, che si rivolge a tutte le esigenze della persona in quel particolare momento. È quello che gli inglesi chiamano il passaggio dal to cure al to care for, ossia dal curare al prendersi cura di una persona. Tutto ciò può avvenire al domicilio del paziente o in ospedale o nell’hospice.
La grande attenzione a questo aspetto della medicina, che si va sempre più affermando anche nel nostro Paese, è data dalla Legge n° 38 del 15 Marzo 2010, recante le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Si tratta di una disposizione legislativa che, oltre ad indicare queste cure tra gli obiettivi prioritari del Sistema Sanitario Nazionale, sancisce l’obbligo di percorsi formativi per gli operatori sanitari di questo settore, affinché nessuno possa più improvvisarsi come palliativista o terapista del dolore.
La Chiesa Cattolica ha assunto sempre una posizione estremamente chiara oltre che sui temi dello stato vegetativo e dello stato di minima coscienza, anche sull’assistenza alla condizione di fine vita. A questo proposito basta ricordare quanto affermato nel Catechismo: “Anche se la morte è considerata imminente le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. (…) Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279).
Queste cure vengono distinte dall’accanimento terapeutico. Infatti sempre nel Catechismo si legge: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC 2278).
Oltre a credere nella vita dopo la morte, la Chiesa e la morale ci insegna anche a credere nella vita prima della morte, quando la morte ancora non è presente, ma già prende forma quello che possiamo definire il morire.

Publié dans:medicina |on 12 mars, 2013 |Pas de commentaires »

ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ (Neonatologa)

http://www.zenit.org/article-32275?l=italian

ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ

Neonatologa presso la Columbia University, cura i bambini che il destino condanna a vite brevi

di Antonio Gaspari

RIMINI, martedì, 28 agosto 2012 (ZENIT.org) – È uno di quegli incontri che ti lasciano stupito, incredulo, commosso… Un medico che va oltre ogni ragione, dedica tutto il tempo a bambini che vivranno per poche ore e che secondo la diagnosi non ce la faranno mai a sopravvivere. Eppure…
È accaduto al Meeting di Rimini, venerdì 24 agosto, è la storia di Elvira Parravicini, assistente di Clinica pediatrica alla Columbia University di New York, neonatologa che assiste e conforta bambini la cui vita sembra destinata a finire in breve tempo. Un atto al confine tra la carità infinita e la dura e crudele legge della fragilità umana.
La Parravicini ha raccontato di una coppia di teenager che aspettava due gemelline siamesi. “Le avevano amate e volute, avevano già scelto i nomi Kila e Keila. Erano unite al torace ed inoperabili, avevano un solo cuore in comune. In sala parto c’era un’atmosfera bruttissima, gli ostetrici che si lamentavano, giudicando quel parto una pazzia. Le bambine sono nate, piccole, abbracciate e con difficoltà respiratorie. Il padre mi chiese di tenerle in braccio. Vide che facevano dei sospiri, e disse: il vostro papà è qua, non vi preoccupate”.
A quel punto tutti in sala operatoria hanno iniziato a piangere e alcuni hanno abbracciato i giovani genitori, “perché – ha spiegato la Parravicini – era un momento di bellezza, prova del fatto che abbiamo tutti lo stesso cuore”.
La Parravicini si occupava di diagnosi prenatali, ma si è resa conto che una certa mentalità dominante usava le sue analisi per proporre l’interruzione volontaria di gravidanza. Le diagnosi non servivano per proporre una cura, ma per abortire.
Così è andata in crisi e per un po’ ha smesso di andare alle riunioni con i colleghi. Dopo due anni fu invitata a rientravi perché c’erano due mamme in attesa di bambini con gravi patologie, le quali non intendevano interrompere la gravidanza. La Parravicini disse: “questi bambini soffrono, e io soffrirò con loro”. E propose: “datele a me facciamo comfort care”.
Il comfort care non vuole dire solo limitarsi a consolare pazienti e genitori, ma proporre un’assistenza terapeutica anche per i casi più disperati.
“Non è vero che non c’è niente da fare – ha sostenuto la dottoressa Parravicini – il neonato ha bisogno di essere accolto, tenuto caldo, non deve soffrire la fame e la sete, non deve sentire il dolore”.
La neonatologa ha raccontato di una neonata minuscola che pesava solo 360 grammi e che con la manina provava a stringere un dito della mamma. Con le cure e l’attenzione è tornata casa appena è ha raggiunto i tre chili di peso.
Alessandra pesava appena 800 grammi alla nascita. Una infezione le aveva distrutto l’intestino. Secondo i chirurghi non c’era più niente da fare. La Parravicini ha mostrato una foto di Alessandra che ora sorride, ha un anno di età e dà da mangiare alla sua bambola.
Ha raccontato di Simona una bimba che stava rianimando, ed ha capito che “tutta la sua scienza non l’avrebbe aiutata a farla stare in vita se non ci fosse stato un Altro”.
“Essere medico – ha affermato – significa usare tutto di sé in termini professionali per un Altro che decide le ore e i minuti”.
All’incontro è intervenuto anche Carter Snead, già segretario generale del Consiglio per la Bioetica durante la presidenza di George Bush, il quale ha commentato: “Quando incontriamo un neonato riconosciamo in noi stessi, il dovere di proteggerlo, farlo crescere, non per quello che può fare per noi, ma per dirgli ciò che è, un membro della famiglia dell’uomo”.
“Il neonato è tra due infiniti. – ha concluso Snead – Si estende a ritroso nel tempo arrivando fino ai primi nostri antenati e si protende nel tempo verso il futuro, verso quelle generazioni di esseri umani che devono ancora nascere. È un qualcuno di concreto, a immagine e somiglianza di Dio”

