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IL SOGNO DI MARTIN LUTHER KING – « I HAVE A DREAM » (2013)

http://w2.vatican.va/content/osservatore-romano/it/comments/2013/documents/195q01b1.html

Cinquant’anni dopo, le parole « I have a dream » dello storico discorso a Washington continuano ad essere vive

IL SOGNO DI MARTIN LUTHER KING – « I HAVE A DREAM » (2013)

I cinquant’anni del grido I have a dream di Martin Luther King vengono ricordati dal cardinale arcivescovo di Washington in un articolo pubblicato sul « National Catholic Reporter », di cui riportiamo il testo integrale.

di Donald William Wuerl
I manifestanti, circa un milione, provenivano da tutti gli Stati Uniti e da ogni angolo di Washington. In quella indimenticabile giornata del 28 agosto 1963, i partecipanti alla marcia su Washington ascoltarono le storiche parole del reverendo Martin Luther King Jr.: « Ho un sogno ».
Questo sogno continua a essere vivo anche dopo cinquant’anni. La maestosa statua di King, nel nuovo memoriale a Washington, ci ricorda il suo imponente impegno nel guidare la nostra nazione verso la piena consapevolezza dell’uguaglianza di tutte le persone dinanzi a Dio. Il suo sogno, profondamente radicato nella preghiera e nella sacra Scrittura, continua a incoraggiarci a vederci gli uni gli altri come fratelli e sorelle, figli dello stesso Dio amorevole.
E rivolgendosi alla folla proveniente da ambienti, esperienze di vita e tradizioni religiose diverse, King aggiunse: « Non possiamo camminare soli ». Con lui, nel Lincoln Memorial, c’era monsignor Patrick O’Boyle, mio predecessore come arcivescovo di Washington, che pronunciò l’invocazione, pregando affinché « gli ideali della libertà, benedetti sia dalla nostra fede religiosa, sia dalla nostra eredità democratica, prevalgano nel nostro Paese ».
O’Boyle aveva incoraggiato i gruppi cattolici locali, le parrocchie e le università a partecipare alla marcia, offrendo ospitalità a quanti venivano da fuori e facendo sfilare striscioni con i nomi delle rispettive parrocchie e organizzazioni. Impegnarsi per la giustizia razziale e sociale era naturale per O’ Boyle, creato cardinale nel 1967. Poco dopo aver ricevuto il pastorale come primo arcivescovo residenziale di Washington nel 1948, aveva iniziato a lavorare per l’integrazione nelle parrocchie e nelle scuole cattoliche, molti anni prima che la sentenza della Corte Suprema Brown v. Board of Education (1954) dichiarasse illegali le strutture educative segregazioniste. Si unì anche ai leader religiosi della città domandando uguali opportunità in tema di alloggi, lavoro e istruzione pubblica. Al concilio Vaticano II esortò i padri conciliari a emanare una esplicita dichiarazione di condanna verso i pregiudizi razziali.
Nel suo discorso, King lanciò un fervido appello affinché fosse costruita una società giusta per i bambini di tutte le razze e di ogni ambiente. « Ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio », disse esortando la folla e l’America tutta. Come persone di fede e come americani non possiamo restare indolenti o compiacenti quando ci troviamo dinanzi al peccato del razzismo o a qualsiasi forma di ingiustizia. King chiese una risposta alla « urgenza impetuosa del momento presente ».
Rendiamo onore alle eredità di King e di O’Boyle proseguendo il loro lavoro. Un impegno questo che oggi implica anche fornire opportunità educative a tutti i bambini, e in particolare a quelli che altrimenti sarebbero destinati a scuole troppo spesso definite « scarse ». Le 96 scuole cattoliche nell’arcidiocesi di Washington servono quasi 30.000 bambini della capitale e del Maryland. Molti di questi studenti appartengono alle minoranze e non sono cattolici. Per il prossimo anno accademico 2013-2014 l’arcidiocesi ha stanziato 5,5 milioni di dollari quale contributo alle tasse scolastiche, cifra che è quasi sestuplicata negli ultimi anni. I bambini che frequentano le scuole cattoliche, nelle vie della città, nelle zone periferiche e nelle aree rurali, provengono da tutti gli ambienti e, attraverso programmi accademici impegnativi radicati nei valori cristiani, imparano a essere i futuri leader della nostra Chiesa, delle nostre comunità, della nostra nazione e del nostro mondo.
