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ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ (Neonatologa)

http://www.zenit.org/article-32275?l=italian

ELVIRA PARRAVICINI: LA VITA COME CARITÀ

Neonatologa presso la Columbia University, cura i bambini che il destino condanna a vite brevi

di Antonio Gaspari

RIMINI, martedì, 28 agosto 2012 (ZENIT.org) – È uno di quegli incontri che ti lasciano stupito, incredulo, commosso… Un medico che va oltre ogni ragione, dedica tutto il tempo a bambini che vivranno per poche ore e che secondo la diagnosi non ce la faranno mai a sopravvivere. Eppure…
È accaduto al Meeting di Rimini, venerdì 24 agosto, è la storia di Elvira Parravicini, assistente di Clinica pediatrica alla Columbia University di New York, neonatologa che assiste e conforta bambini la cui vita sembra destinata a finire in breve tempo. Un atto al confine tra la carità infinita e la dura e crudele legge della fragilità umana.
La Parravicini ha raccontato di una coppia di teenager che aspettava due gemelline siamesi. “Le avevano amate e volute, avevano già scelto i nomi Kila e Keila. Erano unite al torace ed inoperabili, avevano un solo cuore in comune. In sala parto c’era un’atmosfera bruttissima, gli ostetrici che si lamentavano, giudicando quel parto una pazzia. Le bambine sono nate, piccole, abbracciate e con difficoltà respiratorie. Il padre mi chiese di tenerle in braccio. Vide che facevano dei sospiri, e disse: il vostro papà è qua, non vi preoccupate”.
A quel punto tutti in sala operatoria hanno iniziato a piangere e alcuni hanno abbracciato i giovani genitori, “perché – ha spiegato la Parravicini – era un momento di bellezza, prova del fatto che abbiamo tutti lo stesso cuore”.
La Parravicini si occupava di diagnosi prenatali, ma si è resa conto che una certa mentalità dominante usava le sue analisi per proporre l’interruzione volontaria di gravidanza. Le diagnosi non servivano per proporre una cura, ma per abortire.
Così è andata in crisi e per un po’ ha smesso di andare alle riunioni con i colleghi. Dopo due anni fu invitata a rientravi perché c’erano due mamme in attesa di bambini con gravi patologie, le quali non intendevano interrompere la gravidanza. La Parravicini disse: “questi bambini soffrono, e io soffrirò con loro”. E propose: “datele a me facciamo comfort care”.
Il comfort care non vuole dire solo limitarsi a consolare pazienti e genitori, ma proporre un’assistenza terapeutica anche per i casi più disperati.
“Non è vero che non c’è niente da fare – ha sostenuto la dottoressa Parravicini – il neonato ha bisogno di essere accolto, tenuto caldo, non deve soffrire la fame e la sete, non deve sentire il dolore”.
La neonatologa ha raccontato di una neonata minuscola che pesava solo 360 grammi e che con la manina provava a stringere un dito della mamma. Con le cure e l’attenzione è tornata casa appena è ha raggiunto i tre chili di peso.
Alessandra pesava appena 800 grammi alla nascita. Una infezione le aveva distrutto l’intestino. Secondo i chirurghi non c’era più niente da fare. La Parravicini ha mostrato una foto di Alessandra che ora sorride, ha un anno di età e dà da mangiare alla sua bambola.
Ha raccontato di Simona una bimba che stava rianimando, ed ha capito che “tutta la sua scienza non l’avrebbe aiutata a farla stare in vita se non ci fosse stato un Altro”.
“Essere medico – ha affermato – significa usare tutto di sé in termini professionali per un Altro che decide le ore e i minuti”.
All’incontro è intervenuto anche Carter Snead, già segretario generale del Consiglio per la Bioetica durante la presidenza di George Bush, il quale ha commentato: “Quando incontriamo un neonato riconosciamo in noi stessi, il dovere di proteggerlo, farlo crescere, non per quello che può fare per noi, ma per dirgli ciò che è, un membro della famiglia dell’uomo”.
“Il neonato è tra due infiniti. – ha concluso Snead – Si estende a ritroso nel tempo arrivando fino ai primi nostri antenati e si protende nel tempo verso il futuro, verso quelle generazioni di esseri umani che devono ancora nascere. È un qualcuno di concreto, a immagine e somiglianza di Dio”

Publié dans:medicina, medicina e biologia |on 28 août, 2012 |Pas de commentaires »

