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MARTIRIO DI S. POLICARPO – MEMORIA 23 FEBBRAIO

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MARTIRIO DI S. POLICARPO – MEMORIA 23 FEBBRAIO

Saluto
La Chiesa di Dio che dimora a Smirne alla Chiesa di Dio che è a Filomelio e a tutte le comunità della santa Chiesa cattolica di ogni luogo. La misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino.
L’argomento della lettera
I. 1. Vi scriviamo, fratelli, riguardo ai martiri e al beato Policarpo che sigillandola col suo martirio ha fatto cessare la persecuzione. Quasi tutti gli avvenimenti svolti accaddero perché il Signore ci mostrasse di nuovo un martirio secondo il Vangelo. 2. Infatti, come il Signore, egli attese di essere arrestato, perché anche noi divenissimo suoi imitatori, non preoccupandoci solo di noi, ma anche del prossimo. E’ della carità sincera e salda volere non solo salvare se stesso ma anche tutti i fratelli.
Contemplare con gli occhi del cuore
II, 1. Beati e generosi sono tutti i martìri che avvengono per volontà del Signore. Bisogna che noi siamo più religiosi per attribuire a Dio la potenza di tutte le cose. 2. Chi non si meraviglierebbe della loro generosità, della loro pazienza e del loro amore a Dio? Lacerati dai flagelli, al punto da lasciar vedere l’anatomia del corpo sino alle vene e alle arterie, rimanevano fermi, sebbene gli astanti, mossi a compassione, piangessero. Essi ebbero tale forza che nessuno emise un gemito o un sospiro dimostrando a tutti che, nel momento in cui venivano messi alla prova, i generosi martiri di Cristo non erano nel loro corpo, ma che il Signore stando vicino parlasse loro. 3. Presi dalla grazia di Cristo, disprezzavano i tormenti del mondo, acquistandosi, per un momento solo, la vita eterna. Il fuoco dei tormenti disumani era freddo per loro. Avevano davanti agli occhi, per sfuggirlo, quello eterno e che non si spegne mai. Con gli occhi del cuore contemplavano i beni riservati ai pazienti, che nè orecchio intese, nè occhio vide, nè cuore di uomo ha immaginato, additati loro dal Signore, perché non erano più uomini, ma angeli. 4. Similmente quelli che furono condannati alle fiere sopportarono tormenti orribili, stesi su conchiglie e straziati con altre forme di torture varie, perché si cercava, se fosse stato possibile, di indurli all’abiura.
Germanico
III, 1. Molto macchinò contro di loro il diavolo, ma grazie a Dio non prevalse in tutto. Il generosissimo Germanico con la sua costanza sostenne la loro debolezza e fu mirabile nella lotta contro le fiere. Il proconsole lo esortava dicendo di aver pietà della sua giovinezza, ma egli, aizzandola, attirava contro di sè la belva, desideroso di allontanarsi al più presto da questa vita ingiusta ed iniqua. 2. Per ciò tutta la folla meravigliata della elevatezza d’animo della razza pia e generosa dei cristiani ebbe a gridare: « Abbasso gli atei! Si cerchi Policarpo ».
Quinto
IV. Un frigio di nome Quinto, da poco venuto dalla Frigia, vedendo le fiere fu terrorizzato. Egli si era offerto spontaneamente e spingeva gli altri allo stesso passo. Il proconsole, dopo molte insistenze, lo persuase a giurare e a sacrificare. Perciò, fratelli, non approviamo coloro che si costituiscono, poiché il Vangelo non insegna così.
II rifugio
V, 1. Policarpo, uomo assai meraviglioso, a sentire ciò, non si scompose e volle rimanere in città, ma i più lo esortavano ad allontanarsi. Si ritirò in campagna, poco lontano dalla città e si trattenne con pochi. Non faceva altro giorno e notte che pregare per tutti e per le comunità cristiane del mondo, come era suo costume. 2. Mentre stava in preghiera, tre giorni prima di essere catturato, ebbe la visione del suo guanciale arso dalle fiamme. Rivoltosi a quelli che erano con lui disse: « Devo essere bruciato vivo ».
Il tradimento
VI, 1. Poiché quelli che lo cercavano non si fermavano, egli si trasferì in un’altra campagna e subito vi giunsero coloro che lo inseguivano. Non avendolo trovato, presero due giovani schiavi. Uno di essi torturato confessò. 2. (Ormai) gli era impossibile rimanere nascosto, perché anche i suoi lo tradivano. Il capo della polizia, che aveva avuto dalla sorte lo stesso nome di Erode, aveva premura di condurlo allo stadio, perché si fosse compiuto il suo destino divenendo simile a Cristo, e i traditori avessero ricevuto lo stesso castigo di Giuda.
La cattura
VII, 1. Di venerdì all’ora di pranzo, guardie e cavalieri con le consuete armi, conducendosi il giovane schiavo, partirono come se inseguissero un ladrone. Arrivando verso sera lo trovarono coricato in una casetta al piano superiore. Anche di là avrebbe potuto fuggire in un altro podere, ma non volle dicendo: « Sia fatta la volontà di Dio ». 2. Sentendo che erano arrivati, scese a parlare con loro, meravigliati della sua veneranda età, della sua calma e di tanta preoccupazione per catturare un uomo così vecchio. Subito ordinò di dar loro da mangiare e da bere quanto ne volevano e chiese che gli concedessero un’ora per pregare tranquillamente. 3. Lo concessero, e stando in piedi incominciò a pregare pieno di amore di Dio, tanto che per due ore non si poté interromperlo. Quelli che lo ascoltavano erano stupiti e molti si pentivano di essere venuti a prendere un sì degno e santo vegliardo.
Grande sabato
VIII, 1. Quando terminò la preghiera, ricordandosi di tutti quelli che aveva conosciuto, piccoli e grandi, illustri e oscuri e di tutta la Chiesa cattolica sparsa per la terra, e giunse l’ora di andare, facendolo sedere su un asino lo condussero in città. Era il giorno del grande sabato. 2. Il capo della polizia e il padre di costui, Niceta, gli vennero incontro. Lo fecero salire sul cocchio e sedendogli vicino cercavano di persuaderlo dicendo: « Che male c’è a dire: Cesare Signore, offrire incenso con tutto ciò che segue e salvarsi? ». Dapprima non rispose loro, poiché quelli insistevano disse: « Non voglio fare quello che mi consigliate ». 3. Essi, avendo perduto la speranza di persuaderlo, gli rivolsero parole crudeli e lo spinsero in fretta, tanto che nello scendere dal cocchio si sbucciò lo stinco. Ma lui senza voltarsi, come se nulla fosse successo, allegro si incamminò verso lo stadio. Vi era un tumulto tale che nessuno poteva farsi ascoltare.
Abbasso gli atei!
IX, 1. A Policarpo che entrava nello stadio scese una voce dal cielo: « Sii forte, Policarpo, e mostrati valoroso ». Nessuno vide chi aveva parlato, quelli dei nostri che erano presenti udirono la voce. Infine, mentre veniva tradotto, si elevò un grande clamore per la notizia che Policarpo era stato arrestato. 2. Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e (il proconsole) cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: « Pensa alla tua età » e le altre cose di conseguenza come si usa: « Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei! ». Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei crudeli pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: « Abbasso gli atei! ». 3. Il capo della polizia insistendo disse: « Giura e io ti libero. Maledici il Cristo ». Policarpo rispose: « Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato? ».
Sono cristiano
X, 1. Insistendo ancora gli disse: « Giura per la fortuna di Cesare! ». Policarpo rispose: « Se ti illudi che io giuri per la fortuna di Cesare, come tu dici, e simuli di non sapere chi io sono, sentilo chiaramente. Io sono cristiano. Se poi desideri conoscere la dottrina del cristianesimo, concedimi una giornata e ascoltami ». Rispose il proconsole: « Convinci il popolo ». 2. Policarpo di rimando: « Te solo ritengo adatto ad ascoltarmi. Ci è stato insegnato di dare alle autorità e ai magistrati stabiliti da Dio il rispetto come si conviene, ma senza che ci danneggi. Non ritengo gli altri capaci di ascoltare la mia difesa ».
Il fuoco del giudizio futuro
XI, 1. Il proconsole disse: « Ho le belve e ad esse ti getterò se non cambi parere… ». L’altro rispose: « Chiamale, è impossibile per noi il cambiamento dal meglio al peggio; è bene invece passare dal male alla giustizia ». 2. Di nuovo l’altro gli disse: « Ti farò consumare dal fuoco, poiché disprezzi le belve, se non cambi parere…! ». Policarpo rispose: « Tu minacci il fuoco che brucia per un’ora e dopo poco si spegne e ignori invece il fuoco del giudizio futuro e della pena eterna, riservato agli empi. Ma perché indugi? Fa’ quello che vuoi! ».
Policarpo ha confessato di essere cristiano
XII, 1. Nel dire queste ed altre cose era pieno di coraggio e di allegrezza e il suo volto splendeva di gioia. Egli non solo non si lasciò abbattere dalle minacce rivoltegli, ma lo stesso proconsole ne rimase sconcertato e mandò in mezzo allo stadio il suo araldo a gridare tre volte: « Policarpo ha confessato di essere cristiano ». 2. Dopo questo proclama dell’araldo, tutta la moltitudine dei pagani e dei giudei abitanti a Smirne con furore incontenibile e a gran voce gridò: « Questo è il maestro d’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dei che insegna a molti a non fare sacrifici e a non adorare ». Gridavano queste cose chiedendo all’asiarca Filippo che lanciasse un leone contro Policarpo. Egli, invece, rispose che non gli era lecito, poiché il combattimento contro le fiere era terminato. 3. Allora concordemente si misero a gridare che Policarpo fosse arso vivo. Doveva compiersi la visione del guanciale, che gli era apparso quando in preghiera l’aveva visto in fiamme, e volto ai fedeli che erano con lui profeticamente disse: « Devo essere bruciato vivo ».
Fermo sulla pira
XIII, 1. Questo fu più presto fatto che detto; subito la folla si mise a raccogliere legna e frasche dalle officine e dalle terme. Soprattutto i giudei con più zelo, come è loro costume, si diedero da fare in questo. 2. Quando il rogo fu pronto, deposte le vesti e sciolta la cintura incominciò a slegarsi i calzari, cosa che precedentemente non faceva, perché ogni fedele si affrettava a chi prima riuscisse a toccargli il corpo. Per la santità di vita era venerato prima del martirio. 3. Subito furono apprestati gli attrezzi necessari per il rogo. Mentre stavano per inchiodarlo egli disse: « Lasciatemi così. Chi mi da la forza di sopportare il fuoco mi concederà anche, senza la vostra difesa dei chiodi, di rimanere fermo sulla pira ».
La preghiera di Policarpo
XIV, 1. Non lo inchiodarono ma lo legarono. Con le mani dietro la schiena e legato come un capro scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta preparata a Dio, guardando verso il cielo disse: « Signore, Dio onnipotente Padre di Gesù Cristo tuo amato e benedetto Figlio, per il cui mezzo abbiamo ricevuto la tua scienza, o Dio degli angeli e delle potenze di ogni creazione e di ogni genia dei giusti che vivono alla tua presenza. 2. Io ti benedico perché mi hai reso degno di questo giorno e di questa ora di prendere parte nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione alla vita eterna dell’anima e del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. In mezzo a loro possa io essere accolto al tuo cospetto in sacrificio pingue e gradito come prima l’avevi preparato, manifestato e realizzato, Dio senza menzogna e veritiero. 3. Per questo e per tutte le altre cose ti lodo, ti benedico e ti glorifico per mezzo dell’eterno e celeste gran sacerdote Gesù Cristo tuo amato Figlio, per il quale sia gloria a te con lui e lo Spirito Santo ora e nei secoli futuri. Amen ».
Un profumo come di incenso
XV, 1. Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. 2. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi.
Un maestro profetico
XVI, 1. Alla fine gli empi, vedendo che il corpo di lui non veniva consumato dal fuoco, ordinarono al confector di avvicinarsi e di finirlo con un pugnale. E fatto questo, zampillò molto sangue che spense il fuoco. Tutta la folla rimase meravigliata della grande differenza tra gli infedeli e gli eletti. 2. Tra questi fu il meraviglioso martire Policarpo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne, divenuto ai nostri giorni un maestro apostolico e profetico. Ogni parola che uscì dalla sua bocca si è compiuta e si compirà.
II martire discepolo e imitatore del Signore
XVII, 1. Ma l’invidioso, maligno e perverso, il tentatore della razza dei giusti vide la grandezza del suo martirio e la sua condotta irreprensibile sin dal principio, notandolo cinto della corona dell’immortalità, il premio conseguito che non si può contestare. Egli si adoperò perché il corpo di lui non fosse preso da noi, benché molti desiderassero di farlo, per possedere la sua santa carne. 2. Suggerì a Niceta, il padre di Erode, fratello di Alce, di andare dal governatore perché non consegnasse le spoglie. Lasciando da parte il crocifisso – egli disse – incominceranno a venerare lui. Avevano detto questo per le istigazioni e le insistenze dei giudei, che ci sorvegliavano se noi volessimo prenderlo dal rogo. Erano ignari che non potremo mai abbandonare Cristo che ha sofferto da innocente per i peccatori, per la salvezza di quelli che sono salvi in tutto il mondo, e adorare un altro. 3. Noi veneriamo lui che è Figlio di Dio, e degnamente onoriamo i martiri come discepoli e imitatori del Signore per l’amore immenso al loro re e maestro. Potessimo anche noi divenire loro compagni e condiscepoli!…
II giorno natalizio
XVIII, 1. Il centurione, avendo visto la contesa dei giudei, poste nel mezzo le spoglie le fece bruciare, come era d’uso. 2. Così noi più tardi, raccogliendo le sue ossa, più preziose delle gemme di gran costo e più stimate dell’oro, le ponemmo in un luogo più conveniente. 3. Appena possibile, ivi riunendoci nella serenità e nella gioia, il Signore ci concederà di celebrare il giorno natalizio del martire, per il ricordo di quelli che hanno combattuto prima e ad esercizio e coraggio di quelli che combatteranno.
Martirio secondo il vangelo di Cristo
XIX, 1. Questi i fatti intorno al beato Policarpo che con quelli di Filadelfia fu il dodicesimo a subire il martirio a Smirne. Egli solo è ricordato più di tutti e di lui si parla dovunque, anche tra i pagani. Non soltanto fu un maestro insigne, ma un martire celebre, e tutti desiderano imitare il suo martirio avvenuto secondo il vangelo di Cristo. 2. Con la sua pazienza ha trionfato sul governatore ingiusto, ha conseguito la corona dell’immortalità ed esulta con gli apostoli e tutti i giusti. Egli glorifica Dio Padre onnipotente e benedice il Signore nostro Gesù Cristo, salvatore delle nostre anime, guida dei nostri corpi e pastore della Chiesa cattolica nel mondo.
Darne notizia ai fratelli
XX, 1. Ci avete pregato di essere informati da noi ampiamente sui fatti accaduti. Per il momento li abbiamo riassunti in breve per mezzo di nostro fratello Marcione. Conosciute poi le cose, spedite la lettera ai fratelli più lontani, perché anche questi glorifichino il Signore che fa la scelta dei suoi servi. 2. A lui, che può condurre tutti noi, per sua grazia e suo dono nel regno eterno, mediante suo Figlio, l’unigenito Gesù Cristo, gloria, onore, potenza e grandezza per sempre. Salutate tutti i fedeli. Quelli che sono con noi vi salutano e con tutta la famiglia Evaristo che ha stilato la lettera.
Data del martirio
XXI. Il beato Policarpo ha testimoniato il secondo giorno di Santico, il settimo giorno prima delle calende di marzo, di grande sabato, all’ora ottava. Fu preso da Erode, pontefice Filippo di Tralli e proconsole Stazio Quadrato, re eterno nostro Signore Gesù Cristo. A lui gloria, onore, grandezza, trono eterno di generazione in generazione. Amen.
I Appendice
XXII, 1. Noi vi auguriamo di star bene, fratelli, camminando secondo il Vangelo nella parola di Gesù Cristo, e con lui sia gloria a Dio Padre e allo Spirito Santo, per la salvezza dei santi eletti. Così testimoniò il beato Policarpo, sulle cui orme vorremmo trovarci nel regno di Gesù Cristo. 2. Ciò ha trascritto da Ireneo, discepolo di Policarpo, Gaio che era vissuto con Ireneo. Io, Socrate, ho scritto copiando da Gaio a Corinto. La grazia sia con tutti. 3. E io, Pionio, lo trascrivo ancora dall’esemplare già ricordato, avendolo cercato dopo una rivelazione del beato Policarpo, come dirò in seguito. Lo raccolsi che era quasi distrutto dal tempo, perché il Signore Gesù Cristo raccolga anche me tra i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui sia gloria col Padre e col Santo Spirito nei secoli dei secoli. Amen.