L’invito di King si realizza anche nel nostro Consorzio di Accademie Cattoliche, un gruppo di scuole cattoliche che servono i bambini più poveri nel Distretto di Columbia, offrendo un faro di speranza alle famiglie nelle aree difficili di Washington. [anche nella Sacred Heart School, con il suo programma bilingue in inglese e spagnolo. Queste porte dell'opportunità si aprono anche nella Archbishop Carroll High School, in centro, con il suo numero elevato di iscrizioni di studenti appartenenti alle minoranze e il suo programma di maturità internazionale, e attraverso l'innovativo programma di studio lavoro della Don Bosco Cristo Rey High School a Takoma Park, Md.. La St. Francis International School di Silver Spring, Md., propone un programma di apprendimento globale per bambini che hanno radici in oltre cinquanta paesi.]
La nostra arcidiocesi ha sostenuto altri sforzi innovativi per ampliare le opportunità educative. Nel 2004, alcuni leader del Congresso, rappresentanti diversi partiti e punti di vista, si sono riuniti per istituire il D.C. Opportunity Scholarship Program, che ha assegnato circa 6.000 borse di studio per i bambini della città, il 98 percento dei quali appartiene alle minoranze e avrebbe dunque ricevuto un’istruzione carente. [Lo scorso anno, il 97 percento degli studenti della 12a classe che hanno usufruito di questa borsa di studio si sono diplomati - e la percentuale di quanti avevano scelto scuole cattoliche è stata persino più alta - rispetto al 60 percento registrato nelle scuole pubbliche del Distretto di Columbia]. Uno di questi diplomati, una immigrante etiope, ha tenuto il discorso di commiato della sua classe della Archbishop Carroll High School, e sogna di diventare medico e di servire i poveri. Un altro che ha usufruito della borsa, uno studente di origine salvadoregna, ha ricevuto un riconoscimento dall’amministrazione Obama ed è stato nominato White House Champion of Change.
Come arcivescovo di Washington, sono stato testimone del sogno di King di vedere gli americani pregare e marciare insieme per la giustizia. Ogni anno, durante le marce, i raduni e le messe per la vita, centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il Paese si riuniscono per pregare e marciare insieme in difesa della dignità della vita umana in ogni sua fase.
La nostra fede non potrà mai essere relegata a quell’ora in chiesa la domenica. Come ci ha invitato a fare Papa Francesco, dobbiamo « uscire » e portare l’amore e la speranza di Cristo alle nostre comunità e al mondo. È per questo che i programmi delle Catholic Charities e gli ospedali cattolici continuano a portare l’amore e la speranza di Cristo a tutti coloro che ne hanno bisogno, a prescindere da razza, religione, sesso, nazionalità o orientamento sessuale. Per questo dobbiamo continuare a sostenere la dignità della vita umana, la libertà religiosa e la giustizia per gli immigranti. La nuova enciclica del nostro Papa, Lumen fidei, ci ricorda che la fede è la luce che dovrebbe guidare la nostra vita. Certamente lo è stata per King.
Parlando dai gradini dell’Islamic Center a Washinton durante un incontro interconfessionale nel 2006, ho invitato le persone ad affidarsi alla luce della loro fede per dissipare il buio, le paure e l’odio nel mondo, e a costruire insieme ponti di solidarietà e di pace. È questa l’unità che King non solo ha sognato, ma che ha creduto sarebbe diventata realtà.
« Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità », disse. Verrà il giorno « in cui tutti i figli di Dio, uomo negro e uomo bianco, ebreo e cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi ».