UNA SANITÀ CHE CURI LA PERSONA E POI LA MALATTIA

http://www.zenit.org/article-31283?l=italian

UNA SANITÀ CHE CURI LA PERSONA E POI LA MALATTIA

Inaugurato ieri a Roma il XIV Convegno di pastorale della sanità promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana. Tra i relatori: monsignor Mariano Crociata, segretario generale CEI, e il cardinale Caffarra, Arcivescovo di Bologna

di Salvatore Cernuzio
ROMA, martedì, 19 giugno 2012 (ZENIT.org) – Un nuovo paradigma per la Sanità in Italia che, coadiuvato dalla Chiesa, si basi sull’insegnamento evangelico dell’“ama il prossimo tuo come te stesso”, e che superi l’approccio tecnicistico odierno di una sanità che “rincorre” prima la malattia e poi la persona umana.
È questa la proposta del XIV Convegno di pastorale della sanità, dal titolo appunto Un nuovo paradigma per la sanità in Italia. La Chiesa a servizio del cambiamento, promosso dall’Ufficio per la pastorale della sanità della Conferenza Episcopale Italiana, inaugurato ieri, a Roma, presso il Centro Congressi CEI.
L’incontro, che termina domani mercoledì 20 giugno, si rivolge a tutti coloro che svolgono i loro compiti nel delicato ambito della sanità nel nostro Paese.
Delicato perché rivolto alla cosa più preziosa che Dio ha donato all’uomo: la vita, “che ha un valore inquantificabile” come ha ricordato Rocco Bellantone, preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Illustri ospiti hanno dato il via ieri al primo appuntamento del Convegno, presieduto dal vescovo di Lodi, mons. Giuseppe Merisi: il cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; il ministro della Salute, Renato Balduzzi; Silvio Brusaferro, del dipartimento di Patologia e Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Udine e mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale.
Quest’ultimo, ha esordito soffermandosi sul cambiamento che sta avvenendo nel mondo socio-sanitario in Italia e sul ruolo che la Chiesa può giocare nell’accompagnarlo. “Oggi – ha detto – di fronte allo scenario di grave crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, in un mondo che cambia velocemente, anche la sanità deve cambiare, e la formazione, l’organizzazione e il lavoro dei professionisti sanitari devono evolversi”.
In tale situazione, mons. Crociata ha sottolineato che le preoccupazioni maggiori provengono dalla “diversa quantità e qualità dei servizi offerti da regione a regione, dalla rottura dell’alleanza medico-paziente, e dalle conseguenze di ulteriori tagli alla spesa sanitaria”.
In particolare, ha proseguito, ciò che desta maggiore apprensione è “il futuro delle numerose opere sanitarie ecclesiali, che svolgono un servizio totalmente equiparato a quello pubblico”. Tali opere, molto apprezzate dai cittadini, “spesso spendono meno degli ospedali pubblici”, ma, a differenza di questi, “in molte regioni non sono rimborsate adeguatamente per il loro servizio”. Pagate quindi in ritardo, “sono costrette a indebitarsi con le banche”.
Si rende urgente, dunque, secondo il vescovo, l’esigenza di un nuovo paradigma, che possa guidare queste trasformazioni in atto. È chiamata in causa, perciò, la Chiesa, da sempre attenta e sensibile ai problemi del suo popolo, ed “esperta in umanità”.
“I temi della salute e del welfare socio-sanitario – ha proseguito mons. Crociata – costituiscono un banco di prova per l’antropologia e la morale cristiana, oltre che un terreno decisivo per la nuova evangelizzazione”.
La malattia e la cura dei più fragili è, infatti, per la Chiesa “un ambito privilegiato per l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità”. Proprio lì, nella sofferenza della malattia, ha soggiunto il prelato, “si tocca con mano il Mistero pasquale di Cristo Crocifisso e Risorto, e nella domanda di salute è racchiuso il bisogno di salvezza”.
Ha fatto seguito al discorso di mons. Crociata, la lectio magistralis del cardinale Caffarra, sul tema L’evangelizzazione sorgente dell’autentica innovazione.
Di innovazione ha infatti parlato il porporato, o meglio di un rinnovamento vissuto nel realismo della proposta cristiana, “avvenimento che riguarda l’essere stesso della persona umana”.
Tale cambiamento, ha proseguito il cardinale, deve portare alla costruzione di un “nuovo paradigma antropologico” che permetta di “uscire da quella crisi di fede in cui versa oggi la Chiesa”. Secondo l’Arcivescovo di Bologna, infatti, dopo un processo storico plurisecolare, “può dirsi compiuta la scristianizzazione della coscienza europea”, per cui “un paradigma anti-cristiano ha sostituito quello cristiano”.
L’uomo di oggi ha incarnato, quindi, la visione individualistica che lo vuole “un soggetto asociale che diventa sociale per contrazione” e che, secondo una visione utilitaristica, è “mosso ad agire solo dal proprio bene individuale”.
In base a tali criteri, ha proseguito Caffarra, è totalmente “cambiato il modo di vivere ogni esperienza umana”. Anche “il vocabolario medico è andato progressivamente cambiando”, ha evidenziato il porporato, citando un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, secondo cui: i pazienti sono diventati ‘clienti o consumatori’; i medici e gli infermieri dei ‘provider o fornitori’, ed i posti letto vengono considerati la ‘capacità produttiva’ di un ospedale”.
Un cambiamento di vocabolario del genere – ha spiegato il presule – non è altro che la “coniugazione dell’interpretazione ‘antropologica utilitaristica’ con la fondamentale esperienza umana che è l’infermità”.
L’esortazione finale del cardinale è, dunque, che, in questi tre giorni di Convegno, i partecipanti possano riflettere su un aspetto fondamentale: “Custodire o reintrodurre il paradigma antropologico personalista per gestire l’infermità umana”. Una finalità che si può realizzare solo attraverso una “profonda opera di pensiero e di impegno educativo che riconduca la persona a comprendere se stessa e il suo destino in verità”.