Dal manoscritto di Mosca.
II Appendice
1. Ciò ha trascritto dalle opere di Ireneo Gaio, che era vissuto con Ireneo discepolo di Policarpo. 2. Questo Ireneo che all’epoca del martirio del vescovo Policarpo era a Roma, insegnò a molti. Di lui ci sono tramandate numerose opere molto belle ed ortodosse, nelle quali si ricorda di Policarpo che fu suo maestro, ed ebbe a confutare con forza ogni eresia e ci ha trasmesso la regola ecclesiastica e cattolica come l’aveva ricevuta dal santo. 3. Dice anche questo: un giorno Marcione, dal quale sono chiamati i Marcioniti, incontratosi con Policarpo gli disse: « Riconoscici, o Policarpo ». Egli rispose a Marcione: « Ti riconosco, ti riconosco quale primogenito di Satana ». 4. Anche questo si tramanda negli scritti di Ireneo. Nel giorno e nell’ora in cui Policarpo a Smirne subì il martirio, Ireneo, che era nella città di Roma, sentì una voce come di tromba che diceva: « Policarpo è stato martirizzato ». 5. Da queste opere di Ireneo, come si è detto, Gaio aveva trascritto, e da Gaio trascrisse Isocrate a Corinto. Io, Pionio, di nuovo ho trascritto da Isocrate, che ho ricercato dopo la rivelazione di san Policarpo. Lo raccolsi che era fatiscente per il tempo, perché mi raccolga il Signore Gesù Cristo con i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui gloria col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:martiri, Padri della Chiesa e Dottori |on 23 février, 2017 |Pas de commentaires »

DIETRICH BONHOEFFER – IL 9 APRILE 1945 VENNE IMPICCATO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI FLOSSEBÜRG.

http://www.giovaniemissione.it/testimoni/bonhoeff.htm

DIETRICH BONHOEFFER – IL 9 APRILE 1945 VENNE IMPICCATO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI FLOSSEBÜRG.

Nato a Breslavia (Germania) nel 1906 con la sorella gemella Sabine, Dietrich fu il sesto degli otto figli di Karl e Paula Bonhoeffer. Il padre era un importante professore di psichiatria e neurologia; la madre una delle poche donne laureate della sua generazione. Bonoheffer sceglie di studiare teologia, una scelta « strana » per la sua famiglia che frequentava sì la Chiesa luterana , ma guardava con ironia la Chiesa e la teologia, gente convinta cioè che la vera cultura moderna sia la cultura laica e la scienza. Laureatosi in teologia a Berlino nel 1927, Bonhoeffer iniziò l’attività di pastore in una chiesa tedesca a Barcellona nel 1928. Nel 1930 andò a studiare a New York presso l’Union Theological Seminary; nel 1931 iniziò ad insegnare alla facoltà teologica di Berlino e fu consacrato pastore. In quel periodo iniziò l’attività nel nascente movimento ecumenico, stabilendo contatti internazionali che in seguito avrebbero avuto grande importanza per il suo impegno nella resistenza. Nel 1931 fu eletto segretario giovanile dell’Unione mondiale per la collaborazione tra le chiese e nel 1933 entrò a far parte del Consiglio cristiano universale “Life and Work” (da cui sarebbe nato in seguito il Consiglio ecumenico delle chiese). Molto importanti nella sua vita sono stati anche i periodi di residenza all’estero. Passa quasi un anno a Barcellona, in Spagna, e poi parecchi mesi a New York sempre studiando teologia ma cercando di conoscere altre tradizioni, altri aspetti di problemi che venivano messi in evidenza a Berlino, e questo è un aspetto, una dimensione molto importante della sua personalità: l’apertura e la curiosità verso tradizioni diverse. Entra infatti in contatto con il Social Gospel e celebra funzioni religiose nei ghetti neri Dal ’31 al ’33 insegna (e quella è la sua vera professione) a Berlino. Nel suo insegnamento mostra una carica innovativa, coinolgendo gli studenti in iniziative non legate solo all-ambito accademico ma anche alla situazione politica esistente. Con l’ascesa di Hitler al potere alla fine del gennaio 1933, la Chiesa evangelica tedesca, cui Bonhoeffer apparteneva, entrò in una fase difficile e delicata. Molti protestanti tedeschi accolsero favorevolmente l’avvento del nazismo; in particolare il gruppo dei cosiddetti “cristiano-tedeschi” (Deutsche Christen) si fece portavoce dell’ideologia nazista all’interno della chiesa, giungendo perfino a chiedere l’eliminazione dell’Antico Testamento dalla Bibbia. Nell’estate 1933 costoro, ispirandosi alle leggi ariane dello Stato, proposero un “paragrafo ariano” per la chiesa, che impedisse ai “non-ariani” di diventare ministri di culto o insegnanti di religione. La disputa che ne seguì provocò una profonda divisione all’interno della chiesa: l’idea della “missione agli ebrei” era molto diffusa, ma adesso i cristiano-tedeschi sostenevano che gli ebrei fossero una razza separata che non poteva diventare “ariana” neanche tramite il battesimo, negando così la validità del Vangelo. Bonhoeffer si oppose fermamente al « paragrafo ariano », affermando che la sua ratifica avrebbe sottomesso gli insegnamenti cristiani all’ideologia politica: se ai “non-ariani” fosse impedito l’accesso al ministero, allora i pastori avrebbero dovuto dimettersi in segno di solidarietà, anche al costo di fondare una nuova chiesa, libera dall’influenza del regime. Nel saggio dell’aprile 1933, “La chiesa davanti al problema degli ebrei”, Bonhoeffer fu il primo ad affrontare il tema del rapporto tra la chiesa e la dittatura nazista, sostenendo con forza che la chiesa aveva il dovere di opporsi all’ingiustizia politica. Quando, nel settembre 1933, il « paragrafo ariano » fu approvato dal sinodo nazionale della Chiesa evangelica, Bonhoeffer si impegnò per informare e sensibilizzare il movimento ecumenico internazionale sulla gravità della questione. Rifiutò inoltre un posto di pastore a Berlino, per solidarietà con coloro che venivano esclusi dal ministero per ragioni razziali, e decise di trasferirsi in una congregazione di lingua tedesca a Londra. Nel maggio 1934 nacque la cosiddetta “Chiesa confessante” per opera di una minoranza interna alla Chiesa evangelica tedesca, che adottò la dichiarazione di Barmen in opposizione al nazismo. Nell’aprile 1935 Bonhoeffer tornò in Germania per dirigere, prima a Zingst e poi a Finkenwalde, un seminario clandestino per la formazione dei pastori della Chiesa confessante, che stava subendo crescenti pressioni da parte della Gestapo, culminate nell’agosto 1937 nel decreto di Himmler che dichiarava illegale la formazione di candidati pastori per la Chiesa confessante. In settembre il seminario di Finkenwalde fu chiuso dalla Gestapo, nei due anni seguenti Bonhoeffer continuò l’attività di insegnante in clandestinità; nel gennaio 1938 la Gestapo lo bandì da Berlino e nel settembre 1940 gli vietò di parlare in pubblico. Nel 1939 Bonhoeffer si avvicinò ad un gruppo di resistenza e cospirazione contro Hitler, costituito tra gli altri dall’avvocato Hans von Dohnanyi (suo cognato), dall’ammiraglio Wilhelm Canaris e dal generale Hans Oster. Il teologo costituì un legame fondamentale tra il movimento ecumenico internazionale e la cospirazione tedesca contro il nazismo. Nel 39, verso la fine del periodo di pace tra luglio e agosto, poco prima dello scoppio della guerra che avviene in settembre. Emigra in America di nuovo perché la sua posizione era già compromessa, aveva già ricevuto vari provvedimenti di polizia: non poteva spostarsi liberamente, non poteva parlare in pubblico, gli era stato ritirato il permesso di abilitazione alla docenza non poteva scrivere. Quindi era abbastanza chiaro a lui e ai suoi amici che una volta scoppiata la guerra avrebbe corso seri pericoli. Gli viene trovata una sistemazione in vari istituti universitari americani e lui resta in America per circa un mese ma gli scrupoli di coscienza per aver abbandonato il suo popolo nel momento del pericolo sono tali che nel giro di poche settimane ritorna nella sua decisione e a ritorno in patria sapendo benissimo a che cosa andava incontro. Qui c’è un altro aspetto da mettere in evidenza. Se Bonoheffer è morto come un martire, non è morto perché si è trovato all’interno di un meccanismo infernale che l’ha schiacciato, ma anche perché in qualche modo ha liberamente voluto assumersi la responsabilità di condividere la sorte del suo popolo. Torna in Germania e nel 40 comincia ad avere i primi contatti con gli ambienti della resistenza. La resistenza tedesca non ha avuto dimensione popolare . La resistenza in Germania non ha avuto una dimensione popolare, non è stata neanche prevalentemente una resistenza di sinistra perché dopo lo scoppio della guerra le organizzazioni clandestine della sinistra erano state quasi tutte e quasi completamente eliminate dalla misura di repressione della polizia e della GESTAPO e quindi stranamente alcuni centri di resistenza più attivi si costituiscono all’interno dell’esercito per vari motivi, qualche volta semplicemente per gelosia tra l’esercito e l’organizzazione nazista; l’esercito si sentiva estraneo all’organizzazione nazista, alle SS. alla GESTAPO e anche il fatto che Hitler fosse divenuto ad un certo punto capo dell’esercito era stato considerato un affronto alla relativa autonomia dell’esercito stesso, la grande tradizione prussiana dietro e per questi motivi e in alcuni casi anche per motivi morali più elevati, per una sorta di rigetto davanti alle barbarie delle misure che venivano attuate durante la guerra, per esempio l’ordine dato, una volta incominciata la campagna di Russia di uccidere i civili che avessero un qualche ruolo all’interno dell’organizzazione del partito comunista, senza processo, anche se non avevano partecipato ad attività belliche, uccidere i civili se era difficile trasportarli, i prigionieri se era difficile trasportarli e via dicendo… Davanti a queste motivazioni c’è una serie di generali incomincia a dire che bisogna fermare quel pazzo, che forse poi tanto pazzo non era (perché non è il caso di semplificare la figura di Hitler in questo senso). Incominciano a costituirsi dei gruppi e all’interno di uno di questo opera Bonhoeffer, finché nel 43 viene arrestato perché viene scoperta la rete del complotto. Viene internato nel carcere militare di Tegel.  Viene internato in un carcere militare non perché fosse un teologo che in nome della fede combatteva il nazismo ma perché era entrato a far parte di una organizzazione dell’esercito con una motivazione prettamente laica come tanti altri ufficiali e soldati. Durante i due anni di prigionia che precedettero la sua morte, nelle lettere all’amico Eberhard Bethge, Bonhoeffer esplorò il significato della fede cristiana in un « mondo diventato adulto », chiedendosi: « Chi è Cristo per noi oggi? » Il cristianesimo è troppo spesso fuggito dal mondo, cercando di trovare un ultimo rifugio per Dio in un angolo « religioso », al sicuro dalla scienza e dal pensiero critico. Ma Bonhoeffer affermò che è proprio l’umanità nella sua forza e maturità che Dio reclama e trasforma in Gesù Cristo, « la persona per gli altri ». Dopo un fallito attentato contro Hitler il 20 luglio 1944, Bonhoeffer fu trasferito nella prigione di Berlino, poi nel campo di concentramento di Buchenwald e infine in quello di Flossenbürg, dove fu impiccato insieme ad altri cospiratori. Durante la sua vita, Bonhoeffer pubblicò nel 1930 Sanctorum communio, nel 1931 Atto ed essere, nel 1937 Sequela, nel 1938 La vita comune. Le lettere e gli appunti scritti durante la prigionia e inviati all’amico Eberhard Bethge vennero da questi pubblicati postumi nel 1951, insieme alle lettere ai genitori e ad alcune poesie, sotto il titolo di Resistenza e resa. Postume apparvero le opere che, secondo l’autore, dovevano costituire il suo contributo maggiore: Etica (1949); Tentazione (1953); Il mondo maggiorenne (1955-66) (eva/febbario 2006). Il 9 aprile 1945 venne impiccato nel campo di concentramento di Flossebürg.

DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

http://www.stpauls.it/coopera/1105cp/testimoni.htm

L’EVOLUZIONE DEL CULTO DEI SANTI

 di JOSÉ ANTONIO PÉREZ, ssp

DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

Da sempre i cristiani hanno riservato un culto particolare ai fratelli che in vita erano stati testimoni di Cristo, sia nel martirio che nell’eroismo delle virtù cristiane. La gerarchia da sempre ha garantito la legittimità di questo culto con una assistenza che è cresciuta lungo i secoli, fino all’attuale legislazione, caratterizzata dalla cautela e dal rigore per le procedure di riconoscimento della santità.
Nella storia della Chiesa l’iniziativa della venerazione dei santi è sempre partita dal popolo fedele, non dalla gerarchia, la quale interviene poi nel discernimento e con la sua approvazione per garantire la verità e la legittimità del culto. Questo intervento ha avuto, attraverso i secoli, una grande evoluzione, sia in quanto ai metodi, sia in quanto all’autorità competente a dichiarare santo un servo di Dio, sia per quanto riguarda l’indagine precedente la canonizzazione, ed ha seguito un lento processo prima di trovare una legislazione precisa.
Attualmente, diceva Benedetto XVI ai membri della Congregazione delle cause dei santi il 24 aprile 2006, «le cause vanno istruite e studiate con somma cura, cercando diligentemente la verità storica, attraverso prove testimoniali e documentali omnino plenae, poiché esse non hanno altra finalità che la gloria di Dio e il bene spirituale della Chiesa e di quanti sono alla ricerca della verità e della perfezione evangelica». Sarà interessante ripercorrere, pur brevemente, questo lungo cammino della Chiesa nella storia delle canonizzazioni e beatificazioni e del culto ai santi.

Dagli inizi fino al VI secolo
Agli inizi della vita della Chiesa, il culto dei martiri (« testimoni ») nasceva spontaneo, come frutto dell’entusiasmo e della venerazione dei fedeli verso quelli che consideravano eroi della cristianità perseguitata. Oltre agli apostoli e agli altri discepoli di Gesù, nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo, durante il periodo delle persecuzioni verificatesi nel vasto territorio dell’Impero romano, i martiri rendevano l’estrema testimonianza della persona e del messaggio di Cristo con l’effusione del sangue. Il collegamento di questa testimonianza con l’insegnamento di Cristo era molto vivo nella Chiesa primitiva.
Questa « canonizzazione » si fondava essenzialmente su due elementi: la memoria che la comunità cristiana conservava della presenza dei martiri e i miracoli, come segno della loro presenza anche dopo la morte. Espressione del culto era la celebrazione del dies natalis e le numerose acta martyrum (la prima è quella di san Policarpo di Smirne, 69-155) e vitae sanctorum.
Questo riconoscimento portava alla venerazione dei sepolcri dei martiri, spesso con l’erezione di chiese e cappelle, a cui i fedeli confluivano in pellegrinaggio, e con l’invocazione di grazie e miracoli, che diventavano segno e criterio quasi esclusivo della loro santità. L’autorità ecclesiastica si limitava a consentire tale culto, con particolare vigilanza per evitare gli abusi. Già nel secolo III, ma soprattutto con la pace costantiniana, all’inizio del IV secolo, lo stesso criterio fu esteso anche ai confessori: coloro che non avevano testimoniato la loro fede con l’effusione del sangue, ma con una vita virtuosa e santa – sempre più equiparata a un vero martirio – e con i miracoli operati per la loro intercessione, in vita o dopo la morte, la migliore prova della loro santità. La « canonizzazione » avviene da parte del popolo per via di fatto: alla venerazione del confessore si associava poi il clero e il vescovo, che riconosceva questo culto con la sua iscrizione nel catalogo dei santi o con la traslazione delle sue reliquie nella chiesa o cappella, che diventava luogo di pellegrinaggi, dove si esprimeva la devozione con l’invocazione della sua intercessione, e con diversi atti di culto nel dies natalis. Anche per i confessori si componevano delle passiones, spesso piene di prodigi e fatti miracolosi, che diventarono un costituente preponderante, tanto da creare la convinzione che non ci può essere santità senza miracoli.

La canonizzazione vescovile
Così, dal secolo VI fino ai primi decenni del secolo XIII, mentre è in atto un progressivo distacco di Costantinopoli da Roma, in un clima di profondi contrasti fra violenza e santità, in un’epoca di grandi vescovi, monaci missionari, re convertiti, principesse fondatrici, epoca di eremiti e pellegrini (Gerusalemme, Roma e Compostela), si istaura e diventa abituale nella Chiesa la prassi comunemente denominata canonizzazione vescovile.
Infatti, il pullulare di vite scritte senza troppe preoccupazioni critiche, e raccolte dei miracoli a volte fantastici, rende necessaria la presenza e l’intervento del vescovo, al quale viene demandato il compito di accertare la verità degli eventi e di agire con prudenza e serietà nel canonizzare o annoverare tra i santi una persona defunta. A partire dei secoli VI-X si va profilando lentamente una legislazione canonica attraverso l’invenzione, l’elevazione e la traslazione delle reliquie da parte del vescovo locale, sovente con l’assenso del suo metropolita e del sinodo provinciale. Molte di queste « invenzioni » furono promosse da papa Damaso, mentre si devono a sant’Ambrogio varie invenzioni prodigiose e traslazioni di corpi di martiri. Più tardi, a partire del secolo IX, si aggiunse la solenne dichiarazione per mezzo di un decreto comunemente detto canonizzazione, emanato in una assemblea del clero diocesano o in un sinodo vescovile.
A queste canonizzazioni formali bisogna aggiungere numerose altre de facto: il culto locale come movimento spontaneo dei fedeli a numerosi servi di Dio, non sempre con sufficiente discernimento, quando non con degli abusi, ad esempio nel traffico e commercio delle reliquie. Sarà il concilio di Magonza (813) a fissare la canonizatio per decretum, anche se la procedura precedente continuerà fino al decreto Audivimus emesso da Alessandro III (1179), reso obbligatorio dalle Decretali di Gregorio IX. Una delle prime canonizzazioni vescovili è stata quella di san Martino di Tours (anno 461). Per oltre sei secoli, la canonizzazione vescovile è stata la procedura legittima e normalmente praticata nella Chiesa. I criteri erano: esistenza di fama di santità e dei miracoli, o del martirio; presentazione al vescovo di una biografia, con particolare attenzione ai fatti miracolosi, e l’approvazione ufficiale del culto da parte del vescovo o di un sinodo, mediante la traslazione.

La canonizzazione pontificia
Soprattutto a partire del secolo XIII si assiste ad una evoluzione importante: il passaggio, quasi impercettibile alla canonizzazione pontificia. Gli interventi del Papa appaiono all’inizio piuttosto casuali; ma l’opinione che una canonizzazione fatta dal Papa avesse maggiore autorevolezza, fece diventare le richieste sempre più numerose. La prima storicamente certa canonizzazione papale è quella di sant’Udalrico (o Ulderico), vescovo di Augsburgo, eseguita dal papa Giovanni XV nel 993, durante un sinodo romano al Laterano. Progressivamente si formò una procedura più rigida, che finalmente divenne esclusiva, soprattutto a partire dalla raccolta delle Decretali di Gregorio IX (1234).
La prima canonizzazione (1226) compiuta da questo papa fu quella di san Francesco d’Assisi (con una formula simile all’attuale, e i cui atti si sono conservati integralmente). Un caso curioso senza conclusione positiva è la causa di Ildegarda di Bingen, che anche se considerata santa, non è mai stata canonizzata formalmente. A poco a poco si furono aggiungendo nelle bolle di canonizzazione una breve descrizione della vita e i miracoli, l’esame dei miracoli, l’inchiesta sulla vita e i miracoli, e l’invio a Roma per l’esame, l’approvazione e la canonizzazione formale, con la scelta di alcuni prelati per esporre il contenuto del processo, la formulazione dei testi liturgici… Sisto IV concesse la facoltà di un culto limitato dei protomartiri francescani (1481): sarebbe il primo caso di quello che più tardi costituirà la beatificazione. La prima beatificazione formale sarà quella di Francesco di Sales, celebrata da Alessandro VII l’8 gennaio 1662.
Solo il 22 gennaio 1588 il papa Sisto V, istituendo le quindici Congregazioni della Curia romana con la costituzione apostolica Immensa aeterni Dei, affidò alla Congregazione dei Sacri Riti la competenza e l’ordinamento delle cause di canonizzazione. L’ultima canonizzazione secondo lo stile antico fu quella di san Diego di Alcalá (13 novembre 1463).
Questo ordinamento venne sviluppato nel corso dei tempi, soprattutto ad opera di Urbano VIII (che stabilì, tra altre cose, come via ordinaria quella del non cultu – o per viam cultus per i servi di Dio ai quali si tributava un culto almeno da cento anni prima del 1634 – e viene fissata praticamente la procedura canonica completa), e Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1740-1758), la cui opera di sistemazione di tutta la legislazione rimase come regola per quasi due secoli, e fu raccolta essenzialmente nel Codice di Diritto Canonico dell’anno 1917.
Molteplici furono gli interventi dei papi successivi. Da sottolineare quelli di Leone XIII (Commissione storico- liturgica, 1902), san Pio X (ricerca documentaria, titolo di venerabile), Pio XI (Sezione storica, 1930), Pio XII (Commissione dei medici, 1948), cambiata dal beato Giovanni XXIII in Consulta medica, (1959). Paolo VI, con la Sanctitas clarior (19 marzo 1969) stabilì un unico processo cognizionale per raccogliere le prove, istruito dal vescovo; con la riforma della Curia romana (Cost. apost. Sacra Rituum Congregatio), l’8 maggio 1969, al posto della Sacra Congregazione dei Riti costituì due nuovi dicasteri, affidando ad uno di essi il compito di regolare il Culto divino, all’altro invece di trattare le Cause dei santi, con qualche modifica nella procedura.