 

Publié dans:MARTIN LUTHER KING |on 7 février, 2017 |Pas de commentaires »

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

http://www.giovaniemissione.it/index.php?option=content&task=view&id=1873&Itemid=128#istinto

MARTIN LUTHER KING – L’ISTINTO DEL TAMBURO MAGGIORE

Discorso pronunciato il 4 febbraio 1968, alla Ebenezer Baptist Church, ad Atlanta.

« …Perciò vi dico, cercate Dio e scopritelo, fatelo diventare un potere nella vostra vita. Senza di Lui tutti i nostri sforzi si trasformano in cenere e le nostre albe nelle notti più buie. Senza di Lui la vita è un dramma senza significato in cui mancano le scene più importanti. Ma con Lui possiamo innalzarci dalla fatica dello sconforto alla forza ascensionale dell’amore. Con Lui possiamo ergerci dalla notte della disperazione all’alba della gioia. Sant’Agostino aveva ragione: siamo stati fatti per Dio e non avremo requie finché non troveremo requie in Lui.

Ama te stesso, se questo significa un razionale, sano e morale interesse di sé. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la lunghezza della vita. Ama il prossimo tuo come te stesso. Ti è stato comandato di farlo. Questa è la larghezza della vita. Ma non dimenticare che c’è un primo e ancor più grande comandamento: « Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e tutta la tua mente ». Questa è l’altezza della vita. E quando lo fai, vivi la vita per intero ». Questa mattina vorrei prendere come argomento del sermone «l’istinto del tamburo maggiore». Il nostro passo di questa mattina è tratto da un episodio assai familiare del decimo capitolo del Vangelo di Marco, che incomincia col versetto 35. Leggiamo queste parole: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: « Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo ». Egli disse loro: « Cosa volete che io faccia per voi? » Gli risposero: « Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra ». Gesù disse loro: « Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, e ricevere il battesimo che io ricevo, anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali e stato preparato »». E poi verso la fine di questo brano, Gesù continua: «Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore». La situazione è chiara. Giacomo e Giovanni stanno facendo una ben precisa richiesta al maestro. Essi avevano sognato, come la maggior parte degli ebrei, la venuta di un re di Israele che rendesse libera Gerusalemme, che stabilisse il suo regno sul Monte Sion, e che comandasse al mondo con giustizia. Ed essi pensavano che Gesù fosse quella sorta di re, e stavano pensando al giorno in cui Gesù avrebbe regnato supremo, come nuovo re di Israele. E quindi gli stavano dicendo: «Quando stabilirai il tuo regno, permetti a noi di sedere l’uno alla destra e l’altro alla sinistra del tuo trono». Ora, senza pensarci due volte, condanneremmo automaticamente Giacomo e Giovanni, e diremmo di loro che erano egoisti. Perché hanno fatto una richiesta così egoista? Ma prima di condannarli con troppa fretta, guardiamo con calma ed onestà a noi stessi, e scopriremo che anche noi abbiamo quegli stessi bassi desideri di ricevere riconoscimenti e gratificazioni, quello stesso desiderio di essere al centro dell’attenzione, quello stesso desiderio di essere primi. Naturalmente gli altri discepoli si infuriarono con Giacomo e Giovanni, e voi potete comprendere il perché. Ma dobbiamo renderci conto che tutti noi abbiamo qualcuna di queste «qualità» di Giacomo e Giovanni. C’è, nel profondo di ognuno di noi, un certo istinto. E’ una sorta di istinto ad essere tamburi maggiori, un certo desiderio di essere davanti a tutti, un certo desiderio di aprire noi la parata, un desiderio di essere noi i primi. Ed è qualcosa che tocca ogni aspetto della nostra vita. Perciò, prima di condannarli, ricordiamoci che abbiamo tutti questo istinto del tamburo maggiore. Noi tutti desideriamo essere importanti, superare gli altri, distinguerci, aprire la parata. Alfred Adler, il grande psicanalista, sostiene che questo è l’impulso dominante. Sigmund Freud sosteneva che era il sesso l’impulso dominante, e Adler gli rispose con un nuovo argomento e disse che questa ricerca del riconoscimento, questo desiderio di essere al centro dell’attenzione, questo desiderio di distinguersi è l’impulso più importante, la molla più importante della vita umana, ed è l’istinto del tamburo maggiore. E voi lo sapete, cominciamo presto a chiedere alla vita di renderci primi. Il nostro primo pianto di bambini era un tentativo di attirare l’attenzione. E per tutta l’infanzia l’impulso o istinto del tamburo maggiore è un’ossessione ancora più grande. I bambini chiedono alla vita di essere primi. Sono un fagottino di egoismo. E’ in loro innato l’impulso