Publié dans:medicina, medicina e biologia |on 20 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Le staminali del cordone ombelicale risultano molto più sicure…

http://www.zenit.org/article-31258?l=italian

PER LE STAMINALI MEGLIO LE CORDONALI

Le staminali del cordone ombelicale risultano molto più sicure delle altre cellule per i rischi legati al rigetto immunologico e non necessitano di ablazione midollare nel trattamento di molte le patologie

di Paolo De Lillo

ROMA, domenica, 17 giugno 2012 (ZENIT.org).- Le staminali del cordone ombelicale mostrano sempre più chiaramente vantaggi significativi rispetto alle altre cellule indifferenziate di diversa origine. Tra questi la totale sicurezza per i pazienti trapiantati, rispetto ai gravissimi rischi di generare neoplasie maligne da parte delle embrionali, sottovalutati dalla stampa e dall’ amministrazione americana. Il presidente Obama ha permesso, in modo irresponsabile, sperimentazioni sull’ uomo in pazienti con lesioni alla retina e al midollo osseo, incurante dei pericoli mortali legati alla forte cancerogenicità delle embrionali.
Da questo punto di vista problemi consistenti sono stati rilevati recentemente anche nelle IPS, le Induced Pluripotent Stem Cells. Il motivo risiede nell’ alto numero di modificazioni genetiche, a cui vengono sottoposte. Ben diversa la situazione delle staminali cordonali, soprattutto autologhe, caratterizzate da un’ elevata affidabilità.
Inoltre esse evidenziano la capacità di evitare il rigetto anche in trapianti difficili, in confronto, ad esempio, agli scarsi risultati delle mesenchimali del midollo osseo o del sangue periferico. Grazie a ciò si potrebbe arrivare a regole meno limitanti nel trapianto di staminali cordonali di neonati, conservate dai genitori subito dopo il parto, nei confronti di famigliari malati, che presentino incompatibilità immunologiche parziali, ritenute in passato un ostacolo insuperabile.
Uno dei primi studi in questo campo è apparso sul Journal of Transplantation Medicine nel Gennaio del 2007, ad opera del Dottor Neil H Riordan e del Dottor Thomas E Ichim,1 che lavorano presso i Medistem Laboratories Inc, a Tempe, in Arizona (USA), insieme a ricercatori dell’ Institute for Molecular Medicine, a Huntington Beach, in California (USA).
In quel periodo una delle questioni di confronto tra gli scienziati, concernenti le staminali del cordone ombelicale, verteva su come selezionare in futuro i pazienti, che avrebbero dovuto subire una ablazione del midollo osseo. Si riteneva che ciò fosse necessario, per consentire l’ accettazione dell’ innesto di tali cellule, al fine di poter sfruttare le numerose ed interessanti applicazioni terapeutiche, che si stavano scoprendo negli ultimi anni. Secondo i pregiudizi correnti nella medicina rigenerativa si riteneva che fosse sempre indispensabile questa tecnica, per l’ infusione di staminali cordonali, o almeno una più ridotta soppressione immunitaria.
Gli scienziati americani hanno scoperto che questa procedura pericolosa non risulta necessaria in quasi tutti i numerosi settori della medicina, in cui la sperimentazione con le staminali cordonali, in vitro, sugli animali o clinica, sta dando risultati davvero sorprendenti, con prospettive future di terapie su milioni di pazienti. Basti pensare all’ infarto, alla cirrosi epatica, all’ ictus, al diabete o ai tumori solidi, insufficienza renale e respiratoria.
A loro parere, l’ ablazione midollare non sarebbe eticamente accettabile, ad eccezione di situazioni come il morbo di Krabbe, una patologia degenerativa, che colpisce la mielina del sistema nervoso, in cui i pazienti raramente sopravvivono oltre i 2 anni; mentre grazie alle staminali del cordone ombelicale si può raggiungere una sopravvivenza del 100%.2