La attuale normativa
Il Codice di Diritto Canonico del 25 gennaio 1983 rimanda a una peculiare legge pontificia per le Cause dei santi. Il beato Giovanni Paolo II, per venire incontro alle esigenze degli studiosi e ai desideri dei vescovi, che avevano più volte sollecitato l’agilità del modo di procedere, pur mantenendo ferma la sicurezza delle investigazioni, e privilegiando la dottrina della collegialità proposta dal concilio Vaticano II, stabilì delle nuove norme con la costituzione apostolica Divinus Perfectionis Magister (25 gennaio 1983), valida per la Chiesa latina e per le Chiese orientali, abrogando le disposizioni promulgate dai suoi predecessori e le norme stabilite dal Codice di Diritto Canonico del 1917 nelle cause di beatificazione e canonizzazione. Questa costituzione apostolica venne poi completata con le Norme da osservarsi nelle inchieste diocesane nelle cause dei santi, pubblicate il 7 febbraio 1983 dalla Congregazione delle cause dei santi.
Posteriormente, la stessa Congregazione pubblicò l’istruzione Sanctorum Mater, che non è un testo legislativo, ma un aiuto pratico per l’applicazione delle Norme nello svolgimento delle inchieste diocesane, per favorire la collaborazione tra la Santa Sede e i vescovi, e «intende chiarire le disposizioni delle leggi vigenti nelle cause dei santi, facilitare la loro applicazione e indicare i modi della loro esecuzione… evidenziando, in modo pratico e cronologico, la loro applicazione e salvaguardando la serietà delle inchieste».
Posteriormente, anche Benedetto XVI ha voluto dare il suo contributo con tre provvedimenti: evidenziando maggiormente la differenza teologica e liturgica tra beatificazione e canonizzazione; elevando il numero dei periti della consulta medica; concedendo alla Congregazione la facoltà di nominare sette relatori ad casum in aggiunta a quelli di ruolo. Per concludere, ricordiamo che «quando la Chiesa e i teologi studiano e contemplano i santi e ne propongono la venerazione e l’imitazione – afferma mons. M. Bartolucci, Segretario della Congregazione, in una recente intervista –, non fanno altro che indicare percorsi sicuri per arrivare alla verità di Dio e penetrare nel mistero della Chiesa, che è santa e santificatrice».
Con parole di Benedetto XVI (17 dicembre 2007): «I santi, se giustamente presentati nel loro dinamismo spirituale e nella loro realtà storica, contribuiscono a rendere più credibile ed attraente la parola del Vangelo e la missione della Chiesa… La santità semina gioia e speranza, risponde alla sete di felicità che gli uomini, anche oggi, avvertono ». È la sfida per noi tutti.

José Antonio Pérez

Publié dans:martiri, Santi |on 29 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

dal sito:

http://www.monasterodibose.it/content/view/2616/26/1/1/lang,fr/

Testimonianza e martirio nella Bibbia  

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1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

a) Martirio e profezia

Secondo la tradizione giudaica, confluita per es. nel testo apocrifo Vite dei profeti – composto all’epoca della fine del secondo tempio ma trasmesso dai cristiani –, la sorte dei profeti autentici è quella di essere perseguitati. In particolare, il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica, il culmine della testimonianza resa a Dio di fronte all’idolatria dominante e alla disobbedienza degli uomini alla sua volontà. È con questa consapevolezza che, nella liturgia espiatrice celebrata al ritorno dall’esilio, i leviti confessano che «[i nostri padri] si sono ribellati contro di te, o Dio, si sono gettati la Torah dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li ammonivano per farli tornare a te e ti hanno insultato gravemente» (Ne 9,26). Gesù stesso si porrà nelle parole e nei fatti in questo solco; e Stefano nel lungo discorso che precede la sua lapidazione chiede ai suoi aguzzini: «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?» (At 7,52).
Questa lunga storia si apre con Mosè, «servo del Signore» (Dt 34,5) duramente contestato e messo alla prova in vari modi dai figli di Israele durante il cammino nel deserto (cf. Es 17,1-7, ecc.). In una tradizione ripresa da Osea vi sono due versetti che, pur essendo di interpretazione molto incerta, sembrano testimoniare le sofferenze fino al sangue inflitte al grande profeta. Ve ne fornisco una traduzione letterale:
Per mezzo di un profeta il Signore fece uscire Israele dall’Egitto e per mezzo di un profeta lo custodì. Ma [Efraim] lo provocò fino all’amarezza: perciò il suo sangue ricadrà su di lui e il suo obbrobrio gli renderà il suo Signore (Os 12,14-15).
Ma il martirio dei profeti è attestato con certezza già da Elia, a metà del ix secolo a.C. Mentre fugge dalla persecuzione della regina Gezabele verso la montagna di Dio, l’Oreb-Sinai, al Signore che gli chiede: «Che fai qui, Elia?», egli risponde: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio dell’universo, poiché i figli di Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita» (1Re 19,9-10.13-14). La «colpa» dei profeti è quella di opporsi al potere idolatrico, fonte di oppressione economica e sociale per i poveri: è attraverso la loro difesa della giustizia che essi testimoniano la sovranità assoluta di JHWH e confessano la loro fede in lui fino al dono della vita.
Si potrebbero citare altri esempi di profeti perseguitati fino al martirio, tra cui spiccano quello di Uria (cf. Ger 26,20-23) e quello di Zaccaria, ricordato anche da Gesù (cf. 2Cr 24,17-22; Mt 23,35; Lc 11,51). Ma io vorrei soffermarmi solo sul caso paradigmatico di Geremia, vissuto a cavallo tra il vii e il vi secolo a.C. Tutto il suo ministero profetico può essere letto come un’ininterrotta passione, che nasce dal contrasto tra il suo annunciare la parola di Dio – la quale «è per lui causa di vergogna e di scherno tutto il giorno» (cf. Ger 20,8) – e il suo essere perseguitato dalle autorità religiose legittime (cf. Ger 18,18), al punto che egli si sente «come un agnello mansueto condotto al macello» (Ger 11,18). Il sacerdote Pascur lo fa fustigare e mettere in prigione (cf. Ger 20,2) e, in seguito alla sua profezia sul tempio, Geremia viene arrestato e riceve una sentenza di morte, sventata all’ultimo momento (cf. Ger 26).
Come già aveva fatto Zaccaria in punto di morte (cf. 2Cr 24,22), anche Geremia chiede a Dio di vendicarlo (cf. Ger 15,15). Dio però non interviene contro i suoi nemici, lascia che il profeta scenda allo she’ol della disperazione, lo mette a confronto con i falsi profeti senza che appaia con chiarezza l’autenticità della sua testimonianza: Geremia vedrà bruciare il rotolo su cui sono scritte le sue parole (cf. Ger 36,l-26), finirà in una cisterna fangosa rischiando la morte (cf. Ger 38,1-12) e sarà trascinato in Egitto, solidale col peccato del suo popolo (cf. Ger 43,1-7). Nei momenti tragici dell’esistenza di quest’uomo, Dio sembra abbandonarlo e rifiutargli la sua testimonianza; eppure Geremia dà sempre la sua testimonianza a Dio, gli rimane fedele fino alla morte fuori della terra santa. Una morte che, secondo la rilettura della tradizione giudaica, è un vero e proprio martirio: «Geremia morì a Tafni, in Egitto, lapidato dal popolo» (Vite dei profeti 2).
b) Il Servo del Signore
All’interno del nostro itinerario un posto particolare spetta alla misteriosa figura dell’‘eved Adonaj, il Servo del Signore descritto dal Deutero-Isaia a metà del vi secolo a.C., nei cosiddetti quattro «Canti del Servo» (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12). Si tratta di testi estremamente ricchi e complessi, che hanno ricevuto lungo i secoli numerose interpretazioni. Tra di esse si segnalano quella messianica individuale, già presente nel giudaismo e poi attestata con continuità dalla tradizione cristiana, e quella collettiva che vede nel Servo il popolo di Israele, inteso come personalità corporativa (cf. Is 49,3).
In quest’ultima ottica, all’interno di una sorta di processo istruito davanti ai gojim, il popolo esiliato e osteggiato è reso testimone dal Signore stesso. Per tre volte l’oracolo del Signore risuona con forza: «Voi siete i miei testimoni!» (‘edaj [mártyres secondo i lxx]: Is 43,10.12; 44,8). La testimonianza essenziale resa da Israele a Dio è quella della perseveranza pur in una situazione di estrema sofferenza. Nella sua apparente passività il popolo resta «il servo che Dio si è scelto» (cf. Is 43,10) e, in tal modo, fornisce una testimonianza pubblica attraverso la sua fede che resta salda anche in mezzo alle persecuzioni.
Ma i canti del Servo descrivono anche un profeta individuale. Ripieno dello Spirito di Dio, egli è investito della missione di «manifestare alle genti il mishpat» (Is 42,1), «giudizio radicale in nome dell’unico amore di Dio, e perciò giudizio di salvezza per tutti gli uomini» (Alberto Mello). La sua missione sembra però segnata soltanto dall’insuccesso: profeta respinto a causa della testimonianza resa alla parola di Dio, egli subisce ingiurie e persecuzioni; tuttavia continua a confidare in Dio e si dichiara disposto a testimoniare in tribunale davanti ai nemici (cf. Is 50,4-9). Nel quarto canto l’oltraggio riservato al Servo giunge al culmine, facendone «l’uomo dei dolori, familiare col patire» (Is 53,3), condannato a subire un’ingiusta morte violenta e una sepoltura tra gli empi (cf. Is 53,8-9). Come agnello afono l’‘eved Adonaj è condotto al macello (cf. Is 53,7), eppure la sua morte appare come un vero sacrificio di espiazione che permette la realizzazione del disegno di Dio. Proprio a causa della sua fine ignominiosa, infatti, egli vedrà la luce, sarà un segno per le moltitudini (rabbim), sarà fonte di giustificazione grazie alla sua intercessione per i peccatori (cf. Is 53,11-12).
Nella vicenda di questo martire anonimo c’è la testimonianza pubblica di fronte ai poteri mondani, la morte volontariamente accettata, il valore espiatorio del sacrificio e la conseguente benedizione che ricade su tutti gli uomini, tra cui vanno annoverati i suoi carnefici. Essi alla sua vista non possono non riconoscere: «Era trafitto dai nostri peccati, spezzato per le nostre iniquità … Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Ecco l’assoluta unicità del Servo: egli, non imputando il peccato alle moltitudini ma prendendo su di sé la loro violenza, pone fine alla violenza; la colpa dei carnefici ricade sul Servo, il quale assume l’ingiustizia di cui è stato vittima e si interpone quale arbitro tra Dio e i peccatori, per chiedere a Dio misericordia e trasmettere il perdono alle moltitudini.
Come emerge da molti passi dei vangeli, Gesù deve aver pensato la propria vocazione più profonda alla luce di questa figura del Servo, assumendola come forma della propria vita, fino a interpretare attraverso di essa la propria fine. Non ha forse detto ai suoi discepoli poco prima di essere arrestato: «Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori” (Is 53,12)» (Lc 22,37)? Di conseguenza, la figura del Servo diventerà un riferimento imprescindibile in ogni riflessione cristiana sul martirio.
c) Il martirio dei Maccabei
Se facciamo un salto cronologico agli inizi del ii secolo a.C., l’epoca della persecuzione ellenistica, incontriamo il martirio affrontato per amore di Dio e della sua Legge da parte di alcuni fedeli (chassidim) e di alcuni sapienti (maskilim). La loro testimonianza, narrata dai libri di Maccabei e riletta teologicamente da Daniele, assumerà un valore esemplare per i cristiani oppressi dall’impero romano: non a caso i martiri Maccabei furono ben presto inseriti nei martirologi cristiani e la loro tomba ad Antiochia fu occupata dai cristiani che volevano onorarne la memoria.
Antioco iv Epifane (175-164 a.C.), re della dinastia dei Seleucidi, scatenò un’aspra persecuzione contro i fedeli alla Torah che si opponevano all’introduzione dei costumi pagani e dell’idolatria in Israele. L’abolizione della Torah, la sostituzione della festa delle Capanne con i Baccanali e infine l’introduzione del culto di Zeus nel tempio – evento definito «abominio della desolazione» (Dn 9,27; cf. 1Mac 1,54) – trovarono una fiera opposizione guidata dalla famiglia di stirpe sacerdotale dei Maccabei. Deprivata dei suoi elementi nazionalistici e dei suoi tratti di «guerra santa», visibili soprattutto nella figura di Giuda Maccabeo, questa opposizione rivela caratteristiche paradigmatiche per la prassi del martirio, come si evince da alcuni passi dei libri di Maccabei. Ai nemici che li attaccano in giorno di sabato
essi non risposero, né lanciarono pietra, né ostruirono i nascondigli, dichiarando: «Moriamo tutti nella nostra innocenza. Ci sono testimoni il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente». Così quelli si lanciarono contro di loro in battaglia ed essi morirono con le mogli, i figli e il bestiame, in numero di circa mille persone (1Mac 2,36-38).
Anche lo scriba Eleazaro si avvia prontamente al supplizio, dicendo sotto i colpi: «Il Signore sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell’anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui» (2Mac 6,30-31). Ma la testimonianza più impressionante e destinata a godere di un’enorme fortuna è quella dei sette fratelli e della loro madre, pronti a morire piuttosto che rinnegare la Torah (cf. 2Mac 7). Mentre vengono torturati uno a uno, attestano alla presenza del re che Dio darà loro consolazione, risuscitandoli a vita nuova ed eterna; che è bello morire a causa degli uomini per attendere da Dio il compimento della speranza di essere da lui resuscitati. Essi sacrificano la propria vita con parrhesia e piena fede nel Dio unico, che confessano come loro vendicatore.
Il senso della testimonianza di questi credenti è ben compreso da Daniele il quale, retroproiettando all’epoca del regno babilonese i fatti storici del suo tempo, assimila i martiri Maccabei ai tre giovani gettati nella fornace ardente da Nabucodonosor (cf. Dn 3,8-97); al contrario, giudica la rivolta armata come un tentativo fatto da mani d’uomo, «un piccolo aiuto» (Dn 11,34), incapace di fermare la persecuzione perché poco fiducioso nel vero aiuto, quello di Dio (cf. Dan 2,34; 8,25). Egli riconosce come testimoni di Dio «quei sapienti (maskilim) che ammaestreranno le moltitudini, ma cadranno di spada, saranno dati alle fiamme, condotti in schiavitù e oppressi per molti giorni … Alcuni di essi cadranno perché tra di loro ve ne siano di quelli purificati, lavati, resi candidi fino al tempo della fine» (Dan 11,33.35). La loro speranza indefettibile è quella della resurrezione: per questo Daniele può affermare che «risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre» (Dan 12,3).
Questi ultimi elementi sono ormai molto prossimi alla concezione cristiana del martirio. Potremmo dire che manca una sola cosa, quella essenziale: l’evento e la persona di Gesù Cristo, causa di vita e di morte per i suoi discepoli. Ma prima di passare alla seconda parte della mia riflessione vorrei leggere un ultimo brano, tratto dal libro della Sapienza, composto alle soglie dell’era cristiana. L’autore, paragonando la sorte dei giusti e quella degli empi, scrive parole che costituiscono un trait d’union ideale con quanto seguirà:
I giusti che muoiono sono nella mano di Dio, nessun tormento può colpirli: agli occhi degli stolti sono ritenuti dei morti, la loro scomparsa giudicata una disgrazia, ma essi sono nella pace per sempre. Se agli uomini sono sembrati tribolati, essi hanno sperato in una vita senza fine: dopo una breve sofferenza ricevono una grande ricompensa … Nel giorno della visita del Signore risplenderanno, brilleranno come scintille di fuoco, giudicheranno le genti, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap 3,1-5.7-8
).