o istinto del tamburo maggiore. Ebbene, nella vita adulta ce l’abbiamo sempre questo istinto, e non ce ne liberiamo mai del tutto. Ci piace fare qualcosa di buono. E, sapete, ci piace essere lodati per questo. Se non ci credete aspettate e scoprirete molto presto che vi piace essere elogiati. Piace a tutti, a dire il vero. E a volte questo calore che sentiamo quando siamo lodati, o quando viene pubblicato il nostro nome, ha l’effetto della vitamina A per il nostro ego. Nessuno è infelice quando viene elogiato, anche se sa di non meritarlo, e anche se non ci crede. I soli ad essere infelici di fronte all’elogio, lo sono quando l’elogio va a qualcun altro. Ma a tutti piace essere elogiati, per questo concretissimo istinto del tamburo maggiore. Ora, questo istinto del tamburo maggiore spiega perché così tanti si aggregano un po’ a tutto. Ci si aggrega a qualunque cosa. Ed in realtà si cerca attenzione, riconoscimento, importanza. Si cercano nomi che danno l’impressione di ricevere queste cose. Così si scelgono le associazioni, e queste diventano il protettore importante, e il poveretto che in casa sia sottomesso ha bisogno di avere l’opportunità di essere il meglio del meglio da qualche altra parte. E’ l’impulso e l’aspirazione del tamburo maggiore che ci accompagna in tutte le cose della vita. E così la vediamo dovunque, questa ricerca di preminenza. E ci aggreghiamo alle cose, ci aggreghiamo un po’ troppo, a dire il vero, perché speriamo di trovarvi soddisfazione. La presenza di questo istinto spiega perché così facilmente cadiamo vittime dei signori della pubblicità. Conoscete, no?, quei signori dalla grande capacità di persuasione verbale. Hanno un certo modo di dirti le cose che sei convinto a comprare. Se vuoi essere un vero uomo devi bere questo whisky. Se vuoi l’invidia dei tuoi vicini, devi guidare questo modello di auto. Se vuoi essere più bella devi usare questo rossetto o questo profumo. E lo sai, no?, prima ancora che te ne renda conto, stai già comprando proprio quello che vogliono loro. Così operano i signori della pubblicità. L’altro giorno ho ricevuto una lettera. Si trattava di una nuova rivista che stava per essere pubblicata. E cominciava così: «Caro dott. King, come lei certo sa, il suo nome si trova nell’indirizzario di molti giornali e istituzioni. Lei è descritto come profondamente intelligente, progressista, amante delle arti e delle scienze, e sono certo che vorrà leggere ciò che ho da dirle». Certo che volevo. Dopo tutto quello che la lettera diceva di me e dopo avermi descritto così precisamente, certo che volevo leggere. Ma, seriamente, ci accompagna per tutta la vita questo istinto del tamburo maggiore, è una cosa reale. E sapete cos’altro provoca? Spesso ci fa vivere al di sopra delle nostre possibilità. Non è nient’altro se non questo istinto del tamburo maggiore. Non vi succede mai di vedere gente che si compra automobili che con il suo stipendio non potrebbe permettersi? Si vedono persone che girano in Cadillac e Chrysler e che non guadagnano neanche per permettersi un Modello T della Ford. Ma lo fanno per alimentare un ego represso. Sapete cosa ci dicono gli economisti: le automobili che compriamo non ci dovrebbero costare più della metà del reddito annuale. Perciò se abbiamo un reddito di cinquemila dollari, la nostra macchina non ci dovrebbe costare più di duemilacinquecento dollari. Questa sarebbe buona amministrazione. E se la famiglia è composta da due persone, ed entrambi i membri hanno un reddito di diecimila dollari, dovrebbero accontentarsi di una sola automobile. Questa sarebbe buona amministrazione, anche se spesso implica qualche disagio. Ma spesso… avete mai visto persone che guadagnano cinquemila dollari all’anno e che guidano un’auto da seimila dollari? E si chiedono perché non riescono mai a far quadrare il bilancio. E’ quanto accade. Ora gli economisti ci dicono anche che, se comperi una casa, questa non dovrebbe costare più del doppio del tuo reddito. Questo poggia sui principi di una buona amministrazione e su come far quadrare il bilancio. Quindi, se hai un reddito di cinquemila dollari, la vita non sarà proprio semplice in questa società. Ma facciamo l’esempio di una famiglia con un reddito di diecimila dollari: allora la casa non dovrebbe costare più di ventimila dollari. Ma io ho visto gente che mette insieme deicimila dollari e che vive in case da quarante, cinquantamila dollari. E capite benissimo che ce la fanno a malapena. Ogni mese ricevono da una qualche fonte un assegno, ma lo hanno già speso prima ancora di incassarlo; non gli rimane mai nulla da mettere via per un’emergenza. Ora, appunto, il problema è questo: l’istinto del tamburo maggiore. E come sapete, vediamo continuamente che la gente