Ben diversa risulta la situazione di pazienti che soffrano di disfunzioni immunologiche e tumori del sangue, legati ad aberrazioni del midollo osseo. Infatti qualora ci trovassimo di fronte a neoplasie ematologiche questo metodo risulta utile, al fine di sradicare la popolazione leucemica, geneticamente alterata, mentre si crea “spazio” per l’ innesto delle staminali cordonali del donatore. In questa situazione particolare i nuovi linfociti T mostrano capacità moltiplicative e reattive estreme. Sono le uniche patologie in cui le staminali cordonali, se trapiantate in consanguinei solo parzialmente compatibili, possono talvolta determinare GVHD: Graft Versus Host Disease, la reazione delle cellule infuse contro l’ ospite.3 Naturalmente il loro utilizzo autologo, cioè nel bambino stesso od in fratelli completamente compatibili, eviterebbe al 100% questo rischio, risolvendo alla radice il problema.
Lo scopo dello studio del Dottor Riordan è di modificare questo approccio sbagliato sulle staminali del cordone ombelicale, per quanto riguarda le applicazioni rigenerative che non comportano la ricostruzione ematopoietica. E’ giunto alla conclusione che spesso in tali situazioni non risulti necessaria neppure una minima soppressione immunitaria del ricevente. Ciò porta ad una forte diminuzione dei rischi, ad una consistente riduzione dei tempi per l’ intervento e la degenza, nonché ad un più diffuso utilizzo delle staminali cordonali nei trapianti, anche al di fuori delle indicazioni ematologiche.4
Gli scienziati americani ritengono che questa scoperta porti a valorizzare i numerosi fattori di superiorità delle staminali cordonali ematopoietiche rispetto a quelle di altra origine, in particolare del midollo osseo. Rispetto a queste ultime le staminali CD34+ presentano approssimativamente la stessa concentrazione nel cordone ombelicale, ma dimostrano una più elevata attività della telomerasi5 ed un maggior numero di cellule stimolanti la formazione di colonie nel lungo periodo, come di quelle in grado di ripopolare il sistema immunitario dopo SCID, Severe Combined Immunodeficiency.6 7
Mostrano una facile accessibilità e risultano più economiche. Ma, soprattutto, presentano un più intenso potenziale proliferativo in vivo ed in vitro8. La potente attività emopoietica di queste staminali del cordone ombelicale può essere attribuita al fatto che esso è una fonte molto più immatura, evolutivamente, di cellule staminali rispetto alle altre sorgenti adulte. Successivamente all’ ablazione del midollo osseo, riescono ad ottenere una ricostruzione ematopoietica completa, attraverso il trapianto di appena un decimo delle staminali necessarie nelle tecniche, che utilizzano le cellule del midollo osseo. Finora questo risultato veniva raggiunto con un ritardo temporale, ma oggi una tecnica innovativa permette di superare anche questa ultima limitazione.9
I ricercatori dell’ Institute for Molecular Medicine dimostrano che le staminali del cordone ombelicale non portano frequentemente ad un rigetto mediato dal sistema immunitario, né all’ ancora più pericoloso GVHD. Poi, se si utilizzato trapianti autologhi il rischio si annulla del tutto.
Una conferma di ciò risiede nell’ utilizzo, poco noto, negli anni dal 1930 al ’40 del sangue del cordone ombelicale, per eseguire trasfusioni più sicure al posto del sangue periferico. Poiché allora non era ancora verificabile l’ incompatibilità immunologica degli eritrociti, sorprende che i medici o la stampa scientifica del tempo non abbiano registrato significativi effetti collaterali, avvalendosi di questo singolare metodo.4