Da Perpetua a Cecilia : Il canto delle martiri cristiane

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#12

Da Perpetua a Cecilia

Il canto delle martiri cristiane

Il 21 settembre alle 17.30 presso l’Oratorio Santa Cecilia di Perugia, nell’ambito degli incontri di approfondimento collegati alla Sagra musicale umbra, si terrà una conferenza sulle donne martiri. Pubblichiamo un articolo della relatrice che ha sintetizzato per « L’Osservatore Romano » i punti principali del suo intervento.

di Lucetta Scaraffia

Collegare questa importante sagra musicale alle sante martiri porta immediatamente l’attenzione sulla protettrice della musica e dei musicisti, Cecilia. Una santa di cui esistono importanti memorie archeologiche a Roma – una basilica paleocristiana a lei dedicata nel luogo dove, secondo la tradizione, ha abitato ed è stata giustiziata – e il testo che narra la sua passione, sicuramente composto da elementi leggendari, ma proprio per questo molto bello dal punto di vista letterario. E, dal momento che spesso le leggende trasmettono concetti veri in termini più semplici, assume anche particolare valore il fatto che a Cecilia sia stata attribuita la vocazione musicale per un fraintendimento del testo. Si legge infatti nella passio che al momento della festa per le sue nozze – da lei aborrite – al suono degli strumenti la giovane cantava al Signore nel suo cuore. Grazie alla caduta delle ultime parole della frase, Cecilia diventa una cantante.
La leggenda però trasmette l’idea che il vero canto, la vera musica, è la donazione di sé a Dio, donazione che la giovane donna conferma al momento del matrimonio, che secondo la passio non sarà mai consumato, ma soprattutto nel martirio. Tutte le martiri, quindi, hanno alzato il canto più puro verso Dio accettando di donargli la vita come testimonianza di fede.
Ma, oltre all’avvicinamento della musica al martirio, il racconto di Cecilia apre anche un’altra questione. È molto interessante, infatti, che a proteggere la musica intesa come canto verso Dio sia una donna. Questa, senza dubbio, è una delle tante prove dell’importanza che le donne ricoprono fin dalle origini nella tradizione cristiana. Certo, nel mondo antico la musa della musica era donna, ma a questa arte sovrintendeva il dio Apollo. Non una donna, quindi, e soprattutto non una donna che aveva offerto la sua vita a Dio. Con una scelta libera, proprio come quella di un uomo votato al martirio.
La folta presenza di martiri e di figure esemplari di sesso femminile nel primo cristianesimo rivela in primo luogo come la religione cristiana avesse conquistato fin dai primi tempi una grande quantità di donne. Anzi, come rivelano alcune tradizioni agiografiche – per esempio, l’imperatore Costantino e la madre Elena, Agostino e la madre Monica – avesse conquistato prima le donne. Anche la leggenda di Cecilia narra di una successiva conversione del marito e di suo fratello, per influenza della giovane.
Nella storia cristiana il martirio viene affrontato allo stesso modo dalle donne e dagli uomini, e questo coraggio di offrire la vita  per testimoniare  la  fede è alla base del culto dei santi e quindi della apertura di una carriera spirituale – quella della santità – anche alle donne. A una giovane donna martire, Perpetua, appartiene anche uno dei primi testi sicuramente di origine femminile della tradizione occidentale.
Una narrazione bellissima e commovente, probabilmente databile all’anno 203, in cui la giovane Perpetua racconta la sua cattura e i giorni di prigionia che precedono il martirio, e soprattutto l’amore per il piccolo figlio che continua ad allattare sino alla fine, dopo avere ottenuto che le venisse portato in prigione:  « Io fui liberata dalla pena e dall’inquietudine che mi aveva causata il bambino. La prigione divenne improvvisamente per me come un palazzo:  e mi ci trovavo meglio che in qualsiasi altro posto ». Ecco, come la voce di Cecilia, anche quella di Perpetua si può leggere come un canto in onore di Dio.

L’Osservatore Romano – 20 settembre 2009

Publié dans:martiri |on 22 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

I martiri nella prospettiva della carità cristiana

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12492?l=italian

I martiri nella prospettiva della carità cristiana

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 10 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione pronunciata dal prof. Fabrizio Bisconti, Presidente della Pontificia Accademia dei Virtuosi al Panteon, in occasione della XII Sessione Pubblica delle Pontificie Accademie tenutasi l’8 novembre sul tema: “Testimoni del suo amore. L’amore di dio manifestato dai martiri e dalle opere della Chiesa”.

* * *

Nel cuore dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Sacramentum Caritatis”, proprio laddove il Sommo Pontefice Benedetto XVI entra nel merito del suggestivo nodo, che lega intimamente l’Eucaristia e la testimonianza, intesa come offerta della vita, si apre una pista suggestiva che, dall’esortazione paolina di Rm 12,1 “Offrite i vostri corpi”, ci accompagna speditamente verso le gesta e le storie dei martiri della prima ora e, segnatamente, verso gli episodi, che condussero alla prova estrema Policarpo di Smirne ed Ignazio di Antiochia.

La storia dei due campioni della fede si propone come testimonianza paradigmatica di chi –secondo l’Esortazione del Santo Padre – “entra nella piena comunione con la Pasqua di Gesù Cristo e così diviene egli stesso con Lui Eucaristia”. Il vescovo di Antiochia, scrivendo alla comunità cristiana di Roma, esorta i destinatari a non intercedere nei suoi confronti per evitargli la damnatio ad bestias e dunque a non provocare ostacolo alcuno al suo desiderio di unirsi a Cristo, di incitarlo proprio nella sua passione, istituendo una sorta di carta di fondazione della mistica del martirio. Un filo rosso unisce il vescovo di Antiochia all’anziano padre Policarpo, martire a Smirne, negli anni centrali del II secolo. Il redattore della lettera (alla comunità di Filomelio, una città della Frigia posta tra Licaonia e Antiochia di Pisidia) scende nei particolari e nella dinamica di un martirio, che è vera ed esemplare imitazione di Cristo, talché la sua storia sembra traguardare e drammatizzare l’evento estremo del Calvario: “Non lo inchiodarono, ma lo legarono – recita il passaggio più teso della lettera – con le mani dietro la schiena e, legato come un capro scelto da un gregge per il sacrificio, disse: Lasciatemi così. Chi mi dà la forza di sopportare il fuoco mi concederà anche, senza l’espediente dei chiodi, di rimanere fermo sulla pira”.

Qualche anno più tardi, tra il 163 e il 167, si consumò a Roma uno dei maxi processi più serrati della storia del Cristianesimo. Il filosofo Giustino, maestro laico cristiano, fu denunciato, assieme ad altri fratelli della comunità nascente di Roma, per l’invidia del filosofo cinico Crescente. Il resoconto, di autore ignoto, del processo di fronte a Rustico, prefetto di Roma, rappresenta uno dei primi Atti giudiziari, che rispetta perfettamente la dinamica delle fonti, da cui emerge una personalità potente, alla ricerca della verità, che accompagna il maestro verso la pace incontrata nella fede cristiana, ma anche, ed ancora una volta, la messa in opera dell’imitatio Christi, quando i processati, “rendendo gloria a Dio, vennero al solito luogo delle esecuzioni – secondo quanto riferiscono gli Atti nell’Epilogo – e portarono a compimento la loro testimonianza con la professione di fede nel Salvatore, al quale è gloria e potenza, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo”.

Il martirio, come testimonianza, come sacrificio, come eucaristia, come segno simbolico, eppure concreto, dell’offerta del corpo, come consegna incondizionata della propria vita si diffonde rapidamente e capillarmente per tutto l’orbis christianus antiquus, fino all’orizzonte africano, dove precocemente con fervore i fratelli corrono sicuramente verso la prova del martirio, che li accomuna al destino e al sacrifico del Cristo, a cominciare dall’eccidio di Cartagine, che si consumò nell’anfiteatro il 7 marzo del 203 e che vide protagoniste Perpetua, Felicita e i compagni. La passio, che “fotografa” il tragico evento, si svolge secondo il genere letterario misto che intreccia la rievocazione storica alle visioni apocalittiche, ma mostra – come sempre – la forza e le idee riconducibili al concetto del sacrificio-testimonianza, come viene concepito, in quegli anni, dalla teologia del martirio tertullianeo. “Brillò finalmente il giorno della loro vittoria – ricorda enfaticamente la passio -, camminarono dalla prigione all’anfiteatro come se andassero al cielo. Lieti e composti nel volto; se, per caso trepidavano, era di gioia, non di paura. Perpetua incedeva con passo tranquillo, come una matrona di Cristo, una prediletta di Dio; la forza del suo sguardo costringeva tutti ad abbassare gli occhi”. Il vigore di questo commovente passaggio narrativo – tanto potente, che ha fatto pensare ad una stesura diretta di Tertulliano ormai montanista – riemerge nell’epilogo mesto, raccolto, ancorato solidamente alla passio Christi, quando si conclude, ricordando che “le loro salme furono raccolte di nascosto dai cristiani e conservate per la gloria di Cristo e la lode dei martiri”.

La terra d’Africa ha donato sicuramente le figure più potenti alla storia del martirio cristiano, anche quando allunghiamo lo sguardo verso le persecuzioni storiche, per giungere a quella efferata di Valeriano, in occasione della quale – come è noto – fu trucidato il vertice della Chiesa romana, con l’uccisione del pontefice Sisto II, i suoi diaconi e il più stretto entourage della gerarchia ecclesiastica dell’Urbe. Erano i primi giorni dell’agosto del 258. Di lì a qualche giorno e, segnatamente, il 14 settembre dello stesso anno, trovò la morte il vescovo di Cartagine Cipriano. La dinamica del suo martirio segue da vicino la passio Christi. “Egli stesso fu condotto al campo di Sesto – scrive il redattore degli Atti – dove si spogliò del suo mantello e, genuflesso in terra, si prostrò in preghiera davanti al Signore. Poi si tolse la dalmatica e la diede ai diaconi; rimase in sottoveste di lino ed aspettò il carnefice. Quando costui venne, diede ordine ai suoi di consegnargli 25 monete d’oro, mentre i fratelli stesero di fronte a lui lenzuola e fazzoletti. Poi Cipriano si coprì gli occhi con le proprie mani, ma siccome non potè legarsi da solo, lo legarono i diaconi. Così soffrì il beato Cipriano. Il suo corpo, sottratto alla curiosità dei pagani, fu deposto nelle vicinanze e poi, tolto di notte, fu portato alla luce dei ceri e delle torce al cimitero di Macrobio Candidiano. Fu un corteo con preghiere e grande trionfo”.