Publié dans:medicina, medicina e biologia |on 28 août, 2012 |Pas de commentaires »

UNA SANITÀ CHE CURI LA PERSONA E POI LA MALATTIA

http://www.zenit.org/article-31283?l=italian

UNA SANITÀ CHE CURI LA PERSONA E POI LA MALATTIA

Inaugurato ieri a Roma il XIV Convegno di pastorale della sanità promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana. Tra i relatori: monsignor Mariano Crociata, segretario generale CEI, e il cardinale Caffarra, Arcivescovo di Bologna

di Salvatore Cernuzio
ROMA, martedì, 19 giugno 2012 (ZENIT.org) – Un nuovo paradigma per la Sanità in Italia che, coadiuvato dalla Chiesa, si basi sull’insegnamento evangelico dell’“ama il prossimo tuo come te stesso”, e che superi l’approccio tecnicistico odierno di una sanità che “rincorre” prima la malattia e poi la persona umana.
È questa la proposta del XIV Convegno di pastorale della sanità, dal titolo appunto Un nuovo paradigma per la sanità in Italia. La Chiesa a servizio del cambiamento, promosso dall’Ufficio per la pastorale della sanità della Conferenza Episcopale Italiana, inaugurato ieri, a Roma, presso il Centro Congressi CEI.
L’incontro, che termina domani mercoledì 20 giugno, si rivolge a tutti coloro che svolgono i loro compiti nel delicato ambito della sanità nel nostro Paese.
Delicato perché rivolto alla cosa più preziosa che Dio ha donato all’uomo: la vita, “che ha un valore inquantificabile” come ha ricordato Rocco Bellantone, preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Illustri ospiti hanno dato il via ieri al primo appuntamento del Convegno, presieduto dal vescovo di Lodi, mons. Giuseppe Merisi: il cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; il ministro della Salute, Renato Balduzzi; Silvio Brusaferro, del dipartimento di Patologia e Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Udine e mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale.
Quest’ultimo, ha esordito soffermandosi sul cambiamento che sta avvenendo nel mondo socio-sanitario in Italia e sul ruolo che la Chiesa può giocare nell’accompagnarlo. “Oggi – ha detto – di fronte allo scenario di grave crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, in un mondo che cambia velocemente, anche la sanità deve cambiare, e la formazione, l’organizzazione e il lavoro dei professionisti sanitari devono evolversi”.
In tale situazione, mons. Crociata ha sottolineato che le preoccupazioni maggiori provengono dalla “diversa quantità e qualità dei servizi offerti da regione a regione, dalla rottura dell’alleanza medico-paziente, e dalle conseguenze di ulteriori tagli alla spesa sanitaria”.
In particolare, ha proseguito, ciò che desta maggiore apprensione è “il futuro delle numerose opere sanitarie ecclesiali, che svolgono un servizio totalmente equiparato a quello pubblico”. Tali opere, molto apprezzate dai cittadini, “spesso spendono meno degli ospedali pubblici”, ma, a differenza di questi, “in molte regioni non sono rimborsate adeguatamente per il loro servizio”. Pagate quindi in ritardo, “sono costrette a indebitarsi con le banche”.
Si rende urgente, dunque, secondo il vescovo, l’esigenza di un nuovo paradigma, che possa guidare queste trasformazioni in atto. È chiamata in causa, perciò, la Chiesa, da sempre attenta e sensibile ai problemi del suo popolo, ed “esperta in umanità”.
“I temi della salute e del welfare socio-sanitario – ha proseguito mons. Crociata – costituiscono un banco di prova per l’antropologia e la morale cristiana, oltre che un terreno decisivo per la nuova evangelizzazione”.
La malattia e la cura dei più fragili è, infatti, per la Chiesa “un ambito privilegiato per l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità”. Proprio lì, nella sofferenza della malattia, ha soggiunto il prelato, “si tocca con mano il Mistero pasquale di Cristo Crocifisso e Risorto, e nella domanda di salute è racchiuso il bisogno di salvezza”.
Ha fatto seguito al discorso di mons. Crociata, la lectio magistralis del cardinale Caffarra, sul tema L’evangelizzazione sorgente dell’autentica innovazione.
Di innovazione ha infatti parlato il porporato, o meglio di un rinnovamento vissuto nel realismo della proposta cristiana, “avvenimento che riguarda l’essere stesso della persona umana”.
Tale cambiamento, ha proseguito il cardinale, deve portare alla costruzione di un “nuovo paradigma antropologico” che permetta di “uscire da quella crisi di fede in cui versa oggi la Chiesa”. Secondo l’Arcivescovo di Bologna, infatti, dopo un processo storico plurisecolare, “può dirsi compiuta la scristianizzazione della coscienza europea”, per cui “un paradigma anti-cristiano ha sostituito quello cristiano”.
L’uomo di oggi ha incarnato, quindi, la visione individualistica che lo vuole “un soggetto asociale che diventa sociale per contrazione” e che, secondo una visione utilitaristica, è “mosso ad agire solo dal proprio bene individuale”.
In base a tali criteri, ha proseguito Caffarra, è totalmente “cambiato il modo di vivere ogni esperienza umana”. Anche “il vocabolario medico è andato progressivamente cambiando”, ha evidenziato il porporato, citando un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, secondo cui: i pazienti sono diventati ‘clienti o consumatori’; i medici e gli infermieri dei ‘provider o fornitori’, ed i posti letto vengono considerati la ‘capacità produttiva’ di un ospedale”.
Un cambiamento di vocabolario del genere – ha spiegato il presule – non è altro che la “coniugazione dell’interpretazione ‘antropologica utilitaristica’ con la fondamentale esperienza umana che è l’infermità”.
L’esortazione finale del cardinale è, dunque, che, in questi tre giorni di Convegno, i partecipanti possano riflettere su un aspetto fondamentale: “Custodire o reintrodurre il paradigma antropologico personalista per gestire l’infermità umana”. Una finalità che si può realizzare solo attraverso una “profonda opera di pensiero e di impegno educativo che riconduca la persona a comprendere se stessa e il suo destino in verità”.

Publié dans:medicina, medicina e biologia |on 20 juin, 2012 |Pas de commentaires »

DIO NEL PRESEPE HA SEI MILIARDI DI VOLTI

http://www.zenit.org/article-29070?l=italian

DIO NEL PRESEPE HA SEI MILIARDI DI VOLTI

Originale messaggio natalizio del Presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche

di Eugenio Fizzotti

ROMA, mercoledì, 21 dicembre (ZENIT.org).- «Quest’anno il mio Presepe è ancora vuoto. C’è il paesaggio, il fiume, il cielo e la grotta con la natività, e nient’altro. Non è esattamente vuoto, più che altro è spopolato. Non ci sono i pastori, gli zampognari, le pecorelle, gli angeli. Solo un paesaggio e un bambino con la sua famiglia.
Un vuoto da riempire: troppo silenzio, troppa solitudine. E non ho più i pastori, li avrò smarriti ? chissà…; e, allora, quest’anno decido io chi mettere nel mio presepe, davanti a quella grotta, in cammino verso quel neonato». Inizia così il messaggio che D. Mimmo Battaglia, Presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche ha inviato a tutti gli operatori sociali delle Comunità che ospitano migliaia di giovani che, essendo scivolati nel vuoto esistenziale attraverso l’uso e l’abuso di droghe, recuperano la loro identità e il loro progressivo reinserimento nella società vivendo l’esperienza straordinaria della comunione e della condivisione.
Partendo dalla sua ormai pluridecennale esperienza, D. Mimmo riconosce nel suo messaggio che i volti dei tanti giovani che ha incontrato «hanno fame, hanno sete, sono volti nudi, volti forestieri, volti malati, carcerati» e volentieri vorrebbe che avessero questi volti i personaggi da collocare nel presepe attorno alla stalla, escludendo però «i volti dei potenti: volti sicuri, forti, vincenti che non si metterebbero in cammino. Ricordate Erode? So bene che in questo mondo comandano i più forti, che Erode siede sempre su un trono di morti, che la vita è avventura e pericoli, di strade e di esilio, ma so che dietro a questo c’è un filo rosso il cui capo è saldo nelle mani di Dio. So che il denaro comanda, ma so anche che non è il denaro il senso delle cose».
E allora per arricchire di numerosi e significativi personaggi il suo presepe D. Mimmo dichiara di volerci mettere «quel volto che ha fame, Caterina, una mamma che ha perso il lavoro. Porta in braccio e per la mano i suoi figli, da sfamare con i pacchi del banco alimentare, da mandare a scuola, vestire, in cammino verso quel bambino che piange per la fame, verso quell’altra mamma che deve dare da mangiare». E accanto a lei pensa di mettere «il volto di chi ha sete, Steven, ugandese di sette anni che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi: la strada dal suo villaggio al pozzo più vicino, portando taniche gialle sulle strade di polvere rossa, che è l’acqua, quella buona, l’hanno presa gli europei per annaffiare le loro piante di the. In cammino anche qui con le sue taniche, nel mio presepe, verso quel bambino che sarà acqua viva, che smorza la sua sete con le sue lacrime».
Con coraggio ed entusiasmo prosegue nel descrivere i possibili personaggi del suo presepe tra cui ci potrebbe essere «Marja, che passeggia di notte, piena di timore, sui viali di Bologna come un tempo passeggiava spensierata per le strade di Tirana. Nuda, per vendere un corpo che non le appartiene più, schiava; nuda della propria dignità di donna e di madre, della propria libertà. Nuda per il piacere di uomini, nuda per il guadagno di altri uomini. Nel mio presepe sta in una strada migliore, che la porta verso una casa, a ritrovare sogni e speranze nella famiglia che non ha, dove l’uomo è un padre giusto, un falegname, un uomo nuovo che conosce l’amore e la dolcezza. E, soprattutto, il rispetto della dignità, e la tenerezza di una madre che le restituisce il senso della sua vita».