viene presa da quest’istinto di essere tutti dei tamburi maggiori. E che vive cercando continuamente di far schiattare d’invidia i vicini. Debbono comprarsi questo cappotto perché questo cappotto qui è un po’ più bello, è un po’ più elegante di quello che ha il vicino. E debbo farmi questa macchina perché c’è qualcosa in questa macchina che la fa migliore di quella dei vicini. Conosco uno che abitava in una casa da trentacinquemila dollari. Poi altri hanno incominciato a costruire case da trentacinquemila dollari, e allora lui se ne è costruita una da settantamila dollari, e poi un’altra da centomila dollari. E non so proprio dove andrà a finire se continuerà a cercare di stare al passo con i vicini. Viene poi un tempo quando quest’istinto di essere tamburi maggiori diventa un istinto di distruzione. Ed è di questo che vi voglio ora parlare. Voglio dirvi che se questo istinto non viene imbrigliato, diventa pericolosissimo e mortale. Per esempio, se non viene imbrigliato, fa sì che la tua stessa personalità si faccia distorta. Credo che questo sia l’aspetto più pericoloso: l’effetto che esso ha sulla personalità della gente. Se non viene imbrigliato, finirai un giorno sì e un giorno no a dover far fronte ai problemi del tuo io, diventando uno spaccone. Avete mai sentito parlare quelli – sono sicuro che li avete incontrati – che vi fanno venire la nausea, perché passano tutto il tempo a parlare di se stessi. E fanno gli spacconi, e non la smettono un momento: sono quelli che non hanno imbrigliato il loro istinto di tamburi maggiori. E poi ha altri effetti sulla personalità. Porta a mentire, a volte sulle persone importanti che si conoscono. Ci sono quelli che di conoscenze influenti ne hanno da vendere. E nell’amministrare il loro istinto di tamburo maggiore, non possono fare a meno di identificarsi con quelle persone che sono dette importanti. E se non state attenti vi faranno credere di conoscere chi non conoscono affatto. Conoscono questa persona benissimo, prendono il tè insieme. E poi fanno… questo e quell’altro. Ecco cosa succede. L’altro effetto, poi, è che fa sì che ci si impegni in attività che servono esclusivamente ad attrarre l’attenzione. I criminologi ci dicono che ci sono persone spinte al crimine proprio dall’istinto del tamburo maggiore. Non sembra loro di attrarre abbastanza attenzione attraverso i normali canali del comportamento sociale, e assumono un comportamento antisociale per attirare attenzione, per sentirsi importanti. Ed è così che arrivano a prendere la pistola. E prima di rendersene conto rapinano una banca in questa loro ricerca di riconoscimento, in questo loro voler essere importanti. E poi l’ultima grande tragedia della personalità distorta è il fatto che quando non si riesce a imbrigliare questo istinto, si finisce col cercare di schiacciare gli altri per elevare se stessi. E ogni volta che lo si fa ci si invischia in azioni tra le più immorali. Con la volontà di far male si diffonde il male, dicendo male degli altri, perché si cerca di schiacciarli per elevare se stessi. Ed è il grande compito della nostra vita imbrigliare l’istinto del tamburo maggiore. Ora, l’altro problema è che, quando non si imbriglia l’istinto del tamburo maggiore, questo suo aspetto incontrollato, allora si cerca di essere esclusivi e snob. Ora sappiamo tutti che questo è il pericolo dei club e delle conventicole. Io faccio parte di questa, faccio parte di questa e quell’altra. Io non dico che non ci debbano essere, dico solo che rappresentano un pericolo. Il pericolo è che possono diventare forze di classismo ed esclusivismo, per le quali talvolta si riceve una misura di gratificazione per il fatto che si tratti di cose esclusive, e ci si sente realizzati. Io faccio parte di questo club, ed è il migliore del mondo e non tutti vi sono ammessi. Così si finisce nello snobismo bello e buono. E sappiamo bene che può accadere all’interno della chiesa. So di chiese a cui è successo di trovarsi in questa situazione. Sono stato a visitare chiese dove mi hanno detto: «Abbiamo tanti dottori e tanti insegnanti, e tanti avvocati, e tanti uomini di affari nella nostra chiesa». E questo va bene, perché i dottori devono andare in chiesa, e così gli avvocati, gli uomini d’affari, gli insegnanti dovrebbero frequentare la chiesa. Ma lo dicono, eh sì, lo dicono a volte anche i predicatori, come se le altre persone non contassero. E la chiesa è il luogo in cui un dottore dovrebbe dimenticarsi di essere un dottore. La chiesa è quel luogo in cui un super­laureato dovrebbe dimenticarsi di essere un super-laureato. La chiesa è quel luogo in cui un insegnante dovrebbe dimenticarsi del titolo che ha davanti al nome. La chiesa è quel luogo in cui un avvocato dovrebbe dimenticarsi