* * *

Questo epilogo così toccante e così aderente al concetto sfaccettato della carità paleocristiana, osservata dalla postazione privilegiata del martirio, inteso come sacrificio eccellente, come dono ed emulazione dell’eucarestia, ci suggerisce di riflettere, in seconda battuta, sul concetto, più largo, ma non meno interessante, della carità, considerata nell’interazione con l’idea, pure fondamentale, sin dal Cristianesimo della prima ora, della solidarietà. La concezione bipolare, che annoda la carità e la solidarietà, trova la sua manifestazione più concreta nella genesi dei primi cimiteri esclusivi e comunitari cristiani.

Allo scadere del II secolo, le comunità trovarono la forza e l’organizzazione per svincolarsi dalla consuetudine di seppellire i fedeli nella aree pagane, di cui, sino a questo momento, si erano servite. In questo frangente, muta completamente il concetto individuale delle sepolture e si solidifica quel “senso comunitario”, che guiderà l’ideologia cristiana dei primi secoli. Questo spirito nuovo spinge i fratres a creare delle vere e proprie “areae sepulturarum nostrarum”, come precisa autorevolmente Tertulliano, quando, in occasione di un contenzioso sorto tra i fratres christiani e la plebe pagana, quest’ultima gridava “areae non sint!”, nel senso che non si volevano concedere ai cristiani delle aree speciali, comuni e distinte dalle necropoli pagane.

Negli stessi anni, nell’estremo scorcio del II secolo e agli esordi del seguente, anche i cristiani di Roma creano degli spazi funerari propri, talora gestiti dalla più alta gerarchia della Chiesa, come nel caso della cosiddetta “area prima” del complesso di S. Callisto, il cimitero voluto da papa Zefirino (199-217) e affidato alle cure dell’allora diacono e futuro papa Callisto (217-222). Anche in Oriente, il concetto di cimitero, inteso come “dormitorio comune”, inizia a diffondersi, secondo quanto specifica Giovanni Crisostomo, che definisce i cimiteri come un luogo di riposo provvisorio in attesa della resurrezione finale, e come conferma, per Alessandria, lo stesso Origine, che ricorda l’esistenza di grandi necropoli comunitarie attestate nel suburbio della città.

In tutto il mondo cristiano antico si sviluppa, dunque, il desiderio di creare delle aree cimiteriali comuni, se non altro per offrire a tutti i fratelli, anche ai meno abbienti, una degna sepoltura, coniugando quel binomio carità-solidarietà, con cui abbiamo avviato questo ragionamento. Per assolvere a queste esigenze, si creano, secondo la testimonianza di Tertulliano, delle “casse comuni” utili ad espletare tutte le pratiche delle tumulazioni, anche per tutti coloro che non potevano permetterselo. Tra gli obblighi sociali della comunità, infatti, secondo la Tradizione Apostolica, si annovera quello di occuparsi delle sepolture dei poveri, che non dovranno affrontare nessuna spesa, né per la chiusura delle tombe, né per la cura delle stesse.

* * *

Ora che è stata disegnata la parabola relativa alla genesi e alla prima evoluzione dei cimiteri cristiani, guidata – come si è detto – dalle leggi inalienabili della carità e della solidarietà, occorre chiudere il cerchio e tentare di comprendere le dinamiche che si scatenano, a livello monumentale, all’interno dei complessi funerari, a cominciare dal momento apostolico, allorquando viene deposto, tra i defunti ordinari, un “corpo eccellente”, quello del martire. La nostra attenzione non può non tornare alle origini e, segnatamente, nel suburbio romano, per controllare i primi interventi che i fratelli organizzarono attorno alle tombe dei principi degli apostoli.

Si tratta di organismi semplici, degli pseudocibori, dei trofei a cui allude Eusebio di Cesarea, in un veloce passaggio dell’Historia Ecclesiastica quando rievoca la fortuita scoperta, in una biblioteca di Gerusalemme, di un prezioso documento che riporta, tra l’altro, un dialogo tra l’uomo di Chiesa Gaio ed un tal Proclo, che, a Roma, guidava la setta eretica dei montanisti. Per rispondere a Proclo, che vantava l’antichità e il prestigio del suo movimento, ricordando che, nella terra dei catafrigi e, segnatamente, a Ierapoli, era ancora possibile ammirare la tomba di Filippo –forse l’apostolo, forse il diacono – e delle sue quattro figlie, il presbitero romano Gaio porta l’attenzione dell’interlocutore sulle memorie apostoliche in questi termini essenziali, ma puntuali: “Ed io posso mostrare i trofei degli apostoli. Se, infatti, ti incamminerai per la via Regia, verso il Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa”.

Le parole di Eusebio trovarono una sorprendente corrispondenza con i risultati delle campagne di scavo effettuate, durante il secondo conflitto mondiale, nella necropoli vaticana. Come è noto, si rinvenne un’area aperta, definita “campo P”, con il celebre “muro rosso”, a cui si addossava un singolare organismo, costituito da due nicchie sovrapposte, distinte da una sorta di mensa sostenuta da due colonne. L’edicola, che fu creata simultaneamente al “muro rosso”, e, dunque, negli anni centrali del II secolo, come ha dimostrato lo scavo, segnalava la tomba terragna, dove, con tutta la probabilità, era stato sepolto Pietro. Senza entrare nelle tante questioni polemiche, che vertevano su una eventuale risepoltura del principe degli apostoli in un loculo ricavato nel muro G, dei due che furono creati per delimitare la “memoria petrina”, appare incontrovertibile l’attenzione, che si era posta per questa tomba occasionale, specialmente se guardiamo al palinsesto di graffiti ancora apprezzabile sulla parete esterna del muro G, che ci parlano di una prima forma di culto e di pellegrinaggio alla tomba santa.

Se consideriamo i graffiti dei pellegrini come “fossile guida” per l’archeologo e lo storico, che si pongono alla ricerca delle mete primitive, selezionate dai cristiani dei primi tempi, il pensiero corre ad un altro monumento romano della Roma paleocristiana, ovvero la memoria apostolorum, situata al III miglio della via Appia, in piena area catacombale, che, insieme ai sepolcri del Vaticano e dell’Ostiense, rappresenta il terzo polo della devozione per i principi degli apostoli, già attivo alla metà del III secolo.

Di questo monumento complesso e stratificato, ci interessa un singolare organismo, definito triclia dagli archeologi, che si propone come un cortile con scopi funerari e devozionali, come testimoniano gli innumerevoli graffiti, che rievocano i refrigeria, conservati in loro onore. Questi graffiti rivelano un pellegrinaggio largo e internazionale, che si muove dall’hinterland romano, per abbracciare tutto l’orbis, dall’Oriente all’Africa. Presso le tombe dei primi martiri, dunque, sin dal III secolo, si innesca una forma di culto estremamente semplice, all’insegna di una serie di gesti rapidi e simbolici, come i refrigeria, ossia i banchetti consumati presso queste memorie e ricordati dai graffiti dei commensali. Questi banchetti si rivelano come pasti funebri, che rievocano situazioni di convito diverse, ma sempre riconducibili al concetto basico di una ritualità, che riunisce un’assemblea, una piccola comunità, un gruppo di fratelli per ricordare il dies natalis di un martire, ma anche di un defunto ordinario. La memoria della sinassi eucaristica, della moltiplicazione dei pani, della nozze di Cana, del banchetto celeste e, dunque, della condizione paradisiaca contribuisce a dar luogo ad un significato complesso e ricco di spunti semantici.

È sintomatico poter constatare come questi pasti funebri, così simbolici e così improntati alla concezione della convivialità, della solidarietà, della memoria comunitaria nei confronti dei fratelli scomparsi e dei defunti eccellenti, dei martiri, che rappresentano i punti di riferimento ineliminabili della comunità cristiana in formazione, si colleghino naturalmente ai fratelli, in nome della commemorazione.

I banchetti funebri, assumeranno, nel tempo, dimensioni ed aspetti importanti, in quanto legati alla generosità di alcuni evergeti ricchi e, spesso, ambiziosi, che desiderano rappresentare, con i conviti e con l’elemosina, il loro potenziale economico. Paolino di Nola ricorda il numero incredibile di indigenti che aveva partecipato al sontuoso convito organizzato dal nobile Pammachio nel 397, nella basilica di S. Pietro in Vaticano, in suffragio dell’anima di sua moglie. S. Agostino interverrà affinché questi conviti e queste forme di carità non degenerassero “in abundantia epularum et ebrietate”, affinché non si perdesse di vista il fine unico ed ultimo di queste manifestazioni, nate per onorare i martiri. Allo stesso problema allude Girolamo nelle lettere ad Eustochio, quando, con penna pungente, rievoca un episodio estremo capitato a Roma.

Per sottolineare il fenomeno della “falsa carità” di alcune matrone straricche ammonisce: “Quando fanno elemosina suonano la tromba, quando invitano ad un agape assoldano un banditore. Ho visto da poco –non faccio nomi affinché tu non pensi ad una satira- una mobilissima donna romana, nella basilica di S. Pietro, preceduta da eunuchi, distribuire ad ogni passo una moneta con la propria mano, per essere stimata più pia. E allora –con la pratica si impara molto facilmente- una vecchia carica di anni e di stracci si fece avanti per ricevere un’altra moneta; quando si arrivò a lei, invece del denaro le venne dato un pugno”.

L’aneddoto, pur drammatizzato dall’enfasi del racconto, dà il senso di una prassi evoluta in termini estremi, ma che, all’origine, metteva in intimo contatto la convivialità, la solidarietà e la carità in nome del culto, della commemorazione, del ricordo affettuoso dei fratelli scomparsi e, specialmente, dei martiri.

* * *

L’amore per questi fratelli eccezionali, il desiderio di contattarne i sepolcri, per acquisire la forza di emulare la loro testimonianza, in nome e nella prospettiva di quella carità, di quell’offerta incondizionata ed estrema della loro persona, di quel sacrificio, così simile a quello paradigmatico del Cristo. Questo insieme di tensioni guida la mentalità di chi desidera sistemare e organizzare il culto martiriale. Se guardiamo al panorama romano, ben presto e all’indomani dell’editto di tolleranza, si assiste all’azione di un piccolo entourage di personaggi scelti, di veri e propri evergeti, che vogliono rendere i loca sanctorum –per usare una felice espressione di Peter Brown- come siti “eleganti e privati”.

In questi primi momenti, il culto comportava riti e gesti sobri, essenziali . Tutto si consumava nel sano gesto dell’ex contactu, nella sistemazione di lumi e lucerne sulle mense predisposte nei pressi del sepolcro, secondo una venerazione rapida e urgente, forse perché questa forma di pellegrinaggio embrionale soffriva per l’aspetto multiplo della devozione, che disegnava nel suburbio romano una densa mappa agiografica, che induceva il pellegrino a consumare la sua tensione verso il culto martiriale piuttosto in quella “terapia della distanza”, che nella sosta dinanzi alle singole tombe.

Intanto, a cominciare dal tempo dei Costantinidi, la definizione topografica e architettonica dei loca sancta, si puntualizza con una serie di interventi suggeriti dall’amplificazione del fenomeno del pellegrinaggio, nel senso che, attorno alle tombe degli “uomini santi”, vengono costruiti recinti di rispetto e vengono innalzati santuari, talora anche all’interno degli spazi angusti della catacombe, dove si creano delle piccole basiliche ipogee, che permettono, spesso, di poter identificare quei sepolcri particolari per le celebrazioni. Succede, insomma, che il culto dei martiri e la sinassi eucaristica si consumino nello stesso spazio e trovino il sito significativo in un unico luogo.

Ma succede anche che – al tempo di Costantino – oltre a santuari di enorme impatto, dove il sepolcro rappresenta il fuoco liturgico dell’edificio di culto, a cominciare dall’Anastasis di Gerusalemme e continuando con i santuari romani dedicati ai principi degli apostoli; succede anche – si diceva – che sorgano delle singolari basiliche funerarie, leggermente defilate rispetto alla tomba del martire, ma sempre caratterizzate da una funzione memoriale, nel senso che questi edifici, detti circiformi, ricordando le figure dei martiri, sepolti nei pressi della basilica, assolvono ad un ruolo funerario.