E riconoscendo che sono numerosi coloro che provengono da paesi esteri decide di mettere nel suo presepe «un forestiero di nome Marco, italiano, che è emigrato a Londra perché il laboratorio in cui faceva ricerca non lo pagava più. Paga un affitto sempre troppo caro e il prezzo di una nostalgia scavata nel cuore. Non c’è una mattina in cui non scopra l’amarezza di svegliarsi lontano dalla sua casa, dai suoi amici, dai suoi fratelli, dalla sua ragazza. Come ogni altro straniero qui in Italia! Porta verso quella grotta la sua vecchia borsa piena di sogni e un curriculum non letto».
E consapevole del compito importante e urgente di sostenere i disagiati nel loro cammino di recupero del senso della vita, D. Mimmo scrive che «sulla sua carrozzina, nel mio presepe, ci metto il volto di Maurizio. Ma ci vuole qualcuno che spinga la carrozzina, così scelgo il volto di Francesco, un ragazzo sieropositivo. Maurizio che ha accettato con dignità la sua malattia, Francesco che non si rassegna e vuole riempire di senso il tempo che gli è dato. Si spingono a vicenda verso quella grotta, l’uno con le braccia, l’altro con l’anima. Attraversano dolori e giudizi, paure ed esclusioni, superano insieme barriere architettoniche e pregiudizi per raggiungere il tenero sguardo di quel bambino, per abbandonarsi tra le sue piccole braccia , per specchiare i loro mali nella sua santità. Perché c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, c’è santità in ogni vita.
E riconoscendo che sono molti coloro che hanno commesso azioni criminali e subiscono condanne, dichiara di voler mettere nel presepe «anche il volto di Giovanni, sedici anni e una condanna di omicidio sulle spalle. Giovanni che si porta appresso il suo dolore tra carceri e tribunali, che un giorno ha voluto liberare la sua famiglia dal mostro che la divorava, Giovanni che sa che deve pagare per questo. Giovanni che ha attraversato l’inferno ed ora è solo con il suo passato e fantasmi troppo ingombranti da far tacere. Che cerca in quella grotta una via per sentirsi ancora libero, ancora vivo. Che cerca da quel bambino il perdono che nessun altro può dargli».
Sarà veramente bello il presepe se i suoi personaggi indicano le situazioni di povertà e di sofferenza che caratterizzano la nostra epoca culturale. Ovviamente, accanto ad essi è opportuno collocare anche gli angeli che «Dio invia dentro l’umile via del sogno, e non per risparmiare ai suoi il deserto o l’esilio, ma perché non si arrendano in mezzo al deserto, non si rassegnino all’esilio». E si tratta di «angeli veri, donne e uomini benedetti dal Padre nostro, quelli che danno da mangiare, da bere, che visitano, lottano per i diritti e la dignità. Quelli che amano. I volontari che curano le mense, quelli che costruiscono pozzi e legami d’amicizia, quelli che si prendono cura, che portano coperte e pane sulle strade delle metropoli e sulle spiagge di Lampedusa, i medici che lasciano i loro poliambulatori nuovi di zecca per curare malati senza diritti e senza soldi in ospedali di guerra, quelli che amano la pace, che vivono con dignità, che sono fedeli alla propria vocazione nella storia, quelli che non scendono a compromessi, che non si vendono per nessun piatto di lenticchie. Quelli che ci sono sempre»
Il tal modo il presepe ipotizzato da D. Mimmo Battaglia consente di scoprire «un’umanità bella, di donne , uomini e bambini senza risposte e senza certezze, un’umanità provata ma viva che non può fare altro che abbandonarsi al mistero, cercare la Verità e la Vita nella luce di una stalla, tenue ma molto più luminosa di ogni illusione umana, e scaldarsi al fuoco della Speranza». Ed è su quella luce che, in questo Natale, D. Mimmo invita tutti a fissare il proprio cuore e da lì ripartire per collaborare attivamente al rinnovamento della società e alla rievangelizzazione della stupenda e significativa parola di Dio, fonte di serenità, di pace e di giustizia!