Un’ altra prova della sicurezza delle staminali cordonali si ritrova nella sperimentazione clinica del Dottor Hassall e dei suoi colleghi presso la Liverpool School of Tropical Medicine, a Liverpool (Inghilterra), che è stata pubblicata sul numero del Febbraio 2003 di Lancet. In Africa 128 pazienti con una severa anemia, legata alla malaria, sono stati infusi con sangue del cordone ombelicale. Anche in questo caso i medici non hanno riscontrato nessun caso di GVHD;10 Tanto che il cordone ombelicale è stato proposto come una fonte trasfusionale alternativa, laddove il sangue periferico scarseggi, per motivi sociali od economici, come nei paesi in via di sviluppo, basandosi su studi successivi più ampi, sempre con risultati positivi.11 Non solo non si verifica rigetto del trapianto, ma in alcuni casi di pazienti gravemente debilitati, come quelli affetti da tumori o HIV, i ricercatori riscontrano un aumento delle staminali ematopoietiche CD34+ nel sangue periferico.12 13
I linfociti del cordone ombelicale sono generalmente immaturi e di solito non secernono molte citochine infiammatorie, a differenza di quelli del sangue periferico adulto. Essi risulterebbero teoricamente molto più pericolosi delle staminali sempre cordonali, se infusi in un altro paziente, soprattutto per quanto riguarda il rischio di Graft Versus Host Disease. Nonostante ciò i medici hanno effettuato numerose sperimentazioni cliniche d’ infusioni di linfociti paterni in gestanti, per prevenire aborti spontanei.14 Sono state utilizzate anche dosi elevatissime, fino a 2×109 cellule, senza significativi effetti collaterali e nessun caso di GVHD.15 16
Sicuramente estremamente più sicuri risultano i trapianti delle staminali del cordone ombelicale, in cui vengono utilizzate solamente da 1,5×107 a 3×107 cellule, oltretutto singolarmente molto meno pericolose. Secondo i dati attualmente disponibili, non vi è alcun timore che sia indotta Graft Versus Host Disease dopo infusione di sangue del cordone ombelicale. In una sperimentazione clinica, pubblicata sull’ European Journal of Gyneacological Oncology nel 2006, il Professor Niranjan Bhattacharya del ha somministrato fino a 32 unità di sangue cordonale, senza il minimo segno di risposte immunitarie patologiche di questo tipo.12
Questo insieme di scoperte potrà rendere più facile e sicuro l’ utilizzo delle staminali del cordone ombelicale per trapianti verso i famigliari dei bambini, i cui genitori le abbiano conservate al momento della nascita, anche nei casi in cui non si riscontri una perfetta corrispondenza HLA (Human Leukocyte Antigen).
Una controprova di questa ipotesi si può individuare nell’ osservazione che durante la gravidanza le cellule fetali entrano nella circolazione materna.17 Staminali ematopoietiche CD34+ del bambino sono state individuate in una certa percentuale di donne, che avevano avuto figli.18 In particolare i ricercatori dell’ Institute of Reproductive and Developmental Biology, nella Division of Paediatrics, Obstetrics and Gynaecology, presso il London Imperial College, hanno pubblicato su Lancet la scoperta che il 100% delle madri presentano nel loro midollo osseo cellule mesenchimali derivate dalle staminali della prole, causando GVHD solamente in situazioni molto particolari e rare.19
Secondo Riodan ed Ichim una strada percorribile, per aumentare ulteriormente queste capacità delle staminali cordonali, potrebbe essere il loro pretrattamento con anticorpi monoclonali anti-CD52 CAMPATH. Queste sostanze determinano l’ eliminazione dei linfociti T, senza alterare l’ attività ematopoietica, sia in vitro che nella sperimentazione clinica. Inoltre riducono le cellule dendritiche circolanti nel sangue, come pure i linfociti B.4
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NOTE SUL SITO