Questa intima congiunzione tra la tomba santa e i sepolcri ordinari innesca un meccanismo, forse ingenuo, ma eloquente per comprendere gli usi e le credenze funerarie paleocristiane. I cristiani vogliono essere sepolti vicino al martire e, per questo, nascono in catacomba e nelle altre aree sepolcrali i cosiddetti retrosanctos, ovvero una densissima concentrazione di sepolture ad sanctos, con l’intenzione di creare un intimo legame tra i defunti ordinari e i campioni della fede, secondo una prassi, che si attiverà –come vedremo- anche a livello iconografico.

La monumentalizzazione dei sepolcri si puntualizzerà durante il pontificato di papa Damaso (366-384), quando si innesca una ricerca sistematica delle tombe di coloro che erano stati sistemati con urgenza e senza particolari arredi nei cimiteri comunitari. Il pontefice, assieme al calligrafo Furio Dionisio Filocalo, dopo aver individuato i “sepolcri eccellenti”, spesso con difficoltà, in quanto, in molti casi, se ne era dimenticata la memoria, come nel caso emblematico del martire Eutichio, sepolto nel complesso di S. Sebastiano, e di cui, con tutta probabilità, è stato individuato – in tempi recenti – l’area catacombale di pertinenza, da attenti ed accurati scavi archeologici; il pontefice – si diceva – si preoccupa di monumentalizzare sobriamente le tombe. Tali interventi comportano, innanzi tutto, la preparazione e la sistemazione di carmina epigrafici, che rievocano, in maniera succinta, le gesta dei martiri.

* * *

Sino a questo momento, dunque, non nasce un immaginario iconografico vero e proprio, ma le fonti ci parlano di qualche eccezione. In questo senso, dobbiamo leggere alcuni brani degli inni di Prudenzio, che fanno rifermento rispettivamente al santuario di Ippolito sulla via Tiburtina e a quello di Cassiano ad Imola. Anche se i versi di Prudenzio possono rivelarsi carichi della drammatizzazione poetica, non possiamo e non dobbiamo escludere l’esistenza di piccoli cicli agiografici od anche di megalografie santorali perdute.

Al di là di questi documenti e di queste testimonianze indirette, restano anche delle tracce archeologiche e delle manifestazioni iconografiche rare, ma significative, relativamente all’esordio di un’arte martiriale. Mi riferisco innanzi tutto, ai resti della monumentalizzazione della tomba dei SS. Nereo ed Achilleo, nella basilica di Domitilla sulla via Ardeatina. Una colonna, pertinente ad uno pseudo-ciborio, che doveva coprire la tomba dei martiri, reca un rilievo, che rappresenta il momento finale dell’esecuzione di Achilleo, che procede, discinto, trascinato da un militare verso il patibolo.

È interessante osservare come, alle spalle di questa scena drammatica – così rara in un repertorio rispettoso della legge dell’ottimismo, che attraversa tutta l’arte paleocristiana -; è interessante, dicevamo, intravedere un labarum, con il cristogramma costantiniano. Questo simbolo, che allude all’anastasis e alla resurrezione finale, serve ad attutire la componente violenta della situazione figurativa ed è altrettanto interessante poter constatare come questo signum salutis appaia anche al centro dei cd. sarcofagi di passione, che, nella seconda metà del IV secolo, alternano le scene dell’arresto e del giudizio del Cristo, la cattività di Pietro, la decollatio Pauli.

* * *

Per il resto, l’iconografia martiriale, nota in età damasiana, sviluppata nel corso del IV secolo e diffusa dalla civiltà bizantina, comporta la genesi di una cultura figurativa proiettata verso l’atmosfera del trionfo finale. Per questo, i martiri più amati dai primi cristiani – da Agnese a Lorenzo, da Pietro a Paolo, da Pietro a Marcellino, da Ippolito a Sisto – compaiono nei cd. vetri dorati appartenuti ai cristiani ordinari e posti nella chiusura delle loro tombe, in segno di patronato e di protettorato.

Per questo, la martire Petronilla, accompagna in paradiso, con affetto e confidenza, la defunta Veneranda, in un affresco della seconda metà del IV secolo, nelle catacombe di Domitilla. Per questo i martiri delle catacombe sono rappresentati come icone, come poster, come manifesti della devozione lungo gli itinera ad sanctos, percorsi dai pellegrini dell’alto medio evo.

Tra i martiri e i defunti si stabilisce quella religio amicitiae, quel legame intimo inter pares, che qualifica i santi come patroni, intercessori, protettori e campioni della carità: essere vicino a loro, essere rappresentati in loro compagnia, significa rompere quel limite tra terra e cielo, che ispirerà, di lì a poco i grandi scenari musivi degli edifici di culto, come accade, alle soglie dell’età bizantina, nell’abside della basilica dei SS. Cosma e Damiano, laddove i santi medici sono accompagnati al cospetto del Cristo della parusia dai principi degli apostoli, che posano con confidenza e come per fare coraggio, la mano sulle spalle dei due “cristiani eccellenti”, aprendo un nuovo modo di pensare la santità e la carità e dando avvio ad un nuovo capitolo della storia dell’arte cristiana.

Fabrizio Bisconti

Publié dans:martiri |on 22 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

10 agosto, San Lorenzo martire

dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/240.html

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto pi
ù squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si é
inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verit
à fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità
!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si é umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si é fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397).

23 febbraio – San Policarpo di Smirne

SAN POLICARPO DI SMIRNE 

http://www.enrosadira.it/santi/p/policarpo.htm

Policarpo, santo, martire, le reliquie sono nel cippo marmoreo posto sotto l’altare maggiore di S. Ambrogio della Massima. Altre venivano indicate a Roma nella chiesa di S. Maria in Campo Marzio.
M.R.: 26 gennaio – San Policarpo, Vescovo di Smirne e Martire, che conseguì la corona del martirio il ventitre di Febbraio.
23 febbraio – A Smirne il natale di san Policarpo, discepolo del beato Giovanni Apostolo e da lui stesso ordinato Vescovo di quella città: fu il personaggio più illustre di tutta l’Asia. Sotto Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, in presenza del Proconsole mentre tutto il popolo nell’anfiteatro a gran voce gridava contro di lui, fu dato al fuoco, e non restando punto offeso dalle fiamme, trafitto dalla spada, ricevette la corona del martirio. Con lui furono pure martirizzati nella stessa città di Smirne altri dodici, che erano venuti da Filadelfia. La festa di San Policarpo si celebra il ventisei Gennaio.
 

http://www.monasterovirtuale.it/policarpo.html 

Martirio di S. Policarpo 

Saluto 

La Chiesa di Dio che dimora a Smirne alla Chiesa di Dio che è a Filomelio e a tutte le comunità della santa Chiesa cattolica di ogni luogo. La misericordia, la pace e la carità di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo abbondino. 

L’argomento della lettera 

I. 1. Vi scriviamo, fratelli, riguardo ai martiri e al beato Policarpo che sigillandola col suo martirio ha fatto cessare la persecuzione. Quasi tutti gli avvenimenti svolti accaddero perché il Signore ci mostrasse di nuovo un martirio secondo il Vangelo. 2. Infatti, come il Signore, egli attese di essere arrestato, perché anche noi divenissimo suoi imitatori, non preoccupandoci solo di noi, ma anche del prossimo. E’ della carità sincera e salda volere non solo salvare se stesso ma anche tutti i fratelli. 

Contemplare con gli occhi del cuore 

II, 1. Beati e generosi sono tutti i martìri che avvengono per volontà del Signore. Bisogna che noi siamo più religiosi per attribuire a Dio la potenza di tutte le cose. 2. Chi non si meraviglierebbe della loro generosità, della loro pazienza e del loro amore a Dio? Lacerati dai flagelli, al punto da lasciar vedere l’anatomia del corpo sino alle vene e alle arterie, rimanevano fermi, sebbene gli astanti, mossi a compassione, piangessero. Essi ebbero tale forza che nessuno emise un gemito o un sospiro dimostrando a tutti che, nel momento in cui venivano messi alla prova, i generosi martiri di Cristo non erano nel loro corpo, ma che il Signore stando vicino parlasse loro. 3. Presi dalla grazia di Cristo, disprezzavano i tormenti del mondo, acquistandosi, per un momento solo, la vita eterna. Il fuoco dei tormenti disumani era freddo per loro. Avevano davanti agli occhi, per sfuggirlo, quello eterno e che non si spegne mai. Con gli occhi del cuore contemplavano i beni riservati ai pazienti, che nè orecchio intese, nè occhio vide, nè cuore di uomo ha immaginato, additati loro dal Signore, perché non erano più uomini, ma angeli. 4. Similmente quelli che furono condannati alle fiere sopportarono tormenti orribili, stesi su conchiglie e straziati con altre forme di torture varie, perché si cercava, se fosse stato possibile, di indurli all’abiura. 

Germanico 

III, 1. Molto macchinò contro di loro il diavolo, ma grazie a Dio non prevalse in tutto. Il generosissimo Germanico con la sua costanza sostenne la loro debolezza e fu mirabile nella lotta contro le fiere. Il proconsole lo esortava dicendo di aver pietà della sua giovinezza, ma egli, aizzandola, attirava contro di sè la belva, desideroso di allontanarsi al più presto da questa vita ingiusta ed iniqua. 2. Per ciò tutta la folla meravigliata della elevatezza d’animo della razza pia e generosa dei cristiani ebbe a gridare: « Abbasso gli atei! Si cerchi Policarpo ». 

Quinto 

IV. Un frigio di nome Quinto, da poco venuto dalla Frigia, vedendo le fiere fu terrorizzato. Egli si era offerto spontaneamente e spingeva gli altri allo stesso passo. Il proconsole, dopo molte insistenze, lo persuase a giurare e a sacrificare. Perciò, fratelli, non approviamo coloro che si costituiscono, poiché il Vangelo non insegna così. 

II rifugio 

V, 1. Policarpo, uomo assai meraviglioso, a sentire ciò, non si scompose e volle rimanere in città, ma i più lo esortavano ad allontanarsi. Si ritirò in campagna, poco lontano dalla città e si trattenne con pochi. Non faceva altro giorno e notte che pregare per tutti e per le comunità cristiane del mondo, come era suo costume. 2. Mentre stava in preghiera, tre giorni prima di essere catturato, ebbe la visione del suo guanciale arso dalle fiamme. Rivoltosi a quelli che erano con lui disse: « Devo essere bruciato vivo ». 

Il tradimento 

VI, 1. Poiché quelli che lo cercavano non si fermavano, egli si trasferì in un’altra campagna e subito vi giunsero coloro che lo inseguivano. Non avendolo trovato, presero due giovani schiavi. Uno di essi torturato confessò. 2. (Ormai) gli era impossibile rimanere nascosto, perché anche i suoi lo tradivano. Il capo della polizia, che aveva avuto dalla sorte lo stesso nome di Erode, aveva premura di condurlo allo stadio, perché si fosse compiuto il suo destino divenendo simile a Cristo, e i traditori avessero ricevuto lo stesso castigo di Giuda. 

La cattura 

VII, 1. Di venerdì all’ora di pranzo, guardie e cavalieri con le consuete armi, conducendosi il giovane schiavo, partirono come se inseguissero un ladrone. Arrivando verso sera lo trovarono coricato in una casetta al piano superiore. Anche di là avrebbe potuto fuggire in un altro podere, ma non volle dicendo: « Sia fatta la volontà di Dio ». 2. Sentendo che erano arrivati, scese a parlare con loro, meravigliati della sua veneranda età, della sua calma e di tanta preoccupazione per catturare un uomo così vecchio. Subito ordinò di dar loro da mangiare e da bere quanto ne volevano e chiese che gli concedessero un’ora per pregare tranquillamente. 3. Lo concessero, e stando in piedi incominciò a pregare pieno di amore di Dio, tanto che per due ore non si poté interromperlo. Quelli che lo ascoltavano erano stupiti e molti si pentivano di essere venuti a prendere un sì degno e santo vegliardo. 

Grande sabato 

VIII, 1. Quando terminò la preghiera, ricordandosi di tutti quelli che aveva conosciuto, piccoli e grandi, illustri e oscuri e di tutta la Chiesa cattolica sparsa per la terra, e giunse l’ora di andare, facendolo sedere su un asino lo condussero in città. Era il giorno del grande sabato. 2. Il capo della polizia e il padre di costui, Niceta, gli vennero incontro. Lo fecero salire sul cocchio e sedendogli vicino cercavano di persuaderlo dicendo: « Che male c’è a dire: Cesare Signore, offrire incenso con tutto ciò che segue e salvarsi? ». Dapprima non rispose loro, poiché quelli insistevano disse: « Non voglio fare quello che mi consigliate ». 3. Essi, avendo perduto la speranza di persuaderlo, gli rivolsero parole crudeli e lo spinsero in fretta, tanto che nello scendere dal cocchio si sbucciò lo stinco. Ma lui senza voltarsi, come se nulla fosse successo, allegro si incamminò verso lo stadio. Vi era un tumulto tale che nessuno poteva farsi ascoltare. 

Abbasso gli atei! 