Publié dans:medicina |on 21 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Vaticano: le cellule staminali avranno un impatto culturale e sociale

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27106?l=italian

Vaticano: le cellule staminali avranno un impatto culturale e sociale

La Santa Sede promuove un congresso sulla biosocietà del domani

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 16 giugno 2011 (ZENIT.org).- Grazie ai progressi scientifici con le cellule staminali adulte, in un futuro prossimo si prevede che la vita delle persone potrà allungarsi notevolmente. Che cosa presupporrà per i giovani, gli anziani, ma anche per le persone oggi dette di mezza età? Un problema non indifferente con chiare conseguenze politiche, sociali e principalmente antropologiche e culturali.

Per cercare risposte a questi interrogativi, il Pontificio Consiglio per la Cultura ha convocato dal 9 all’11 novembre un congresso internazionale dal titolo “Cellule staminali adulte: la scienza e il futuro dell’uomo e della cultura”. L’evento è stato presentato questo giovedì nella Sala Stampa del Vaticano.

Erano presenti il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, il sacerdote Tomasz Trafny, direttore del dipartimento Scienza e Fede di questo dicastero, e la dottoressa Robin L. Smith, presidente dell’impresa farmaceutica statunitense NeoStem Inc, moderati da padre Federico Lombardi.

L’interesse del Pontificio Consiglio per la Cultura non è particolarmente di tipo tecnico, ma quello di esplorare l’impatto culturale della medicina rigenerativa a medio e lungo termine.

Lo ha precisato padre Trafny, ricordando che secondo le previsioni attuali “nei prossimi decenni la medicina rigenerativa giocherà un importante ruolo non solo nell’affrontare il problema delle malattie degenerative”, ma anche nelle potenzialità della medicina e nella “percezione dell’essere umano nel vasto contesto culturale soggetto ai forti cambiamenti”.