di essere un avvocato. Ed ogni chiesa che violi il precetto del «chiunque sia, fatelo entrare» è una chiesa morta, fredda, nient’altro che un piccolo club con una sottile apparenza di religiosità: quando la chiesa è fedele alla sua natura, dice «Chiunque sia, lasciatelo entrare». E non si propone affatto di soddisfare le perversioni dell’istinto del tamburo maggiore. E’ il luogo in cui ognuno dovrebbe essere uguale davanti a un comune maestro e salvatore. E da questo nasce una consapevolezza: che tutti gli uomini sono fratelli perché sono figli dello stesso padre. L’istinto del tamburo maggiore può condurre allo snobismo nel pensiero, e può condurre uno a convincersi che se ha un po’ piu di istruzione è anche un po’ meglio di coloro che non ce l’hanno, oppure se ha un po’ più di sicurezza economica è anche un po’ meglio di altre persone che non ce l’hanno. E questa è una perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ora l’altra cosa – e l’abbiamo sperimentato – è che porta al tragico pregiudizio razziale. Molti hanno scritto su questo problema; Lillian Smith ne ha scritto benissimo in alcuni dei suoi libri. E ne scriveva in modo tale da indurre uomini e donne a vedere quale fosse la vera origine del problema. Lo sapevate che gran parte dei problemi razziali deriva dall’istinto del tamburo maggiore? Questo bisogno che alcuni hanno di sentirsi superiori. Questo bisogno che alcuni hanno di essere primi e di sentire che la loro pelle bianca li ha destinati ad essere primi. E questo, loro lo dicono ripetutamente, in modi che abbiamo sotto gli occhi. Ed è successo che non molto tempo fa uno del Mississippi abbia detto che Dio era membro fondatore del Consiglio dei Cittadini Bianchi. E perciò essendo Dio membro fondatore significa che chiunque ne faccia parte ha una sorta di natura divina, una sorta di superiorità. E pensate che cosa ha comportato nella storia questa perversione dell’istinto del tamburo maggiore. Ha portato al più tragico pregiudizio, alle più tragiche espressioni di disumanità dell’uomo contro un altro uomo. Cerco sempre di operare un po’ di conversione quando sono in prigione. E quando eravamo in prigione l’altro giorno, i secondini bianchi erano tutti felici di venire intorno alla cella a parlare dei problemi razziali. E ci dimostravano come sbagliavamo nella nostra protesta. E ci dimostravano come la segregazione fosse giusta. E ci dimostravano come i matrimoni misti fossero sbagliati. E allora mi mettevo a predicare, e ci mettevamo a parlare: tranquillamente, perché erano loro che ne volevano parlare. E un giorno – era il secondo o il terzo – arrivammo a parlare di dove loro abitavano, e di quanto guadagnavano. E quando questi fratelli mi dissero quanto guadagnavano, io risposi: «Ma lo sapete? Dovreste scendere per le strade con noi. Siete poveri esattamente come i negri». E dissi ancora: «Siete stati messi nella condizione di dare il vostro sostegno al vostro stesso oppressore. Perché, per pregiudizio e cecità, non riuscite a vedere che le stesse forze che opprimono i negri nella società americana opprimono anche i bianchi poveri. E tutto quello che vi rimane è la soddisfazione di avere la pelle bianca, è l’istinto che hanno i tamburi maggiori di pensare di essere qualcuno perché siete bianchi. Ma siete così poveri che non riuscite nemmeno a mandare a scuola i vostri figli. Dovreste essere fuori per le strade con tutti noi, ogni volta che noi siamo fuori per le strade». Così infatti stanno le cose: che i bianchi poveri sono stati messi in questa condizione: che, per cecità e pregiudizio, sono costretti a dare il loro sostegno ai loro stessi oppressori e che la sola cosa che rimane loro è la falsa convinzione di essere superiori per la loro pelle bianca. Ma non riescono quasi a sfamarsi e a far quadrare il bilancio da una settimana all’altra. E questo lo si ritrova non soltanto nel contrasto razziale, lo si ritrova anche nel contrasto tra le nazioni. E vorrei sottoporre alla vostra attenzione, questa mattina, questo pensiero, che ciò che è ingiusto oggi nel mondo è che le nazioni del mondo sono impegnate in una contesa colossale e crudele per la supremazia. E che, se non accade qualcosa per porre fine a questa tendenza, temo seriamente che non saremo qui a parlare di Gesù Cristo e di Dio e della fratellanza tra gli uomini per molti anni. Se qualcuno non mette fine a questo impulso suicida che vediamo oggi all’opera nel mondo, nessuno di noi sarà vivo, perché qualcuno farà l’errore, in questo nostro insensato persistere nell’errore, di lasciar cadere da qualche parte una bomba nucleare, e allora ne cadranno altre. E non lasciatevi prendere in giro: non ci vogliono che secondi perché accada. In questo momento in Russia hanno bombe da