Publié dans:medicina e biologia |on 18 juin, 2012 |Pas de commentaires »

Un manuale di biologia senza lo schema scimmia-uomo

dal sito:

http://documentazione.info/article.php?idsez=13&id=965

Un manuale di biologia senza lo schema scimmia-uomo

di Marco Respinti, Il Foglio 7 novembre 2007

Un pool di scienziati analizza i limiti dell’evoluzionismo usando solo la scienza

I presupposti del darwinismo sono ancora da dimostrare
Lunedì al Festival della Scienza di Palazzo Ducale a Genova, lo ha detto piuttosto decisamente Massimo Piattelli Palmarini, scienziato cognitivo che si divide fra Università San Raffaele e Università dell’Arizona (sul tema annuncia addirittura un libro intero, che sta scrivendo con il collega statunitense, ateo, ateissimo, Jerry Fodor, filosofo della mente). Il neodarwinismo, dice Piattelli Palmarini (cioè il makeup con cui l’evoluzionismo si è rifatto la cera a fronte degli scacchi mossigli dalla genetica), si fonda su ciò che invece è ancora tutto da dimostrare.
Le perplessità scientifiche sulla “selezione naturale”
Il concetto di “selezione naturale” (perno irrinunciabile di darwinismo e neodarwinismo) è piuttosto vago e quando va bene astratto. E le scoperte più recenti contaddicono il dogmatismo tetragono con cui i neodarwinisti difendono in modo trinariciuto i segreti de “L’origine  della specie”. Insomma, l’evoluzionismo è una ipotesi che fa acqua da molti pori e i suoi fondamenti si contraddicono l’un l’altro (“selezione naturale” come scelta operata assieme da natura e caso cieco). Altro che scienza. Sul punto il dibattito fiorisce da tempo e la letteratura cresce. In pochi anni i titoli che mettono in crisi questo o quel punto dell’impianto teoretico evoluzionistico (senza per questo essere però automaticamente ascrivibili al “creazionismo” o persino alla più “morbida” idea del “progetto intelligente”) si sono moltiplicati rapidamente; e se fare dell’antidarwinismo resta ancora sempre piuttosto scorretto, politicamente parlando, la cosa appare comunque oggi un tantino meno scriteriata che non solo qualche tempo fa.
La parola agli addetti ai lavori
Il salto vero di qualità è venuto peraltro quando del tema si sono messi a trattare seriamente dei veri addetti ai lavori, scienziati autentici (biochimici, cosmologi, paleontologi, antropologi) i quali sono venuti così ad affiancarsi a divulgatori di buon spirito ma magari di poche conoscenze specifiche e a  confortare quei pionieri per lungo tempo lasciati soli a combattere una buona battaglia che però a molti sembrava una carica contro i mulini a vento. Due nomi per tutti, e italiani, Giuseppe Sermonti, genetista, e Roberto Fondi, paleontologo.
Un testo che parla di scienza e solo di scienza
Di libri così ne è appena uscito un altro, che però non è solo un libro in più da archiviare sullo scaffale appropriato. Si tratta di “Evoluzione. Un trattato critico. Certezza dei fatti e diversità delle interpretazioni”. Lo pubblica l’editore Gribaudi di Milano con prefazione di Fernando De Angelis. Ne sono autori un pool di scienziati (chimici, paleontologi, biologi, antropologi, informatici, botanici, embriologi) coordinati dai due curatori dell’opera, scienziati pure loro, Reinhard Junker e Siegfried Scherer, entrambi biologi e quest’ultimo citato da Papa Ratzinger come esempio di scienza non darwinista. Ebbene era il testo che attendevamo, tutti. Il “noi” qui non è maiestatico, ma un soggetto collettivo che comprende sia darwinisti sia antidarwinisti, critici e partigiani, credenti e non, scienziati e profani, possibilisti, dubbiosi e rigoristi. Era il testo che tutti attendevamo perché si tratta di un libro di biologia che anzitutto si occupa della materia in oggetto, la vita organica sul pianeta Terra, lasciando ad altra sede l’approccio polemico e critico. E questo dovrebbe far davvero contenti un po’ tutti. Che i fatti biologici vengano cioè presi in considerazione per quello che sono e che dicono oggettivamente, prima e al di là di ogni considerazione ulteriore, è cosa che di per sé dovrebbe risultare gradita a ogni partito.
Il libro fa luce su alcune teorie infondate
Il libro in questione nasce in Germania nel 1998 e oggi è giunto alla sesta edizione. Su questa è stata condotta la versione italiana, la prima. Tedesco è lo stile del libro, tedesco l’approccio che esso segue, tedesca l’assoluta serietà dell’analisi che propone, rigorosamente tecnica senza mai essere solo tecnicistica. Il suo pregio, enorme, è quello di descrivere (quindi non solo di affermare) cose diverse rispetto a quelle che normalmente si leggono sui testi di genere, consuetamente improntate a un secco determinismo a supporto del quale non esistono però riscontri empirici. La squadra di specialisti coordinata da Junker e Scherer questo infatti anzitutto e soprattutto fa.  Ricorda, e mostra, come infondata sia per esempio la pretesa di far derivare la vita organica dalla materia inanimata, di come i fossili non attestino affatto specie viventi in fase di mutazione (a metà insomma, in transizione) ma solo specie in sé conchiuse, di come giocare con le permutazioni genetiche possa pure risultare affascinante ma comunque sia assai poco sfruttabile per desumerne il concetto di speciazione macroevolutivo caro a ogni tipo di darwinisti, e via di questo passo.
Un libro didattico basto sull’onestà scientifica
Il tutto usando la biologia e solo la biologia. Il libro lo mostra raccontando infatti quel che la scienza ha fin qui accertato, quel che la scienza non sa (ancora?) dire, quel che la scienza non può invece (“statutariamente”) dire. Un gran bel libro, insomma, e utile. Ma il suo maggior vantaggio è l’essere un libro pensato appositamente per la didattica. Ha figure (tante, belle, colorate), schemi e schemini a iosa, diagrammi e alberi genealogici in abbondanza, specimen e illustrazioni. E poi riassuntini, esplosi, box e boxini, utili all’insegnamento, all’apprendimento, alla memorizzazione. È cioè un testo nato per le scuole e che nelle scuole di ogni ordine e grado (lo si può infatti leggere e insegnare a più livelli) farebbe un gran bene a tutti, se insuperabili non fossero quelle forche caudine ministeriali che detengono la prima e l’ultima parola sull’adottabilità di un determinato testo in aula. Forse il testo non potrà mai ufficialmente figurare sui banchi delle scuole, ma costituisce una superba lezione di scienza, di metodo scientifico, di ragione intelligente. L’unica sua partigianeria è quella di raccontare le cose esattamente come gli specialisti le conoscono. Il resto è solo letteratura, talvolta di pessima qualità.