Per questo, si pongono “tante domande esistenziali che necessitano una maggiore riflessione e comprensione”.

La collaborazione con la NeoStem si basa dunque “sulla condivisione di valori etici che vedono al suo centro la tutela della vita umana in ogni stadio del suo sviluppo”, e “sull’impatto culturale che possono avere le nuove scoperte scientifiche nel campo della medicina rigenerativa”.

Particolarmente oggi, quando “non è affatto scontato che un’azienda biofarmaceutica abbia una forte sensibilità verso la tutela della vita nella sua totalità, avendo allo stesso tempo un interesse di indagine culturale”.

La conferenza internazionale conta sul sostegno di altri due dicasteri della Santa Sede: il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute) e la Pontificia Accademia per la Vita, senza escludere apporti specifici del Pontificio Consiglio delle Scienze.

Il vertice di novembre avrà un carattere divulgativo di alto profilo, senza escludere per questo coloro che non hanno una vera e propria preparazione medico-scientifica. Si cercheranno quindi dei relatori capaci di impiegare un linguaggio adeguato, ha precisato padre Trafny.

Circa le cellule staminali adulte, verranno illustrate le applicazioni cliniche che in alcuni casi già apportano notevoli benefici ai pazienti, nonché le sfide sul futuro dell’uomo.

Gli invitati sono Vescovi, ambasciatori presso la Santa Sede, Ministri della Salute dei diversi Paesi, mezzi di comunicazione…

Monsignor Ravasi ha voluto anche sottolineare l’esistenza di “una differenza tra tecnica e scienza”, visto che la prima fornisce i dati, gli strumenti, mentre la scienza utilizza i dati prodotti in un contesto più vasto, appunto quello scientifico, e quindi collegato anche a quello culturale.

Il fatto che il Vaticano collabori con un colosso della farmaceutica americana non significa che si vogliano sfidare l’Amministrazione Obama e le scelte sanitarie di questa, come suggerito da un giornalista, ma che si desidera approfondire un problema di indole scientifico-culturale di grande importanza per il futuro, giacché “molte compagnie biofarmaceutiche focalizzano sul profitto e non sono interessate a indagare se ci sarà anche un risultato a livello culturale”.

Dopo la conferenza stampa, in alcune dichiarazioni rilasciate a ZENIT, padre Trafny ha precisato che “si cercherà di affrontare questa specifica ricerca sulle staminali adulte, contestualizzarla, far vedere che non è un protocollo investigativo tipicamente scientifico che rimane circoscritto nell’ambiente di un laboratorio, ma che creerà le applicazione cliniche e avrà un impatto sociale e culturale molto ampio nei prossimi decenni”.

La domanda che si è posto il direttore del dipartimento Scienza e Fede è: “Come sarà la cultura esistente fra dieci o vent’anni? Come guarderemo l’uomo quando gli sviluppi scientifici saranno così avanzati da entrare nel profondo dei meccanismi biologici?”.

Ma anche “come si dovrà dare assistenza alle persone che forse arriveranno ai cent’anni, come assisterli, come procurare sostenibilità”. “Se la società non sarà troppo anziana, quale sarà il bilancio e rapporto tra giovani, neonati, adulti, anziani? Queste saranno – ha detto – le domande che oggi dobbiamo porci per poter rispondere”.

Nel caso in cui ci fosse qualche dubbio al riguardo, ha voluto precisare che “la Chiesa non va contro la ricerca scientifica, vogliamo sostenerla. Ma vogliamo anche che i Vescovi, pastori, agenti pastorali non abbiano paura di queste scoperte scientifiche, di modo che possano rispondere alle domande che saranno loro poste. Perché sorgeranno delle domande di tipo esistenziale, antropologico, ed è bene esplorarle già oggi”.

Il prolungamento della vita potrà alterare lo stesso concetto della morte? “E’ chiaro che le staminali serviranno per riparare un tessuto danneggiato di un organo, e quindi l’idea dell’immortalità è fantascienza – ha dichiarato padre Trafny –. Nessuno è capace di affermare che la pluripotenzialità delle cellule garantirà l’immortalità. Forse è il desiderio di qualche scienziato, ma non siamo preoccupati da questa visione

Publié dans:medicina |on 17 juin, 2011 |Pas de commentaires »

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