venti megaton, in grado di distruggere in tre secondi una città delle dimensioni di New York, cancellando ogni persona e persino gli edifici. E noi possiamo fare la stessa cosa alla Russia e alla Cina. Ma questa è la china lungo la quale stiamo scivolando, e stiamo scivolando per la china perché i paesi sono infettati da questo istinto di tamburi maggiori. Debbo essere io il primo. Debbo avere io la supremazia. Il nostro paese deve dominare il mondo. E mi rattrista dire che il paese nel quale noi viviamo è il colpevole supremo. E continuerò a dirlo all’America, perché io l’amo troppo per vederla scivolare lungo questa china. Dio non disse all’America di fare quello che l’America sta ora facendo. Dio non disse all’America di impegnarsi in questa guerra del Vietnam. E in questa guerra noi siamo criminali. Abbiamo commesso quasi più crimini di guerra di ogni altro paese al mondo, e continuerò a dirlo all’America. E non mettiamo termine a questa guerra a causa del nostro orgoglio e dell’arroganza della nostra nazione. Dio però ha un suo modo di mettere al passo anche le nazioni. Il Dio che io prego dice: «Non scherzare con me». Dice, come diceva il Dio dell’Antico Testamento agli ebrei: «Israele, non scherzare con me. Babilonia, non scherzare con me. Fermatevi e riconoscete che io sono Dio. E se non vi fermate in questa vostra folle corsa, io mi leverò e manderò in frantumi la vostra forza». E questo può succedere anche all’America. Di tanto in tanto vado a rileggere il libro di Edward Gibbon, « Declino e caduta dell’Impero Romano ». E quando guardo l’America mi dico che la somiglianza è tremenda. Ed è così che abbiamo travisato il principio del tamburo maggiore. Permettetemi però di affrettarmi alla conclusione, perché voglio che voi comprendiate ciò che Gesù disse davvero, quale fu la risposta che Gesù diede a questi uomini: è molto interessante. Ci si sarebbe aspettati che Gesù dicesse: «Siete fuori strada. Siete egoisti. Perché mi fate questa domanda?». Ma non è questo che Gesù disse. Disse qualcosa di piuttosto diverso. Disse, in sostanza: «Ah, ho capito, volete essere i primi, volete essere grandi. Volete essere importanti. Volete avere peso. Giustissimo. Se volete essere miei discepoli, lo sarete». Lui però diede un nuovo ordine alle priorità. E disse: «Certo, non buttate via questo istinto. E’ un istinto buono, se usato bene. E’ un istinto buono, se non lo distorcete e non lo travisate. Non buttatelo via. Continuate ad avere questo bisogno di sentirvi importanti. Continuate ad avere questo bisogno di essere primi. Ma io voglio che voi siate primi nell’amore. Io voglio che voi siate primi nella perfezione morale. Io voglio che voi siate primi nella generosità. Ecco quello che voglio per voi». E Gesù trasformò la situazione dando una nuova definizione di grandezza. E sapete cosa disse? Disse: «Fratelli, io non vi posso dare la grandezza. E a dire il vero io non posso rendervi primi». Questo è ciò che Gesù disse a Giacomo e Giovanni. Vi dovete meritare queste cose. La vera grandezza non viene dai favoritismi, ma dall’essere pronti per la grandezza. E la destra e la sinistra non mi appartengono, appartengono a coloro che sono pronti. Quindi Gesù ci diede una nuova norma di grandezza. Volete essere importanti… magnifico. Volete essere riconosciuti… magnifico. Volete essere grandi… magnifico. Però riconoscete che colui che è più grande tra tutti voi sarà colui che vi serve. E’ questa la nostra nuova definizione della grandezza. E questa mattina, quello che mi piace di questa definizione… di questa definizione di grandezza è che questa implica che tutti possono essere grandi. Perché tutti possono servire. Non è necessario avere una laurea per servire. Non è necessario non fare errori di grammatica per servire. Non è necessario conoscere Platone e Aristotele per servire. Non è necessario conoscere la teoria della relatività di Einstein per servire. Non è necessario conoscere il secondo principio della termo­dinamica per servire. Basta un cuore ricolmo di grazia. Un’anima rigenerata dall’amore. E si può servire. Conosco un uomo, e voglio parlare di lui soltanto per un minuto, e forse voi scoprirete a poco a poco di chi sto parlando, perché quest’uomo fu un grande. E la sola cosa che fece fu servire. Nacque in un oscuro villaggio, figlio di una povera contadina. Poi crebbe in un altro oscuro villaggio, dove lavorò come falegname fino ai trent’anni. Poi per tre anni si mise in marcia e fu predicatore itinerante. E allora si mise a fare delle cose. Non possedeva molto. Non scrisse mai un libro. Non ricoprì mai un incarico. Non ebbe mai famiglia. Non possedette mai una casa. Non frequentò mai l’università. Non andò mai a visitare le grandi città. Non si allontanò mai