Publié dans:medicina e biologia |on 22 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

IL COMMERCIO DEGLI OVULI: SFRUTTAMENTO E RISCHI PER LE DONATRICI

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28025?l=italian

IL COMMERCIO DEGLI OVULI: SFRUTTAMENTO E RISCHI PER LE DONATRICI

Intervista a Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 21 settembre 2011 (ZENIT.org).- Il commercio degli ovuli femminili è una attività che ha raggiunto un bilancio di molti miliardi di dollari. Negli Stati Uniti viene considerata una vera e propria industria.
Cominciano a comparire però storie di donne che sono state sfruttate e che stanno rischiando la vita in seguito ai danni subiti dalla iperstimolazione e dall’asportazione di ovuli.
Emergono così i lati oscuri, segreti e controversi di questo commercio. Appaiono annunci in tutto il mondo in cui le giovani donne sono sollecitate a vendere i propri ovuli per decine di migliaia di dollari.
La vendita viene giustificata con uno scopo umanitario, sostenendo che questi ovuli serviranno “a realizzare il sogno di qualcuno che soffre di infertilità”.
Ma chi sono le donatrici di ovuli? Sono trattate con giustizia? O sono solo vittime del cinico utilitarismo del mercato? E quali sono i rischi a breve e lungo termine per la loro salute?
Per rispondere a queste e altre domande il Centro di Bioetica e Cultura (Center for Bioethica and Culture Network,
http://www.cbc-network.org/) ha svolto una inchiesta e l’ha raccontata in un film–documentario dal titolo “Eggsploitation. The infertility has a dirty little secret” (www.eggsploitation.com).
Dopo aver visto il film in questione, Kelly Vincent-Brunacini, presidente dell’associazione Femministe per la Vita di New York, ha detto che “Eggsploitation è un documentario avvincente e rivelatore che mostra allo spettatore l’altra faccia dell’industria dell’infertilità”. Così si scoprono le storie inquietanti e strazianti di donne le cui vite sono state cambiate per sempre dopo aver subito la procedura per la donazione di ovuli.
Tutte e tre le donne che testimoniano la loro esperienza nel documentario hanno rischiato la vita a causa delle complicanze associate con la donazione di ovuli. Una ha subito un ictus che ha danneggiato il suo cervello; un’altra ha sviluppato un tumore al seno; mentre l’ultima ha diversi problemi di salute associati alla pratiche di iperstimolazione ovarica a cui è stata sottoposta.
Per approfondire un tema le cui implicazioni sanitarie, mediche e sociali saranno sempre più rilevanti, ZENIT ha intervistato Jennifer Lahl, Presidente del Center for Bioethica and Culture Network
Di che cosa parla “Eggsploitation”, il documentario da lei prodotto?
Lahl: Io sono l’autrice, la produttrice e la regista di « Eggsploitation », che ha vinto il premio come miglior documentario al California Independent Film Festival 2011. Abbiamo venduto il film in oltre 29 paesi ed è stato mostrato in tutto il mondo.
Quali sono quelli che lei chiama i piccoli sporchi segreti dell’industria della fertilità?