IX, 1. A Policarpo che entrava nello stadio scese una voce dal cielo: « Sii forte, Policarpo, e mostrati valoroso ». Nessuno vide chi aveva parlato, quelli dei nostri che erano presenti udirono la voce. Infine, mentre veniva tradotto, si elevò un grande clamore per la notizia che Policarpo era stato arrestato. 2. Portato davanti al proconsole, questi gli chiese se fosse Policarpo. Egli annuì e (il proconsole) cercò di persuaderlo a rinnegare dicendo: « Pensa alla tua età » e le altre cose di conseguenza come si usa: « Giura per la fortuna di Cesare, cambia pensiero e di’: Abbasso gli atei! ». Policarpo, invece, con volto severo guardò per lo stadio tutta la folla dei crudeli pagani, tese verso di essa la mano, sospirò e guardando il cielo disse: « Abbasso gli atei! ». 3. Il capo della polizia insistendo disse: « Giura e io ti libero. Maledici il Cristo ». Policarpo rispose: « Da ottantasei anni lo servo, e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio re che mi ha salvato? ». 

Sono cristiano 

X, 1. Insistendo ancora gli disse: « Giura per la fortuna di Cesare! ». Policarpo rispose: « Se ti illudi che io giuri per la fortuna di Cesare, come tu dici, e simuli di non sapere chi io sono, sentilo chiaramente. Io sono cristiano. Se poi desideri conoscere la dottrina del cristianesimo, concedimi una giornata e ascoltami ». Rispose il proconsole: « Convinci il popolo ». 2. Policarpo di rimando: « Te solo ritengo adatto ad ascoltarmi. Ci è stato insegnato di dare alle autorità e ai magistrati stabiliti da Dio il rispetto come si conviene, ma senza che ci danneggi. Non ritengo gli altri capaci di ascoltare la mia difesa ». 

Il fuoco del giudizio futuro 

XI, 1. Il proconsole disse: « Ho le belve e ad esse ti getterò se non cambi parere… ». L’altro rispose: « Chiamale, è impossibile per noi il cambiamento dal meglio al peggio; è bene invece passare dal male alla giustizia ». 2. Di nuovo l’altro gli disse: « Ti farò consumare dal fuoco, poiché disprezzi le belve, se non cambi parere…! ». Policarpo rispose: « Tu minacci il fuoco che brucia per un’ora e dopo poco si spegne e ignori invece il fuoco del giudizio futuro e della pena eterna, riservato agli empi. Ma perché indugi? Fa’ quello che vuoi! ». 

  

Policarpo ha confessato di essere cristiano 

XII, 1. Nel dire queste ed altre cose era pieno di coraggio e di allegrezza e il suo volto splendeva di gioia. Egli non solo non si lasciò abbattere dalle minacce rivoltegli, ma lo stesso proconsole ne rimase sconcertato e mandò in mezzo allo stadio il suo araldo a gridare tre volte: « Policarpo ha confessato di essere cristiano ». 2. Dopo questo proclama dell’araldo, tutta la moltitudine dei pagani e dei giudei abitanti a Smirne con furore incontenibile e a gran voce gridò: « Questo è il maestro d’Asia, il padre dei cristiani, il distruttore dei nostri dei che insegna a molti a non fare sacrifici e a non adorare ». Gridavano queste cose chiedendo all’asiarca Filippo che lanciasse un leone contro Policarpo. Egli, invece, rispose che non gli era lecito, poiché il combattimento contro le fiere era terminato. 3. Allora concordemente si misero a gridare che Policarpo fosse arso vivo. Doveva compiersi la visione del guanciale, che gli era apparso quando in preghiera l’aveva visto in fiamme, e volto ai fedeli che erano con lui profeticamente disse: « Devo essere bruciato vivo ». 

Fermo sulla pira 

XIII, 1. Questo fu più presto fatto che detto; subito la folla si mise a raccogliere legna e frasche dalle officine e dalle terme. Soprattutto i giudei con più zelo, come è loro costume, si diedero da fare in questo. 2. Quando il rogo fu pronto, deposte le vesti e sciolta la cintura incominciò a slegarsi i calzari, cosa che precedentemente non faceva, perché ogni fedele si affrettava a chi prima riuscisse a toccargli il corpo. Per la santità di vita era venerato prima del martirio. 3. Subito furono apprestati gli attrezzi necessari per il rogo. Mentre stavano per inchiodarlo egli disse: « Lasciatemi così. Chi mi da la forza di sopportare il fuoco mi concederà anche, senza la vostra difesa dei chiodi, di rimanere fermo sulla pira ». 

La preghiera di Policarpo 

XIV, 1. Non lo inchiodarono ma lo legarono. Con le mani dietro la schiena e legato come un capro scelto da un grande gregge per il sacrificio, gradita offerta preparata a Dio, guardando verso il cielo disse: « Signore, Dio onnipotente Padre di Gesù Cristo tuo amato e benedetto Figlio, per il cui mezzo abbiamo ricevuto la tua scienza, o Dio degli angeli e delle potenze di ogni creazione e di ogni genia dei giusti che vivono alla tua presenza. 2. Io ti benedico perché mi hai reso degno di questo giorno e di questa ora di prendere parte nel numero dei martiri al calice del tuo Cristo per la risurrezione alla vita eterna dell’anima e del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. In mezzo a loro possa io essere accolto al tuo cospetto in sacrificio pingue e gradito come prima l’avevi preparato, manifestato e realizzato, Dio senza menzogna e veritiero. 3. Per questo e per tutte le altre cose ti lodo, ti benedico e ti glorifico per mezzo dell’eterno e celeste gran sacerdote Gesù Cristo tuo amato Figlio, per il quale sia gloria a te con lui e lo Spirito Santo ora e nei secoli futuri. Amen ». 

Un profumo come di incenso 

XV, 1. Appena ebbe alzato il suo Amen e terminato la preghiera, gli uomini della pira appiccarono il fuoco. La fiamma divampò grande. Vedemmo un prodigio e a noi fu concesso di vederlo. Siamo sopravvissuti per narrare agli altri questi avvenimenti. 2. Il fuoco, facendo una specie di voluta, come vela di nave gonfiata dal vento, girò intorno al corpo del martire. Egli stava in mezzo, non come carne che brucia ma come pane che cuoce, o come oro e argento che brilla nella fornace. E noi ricevemmo un profumo come di incenso che si alzava, o di altri aromi preziosi. 

Un maestro profetico 

XVI, 1. Alla fine gli empi, vedendo che il corpo di lui non veniva consumato dal fuoco, ordinarono al confector di avvicinarsi e di finirlo con un pugnale. E fatto questo, zampillò molto sangue che spense il fuoco. Tutta la folla rimase meravigliata della grande differenza tra gli infedeli e gli eletti. 2. Tra questi fu il meraviglioso martire Policarpo, vescovo della Chiesa cattolica di Smirne, divenuto ai nostri giorni un maestro apostolico e profetico. Ogni parola che uscì dalla sua bocca si è compiuta e si compirà. 

II martire discepolo e imitatore del Signore 

XVII, 1. Ma l’invidioso, maligno e perverso, il tentatore della razza dei giusti vide la grandezza del suo martirio e la sua condotta irreprensibile sin dal principio, notandolo cinto della corona dell’immortalità, il premio conseguito che non si può contestare. Egli si adoperò perché il corpo di lui non fosse preso da noi, benché molti desiderassero di farlo, per possedere la sua santa carne. 2. Suggerì a Niceta, il padre di Erode, fratello di Alce, di andare dal governatore perché non consegnasse le spoglie. Lasciando da parte il crocifisso – egli disse – incominceranno a venerare lui. Avevano detto questo per le istigazioni e le insistenze dei giudei, che ci sorvegliavano se noi volessimo prenderlo dal rogo. Erano ignari che non potremo mai abbandonare Cristo che ha sofferto da innocente per i peccatori, per la salvezza di quelli che sono salvi in tutto il mondo, e adorare un altro. 3. Noi veneriamo lui che è Figlio di Dio, e degnamente onoriamo i martiri come discepoli e imitatori del Signore per l’amore immenso al loro re e maestro. Potessimo anche noi divenire loro compagni e condiscepoli!… 

II giorno natalizio 

XVIII, 1. Il centurione, avendo visto la contesa dei giudei, poste nel mezzo le spoglie le fece bruciare, come era d’uso. 2. Così noi più tardi, raccogliendo le sue ossa, più preziose delle gemme di gran costo e più stimate dell’oro, le ponemmo in un luogo più conveniente. 3. Appena possibile, ivi riunendoci nella serenità e nella gioia, il Signore ci concederà di celebrare il giorno natalizio del martire, per il ricordo di quelli che hanno combattuto prima e ad esercizio e coraggio di quelli che combatteranno. 

Martirio secondo il vangelo di Cristo 

XIX, 1. Questi i fatti intorno al beato Policarpo che con quelli di Filadelfia fu il dodicesimo a subire il martirio a Smirne. Egli solo è ricordato più di tutti e di lui si parla dovunque, anche tra i pagani. Non soltanto fu un maestro insigne, ma un martire celebre, e tutti desiderano imitare il suo martirio avvenuto secondo il vangelo di Cristo. 2. Con la sua pazienza ha trionfato sul governatore ingiusto, ha conseguito la corona dell’immortalità ed esulta con gli apostoli e tutti i giusti. Egli glorifica Dio Padre onnipotente e benedice il Signore nostro Gesù Cristo, salvatore delle nostre anime, guida dei nostri corpi e pastore della Chiesa cattolica nel mondo. 

Darne notizia ai fratelli 

XX, 1. Ci avete pregato di essere informati da noi ampiamente sui fatti accaduti. Per il momento li abbiamo riassunti in breve per mezzo di nostro fratello Marcione. Conosciute poi le cose, spedite la lettera ai fratelli più lontani, perché anche questi glorifichino il Signore che fa la scelta dei suoi servi. 2. A lui, che può condurre tutti noi, per sua grazia e suo dono nel regno eterno, mediante suo Figlio, l’unigenito Gesù Cristo, gloria, onore, potenza e grandezza per sempre. Salutate tutti i fedeli. Quelli che sono con noi vi salutano e con tutta la famiglia Evaristo che ha stilato la lettera. 

Data del martirio 

XXI. Il beato Policarpo ha testimoniato il secondo giorno di Santico, il settimo giorno prima delle calende di marzo, di grande sabato, all’ora ottava. Fu preso da Erode, pontefice Filippo di Tralli e proconsole Stazio Quadrato, re eterno nostro Signore Gesù Cristo. A lui gloria, onore, grandezza, trono eterno di generazione in generazione. Amen. 

I Appendice 

XXII, 1. Noi vi auguriamo di star bene, fratelli, camminando secondo il Vangelo nella parola di Gesù Cristo, e con lui sia gloria a Dio Padre e allo Spirito Santo, per la salvezza dei santi eletti. Così testimoniò il beato Policarpo, sulle cui orme vorremmo trovarci nel regno di Gesù Cristo. 2. Ciò ha trascritto da Ireneo, discepolo di Policarpo, Gaio che era vissuto con Ireneo. Io, Socrate, ho scritto copiando da Gaio a Corinto. La grazia sia con tutti. 3. E io, Pionio, lo trascrivo ancora dall’esemplare già ricordato, avendolo cercato dopo una rivelazione del beato Policarpo, come dirò in seguito. Lo raccolsi che era quasi distrutto dal tempo, perché il Signore Gesù Cristo raccolga anche me tra i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui sia gloria col Padre e col Santo Spirito nei secoli dei secoli. Amen. 

Dal manoscritto di Mosca. 

II Appendice 

1. Ciò ha trascritto dalle opere di Ireneo Gaio, che era vissuto con Ireneo discepolo di Policarpo. 2. Questo Ireneo che all’epoca del martirio del vescovo Policarpo era a Roma, insegnò a molti. Di lui ci sono tramandate numerose opere molto belle ed ortodosse, nelle quali si ricorda di Policarpo che fu suo maestro, ed ebbe a confutare con forza ogni eresia e ci ha trasmesso la regola ecclesiastica e cattolica come l’aveva ricevuta dal santo. 3. Dice anche questo: un giorno Marcione, dal quale sono chiamati i Marcioniti, incontratosi con Policarpo gli disse: « Riconoscici, o Policarpo ». Egli rispose a Marcione: « Ti riconosco, ti riconosco quale primogenito di Satana ». 4. Anche questo si tramanda negli scritti di Ireneo. Nel giorno e nell’ora in cui Policarpo a Smirne subì il martirio, Ireneo, che era nella città di Roma, sentì una voce come di tromba che diceva: « Policarpo è stato martirizzato ». 5. Da queste opere di Ireneo, come si è detto, Gaio aveva trascritto, e da Gaio trascrisse Isocrate a Corinto. Io, Pionio, di nuovo ho trascritto da Isocrate, che ho ricercato dopo la rivelazione di san Policarpo. Lo raccolsi che era fatiscente per il tempo, perché mi raccolga il Signore Gesù Cristo con i suoi eletti nel suo regno celeste. A lui gloria col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen. 

Publié dans:martiri |on 22 février, 2008 |Pas de commentaires »

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