più di 200 miglia da dove era nato. Non fece mai quelle cose solite che il mondo associa alla grandezza. Non aveva altre credenziali che se stesso. Aveva trentatrè anni quando l’opinione pubblica gli si rivoltò contro. Lo chiamarono mestatore. Lo chiamarono sobillatore. Lo chiamarono istigatore di folle. Praticava la disobbedienza civile; eludeva le ingiunzioni. Fu quindi consegnato ai suoi nemici e dovette affrontare la derisione di un processo. E l’ironia di tutto ciò fu che tutti i suoi amici lo consegnarono ai suoi nemici. Uno dei suoi amici più intimi lo rinnegò. Un altro dei suoi amici lo consegnò (letteralmente) ai suoi nemici. E mentre lui moriva, quelli che lo uccidevano tiravano a sorte i suoi vestiti, la sola cosa che possedesse al mondo. Dopo la sua morte fu sepolto in una tomba presa a prestito, per l’atto di pietà di un amico. Sono passati diciannove secoli, e oggi è lui la figura più influente che sia mai entrata nella storia dell’uomo. Tutti gli eserciti, tutte le flotte, tutti i parlamenti e tutti i re messi insieme non hanno influito sulla vita dell’uomo su questa terra quanto la sua vita solitaria. Il nome di quest’uomo vi è forse familiare. Oggi però, io sento che parlano di lui; ogni tanto uno dice: «E’ lui il re dei re». E poi sento uno che dice: «E’ lui il principe dei principi». Altrove uno dice: «In Cristo non c’è Oriente né Occidente». E continuano a parlare di lui… «In lui non c’è né Nord né Sud, ma una sola grande comunione nell’amore da un capo all’altro del mondo». Non possedeva nulla. Semplicemente andava per il mondo a servire, a fare del bene. Questa mattina potete essere voi alla sua destra e alla sua sinistra, se servite. E’ l’unico modo. Di tanto in tanto immagino che tutti noi pensiamo realisticamente a quel giorno in cui saremo vittime di quello che è il comune denominatore conclusivo della vita: quella cosa che chiamiamo morte. Tutti ci pensiamo. E a volte penso alla mia morte e penso al mio funerale. Ma non ci penso in modo morboso. Di tanto in tanto mi chiedo: «Che cosa vorrei fosse detto?». E lascio a voi, questa mattina, la parola. Se qualcuno di voi sarà in circolazione quando arriverò al mio ultimo giorno, non voglio un lungo funerale. E se troverete qualcuno che farà l’elogio funebre, ditegli di non parlare troppo a lungo. Di tanto in tanto mi chiedo che cosa vorrei che dicessero. Ditegli che non facciano menzione del fatto che ho ricevuto il premio Nobel per la pace: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione del fatto che ho ricevuto tre o quattrocento altri premi: questo non ha alcuna importanza. Ditegli di non fare menzione della scuola che ho frequentato. Vorrei, quel giorno, che qualcuno facesse menzione del fatto che M. L. King ha cercato di dare la sua vita nel servizio degli altri. Vorrei che quel giorno qualcuno dicesse che M. L. King ha cercato di amare i suoi simili. Voglio che diciate quel giorno che ho cercato di essere obiettivo su questo problema della guerra. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato di dare da mangiare agli affamati. E voglio che quel giorno siate in grado di dire che ho davvero cercato, nella mia vita, di vestire coloro che girano nudi. Voglio che quel giorno diciate che ho davvero cercato, nella mia vita, di visitare i carcerati. Voglio che diciate che ho cercato di amare e di servire l’umanità. Sì, se volete dire che ero un tamburo maggiore, dite che ero un tamburo maggiore per la causa della giustizia, dite che ero un tamburo maggiore per la pace; che ero un tamburo maggiore per l’onestà. E tutte quelle altre cose senza spessore non importeranno. Non avrò denaro da lasciare dietro di me. Non avrò cose belle e lussuose da lasciare dietro di me. Voglio lasciare dietro di me soltanto una vita di impegno. Ed ecco tutto quello che voglio dire… se sono in grado di aiutare qualcuno al mio passaggio, se sono in grado di rallegrare qualcuno con una parola o un canto, se sono in grado di mostrare a qualcuno che non è sulla retta via, allora non sarò vissuto invano. Se sarò in grado di fare il mio dovere come lo deve fare un cristiano, se sarò in grado di portare la salvezza a qualcuno nel mondo, se sarò in grado di diffondere il messaggio insegnato dal Maestro, allora non sarò vissuto invano. Sì, Gesù, voglio essere seduto alla tua destra o alla tua sinistra, ma non per egoismo. Voglio sedere alla tua destra o dove tu collochi i migliori, non per motivi o ambizioni politiche; voglio sedere là per l’amore e la giustizia e la verità e l’impegno verso gli altri, così che sia possibile fare di questo mondo un mondo nuovo.

 

Publié dans:MARTIN LUTHER KING, SCRITTI |on 23 février, 2016 |Pas de commentaires »

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