Lahl: I « piccoli sporchi segreti » sono molti. Per esempio, le donne non sono informate sui rischi e le complicazioni a breve e a lungo termine. E non sono neanche seguite quando cominciano ad emergere problemi sanitari. Senza avere a disposizione i dati a lungo termine circa le tecniche di iperstimolazione, è evidente che le donne non possono essere adeguatamente informate circa gli eventuali rischi per la salute. C’è molta ipocrisia, si parla di donazione degli ovuli, ma è a tutti gli effetti una “vendita” condizionata dall’utilitarismo del mercato. Il consenso non è informato, ma viene comprato, perché le donne hanno bisogno di denaro. E’ evidente che i medici coinvolti dovrebbe richiedere un “CORRETTO consenso informato”, dovrebbero acquisire dati scientifici per studi di larga dimensione e dovrebbero impedire l’offerta di denaro. Nel corso dell’inchiesta abbiamo scoperto inoltre che alcuni dei farmaci per la fertilità utilizzati non hanno mai ricevuto l’approvazione delle autorità per questo uso particolare.
Il Lupron per esempio è stato approvato dalla U.S Food and Drug Administration (FDA) come farmaco per la cura del cancro alla prostata allo stadio terminale, ma non per la super-ovulazione. Risulta così che le violazioni dell’industria dell’infertilità sono gravi e numerose: nessuno studio a lungo termine sui rischi sanitari, violazione del consenso informato, corruzione indotta con l’offerta di denaro, scarsa o addirittura assente la protezione della donatrice, soprattutto quando si genera un danneggiamento degli ovuli.
A quanto ammonta il bilancio del commercio degli ovuli?
Lahl:Èmolto difficile quantificare il numero di donazioni d’ovuli. La maggior parte di queste compravendite avviene « sotto il tavolo » e « fuori delle griglia delle attività controllate”. Si tratta di un settore in espansione e fuori dal controllo.
Chi sono le donatrici di ovuli?
Lahl: Di solito sono donne tra i 21 e i 30 anni, nel fiore dei loro anni riproduttivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne che hanno bisogno di soldi. Negli Stati Uniti, sono spesso studentesse universitarie di età compresa tra i 19 ed i 25 anni, le quali hanno bisogno di pagare le tasse scolastiche, l’affitto ecc. Nei paesi più poveri, sono donne che hanno solo bisogno di pagare l’affitto e comprare il cibo per tirare avanti.
Quali sono i rischi per la salute a breve e a lungo termine?
Lahl: I rischi a breve termine sono tutti quelli connessi con le pratiche di iperstimolazione ovarica (OHSS), e poi ictus, trombosi, aumento di peso, squilibri dell’umore…Rischi a lungo termine sono i tumori (in particolare tumori dell’apparato riproduttivo) e problemi di riduzione della fertilità.
Non le sembra paradossale che mentre da una parte vengono abortiti circa 50 milioni di bambini e bambine ogni anno, dall’altra parte ci sono persone disposte a tutto pur di aver ovuli da fecondare?
Lahl: Sì, si tratta di un cinico paradosso. Da una parte si gettano via i bambini concepiti e dall’altra si spendono enormi risorse e si sfruttano i corpi delle persone per creare la vita in laboratorio!
Non sarebbe meglio far nascere tutti i concepiti e lasciare in adozione quelli che non vengono accettati?
Lahl: In un mondo amorevole, la cosa migliore da fare è che madri e padri accolgano tutti i bambini concepiti nelle loro famiglie. Abbiamo molto lavoro da fare per incoraggiare le madri e i padri a tenere i loro bambini ed evitare l’interruzione di gravidanza. Se non si sentono in grado di prendersi cura dei loro bambini, non è facile convincerli che possono favorire e incoraggiare l’adozione.

Publié dans:medicina e biologia |on 21 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

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